CAPITOLO LVII.
Considerazioni intorno al carattere ed alle rivoluzioni del quattordicesimo secolo.
Abbiamo guidati i nostri lettori fino alla fine dei XIV secolo, in quest'importante periodo facendoci una costante legge di tener dietro non solo alle rivoluzioni dei diversi popoli dell'Italia, ma ancora alla generale politica dell'Europa, ed ai rapporti di tutte le nazioni d'oltremonti cogl'Italiani. Chiederemo adesso licenza ai lettori, come abbiamo chiesto in fine del precedente secolo, di trattenerci alquanto con noi per dare un'occhiata allo spazio percorso.
Queste considerazioni sui decorsi tempi non ci saranno cagione di perfetta soddisfazione. Grandi imprese si condussero a fine in questo secolo da uomini sommi che si presentano sulla scena; grandi virtù, grandi delitti, ed in particolar modo un grande sviluppamento dell'umano ingegno occuparono alternativamente la nostra attenzione. Per altro un solo pensiero non si vede riempire ed animare tutti gli spiriti; nè si sente che le rivoluzioni degli stati e le passioni degli uomini tendano verso un solo scopo; ed il secolo per avventura più ricco d'Italia in grandi scrittori, in pensatori profondi, in uomini d'ogni maniera grandissimi, non ha un determinato carattere. Non è già così che si presentano alla nostra memoria gli uomini del secolo dodicesimo e tredicesimo, con quella loro energia di libertà, con quell'ardente desiderio di possanza e di gloria. La storia di tutte le città era in allora quasi la medesima, la vita d'ogni uomo rassomigliava in allora alla vita del suo concittadino, non per un eguale riposo, ma per una attività della stessa natura; tutti tendevano con forza allo stesso scopo, tutti rapidamente avanzavano sulla stessa via, e l'intera nazione aveva un grande carattere, non già solamente perchè contava molti egregi uomini, ma perchè ogni uomo, dal più grande fino al più oscuro, aveva ricevuto dalla natura una doviziosa eredità.
Nel secolo quattordicesimo gl'individui si staccano molto più dalla folla, e richiamando sopra di sè l'universale attenzione la signoreggiano colle loro grandi intraprese, col loro ingegno, coi loro delitti; ma intanto la nazione, cui appartengono, non si vede avanzare di pari passo, e mentre essi risplendono come fuochi erranti e s'aggirano per ogni lato, i varj popoli, cui dovrebbero servire di guida, si smarriscono ne' tortuosi sentieri della politica, s'avanzano e ritrocedono, e mentre alcuni tendono alla libertà, altri s'accostano al dispotismo: l'immoralità e la religione, la superstizione e la filosofia, il coraggio e la pusillanimità, sono dominanti a vicenda, onde giunti al fine dell'intero secolo mal saprebbesi dire quali progressi siansi fatti.
I primi capi d'opera della lingua italiana appartengono al quattordicesimo secolo; ella nacque, per così dire, con lui, ed il poema di Dante cominciò nel primo anno del secolo: il Petrarca ed il Boccaccio, ed altri gentili poeti di minor nome appartengono interamente a questo secolo[1]. Pure la recente scuola perde tutt'ad un tratto la sua fecondità; la letteratura italiana si ferma, l'invenzione pare proscritta, l'immaginazione viene incatenata dall'erudizione, nojosi copisti subentrano ai poeti originali, e non sanno produrre che sonetti, canzoni e fredde allegorie modellate sui trionfi del Petrarca; la difficoltà del metro da loro adoperato agghiaccia ogni ispirazione, il pensiere ricusa d'annicchiarsi nell'angusta periferia cui vuole ridursi, niuno tratta la poesia epica o drammatica, e coloro che si occupano della lirica, non hanno nè immaginazione, nè entusiasmo, nè sensibilità. Finalmente le muse italiane ammutoliscono affatto, ed in sul declinare del secolo più omai non rimane un solo ingegno che onori la lingua volgare, che di già esaurita e corrotta deve dormire un altro secolo prima che venga richiamata a creare nuove cose.
L'antichità era stata scoperta; e compresi da santo rispetto per la medesima gl'Italiani tentarono di farle occupare il posto de' tempi presenti. Lo studio delle lingue morte aveva tutt'ad un tratto sospesa la vita presso una nazione così proclive a prendere nuove forme. Coll'idioma de' passati secoli, e ponendosi a lato agli estinti, si pretese di acquistar gloria; come se l'inspirazione potesse giammai animare una lingua che non risuonò mai in fondo del cuore nella intimità delle domestiche relazioni, una lingua che il figlio non udì uscir dalla bocca della madre, l'amante da quella dell'amica; una lingua che non eccita la commozione del popolo, e che non può sollevare, nè affascinare la moltitudine. Molti uomini di alto ingegno impararono a pensare, a sentire, a parlare come Cicerone, Tito Livio e Virgilio. Ottennero di apparire ombre dei corpi dell'antichità; ma i presenti tempi non erano che l'immagine d'un passato che invano cercavasi di richiamare; e questa vita di riverbero, ove nulla poteva sentirsi di spontaneo, aveva la triste freddezza della morte ch'ella imitava[2].
Questo zelo dell'erudizione ebbe se non altro il vantaggio di raccogliere i ricchi monumenti dell'antichità, che fino a tale epoca erano rimasti affatto negletti. L'arte di fabbricare la carta, che sembra essersi inventata a Fabriano, nella Marca d'Ancona, in sul finire del precedente secolo[3], permise di moltiplicare le copie de' preziosi manoscritti; Roberto, re di Napoli, il marchese d'Este, Giovanni Galeazzo, duca di Milano, Lodovico Gonzaga, Pandolfo Malatesta, ed alcuni altri sovrani raccolsero con enorme spesa libri d'ogni sorta, accordando a tutti i dotti l'uso de' medesimi. I privati imitarono la loro magnificenza, e l'Italia possedette in breve più biblioteche che tutta l'Europa.
Lo zelo esagerato e pedantesco della erudizione non poteva riuscire vantaggioso alla letteratura; ma era forse necessario agli avanzamenti di altri studj, e gl'Italiani in questo secolo sostennero la gloria delle loro università con i dotti lavori de' loro teologi[4], de' canonisti[5], de' giurisperiti[6]. Fu già un tempo nel quale i nomi di Giovanni d'Andrea, di Bartolo e di Baldo sembravano consacrati ad un'eterna celebrità; ma l'erudizione non può dare che una gloria passaggiera: il solo genio, e non l'immensità del sapere, può solo rendere le opere degli uomini trionfatrici del tempo.
Ad eccezione del Poema di Dante, dei Sonetti del Petrarca e delle Novelle del Boccaccio, verun'altra opera di questo secolo è conosciuta dalla comune dei lettori. Gli è dunque meno nelle scritture che nelle azioni che cercare dobbiamo il carattere degli uomini di questo periodo di tempo. Nel corso di questa storia ci siamo proposti di legare gli avvenimenti gli uni cogli altri, dando loro un centro di comune interesse e movimento. Mi sono perciò studiato di schivare le transizioni troppo subitanee dalla storia d'un popolo a quella d'un altro, e mi sono preso quasi sempre la penosa cura di trovare il rapporto ed il punto d'unione che lega quegli avvenimenti che al primo aspetto sembrano isolati. Non pertanto mi è pur forza di confessarlo, deve rimanere ancora qualche confusione nella mente del lettore travolto fra mille narrazioni che s'incrocicchiano. Per disporre con ordine le nostre ricordanze tentiamo di seguire le rivoluzioni di un secolo in tutti gli stati ond'era in allora divisa l'Italia, e cerchiamo in pari tempo di vedere cosa essi fossero e cosa diventarono.
L'autorità imperiale, ristaurata in Germania dall'ingegno e dall'energia di Rodolfo d'Apsburgo, e da suo figliuolo Alberto, non si era di nuovo stesa fino all'Italia. Enrico di Lussemburgo tentò di fare in principio del secolo ciò che la casa d'Austria non aveva fatto; portò le vittoriose sue armi a traverso la Lombardia, fece sentire al Piemonte, al Milanese, alla Marca Trivigiana un'autorità già da molto tempo trascurata o disprezzata, lottò con gloria in Toscana contro la non meno gloriosa resistenza della repubblica fiorentina, cinse a Roma la corona imperiale, malgrado il potente avversario che voleva vietargli l'ingresso in quella capitale, mostrossi non meno grande nella povertà e nella privazione, che in mezzo alle vittorie, e l'immatura sua morte fu forse il solo ostacolo che si opponesse al suo progetto di unire con saldi legami l'Italia all'impero germanico.
Ma dopo la morte di questo principe passò lungo tempo prima che un uomo degno di succedergli salisse sul trono imperiale. La guerra civile tra Luigi di Baviera e Federico d'Austria contribuì forse meno a distruggere l'autorità del monarca in Italia, che l'incoerente, l'ingrato ed avido contegno di Luigi, dopo ch'ebbe trionfato di Federico. I discendenti di Enrico VII, che occuparono in appresso il trono, pare che andassero di generazione in generazione perdendo alcuna delle virtù o delle qualità di questo gran principe, finchè caddero in una assoluta nullità. Suo figliuolo Giovanni, re di Boemia, non aveva avuto in retaggio che il suo valore cavalleresco, la sua attività, la sua lealtà; mentre l'incostanza di Giovanni nel proseguimento de' vasti progetti, che appena ideati abbandonava, doveva rovesciare la sua autorità colla celerità medesima con cui era stata innalzata dalla sua attività. Carlo IV, suo figliuolo, imperatore dopo Luigi di Baviera, era inferiore non meno al padre che all'avo. Timido, egoista, avaro, corse due volte l'Italia piuttosto come mercante che come sovrano, e due volte si espose ad affronti, di cui in appresso vendeva il perdono, ivi dove i suoi antenati avevano colti degli allori. Pose all'incanto l'onore dell'impero e il suo, e sagrificò gli antichi amici di sua famiglia e la prosperità delle città, che gli si erano mostrate più affezionate. Wencislao, suo figliuolo, mostrò che si poteva scendere anche più a basso, e degenerare ancora da così fatto padre. Probabilmente per altro la sua vita oziosa e dissoluta avrebbe in Italia recato minore pregiudizio all'onore della corona, che i viaggi di Carlo IV, perchè veniva volentieri dimenticato un uomo che non ricordavasi d'alcuno; ma l'impazienza e la rivoluzione della Germania risvegliarono l'attenzione del pubblico, e Wencislao colla vergognosa sua caduta dal trono imperiale diede a conoscere tutto il disprezzo che meritava.
E per tal modo in sul declinare del XIV secolo l'autorità degl'imperatori in Italia, era nulla, come nulla era stata nel principio dello stesso secolo. Le campagne d'Enrico VII, di Lodovico il Bavaro e di Carlo IV non avevano loro procurata che un'efimera conquista; e se pure ravvisavasi qualche differenza nella posizione dell'impero in queste due epoche, stava tutta nella disposizione dei popoli. Eransi questi liberati da tutte le illusioni; avevano affatto perduto l'antico loro rispetto pel nome di monarca e spezzato ogni legame d'affetto e di partito; perciocchè sebbene le fazioni guelfa e ghibellina non avessero per anco deposti gli antichi odj, e dovessero bentosto azzuffarsi di nuovo, eransi totalmente svincolate dagl'interessi dell'impero e della chiesa. Niuno si maravigliò vedendo l'imperatore Roberto alleato dei Guelfi di Firenze e di Padova per fare la guerra ai Ghibellini di Lombardia; ma la mala riuscita di questa spedizione fece apertamente conoscere quanto fosse debole l'impero anche quando era governato da un savio e coraggioso principe.
La rivoluzione d'un secolo aveva portati ancora più notabili cambiamenti nella potenza del papa. In sul finire del XIII secolo Bonifacio VIII era tuttavia un potente sovrano in Italia, un pontefice ubbidito e temuto da tutti i Cristiani. Bonifacio IX alla fine del XIV secolo aveva omai perduta ogni temporale e spirituale autorità. Ma questo periodo era stato per la Chiesa insignito da una lunga serie di calamità, ed è cosa maravigliosa, non già il vederla caduta in così basso stato, ma bensì che tali avvenimenti non l'abbiano privata d'ogni considerazione e potenza. Gli oltraggi cui Bonifacio VIII fu esposto nel 1303, e la violenta sua morte, sembravano presagire ciò che la dignità papale soffrire doveva in questo secolo. Quando Clemente V rinunciò alla naturale sua residenza ed acconsentì di starsi in qualità d'ostaggio tra le mani di un re, cui davasi colpa d'aver fatti morire i due suoi predecessori, si spogliò nello stesso tempo dell'autorità che veniva accordata prima di tale epoca al comun padre de' Cristiani, e della sovranità che i successori di san Pietro avevano lentamente innalzata colla loro politica. Mentre il capo dei fedeli abbassavasi fino ad essere lo strumento ed il ludibrio di una corte ambiziosa e dissimulatrice, mentre dimenticava nella sensualità e ne' piaceri le lezioni di morale dovute ai Cristiani, mentre la pompa della sua corte non era che un velo del suo real servigio, mentre le sue ricchezze ne accusavano la simoniaca venalità, gli abitanti di Roma e degli stati della Chiesa scuotevano l'autorità dei legati e de' vicarj mandati da Avignone per governarli. Gli uni riacquistavano la libertà, o una burrascosa indipendenza; altri si assoggettavano a nuovi padroni, ma a padroni guerrieri scelti da loro medesimi; e tutti omai si vergognavano di ubbidire a deboli preti, mandatarj di un pontefice che più non meritava rispetto[7].
I papi, dopo avere col lungo loro soggiorno in Francia cagionata la rivoluzione de' loro stati, non rinunciarono perciò alla sovranità che avevano in Italia; che anzi, trovandosi colla loro corte al sicuro da ogni sinistro avvenimento, e non vedendo i mali del popoli ch'essi esponevano alla guerra, ponevano ogni cura nel ricuperare la perduta autorità con una perseveranza ed un egoismo non comune agli altri governi. Eterne erano le guerre ch'essi suscitavano in Italia, perchè giammai essi non potevano essere compiutamente vinti, nè mai prendevano bastanti misure per vincere, nè mai erano abbastanza commossi dai patimenti dei popoli per metter fine all'effusione del sangue. Gli altri sovrani cercavano la pace dopo alcune disfatte, sia perchè temevano per la loro medesima residenza, sia perchè la perdita di parte de' loro stati li privava delle entrate necessarie al mantenimento delle armate. Ma i papi per fare la guerra ritraevano le loro entrate da tutta la Cristianità; e le disfatte che soffrivano, loro somministravano pretesti per imporre nuove decime o contribuzioni sul clero. I tesori che in tal modo raccoglievano in tutta l'Europa, venivano in parte dissipati dalle prodigalità della lor corte, ed i suoi generali, lasciati senza danaro, perdevano tutt'ad un tratto i vantaggi che avevano acquistati. Quando ancora avessero potuto terminare la guerra, la riaccendevano a bella posta per saziare con nuovi sussidj del clero l'avidità de' cortigiani.
Giovanni XXII, successore di Clemente V, fu quello che diede cominciamento alle lunghe guerre della Chiesa in Italia. Per servire Roberto, re di Napoli, di cui era creatura, nel 1317, attaccò i Visconti; e dopo tale epoca fino alla fine del secolo la guerra tra la Chiesa ed i signori di Milano non ebbe che brevi intervalli di tregue. Pochi anni dopo, lo stesso papa dichiarossi nemico di Lodovico di Baviera; ed in sull'esempio de' suoi predecessori, rifiutò fino alla morte di questo monarca ogni progetto di pace e qualunque atto di sommissione del suo avversario.
Finalmente Giovanni XXII diede principio ad una terza guerra, non più contro stranieri sovrani, ma contro i proprj stati. Spedì il legato Bertrando del Pogetto per ispogliare de' loro privilegi i popoli che dipendevano dall'abituale signoria della Chiesa, per abbassare l'indipendenza dei grandi, e scacciare dalle loro signorie i vicarj pontificj. Questa terza guerra non fu meno lunga delle altre. In sul declinare del 14.º secolo il papa combatteva ancora contro i feudatarj ribelli, e lo stato della Chiesa non era nè più sottomesso, nè più indipendente di quello che lo fosse settanta anni avanti quando cominciò questa guerra; era solamente più spopolato e più povero.
In tempo di queste lunghe ostilità la Chiesa ottenne in due diverse epoche brillanti successi, de' quali andava debitrice ai due legati Bertrando del Pogetto ed Egidio Albornoz, che nella distanza di venticinque anni l'uno dall'altro ricuperarono quasi tutto il patrimonio ecclesiastico. Due gloriosi periodi contò pure il partito del popolo, l'amministrazione di Cola da Rienzo in Roma, e la guerra della lega della libertà intrapresa sotto la protezione de' Fiorentini. Ma le conquiste dei legati erano in breve perdute per l'incapacità de' loro successori, o per l'intempestiva avarizia della corte, siccome i privilegi ricuperati dalle città venivano bentosto o abbandonati per l'incostanza de' popoli, o invasi da nuovi usurpatori, non sapendo nè il partito della Chiesa, nè quello della libertà fare durevoli conquiste.
Questa guerra mutò carattere all'epoca del grande scisma l'anno 1378. Uno dei pontefici soggiornò in Italia, e trovossi tra le mani de' suoi sudditi, dai quali i suoi predecessori eransi costantemente tenuti lontani; stabilì la sua dimora a portata de' suoi nemici che fu costretto di accarezzare; e venne privato della maggior parte delle sue entrate, che i suoi predecessori ritraevano dal rimanente dell'Europa; finalmente si trovò pure spogliato di quella considerazione in addietro attaccata al suo carattere. L'inconseguenza d'Urbano VI, e le accuse fattegli dal suo rivale d'Avignone, lo avevano renduto un oggetto di scandalo per la Cristianità. Se a quest'epoca la lega delle città avesse voluto valersi della sua superiorità, avrebbe distrutta l'autorità temporale dei successori di san Pietro. Quando le città non ebbero più timore del papa, nuovi signori, sorti nelle medesime, cercarono la sua alleanza, e Bonifacio IX regnò sotto la protezione dei Malatesti.
Alla terza monarchia d'Italia, al regno di Napoli, funestissima riuscì pure la rivoluzione del quattordicesimo secolo. Sotto i primi principi della casa d'Angiò pareva che questa grande e ricca sovranità dovesse stendersi su tutta la penisola ed in cambio i suoi successori la lasciarono ruinare. Ella più non aggiugneva verun peso alla bilancia politica; più non sapeva resistere ad alcun nemico; e le più belle province dell'Europa omai non erano che un'arena in cui tutti gli ambiziosi e gli avventurieri scendevano a combattere per rubarsi le spoglie dei popoli.
Le calamità che perseguitarono i figli del savio re Roberto, potrebbero rendere dubbiosa la tanto vantata prudenza di questo monarca. Si potrebbe accusarlo della cattiva educazione data a suo figliuolo il duca di Calabria, e dalla nipote la regina Giovanna, degli esempj di corruzione ond'era circondata questa principessa, e della dissolutezza di tutta la corte. Ma non è giusto di rimproverare ai re l'inevitabile disgrazia della loro situazione. I loro sforzi per ispirare virtuosi sentimenti ai figliuoli non possono giammai superare quelli de' cortigiani nell'insegnar loro il vizio. Questi non s'innalzano mai che lusingando le passioni de' loro padroni; ne guadagnano l'amicizia servendoli nelle loro debolezze, e, tutti pieni di questa speranza, osservano le loro prime inclinazioni per eccitarle, i primi loro desiderj per renderli soddisfatti. Perchè un principe resister possa a tanta seduzione conviene che sia dotato di una rarissima virtù, o che circostanze affatto straordinarie non lo lascino esposto ai lacci tesi alla sua inesperienza. Roberto ebbe ne' suoi figli la sorte comune dei re; tutta la casa di Angiò degradò costantemente di generazione in generazione. Il fondatore Carlo I riuniva solo le qualità tutte che innalzano e consolidano le monarchie. Era valoroso, attivo, risoluto; sapeva farsi amare dai soldati e temere dai popoli; la sua durezza trovava scusa nel fanatismo che l'accompagnava; la sua crudeltà verso i vinti veniva coperta dalle sue prodigalità a favore dei vincitori; la stessa sua politica pareva che andasse d'accordo co' suoi sentimenti, e fosse più ispirata che calcolata. Suo figliuolo, Carlo II, era più umano, più dolce, più benefico, ma possedeva in minor grado del padre le qualità per cui si regna. La sua carriera militare non fu luminosa, ed è perfino dubbioso il suo valore. Roberto poi era più effemminato del padre e dell'avo, ed andò debitore di quasi tutti i suoi prosperi avvenimenti, non al suo coraggio, ma ad una prudenza che si accostava alla dissimulazione. Il duca di Calabria, suo figliuolo, che morì prima di lui, era affatto perduto nelle dissolutezze, e la condotta tenuta in Firenze, quando vi fu chiamato a governarla, svelò apertamente la sua incapacità. Finalmente Giovanna, che cominciò coll'assassinio del marito una lunga serie di delitti e di debolezze, e che doveva terminarla con una vergognosa morte, era a quell'estremo di degradamento pervenuta, che è cagione della ruina delle case reali. Giovanna occupa, tra i discendenti di Carlo d'Angiò, lo stesso luogo che Wencislao tra quelli d'Enrico VII.
Dopo la guerra del re d'Ungheria, il regno di Napoli rimase costantemente in preda ai saccheggi, e le compagnie di ventura subentrarono ai semibarbari soldati del conquistatore. Più non rimanevano nè flotte, nè armate sotto gli ordini del sovrano, niuna stabile guarnigione nelle città, niuna ben conservata fortificazione, e quando alcuna città difendevasi contro gli aggressori, faceva uso delle proprie forze e non di quelle del governo. Le contribuzioni delle province levavansi quasi sempre da straniere armate, e se qualche rara volta giugnevano a Napoli, erano dalla corte dissipate nel lusso e ne' piaceri, onde il pubblico tesoro trovavasi sempre esausto. Per ultimo mentre la guerra guastava tutto il regno dai confini degli Abruzzi al Faro di Messina, la nazione perdeva ogni abitudine militare, e non interveniva alle battaglie che per essere spogliata: creduta incapace di ogni resistenza, nulla da lei esigevano nè i suoi padroni, nè i suoi nemici; essa medesima credeva che più non le restasse nè onore da perdere, nè carattere da conservare; erasi finalmente rassegnata alle sofferenze ed alla vergogna.
In tale stato ritrovò il regno Carlo III di Durazzo quando lo conquistò. Egli diede prove all'istante dell'educazione guerriera che aveva ricevuta in Ungheria. I suoi costumi, il suo carattere niente avevano di comune con quelli dei mariti e degli amanti della regina, che avevano prima di lui governato il regno. In poco tempo vi ristabilì la pace nell'interno, e l'avrebbe ancora bentosto reso rispettabile anche al di fuori, se la sua spedizione in Ungheria e l'immatura sua morte, non avessero impedita l'esecuzione de' suoi progetti. Dopo di lui ricominciò l'anarchia, ed alle cagioni di ruina che precedettero il suo regno s'aggiunsero la guerra civile tra le due case di Durazzo e d'Angiò, e la minorità dei due pretendenti al trono.
Durante lo stesso periodo, nuovi principi avevano cercato di acquistare in Italia quell'autorità che gl'imperatori, i papi ed i re di Napoli andavano ogni giorno perdendo. La casa della Scala a Verona e quella de' Visconti a Milano, hanno potuto lusingarsi di condurre a termine questo progetto, e l'una e l'altra portarono alcun tempo le loro speranze fino alla corona d'Italia.
La casa della Scala fu la prima a formare così ambiziosi disegni, che nutrì in tutta la prima metà del secolo, e due volte, sotto Can Grande e sotto Mastino II, fece tremare l'Italia per la sua libertà.
Tra le nuove case che non possedevano feudi ereditarj, e coi maneggi sollevate si erano ad una sovranità che chiamavasi ancora tirannide, la casa della Scala era la più antica. Fino dal 1260 era succeduta alla potenza che il feroce Ezelino aveva in Verona, e da quell'epoca questa città ubbidì alla sua famiglia fino presso agli ultimi anni del quattordicesimo secolo. Ne' tempi in cui l'ambizione di Roberto, re di Napoli, e l'implacabile odio di Giovanni XXII, muovevano acerba guerra a tutti i Ghibellini, questa fazione rimasta priva di protettori per la rivalità dei due imperatori eletti, scelse per suo capo Cane della Scala, chiamato il grande. Colla sua abilità e collo straordinario suo coraggio fece Cane prosperare le armi ghibelline, ed in pochi anni occupò Padova, Vicenza, Treviso, e gran parte della Marca Trivigiana. Egli fu il solo del suo partito che non isperimentasse l'ingratitudine di Luigi di Baviera, e di già soprastava in ricchezze ed in potenza a tutti gli altri signori italiani, quando morì nel vigore dell'età, in mezzo alle sue conquiste. Mastino secondo, suo nipote, che gli successe nella signoria, lo pareggiò in accortezza ed in coraggio, e fu più di lui ambizioso; onde alla forza delle armi aggiunse la frode e la mala fede. Le circostanze lo favorirono. Giovanni di Boemia, che era comparso in Italia come il liberatore dei popoli, parve che non accettasse la volontaria sommissione delle città che per renderle più facile preda di Mastino della Scala. Questi unì all'eredità di suo zio Brescia, Parma, Modena e Lucca: le sue entrate superavano quelle di quasi tutti i sovrani d'Europa, e sembrava vicino l'istante da lui destinato a cingersi il diadema reale che aveva di già fatto apparecchiare. Ma il coraggio e l'energia de' Fiorentini fecero argine alle sue conquiste: sollevarono contro di lui Venezia e tutta la Lombardia; fecero ribellare Padova, conquistarono Treviso e Brescia, e non accordarono la pace a Mastino, che quando ebbe cessato d'essere formidabile.
In fatti, dopo la pace, Mastino, obbligato dalla rivoluzione di Parma a vendere ancora la signoria di Lucca, vide egli medesimo l'abbassamento della sua famiglia. Dopo la di lui morte i suoi figliuoli più non ebbero influenza in Italia, e se ottennero qualche celebrità non la dovettero che ai loro delitti. Si videro i due minori far assassinare il primogenito, cospirare in appresso l'uno contro l'altro, ed il più debole, tratto in prigione, esservi strozzato, dopo alcuni anni, per ordine del fratello che voleva assicurare ai proprj bastardi la paterna eredità. I medesimi delitti si rinnovarono nella seguente generazione. Un fratello, per regnare solo, fece uccidere l'altro, ma l'assassino scontò la pena dovuta a questa colpevole stirpe, quando, spogliato de' suoi stati da Giovan Galeazzo Visconti, fuggiasco, oppresso dalla miseria, morì di veleno.
La seconda casa che aspirò all'impero d'Italia, si rese egualmente odiosa con non minori delitti; ma più lungo tempo conservò i talenti ed alcune di quelle virtù che ingrandiscono e conservano gli stati. L'arcivescovo Ottone aveva il primo, in sul declinare del precedente secolo, innalzata la dinastia de' Visconti alla sovranità di Milano; e quand'egli venne a morte nel 1295, trasmise il suo potere al nipote Matteo, cui gl'Italiani diedero il soprannome di grande. Questo signore fu uno de' più risoluti campioni del partito ghibellino in Italia, e de' più formidabili nemici dei papi. Sperimentò in principio del secolo la volubilità della fortuna, e suo figliuolo Galeazzo, che gli successe, fu, vent'anni dopo, vittima dell'ingratitudine di Lodovico il Bavaro. Ma i Visconti appresero nelle disgrazie a trovare in sè medesimi maggiori sussidi: Azzone, figlio di Galeazzo, allevato come il padre nella scuola dell'avversità, si mostrò più virtuoso che tutti gli altri principi della sua famiglia. Riebbe la signoria di Milano dall'imperatore medesimo che l'aveva tolta a suo padre, vi aggiunse varie altre città, che fino allora avevano ubbidito a parziali signori, e consolidò il suo dominio fondandolo sulla stabile base dell'amore dei popoli. Il regno d'Azzone fu veramente glorioso, poichè questo principe rese cari colle virtù i suoi talenti, e non ismentì la sua moderazione in mezzo alle conquiste.
In mezzo della sua gloriosa carriera Azzone morì inaspettatamente, ed i due suoi zii, Lucchino e Giovanni, che gli succedettero, non seppero, gli è vero, meritarsi l'affetto de' sudditi, ma loro non mancarono i suoi talenti ed il suo coraggio. Questa dinastia ebbe il rarissimo vantaggio d'avere consecutivamente sei capi egualmente distinti. Tutti dovettero lottare contro l'avversa fortuna, e l'arcivescovo Giovanni Visconti, che morì l'ultimo nel 1354 aveva appreso, come i suoi predecessori, a conoscere gli uomini quand'era perseguitato ed esiliato. Egli assoggettò al suo potere Genova, Bologna e gran parte della Lombardia; tentò d'invadere la Toscana e lo stato della Chiesa, e forse, più che verun altro principe del 14.º secolo, trovossi vicino ad ottenere la sovranità dell'Italia. Per altro egli risvegliò la diffidenza de' suoi vicini colla dissimulazione e colla perfidia assai più che colle conquiste, ed i vizj medesimi per mezzo de' quali credeva di vincere, preclusero la strada alle sue vittorie, ed opposero un argine insormontabile alla di lui grandezza.
L'arcivescovo Giovanni fu l'ultimo della famiglia Visconti ch'ebbe qualche magnanimità di carattere; ma la passione delle conquiste, l'insaziabile desiderio di estendere il suo dominio, passò nei suoi successori, che non avevano le più brillanti qualità del suo carattere. La casa Visconti fino al suo ultimo rampollo, mai non rinunciò a' progetti ideati dai primi suoi capi per assoggettarsi l'Italia; in ultimo adoperò le arti della debolezza invece della forza, la perfidia ed i maneggi piuttosto che le armi; ma mirò costantemente allo stesso scopo.
Barnabò, Galeazzo suo fratello, e Giovanni Galeazzo, figliuolo dell'ultimo, che tutta raccolse la loro eredità, erano uomini non meno timidi che ambiziosi, che si resero esosi ai loro sudditi colla crudeltà, coll'avarizia, colle gabelle, e ruinarono le soggette province colle continue guerre. Sotto di loro fu distrutto il commercio, abbandonate le manifatture, trascurata l'agricoltura medesima, e molte fertili campagne della Lombardia che promettono al lavoro così ricche ricompense, rimasero deserte. I guasti de' soldati, ed il peso delle imposte soffocarono ogni industria. Per altro Barnabò e Giovanni Galeazzo, così cattivi economi della fortuna de' loro popoli, sapevano mantenere l'ordine nell'amministrazione delle proprie finanze; e fu questa la causa principale de' loro prosperi avvenimenti. Essi hanno potuto in ogni tempo erogare nelle guerre più vasti redditi che tutti i loro avversarj, e gl'impiegarono con mano liberale nel ricompensare i fedeli servitori, nel tenersi affezionati i piccoli stati deditizj, in fine nel procurarsi partigiani e traditori ne' consigli de' lori vicini o de' loro nemici. Mentre non risparmiavano l'oro per giugnere alla meta della loro politica, prendevansi cura di non dissiparli con insensate prodigalità; perciò trovavansi apparecchiati alla guerra quando i loro avversarj avevano di già esaurite le proprie forze, e sentivansi pressochè sicuri della vittoria qualunque volta giugnevano ad acquistar tempo.
Finchè era vissuto Galeazzo ed avea diviso con Barnabò l'amministrazione degli affari, i suoi particolari vizj avevano ritardati i progressi delle armi di Barnabò, non conoscendo egli l'economia del fratello e del figliuolo: l'amore del fasto e di un'apparente grandezza distruggeva le reali sue forze; erogò prodigiose somme nell'innalzare sontuosi edificj; e fu prodigo de' suoi tesori per unire la sua famiglia per mezzo d'illustri matrimonj ai monarchi d'Europa. Ma quando Giovanni Galeazzo, suo figliuolo, dopo avere aggiunti ai proprj stati quelli di Barnabò, ebbe ristaurate le finanze, dilatò in tutti i sensi i limiti del suo dominio, ed avrebbe indubitatamente fatta schiava tutta l'Italia, che omai più non aveva forza per resistergli, se un'immatura morte non lo sorprendeva nel colmo del suo ingrandimento.
Tali furono nel quattordicesimo secolo le principali rivoluzioni della Lombardia, le quali non hanno potuto condursi a termine che colla ruina di molti piccoli principi o tiranni, che ne' primi tempi di questo periodo regnavano in ogni città. Eransi successivamente veduti i Ponzoni ed i Cavalcabò spogliati della sovranità di Cremona, i Tornielli di Novara, i Fisiraga di Lodi, i Maggi ed i Brusati di Brescia, i Langusco ed i Beccaria di Pavia, gli Scotti ed i Landi di Piacenza, i Pelavicini di san Donnino, i Correggi ed i Rossi di Parma, ed intorno allo stato de' Visconti omai non rimanevano signori indipendenti, che i conti di Savoja ed i marchesi di Monferrato a ponente, e dalla banda di levante i Gonzaga, successori dei Bonaccorsi, i marchesi d'Este di Ferrara, ed i Carrara di Padova.
Gli stati del papa, non meno che quelli della Lombardia, fertili di tiranni, avevano veduto nella medesima età sorgere e perire molte case sovrane. Quella dei Polenta a Ravenna erasi sola sottratta alle generali rivoluzioni, e da lungo tempo signoreggiava quella città senza merito e senza gloria, dimenticata dalla storia, come dai conquistatori che mai non l'attaccarono. Tale non era la sorte de' Malatesti, signori di Rimini: la fama del piccolo loro stato non era in verun modo proporzionata alla di lui estensione, popolazione, o ricchezze, ma bensì al numero de' grandi capitani usciti da questa sola famiglia, che tanta gloria procacciarono al nome de' Malatesti. Vero è che non si sottrassero al contagio della falsità e della perfidia; vizj comuni ai piccoli tiranni; vizj di cui la pubblica voce accusava specialmente i Romagnoli. Ma se talvolta rassomigliarono agli altri signori, mostrarono ancora le virtù che gli altri non avevano; innalzarono la loro riputazione al di sopra di tutti i principi del loro paese, e s'apparecchiarono per tal modo ad essere nel susseguente periodo i protettori delle scienze e delle arti.
Dopo avere riepilogate le rivoluzioni delle case principesche nel quattordicesimo secolo, vediamo adesso quale fu la sorte delle repubbliche. Venezia, la più antica e la più illustre, aveva data nuova forma al suo governo. Tutti i diritti del popolo erano stati trasmessi ad un consiglio, prima rappresentativo, e poco dopo ereditario. La nobiltà, sola sovrana dello stato, aveva con estrema gelosia allontanato il popolo da tutti i pubblici affari, e, non meno che del popolo, gelosa del capo della nazione, in ogni nuova elezione del doge aveva sempre più ristretti i limiti dell'autorità ducale. Una rigorosa aristocrazia amministrava la repubblica colle virtù dei grandi principi piuttosto che con quelle de' popoli liberi. Un'immutabile costanza ne' suoi progetti, una fermezza superiore ai più grandi rovesci, una saggia economia in mezzo a grandi ricchezze, un impenetrabile segreto, ed una politica non traviata dalle passioni, erano le distintive qualità del senato di Venezia. Ma presso di lui non vedevansi i generosi movimenti de' popoli liberi, la giusta indignazione contro la falsità, la clemenza verso il vinto nemico, il sagrificio de' proprj vantaggi alla speranza, e talvolta al lusinghiero sogno di un bene generale. La repubblica di Venezia, circondata da tiranni, lottava contro di loro colle loro armi.
Venezia non ebbe parte alle guerre eccitate da Enrico VII e da Lodovico di Baviera, e non cominciò ad immischiarsi negli affari del continente d'Italia, che quando Mastino della Scala dilatò i suoi confini fino alle lagune, e spinse ancora più in là le sue pretese. La repubblica si associò allora ai Fiorentini per umiliare questo signore, ma quand'ebbe conquistato Treviso, ristabiliti in Padova i Carrara, ed allontanati gli Scaligeri da' suoi confini, fece con questi la pace senza curarsi che i Fiorentini avessero il debito compenso.
Malgrado questa prima guerra continentale e l'acquisto di Treviso, i Veneziani non s'interessavano ancora che assai debolmente per quel paese che dal campanile di san Marco avevano sempre sotto gli occhi. Il mare era il loro elemento, ed oltre i suoi confini andavano essi a cercare alleati e nemici. Il commercio della Tartaria accese, circa nella metà del secolo, la guerra tra essi ed i Genovesi: era questa la terza ch'essi sostenevano contro quest'emula nazione; strascinarono nella medesima i Greci e gli Arragonesi, e fiumi di sangue furono versati dai due popoli sulle coste della Grecia e della Sardegna; ma parve che i Genovesi fossero in complesso i vincitori. Una guerra continentale tenne dietro immediatamente alla marittima, e fu ancora meno fortunata: gli Ungari privarono Venezia di tutta la Dalmazia.
Pareva che la repubblica si fosse rincorata in vent'anni di pace quasi costante, quando una rivoluzione, accaduta nell'impero greco, riaccese una quarta guerra marittima coi Genovesi. Le forze di Venezia si esaurirono intorno alle mura di Chiozza, e la pace di Torino privò Venezia di quanto possedeva nel continente d'Italia. Ma venuto a morte Luigi d'Ungheria, di cui ne avevano sperimentata la potenza, si vide in istato di rialzarsi. Allora si vendicò degli alleati di questo monarca, assecondando l'ambizione di Giovanni Galeazzo, invece di porvi ostacolo; ricuperò col di lui ajuto il territorio di Treviso, ed aspettò dallo spirito pubblico, e dal coraggio de' Fiorentini i sagrificj ch'ella doveva fare.
Allora sembrò che Venezia si allontanasse dalla sua consueta saviezza; ma la sua fortuna la servì meglio contro Giovanni Galeazzo, di quel che avrebbe potuto farlo la sua prudenza. Questo pericoloso vicino morì nell'istante in cui forse non poteva più essere vinto, ed i Veneziani si trovarono ne' primi anni del seguente secolo più potenti contro i suoi eredi, perchè non avevano consumate le loro forze contro di lui medesimo.
L'eterna rivale di Venezia, la repubblica di Genova, era animata da uno spirito affatto diverso, e sperimentava un'affatto diversa fortuna. I nobili di questo stato, non meno ambiziosi di quelli di Venezia, non avevano non pertanto pensato a stabilire nella loro patria una regolare aristocrazia, ma piuttosto ad esercitare sopra la medesima un'influenza oligarchica. Le loro fortezze, i loro vassalli, i numerosi loro clienti, loro ispiravano il sentimento delle proprie forze ed il desiderio dell'indipendenza. Sentivansi troppo forti isolatamente per voler essere confusi in un senato, ove l'individuo scompariva fa faccia all'universalità. L'ambizione non era la sola passione che turbasse la repubblica, che le gelosie ed i privati odj provocavano ogni giorno nuove guerre civili. Uomini di uguale carattere sorgevano tra i borghesi per essere loro rivali. Il governo in mezzo alle loro animosità ed alle loro zuffe non poteva acquistare stabilità, ed era forzato a cambiare ogni giorno partito, forma e piano di condotta. Le più violenti e repentine rivoluzioni toglievano alla repubblica l'influenza che avrebbe potuto acquistare sul rimanente dell'Italia, e la nazione consumava contro di sè medesima tutte le proprie forze. La sua popolazione, le sue ricchezze venivano distrutte dalla guerra civile; s'incenerivano i palazzi della capitale, si guastavano le campagne, ed il commercio era incagliato o distrutto. Ma questo popolo, che sembrava animato per la propria ruina, non lasciava di essere formidabile quando volgeva le sue forze contro esterni nemici. L'impetuoso valore de' Genovesi rimaneva vittorioso in ogni lotta a fronte della politica de' Veneziani.
In principio del quattordicesimo secolo una violenta guerra civile era stata calmata dalla venuta d'Enrico VII, e per la prima volta la repubblica si era sottomessa ad uno straniero sovrano. Dopo la morte d'Enrico VII un partito contrario a quello che lo aveva chiamato diede Genova in mano di Roberto, re di Napoli, ed una nuova guerra civile, una guerra che avrebbe potuto ruinare il più potente impero, ebbe origine da questo cambiamento. Genova in mezzo alle sue burrasche ricuperò la perduta indipendenza, ma nel 1339 una nuova lite successe alle antiche, il popolo scacciò i nobili, creduti cagione delle precedenti turbolenze; si diede un capo col titolo di doge, e sotto la di lui condotta mostrò un nuovo vigore.
Un fiorente commercio riparò ben tosto i disastri della guerra civile. I Genovesi fecero rispettare il nome latino sul mar Nero; posero in salvo contro i Greci l'indipendenza della loro colonia di Pera; umiliarono i Veneziani ed i Catalani nella terza guerra marittima: ma nel mezzo di questa guerra si lasciarono scoraggiare da una disfatta, da cui seppero rifarsi da sè stessi; sagrificarono per la terza volta la loro indipendenza sottomettendosi volontariamente all'arcivescovo Visconti, il più potente signore dell'Italia.
La loro sommissione era condizionata, ed i nipoti dell'arcivescovo, suoi successori, violando le condizioni del contratto, diedero giusto motivo ai Genovesi di sottrarsi alla loro dipendenza. Godettero alcun tempo moderatamente della ricuperata libertà, illustrarono la loro domestica pace con una gloriosa guerra in Cipro; ma poco dopo, strascinati nella guerra di Chiozza, provarono i rovesci prodotti dai loro prosperi avvenimenti e dall'imprudente loro ardire. Dopo la pace coi Veneziani le interne fazioni vennero alle mani con nuovo accanimento: le rivalità tra i popolani avevano preso il luogo di quelle dei grandi, si riaccesero sanguinose guerre, subite rivoluzioni distrussero la forza del governo, ed il popolo snervato dalle fatiche, chiamò per la quarta volta un padrone straniero, e si assoggettò volontariamente alla Francia.
Fiorenza, non meno potente di Venezia e di Genova, figurò ancora più nobilmente nella storia dell'Italia, perchè questa repubblica continentale era attaccata da tutte le sue relazioni alla contrada nel di cui centro trovavasi collocata, mentre le due repubbliche marittime portavano quasi sempre al di là dei mari tutta la loro attenzione ed i loro sforzi. L'intera politica dell'Italia si disaminava ne' consiglj di Firenze, e questo popolo, tanto zelante per la libertà, manteneva colla sua quella dell'intera nazione di cui era parte. Sembra essere stato il solo a concepire l'importanza dell'equilibrio politico, ed a calcolare i pericoli di una monarchia universale.
Firenze in tutto il quattordicesimo secolo ebbe un governo veramente democratico; non perchè il popolo avesse tutto il potere nelle sue mani, o perchè potesse a posta sua cambiare la costituzione; ma perchè aveva tutta la possibile influenza nell'amministrazione, e forse ancora più che non conviene di lasciargliene. La maggior parte de' cittadini di tutti gli ordini era chiamata a vicenda alle prime cariche; i consiglj, numerosi e popolarmente composti, rappresentavano costantemente il voto della nazione; e se trovavasi nel popolo un partito contrario al governo, è perchè in tutte le libere discussioni vi debbe essere una minorità, e che l'intera nazione deliberava come un consiglio di stato intorno ai pubblici affari.
Gli storici fiorentini, le nostre più sicure guide nella storia d'Italia, ci hanno talmente iniziati in tutte le più minute circostanze dell'amministrazione e della politica di questa repubblica, ci fecero così ben conoscere tutte le passioni del popolo e tutti i sentimenti degl'individui, che nel corso d'un secolo abbiamo dovuto vedere più volte i colpevoli attentati di alcuni cittadini, o gli errori dei capi della nazione. Ma volgendo al presente uno sguardo su tutto il secolo, e riunendo le nostre memorie, troveremo senza dubbio la condotta dei Fiorentini giusta, nobile e generosa in tutto il corso di questo periodo più che quella di verun altro stato, e saremo costretti di convenire che il più libero popolo dell'Italia, complessivamente considerato, era pure il più saviamente governato.
Cominciando il quattordicesimo secolo scoppiò in Firenze la sciagurata lite de' Bianchi e de' Neri, e l'esilio de' Bianchi fu una profonda ferita fatta alla repubblica. Non pertanto quando Enrico VII entrò in Toscana, la sola Firenze non si lasciò intimidire dall'autorità imperiale; formò una lega guelfa contro il tedesco monarca, gli creò nemici in Lombardia ed in Roma, sfidò la sua potenza quand'erasi accampato alle di lei porte, e se l'Italia non fu di nuovo ridotta alla condizione di provincia dell'impero germanico, se non fu privata della sua libertà e sottomessa ad uno straniero padrone, alla sola Firenze devesene tutta la gloria.
Due anni dopo la morte d'Enrico VII, tutte le forze dei Fiorentini e dei loro alleati furono disfatte a Montecatini da un generale Ghibellino; ma lungi dall'essere ridotti ad una vergognosa pace da così gran lotta, gli sforzi fatti da loro per vendicarsene fecero tremare i loro nemici.
Castruccio, il più formidabile avversario della repubblica fiorentina, attaccò in appresso Firenze: i soldati da lui formati lo risguardavano come il più grande generale del secolo, ed erano da lui condotti sempre a nuove vittorie. Nel suo regno di dieci anni, Castruccio, appoggiato dai Visconti e da Lodovico di Baviera, espose Firenze a grandi rischi, e le cagionò grandi perdite. Ma la fortuna delle monarchie è appoggiata alla vita d'un uomo, e quella delle repubbliche non si spegne mai. Castruccio morì, e le conquiste da lui fatte caddero in potere de' Fiorentini.
Mentre l'Italia era lacerata dalle fazioni e dalle guerre civili, due uomini, che s'annunciavano come pacificatori, fecero una rapida fortuna. Il legato Bertrando del Pogetto e Giovanni re di Boemia adunarono i Guelfi ed i Ghibellini, i partigiani dell'impero e quelli della chiesa, e fondarono un nuovo dominio che pareva doversi stendere su tutta l'Italia. I soli Fiorentini non furono sedotti dalle promesse e dalle interessate negoziazioni di questi due uomini; essi svelarono i loro segreti progetti; chiamarono a prendere le armi gli stati minacciati; si collegarono coi principi ghibellini, loro ereditari nemici, dimenticando un antico odio per un interesse presente e pubblico, e rovesciarono la nuova signoria innalzata in pochi anni.
Mastino della Scala erasi arricchito colle spoglie del re Giovanni; ma l'ingratitudine di questo signore costrinse i Fiorentini a venire contro di lui alla via delle armi; formarono per superarlo una nuova lega, spogliandolo di parte de' suoi stati, ed incaricando la dinastia guelfa dei Carrara, cui restituirono Padova, di tenere gli occhi aperti sugli ambiziosi disegni del signore di Verona.
Mastino vendicossi de' Fiorentini quando offrì loro di vender Lucca. La guerra che dovettero sostenere contro i Pisani pel possedimento di questa città, la disfatta delle loro truppe, e la perdita di Lucca quando ne avevano di già pagato il prezzo, furono i minori disastri di questa guerra, la quale precipitò i Fiorentini sotto la tirannide del duca d'Atene. Altra volta avevano essi dato un capo, o protettore alla loro repubblica, col titolo di signore; ma questa fu la prima volta che si assoggettarono ad un padrone. Per altro non gli rimasero lungo tempo soggetti: una tirannide di undici mesi bastò a stancare la pazienza del popolo ed a riunire tutti gli ordini dello stato contro il tiranno, che venne rovesciato quando fu unanime il voto della nazione.
Indebolita dal governo del duca, sotto il quale perdette tutte le sue conquiste, dalla carestia, in tempo della quale diede così luminose prove di generosità, e più ancora dalla terribil peste del 1348, pure la repubblica fu la prima che potesse frenare l'ambizione dell'arcivescovo di Milano. Tutte le forze di questo signore vennero nel 1351 a coprirsi di vergogna innanzi a Scarperia.
Negli anni successivi Firenze conchiuse coll'imperatore Carlo IV un trattato non meno onorevole che vantaggioso. Sola di tutti gli stati d'Italia ebbe il coraggio di ricusare ogni accomodamento colla grande compagnia de' soldati avventurieri, e due volte li costrinse ad uscire dal suo territorio. Senza porti e senza marina protesse la libertà dei mari e fece rispettare la bandiera adottata dai suoi mercanti; finalmente in mezzo agli orrori della peste sostenne contro Pisa una gloriosa guerra, che terminò dettando essa le condizioni di una giusta ed onorevole pace.
Un'odiosa intrapresa dei legati della santa sede contro Firenze gettò questa repubblica nel partito opposto alle sue antiche alleanze. Doveva gastigare i luogotenenti del papa di un atto della più nera ingratitudine, della più rivoltante perfidia; e lo fece con una grandezza di lei degna, abbracciando la causa di tutti i popoli che gli stessi uomini avevano traditi od oppressi. Proclamò la libertà delle città vassalle della Chiesa, ed in pochi mesi rovesciò la potenza di coloro che l'avevano offesa, e restituì a trenta popolazioni quella medesima libertà di cui essa godeva.
Appena ultimata questa guerra, una congiura pose per alcun tempo il governo in mano del popolaccio, e sospese per tutto quel tempo il suo vigore e la sua energia; ma in breve si rialzò da questo assopimento, e fu il solo in Italia che avesse il coraggio e la forza d'entrare in guerra contro Giovanni Galeazzo Visconti, e di porre con un'ostinata resistenza insormontabili confini alla sua ambizione.
In un secolo abbondante di rivoluzioni, in un secolo in cui l'ambizione, scatenata in tutti gli altri stati, adoperava senza scrupolo gli artificj della viltà e della frode per ingrandirsi, tale fu la condotta sempre aperta, sempre giusta, sempre coraggiosa, e nel tempo medesimo sempre savia di una prudente repubblica, in cui la prima magistratura non durava che due mesi ed ove un migliajo di cittadini disaminavano sempre i pubblici affari. La gloria nazionale è veramente la proprietà d'un popolo, quando è, come a Firenze, il frutto delle virtù di tutti piuttosto che la ricompensa dell'abilità del governo, e questa nazione può di pieno diritto andar superba della sua condotta, allorchè mutando continuamente capi, pure conservasi sempre ferma ed irremovibile in una sempre gloriosa carriera.
La repubblica di Firenze trovò una fedele alleata in quella di Bologna, per tutto il tempo che questa si mantenne indipendente; ma i Bolognesi erano meno attaccati che i Fiorentini alla loro libertà, o furono meno fortunati nel difenderla. Erano indeboliti da più violenti fazioni, ed i loro capi manifestavano mire più personali nell'uso della vittoria, e una più implacabile vendetta verso i vinti.
I vantaggi ottenuti dai Ghibellini sui Guelfi, quando i primi erano diretti da Castruccio e da Azzone Visconti, persuasero l'anno 1327 i Bolognesi a porsi sotto la protezione di Bertrando del Pogetto, legato del papa, siccome i Fiorentini avevano implorata quella del duca di Calabria. Ma la tirannide del legato durò sette anni, ed ebbe tutto il tempo d'introdurre la corruzione in tutte le parti della repubblica. Invano i Fiorentini ajutarono Bologna a scuotere il giogo, che non ottennero di renderle quello spirito fiero ed indipendente che l'avrebbe conservata libera.
Questa repubblica, snervata da uno straniero padrone, più non ebbe mezzi di difendersi contro l'ambizione di uno de' suoi cittadini, reso pericoloso dalle sue immense ricchezze. Nel 1337 si pose sotto la sovranità di Taddeo de' Pepoli, ed i suoi figliuoli la vendettero l'anno 1350 all'arcivescovo di Milano. Un tiranno più crudele, Giovanni Visconti d'Oleggio, gli successe nel 1355. I Fiorentini tentarono inutilmente, in varie circostanze di liberare i loro fratelli, ma i Bolognesi non ebbero bastante coraggio per assecondarli; essi altro non ambivano che di passare sotto il dominio della Chiesa, e vi tornarono in fatti, ma dopo avere perduta la loro popolazione, le ricchezze loro, e ciò che più non potevano riacquistare, l'antico loro carattere. Furono essi gli ultimi ad unirsi a' Fiorentini in tempo della generale rivoluzione degli stati della Chiesa, ed i primi a firmare una pace parziale colla medesima. In appresso lo scisma rese loro quella libertà che per sè soli non erano capaci di riavere; rientrarono in allora nell'alleanza de' Fiorentini, e li secondarono contro Giovanni Galeazzo, ma verso la fine del secolo soggiacquero un'altra volta agl'intrighi ed all'ambizione di un loro concittadino; e la tirannide di Giovanni Bentivoglio aprì la via al duca di Milano per occupare di nuovo la loro città.
Nel precedente secolo, Lucca era stata la costante alleata di Firenze; ma nel quattordicesimo questa città addetta ad una fazione nemica, pagò pochi anni di gloria con una lunga infelicità. Fino al 1314 i Lucchesi eransi conservati fedeli al partito guelfo ed agli antichi loro alleati. Castruccio, richiamato quest'anno da' suoi concittadini, aprì le porte della sua patria ad Uguccione, capo dei Ghibellini, al quale dopo due anni successe egli medesimo. Innalzato al supremo potere dalla confidenza meritata dal suo partito, creò la gloria delle armi lucchesi, che poi si spense alla di lui morte. Egli estese le sue conquiste al di là di Sarzana, nella riviera del Levante; sottomise Pistoja, Volterra e Pisa, e corse tutto il territorio fiorentino, ove niuno ardì resistergli. Lodovico di Baviera, che in lui riconosceva il più valoroso campione dell'impero, lo creò senatore di Roma, e volle, quando fu coronato imperatore, che Castruccio gli cingesse la spada imperiale. Per ricompensarlo eresse i suoi stati in ducato, distinzione che gl'imperatori non avevano ancora accordata ad alcun altro: ma tanta grandezza, tanta gloria svanirono all'istante alla morte di Castruccio. I suoi figliuoli furono spogliati della paterna eredità e mandati in esilio, tutte le città da lui soggiogate vennero in potere de' suoi nemici, e la stessa Lucca, venduta e rivenduta dai Tedeschi, rimase successivamente soggetta a Gherardino Spinola, a Giovanni di Boemia, a Mastino della Scala, ai Fiorentini ed ai Pisani. Dopo cinquantacinque anni di servitù, nel 1369, i Lucchesi riacquistarono finalmente la libertà dall'imperatore Carlo IV. Negli ultimi trent'anni del secolo cercarono di rimediare in silenzio ai mali che avevano sofferti. Troppo deboli e troppo poveri per figurare nella lega guelfa, cui si erano di nuovo attaccati, non richiamarono la nostra attenzione, che quando, soccombendo alla peste che desolava la loro città, ebbero la sventura, l'ultimo anno del secolo, di essere ridotti in servitù da un usurpatore senza talenti.
Siena che nel XIII secolo era stata la rivale di Firenze, che aveva offerto un asilo agli emigrati ghibellini, e gli aveva in seguito ristabiliti trionfanti nella loro patria, Siena fu nel quattordicesimo secolo quasi costantemente fedele alla fazione guelfa e quasi sempre alleata de' Fiorentini. Ma i Sienesi in tutto questo periodo di tempo ebbero pochissima influenza sugli altri paesi d'Italia, e se talvolta richiamarono la nostra attenzione, non fu che per le passioni politiche onde furono agitati, e che vestirono nella loro città un particolare carattere. Ogni partito sembrava che avesse in Siena una più pronunciata tendenza verso l'oligarchia, ed una più ingiusta gelosia contro tutti gli altri ordini de' cittadini. L'oligarchia mercantile, che fu la prima ad avere le redini del governo dal 1283 al 1355, inspirò forse questo carattere alla nazione colle cure che si prese per escludere il popolo da ogni potere. L'ordine dei nove fu trattato ingiustamente dopo la sua espulsione, perch'egli stesso aveva ingiustamente trattati tutti gli altri ordini. I dodici, che subentrarono nel luogo dei nove, i riformatori e l'ordine del popolo, che altro più non erano che una fazione, vollero tutti governare soli. Frattanto la repubblica era diventata il patrimonio delle ultime classi della società; i vizj del popolaccio, il suo inconsiderato impeto, la sua credulità, la sua indifferenza per le leggi dell'onore, si comunicarono al governo, il quale si staccò per i suoi falli medesimi da tutti i suoi alleati naturali, e, confidando piuttosto in un tiranno che in un popolo libero, cadde in sul finire del secolo ne' lacci che gli aveva tesi il duca di Milano.
La libertà di Perugia soggiacque nella stessa epoca agli stessi artificj, e nel modo medesimo che quella di Siena. Avanti la metà del quattordicesimo secolo, questa città erasi sordamente fatta ricca in seno della libertà. La sua alleanza con Firenze le fece alcun tempo occupare un distinto rango tra le città guelfe d'Italia, che si univano per difendere la libertà. Ma una certa ferocia che i Perugini manifestarono nelle loro fazioni, esaurì ben presto con torrenti di sangue le forze della repubblica. Un nuovo Catilina cospirò non contro la libertà, ma contro l'esistenza della sua patria. Dopo di lui, altri faziosi cercarono nelle guerre civili piuttosto la vendetta che il potere. I Perugini vennero violentemente staccati dall'alleanza dei Fiorentini, e subito dopo oppressi e snervati dalla stanchezza del loro furore si assoggettarono volontariamente a Giovanni Galeazzo.
Tutte queste repubbliche toscane avevano abbracciata la parte guelfa, e da questa riconobbero lungo tempo il mantenimento della loro libertà. Ma il 14.º secolo fu testimonio del lungo decadimento di un'altra repubblica addetta alla parte ghibellina fino da' più remoti tempi, e che prima d'ogni altra aveva additata ai Toscani la libertà e la gloria. La repubblica di Pisa non aveva mai cambiato partito; i capi delle sue diverse fazioni lo seguivano con più o minore accanimento; ma il popolo mantenevasi costantemente fedele agli stessi principj. Questa costanza doveva conservare tra Pisa e Firenze una costante opposizione, e l'odio di questi due popoli, ch'ebbe tanta parte nel destino de' Pisani e fu cagione della sua ruina ne' primi anni del quindicesimo secolo, non è affatto spento ancora nell'età presente.
La grande disfatta della Meloria, e le leggi dettate dai Genovesi ai Pisani, avevano allontanati gli ultimi dal mare verso il fine del tredicesimo secolo. Colla distruzione della marina guerriera, il commercio aveva perduta la sua attività, le lontane colonie erano state abbandonate, e le coste marittime, altre volte popolate di marinaj, rimasero deserte quando più non furono difese dalle galere della repubblica. Ma i Pisani si erano volti a cercare un'altra gloria, che tenesse luogo di quella delle conquiste d'oltremare. Sforzaronsi di compensare cogli acquisti di terra ferma le perdite che avevano sofferte in altre parti, ed il loro valore che si sostenne luminosamente quando gli altri popoli d'Italia avevano quasi abbandonato l'uso delle armi, giustificò i loro titoli a questa novella gloria.
Pisa era dunque la più militare repubblica della Toscana; onde, più che alcun'altra, ebbe bisogno di affidare le forze dello stato ad un solo uomo. Il suo governo ebbe quasi sempre un capo che d'ordinario era un grande capitano. Ma se l'ambizione di questi tendeva ad occupare il supremo potere, i suoi desiderj non ebbero mai pieno soddisfacimento, perchè la nazione, tenendo sempre aperti gli occhi sopra di lui e sopra i proprj diritti, si abbandonò assai meno alle fazioni in presenza del supremo magistrato che poteva proporsi d'opprimerle tutte.
Il conte Fazio di Donoratico era capitano del popolo e capo della repubblica di Pisa, quando Enrico VII entrò in Italia. L'attaccamento de' Pisani al partito imperiale, li determinò a rompere la pace loro procurata dalle vittorie di Guido di Montefeltro nel 1293; essi sprezzarono le forze riunite di tutti i Guelfi della Toscana, le tennero occupate essi soli mentre Enrico VII andava a cercare a Roma la corona imperiale; essi versarono spontaneamente il proprio sangue, e prodigarono i loro tesori per servigio di questo monarca, il di cui cuore generoso non potè ricompensare tanto attaccamento che con una inefficace riconoscenza. Enrico morì quando Pisa riponeva in lui le sue più alte speranze; tutti i suoi nemici, ch'egli aveva fatti tremare, si unirono contro la repubblica, mentre niuno de' suoi alleati osò di abbracciare le difese d'una città, che offrivasi spontaneamente in premio a' suoi liberatori. I Pisani, abbandonati alle proprie forze, ruppero, sotto il comando d'Uguccione della Fagiuola, l'armata guelfa di tutta l'Italia il doppio più forte della loro; seppero allontanare il generale cui dovevano i loro prosperi avvenimenti, tosto che lo videro abusare della sua autorità per giugnere alla tirannide, e terminarono una gloriosa guerra con una moderata pace.
Pisa conservava ancora oltremare una potente colonia; la Sardegna era feudataria della repubblica, quando, la notte dell'undici aprile 1323, tutti i Pisani furono uccisi in quasi tutte le parti della Sardegna per una perfidia del giudice d'Arborea e d'Oristagni, e questa parte dell'isola venne abbandonata agli Arragonesi. Malgrado le forze di lunga mano superiori del nemico monarca, malgrado l'abbandono in cui erano rimasti i Pisani, opposero una vigorosa resistenza all'invasione. Manfredo della Gherardesca, che li comandava, fece perdere quindici mila uomini agli Arragonesi in una serie di battaglie, e finalmente incontrò egli medesimo una gloriosa morte sul campo di battaglia. La repubblica perdette per sempre la Sardegna, e colla Sardegna gli ultimi avanzi della sua potenza marittima.
Era appena ultimata questa guerra quando la smisurata ambizione di Castruccio, e la perfidia di Lodovico di Baviera ne sollevarono un'altra contro i Pisani per parte del monarca e del partito medesimo di cui eransi meritata la riconoscenza con tanti sagrificj. I Pisani furono assediati da Lodovico, e dopo avere con lui capitolato, la capitolazione fu violata, e per lo spazio di dieci anni rimasero a lui soggetti.
Frattanto dodici anni di pace rifecero le forze dei Pisani, e quando seppero che Mastino della Scala stava per vendere Lucca al migliore offerente, risolsero di acquistare colle armi una città cui non avevano abbastanza denaro per comperare. Assediarono i Fiorentini nella fortezza, di cui questi avevano allora pagato il prezzo, gli scacciarono, e si fecero bentosto assicurare la loro conquista con un trattato fatto col duca d'Atene, in allora signore di Firenze.
La repubblica di Pisa, diventata più potente coll'acquisto di Lucca, pensò a riparare le perdite che la peste e le precedenti guerre le avevano cagionate. Il primo flagello avendo distrutta la famiglia Gherardesca, che lungo tempo occupò il primo rango nello stato, prese le redini del governo un'altra famiglia arricchitasi colla mercatura. I Gambacorti, meno appassionati pel partito ghibellino, conoscevano meglio i vantaggi della pace, onde conservarono molti anni l'alleanza de' Fiorentini: ma il contrario partito, favoreggiato prima da Carlo IV, e verso il finire del secolo, da Giovanni Galeazzo, fu due volte vittorioso, due volte trasse i Pisani in una pericolosa guerra coi Fiorentini, e due volte le disgrazie della guerra si trassero dietro lo stabilimento d'una tirannide; da prima quella di Giovanni dell'Agnello, poi l'altra di Giacomo d'Appiano.
I due partiti de Guelfi e de' Ghibellini non eransi conservati, come nei precedenti secoli, egualmente favorevoli alla libertà. Ovunque, fuorchè a Pisa, i Ghibellini avevano fondata la tirannide: onde i Pisani, sebbene liberi, essendo Ghibellini, trovaronsi in tutte le guerre di partito uniti ai nemici di tutti i popoli liberi. Essi pagarono a caro prezzo la loro confidenza in que' perfidi alleati; i tiranni di Lombardia si presero la cura di assoggettare Pisa ad un signore; e quando i Visconti ebbero consegnata la repubblica ad un padrone, non dovettero fare che un passo per succedere a questo signore, approfittando della confidenza de' Pisani per ridurli in servitù.
Tali furono nel corso del quattordicesimo secolo le vicende de' principali stati d'Italia. L'esplosione di tante rivali passioni, la complicazione di tanti opposti interessi, che gettarono la storia in una quasi inevitabile confusione, influirono potentemente sullo spirito e sul carattere di coloro che vissero in mezzo a questo turbine.
Nelle corti lombarde potevasi imparare quali erano i misterj della più tortuosa politica, e fin dove giugnevano le feroci passioni, sciolte da qualunque legame della morale e dell'onore; l'occhio penetrava negli abissi del delitto fino alla più spaventosa profondità. Assai diversi erano questi mostruosi governi da quelli talora benefici, spesso viziosi e quasi sempre effemminati, tra i quali era divisa l'Italia a' nostri giorni. Ma il delitto dà alcuna volta terribili ammaestramenti, niuno può darne la corruzione. Un grande carattere poteva svilupparsi sotto Giovanni Galeazzo per giudicarlo e prevenire i suoi colpi, per combatterlo o per odiarlo; ma il sonno della morte aveva oppressi tutti i sudditi de' piccoli principi, che in età di molto posteriore a Giovanni Galeazzo, caddero vittima di maggiore potenza.
Nel quattordicesimo secolo le repubbliche formavano in Italia un'altra scuola, e permettevano di fare un più nobile studio dell'uomo. Le rare qualità di alcuni individui, ed il grande carattere di tutto un popolo, presentavansi simultaneamente all'osservatore. La virtù era tuttavia onorata, la fedeltà delle promesse era ancora risguardata come un dovere delle nazioni, ed i grandi sagrificj dell'interesse personale al bene della patria non erano affatto rari. Vero è che i costumi più non erano semplici ed illibati, e la conoscenza del male aveva sparsi in ogni luogo troppo famosi esempj: i popoli non eransi mantenuti fedeli al solo amore di libertà, al solo amore di patria; troppe passioni personali avevano trovato il mezzo di soddisfarsi: ma l'umana natura conservava ancora sufficienti tracce della primitiva sua grandezza per insegnare al filosofo, al vero politico tutto ciò ch'ella avrebbe potuto e dovuto essere, onde lo studio dell'uomo poteva essere compiuto così nel bene come nel male.