CAPITOLO LIX.
Conquiste di Francesco da Carrara in Lombardia. — Gelosia de' Veneziani; gli dichiarano la guerra; vigorosa resistenza del Carrara, che perde successivamente Verona e le sue principali fortezze; egli è forzato ad arrendersi, ed il consiglio dei dieci lo fa morire co' suoi figliuoli.
1404 = 1406.
Quando cominciarono le turbolenze eccitate in Lombardia dalla morte di Giovanni Galeazzo, la duchessa di Milano aveva offerta la pace a Francesco da Carrara, signore di Padova, di cui temeva il risentimento ed il valore. Il Carrara vi acconsentiva a condizione che gli fossero restituite Vicenza, Feltre e Belluno, onde potesse, com'egli diceva, lasciare la signoria d'una città a ciascuno de' suoi figliuoli. Non pertanto dietro l'interposizione de' Veneziani si era accontentato di Feltre e di Belluno, e la duchessa aveva promesso di dargli queste due città nel giugno del 1403[63]. L'odio che Jacopo del Verme e Francesco Barbavara, consiglieri di Catarina, portavano al signore di Padova, fece rompere questo trattato all'atto che doveva eseguirsi; onde il Carrara, dopo avere riclamata la guarenzia de' Veneziani, che gli diedero una risposta insignificante, entrò il 12 agosto nel territorio di Verona con una formidabile armata. Non avendo potuto riportare alcun vantaggio sopra Ugolotto Biancardo, che comandava le truppe de' Visconti, passò nello stato di Brescia, ed i Guelfi gli aprirono le porte di quella città[64]. Ma le truppe del duca eransi chiuse nella cittadella, ed avanti che il Carrara potesse forzarle ad arrendersi, sopraggiunsero Otto Bon Terzo e Galeazzo di Mantova con mille lance, che costrinsero il signore di Padova a ritirarsi[65].
In principio del 1404 Facino Cane fu mandato a Vicenza dalla duchessa con un ragguardevole corpo d'armata per portare la guerra nel padovano; ma il Carrara, appostando le sue milizie dietro i canali ed i fiumi che attraversano e circondano i suoi stati, rispinse le truppe milanesi, e determinò finalmente Facino Cane a condurre altrove i suoi soldati, onde approfittare per sè medesimo dell'anarchia in cui trovavasi la Lombardia[66].
Lo stesso giorno in cui ritiravasi Facino Cane, Guglielmo della Scala entrò in Padova per domandare a Francesco Carrara di prendere parte in un'intrapresa che egli meditava intorno a Verona. Guglielmo era figlio d'Antonio, l'ultimo signore della Scala; nel suo esilio era stato beneficato assai dal Carrara[67]. Sperava che fosse giunto l'istante in cui potrebbe ricuperare la sovranità de' suoi maggiori, ed assicurava il signore di Padova che gli antichi sudditi della sua famiglia desideravano di ritornare sotto il suo dominio, e convenne con lui, che qualora col suo ajuto rientrasse in Verona, egli lo assisterebbe poi con tutte le sue forze per ricuperare Vicenza. I due principi soscrissero le condizioni di questo trattato il 27 marzo del 1404[68].
Il 30 di marzo l'armata del Carrara si mosse sotto gli ordini di Filippo da Pisa. Niccolò, marchese d'Este, genero del signore di Padova, sopraggiunse ad ingrossarla con cinquecento corazzieri[69], e questi generali cinsero d'assedio il castello di Cologna. Mentre richiamavano colà l'attenzione de' nemici, tenevano vive segrete corrispondenze coi malcontenti di Verona, sotto le di cui mura recossi improvvisamente l'armata che assediava Cologna la notte del 7 aprile, ed ajutata da' partigiani de' suoi antichi signori, vi penetrò scalando le mura, onde Ugolotto Biancardo, che vi comandava a nome del duca di Milano, dovette ritirarsi nella fortezza[70].
Ma nel momento medesimo che acquistava la sua capitale, Guglielmo della Scala era troppo infermo per poter sostenere il movimento del cavallo. Se dobbiamo dar fede a Gataro, storico che, malgrado la sua parzialità pei Carrara, inspira confidenza per tutte le minute circostanze che egli riferisce, Guglielmo della Scala era travagliato da dissenteria accompagnata da continua febbre, e fino dal 20 marzo, in cui giunse a Padova, era stato curato dai medici del principe, e la sua malattia aveva di già per alcuni giorni fatta ritardare l'esecuzione de' suoi progetti[71]. Redusio da Quero, autore contemporaneo, capitale nemico del signore di Padova, pretende invece che questi, allorchè Guglielmo entrò in Padova, gli avesse fatto dare un lento veleno[72]. Frattanto lo Scala venne riconosciuto per signore di Verona, e tutti i suoi concittadini si presentarono a rendergli omaggio. La fatica dell'inaugurazione faceva peggiorare il di lui male; e la gioja d'essere rientrato in patria e risalito sul trono de' suoi padri veniva funestata da' suoi crescenti dolori. Dopo quindici giorni di signoria Guglielmo morì il 21 d'aprile. Il popolo, e quasi tutti gli scrittori contemporanei accusarono Francesco da Carrara d'aver fatto avvelenare questo signore[73]. Vuolsi per altro osservare, che la frequenza di tali delitti li faceva agevolmente credere; e noi dobbiamo andare guardinghi nel macchiare la memoria d'un principe, che in tutta la sua condotta ci sembra nobile e generoso; altronde questo delitto era inutile, perchè Guglielmo della Scala lasciava due figli, Antonio e Brunoro, che Carrara investì immediatamente dell'eredità del loro padre[74].
Il 29 aprile Ugolotto Biancardo, assediato nella fortezza di Verona, fu forzato di cederla agli assalitori, e Francesco da Carrara vi pose guarnigione. Intanto Francesco Terzo, figliuolo primogenito del signore di Padova, assediava Vicenza con un'altra armata. Da lungo tempo i Vicentini ed i Padovani erano animati da vicendevole odio, onde i primi si ostinavano a difendersi. Dal canto suo la reggenza di Milano tutto poneva in opera per soccorrere il Biancardo, e mentre Facino Cane cercava di gettare rinforzi nella città assediata, gli ambasciatori della duchessa cercavano di persuadere la repubblica di Venezia a dichiararsi contro il Carrara.
I Veneziani eransi mostrati indifferenti sui progressi di Giovanni Galeazzo Visconti, e non avevano presa parte contro di lui quando questo principe minacciava di occupare tutta l'Italia. Ma il doge Michele Steno, e Francesco Foscari, capo della quarantia, fingevano adesso di essere inquieti per l'ingrandimento di Francesco Carrara, principe bellicoso, ambizioso, non meno accorto politico che grande capitano, il quale, sebbene si mostrasse affezionato alla signoria, pensava indubitatamente a vendicare i mali che quindici anni prima aveva questa procurati a lui ed al di lui padre[75]. La duchessa di Milano aveva mandati a Venezia come ambasciatori, il vescovo di Feltre, il generale Jacopo del Verme, cui Francesco da Carrara aveva confiscati i beni a Verona[76], ed Ugo Scrovegno, emigrato padovano, le di cui sostanze erano pure state poste sotto sequestro; il personale loro odio seppe risvegliare l'ambizione del doge e dei Veneziani. Offrirono da principio di cedere alla signoria Feltre e Belluno come prezzo della loro alleanza[77]; vi aggiunsero poco dopo Vicenza, e tutto quanto possedeva la casa Visconti oltre l'Adige[78]. Il doge che desiderava la guerra per illustrare colle conquiste il suo principato, adoperò qualche artificio per allontanare dal consiglio dei Pregadi tutti i favorevoli alla casa da Carrara, e non pertanto non vinse la parte che per un solo suffragio[79]. La guerra fu dunque decisa, e Giacomo Soriano, gentiluomo veneziano, venne spedito a Vicenza per prendere possesso di quella città, i di cui abitanti avevano direttamente implorata la protezione della signoria.
Il 25 aprile 1404 la bandiera di san Marco fu posta sulla gran torre di Vicenza, e spedito un trombetta a Francesco Terzo da Carrara per ordinargli di togliere l'assedio da una città che apparteneva alla repubblica. Il trombetta, avendo in qualche maniera provocata la collera del giovane signore, fu ucciso in sua presenza; e questa violazione del diritto delle genti venne ben tosto severamente punita su tutta la casa da Carrara[80].
Francesco da Carrara recossi nel campo del figliuolo con intenzione di dare il 1.º maggio un assalto alle mura di Vicenza; ma avendo ricevuta una lettera della signoria, che altamente lo minacciava se non levava l'assedio, il Carrara si contenne, sperando di evitare a tal prezzo la guerra colla repubblica; abbandonò i suoi progetti, e ricondusse le truppe a Padova[81].
Mentre le cose trovavansi in questo stato fu avvisato che Brunoro ed Antonio della Scala negoziavano dal canto loro con Venezia, per guadagnarsi contro di lui medesimo la protezione della signoria, e sottrarsi alla guerra, onde lo vedevano minacciato. Di già questi principi gli avevano date altre cagioni di malcontento, forse ingrandite dalla propria ambizione. Si credette autorizzato dalla loro ingratitudine a spogliarli di quanto egli medesimo loro aveva dato. Li fece arrestare il 17 maggio, e suo figliuolo, Giacomo da Carrara, partecipò al popolo veronese, adunato nella pubblica piazza, i motivi di tale determinazione[82]. Il 24 dello stesso mese Francesco da Carrara si fece proclamare signore di Verona[83].
Frattanto gli ambasciatori di Firenze e quelli della Chiesa cercavano d'accordo col marchese d'Este di ristabilire la pace[84], ma tanto erano eccessive le domande de' Veneziani che non potevasi aprire alcuna negoziazione. Questi avevano di già persuaso Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, ad invadere il territorio di Verona[85]. Jacopo del Verme aveva preso possesso in loro nome delle città di Feltre e di Belluno[86], ed il 18 giugno, ruppe a mano armata le dighe della Brenta presso all'Anguillara, onde inondare il territorio di Padova[87]. Per altro la guerra non ancora era stata formalmente dichiarata. Francesco da Carrara, avvisato di tali ostilità, adunò il consiglio del popolo, che aveva conservato o ristabilito a Padova, ad oggetto di assicurarsi l'affetto de' suoi sudditi. Gli manifestò le ingiurie che aveva ricevute dalla repubblica, dicendo come avesse sempre cercato di contenersi in faccia alla medesima come un figliuolo rispettoso, piuttosto che come un buon vicino; ma soggiunse che vedevasi ora costretto a prendere le armi per difendere i suoi legittimi diritti, e, dietro il parere del suo popolo, dichiarò la guerra ai Veneziani il 23 giugno del 1404[88].
Il senato veneto erasi fatto una regola di non adoprare che armi straniere e mercenarie. Non voleva affidare ad un cittadino un'autorità di cui poteva essere tentato di abusare; nè voleva pure dargli occasione d'acquistare troppa gloria, o permettere al popolo di accostumarsi alla milizia. I condottieri, che la repubblica prendeva al suo servigio, non ottenevano mai d'introdurre i loro soldati in Venezia, di modo che gli stessi loro tradimenti non potevano esporre la capitale ad alcun pericolo; e lo stato in allora più ricco dell'Europa poteva intraprendere senza verun timore una guerra, per sostenere la quale non esponeva che danaro.
Si raccolse adunque al soldo della repubblica, sotto il comando di Malatesta da Pesaro, un'armata di nove mila corazzieri. Militavano sotto il Malatesta Paolo Savelli, Taddeo del Verme, i Polenta da Ravenna, il conte dell'Aquila ed altri celebri capitani[89]. Francesco da Carrara, che non aveva tanta gente, compensò colla sua attività la disuguaglianza del numero; persuase Francesco di Gonzaga ad accettare una tregua, che doveva durare fino al 27 agosto, e ridusse suo genero, il marchese Niccolò d'Este, ad unirsi a lui contro i Veneziani. Niccolò riacquistò in pochi giorni il Polesine di Rovigo, antico dominio di sua famiglia, ch'egli aveva precedentemente ceduto alla repubblica per guarenzia di un debito[90]. Finalmente il Carrara, approfittando de' profondi canali che attraversano tutta la Venezia, fortificò i confini del suo territorio, con fosse e ridotti, e li difese come una fortezza. Col suo bravo generale, Filippo di Pisa, si appostò presso Pieve di Sacco, dietro le linee da lui formate, ed il 20 agosto rispinse valorosamente un attacco generale dei Veneziani su tutto il confine dello stato di Padova[91].
Spirava il 27 agosto la tregua conchiusa col Gonzaga, onde il Carrara fu forzato di dividere le sue forze per resistere ad un nuovo attacco. Una violenta burrasca disperse in tempo di sua assenza le truppe che custodivano le linee di Pieve di Sacco. Mentre le sentinelle medesime cercavano di sottrarsi alla dirotta pioggia che cadeva, alcuni soldati veneziani trovarono nella casa di un contadino, che stavano saccheggiando, un trave abbastanza lungo per fare un ponte che attraversasse il canale; lo gettarono senz'essere osservati; i più arditi passarono il canale, ed agevolarono agli altri il modo di rendere questo ponte più solido e più largo, di modo che quando furono scoperti trovavansi omai in sufficiente numero per conservare il posto; onde il 6 di settembre l'armata veneziana entrò tutta nel primo circondario fortificato del territorio di Padova[92].
Accorse ben tosto il Carrara per salvare le sue campagne dalla ruinosa invasione de' nemici; si ritirò dietro una seconda linea di canali che si affrettò di fortificare; indi, stendendo le sue truppe tra Oriago, Stra e Vico d'Aggere, coprì almeno tutto il paese che restava alle sue spalle. Frattanto a cagione di una contesa insorta tra il Malatesta e Paolo Savelli l'armata veneziana si divise fra questi due generali: il Carrara approfittò di questo avvenimento per battere separatamente l'ultimo, e per togliere all'esercito nemico un convoglio di vittovaglie che conduceva Taddeo del Verme[93].
Ma il signore di Padova, malgrado i suoi talenti ed il suo coraggio, non era abbastanza forte per lottar solo contro i Veneziani. Avevano questi richiamato da Candia il marchese Azzo d'Este, che alcuni anni prima aveva eccitata una guerra civile nello stato di Ferrara, e gli facevano rimontare il Po colla loro flotta per attaccare il marchese Niccolò[94]. D'altra banda Jacopo del Verme aveva condotti a Francesco Gonzaga potenti rinforzi, e tutti due assieme attaccavano il territorio di Verona, ove successivamente prendevano molti castelli. Gli abitanti di questo paese non erano in verun modo affezionati alla casa di Carrara, e non mostravano veruno zelo per difenderla. Finalmente i Veneziani avevano congedato il Malatesta, e riunita la loro terza armata sotto Paolo Savelli. Era quest'armata la più ragguardevole che si fosse veduta servire in Italia, e costava ogni mese cento venti mila ducati alla signoria, la quale, abbastanza ricca per nulla risparmiare di tutto quanto poteva tornar utile al buon successo, consumò due milioni di ducati nella sola guerra di Padova[95].
Paolo Savelli, non avendo potuto forzare il ricinto che difendeva i Padovani, in sul finire di novembre diede al suo esercito i quartieri d'inverno nello stato di Treviso. Il Carrara, che temeva di perdere l'amore del suo popolo, se lo affaticava con un troppo aspro servigio militare, si affrettò dal canto suo di rimandare gli abitanti di Padova alle loro case. Ma la ritirata del Savelli non era che uno stratagemma; erasi egli comperati dei traditori a Stra, i quali gli aprirono un passaggio a traverso alle linee così lungamente difese. Il 2 dicembre egli attraversò la Brenta, ed entrò nel cantone di Pieve di Sacco il più ricco ed il più fertile del territorio padovano. Francesco da Carrara, accorso per respingerli, fu ferito in una mano, le sue truppe dovettero ritirarsi, e tutte le campagne de' suoi stati vennero miseramente saccheggiate[96].
Il principio del 1405 non fu meno della fine del precedente anno funesto al Carrara. Il marchese di Ferrara, suo genero, ed il solo suo alleato, lo abbandonò. Minacciato dalle flotte veneziane, mancante di vittovaglie, e circondato da un popolo malcontento, egli soscrisse una separata pace, e cedette ai Veneziani il Polesine di Rovigo, e le fortezze che aveva innalzate lungo il Po[97].
Francesco da Carrara aveva chiesto inutilmente soccorso ai Fiorentini, in allora occupati nelle negoziazioni di Pisa. Egli non riceveva soccorso nè da loro nè da verun altro suo antico amico, molti de' suoi sudditi cominciavano a scoraggiarsi, altri a manifestare qualche malcontento, e pareva che Giacomo di Carrara, suo fratello naturale, avesse preso parte in una congiura contro di lui[98]. Francesco cercò in allora di porre in sicuro da ogni pericolo i suoi più giovani figli, e parte de' suoi beni. Il primogenito, Francesco Terzo, era in Padova il suo più fermo sostegno, ed il secondo, Giacomo, comandava per lui in Verona. Il Carrara non volle allontanare da sè questi due valorosi guerrieri, che dovevano avere con lui comuni l'estrema sua fortuna ed i pericoli delle battaglie; ma fece passare a Firenze i più giovani figli, Ubertino e Marsiglio, i suoi figli naturali, quelli de' suoi fratelli e di suo figlio. Colà mandò pure tutti i giojelli di maggior valore ed ottanta mila fiorini in danaro[99]. Avendo in tal modo provveduto alla sorte di questa parte della sua famiglia, aspettò con tranquillità e con inalterabile costanza l'aggressione d'un nemico, che aveva forze assai maggiori delle sue.
Il 25 maggio del 1405 Castelcaro fu contemporaneamente attaccato dalla flotta veneziana e dall'armata di terra. Dopo una vigorosa ma breve resistenza il Castello fu reso, onde, il territorio di Padova trovandosi aperto da ogni banda, Paolo Savelli condusse le sue truppe sotto la capitale, di cui intraprese l'assedio il 12 giugno[100].
Da un altro lato Jacopo del Verme e Francesco Gonzaga stringevano Verona. Que' cittadini non erano da verun affetto ereditario attaccati ai Carrara, e di mal animo soggiacevano ai sagrificj resi necessarj da una guerra cui essi non prendevano veruno interesse, e quando videro attaccate dal nemico le loro mura, risolsero di far cessare la resistenza di Giacomo da Carrara, ed occupata il 22 giugno la gran piazza, domandarono di trattare con Gabriello Emo, provveditore veneziano, che seguiva l'armata. Ottennero per altro un salvacondotto per Giacomo da Carrara, di cui rispettavano le virtù, un salvacondotto, affinchè potesse ritirarsi ove meglio credesse colla sua moglie e co' suoi effetti preziosi[101]. Venne accordata a Verona una vantaggiosa capitolazione, promettendo inoltre la signoria di conservarne ed accrescerne i privilegi. Il 23 giugno l'armata di Jacopo del Verme entrò in questa città e vi spiegò lo stendardo di san Marco[102]. Giacomo da Carrara, ritenuto alcun tempo prigioniero contro il tenore della convenzione, avendo tentato di fuggire, fu ripreso e mandato nelle prigioni di Venezia[103].
L'armata che aveva presa Verona venne poco dopo ad unirsi a quella che assediava Padova. Il primo luglio Paolo Savelli stabilì il suo campo a Bassanello, ove fu mandato Carlo Zeno, come provveditore, dalla repubblica. Il Gonzaga e Jacopo del Verme vi giunsero dopo pochi giorni. Francesco da Carrara aveva divisa con suo figlio, Francesco Terzo, la difesa della sua patria; egli vegliava la notte con una metà de' cittadini, e Terzo coll'altra metà la custodiva di giorno[104].
I contadini si erano ritirati in città coi loro bestiami e coi migliori effetti; ogni borghese ne aveva ricevuti molti nella sua casa, altri erano alloggiati nelle chiese e nei conventi, altri finalmente eransi ridotti a dormire sotto i portici delle strade. In breve l'unione di tanti uomini e di tanti animali, il cattivo nutrimento, le immondezze di cui riempivasi la città, produssero l'ordinario loro effetto: una terribile peste manifestossi in Padova coi medesimi sintomi che alla metà del precedente secolo avevano cagionato tanto spavento. Quasi tutti gli ammalati morivano il secondo o il terzo giorno. Alcuni carri attraversavano ogni mattina la città per raccogliere i morti; sul loro timone era stata posta una croce, sotto alla quale ardeva sempre una piccola lucerna, invece delle candele che in altri tempi accompagnavano tutti i feretri. Un solo prete seguiva il carro funebre, che portava ad un tratto dai quindici ai venti cadaveri; cadevano vittime del contagio quattro in cinquecento persone al giorno. In ogni cimitero eransi cavate vaste e profonde fosse, ove ponevansi i cadaveri a strati fino alla loro superficie. Dopo che un padre aveva deposto il figliuolo sul carro funebre, un figlio il genitore, uno sposo la consorte, era d'uopo che cogli occhi ancora bagnati di lagrime riprendesse sollecitamente le sue armi per rintuzzare gli attacchi de' suoi nemici[105].
I castelli del territorio di Padova non avendo più comunicazione colla capitale, nè sperando di essere soccorsi, si sottraevano gli uni dopo gli altri all'autorità del Carrara, per fare più sollecitamente ed a migliori condizioni la pace coi Veneziani. Este si arrese il 14 d'agosto, e Montagnana il 15. Il provveditore Zeno cercò di guadagnare con larghe offerte Luca di Lione, nobile padovano, che comandava a Monselice: questi ricusò con orrore le vergognose offerte; ma prese occasione da questa comunicazione per entrare in trattato a nome dello stesso Francesco da Carrara, e si recò espressamente a Padova per sapere a quali condizioni accetterebbe di capitolare. Francesco dichiarò, che consentirebbe di cedere la capitale e di rinunciare alla sovranità, purchè fosse posto in libertà Giacomo suo figlio; che la signoria gli pagasse cento cinquanta mila fiorini per indennizzazione; che ratificasse le donazioni da lui fatte in tempo del suo governo, e guarentisse i privilegj e le antiche consuetudini di Padova[106].
Mentre che Carlo Zeno era a Venezia per consultare la signoria intorno a queste condizioni, Francesco da Carrara approfittò dell'arrogante confidenza de' suoi nemici per batterli. Adunò le milizie della città, che trovavansi ridotte a quattro mila settecento individui, sebbene vi fossero incorporati i contadini rifugiati, quando nel precedente anno oltrepassavano i dodici mila. Alla testa di questa gente sorprese il 18 agosto il campo di Paolo Savelli, che la Brenta separava da quello di Galeazzo di Mantova: ne bruciò gli alloggiamenti, atterrò la bandiera di san Marco e quella del capitano, ed arrecò alla repubblica il danno d'oltre cento mila fiorini[107].
Di ritorno al campo Carlo Zeno comunicò le offerte della signoria al Carrara: questa rendeva la libertà a suo figlio, gli permetteva di condurre con lui trenta carri coperti, e gli dava sessanta mila fiorini. Carrara, di consentimento del suo consiglio, era disposto ad accettare queste condizioni, quando per sua sventura ricevette la stessa notte una lettera di Bartolommeo dell'Armi, governatore de' suoi figli a Firenze, la quale lo avvisava che i Fiorentini avevano comperata Pisa, e che, cessata l'inquietudine loro per questo lato, non indugierebbero a soccorrerlo. Alcuni priori di Firenze avevano avvalorata questa speranza coi loro discorsi, ed il signore di Padova, credendosi omai certo dei loro soccorsi, dichiarò che si difenderebbe fino all'ultima estremità[108].
La lunga resistenza dei castelli del territorio di Padova aveva divise le forze degli assedianti. Posti sopra isolate colline in mezzo a vaste campagne, avevano lungo tempo resa vana l'industria degl'ingegneri veneziani: ma Campo san Piero si arrese l'undici di settembre, e Monselice, ch'era stato provveduto di vittovaglie per sette anni, perdette nello stesso giorno per un fortuito incendio i suoi magazzini, e dovette capitolare tre giorni dopo Campo san Piero. Nel seguente ottobre vennero l'un dopo l'altro occupati dai Veneziani Stra, san Martino, Arlenga, Cittadella e Castel Baldo. La Brenta più non attraversava Padova avendola gl'ingegneri deviata per altro canale, onde i mulini della città non avevano più acqua. Paolo Savelli era morto di malattia, ma Galeazzo di Mantova, che gli era succeduto nel comando dell'armata veneziana, stringeva vigorosamente l'assedio[109].
Il 2 di novembre i Veneziani, che avevano nel loro campo otto mila cavalli e più di sedici mila pedoni, diedero un generale assalto alla città che attaccarono su quattro punti diversi; ma furono dovunque gagliardamente respinti. Il loro capitano, Galeazzo di Mantova, venne rovesciato dal muro con un colpo di lancia da Francesco da Carrara; fu pure ferito il provveditore veneziano Francesco Bembo; e la battaglia che aveva durato dalle due ore avanti giorno fino alla notte, finì senza che gli assedianti avessero ottenuto verun vantaggio[110].
Per riempire la città di terrore gli assedianti attaccarono alle loro frecce viglietti, coi quali minacciavano per parte della signoria di mettere Padova a ferro ed a fuoco trattandola come Zara e Candia, se gli assediati non si arrendevano prima che passassero dieci giorni[111]. Francesco Terzo medesimo eccitava suo padre ad arrendersi, ed a preservare la patria dagli orrori ond'era minacciata; ma il Carrara ricordavasi del passato esilio, non voleva nuovamente gustare l'amarezza del pane straniero, e sforzavasi di rianimare il coraggio de' suoi concittadini colla speranza di vicino soccorso. Assicurava di averne avuta la promessa dal re di Francia, dal re d'Ungheria, da suo fratello il conte di Carrara che serviva con mille lance sotto gli ordini di Ladislao re di Napoli, e che scordava le loro private nimistà per salvare la sua patria[112]. Per altro egli medesimo non faceva fondamento sulle speranze che cercava d'ispirare agli altri, e solo credeva di poter lusingarsi di qualche ajuto per parte dei Fiorentini; ma questi, impegnati trovandosi in una pericolosa guerra per la conquista di Pisa, non volevano dividere le loro forze, nè tirarsi addosso la potente inimicizia de' Veneziani[113].
Finalmente le guardie delle porte di santa Croce lasciaronsi sedurre da un Vicentino detto Giovanni di Beltramino, e lo fecero entrare la notte del 17 novembre con cinquanta fanti. Egli cominciò ad uccidere i traditori che gli avevano aperta la città, indi fece avanzare le truppe veneziane[114]. Francesco da Carrara si portò quasi subito contro ai nemici, e dopo inutili sforzi per ricuperare la porta, cercò almeno di trattenere tanto tempo i nemici, finchè gli abitanti del sobborgo si ritirassero coi loro più preziosi effetti nel ricinto interno, perciocchè la città ne aveva ancora due, ossia ogni quartiere di Padova era circondato di mura, e poteva separatamente difendersi. Ma sebbene da pertutto si suonasse campana a martello e che gli amici del principe chiamassero i cittadini a difendere con lui il loro onore ed i loro beni, la maggior parte invece di prendere le armi non pensava più che a nascondere i più cari effetti, onde salvarli dall'imminente sacco. Francesco da Carrara, quasi abbandonato, domandò un armistizio ed un salvacondotto per recarsi al campo veneziano. Vi fu accompagnato da Paolo Crivelli e da Michele di Rabatta, gentiluomo del Friuli, la di cui fedeltà non erasi giammai smentita. Dichiarò ai provveditori veneziani ed a Galeazzo di Mantova, che recavasi presso di loro per rendere la città ad onorevoli condizioni; e che quando non potesse ottenerle, era risoluto di difendere fino alle ultime estremità i due ricinti di mura che ancora gli restavano[115].
Risposero i provveditori di non avere sufficienti poteri per trattare col Carrara; ma lo invitarono a dare la città nelle loro mani, ed a passare in seguito a Venezia per trattare direttamente colla signoria. Credette il Carrara di dover preferire alla loro parola quella di un rispettato militare. «Capitano, disse egli a Galeazzo di Mantova rivolgendosi a lui, a voi io affido senza timore la mia città e le mie fortezze. Promettetemi soltanto sull'onor vostro, che se io non anderò d'accordo colla signoria voi me le ritornerete nello stato in cui vi saranno consegnate.» Dopo averne avuta la parola, Francesco tornò in Padova per fare dal consiglio della comunità eleggere otto deputati, ed eleggerne due egli medesimo, onde trattare a Venezia intorno alle condizioni della resa della piazza[116].
Il doge e la signoria ricusarono di ascoltare gli ambasciatori del signore di Padova, ma ricevettero cortesemente quelli della città, e loro promisero di conservare a Padova tutti i suoi privilegj, purchè i cittadini si arrendessero essi medesimi senz'aspettare che i Carrara trattassero per loro. Fu all'istante convenuto che due degli ambasciatori tornerebbero a Padova, e che persuaderebbero il popolo ed i consigli a riporsi in possesso della sovranità. Per facilitare questa rivoluzione Galeazzo di Mantova invitò Francesco da Carrara e suo figlio ad una conferenza nel suo campo. Li trattò in seguito a cena, ed all'indomani li mandò parte volontariamente e parte per forza, prima ad Oriago ed in seguito a Mestre.
Durante questo tempo, i due ambasciatori tornati a Padova, vi avevano spiegato l'antico stendardo della comunità, la croce rossa in campo d'argento. Una ventina di sediziosi tentarono di eccitare un tumulto colle grida di viva san Marco! viva il popolo! morte ai Carrara! Ma i cittadini non vi presero parte, e non cercarono nè di rovesciare, nè di difendere la di già distrutta autorità dei loro signori. Un podestà, nominato dai sediziosi, aprì nel medesimo giorno, 19 novembre 1405, le porte di Padova a Galeazzo ed ai provveditori, che presero possesso della città a nome della repubblica di Venezia[117].
Quando il Carrara seppe che la sua capitale era stata ceduta ai Veneziani invitò Galeazzo di Mantova a mantenergli la data fede. In particolare Francesco Terzo insisteva per rientrare in possesso del castello, determinato com'egli era di difenderlo fino all'ultima estremità, ed a seppellirsi sotto le sue ruine. Invano attestava il generale, che la signoria tratterebbe i due principi generosamente, poichè ciò era smentito dal rifiuto di ricevere i loro ambasciatori. Frattanto Francesco da Carrara non tardò a conoscere che l'entusiasmo de' suoi compagni d'armi era spento, e che più non troverebbe chi volesse con lui consacrarsi a sicura morte. Conobbe pure che Galeazzo non vorrebbe o non potrebbe mantenere la data fede, e che insistendo sull'esecuzione d'una ineseguibile condizione si farebbe d'un protettore un nemico. Acconsentì adunque d'imbarcarsi con suo figlio per rendersi a Venezia scortato da Galeazzo e da Francesco di Molino. Al loro arrivo nel quartiere di san Giorgio furono accolti dalle terribili grida del popolo a morte i Carrara! all'indomani, 30 novembre, Galeazzo lasciò i suoi prigionieri per andare ad interporre a loro favore i suoi buoni ufficj; ma quando vide l'animosità della signoria, più non osò di rivederli. Egli risentì e manifestò fors'anche in un modo troppo veemente la sua profonda indignazione pel colpevole abuso che si faceva della sua parola: il senato non sapeva soffrire i rimproveri de' suoi militari, e Galeazzo morì dopo poche settimane[118].
All'indomani i due principi di Carrara furono introdotti avanti alla signoria; essi gittaronsi alle ginocchia del doge Michele Steno, che li rialzò e li fece sedere uno alla sua destra e l'altro a sinistra. Il doge ricordò loro che la repubblica gli aveva ajutati a ricuperare Padova da Giovan Galeazzo, e rimproverò loro la propria ingratitudine, ma senza amarezza. I Carrara non risposero a questi rimproveri che chiedendo grazia e misericordia[119]. Furono non pertanto mandati in prigione, ove trovarono Giacomo da Carrara il secondo figlio di Francesco, il quale dopo essere stato arrestato a Verona cinque mesi prima, nulla aveva potuto sapere intorno alla sorte della sua famiglia, e che non aspettavasi di vederla riunita in così funesto soggiorno. L'istante in cui gli sventurati principi si riconobbero, cavò le lagrime agli stessi carcerieri.
La signoria non si affrettò di decidere la sorte dei principi da Carrara. Il consiglio dei pregadi aveva nominato il 24 dicembre cinque commissari per formare il loro processo e per rilegarli nel luogo che troverebbero più conveniente. Ma Jacopo del Verme, che trovavasi in allora al servigio dei Visconti, e che odiava mortalmente i Carrara, recossi espressamente a Venezia per isvegliare contro di loro la diffidenza del consiglio dei dieci. «I Carrara, egli disse, furono un'altra volta spogliati dei loro stati, e furono un'altra volta prigionieri presso i loro vincitori; ma si rialzarono da questo abbassamento per diventare più che mai formidabili ai loro vicini. La loro attività, i loro talenti, e più di tutto l'odio implacabile onde erano animati loro procacciarono alleati, armi e soldati. I loro antichi sudditi si ribellarono nel 1390 per riporli sul trono. È facile lo scorgere che quest'amore de' Padovani pei loro principi vive ancora, allorchè si considerano tutti i patimenti che soffrirono senza lagnarsene nell'ultima guerra. L'odio ereditario del Carrara contro Venezia è d'assai anteriore alla guerra di Chiozza; trent'anni di nimistà e di vicendevoli ingiurie lo cimentarono in modo da farne la loro dominante passione. Per tenere in dovere uomini animati da un così fatto odio, da un tale desiderio di vendetta, non havvi altra sicura prigione che quella del sepolcro.»
Il consiglio dei dieci chiamò il processo al suo tribunale e decretò la morte dei Carrara. Il 16 gennajo del 1406 il confessore del signore di Padova andò ad annunciargli in prigione la sua sentenza ed a disporlo alla morte. Francesco, dopo avere dato un primo sfogo al suo sdegno, gittossi a' piedi del monaco per confessare divotamente i suoi falli, e ricevere da lui la comunione. Si fu appena ritirato il confessore, che due capi del consiglio dei dieci e due capi della quarantia entrarono nella prigione con venti carnefici. Francesco da Carrara, che non voleva riconoscere l'autorità del tribunale che lo condannava, nè lasciarsi scannare come una vittima, preso il suo sgabello di legno, il solo mobile che si trovasse in quella prigione, s'avventò contro i suoi uccisori. Oppresso da tanta gente si difese alcun tempo valorosamente, ma all'ultimo rovesciato al suolo, e tenuto per le mani e pei piedi venne strozzato da Bernardo Priuli colla corda d'una balestra[120]. All'indomani fu sepolto onorevolmente nella chiesa di santo Stefano degli Eremitani. Francesco Novello (dice il Gataro, suo storico e suo amico) era di mediocre grandezza e di belle proporzioni, sebbene alquanto grosso. Bruno era il suo volto e piuttosto severo, elegante il suo discorso, il suo carattere dolce e misericordioso, vaste le sue cognizioni, ed eroico il suo coraggio[121].»
Il giorno seguente lo stesso confessore andò a portare ai figliuoli Carrara l'ordine di prepararsi alla morte. Teneramente si abbracciarono, e ricevettero assieme la comunione; indi Francesco Terzo fu condotto il primo al luogo ov'era stato strozzato suo padre, e vi perì nella stessa maniera per mano di Bernardo Priuli; vi fu poi condotto Giacomo, il quale dopo avere raccomandato a Dio l'anima di suo padre, del fratello e la propria, scrisse a sua moglie Belfiore da Camerino per consolarla nella sua disgrazia, e tese la testa al laccio.
Francesco, che al battesimo aveva ricevuto il nome di Terzo perchè era destinato ad essere di quel nome il terzo signore di Padova, aveva quando morì trentun'anni. Era grande della persona, ma portava la testa bassa; era bruno ed alquanto losco dell'occhio destro. Era, secondo Gataro, un valoroso e saggio cavaliere, ma inclinato alla crudeltà, alla collera, alla vendetta. Suo fratello Giacomo contava ventisei anni; aveva un'elegante figura, una dolce fisonomia, un cuore dolce e compassionevole, e il suo discorso gli acquistava gli animi. A queste qualità, che lo rendevano a tutti caro, aggiugneva l'ereditario valore della sua famiglia[122].
Restavano tuttavia in Firenze due legittimi figli di Francesco da Carrara. La signoria di Venezia fece pubblicare a suono di tromba che accorderebbe un premio di quattro mila fiorini a colui che le darebbe in mano vivi l'uno o l'altro di questi principi, e tre mila a colui che gli ucciderebbe. Questo premio promesso al delitto non sedusse verun assassino. Ma i figli legittimi della casa di Carrara perirono senza prole. Ubertino il primogenito morì a Firenze di naturale malattia, il 7 dicembre del 1407, in età di diciott'anni[123]. Suo fratello Marsiglio dopo avere molti anni servito Filippo Maria duca di Milano, il 6 marzo del 1435 fece un tentativo per rientrare in Padova e ricuperare la sovranità de' suoi maggiori. Ma la trama formata dai suoi partigiani venne scoperta, e mentre Marsiglio fuggiva con piccolo seguito, fu fermato e condotto a Venezia, ove il consiglio dei dieci lo fece decapitare il 24 marzo del 1435[124].
Se l'antico odio tra la casa dei Carrara e la repubblica di Venezia scema l'orrore che devono ispirare questi giuridici assassinj; veruno somigliante motivo poteva scusare la crudeltà del senato verso gli eredi della casa della Scala. Antonio, loro avo, aveva perduti i suoi stati per essere entrato, come alleato della repubblica, in una sgraziata guerra. Guglielmo visse sotto la protezione dei Veneziani, e la di lui morte, attribuita al Carrara, era stato il pretesto dell'ultima guerra. Per ultimo i figli di Guglielmo, Antonio e Brunoro, avevano perduta la protezione del signore di Padova, ed erano in oltre stati da lui posti in prigione a motivo delle loro negoziazioni colla repubblica. Trovavansi allora nel territorio di Trento; imperciocchè Francesco da Carrara aveva loro data la libertà, prima di perdere i suoi stati. Fecero chiedere di essere rimessi in possesso di Verona, e la signoria invece di rispondere pose una taglia sulle loro teste. Allora i due fratelli si separarono, e Brunoro passò ai servigi dell'imperatore, e vi si tenne molti anni[125].
Tutte le province possedute dalle famiglie delle Scala, e da Carrara, e tutta la Marca Trivigiana erano ridotte all'ubbidienza della repubblica di Venezia. Lo stendardo di san Marco volteggiava a Treviso, a Feltre, a Belluno, a Verona, a Vicenza ed a Padova. Il senato mandò in tutte questa città due senatori, che presedessero al loro governo, l'uno come podestà, l'altro come capitano del popolo.
La repubblica superava in potenza tutti i più vasti stati d'Italia, se per altro la potenza può acquistarsi coi delitti, e se, ancora agli occhi della politica mondana, l'odio e la diffidenza che eccita la perfidia, non compensano tutto il vantaggio degli acquisti ch'ella procura. Poichè Venezia ebbe acquistati degli stati in terra ferma, andò trascurando le province d'oltre mare, il commercio, la marina, vere basi della sua potenza, per avvilupparsi nella politica del continente; ella prese parte in tutte le guerre ed in tutte le rivoluzioni, ed eccitò contro di sè quella gelosia, quel profondo universale odio che, dopo un intero secolo di politici maneggi e di guerre, scoppiò finalmente colla lega di Cambray[126].