SCENA VI. Signora Alving, Osvaldo.
Osvaldo (guardando dalla finestra). È partita?
Sig.ª Alving. Sì.
Osvaldo (tra i denti). Tanto peggio!
Sig.ª Alving (dietro a lui, mettendogli le mani sulle spalle). Osvaldo, figlio mio, sei eccitato?
Osvaldo (volgendo il capo verso di lei). Per ciò che riguarda mio padre, vuoi dire?
Sig.ª Alving. Sì, il tuo sciagurato padre! Temo che l’impressione sia stata troppo forte per te.
Osvaldo. Cosa te lo fa supporre? Naturalmente ne fui sorpreso, e molto, ma in fondo, per me è lo stesso.
Sig.ª Alving (ritirando le mani). Lo stesso? Che tuo padre sia stato tanto sventurato, è lo stesso per te?
Osvaldo. Posso sentire della compassione per lui, come per ogni altro, ma....
Sig.ª Alving. Null’altro? Per tuo padre?
Osvaldo (con impazienza). Mio padre.... mio padre. Non ho mai saputo nulla di mio padre. Non ho ricordi di lui, cioè.... rammento che una volta mi fece vomitare!
Sig.ª Alving. È orribile! Guai a pensarci! E malgrado tutto, un figlio non deve amare il proprio padre?
Osvaldo. E quando questo padre non ha alcun titolo alla sua riconoscenza? Quando il figlio non l’ha mai conosciuto? E tu, così saggia, così ragionevole in tutto il resto, ubbidiresti a questo vecchio pregiudizio?
Sig.ª Alving. Non sarebbe che un pregiudizio?...
Osvaldo. Sì, mamma, puoi convenirne. È una di quelle idee correnti, che il mondo ammette senza controllare, e....
Sig.ª Alving (colpita). Degli spettri!
Osvaldo (attraversando la scena). Sì, puoi ben chiamarli così!
Sig.ª Alving (con calore). Osvaldo!... Allora.... tu non ami più neppure me?
Osvaldo. In ogni caso tu.... io ti conosco.
Sig.ª Alving. Mi conosci; ma.... sta qui tutto?
Osvaldo. E so quanto tu mi ami; devo pure essertene riconoscente! Eppoi.... ora che son malato tu mi puoi essere d’immensa utilità.
Sig.ª Alving. Sì, nevvero, Osvaldo? Oh, sono pronta a benedire la tua malattia, che ti ricondusse presso di me! Poichè, lo capisco benissimo, io non ti posseggo, ma.... devo conquistarti.
Osvaldo (con impazienza). Sì, sì, sì, tutte parole belle e buone. Non devi dimenticare, mamma, ch’io sono un uomo malato. Non posso occuparmi degli altri, ho tanto da pensare per me stesso!
Sig.ª Alving (con dolcezza). Saprò esser paziente.
Osvaldo. E allegra, mamma!
Sig.ª Alving. Sì, figlio mio, hai ragione. Dimmi, ci son finalmente riuscita a toglierti tutto ciò che ti tormentava, rimpianti e rimorsi?
Osvaldo. Sì, ci sei riuscita. Ma adesso chi mi libererà dall’angoscia?
Sig.ª Alving. Dall’angoscia?
Osvaldo (attraversando la scena). Regina, con una buona parola l’avrebbe ottenuto!
Sig.ª Alving. Perchè parli d’angoscia e di Regina?
Osvaldo. È molto inoltrata la notte, mamma?
Sig.ª Alving. Sta per spuntare il giorno, (va a guardare attraverso le invetriate della serra) Ecco l’alba che imporpora le cime delle montagne. Avremo bel tempo, Osvaldo! Fra pochi momenti potrai vedere il sole.
Osvaldo. Come ne godo! Ci sono tante cose che possono rallegrarmi e che mi invitano a vivere....
Sig.ª Alving. Eh! lo credo bene!
Osvaldo. Anche se non posso lavorare....
Sig.ª Alving. Presto presto, figlio mio, potrai rimetterti al lavoro, poichè ora non sei tormentato più da pensieri tristi e scoraggianti....
Osvaldo. Che fortuna, che tu abbia dissipate tutte quelle fosche imagini. Ed ora che potei varcare.... quel passo.... (si siede sul divano) chiacchiereremo un po’ assieme, mamma.
Sig.ª Alving. Benissimo. (essa avvicina una seggiola al divano, e gli siede accanto)
Osvaldo. E poi spunta il sole.... e poi tu sai tutto.... e poi.... l’angoscia è finita.
Sig.ª Alving. Io so tutto? Che vuoi tu dire?
Osvaldo (senz’ascoltarla). Mamma, non dicevi questa sera, che non c’è al mondo cosa alcuna che tu non faresti per me, s’io te ne pregassi?
Sig.ª Alving. Sì, è vero.
Osvaldo. E lo dici ancora, mamma?
Sig.ª Alving. Puoi calcolarci, figlio mio adorato. Che cosa ho io su questa terra, tranne te?
Osvaldo. Sì, sì. Allora ascoltami. Mamma, tu hai l’anima forte, lo so; ebbene, devi restartene quieta quieta ed ascoltarmi senza interrompermi....
Sig.ª Alving. Che c’è di tanto solenne?...
Osvaldo. Ricordati che non devi dare in esclamazioni; me lo prometti? Vogliamo discorrere tranquillamente e pian piano. Me lo prometti?
Sig.ª Alving. Sì, sì, te lo prometto. Ma parla!
Osvaldo. Ebbene, allora bisogna che tu sappia che questa stanchezza.... eppoi questo stato in cui il pensiero del lavoro mi è insopportabile, non costituisce la malattia stessa....
Sig.ª Alving. E questa malattia?...
Osvaldo. Questa malattia che mi è toccata per eredità, è.... (posa il dito sulla fronte, ed aggiunge a bassa voce:) È qui dentro.
Sig.ª Alving (quasi afona). Osvaldo!... No.... no!
Osvaldo. Non gridare! Non posso tollerarlo!... Sì, mamma, essa è là, alla vedetta, e può scoppiare in qualunque istante.
Sig.ª Alving. Ah! è orribile!...
Osvaldo. Sta tranquilla, ti prego. Ecco dunque a che ne sono....
Sig.ª Alving (scattando). Tutto ciò è falso, Osvaldo! È impossibile, non può essere!
Osvaldo. Laggiù n’ebbi un accesso, è passato presto; ma poi fui seguito, tormentato, torturato dall’angoscia; e sono corso qui.... presso di te, più presto che mi fu possibile.
Sig.ª Alving. Per ciò adunque l’angoscia!...
Osvaldo. Sì, è un orrore indicibile, sai. Ah! se non si trattasse che d’una malattia mortale qualunque! Perchè io non ho una gran paura di morire.... eppure.... mi piacerebbe vivere il più a lungo possibile.
Sig.ª Alving. Sì, sì, Osvaldo, e così sarà!
Osvaldo. Ma in questa malattia, c’è qualche cosa di così tremendo! Ritornare quasi allo stato di bimbo; aver bisogno d’esser nutrito.... aver bisogno.... Non ci sono parole per esprimere quanto soffro.
Sig.ª Alving. Il bimbo ha la madre che lo cura.
Osvaldo (scattando). No, mai! È appunto ciò che non voglio! Non ci tengo all’idea di restare in tale stato per degli anni.... forse invecchiare, incanutire.... In questo frattempo tu potresti morire e lasciarmi solo. (si siede sulla seggiola della signora Alving) Poichè.... tale malattia non produce necessariamente una morte immediata, disse il medico. Pretende che è il cervello che si rammollisce.... una specie di rammollimento cerebrale, o qualche cosa di simile (con un sorriso amaro) Mi pare che l’espressione suoni armoniosamente. E sono spinto ognora a rappresentarmi alla mente dei drappeggi di velluto di seta, delle tinte rosse.... qualche cosa di delicato da accarezzare....
Sig.ª Alving (gridando). Osvaldo!
Osvaldo (alzandosi di scatto ed attraversando la scena). E tu m’hai tolto Regina! Perchè non è qua? Se ci fosse, sarebbe già accorsa in mio aiuto.
Sig.ª Alving (avvicinandoglisi). Che intendi dire, mio diletto? C’è qualche soccorso ch’io non sia disposta ad offrirti a costo della mia vita?
Osvaldo. Quando dopo l’accesso di laggiù, io ebbi ripreso il senno, il medico mi disse, che se tale caso dovesse ripetersi — e sento che si ripeterà — non ci sarebbe più speranza.
Sig.ª Alving. Ebbe il coraggio di dirti questo!
Osvaldo. Io l’ho costretto! Gli dissi, che dovevo pigliare certe disposizioni.... (con un sorriso maligno) Ed era vero! (dalla saccoccia interna del suo vestito egli leva una scatoletta) Mamma, vedi tu ciò?
Sig.ª Alving. Che cos’è?
Osvaldo. Delle polveri di morfina.
Sig. Alving (guardandolo spaventata). Osvaldo!.. figlio mio!
Osvaldo. Sono riuscito a raccoglierne dodici cartine.
Sig.ª Alving. (tentando di afferrare la scatola). Dammi quella scatola Osvaldo!
Osvaldo. Non ancora, mamma. (rimette la scatola in saccoccia)
Sig.ª Alving. Io non sopravviverò a questo colpo.
Osvaldo. Vi si può sopravvivere. Se avessi qui Regina, le manifesterei la mia decisione.... e reclamerei da essa quest’ultimo servigio. Ella, ne son certo, non mi ricuserebbe il suo aiuto.
Sig.ª Alving. Mai!
Osvaldo. Se l’accesso mi avesse colpito in sua presenza, e mi avesse visto soffrire, più debole d’un bambino, impotente, miserabile, senza speranza... senza una salvezza possibile...
Sig.ª Alving. Regina non avrebbe mai acconsentito....
Osvaldo. Regina non avrebbe esitato a lungo. Regina aveva il cuore così adorabilmente leggero. Si sarebbe stancata ben presto di curare un malato come son io.
Sig.ª Alving. In tal caso, Dio sia lodato, che Regina è partita.
Osvaldo. Sì, mamma, così ora spetta a te di soccorrermi.
Sig.ª Alving (mandando un grido). Io?
Osvaldo. E chi dunque se non te?
Sig.ª Alving. Io, tua madre?
Osvaldo. Appunto.
Sig.ª Alving. Io che t’ho data la vita?
Osvaldo. Che non ti avevo domandata. E quale vita mi desti tu? Non la voglio! Riprenditela!
Sig.ª Alving. Aiuto, aiuto! (fugge nel vestibolo)
Osvaldo (correndole dietro). Non lasciarmi! Dove vai?
Sig.ª Alving (nel vestibolo). A chiamare il medico, Osvaldo! Lasciami uscire!
Osvaldo (raggiungendola). Tu non escirai, e nessuno deve entrare qui dentro! (chiude a chiave)
Sig.ª Alving. (rientrando). Osvaldo, Osvaldo.... figlio mio!...
Osvaldo (seguendola). È un cuore di madre il tuo.... puoi resistere alla mia angoscia senza nome?
Sig.ª Alving (dopo un istante di silenzio, con voce strozzata). Ecco la mia mano!
Osvaldo. Dunque, sì?
Sig.ª Alving. Se ciò è necessario. Ma no, questo non accadrà. È impossibile, impossibilissimo!
Osvaldo. Speriamolo; e cerchiamo di vivere assieme finchè lo potremo. Grazie, mamma. (Si siede sulla seggiola che la signora Alving avvicinò al divano. Spunta il giorno; sulla tavola la lampada continua ad ardere).
Sig.ª Alving. (avvicinandosi dolcemente). Ti senti più calmo ora?
Osvaldo. Sì.
Sig.ª Alving. (china su lui). Non fu che un brutto scherzo della tua immaginazione, pura immaginazione. Tutte queste scosse ti hanno eccitato. Ora, mio diletto figlio, bisogna che tu ti riposi qui, presso tua madre! Avrai tutto quello che desideri, come quando eri piccino, piccino.... Vedi, l’accesso è finito. Ah! lo sapevo.... Guarda, guarda Osvaldo, che bella giornata, che sole brillante! Così ti sentirai bene anche a casa tua!
(S’avvicina alla tavola e spegne la lampada. Sorge il sole. Al fondo del paesaggio le montagne e le pianure risplendono illuminate dai raggi del mattino).
Osvaldo (immobile nel suo seggiolone, volge le spalle al fondo della scena; ad un tratto pronuncia queste parole:) Mamma, dammi il sole.
Sig.ª Alving. (presso la tavola, lo guarda spaventata). Che dici?
Osvaldo (ripetendo con voce sorda ed afona:) Il sole.... il sole....
Sig.ª Alving (avvicinandoglisi). Osvaldo, che hai?
Osvaldo (si abbandona nel seggiolone, tutti i suoi muscoli si tendono; il volto è senza espressione; gli occhi, spenti, fissano il vuoto).
Sig.ª Alving (tremante per lo spavento). Cosa vuol dire? (gridando) Osvaldo, che hai? (si precipita in ginocchio innanzi a lui, e lo scuote) Osvaldo! Osvaldo! Guardami! Non mi conosci?
Osvaldo (colla medesima voce afona). Il sole.... il sole....
Sig.ª Alving (si alza di scatto, disperata, colle mani nei capelli, gridando:) Non ci resisto! (a voce bassa, come irrigidita) Non ci resisto, no, no! Mai! (ad un tratto) Ma dove sono quelli...? (cerca rapidamente nella saccoccia d’Osvaldo) Ecco! (indietreggia di qualche passo e grida:) No, no, no! Sì! No! No! (colle mani nei capelli, si ferma a qualche passo di distanza da suo figlio, e lo fissa con uno spavento muto)
Osvaldo (sempre immobile nel suo seggiolone). Il sole.... il sole....
FINE.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.