CAPITOLO LVIII.

Arte militare degl'Italiani in principio del quindicesimo secolo. — Anarchia della Lombardia. — Nuovi tiranni si dividono gli stati di Giovanni Galeazzo. — Bologna e Perugia restituite alla Chiesa. — Siena torna in libertà.

1402 = 1404.

Il modo con cui guerreggiavasi in Italia in sul finire del quattordicesimo secolo e ne' primi anni del quindicesimo è talmente diverso dal presente, che le determinazioni de' generali parranno spesse volte inconcepibili ai nostri lettori, ed inesplicabili i risultamenti delle campagne. La presente arte della guerra differisce meno da quella dei Greci o dei Romani, che non da quella del quindicesimo secolo, sebbene in allora la moderna artiglieria fosse universalmente adoperata; e la tattica di Filippo o quella di Scipione sarebbe più applicabile ai nostri eserciti che quella di Giovanni Acuto, o di Alberico da Barbiano.

L'essenziale differenza, e quella che determina tutte le altre, è che la cavalleria pesante formava in allora il nervo delle armate, mentre adesso, siccome ai tempi romani, è l'infanteria. Quest'ultima era stata lungo tempo composta di contadini, o di borghesi mal disciplinati, che combattevano senz'arte e senza coraggio, e che d'ordinario non sostenevano la prima carica della cavalleria. Altronde sprezzavansi troppo i pedoni per prendersi cura di perfezionare le loro ordinanze, tutti gli sforzi del genio militare si ristrinsero al miglioramento de' corazzieri. Credevasi in fatto d'averli resi superiori alla cavalleria di tutti i popoli dell'antichità, e tenevasi per indubitato che la migliore infanteria non potesse sostenerne l'urto.

Non pertanto questi cavalieri, affatto coperti di ferro, che combattevano con lunghe lance, con pesanti spade, e con armi affatto gigantesche, non potevano venire alle mani quando alcun ostacolo poteva contrariare o ritardare il corso de' loro cavalli; la più debole fortezza li tratteneva; un piccolo fiume, una fossa, bastavano a rompere le loro ordinanze; non potevasi combattere nelle montagne, e nè pure nelle pianure, quando un generale stava trincerato nel suo campo, ove d'ordinario non si poteva senza somma temerità tentare di forzarlo. Per lo più conveniva per venire a battaglia, che i due generali fossero d'accordo, e che, dopo avere mandato ed accettato il guanto della pugna, ognuno dal canto suo facesse appianare il terreno ove dovevasi combattere. Ma nulla è tanto raro quanto una battaglia volontaria da ambedue le parti, perciocchè l'un generale o l'altro ha sempre a temere qualche svantaggio, o ha qualche mezzo per giugnere a' suoi fini senza battersi. Altronde i condottieri facevano di que' tempi la guerra per speculazione, di modo che risparmiavano il più che potevano il sangue de' loro soldati ed il loro proprio, i loro cavalli, le loro munizioni, i loro equipaggi.

Il più delle volte in tutto il corso di una guerra non accadeva alcuna vera battaglia e talvolta non accadevano nemmeno zuffe: in tal caso tutte le ostilità si limitavano ad una o più cavalcate, chiamandosi con tal nome le spedizioni ne' paesi nemici. Un generale invadeva una provincia con intenzione di bruciare le case, di distruggere le messi, di rubare le mandre; tutti gli abitanti fuggivano innanzi a lui e si chiudevano entro le terre murate. Siccome egli non poteva trattenersi per assediarle, proseguiva il cammino guastando tutto quanto trovavasi sul di lui passaggio. Intanto il generale nemico provvedeva i castelli di truppe, seguiva l'armata a qualche distanza, spiava l'opportunità di sorprenderla, piombava addosso ai cacciatori, li forzava a non allontanarsi dal campo, ed in pochi giorni obbligava quasi sempre l'aggressore a dare a dietro ed a rientrare nel proprio paese per mancanza di vittovaglie.

La guerra facevasi al popolo e non all'armata; tutto il corpo della nazione risguardavasi come nemico; i soldati consideravano tutte le proprietà dei popoli presso i quali guerreggiavano come una legittima preda; facevano prigionieri i proprietarj ed i contadini, e non li rilasciavano senza taglia. Perciò niuno poteva tenersi neutrale nella lite del suo paese, niuno serviva il nemico, niuno gli somministrava munizioni o vittovaglie, ma tutti ponevansi in su le difese, e cercavano di sottrarre le loro proprietà ai soldati, onde non fossero rapite. Coloro che non riuscivano a porre in sicuro i proprj effetti, andavano forse soggetti a più grandi perdite che ai nostri giorni; ma d'altra parte non potevasi stabilire un metodo regolare di angariare un paese; nè allora sapevasi togliere ai vinti senza violenza, non solo tutto quanto possedono, ma tutto ciò che devono avere un giorno, e far loro impegnare i loro beni futuri, nella speranza di salvare quelle proprietà, che poi vengono loro tolte.

A que' tempi non eravi quasi veruna casa sparsa ne' campi, abitando tutti gli agricoltori borghi o villaggi posti d'ordinario sopra qualche colle o eminenza suscettibile di difesa. Circondavansi questi villaggi di mura, e si munivano di robuste porte, ond'ebbero poi il nome di castelli. In ogni tempo le proprietà mobiliari più preziose de' contadini erano lasciate in questi castelli, e quando veniva dichiarata la guerra, il governo ordinava di trasportarvi tutte le messi che si erano lasciate in mezzo ai campi, e di chiudervi tutto il bestiame. Accordava quasi sempre l'esenzione delle gabelle a coloro i di cui castelli non credevansi capaci di lunga difesa, e che perciò trasportavano i loro effetti in città. Per tal modo la campagna restava affatto spogliata in pochi giorni, ed il nemico, che proponevasi di vivere col saccheggio, non trovava di che mantenersi.

Veruno stato avrebbe avuto abbastanza soldati per guarnire tutte le fortezze onde era coperto il suo territorio, perchè ogni bicocca era fortificata; ma, sebbene si fosse trascurato di alimentare il genio militare tra i popoli, i contadini erano sempre attissimi a difendere le piazze forti e le donne, i fanciulli, i vecchi concorrevano a respingere gli assalitori, gettando sopra di loro dall'alto delle mura pietre o materie infiammate. I difensori erano difficilmente colpiti dai dardi o da altre armi del nemico, ed il pericolo non cominciava per loro che nell'istante in cui cessava la resistenza; allora venivano saccheggiate le loro proprietà, violate le donne, e gli uomini tratti in ischiavitù.

Perciò tutta la popolazione d'un paese combatteva per la propria difesa; non potevasi occupare una vallata della lunghezza di sei miglia che dopo avere superati otto o dieci castelli con altrettanti diversi assedj. Così il piccolo territorio di Samminiato contava ventotto castelli dipendenti da questa borgata[8]; così lo stato fiorentino, nel quale oggi non trovasi una piazza capace di lunga resistenza, non avrebbe potuto essere conquistato che dopo tre in quattrocento assedj. Se il nemico non trovava viveri nel paese in cui guerreggiava, non poteva nè meno tirarne dal proprio, perchè tutto lo spazio che si lasciava addietro, non essendo sottomesso, i suol convogli erano ad ogni passo esposti ad essergli tolti.

Noi siamo talmente accostumati a calcolare la potenza distruttiva del cannone, che non sappiamo concepire come si potesse non temere il nemico dietro una semplice muraglia, che il più delle volte serviva ancora di parete esterna alle case che le erano addossate. Per altro ancora presentemente queste fortificazioni, usate dai nostri antenati, potrebbero difendersi finchè l'artiglieria non vi avesse praticata una larga breccia, e le rapidissime operazioni delle armate verrebbero stranamente ritardate se fosse d'uopo piantare batterie innanzi ad ogni villaggio. Ma come ispirerebbesi ora mai ai contadini la coraggiosa ostinazione che opponevano negli andati tempi al nemico? Invincibile era in allora la loro resistenza, oggi l'istante della sommissione è preveduto e prossimo; la certezza d'essere vinti un giorno, li fa ubbidienti nell'ora medesima, e tutto il popolo è diventato neutrale nelle guerre, delle quali lascia ogni cura ai soldati.

L'artiglieria, all'epoca cui siamo giunti, era in uso già da un mezzo secolo, ma l'arte degli assedj non aveva ancora fatti che debolissimi progressi. Le bombarde e le spingarde venivano adoperate contro i combattenti, non contro le mura, e non erasi ancora trovata l'arte di battere regolarmente una fortezza in breccia, e di demolirla con una serie di colpi che non possono ripararsi. L'artiglieria di lunga mano superiore a tutte le invenzioni degli antichi per rovesciare i ripari, non lo è ugualmente per combattere gli uomini. Oggi ancora le battaglie si decidono spesso colla bajonetta, che per altro è molto inferiore alle picche o lance de' nostri antenati; le balle non facevano maggior guasto d'assai che le frecce, e spesso non passavano una pesante armatura. In allora per caricare le armi a fuoco dovevasi impiegare molto tempo, e riponevasi il loro principale vantaggio nello spaventare i cavalli coll'esplosione loro e colla fiamma. Non fu che dugent'anni dopo l'invenzione dell'artiglieria, ch'ebbe compimento la rivoluzione che doveva fare nell'arte della guerra.

Un'altra non meno strana rivoluzione si operò più prontamente. Alla metà del quattordicesimo secolo tutti i soldati che militavano in Italia erano stranieri; ed alla fine dello stesso secolo tutti o quasi tutti erano Italiani; l'esperimento che fecero delle forze loro contro i Tedeschi dell'imperatore Roberto, mostrò che non cedevano nè in valore, nè in talenti militari alle più bellicose nazioni.

I Catalani e gli Almogavari, introdotti in Sicilia ed in Calabria dal re Federico, erano stati i primi soldati stranieri che avessero fatto della guerra un mestiere. Dopo la pace di Sicilia una parte di queste truppe mercenarie passò in Grecia sotto il nome di grande compagnia; il rimanente si pose al soldo dei principi o delle repubbliche d'Italia, ed in principio del quattordicesimo secolo il nome di Catalani era comune ai mercenarj di tutte le nazioni.

Enrico VII, Lodovico di Baviera, Giovanni di Boemia e Carlo IV condussero molti Tedeschi in Italia. Quasi tutti, poco affezionati ai principi che gli avevano condotti, presero servigio presso i loro avversarj. Così i sovrani si confermarono nell'abitudine di confidare a braccia mercenarie la difesa de' loro stati. Pure fu nella stessa epoca ed in mezzo al quattordicesimo secolo, che le formidabili compagnie di ventura del duca Guarnieri, del conte Lando, d'Anichino Bongartm, fecero conoscere agl'Italiani tutto quanto dovevano temere da queste terribili bande. Somiglianti truppe, formate nelle guerre di Francia e d'Inghilterra, passarono pure in Italia nella seconda metà del quattordicesimo secolo. Fra Moriale, i capi della compagnia Bianca e della compagnia della Rosa, Giovanni Acuto ed il cardinale di Ginevra discesero consecutivamente dalle Alpi alla testa di soldati francesi, inglesi, provenzali, guasconi e bretoni. Finalmente Lodovico d'Ungheria in tempo del suo glorioso regno aprì a' suoi sudditi la strada dell'Italia, e tutta la cavalleria leggiera delle armate italiane più non fu composta che di soli Ungheri.

I governi trovavansi in ogni tempo apparecchiati alla guerra, senza aver avuto bisogno d'inreggimentare da prima, o d'istruire le loro truppe: in pochi giorni potevano ristaurare col danaro un esercito nel momento in cui un altro era disfatto; potevano in fine far cessare ogni spesa militare nel giorno medesimo in cui soscrivevano la pace. E per tal modo l'indisciplina delle truppe mercenarie, le loro perfidie, le loro pretese, quando si formavano in compagnie di ventura, non poterono per lungo tempo persuadere gli stati d'Italia a rinunciare al loro servigio. Altronde nè i principi, nè le repubbliche si erano ancora arrogato il diritto d'ordinare forzati arrolamenti; i cittadini non erano obbligati a servire lo stato che in tempo di pressante bisogno; le milizie non erano pagate, e non erano giammai obbligate ad allontanarsi per lungo tempo dai loro affari domestici, dai loro focolari. Non avevasi avuto il tempo di esercitarle, e qualunque volta si ponevano a fronte a truppe disciplinate, provavano tali rovesci, che più non osavasi riporre in loro alcuna fiducia.

Per altro quando il nemico penetrava nel territorio d'una città, facevasi ancora talvolta prendere le armi all'intera nazione; ognuno doveva porsi sotto il comando de' suoi ufficiali di quartiere, ed il podestà aveva il supremo comando della milizia. Dava ordine a tutti i cittadini, sotto pena d'ammenda o di corporale castigo, di uscire dalla città per passare al campo intanto che la maggior campana martellava, ed avanti che una candela accesa sotto le porte avesse terminato di bruciare. Il timore del castigo faceva in fatti marciare tutti i cittadini, ma non dava perciò loro l'attitudine di maneggiare le armi, nè il coraggio di battersi. Nella stessa epoca coloro che facevano il mestiere del soldato erano sempre in guerra: nell'istante che un principe li licenziava per avere fatta la pace, gli assoldava un altro per cominciare nuove guerre. In verun tempo la diversità tra le milizie e le truppe di linea era stata così grande, imperciocchè i primi non sapevano cosa fosse la guerra, gli altri non avevano mai vissuto in pace.

Questa diversità inspirava un'alta opinione per un mestiere che poche persone credevansi in istato d'esercitare; la paga di qualunque operajo nelle più lucrose professioni non uguagliava quella del soldato[9]; e questi riceveva ancora frequentemente straordinarie ricompense; si chiudevano gli occhi sulle sue ruberie, e gli si usava indulgenza per ogni eccesso.

La guerra è una passione così naturale all'uomo, che non abbisognano tante ricompense per affezionare i soldati al loro mestiere. Si vedono oggi accontentarsi della paga assai minore di quella dell'ultimo operajo, e non pertanto assoggettarsi a fatiche assai maggiori. Rispetto al pericoli cui devono esporsi, lungi dal pensare a farseli pagare, vi trovano in qualche modo la loro ricompensa; imperciocchè la battaglia, siccome la caccia, ha i suoi piaceri, ed il godimento della vittoria è tanto più vivo quanto il pericolo è stato più grande. Ma questo gusto della guerra non è facilmente creduto dalle persone pacifiche, per essere una conseguenza di emozioni che non conoscono e che non hanno prevedute. Per persuadere gl'Italiani a rientrare nella professione delle armi da loro abbandonata, rendevasi necessario un allettamento più generalmente sentito. L'amore del danaro, il desiderio di menare una vita licenziosa che in allora permettevasi alle truppe, fecero impressione sulla comune degli uomini, e gli spiriti ardenti ed inquieti portarono più in là la loro ambizione e le speranze. Il più grande potere, la più smisurata ricchezza, la sovranità medesima poteva acquistarsi da un soldato di fortuna. Tra i condottieri tedeschi, francesi ed inglesi ch'eransi veduti in Italia giugnere ai primi gradi, molti erano usciti dalle più povere classi della società. Gl'Italiani fecero ancora più sorprendenti fortune quando si posero in su la stessa carriera.

Molti principi di questa nazione si erano innalzati circa la metà del quattordicesimo secolo alla riputazione di buoni capitani, ma le armate ch'essi comandavano erano composte soltanto di stranieri. Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, i Malatesti di Rimini, Ridolfo di Varano, signore di Camerino, e molti altri vennero successivamente chiamati in qualità di generali dalla repubblica fiorentina, dal papa e da altri sovrani. Ambrogio Visconti, figliuolo naturale di Barnabò, formò pure una compagnia di ventura, colla quale corse più volte l'Italia per guastarla. Ma non è per altro a costoro che spetti la gloria d'avere rinnovata la milizia italiana. Essi combattevano con un'armata straniera in mezzo alla loro patria. Alberico conte di Barbiano, che successe a costoro, formò il primo un'armata nazionale, che servì di scuola a tutti i capitani italiani.

Alberico da Barbiano era signore di alcuni castelli nelle vicinanze di Bologna; cominciò nel 1377 a farsi conoscere in un modo che fece più onore a' suoi talenti militari che alla sua umanità. Nell'attacco di Cesena aveva sotto i suoi ordini duecento lance, e molto contribuì alla presa di questa città[10]; ma ebbe altresì parte all'orrendo massacro comandato dal cardinale di Ginevra ed eseguito dai Bretoni. Non molto dopo levò un corpo, tutto formato d'Italiani, che intitolò la compagnia di san Giorgio. In tempo dello scisma servì con questa Urbano VI, mentre i Bretoni erano sotto gli ordini di Clemente VII. Il 28 aprile del 1379 osò di attaccarli innanzi a Marino, ed i suoi avventurieri italiani, che fin allora avevano militato divisi in corpi stranieri, ebbero la gloria di vincere la più temuta truppa dell'Europa.

La riputazione del Barbiano andò sempre crescendo dopo questa vittoria. La compagnia di san Giorgio venne risguardata come la gran scuola dell'arte militare in Italia; i fratelli ed i parenti d'Alberico vi entrarono prima degli altri; tutti coloro che dovevano in appresso illustrare il proprio nome nella carriera militare, si associarono a Barbiano. Ugolotto Biancardo, Jacopo del Verme, Facino Cane, Otto Bon Terzo, Broglio, Braccio da Montone, Biordo e Ceccolino dei Michelotti si formarono sotto di lui. Sforza attendendolo, mentre stava lavorando la terra presso al suo villaggio di Cotignola, fu da alcuni soldati invitato ad entrare nello stesso servigio. Gettò la sua zappa sopra una quercia dichiarando che s'ella ricadeva rimarrebbe contadino, e se restava appesa all'albero, risguarderebbe tale presagio come quello di futura grandezza: la zappa non ricadde e Sforza si fece soldato; e suo nipote, duca di Milano, diceva a Paolo Giovio: «tutte queste grandezze di cui tu mi vedi circondato, questi soldati e tante ricchezze, le devo ai rami d'una quercia, che sostennero la zappa di mio avo[11]

La maniera con cui arrolavansi le truppe, per lancia rotta, dava ad un molto maggior numero di soldati i mezzi di farsi conoscere. Un gentiluomo si affezionava alcuni de' suoi vassalli, un abile avventuriere si associava alcuni compagni di servigio, e queste piccole compagnie erano indissolubili: anzi andavano sempre ingrossando, e quando il capitano disponeva di venti lance, ossia di sessanta uomini di cavalleria, cominciava a trattare separatamente e con indipendenza coi sovrani che volevano prenderlo al loro servigio.

Le continue guerre del regno di Napoli, sempre lacerato, dopo la morte di Giovanna, dalle fazioni d'Angiò e di Durazzo e dalle rivalità de' signori feudatarj, offrivano impiego a tutti i capitani. Alberico da Barbiano vi militò con distinzione sotto Carlo III, e nel 1384 ottenne da questo monarca il titolo di gran contestabile del regno, che conservò finchè visse[12]. Per altro non si attaccò esclusivamente al servigio dei reali di Napoli; più frequentemente guerreggiò in Lombardia; ottenne la confidenza di Giovanni Galeazzo, e divise quasi sempre con Jacopo del Verme di Verona, capitano a lui non secondo, il comando delle armate ducali.

Giovanni Galeazzo, che mai non comandava le sue armate, che non esponeva la sua persona ad alcun pericolo, e che nell'interno del suo palazzo viveva con sospetto e con diffidenza, aveva saputo accordare a questi generali quel grado di confidenza di cui erano degni. Questo principe aggiugneva ai vizj che lo resero odioso, alcune qualità che hanno l'apparenza della grandezza. Amava e proteggeva le lettere, aveva gusto per le arti, ed innalzò gloriosi monumenti della sua magnificenza; ma sopra tutto sapeva distinguere il merito che poteva essergli più utile. Penetrava con infallibile perspicacia il talento politico e militare, avanzava senza gelosia gli uomini distinti, e loro accordava in appresso una inalterabile confidenza; perciò ebbe sempre ne' suoi consigli ed alla testa delle armate i più destri negoziatori, i migliori generali d'Italia.

Giovanni Galeazzo credette, morendo, di potere mostrare ancora la medesima confidenza ad uomini, che aveva lungo tempo lasciati depositarj di tutte le sue forze, e li nominò custodi de' suoi stati e de' figliuoli che lasciava in tenera età. Ma i capitani, che meglio lo avevano servito, fecero ben presto vedere, che fin ch'egli visse gli si erano conservati fedeli per timore, non per amore.

Il testamento di Giovanni Galeazzo divise i suoi stati tra i figli. A Giovanni Maria, il primogenito, che non aveva che tredici anni, diede il ducato di Milano dal Ticino fino al Mincio[13]; ed al secondo, Filippo Maria, che dichiarò conte di Pavia, assegnò le città poste a ponente del Ticino, o al levante del Mincio[14]. Aveva pure un bastardo, detto Gabriele Maria, cui lasciò le signorie di Crema e di Pisa[15].

Questi principi, troppo giovani per governare da sè stessi, furono dal padre lasciati sotto la tutela d'un consiglio di diecisette personaggi, de' quali doveva essere capo Francesco Barbavara di Novara, già cameriere di Giovan Galeazzo. La duchessa madre, Catarina, figlia di Barnabò Visconti, doveva avere la presidenza del governo. Jacopo del Verme, Alberico da Barbiano, Antonio, conte d'Urbino, Pandolfo Malatesta, Francesco dei Gonzaga e Paolo Savelli erano membri del consiglio di reggenza. E per tal modo tutti i migliori generali d'Italia trovavansi al soldo dei giovanetti principi, e tutti i vicini stati erano in pace con loro, tranne i Fiorentini e Francesco da Carrara.

Ma nel 1402, i Fiorentini che non avevano potuto trovare verun alleato, quando la salute e la libertà dell'Italia dipendevano dalla loro resistenza, formarono facilmente una potente lega per attaccare e spogliare gli eredi di Giovan Galeazzo. Si volsero prima che ad ogni altro, al papa Bonifacio IX, che aveva giusti motivi di malcontento contro il duca di Milano. Le città di Perugia, di Bologna e di Assisi erano state sottratte al suo alto dominio; il Visconti aveva persuasi molti feudatarj della santa sede a fargli la guerra; e di concerto coi Colonna, cercava perfino di togliergli la sovranità di Roma[16]. Non pertanto finchè Giovan Galeazzo visse, Bonifacio non osò farne lagnanza, nè porsi in istato di difesa. La prima notizia dell'infermità del duca rese il papa coraggioso, e gli fece rinnovare un trattato coi Fiorentini, poi, quando ebbe certezza della sua morte, soscrisse un trattato di alleanza colla repubblica, in forza del quale prometteva di aggiugnere cinque mila cavalli ai sei mila che darebbero i Fiorentini, onde muover guerra agli eredi Visconti, e ritoglier loro tutti gli stati ingiustamente occupati dal loro genitore[17].

Era appena soscritto il trattato, quando Giannello Tommacelli, fratello del papa, s'avanzò contro Perugia con mille cinquecento lance, onde sostenere gli emigrati che volevano rientrare nella loro patria: di già gli si erano arresi quattordici castelli, e la città chiedeva di capitolare, quando Otto Bon Terzo si avanzò per liberarla, e costrinse alla ritirata il fratello del papa, che mancava egualmente di coraggio e di cognizioni militari[18]. Dal canto loro i Fiorentini guastarono alcune parti dei territorj di Siena e di Pisa, ma non impedirono a Gabriele Maria Visconti di recarsi in quest'ultima città con Agnese Mentegatti, sua madre, per prendere possesso della signoria che gli era stata data da Giovanni Galeazzo, e difenderla dai nemici[19].

In gennajo del 1403 i Fiorentini rinnovarono i decemviri della guerra, onde spingere le operazioni ostili con maggior vigore. Malgrado la loro democratica gelosia non solo affidavano questa carica per un anno, ma d'anno in anno riconfermavano nell'impiego que' decemviri che ben meritavano della patria[20]. Questi magistrati, formando un nuovo esercito, riuscirono ad avere al loro soldo alcuni di que' capitani, i quali essendo stati da Giovanni Galeazzo nominati nel consiglio di Reggenza, sembravano interamente addetti al duca di Milano. Ma di già una segreta gelosia divideva questo consiglio, ed i generali erano ansiosi di portare le armi contro coloro che avevano lungo tempo serviti. Alberico da Barbiano accettò il comando dell'esercito fiorentino, ed il marchese d'Este, Malatesti di Rimini e Pietro da Polenta, signore di Ravenna, presero servigio sotto le sue insegne ed abbandonarono i Visconti[21].

Carlo Malatesti di Rimini e Paolo Orsini comandavano le truppe del papa, e Baldassare di sant'Eustachio, che fu poi Giovanni XXIII, dirigeva le loro operazioni come legato di Romagna[22]. Quest'esercito si adunò lentamente in giugno e luglio, attaccò Bologna, difesa da Facino Cane e da Galeazzo Porro, e costrinse Lodovico degli Alidosi, signore d'Imola, a lasciare l'alleanza dei Visconti[23].

Francesco Barbavara, che Giovanni Galeazzo aveva nel suo testamento nominato presidente del consiglio di reggenza, aveva cominciata la sua carriera come cameriere del duca, onde i signori, che facevano parte del consiglio, non sapevano perdonargli la bassezza de' suoi natali, nè riconoscerlo per loro superiore[24]. Quanto più lo vedevano onorato della confidenza della duchessa, maggiormente si disgustavano del governo, e nell'istante che avrebbero dovuto provvedere gagliardamente contro gli attacchi de' Fiorentini, del papa e di Francesco da Carrara, non pensavano che ai mezzi di nuocere al Barbavara, che credevano l'amante di Catarina[25]. Due Visconti, lontani parenti dell'estinto duca, si posero alla testa dei malcontenti, ed accusarono il Barbavara e la duchessa di favorire i Guelfi[26]. Essi persuasero i due Porri, Antonio e Galeazzo, e Galeazzo Aliprandi, gentiluomini milanesi e ghibellini, ai quali Giovanni Galeazzo avea mostrata molta confidenza, ad unirsi con loro per sollevare il popolo. Tutta la città risuonò di grida sediziose del popolaccio che domandava la morte del Barbavara, e molti de' suoi amici furono uccisi[27]. La duchessa spaventata si chiuse con lui nel castello, e gli ammutinati nominarono senza la partecipazione di lei un nuovo consiglio di reggenza.

Frattanto Catarina, come talvolta accade alle donne, confondeva la violenza e l'impetuosità colla fermezza; credeva di agire come si conviene a uomo ed a principe, quando più s'allontanava dal carattere del suo sesso e dal proprio, e commetteva azioni barbare per ostentare una virile condotta. Dopo di avere ammessi nella reggenza i nuovi consiglieri datile dal popolo, li fece un giorno chiamare per deliberare seco nel castello di Milano[28], e fattili circondare dai suo satelliti, fece decapitare i due Porri e l'Aliprandi, indi esporre sulla pubblica piazza i loro sfigurati corpi. Antonio Visconti e gli altri arrestati con loro vennero chiusi in prigione[29].

Nè meno crudelmente aveva la duchessa trattate alcune città ammutinate. I cittadini d'Alessandria avevano prese le armi in ottobre, e scacciati dalla loro città i ministri dei Visconti: ordinò Catarina a Facino Cane, uno de' suoi generali, di punirli. La città fu presa ed abbandonata ad orribile sacco, dopo il quale Facino Cane[30] se ne fece signore, e più non depose la sovranità[31]. Non molto dopo i Guelfi di Como furono in una sollevazione cacciati dalla loro patria dai Ghibellini; implorarono la protezione della duchessa, la quale mandò a Como Pandolfo Malatesti, altro suo generale, cui andava debitrice de' soldi arretrati. Gli permise di pagarsi col saccheggio de' Ghibellini di Como, ma il Malatesti saccheggiò tutta la città, ed in appresso se ne appropriò il governo[32].

Tutte le città ch'erano state assoggettate al dominio dei Visconti trovavansi in preda alla più violenta anarchia. In cadauna eravi qualche famiglia, che ne aveva in altri tempi avuta la signoria, o che almeno aveva primeggiato sugli altri col favore dello spirito di parte; queste famiglie sentivano assai più vivamente il desiderio di ricuperare l'antica loro autorità, che i popoli quello di riporsi in libertà: ogni piccolo stato sentiva meno il peso di un giogo dispotico, che l'avvilimento di vedersi ridotto alla condizione di città di provincia, e si lusingavano tutti di veder rinascere la loro prosperità passata, tornando ad essere capitali di una piccola sovranità; perciò favorirono le famiglie che cercarono di sottrarsi all'autorità dei Visconti per sostituirvi la propria. Cremona fu la prima a ribellarsi. Giovanni Ponzoni, i di cui antenati erano stati capi del partito ghibellino, trovavasi esiliato dalla sua patria, e vi rientrò il 30 maggio alla testa di un branco di gente armata, cacciandone Giovanni da Castione, commissario della duchessa, e rendendo la libertà a tutti i prigionieri. Trovavasi tra costoro Luigi Cavalcabò, antico capo dei Guelfi cremonesi. Quest'uomo ambizioso ed inquieto non fu appena fuori di prigione che cercò di risvegliare in Lombardia la parte guelfa; nome omai dimenticato sotto la lunga oppressione dei Visconti.

Più non trattavasi tra Guelfi e Ghibellini della contesa così lungamente agitata tra gl'imperatori ed i papi, come più non trattavasi, siccome in Toscana, dell'opposizione tra il partito della libertà e quello dell'assoluto potere; imperciocchè i Guelfi lombardi, non meno che i Ghibellini, avevano perduto ogni spirito d'indipendenza. Ma restavano tuttavia antichi odj da soddisfare, antiche vendette da fare; restava più che tutt'altro un'inquieta ambizione, ed il sempre rinascente desiderio di ricuperare un potere già da tanti anni perduto. Tutti i Guelfi nelle città, ne' castelli, ne' villaggi si posero in moto per rialzarzi dall'oppressione in cui gli avevano così lungo tempo tenuti i Visconti, trattarono coi Fiorentini, capi in Italia di tutta la parte guelfa, e formarono una lega generale, alla direzione della quale nominarono Ugolino Cavalcabò, marchese di Viadana, e Gabrino Fondolo, suo amico e suo luogotenente[33].

Nel mese di luglio Cavalcabò cacciò i Ghibellini fuor di Cremona, e cadde in sospetto d'avere fatto avvelenare Giovanni Ponzone suo rivale e suo liberatore, ma in un'adunanza del popolo fu nominato signore di Cremona[34]. Poco dopo persuase la città di Crema a scacciare coi Ghibellini gli ufficiali del duca di Milano ed a sottomettersi alla signoria dei Benzeni. A Brescia i Guelfi, sostenuti dagli abitanti di piè dell'Alpi, riportarono una compiuta vittoria; a Como per lo contrario i vittoriosi furono i Ghibellini. Franchino Rusca cacciò i Guelfi dalla città e dai villaggi posti in sul lago, ma si ribellò ai Visconti, le di cui truppe lo avevano servito nel condurre a fine questa rivoluzione[35]. Bergamo rimase in potere della famiglia ghibellina dei Suardi, dopo avere scacciati i Coleoni coi Guelfi. A Lodi Giovanni da Vignate, capo dei Guelfi, scacciò i Vestarini ed i Ghibellini. Gli Scotti a Piacenza ed i Landi a Bobbio ricuperarono l'antica loro autorità, mentre la famiglia ghibellina degli Anguisoli veniva esiliata dalle due città. E per tal modo dall'una all'altra estremità della Lombardia un universale fermento rinnovò gli antichi odj da tanto tempo sopiti. Un solo stato spezzavasi in venti separate sovranità, governate da piccoli tiranni; una guerra universale scoppiava ai confini di tutte le province; la guerra civile esauriva ogni comunità; e quel dominio che i Visconti avevano innalzato con tante fatiche, con tante pratiche, con tanti delitti, pareva spegnersi per sempre.

I Fiorentini, volendo approfittare dell'abbassamento dei loro avversarj, avevano unite nel Bolognese le loro armate a quella del papa. Avevano invitato Francesco da Carrara ad unirsi a loro sotto le mura di Milano, e mentre questi occupava Brescia e ne cingeva d'assedio il castello, Alberico da Barbiano conduceva l'esercito della lega nello stato di Parma. Eravi in allora per comandante Otto Bon Terzo, uno de' migliori generali de' Visconti, parmigiano egli medesimo e di famiglia ghibellina, il quale da Giovanni Galeazzo era stato investito di tutti i beni che appartenevano ai Correggieschi, ed aveva nella sua patria la doppia autorità di comandante militare e di capo di parte[36]. Per assicurarsi la conservazione della città ne cacciò i Rossi con più di due mila Guelfi che si recarono al campo de' Fiorentini[37], e loro fecero aprire volontariamente le porte di molte terre murate. Alberico da Barbiano, dopo avere soggiogata una parte di questa provincia, apparecchiavasi a passare il Po per portarsi sopra Milano; ma Carlo Malatesti che comandava sotto i di lui ordini le truppe del papa lo trattenne inaspettatamente, dando pubblicità ad un trattato che andava maneggiando da lungo tempo.

Il Malatesti aveva sposata una sorella della duchessa Catarina, figlia di Barnabò Visconti. Finchè visse Giovanni Galeazzo questa parentela poteva essere pel signore di Rimini un altro motivo per odiare colui che aveva fatto perire suo suocero: ma morto il duca, il Malatesti non poteva vedere con fredda indifferenza i pericoli che moltiplicavansi intorno alla duchessa di Milano; tenne segrete conferenze con Francesco dei Gonzaga, comune cognato, il quale erasi conservato fedele a Catarina, e fu pure ammesso a tali conferenze Baldassare Cossa, legato del papa, senza che il Barbiano, il marchese d'Este, o Vanni Castellani, ambasciatore fiorentino, avessero sentore di queste pratiche; ed il 25 agosto del 1403, con estrema maraviglia degli alleati del papa, si pubblicò la pace tra i Visconti e la Chiesa, che raccolse tutto il frutto degli sforzi fatti dai popoli cui erasi associata, facendosi restituire Bologna, Perugia e tutte le città che Giovanni Galeazzo aveva tolte allo stato ecclesiastico, senza nulla domandare a vantaggio dei Fiorentini[38].

Il legato ricondusse immediatamente l'armata presso Bologna, e questa città, impaziente di ritornare sotto il governo della Chiesa, non aspettò che Facino Cane, che vi comandava, aprisse le porte. I cittadini presero le armi il 2 settembre, e scacciarono il generale, facendo subito entrare in città le truppe pontificie[39]. Nel seguente ottobre i Perugini, dopo avere avuta una lettera della duchessa di Milano, che loro rendeva la libertà[40]; aprirono egualmente le porte a Giannello Tommacelli, fratello del papa, e richiamarono i fuorusciti[41].

I Fiorentini spedirono a Roma ambasciatori per dissuadere il papa dal ratificare un trattato contrario a' suoi primi impegni[42]. L'oggetto dell'alleanza era di ricuperare le città della Chiesa, e di liberare quelle della Toscana. Niuna di queste ultime era per anco sottratta al giogo de' Visconti, ed il papa non ignorava che gli sforzi de' Fiorentini non tendevano che a rendere la libertà alla Toscana, onde non poteva senza taccia di mala fede abbandonarli, dopo aver egli raccolti i frutti dell'alleanza; tanto più che veruna disfatta non dava vero nè apparente motivo alla sua defezione[43]. Ma Bonifacio IX, dopo avere calmata con affettati indugi l'indignazione eccitata dalla sua condotta, ratificò, senza nulla cambiare, il trattato conchiuso dal legato[44].

I Fiorentini abbandonati a sè medesimi non però rinunciarono ai progetti che avevano formati, e continuarono coraggiosamente la guerra. Spedirono due mila cavalli e mille cinquecento fanti ad Ugolino Cavalcabò, il nuovo signore di Cremona[45]. Presero al loro soldo Guido da Fogliano di Reggio, Pietro de' Rossi di Parma ed altri gentiluomini lombardi, ad ognuno dei quali pagarono mille fiorini d'oro al mese, per ajutarli a sostenere la guerra che questi signori facevano intorno ai loro castelli[46]. Ma sopra tutto sforzaronsi di tornare in libertà le due repubbliche toscane che avevano mostrato così accanito odio contro di loro, che avevano fatto loro tanto male, e che per farne loro ancora di più, eransi volontariamente date in mano a Giovanni Galeazzo.

Il primo tentativo dei Fiorentini per rendere la libertà a Siena non ottenne il desiderato effetto. Francesco Salimbeni e Cocco di Cione, dopo avere tentato coi loro discorsi di risvegliare nel popolo l'amore della patria, erano rimasti d'accordo di prendere le armi coi loro associati il 26 di novembre del 1403, d'attaccare il palazzo pubblico, e di scacciarne san Giorgio di Carreto, governatore della città. Ma i Salimbeni, i Malavolti ed il monte dei dodici erano entrati soli nella congiura, onde la gelosia degli altri ordini la fece mancare. Venne avvisato il governatore di ciò che contro di lui si tramava, e questi avendo tratto Francesco Salimbeni presso al palazzo, intrattenendosi con lui amichevolmente, colà lo fece uccidere dalle sue guardie[47]. I dodici che si armavano per difenderlo furono attaccati e rotti, e molti di loro presi e mandati al supplicio, o in esilio. Il monte dei dodici fu in allora dichiarato escluso da ogni partecipazione al governo, e questo decreto si mantenne in vigore per lo spazio di quasi ottant'anni[48].

Per altro i Sienesi, che non avevano voluto ricevere la libertà per opera dei dodici o dei Salimbeni, non tardarono a procurarsela da sè medesimi. Alla fine di marzo del 1404 spedirono a Firenze ambasciatori a chiedere pace. Quando cominciò questa negoziazione, il governatore san Giorgio di Carreto, conoscendo di avere perduta in modo l'autorità sua, che non chiedevasi pure il di lui assenso per trattare coi nemici del suo principe, uscì di città spontaneamente, avanti di esserne scacciato. I magistrati ordinarono all'istante che si levasse la biscia dei Visconti da tutti i luoghi pubblici e dalle monete che faceva coniare la repubblica; ed in tal modo fu in Siena, senza rivoluzione, abolita l'autorità del duca di Milano[49].

I Fiorentini accolsero lietamente gli ambasciatori Sienesi, restituirono alla loro repubblica tutte le terre che avevano occupate nel di lei territorio, riservandosi soltanto la giurisdizione di Montepulciano, ch'era stata la prima cagione della guerra. Vollero invece che gli esiliati di Siena fossero richiamati in patria, ammettendoli al godimento de' loro beni e diritti. Questo trattato di pace si pubblicò in mezzo al tripudio de' cittadini nelle due città il 4 aprile del 1404[50].

I Fiorentini lusingavansi di giugnere più facilmente a sottrarre i Pisani alla tirannide di Gabriele Maria Visconti. Questo nuovo signore, che non poteva nè proteggere i suoi sudditi, nè nuocere ai suoi nemici, andava non pertanto accrescendo le imposte per supplire alle spese della sua piccola corte, e per sostenere una guerra, cui il popolo non prendeva veruna parte[51]. Quando vide che le imposte ordinarie non bastavano, pretese d'avere scoperta una cospirazione de' Bergolini, e sotto questo colore fece morire un Agliate, un Bonconti ed altri rispettati cittadini, confiscando i loro beni.

Per approfittare del malcontento del popolo, in gennajo del 1404, i Fiorentini mandarono sotto Pisa un grosso corpo di cavalleria, con alcuni ingegneri e poche compagnie d'infanteria. Erano stati avvisati che le mura della città erano mezzo ruinate in vicinanza di un'antica porta ch'era stata chiusa, e che potevano facilmente superarsi[52]. Ma giunti innanzi a Pisa trovarono una nuova fortificazione innalzata nel luogo ch'essi pensavano di attaccare, il nemico informato de' loro progetti, e le mura coperte di soldati e di macchine. Risolsero perciò di ritirarsi dopo avere guastate le campagne.

Questo tentativo invece di nuocere a Gabriele Maria Visconti servì per lo contrario a consolidare il di lui potere, perchè lo determinò ad implorare la protezione di Boucicault, maresciallo di Francia, che in allora teneva il comando di Genova. Quest'illustre generale, che desiderava di vendicarsi sugl'infedeli della schiavitù sofferta tra le catene di Bajazet, cercava modo di trattare con Emmanuele II Paleologo per soccorrerlo nelle sue avversità; onde avea avidamente accettato il vicariato di Genova, di cui ne aveva prese le redini il 31 ottobre del 1401, perchè il popolo che possedeva Pera aveva più d'ogni altro mezzi ed interesse di difendere Costantinopoli[53]. Boucicault era entrato in tutti gl'interessi de' Genovesi e per conto loro si adombrava di tutti gli acquisti che potrebbero fare i Fiorentini; ed in particolare non voleva permettere che questo popolo di mercanti possedesse gl'importantissimi porti di Pisa e di Livorno. Accolse adunque con piacere le proposizioni del Visconti; si fece dare Livorno e le sue fortezze, richiese per conto della signoria di Pisa l'annuo tributo d'un cavallo e d'un falcone pellegrino, ed a tali condizioni avendo riconosciuto Gabriele Maria Visconti come feudatario del re di Francia, intimò ai Fiorentini di non arrecare ulteriore molestia a lui o al suo territorio, se non volevano provocare la collera di Carlo VI. Quando Boucicault vide che questa minaccia non bastava, fece arrestare tutti i negozianti fiorentini che si trovavano in Genova, e porre sequestro sulle loro mercanzie, e non li rilasciò che dopo avere forzata la signoria a segnare una tregua di quattro anni col Visconti, e colla comunità di Pisa[54].

Ad eccezione di Pisa, la Toscana trovavasi liberata da ogni straniera influenza, ed i Fiorentini avevano ad ogni modo ottenuto lo scopo che si erano proposti nella presente guerra. Siena aveva ricuperata la sua libertà; Perugia e Bologna avevano cambiata la tirannide de' Visconti contro il paterno e più pacato dominio della Chiesa; Riccardo Cancellieri di Pistoja aveva fatte proposizioni di pace in settembre del 1403, e per ricuperare i suoi beni aveva ceduto alla repubblica il castello della Sambuca, che chiudeva uno de' più importanti passaggi degli Appennini[55]. Altro adunque a far non le rimaneva per soddisfare a' suoi desiderj, che di punire i signori feudatarj, che avevano abbandonati i Fiorentini per unirsi ai Visconti, onde i dieci della guerra gli attaccarono vigorosamente. Giacomo Salviati, che comandò questa spedizione, tolse agli Ubertini tutti i castelli che possedevano nella val d'Ambra, s'innoltrò dopo contro i conti Guidi ed i conti del Bagno, ed occupò tutte le fortezze che avevano questi gentiluomini ai confini della Romagna, e per ultimo ricondusse all'ubbidienza della repubblica tutta la nobiltà feudataria degli Appennini[56].

Al di là di queste montagne i Fiorentini non volevano nè fare acquisti, nè obbligarsi a lunghe alleanze per timore di trovarsi avviluppati in perpetue ostilità. Nondimeno mandarono soccorsi di danaro e di gente ad Ugolino Cavalcabò, signore di Cremona. Pietro de Rossi, uno de' loro alleati, erasi riconciliato in principio dell'anno con Otto Bon Terzo, che governava Parma piuttosto come tiranno che come luogotenente del duca di Milano; avevano convenuto di dividere la sovranità di questa città, ed Otto Bon Terzo aveva offerto di passare al soldo dei Fiorentini contro i Visconti; ma improvvisamente assalì i Guelfi di Pietro de' Rossi che con lui erano di guarnigione nella cittadella di Parma, e li disarmò; poi scagliandosi contro i pacifici borghesi ch'egli credeva affezionati al suo rivale, ne fece un orribile carnificina, e lasciò che fossero saccheggiate le loro case[57]. Pietro de Rossi, scacciato dalla sua patria, venne a Firenze per implorare i soccorsi della repubblica. I decemviri posero sotto i suoi ordini quasi mille cinquecento corazzieri e lo provvidero di danaro e di munizioni da guerra. Ma contuttociò essi più non agivano in Lombardia che come ausiliari degli antichi loro amici; senza venire a trattati di pace, più non maneggiavano la guerra col vigore di prima, e lasciavano che i Visconti lottassero contro le difficoltà in cui trovavansi avviluppati[58].

Il popolo milanese, approfittando della debolezza del governo, s'andava agitando per ricuperare la libertà; ma l'ambizione de' grandi, o l'inquietudine de' cittadini non si appoggiavano a nobili desiderj; i primi non cercavano che a soppiantarsi con intrighi di corte, i secondi turbavano l'amministrazione con movimenti insignificanti senza verun progetto determinato, senza verun costante desiderio. Se i Milanesi avessero rimossa dalla sovranità la famiglia Visconti, resa veramente dai suoi delitti indegna di regnare, essi avrebbero riposta la loro repubblica alla testa della lega lombarda, e le avrebbero per lo meno ottenuto lo stesso rango che Firenze occupava in Toscana. Se per lo contrario avessero cercato di consolidare la sovranità innalzata dagli ultimi principi, dando una costituzione alla monarchia, ed assicurando la felicità del popolo sotto la circoscritta autorità d'un capo, la città loro sarebbe rimasta la capitale della Lombardia, e le venticinque città, che Giovanni Galeazzo aveva governate, sarebbero rientrate sotto la loro dipendenza; ma tutte le ribellioni di Milano venivano eccitate da persone faziose, non da virtuosi patriotti. Cercavano essi di strapparsi l'un l'altro di mano il potere, e non pensavano a riclamare o a far valere i loro diritti.

Dal canto suo la duchessa Catarina colla sua imprudente e crudele condotta andava perdendo ogni diritto all'affetto ed alla stima del popolo. La morte dei due Porri e dell'Aliprandi aveva in principio dell'anno eccitato in Milano un grandissimo fermento. Nel mese di aprile, il popolo trovò una mattina cinque cadaveri vestiti di nero e senza testa, che stavano esposti per ordine della duchessa avanti alla porta di sant'Ambrogio. Pensava Catarina che questa misteriosa esecuzione assicurerebbe il suo potere spaventando i faziosi. Ma tutt'all'opposto, sebbene i Milanesi non conoscessero i decapitati, si abbandonarono ai sentimenti di sdegno e di rabbia. Presero le armi ed obbligarono la duchessa a dare in mano ai borghesi le sue fortezze, dalle quali sloggiarono i soldati; il giovane duca Giovan Maria venne affidato a consiglieri ghibellini eletti dal popolo; la casa di Francesco Barbavara fu abbandonata al saccheggio; ed egli si ricoverò in Val Siccida posta sopra Novara, mentre la duchessa andò a chiudersi in Monza, sperando di rimanervi sicura sotto la protezione di Pandolfo Malatesti[59].

Ma quando il duca più non trovossi custodito dalla duchessa sua madre, i faziosi abusarono del suo nome per muovere guerra alla reggente. Vedevansi in ogni città il partito del duca e quello della duchessa azzuffarsi frequentemente[60]; l'ultima fu improvvisamente sorpresa a Monza da Francesco Visconti e gittata in prigione, ove, se può darsi fede alla pubblica voce, morì avvelenata il 16 ottobre del 1404[61]. Pandolfo Malatesti, che trovavasi presso di lei, fuggì a piedi e scalzo, com'egli era, alla volta di Trezzo, e di là passando immediatamente a Brescia, ottenne di avere in sua mano la città e le fortezze, e se ne fece proclamare signore[62].

Per tal modo tutta la Lombardia trovossi divisa tra nuovi tiranni. Filippo Maria, il più giovane de' fratelli Visconti, risedeva in Pavia, ma l'autorità sopra questa città era stata nuovamente usurpata dai Beccaria, che l'avevano in altri tempi signoreggiata. Facino Cane regnava in Alessandria, Giorgio Benzoni a Crema, Giovanni da Vignate, figliuolo d'un macellajo, a Lodi, i Suardi a Bergamo, i Coleoni a Trezzo, Cavalcabò a Cremona, Francesco Rusca a Como; ed i popoli calpestati dai nuovi padroni, e dai loro soldati, erano omai ridotti a desiderare il giogo più uniforme dei Visconti.