CAPITOLO LX.

I Fiorentini conquistano Pisa. — Seguito dello scisma, che viene mantenuto da Ladislao re di Napoli. — Concilio di Pisa. — Deposizione di Gregorio XII e di Benedetto XIII. — Elezione di Alessandro V.

1405 = 1409.

Quando Francesco da Carrara ricevette nelle prigioni di Venezia l'ordine di apparecchiarsi alla morte, rifletteva con amarezza all'abbandono in cui lo avevano lasciato i suoi amici, ed alla ingratitudine di coloro ch'egli aveva colmati di beneficj. Alcuno de' suoi alleati non aveva fatto un passo per salvarlo: eppure in quell'epoca medesima i Guelfi trionfavano in tutte le parti dell'Italia, i quali, associati alla sua fortuna per una alleanza ereditaria, sembravano chiamati dalla loro affezione, dalla politica stessa a difenderlo, se apprezzavano una volta i loro doveri, ed i veri loro interessi.

Tre nuovi signori guelfi erano sorti in Lombardia coll'assistenza di Francesco da Carrara sopra le ruine della casa Visconti. Ugolino Cavalcabò era sovrano di Cremona, Giorgio Benzoni di Crema, e Giovanni da Vignate di Lodi. Veruno di costoro prese parte alla guerra di Padova. Vero è che Cavalcabò aveva già ceduto il suo luogo ad un altro usurpatore. Egli aveva di già sagrificati alla sua gelosia molti rispettati cittadini, quando fu sorpreso a Manerbio il 14 dicembre del 1404, e fatto prigioniere da Astorre Visconti dopo la perdita di una battaglia. Il suo favorito, Gabrino Fondolo, soldato di fortuna, da lui fatto suo generale e suo primo ministro, continuò la guerra per liberarlo o per vendicarlo, e rimase padrone della fortezza di Cremona, e de' principali castelli, mentre che un altro Cavalcabò, chiamato Carlo, fu dichiarato signore della città. Ma intanto Ugolino approfittò delle turbolenze di Milano, e fuggì di prigione l'anno 1406. Stava per iscoppiare in Cremona una guerra civile tra i due Cavalcabò, che ugualmente volevano essere soli signori della loro patria, quando Gabrino Fondolo più potente che i due Cavalcabò si offrì come mediatore. Gl'invitò ad adunarsi nella sua fortezza con tutti i membri della famiglia Cavalcabò, ove il 26 luglio 1406 aveva loro imbandito un lauto pranzo, dopo il quale doveva regolarsi tra i convitati la divisione della sovranità. Ma quando Fondolo vide tra le mani de' suoi satelliti tutti i capi di parte, tutti i grandi, tutti coloro che potevano opporsi ai suoi disegni, terminato il banchetto, diede il segno d'una orribile carnificina: le sue guardie precipitaronsi sui convitati, ed uccisero Ugolino e Carlo Cavalcabò con settanta de' principali cittadini di Cremona, quasi tutti della casa Cavalcabò. Gabrino Fondolo, dopo quest'orribile uccisione, venne riconosciuto signore di Cremona, e si collocò senza trovare opposizione tra i principi d'Italia[127].

Pandolfo Malatesti, uno dei generali di Giovanni Galeazzo, fondò circa lo stesso tempo un quarto principato guelfo in Lombardia. La sua famiglia regnava da lungo tempo in Rimini col favore del partito della Chiesa; ma Pandolfo pareva indifferente tra le fazioni, che oramai non avevano più scopo, e consultava nella sua condotta la propria ambizione, e non lo spirito di partito. Abbiamo di già osservato, che mandato a Como dalla duchessa di Milano per ritornare la pace a questa città, l'aveva abbandonata al saccheggio. Como era l'emporio del commercio tra l'Italia e la Svizzera[128], e questo assassinio, che precipitò la caduta della duchessa di Milano, a nome della quale erasi eseguito, rese Pandolfo più caro ai soldati. Quando fuggì da Monza mezzo vestito e con un solo piede calzato, venne assai ben accolto dalle guarnigioni di Trezzo e di Brescia, e fu proclamato signore di quest'ultima città, tostocchè si ebbe avviso della morte della duchessa.

Vero è che il signore di Padova non poteva lusingarsi che uomini di tale carattere gli rimanessero fedeli nella sventura, perciocchè non erano diretti da altro principio che dall'ambizione, e dovevano il loro innalzamento soltanto ai delitti; ma egli aveva riposte le sue speranze nella costante amicizia della repubblica fiorentina, che già da quindici anni era associata alla di lui fortuna ed alle sue battaglie, ed attaccata alla sua famiglia da un'alleanza ereditaria. Nè il Carrara sarebbe rimasto deluso se non fossero stati strascinati i Fiorentini dalla più violenta tentazione che potesse agire sopra di loro, e non avessero impiegate tutte le forze nell'importante acquisto di Pisa.

Abbiamo osservato che Gabriele Visconti, signore di Pisa, erasi procurata la protezione di Giovanni le Meingre, detto Boucicault, maresciallo di Francia, che comandava in Genova a nome di Carlo VI; e che col mezzo suo aveva dai Fiorentini ottenuta una tregua di quattro anni. Boucicault col suo coraggio e colla sua severità aveva ristabilito l'ordine in Genova, aveva obbligati i Genovesi a deporre le armi, e fatto dichiarare il suo governo irrevocabile dietro inchiesta dei medesimi Genovesi[129]. Ma di già un generale malcontento cominciava a manifestarsi contro di lui in quella città, a motivo che le accuse di lesa maestà ch'egli aveva fomentate, portavano la desolazione nelle famiglie, e che le gabelle oppressive ruinavano il popolo; onde Boucicault, temendo un ammutinamento[130], volle acquistarsi al di fuori più potenti amici che non era il signore di Pisa. Persuase perciò il Visconti a vendere la sua signoria per dividere con lui il prezzo che ne otterrebbe, ed in giugno del 1405 diede commissione ad un fiorentino, che allora trovavasi in Genova, di proporre segretamente alla sua repubblica questo acquisto[131].

Per prezzo della vendita di Pisa, Boucicault domandò prima quattrocento mila fiorini, promettendo di erogare per altro parte di questa somma nel soccorrere Francesco da Carrara, amico dei Fiorentini e suo. La negoziazione cominciata a Genova si continuò a Vico Pisano, ov'erasi recato Gabriele Visconti. Sentiva questi che la sua autorità in Pisa stava per isfuggirgli di mano, ma d'altra parte egli temeva che Boucicault si appropriasse tutto il danaro che ricaverebbe dalla vendita de' suoi stati.

Mentre egli stava ancora deliberando, i Pisani ebbero sentore delle cominciate negoziazioni, e per non essere venduti ai Fiorentini, loro eterni rivali, presero le armi il 21 luglio del 1405, attaccarono le truppe del Visconti ovunque le incontrarono, e costrinsero questo signore a ripararsi nella sua fortezza con duecento corazzieri, ed alcuni arcieri che teneva al suo soldo[132].

Nel tempo che questa rivoluzione faceva più vivamente sentire al signore di Pisa il bisogno di fedele consiglio, perdette la madre, che fino a tale epoca aveva con lui divise le cure del governo. Mentre essa attraversava un angusto ponte per visitare le mura della fortezza, atterrita dal subito scoppio d'un pezzo d'artiglieria si lasciò cadere e morì. Il Visconti pochi giorni dopo strinse il mercato coi Fiorentini, cedendo loro la cittadella di Pisa ed i castelli di Librafratta e di santa Maria in Castello pel prezzo di dugentosei mila fiorini, pagabili in diverse epoche[133].

Ma non solamente Gabriele Maria Visconti fu costretto di dividere col Boucicault il prezzo della sua eredità, ma fu in appresso spogliato dal maresciallo della parte che gli era rimasta, e perì in Genova in settembre del 1408, condannato a perdere la testa per una calunniosa accusa di tradimento.

La cittadella di Pisa fu consegnata al Fiorentini il 31 agosto del 1405, e Lorenzo Raffacani ne prese il comando. Ma sebbene i Pisani stringessero vigorosamente l'assedio di questa fortezza, e che avessero stabiliti alcuni pezzi d'artiglieria dalla parte della città per batterla in breccia, Raffacani non volle prendere seco che alcune compagnie di milizia e congedò i corazzieri del Visconti che vi trovò di guardia. La cittadella era legata alle mura della città da una torre detta di sant'Agnese, contro la quale erano tutte dirette le bombarde dei Pisani. Impiegavansi a que' tempi parecchie ore nel caricarle; e nel momento in cui le milizie le vedevano disposte a tirare, uscivano tutte dal suo ricinto, aspettando in luogo più sicuro l'effetto dell'esplosione. Avendo i Pisani notata questa pratica, apparecchiarono tutto quanto abbisognava per una scalata, e tosto che i Fiorentini, per timore d'una scarica, abbandonarono la torre, essi montarono all'assalto, e se ne impadronirono senza trovare resistenza. La fortezza fu presa il 6 di settembre due ore prima di notte con tutti coloro che vi stavano di guardia, e fu subito dal popolo spianata fino ai fondamenti[134].

Non erasi appena saputo a Firenze che la fortezza di Pisa era perduta, quando si videro giugnere cinque ambasciatori pisani incaricati di domandare la pace. Essi rappresentarono l'occupazione della loro cittadella come una violazione della tregua conchiusa nel precedente anno. Il cielo, soggiugnevano, si era di già dichiarato in loro favore, e loro aveva resa in una maniera quasi miracolosa questa parte della loro città; ma essi non volevano abusare dell'accaduto, e mediante la restituzione di Librafratta e di santa Maria erano pronti a rendere ai Fiorentini tutto quanto avevano pagato a Boucicault e a Gabriele Visconti[135].

Ma i Fiorentini erano troppo alieni dal voler rinunciare ad un'intrapresa cui credevano attaccato il loro onore. Malgrado i consigli di alcuni più moderati cittadini[136] rifiutarono le offerte dei Pisani; ordinarono a Jacopo Salviati, loro capitano, di cominciare subito le ostilità[137], e fecero venire il conte Bertoldo Orsini, cui affidarono il 5 ottobre il bastone del comando[138].

I Pisani per resistere a quest'attacco, cercarono avanti ogni altra cosa di riconciliare in città le contrarie fazioni. I Raspanti erano stati posti in possesso dell'autorità da Giacomo d'Appiano, e v'erano stati conservati dal Visconti, i Bergolini trovavansi esclusi dal governo e la famiglia Gambacorti era esiliata. Il partito perseguitato fu di nuovo ammesso a dividere i diritti della sovranità; l'obblio delle passate ingiurie ed una riconciliazione senza riserva vennero giurate sugli altari; i capi delle due fazioni fecero colare il proprio sangue nella coppa consecrata prima di bevere in comune, e numerosi matrimoni suggellarono la pace tra le due parti. Ma Giovanni Gambacorti, nipote di Pietro e capo della sua famiglia, seco non portava dal suo esilio che il desiderio di regnare nella sua patria; onde a forza d'intrighi si fece proclamare capitano del popolo, come lo era stato suo zio, ed approfittò dell'ottenuta autorità per opprimere i suoi antichi nemici, per ispogliarli, e spesso ancora per farli perire[139].

I Pisani si erano lusingati che il Gambacorti, in forza della sua ereditaria alleanza coi Fiorentini, potrebbe riconciliarli con questi formidabili nemici, ed in fatti il nuovo capitano non fu appena installato che mandò a chiedere pace; ma i Fiorentini ricusarono di trattare, pretendendo di avere comperata Pisa dal suo legittimo signore, e dichiarando che vedevano ne' suoi abitanti non un popolo indipendente, ma sudditi ribelli[140].

I Fiorentini non credevano quasi possibile cosa l'aprire una breccia nelle mura di Pisa, di modo che proposero di ridurre la città colla fame, mentre la loro armata attaccherebbe successivamente i diversi castelli del territorio. I Pisani dal canto loro sforzavansi di provvedersi di vittovaglie, al quale oggetto spedirono alcune galere a cercare frumento in Sicilia; una di queste, sorpresa nel suo ritorno dai vascelli che i Fiorentini avevano fatti armare a Genova, rifugiossi sotto la torre di Vado. Un fiorentino, detto Pietro Marenghi, profugo dalla patria perchè colpito da sentenza capitale, colse questa circostanza per rendere a' suoi concittadini un segnalato servigio. Egli lanciossi dalla riva con una fiaccola in mano, avvicinandosi a nuoto alle galere, malgrado le saette che lanciavansi contro di lui. Sebbene ferito in tre luoghi continuò molto tempo a sostenersi sotto la prora finchè vide il fuoco appiccato in modo alla galera nemica da non potersi più spegnere. Ella bruciò in faccia alla torre di Vado; mentre Pietro Marenghi riguadagnava la costa. Egli fu perciò richiamato con onore in patria[141].

I Pisani cercavano di avere al loro soldo qualche condottiere che potesse formare per loro un'armata. I loro deputati avevano trattato con Agnello della Pergola, che con sei cento cavalli trovavasi allora negli stati della Chiesa. Questo capitano si mosse per venire a Pisa attraversando lo stato di Siena. Ma i dieci della guerra di Firenze, avuto avviso della sua marcia, lo fecero attaccare, nell'istante ch'egli meno se lo credeva, dal nipote del papa, che avevano preso di fresco al loro soldo, e distrussero o dissiparono la piccola armata di Agnello[142].

Gaspare dei Pazzi, altro capitano che conduceva ai Pisani sei cento cavalli dai contorni di Perugia, venne disfatto il 24 settembre da Sforza da Cotignola al passo della Cornia; ed i suoi soldati, inseguiti fino a Massa di Maremma, non si sottrassero alla prigionia che abbandonando i loro cavalli e le armi, e promettendo di non servir più contro i Fiorentini[143].

Invano i Pisani offrirono la loro signoria a Ladislao l'ambizioso re di Napoli, il quale non sentivasi ancora abbastanza sicuro ne' proprj stati per estendere sulla Toscana i suoi progetti di conquista. Egli ottenne dai Fiorentini l'assicurazione che non si opporrebbero alla sua spedizione di Roma, e viceversa promise di non agire contro di loro avanti a Pisa[144]. Otto Bon Terzo, che alla testa del partito ghibellino erasi fatto signore di Parma e di Reggio e che adunava un'armata in queste due città, accettò dai Fiorentini una grossa somma, per la quale promise di non dare soccorso ai Pisani[145].

In principio del 1406 l'armata fiorentina occupò la val d'Era, la Maremma, la contea di Monte Scudajo, e quasi tutti i castelli che avevano in sul principio abbracciato il partito di Pisa[146]. In appresso quest'armata si divise; un corpo formò l'assedio di Vico Pisano, ragguardevole castello posto dieci miglia sopra Pisa, alla destra dell'Arno, mentre l'altro corpo s'avvicinò a questa città per istringerne il blocco. Occuparono la foce dell'Arno sette galere ed una galeotta, che i Fiorentini avevano fatte armare a Genova; s'alzarono due ridotti presso san Pietro in Grado sulle due rive del fiume, e fu fatto tra i medesimi un ponte fortificato, privandosi in tal modo Pisa di ogni comunicazione col mare[147]: onde i vascelli che i Pisani avevano mandati in Sicilia a cercare vittovaglie furono presi dai Fiorentini il 22 di maggio, quando tornarono ne' mari della Toscana[148].

Pareva che la fortuna congiurasse contro i Pisani, e gli stessi avvenimenti da loro più desiderati tornavano tutti a loro svantaggio. L'Arno, ingrossato il giorno dell'Ascensione da violenti piogge, ruppe il ponte che univa i due ridotti; gli assediati non furono lenti ad approfittarne per attaccare il più debole. Ma Sforza e Tartaglia, i due generali dei Fiorentini, che trovavansi sull'opposta riva, spinsero i loro cavalli nel fiume, e con estremo pericolo guadagnarono l'opposta sponda, onde i Pisani fuggirono atterriti quasi senza combattere[149].

Questi due capitani erano de' più riputati che allora contasse l'Italia. Fino a tal punto la loro rivalità aveva giovato all'impresa; ma una crescente gelosia, una oramai scoperta animosità, cominciavano a turbare le operazioni dell'armata ed a rianimare le speranze dei Pisani. Gino Capponi, uno dei dieci della guerra, si recò da Firenze al campo per riconciliarli, e vi riuscì; ma credendo pericolosa la loro vicinanza, prepose un di loro al corpo d'armata che cingeva la parte superiore di Pisa, l'altro a quella che stava al di sotto, e la città trovossi per questo divisamento bloccata più strettamente che mai[150].

L'ardore del sole in quelle campagne insalubri, la cattiva aria e le malattie delle armate parvero finalmente venire in soccorso degli assediati. I soldati erano assaliti da nojosi insetti, febbri pestilenziali si manifestavano nel campo, e cominciavano a spargervi lo scoraggiamento. I dieci della guerra ne conobbero appena i primi sintomi, che mutarono gli accantonamenti de' soldati; posero gli uni ne' castelli perchè si ristorassero dalle sostenute fatiche, e tennero gli altri in un continuo movimento, persuasi che l'ozio, in cui languisce il soldato, sia la prima causa delle sue malattie[151].

D'altra parte la fatica, la miseria, la fame, esponevano i Pisani alle stesse malattie, senza che questi avessero mezzo di ripararvi. Avevano voluto liberarsi delle bocche inutili, ma i Fiorentini le facevano rientrare in città[152]. Improvvisamente a mezzo luglio i Pisani spiegarono lo stendardo del duca di Borgogna, e spedirono araldi d'armi ad avvisare i Fiorentini che si erano dati a questo potente signore, ed erano stati ricevuti sotto la di lui protezione. Ma perchè il duca non aveva armata per liberarli, i Fiorentini continuarono l'assedio e spedirono un'ambasciata a questo principe[153].

Giovanni Gambacorti aveva diretta la difesa dei Pisani con una quasi assoluta autorità, ma quando vide il popolo in preda agli orrori della fame, disperando di potersi più lungamente difendere, prese a trattare segretamente coi Fiorentini. Le condizioni ch'egli domandava, e che studiosamente nascondeva ai suoi compatriotti, riferivansi tutte al suo particolare vantaggio. Voleva il diritto di cittadinanza a Firenze colla proprietà di tre case, il vicariato di Bagno, molti castelli nelle sue vicinanze, ed un'indennità di cinquanta mila fiorini[154]. Queste condizioni vennero accettate, ed il Gambacorti aprì la porta di san Marco all'armata fiorentina nella notte dell'8 al 9 ottobre 1406, e nella stessa notte le truppe occuparono pure il quartiere del Borgo. All'indomani avanzaronsi in città, precedute da carri pieni di pane e di altri viveri, che i soldati medesimi distribuivano al popolo[155]. Tutte le provigioni erano consunte, e più non trovaronsi in città nè grani, nè farine, ma soltanto alcuni magazzini pieni di zuccaro e di cassia, e tre vacche magre. Gli abitanti si erano nutriti di erbe, che coglievano nelle strade e lungo le mura; sarebbe loro stato impossibile di sostenersi ancora molti giorni; ma non pertanto non pensavano ad arrendersi. Intesero con indignazione il vergognoso mercato con cui il Gambacorti gli aveva venduti, ed il loro ultimo sentimento, perdendo l'antica loro indipendenza, fu il desiderio della vendetta e l'odio contro il tiranno che li tradiva[156].

Gino Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata ed uno dei dieci della guerra, fu nominato governatore di Pisa col titolo di capitano del popolo. Quando entrò in città adunò i cittadini a parlamento sulla pubblica piazza; loro promise che Firenze li tratterebbe dolcemente e li risguarderebbe come fedeli sudditi. Cercò infatti di affezionarli alla loro sorte colla dolcezza e colla giustizia della sua amministrazione, non trascurando ad un tempo i più vigorosi provvedimenti per assicurarsi della loro sommissione. Mandò a Firenze tutti i Gambacorti con duecento capi delle più nobili famiglie di Pisa, che colà furono tenuti dalla repubblica in qualità di ostaggi[157]. Molti gentiluomini pisani abbracciarono in tale occasione la milizia, o vi fecero inscrivere i loro figli, onde trovare nell'indipendenza degli accampamenti la libertà che perdevano nella loro patria, e combattere ancora come soldati avventurieri i loro oppressori, contro ai quali più non potevano impugnare le armi come cittadini. Dopo un lungo esilio fra gli stranieri, dopo frequenti e sempre inutili tentativi per liberare la loro patria, dopo una rivoluzione eccitata in Pisa quando era già da un secolo sottomessa, e dopo uno sgraziato assedio che i Pisani sostennero con tutta l'energia de' loro antenati, alcuni finalmente abbandonarono l'Italia, e tramandarono ai loro discendenti, come una preziosa eredità, l'amore del sacro nome di patria e l'odio dell'oppressione. Coloro che rimasero in Pisa conservarono più lungo tempo che verun altro popolo sottomesso un'energia che quasi sempre viene distrutta dalla servitù. La città che pel corso di cinque secoli aveva dominato il mar Tirreno con tanta gloria, più non ebbe dopo tale epoca esistenza politica, nè influenza, nè storia[158]; ma i cuori de' suoi abitanti non erano ancora sottomessi; ed i Fiorentini non furono sicuri della sommissione di Pisa che quando videro coperte di erba le sue deserte strade.

I Fiorentini non giunsero a conquistare Pisa, che adottando essi stessi, e facendo adottare agli altri stati una politica contraria agli antichi loro principj; quella d'isolare tutte le guerre, e lasciare che ognuno si misurasse col suo particolare nemico, senza che i forti si alleassero ai deboli; e senza che il mantenimento dell'equilibrio in Italia assicurasse l'esistenza di tutti.

Nel corso d'un intero secolo i Fiorentini avevano tenuta una più generosa politica. Invece d'ingrandirsi colle loro vittorie essi mai cercato non avevano che l'altrui vantaggio, e sempre dopo le loro perdite si erano veduti abbandonati dagli alleati. Si vergognarono finalmente d'essere stati ingannati, come se la buona fede dell'ingannato non fosse più gloriosa che la destrezza dell'ingannatore. Essi non si lasciarono distogliere dalla loro intrapresa da niuna rivoluzione d'Italia, e nel tempo che spingevano le loro conquiste fino al mare, Milano prese una nuova forma, Venezia acquistò stati in terra ferma, e Ladislao di Napoli sollevossi repentinamente sopra le abbattute fazioni del suo regno, di modo che si andò a stabilire in Italia un nuovo equilibrio fra meno numerosi ma più potenti stati. Per farne conoscere le basi più non ci rimangono a descrivere che le rivoluzioni degli stati della Chiesa e della Puglia.

Lo scisma che divideva la Chiesa dopo il 1378 sembrava che più terminare non potesse. I pontefici rivali, che lo avevano cominciato, erano ambidue morti, ma l'uno e l'altro avevano avuto un successore nominato dalla propria fazione. I nuovi papi più non si battevano con tanta violenza di scomuniche come i loro predecessori; ma malgrado l'apparente loro moderazione, sforzavansi di conservare la loro dignità senza prendersi pensiero del riposo e dell'unione della Chiesa. Conoscevano l'uno e l'altro che non giugnerebbero giammai ad avere l'universale dominio del cristianesimo, ma preferivano di regnare sulla metà de' fedeli piuttosto che discendere dal trono; e tutti i segreti loro sforzi miravano a prolungare lo scisma che la cristianità voleva terminare.

Roberto di Ginevra, o Clemente VII, era morto in Avignone il 16 settembre 1394, ed all'istante i re di Francia, d'Inghilterra e d'Arragona, l'università di Parigi, gli elettori di Magonza e di Colonia, e papa Bonifacio IX, avevano scritto ai cardinali francesi pregandoli a non nominare il successore dell'estinto pontefice, ed a cogliere quest'occasione per terminare lo scisma. Ma i cardinali temevano di essere costretti a porsi presso il vivente pontefice in qualità di colpevoli e di ribelli ridotti a chiedere grazia, non come eguali che si riconciliano. Affrettaronsi perciò di chiudersi in conclave, ed il dodicesimo giorno nominarono papa il cardinale d'Arragona Pietro di Luna, che prese il nome di Benedetto XIII[159]. Sebbene questo cardinale avesse avuto parte nell'elezione di Clemente VII aveva lungo tempo tentati tutti i mezzi di conciliazione; aveva altamente biasimato il rigore del papa, che vi si rifiutava, ed aveva riputazione d'essere il più moderato della fazione, ed il più proprio a ristabilire la pace della Chiesa.

Prima dell'elezione tutti i cardinali si erano obbligati a non ricusare di prestarsi a qualunque sagrificio, e nominativamente alla cessione del papato, per ottenere l'unione della Chiesa; Benedetto ratificò questa promessa con giuramento dopo essere stato proclamato[160]; ma invano la cristianità volle fargli eseguire questa promessa, ch'egli opponeva sempre scrupoli a scrupoli, e considerandosi come vero papa, non voleva, diceva egli, privare la Chiesa del suo legittimo capo, per sottometterla forse ad uno scismatico scomunicato. I Francesi mostravansi più che ogni altra nazione zelanti per la riunione, perchè la corte d'Avignone stava interamente a carico loro, e non si manteneva che con una scandalosa simonia. Carlo VI adunò un concilio generale a Parigi il 12 febbrajo del 1395; ma quest'assemblea intimò senza effetto ai due papi di abdicare per la pace della Chiesa. Un secondo concilio nazionale venne adunato nel 1398, e questi determinò di sottrarre la Chiesa all'ubbidienza dei due papi, per obbligarli alla riunione; e perchè Benedetto XIII vi si rifiutava Boucicault venne ad assediarlo nel castello d'Avignone, ove lo costrinse a capitolare il 14 aprile del 1399[161]. Questi promise di deporre la tiara tostochè farebbe lo stesso ancora Bonifacio, o che la di lui morte aprirebbe un'altra strada alla riconciliazione della Chiesa.

Intanto Wencislao aveva annunciato a Carlo VI che l'Allemagna e l'Italia si leverebbero dall'ubbidienza di Bonifacio IX, quando la Francia più non ubbidisse a Benedetto, ma tale promessa non ebbe esecuzione. Wencislao erasi impegnato al di là delle sue forze, e la di lui deposizione, e l'elezione di Roberto mutarono tulle le disposizioni della Germania. I Francesi addolcirono la loro severità verso Benedetto, ch'essi avevano tenuto prigioniere nel suo palazzo d'Avignone, e questo papa coll'ajuto del duca d'Orleans fuggì il 12 marzo 1403 attraversando le guardie normanne che lo circondavano. Tosto che trovossi libero, i suoi cardinali lo raggiunsero, e tutta la Francia rientrò sotto la di lui ubbidienza[162].

Benedetto, ch'era stato ristabilito soltanto dopo di avere promesso di cooperare all'estinzione dello scisma, mandò quattro ambasciatori a Roma nel 1404 per trattare con Bonifacio IX; ma questi non proponevano vicendevoli cessioni, ma soltanto assemblee dei due papi e dei loro cardinali per riformare la Chiesa[163]. Mentre gli ambasciatori di Benedetto trattenevansi in Roma aspettando i riscontri di Bonifacio, questi morì il 29 settembre del 1404.

Bonifacio era stato piuttosto guerriero che ecclesiastico; aveva assoggettata Roma alla sua autorità, e durante il suo regno di quindici anni, l'aveva conservata ubbidiente col supplicio di tutti coloro che avevano cercato di scuotere il giogo. Ma quando fu morto, il popolo prese le armi sotto la direzione dei Colonna e dei Savelli; le voci di viva la libertà risuonarono in tutti i quartieri della città, e gl'insorgenti occuparono la chiesa di santa Maria d'Araceli, ove si fortificarono, mentre i cardinali erano rinchiusi nel palazzo quasi contiguo al Campidoglio[164]; in mezzo a tanto tumulto elessero Gusmano di Sulmona, cardinale di Bologna, che prese il nome d'Innocenzo VII. Prima di procedere all'elezione ogni cardinale aveva giurato di non rifiutarsi quando fosse nominato papa, a verun sagrificio, non escluso quello dell'abdicazione della sua dignità per mettere fine allo scisma[165].

Innocenzo VII, prima di pensare alla pace della Chiesa, dovette occuparsi di quella di Roma, ove tutte le strade erano chiuse da steccati, ed ove il popolo armato faceva in ogni lato risuonare la voce di libertà. L'ambizioso Ladislao di Napoli eravi accorso per approfittare di questo disordine, ma la diffidenza che eccitava questo principe riconciliò il popolo col suo pontefice: castel sant'Angelo e città Leonina, ossia il Vaticano, vennero confidati alla guardia d'Innocenzo VII, il Campidoglio fu restituito al popolo, e le sue fortificazioni distrutte. Si convenne che il senatore verrebbe nominato dal papa fra i tre candidati presentati dal popolo, ed il governo della repubblica romana fu dato ad una magistratura che doveva rinnovarsi ogni due mesi, e che chiamossi i dieci della libertà[166].

Innocenzo VII era vecchio, savio e moderato; il suo carattere e gli scrupoli della sua coscienza parevano guarentire l'esecuzione delle convenzioni che aveva stipulate, sia coi cardinali, sia coi Romani; ma la cupidigia della sua famiglia non tardò a farlo agire contro il proprio disinteresse, ed i maneggi di Ladislao gl'inimicarono nuovamente il popolo.

Ladislao, figlio di Carlo III, aveva cominciato nel 1392 a rialzare dal suo profondo avvilimento il partito di Durazzo. Faceva in allora le sue prime campagne, e quando uscì di Gaeta, la regina Margarita sua madre lo raccomandò affettuosamente ai baroni che componevano la sua armata. Educato in mezzo ai pericoli, circondato nella sua fanciullezza da guerre civili e da congiure, mentre colle forze fisiche s'era sviluppato in lui il coraggio, il suo spirito s'era pure avvezzato all'intrigo ed alla dissimulazione. Il suo valore e quello delle sue truppe, sempre da lui condotte, erano superiori ad ogni pericolo; nè rispetti d'onore o di probità mettevano ostacolo all'esecuzione de' suoi progetti. Frattanto la virtù cominciava ad essere tenuta in minor pregio che la destrezza. I talenti ed il valore di Ladislao gli andavano sempre acquistando nuovi partigiani; i popoli più in lui non vedevano che l'unico rampollo del sangue de' loro re; Bonifacio IX lo rappresentava come il solo figlio legittimo della Chiesa, mentre il suo rivale trovavasi avvolto nello scisma[167]. Nel 1399, grandi baroni, che fino a tale epoca eransi mostrati i più zelanti per la casa d'Angiò, Raimondo di Balzo degli Orsini, ed i Sanseverini, passarono sotto le di lui insegne; Napoli gli aprì le porte, Carlo d'Angiò, fratello del re Lodovico II, ritirossi in castel nuovo dove fu assediato, mentre lo stesso re Lodovico lo era in Taranto; onde questi principi, dopo una lunga resistenza, furono forzati a consegnare le fortezze ai loro nemici, ed a ritirarsi in Provenza[168].

Ladislao ne' susseguenti anni assodò la propria autorità sul regno, di fresco abbandonato dal suo rivale; e dopo avere, successivamente prese tutte le fortezze che trovavansi in mano de' Francesi, si fece a punire i partigiani che questi avevano avuti tra la nobiltà. Egli estese le sue vendette a tutti coloro che avevano appartenuto alla fazione Angioina, sebbene avessero in appresso fatta la loro pace, e l'avessero corroborata con importanti servigj: i Sanseverini, la casa da Marzano, ed il duca di Venosa, ai quali doveva le sue ultime vittorie, provarono ancor essi la memoria ch'egli conservava della passata loro nimicizia.

Vedevasi appena assicurato sul trono di Napoli, che fu chiamato come suo padre Carlo III, al trono d'Ungheria. Sigismondo aveva disgustata tutta la nobiltà colle sue dissolutezze e colle sue crudeltà; fu arrestato, in tempo d'una religiosa ceremonia, in mezzo alla sua corte, nella primavera del 1401, ed affidato ai due fratelli Gara, figli del palatino Niccola ch'egli aveva fatto perire, i quali lo tennero in prigione nel castello di Soklos, mentre i deputati della nobiltà invitavano Ladislao ad attraversare l'Adriatico per ricevere la corona di santo Stefano[169].

Ma Ladislao, occupato trovandosi in tale epoca nel suo secondo matrimonio colla principessa Maria di Cipro[170], non potè passare personalmente in Ungheria, e vi mandò soltanto Luigi Aldemari, suo ammiraglio, che con cinque galere ricevette nel 1402 la sommissione di Zara, Vrana, Spalatro, Traù, Sebenico e di altre città, che in addietro appartenevano ai Veneziani[171]. L'anno susseguente soltanto Ladislao passò a Zara, e vi si fece coronare il 5 agosto come re d'Ungheria. Ma frattanto avendo Sigismondo guadagnato l'amore della palatina di Gara, era stato da lei liberato dalla sua prigione[172]; aveva ricuperato il regno d'Ungheria, e minacciava la Dalmazia. Ladislao, invece di pensare a contrastargliene la corona, tornò a Napoli, e dopo alcuni anni vendette ai Veneziani per cento mila fiorini Zara e tutte le piazze che gli erano rimaste in Dalmazia, rinunciando per tal modo definitivamente a tutti i suoi diritti sull'Ungheria, e ritornando alla repubblica la sua antica sovranità[173].

Ladislao, abbandonando la corona di Ungheria, meditava nuove conquiste di province a lui più vicine. Lo stato ecclesiastico pareva posto in sua balìa. La morte di Bonifacio IX e le turbolenze che accompagnarono l'elezione del suo successore, potevano agevolare al re di Napoli la conquista di Roma, senza che avesse bisogno di portare apertamente le armi contro la santa sede, cui andava debitore della sua corona. Egli limitossi ad incoraggiare i Romani nel loro spirito d'indipendenza, e d'inasprirli contro il papa, onde ridurlo ad allontanarsi dalla città, affine di potersi poi presentare egli medesimo come protettore del popolo[174].

«Circa quest'epoca, scrive Leonardo Aretino nelle memorie de' suoi tempi, io fui chiamato a Roma da Innocenzo VII, venni accolto con bontà dal pontefice, e n'ebbi onorificenze ed impieghi, che mi distinsero tra i suoi più intimi famigliari. Parvemi allora che il popolo romano abusasse assai della libertà che aveva ricuperata. Delle famiglie principesche quelle de' Colonna e de' Savelli erano le più potenti; e gli Orsini non avevano allora autorità, perchè sospetti di favorire il pontefice. Ricca e numerosa era la corte, avendo molti cardinali in gran parte di alta condizione. Il papa risedeva nella basilica del Vaticano; era desideroso di riposo, e sarebbesi accontentato della sua situazione, se gli si fosse permesso di goderne; ma la malvagità di alcuni uomini, che avevano grandissima influenza sul popolo, doveva alla fine impedire la continuazione della pace. Ogni giorno andavano crescendo i sospetti, e perchè il re faceva passare a Roma la sua cavalleria, il papa fu pure costretto ad adunare soldati; questa fu la cagione delle turbolenze.

«Fuori di Roma, lungo la strada che dalla Toscana conduce nel Lazio, avvi un ponte sul Tevere detto Milvio, o Ponte Molle. È questo fortificato, ed il papa vi teneva guarnigione; ma i Romani pretendevano d'averlo essi in guardia, affinchè venisse chiusa questa strada a chi tentar volesse d'invadere il Lazio. L'attaccarono una notte all'impensata, ma la guardia si difese; e la zuffa fu ostinata da ambedue le parti. Sopraggiunse finalmente la cavalleria del papa in sul fare del giorno, e ruppe gli assalitori, molti de' quali furono feriti, altri uccisi. I fuggitivi entrati in città si fermarono al Campidoglio adunandovi la moltitudine. Era un giorno festivo, ed il popolaccio ozioso e riscaldato dal vino diede mano alle armi, e spiegate le insegne s'avanzò affollato ad attaccare la dimora del pontefice. Dal canto loro i nostri soldati s'apparecchiano alla pugna, dispongono le armi loro, si fanno a vicenda coraggio, si serrano nelle loro file e mettono castel sant'Angelo nel migliore stato di difesa. La notte sospese l'attacco del popolo, ma i due partiti si tennero sotto le armi. Il Tevere li separava, ed assicurava le due parti da ogni improvviso assalto. Ne' susseguenti giorni si trattò di ristabilire la pace, ed a tale oggetto molti cittadini romani si presentarono al pontefice. Mentre questi, usciti da una conferenza, tornavano a casa loro, furono attaccati avanti alla mole Adriana; undici furono presi e gli altri salvaronsi colla fuga. I primi furono condotti a Luigi dei Migliorotti, nipote del pontefice, per ordine del quale erano stati presi, e furono crudelmente uccisi. Trovavansi tra costoro due de' signori che il popolo romano aveva scelti per governare la repubblica; erano gli altri distinti cittadini, alcuni de' quali avevano mostrato di essere parziali per la Chiesa.»

Il Migliorotti era rimasto offeso dall'alterigia che i deputati romani avevano manifestato nelle loro conferenze, ed era uscito di concistoro per apparecchiare questa sanguinosa scena, quand'appunto i deputati proponevano più moderate condizioni e che le due parti parevano ravvicinarsi[175].

«Quando la notizia di quest'avvenimento si sparse per Roma, prosiegue Leonardo Aretino, si corse alle armi; le strade si affollarono di popolo, e tutta la città risuonava di clamori e d'imprecazioni. Corsi io medesimo in quel giorno grandissimo pericolo, perchè, credendo le ostilità sospese, mentre la deputazione romana trovavasi presso il pontefice, io aveva passato il fiume ed era entrato in città. Tosto che intesi il tumulto volli ritirarmi alla mia abitazione, ma trovai il ponte Adriano occupato da gente armata: erano i parenti e gli amici degli uccisi che si apparecchiavano a vendicarli. Gli ebbi appena riconosciuti, che diedi a dietro fuggendo a briglia sciolta, finchè giunto in una rimota strada, scesi di cavallo, mi avviluppai nel mantello del mio servitore e mi misi di nuovo tra la folla. Passai così, senz'essere riconosciuto, in mezzo agli armati, e giunsi presso i nastri. Il primo oggetto che ferì i miei occhi fu il mucchio de' cadaveri di coloro che erano stati uccisi, lasciati in mezzo alla strada lordi del proprio sangue, e coperti di larghe ferite. Mi fermai, compreso di orrore, ed osservando i loro volti, riconobbi tra questi alcuni de' miei amici, che mi cavarono le lagrime. Mi recai in appresso all'appartamento del pontefice, e lo trovai immerso nella più crudele afflizione. Egli non aveva la menoma parte in questa carnificina; era uomo dolce e pacifico e niente più ripugnava al suo carattere ed alla sua bontà quanto lo spargimento del sangue umano. Egli si lagnava della sua sorte, ed alzava gli occhi al cielo in atto di chiamare Dio in testimonio della sua innocenza[176]

Frattanto colui che comandava per il papa in Castel sant'Angelo, sembrava vacillante nel suo partito. Luigi dei Migliorotti non aveva bastanti truppe per difendere il Vaticano; onde nella medesima notte Innocenzo VII fu costretto di fuggire a Viterbo. Erasi di poco allontanato, quando Ladislao, chiamato dai Colonna e dai Savelli, entrò in Roma con una piccola armata, e chiese al popolo la signoria. Ma i Romani non avevano scacciato un pacifico sovrano per darsene uno affatto militare. Accusarono i Colonna ed i Savelli d'avere tradita la patria, ed altamente manifestarono la loro avversione al giogo de' Napolitani. Un cittadina ricusò ostinatamente di ricevere in sua casa i soldati che vi dovevano avere il loro quartiere, onde volendo questi entrarvi a viva forza, prima i vicini, poi tutti i Romani presero le sue difese. Un'accanita zuffa cominciò allora tra i Romani ed i Napolitani, che si prolungò fino alla notte; ma infine Ladislao dovette uscire di Roma, ed altro non potendo fare, fece appiccare il fuoco in quattro diversi quartieri[177].

L'attentato di Ladislao per impadronirsi di Roma riuscì vantaggioso ad Innocenzo VII. I Romani cercarono di riconciliarsi con lui; gli mandarono ambasciatori, i quali, dopo una lunga conferenza, lo persuasero, il 13 marzo 1406, a rientrare nella sua capitale[178]. Questo papa morì il 5 novembre dello stesso anno; potendosi un'altra volta terminare lo scisma, si sagrificò di bel nuovo il vantaggio della Chiesa al personale interesse dei cardinali. Dichiararono questi di volere, piuttosto che un papa, eleggere un procuratore del loro partito, per deporre il pontificato[179]. Ma, malgrado il giuramento d'abdicare prestato da cadaun di loro, essi sperare non potevano che il papa, che verrebbe eletto, mostrasse all'occasione maggiore disinteressamento ch'essi medesimi.

I suffragi si riunirono a favore d'Angelo Corrario, veneziano, cardinale di Aquilea e patriarca di Costantinopoli, il quale prese il nome di Gregorio XII. Contava allora settant'anni, ed aveva opinione d'essere un sant'uomo e di antica severità. Quando fu appena consacrato, rinnovò, con apparente premura, le già fatte promesse, di tutto sagrificare per metter fine allo scisma della Chiesa[180].

Gregorio scrisse a Benedetto XIII per invitarlo alla pace, proponendogli una vicendevole abdicazione. Rispose Benedetto da Marsiglia, il 22 gennajo 1407; quasi ne' medesimi termini: era lo stesso invito, la medesima esortazione, le stesse promesse[181]. Carlo VI aveva proposto ai due pontefici di abdicare, ciascuno in presenza del suo proprio collegio; ed i cardinali delle due ubbidienze si sarebbero in appresso riuniti per nominare un nuovo papa. Ma Benedetto e Gregorio rigettarono d'accordo questa proposizione e chiesero egualmente una conferenza nella quale abdicherebbero insieme innanzi ai due collegi riuniti[182].

I deputati che Gregorio XII aveva mandati a Marsiglia scelsero, d'accordo con Benedetto XIII, la città di Savona per la proposta conferenza. Fu steso un lungo trattato tra i due cleri ed il re di Francia, in allora sovrano dello stato di Genova. Acconsentì Carlo VI, che la signoria di Savona fosse trasferita ai due papi, e rispetto alla divisione della città fra i due emuli, che ognuno possedesse un castello ed un quartiere fortificato: ogni papa doveva recarsi a Savona con otto galere, ed una guardia di dugent'uomini. Questo trattato venne accettato e ratificato da Gregorio XII, che lo partecipò a tutti i principi cristiani[183].

Ma questo pontefice era ben lontano dal pensare di dare esecuzione a ciò che aveva promesso: i suoi parenti ed i consiglieri, che gli stavano intorno, tutto mettevano in opera per dissuaderlo dall'abdicazione[184]. In conseguenza delle clandestine pratiche della sua famiglia, i Veneziani, suoi compatriotti, ricusarono di somministrargli le galere; onde dichiarò che non poteva intervenire con sicurezza nè a Savona, nè in verun'altra città marittima, poichè troverebbesi esposto agl'insulti delle flotte del suo emulo[185]. I rimproveri e le dicerie di tutte le persone desinteressate costrinsero, gli è vero, Gregorio XII a lasciar Roma; ma si fermò di nuovo a Siena[186], e ricominciò le negoziazioni. Chiedeva o che si scegliesse un'altra città per le conferenze, o che Benedetto rimandasse a dietro le sue galere; che Boucicault partisse da Genova; in fine che la sicurezza del suo emulo fosse interamente sagrificata alla sua.

Benedetto XIII non era più sincero, ma sapeva più destramente contenersi, e mentre che il suo avversario sembrava fuggire, pareva ch'egli si avanzasse per incontrarlo. Era giunto a Savona nello stabilito termine, e perchè Gregorio erasi recato da Siena a Lucca, Benedetto si trasferì fino a porto Venere, ed in appresso fino alla Spezia, di modo che i due pontefici trovavansi soltanto quarantacinque miglia distanti l'uno dall'altro. Ma mentre i loro negoziatori sforzavansi di riunirli, l'uno, dice Leonardo Aretino, come animale acquatico, non voleva mai abbandonare la costa; l'altro, come un animale terrestre, non vi si voleva avvicinare[187].

Quasi tutta la cristianità pareva desiderare la cessazione dello scisma, ma il re di Napoli, Ladislao, cercava di farlo durare. Temeva egli l'ascendente che la corte di Francia aveva preso sulla Chiesa per i costanti e coraggiosi sforzi ch'ella aveva fatti per la riunione; temeva che un francese potesse nuovamente essere innalzato sulla cattedra di san Pietro dai cardinali d'Avignone, e che questi non spalleggiasse Luigi d'Angiò; e desiderava più di tutto che il papa suo vicino, e suo abituale signore, invece di tenerlo sotto tutela, come avevano fatto i suoi predecessori, continuasse a lasciarlo dominare nelle sue province e nella sua capitale.

In principio del seguente anno Ladislao intraprese apertamente a sottomettere colle armi gli stati della Chiesa ed ebbe l'accortezza di far approvare le sue conquiste dai parenti di Gregorio XII. Questi preferivano ogni cosa alla abdicazione del loro padrone, e presero occasione da questi movimenti del re di Napoli per rompere le negoziazioni con Benedetto XIII.

Ladislao si avanzò contro Roma in marzo del 1408 con dodici mila uomini di cavalleria, e con altrettanta infanteria; e nello stesso tempo mandò quattro galere ad occupare la foce del Tevere, perchè non si potessero introdurre vittovaglie in città[188]. Attaccò in appresso Ostia, e si rese in aprile padrone di questa città, che gli aveva opposta una vigorosa resistenza[189]. Pochi giorni dopo Paolo Orsini, che comandava in Roma, aprì per tradimento una porta all'armata del re; ed allora soltanto i cittadini accettarono una capitolazione che loro offriva il nemico di già entrato nelle loro mura[190]. Perugia, attaccata nello stesso tempo dai Napolitani, loro aprì pure le porte.

Gregorio XII, quando intese la perdita di Roma, lasciò travedere una gioja che tradiva i suoi segreti maneggi[191]. Benedetto per lo contrario aveva cercato di difendere questa città, sperando forse di ricondurla in tal modo alla sua ubbidienza. Boucicault dietro sua istanza armò tredici galere per mandarle nel Tevere, ma un contrario vento le ritenne a Porto Venere finchè più non erano in tempo a difendere Roma.

Questo supposto atto d'ostilità servì di pretesto a Gregorio XII per rompere ogni negoziato col suo competitore, vietò alla sua corte di mantenere comunicazione alcuna con quella dell'antipapa, e proibì ai suoi cardinali di uscire da Lucca, ove in allora si trovava. Poco dopo fece conoscere la sua intenzione di fare una promozione al sacro collegio, lo che era direttamente contrario alle convenzioni fatte per la riunione della Chiesa. I cardinali credevano di avere sempre il diritto di regolare Gregorio XII, ch'essi avevano condizionatamente eletto, e si opposero vigorosamente ad una promozione, che doveva perpetuare lo scisma; nel mese di maggio uscirono di concistoro quando Gregorio volle proclamare i suoi quattro nuovi cardinali; pretesero che il papa pensasse a gettarli in prigione o a farli morire, ed invitarono Paolo Guinigi, signore di Lucca, a garantire la loro libertà, siccome aveva promesso di fare; ed uscirono da quella città per passare a Pisa. Erano essi allora nove; tre dei loro colleghi rimasero ammalati in Lucca[192].

La repubblica fiorentina era, come il rimanente della cristianità, sdegnata con Gregorio XII, ed attribuiva alla sua ostinazione ed ai suoi artificj il prolungamento dello scisma, onde favorevolmente accoglieva i cardinali rifugiati a Pisa, e loro prometteva la sua protezione. Questi spedirono una rispettosa protesta a Gregorio XII contro gli ultimi suoi atti, ed un appello a lui medesimo, a Gesù Cristo, e ad un concilio generale[193].

Nell'altro partito il papa non era pure ben d'accordo coi suoi cardinali, nè tutti gli sforzi di Benedetto XIII per addossare al suo rivale il delitto d'avere prolungato lo scisma toglieva affatto di scorgere nel suo contegno la più fina dissimulazione. In gennajo il re di Francia aveva pubblicato un editto per obbligare i suoi sudditi a ritirare l'ubbidienza loro all'uno ed all'altro de' due papi, qualora l'unione della Chiesa non avesse luogo avanti l'Ascensione[194]. Benedetto rispose colle minacce di scomunica, ed il re, coll'approvazione del suo parlamento e della Sorbona, dichiarò, che Pietro de Luna, che facevasi nominare Benedetto XIII, era uno scismatico ostinato, un eretico, un perturbatore della pace della Chiesa, cui era proibito d'ubbidire più lungamente. Carlo VI scrisse nel tempo stesso ai cardinali del partito di Roma, ed a quelli del partito d'Avignone per esortarli a non essere più oltre il giuoco di due uomini, che mancavano a tutti i loro giuramenti, e che nel corso di un anno non avevano saputo trovare in tutto il mondo un luogo ove riunirsi in conformità delle loro promesse[195].

I cardinali di Benedetto abbandonarono in fatti il loro capo, e passarono a Livorno, ove andarono a trovarli quelli di Gregorio. Questo collegio, composto dei primi dignitarj delle due chiese, mandò lettere encicliche a tutta la cristianità, nelle quali la condotta dei due pontefici veniva rappresentata con molta moderazione ed imparzialità[196].

I frivoli pretesti che i papi allegavano a vicenda per ricusare ogni luogo di riunione loro proposto erano chiaramente dimostrati, e resa evidente l'impossibilità di riunire la Chiesa di concerto con due uomini che tendevano segretamente a dividerla. Ciò nulla meno, dicevano i cardinali, i sacri canoni hanno permesso in certi casi la convocazione di un concilio senza l'autorità del capo della Chiesa. Giammai la cristianità fu in maggiore bisogno di fare uso di tale prerogativa. Nè l'un papa nè l'altro potrebbe adunare un concilio ecumenico, poichè nè l'uno nè l'altro è riconosciuto da tutti i fedeli, ma i cardinali dei due collegi, rappresentanti della cristianità, hanno senza dubbio il potere, anzi l'obbligo di convocare questo supremo consiglio della religione, che può solo, colla sua autorità, rendere la pace alla Chiesa. I cardinali perciò ordinavano a tutti i vescovi e prelati delle due ubbidienze di trovarsi a Pisa in marzo del 1409 per formarvi un concilio ecumenico; ordinavano pure d'intervenirvi ai due papi, avvisandoli nello stesso tempo, che la loro assenza non impedirebbe l'unione del concilio[197].

Quand'ebbero notizia di questa convocazione, i due papi, invece di ravvicinarsi, partirono ambidue dai luoghi in cui si trovavano, per allontanarsi di più. Benedetto XIII con tre cardinali che gli erano rimasti fedeli, montò sulle galere a Porto Venere, e fece vela verso l'Arragona, ove fu ricevuto con infinita difficoltà[198]. Dal canto suo Gregorio XII abbandonò Lucca coi quattro cardinali di fresco creati, e dopo essersi trattenuto qualche tempo a Siena, si pose sotto la protezione di Carlo Malatesti, signore di Rimini. Frattanto Gregorio XII adunò un concilio nella provincia di Ravenna, e Benedetto XIII in quella di Perpignano. L'un papa e l'altro sperava in tal modo di sottrarsi ai rimproveri d'ostinazione che loro faceva la cristianità per non avere assoggettata la loro causa al supremo consiglio della Chiesa[199].

I cardinali dei due partiti, il re ed il clero di Francia, le repubbliche di Firenze e di Venezia, tutti coloro finalmente che determinarono la convocazione del concilio di Pisa, pare che agissero di buona fede, e mossi da ardente desiderio di ristabilire la pace della Chiesa. Non pertanto il Raynaldi, organo della corte di Roma, dichiarasi costantemente, dopo il cominciamento dello scisma, contro la Chiesa in favore del suo capo, condanna egualmente le intenzioni e la condotta di tutti i cardinali che si pronunciarono contro Urbano VI ed elessero Clemente VII, di tutti quelli che nel nuovo collegio formato da Urbano si separarono in seguito da lui e furono da questo sanguinario pontefice trattati così barbaramente, di tutti quelli che seguirono Benedetto XIII nella sua fuga, e di tutti coloro che aderirono al concilio di Pisa. Egli non si avvede che avviluppa così nelle sue condanne tutti i ministri degli altari, tutti coloro dai quali deve derivare l'autorità dei papi posteriori allo scisma, e che per evitare il rimprovero d'inconseguenza, d'ambizione, di sfrenata collera a due o tre prelati che si sono succeduti nel pontificato, è obbligato di accusare tutto il clero, tutta la Chiesa cattolica di calunnia, d'eresia e di ribellione contro il suo capo.

Frattanto il carattere del personaggio che ben tosto si acquistò la più grande influenza sui cardinali e su tutto il concilio di Pisa, giustifica forse fino ad un certo punto le accuse date al suo partito. Era questi Baldassar Cossa, cardinale di sant'Eustacchio e legato di Bologna. Fu veduto, con una ambizione affatto mondana, non ad altro pensare che a fondare un principato sulle ruine degli stati della chiesa. Dopo il 1403 egli governava Bologna[200], e, per consolidare il proprio potere su questa città, era sceso alle più basse pratiche, alle più perfide trame; aveva progressivamente soggiogate le città della Romagna; ma aveva acquistato il dominio di Faenza e di Forlì con una lunga serie di tradimenti[201]. Pure il suo indipendente potere e la sua destrezza gli procacciarono una grandissima influenza sopra i cardinali suoi colleghi: e da che il concilio fu adunato, parve che Baldassar Cossa ne fosse il capo.

Ventidue cardinali delle due ubbidienze, quattro patriarchi, dodici arcivescovi, ottanta vescovi, quarant'uno priori ed ottantasette abati di monasteri, si erano adunati a Pisa per il concilio. Vi si trovavano pure i deputati di quattordici arcivescovi e di cento due vescovi assenti, i generali di molti ordini di monaci, gli ambasciatori dei re di Francia, d'Inghilterra, di Polonia, di Portogallo, di Cipro e di Boemia, quelli di Wencislao, che pretendeva di essere re de' Romani, e quelli di Luigi d'Angiò, che pretendeva d'essere re di Napoli. Roberto, l'altro re de' Romani, e Ladislao, l'altro re di Napoli, spedirono pure ambasciatori a Pisa, ma solo per sostenere contro il concilio la causa di Gregorio XII. D'altra parte vi si recarono gli ambasciatori di Castiglia e d'Arragona per difendere quella di Benedetto XIII[202]: onde si calcolò che più di dieci mila forestieri venissero a stabilirsi in Pisa in tempo del concilio.

I prelati adunati dichiararono nell'ottava loro sessione, ch'erano costituiti in concilio ecumenico, e che perciò erano giudici supremi dei due papi. I processi di questi vennero subito cominciati, e dopo lunghissime discussioni furono ambidue condannati il 5 giugno del 1409, nella quindicesima sessione, come colpevoli di scisma e di eresia; tutti due vennero esclusi dalla comunione de' fedeli, e fu dichiarato vacante il papato[203].

I cardinali delle due ubbidienze, riuniti in un solo corpo, entrarono in conclave il 15 di giugno. Il cardinale Cossa ricusò l'offertagli tiara, ed indicò, quale soggetto più degno di portarla, Pietro di Candia, arcivescovo di Milano, che raccolse tutti i suffragi. Questo cardinale fu consacrato a Pisa il 7 luglio del 1409 sotto il nome d'Alessandro V; ed il primo atto del suo pontificalo fu quello di tranquillare le coscienze intorno a tutto quanto erasi fatto in tempo dello scisma, e di ratificare tutte le nomine ai beneficj, e tutte le dispense ottenute dall'una e dall'altra parte, tutte abolendo le censure e le scomuniche che erano state pronunciate in occasione delle divisioni della Chiesa[204].

Nella XXIVma ed ultima sessione, tenuta il 7 agosto 1409, il concilio di Pisa impose al nuovo papa l'obbligo di convocare sollecitamente un altro concilio per riformare la Chiesa nel suo capo e nelle sue membra[205]. Un papa quasi universale era stato renduto alla Cristianità; la maggior parte dell'Europa gli ubbidiva, e soltanto la Spagna riconosceva ancora Benedetto XIII, come il Malatesti in Romagna, Ladislao a Napoli e Roberto di Baviera in Germania difendevano tuttavia Gregorio XII: e questo avanzo di divisione nella Chiesa diede motivo al concilio di Costanza. Ma se quello di Pisa non conseguì intero lo scopo per cui si era adunato, cominciò per lo meno una nuova epoca per la Chiesa. In quest'assemblea fu visto svilupparsi uno spirito repubblicano ed aristocratico, che limitava l'autorità dei papi, e che voleva mettere limiti al loro potere monarchico: il consiglio della Chiesa si appropriò il diritto di giudicare il suo capo, di condannarlo e di deporlo; manifestò le pretensioni che dovevano dirigere la condotta dei padri di Costanza e di Basilea, e diede principio a quella lunga contesa che dopo un secolo di vicissitudini doveva terminarsi colla riforma[206].