CAPITOLO LXI.

Ladislao, re di Napoli, occupa gli stati della Chiesa; minaccia Firenze; muore. — Sigismondo d'Ungheria, eletto imperatore, muove guerra ai Veneziani; sue conferenze con Giovanni XXIII in Lombardia; deplorabile stato di questo paese.

1409 = 1414.

Erano pochi anni passati da che la repubblica fiorentina era stata liberata dai timori che le ispirava Giovanni Galeazzo, quando un nuovo avversario, ancora più formidabile, si dichiarò contro di lei. Educato in mezzo alle guerre civili, avvezzato a lottare contro accanite fazioni, in un paese in cui la stessa amicizia era senza buona fede, Ladislao riuniva la politica perfida di Giovan Galeazzo ad un valore personale, che questo principe non conobbe mai, e ad un'ambizione ancora più smisurata che quella del duca di Milano. Ladislao spingeva le sue mire al di là del regno d'Italia, cui aspirava il suo predecessore ed ambiva la corona imperiale, sperando di toglierla a Wencislao ed a Roberto, che l'uno e l'altro non potevano farsi ubbidire dai loro grandi vassalli, ed aveva preso per divisa: Aut Cæsar aut nihil[207]. Di già quest'orgogliosa iscrizione leggevasi sulle bandiere quando s'impadronì della maggior parte dello stato ecclesiastico. Le città di Roma, Ascoli, Fermo, Perugia, Todi, Assisi, ed altre ancora, eransi a lui sottomesse; non pertanto egli pretendeva sempre di essere il protettore e l'amico di Gregorio XII, ed aveva convenuto di pagargli venti mila fiorini all'anno in compenso dell'entrate degli stati che gli toglieva. Con questa modica somma il papa fuggiasco doveva mantenere tutta la sua corte[208].

Ladislao aveva domandato che i Fiorentini lo riconoscessero per legittimo sovrano degli stati della Chiesa, e a tale prezzo loro offriva la sua alleanza. I Fiorentini non vollero acconsentirvi, perchè riguardavano le province usurpate dal re come parte del patrimonio del legittimo successore di san Pietro, ed erano risoluti di darle ancora in sua mano. «Quali truppe avete voi dunque da oppormi?» domandò Ladislao sorpreso, ai loro ambasciatori. «Le tue,» rispose audacemente Bartolomeo Valori[209].

In fatti i Fiorentini erano sicuri di attirare nel loro campo tutti i condottieri del re di Napoli coll'offerta di maggior soldo. Nè tale diserzione sarebbesi riputata vergognosa o sleale, perchè i capitani non prendevano servigio che per un termine assai breve, passavano senza scrupolo sotto le nemiche insegne quando giugneva il termine stabilito nel contratto. Il solo Alberico da Barbiano, grande contestabile del regno, non sarebbesi dato al migliore offerente, perchè una personale animosità contro Baldassar Cossa, legato di Bologna, lo teneva unito al partito di Ladislao. Ma questo grande ristauratore della milizia italiana morì appunto in quest'epoca nel castello di Pieve, presso Perugia[210]. Il 17 maggio dello stesso anno, Otto Bon Terzo, ch'era stato suo allievo e suo compagno d'armi, e che dopo erasi innalzato con una mescolanza di valore e di perfidia alla signoria di Parma e di Reggio, venne assassinato da Sforza di Cotignola, suo rivale, per ordine del marchese Nicolò d'Este in una conferenza che tennero in Ribiera[211]. Ladislao aveva da sè alienato per sempre un terzo condottiere, non meno illustre dei due precedenti; era questi Braccio di Montone, gentiluomo emigrato di Perugia, capo del partito dei nobili e dei Ghibellini in questa città. In tempo del suo esilio aveva fedelmente servito il re di Napoli, ed aveva sperato, col di lui ajuto, d'essere richiamato in patria. Ma i Perugini offrirono a Ladislao di aprirgli le loro porte, purchè rinunciasse alla protezione dei loro emigrati. Il re non esitò punto a sagrificare i suoi alleati per rendersi padrone di Perugia; promise di più di far assassinare Braccio, e questi non si sottrasse alle insidie che gli vennero tese, che per esserne stato avvisato da uno de' suoi amici[212].

I dieci della guerra di Firenze si affrettarono di prendere Braccio al loro servigio; si assicurarono altresì dell'alleanza de' Sienesi, che a seconda del partito che abbraccerebbero potevano decidere della sorte della Toscana. I gentiluomini e la fazione dei dodici erano sospetti di favorire Ladislao, ma il governo s'attaccò ai Fiorentini, e promise di non separare la propria dalla loro fortuna[213]. I due popoli mandarono a Ladislao ambasciatori per persuaderlo a rinunciare alla sua intrapresa, mentre che il re spedì dal canto suo negoziatori a queste due città per separare l'una dall'altra, ed offrire le più vantaggiose condizioni a quella che s'unirebbe a lui[214].

Ladislao aveva adunati dodici in quindici mila uomini di cavalleria; ed i Fiorentini quando scoppiò la guerra non ne avevano più di mille duecento[215]. Si affrettarono di prendere al loro soldo Malatesta di Pesaro ed altri capitani, ed in breve riunirono due mila quattro cento lancie, ognuna di tre corazzieri, e si trovarono a portata di assicurare tutti i luoghi forti del loro territorio[216]. Il re di Napoli guastò da principio tutto il circondario di Siena fino sotto le mura delle città; si avanzò poi dalla banda di Arezzo, per la valle di Chiana sperando di sorprendere questa città, o Monte Sansovino, ch'eragli stato promesso da alcuni traditori. Ma, sebbene la grande superiorità delle sue forze lo rendesse padrone della campagna, non ottenne di prendere una sola terra fortificata, e le sue intraprese si limitarono a distruggere le vigne, ed a bruciare le messi[217]. Nello stesso tempo dodici galere napoletane infestavano i mari di Pisa, ruinando il commercio de' Fiorentini, e togliendo l'isola dell'Elba a Gherardo Appiano, signore di Piombino, e vassallo della repubblica[218].

In appresso Ladislao volse le sue armi contro Luigi di Casale, signore di Cortona ed alleato de' Fiorentini. Questo piccolo principe aveva pochi diritti all'affetto de' suoi sudditi. L'anno precedente aveva colla vita rapito il sovrano potere a Francesco di Casale, suo cugino ed amico[219]. I Cortonesi non vollero esporsi ai mali della guerra pel vantaggio del loro tiranno, e quando videro il nemico guastare i loro campi, bruciare gli ulivi, sradicare le viti, aprirono le porte della città a Ladislao, e Luigi di Casale fu condotto nelle prigioni di Napoli coll'ambasciatore fiorentino che trovavasi presso di lui[220].

In questo tempo Braccio di Montone, chiudendo la sua piccola armata ne' castelli vicini a Cortona, teneva aperti gli occhi sui movimenti di Ladislao, per approfittare d'ogni suo fallo. Non voleva esporsi ad una battaglia, ma sorprendeva i distaccamenti napolitani, loro intercettava i convogli, tagliava a pezzi i foraggieri[221], e togliendo loro in tal modo i mezzi di provvedersi di vittovaglie li ridusse in breve a tali strettezze, che Ladislao fu costretto di ricondurre le sue truppe a Roma, dopo di avere lasciate grosse guarnigioni in Perugia, Cortona, e nelle città della Marca e del ducato di Spoleti[222].

I Fiorentini erano impazienti di portare a vicenda le armi loro negli stati del nemico. Avevano chiamato in Italia Luigi II d'Angiò, figlio del principe adottato dalla regina Giovanna, e che perciò pretendeva avere dei diritti sul regno di Napoli. Speravano i Fiorentini di riaccendere in suo favore la fazione degli Angioini, e fecero riconoscere Luigi come re di Napoli dal concilio di Pisa e da papa Alessandro V. Luigi d'Angiò, che giunse a Pisa in sul finire di luglio del 1409 con cinque galere e mille cinquecento cavalli, ricevette ad un tempo dal papa l'investitura dei regni di Sicilia e di Gerusalemme, ed il gonfalone della Chiesa[223]. Si unì poco dopo a Malatesta di Pesaro, generale de' Fiorentini, a Braccio di Montone, ad Agnello della Pergola ed alle truppe di Siena e di Bologna, ed entrò nello stato della Chiesa. Orvieto, Viterbo, Montefiascone, e non poche altre città del patrimonio gli aprirono le loro porte senza opporre resistenza[224]. Paolo Orsini, che comandava in Roma a nome di Ladislao, passò dalla banda dei nemici, e si pose al soldo dei Fiorentini con due mila uomini di cavalleria[225]. Egli si era tenuto in possesso di Castel sant'Angelo e del Vaticano; ma il conte di Troja, comandante di Perugia, aveva ricondotte a Roma tutte le guarnigioni lasciate in Toscana da Ladislao con due mila cavalli, e difendeva il passaggio del Tevere e le mura d'Aureliano[226].

L'armata della lega attaccò da prima il quartiere di Transtevere che è posto dalla stessa banda del fiume che il Vaticano; ma non avendo potuto forzarne i trinceramenti, passò il fiume a guazzo presso a Monte rotondo ed attaccò Roma dalla parte della Sabina egualmente con infelice esito. Luigi d'Angiò, scoraggiato da questi infruttuosi esperimenti, lasciata l'armata, tornò a Pisa, di dove ripassò colle sue galere in Provenza. Il legato di Bologna, Baldassar Cossa, venne a Firenze ed in seguito raggiunse a Pistoja papa Alessandro V, che colà aveva stabilita la sua corte[227]. Ma Malatesta, il generale fiorentino, rimase avanti a Roma con Paolo Orsini e Braccio da Montone[228]; stancheggiò la guarnigione napolitana con frequenti attacchi, incoraggiò gli amici della libertà, e quelli dell'unione della Chiesa, ed il 2 gennajo del 1410 gli furono aperte le porte della capitale della cristianità.

La bandiera di Firenze coi gigli d'oro spiegavasi innanzi all'armata; le grida di libertà eccheggiavano nelle strade, e mentre i vincitori prendevano possesso della loro conquista, il loro trionfo non venne macchiato da verun disordine. Gli ambasciatori romani vennero a Firenze a ringraziare la signoria della buona disciplina osservata dalle sue truppe; e la signoria rispose esortando il popolo romano a conservare la libertà della sua patria con non minore zelo che la purità della fede[229].

Luigi d'Angiò non era tornato in Provenza che per adunarvi una nuova armata, onde spingere la guerra con maggior vigore. I Fiorentini, che lo stavano di giorno in giorno aspettando, desideravano che il papa andasse a soggiornare in Roma, onde meglio assicurarsi dello stato della Chiesa, ed agevolare per l'entrante primavera l'impresa del regno. Il Malatesta e Paolo Orsini occupavano Ostia, Tivoli e le fortezze che in Roma erano rimaste in potere de' Napolitani[230]. Braccio di Montone pizzicava gli abitanti di Perugia, e papa Alessandro sotto la protezione de' suoi tre generali, sarebbesi trovato in Roma sicurissimo. Ma Baldassar Cossa voleva persuaderlo a recarsi a Bologna, di cui egli aveva usurpata la sovranità, e malgrado le più calde istanze de' Fiorentini, il papa segui i consigli dell'ambizioso legato. Colà ben tosto cadde infermo, e morì il 3 di maggio del 1410[231]. Baldassar Cossa, che gli successe sotto nome di Giovanni XXIII, per un'elezione che si racconta non essere stata libera, venne accusato d'aver avvelenato il suo predecessore per essergli surrogato; e questo papa, diffamato e deposto dal concilio di Costanza, non si è mai interamente purgato dal sospetto di tale delitto[232].

Finchè Boucicault governò Genova a nome del re di Francia, la comunicazione tra la Provenza e la Toscana era stata facile e sicura, ed il re Luigi d'Angiò aveva potuto senza inquietudine far attraversare il mar ligure ai suoi soldati. Ma i Genovesi erano omai impazienti del giogo francese, perchè ogni giorno vedevano usurpati ora l'uno ora l'altro de' loro privilegi; onde, malgrado la solenne loro capitolazione, la Liguria veniva quasi trattata come paese di conquista. In sul finire del 1409 fu chiamato dalle fazioni di Milano a prendere parte nelle turbolenze della Lombardia. Raccolse quanto aveva di truppe per recarsi presso il duca di Milano Giovanni Maria Visconti; ma quando stava per porsi in viaggio, il marchese di Monferrato e Facino Cane attraversavano gli Appennini e giugnevano presso le mura di Genova, uno dalla banda della Polsevera, l'altro per la valle di Bisagno. Questi due generali, in guerra colla Francia e con Boucicault, rappresentarono ai Genovesi l'opportunità dell'occasione per iscuotere il giogo che gli opprimeva. Infatti il popolo prese le armi il 6 di settembre del 1409, uccidendo, o cacciando fuori di città tutti i Francesi, e nominando il marchese di Monferrato, capitano della repubblica, colla stessa autorità attribuita in altri tempi al doge[233].

Dopo questa rivoluzione i Genovesi abbracciarono caldamente il partito opposto alla Francia, strinsero alleanza con Ladislao, ed armarono una flotta per sorprendere nel passaggio Luigi d'Angiò, ed impedire in tal modo l'impresa del regno.

Il re Luigi era partito dalla Provenza con quattordici galere, due grandi vascelli ed altri molti più piccoli; egli trasportava su questa flotta molti cavalieri colle loro armi, cavalli ed il denaro necessario per pagarli. Quando avvicinavasi alle coste della Toscana fece forza di vele con parte della sua flotta ed entrò in Porto Pisano. Ma rimasero a dietro sei delle sue galere, che furono non lungi dalla Meloria incontrate il 6 maggio 1410 da cinque vascelli genovesi. Mentre durava un'accanita zuffa tra queste due squadre s'avvicinarono nove vascelli di Ladislao, onde le galere provenzali dovettero soggiacere alla superiorità del numero; due furono colate a fondo, tre prese e condotte a Porto Venere, ed una sola potè salvarsi a Piombino[234]. I Genovesi, approfittando della vittoria, s'impadronirono in appresso del porto di Telamone che apparteneva alla repubblica di Siena. Cominciarono altresì alcune ostilità contro quella di Firenze, ch'ebbero fine soltanto il 27 aprile del 1413, in forza d'una pace conchiusa a Lucca[235].

La flotta provenzale, dopo avere sbarcati a Piombino i corazzieri, fece vela alla volta di Napoli; levò contribuzioni nelle isole d'Ischia e di Procida, e dopo avere sparso il terrore in tutte le coste, e preso Policastro, secondò le operazioni di Niccola Ruffo, che sollevava la Calabria in favore di Luigi d'Angiò[236].

Era il principe medesimo arrivato a Roma il 24 di settembre con un'armata che sembrava formidabile, ed aveva sotto i suoi ordini i Provenzali; ed inoltre Gentile di Monterano cogli emigrati di Napoli del partito angioino, e Braccio di Montone colla sua compagnia: lo Sforza, assoldato dai Fiorentini, Angelo della Pergola dai Sienesi e Paolo Orsino dal papa, facevano altresì parte dell'armata del re[237]. Ma quest'armata mancava di danaro e di munizioni. I Provenzali più non avevano ricevuto soldo da che avevano abbandonata la Francia; a Paolo Orsini erano dovuti quattro mesi; lo Sforza aveva dissipato tutto il danaro che aveva ricevuto; Braccio da Montone riclamava dal canto suo alcuni arretrati; e sebbene i Fiorentini dessero delle anticipazioni ai soldati a nome di tutti i loro alleati, essi soli supplire non potevano a tanta spesa, e l'armata non trovossi in istato di muoversi. E per tal modo questa campagna, che aveva costato prodigiose somme, terminò senza che la lega ottenesse un solo vantaggio. Luigi, dopo avere consumato molto tempo nel riconciliare i suoi capitani sempre apparecchiati ad azzuffarsi gli uni contro gli altri, venne a Bologna in sul finire dell'anno per concertare con Giovanni XXIII le operazioni della futura campagna[238]. I Fiorentini, scoraggiati dalla non curanza de' loro alleati, e vedendo che lasciavasi cadere tutto sopra di loro il peso della guerra, diedero orecchio alle proposizioni di pace che faceva loro Ladislao. Egli offriva la cessione di Cortona coi castelli di Pierli e Mercatale in compenso delle mercanzie, ch'egli aveva tolte ai mercanti fiorentini quando erano cominciate le ostilità. Queste proposizioni furono accettate, ed il trattato fu soscritto il 7 gennaio del 1411, comprendendovi i Sienesi; e Luigi d'Angiò, e Giovanni XXIII, che restavano in guerra con Ladislao, furono costretti di approvare essi pure la condotta dei Fiorentini[239].

Non pertanto Giovanni XXIII risolse di andare a stabilirsi in Roma, onde potere più vivamente trattare la guerra che oramai doveva sostenere quasi colle sue forze. Entrò nella sua capitale l'11 aprile del 1411, e fu ricevuto dal popolo con acclamazioni e festevoli voci[240]. Ma nello stesso tempo la città ove aveva fin allora dimorato, e di cui aveva acquistata la sovranità molto tempo prima d'essere papa, scuoteva il suo giogo per tornare in libertà. Gli artigiani ed il popolo di Bologna presero le armi il giorno 11 di maggio, opprimendo d'imprecazioni la nobiltà e la chiesa, che gli avevano ridotti in servitù. Occuparono e spianarono la fortezza ove il legato aveva lasciata guarnigione; ma respinsero il Malatesti che voleva approfittare della rivoluzione per togliere loro diversi castelli, e colla mediazione della repubblica fiorentina conservarono a Giovanni XXIII la loro ubbidienza spirituale, spogliandolo però della sovranità[241].

Era pure andato a Roma Luigi d'Angiò, ed aveva riuniti sotto le sue insegne i medesimi condottieri che nella precedente campagna erano stati dati dai diversi stati della lega. Egli seppe persuaderli a seguirlo contro il suo nemico, sebbene non avesse abbastanza danaro per pagare il loro soldo, e che non si fosse veduta mai un'armata della sua più povera. Era per altro composta di dodici mila corazzieri, i migliori soldati che avesse l'Italia[242]. Luigi condusse quest'armata a Ceperano; Ladislao lo stava aspettando a Rocca Secca con un'armata press'a poco d'eguali forze. Luigi d'Angiò passò il fiume il 19 di marzo del 1411, ed attaccò impetuosamente il nemico, e così fattamente lo ruppe, che quasi tutti i Baroni, che servivano nell'armata di Ladislao, furono fatti prigionieri, e vennero in potere del vincitore gli equipaggi, e lo stesso vassellame del re. Ladislao fuggì a Rocca Secca, e di là verso san Germano; e sarebbe stato facile il raggiugnerlo e farlo prigioniere, se i vincitori non fossero stati trattenuti dal saccheggio del campo nemico[243]. «Il primo giorno dopo la mia disfatta, diceva egli medesimo, il mio regno e la mia persona erano egualmente in potere de' nemici; il secondo giorno la mia persona era in salvo, ma se lo volevano, erano tuttavia padroni del mio regno; il terzo giorno tutti i frutti della loro vittoria erano perduti»[244]. In fatti i soldati vittoriosi, premurosi di procurarsi un poco di danaro, vendevano ai loro prigionieri per pochi ducati e libertà ed armi. Ladislao avvisato di ciò, mandò da san Germano trombetti con danaro, ed in tal modo riebbe in poche ore quasi tutta la sua armata[245].

Quando Luigi d'Angiò volle finalmente approfittare della vittoria trovò occupati dai soldati di Ladislao tutti i passi del regno di Napoli. Le sue truppe mancarono bentosto di vittovaglie, e molte caddero ammalate; la preda che avevano fatta non le rendeva punto più docili, nè loro teneva luogo degli arretrati che avanzavano; onde il 12 di luglio Luigi fu obbligato di tornare a Roma[246]. In principio del susseguente mese imbarcossi sul Tevere per tornare in Francia, ove morì in agosto del 1417, senza aver fatti nuovi tentativi per conseguire il suo regno di Napoli[247].

Giovanni XXIII, successivamente abbandonato dai suoi alleati, restava solo esposto agli attacchi di Ladislao. Il 19 maggio del 1412 perdette ancora uno de' suoi più valorosi capitani, Sforza da Cotignola, che gli domandò il suo congedo per passare sotto le insegne del re di Napoli, perchè non voleva più servire insieme a Paolo Orsino suo nemico[248]. Ma Ladislao a quest'epoca, sia che non avesse danaro per continuare la guerra, o che fosse stanco di sostenere solo la causa di Gregorio XII ch'erasi rifugiato ne' suoi stati, desiderava di riconciliarsi con Giovanni XXIII. Alcuni negoziatori fiorentini s'intromisero per trattare la pace, ed offrirono per parte del papa grosse somme di danaro ed altri considerabili vantaggi al re di Napoli, pur ch'egli volesse sottrarsi all'ubbidienza di Gregorio XII, riconoscere il concilio di Pisa, ed il papa che succedeva ne' suoi diritti; il trattato fu conchiuso il 15 giugno del 1412; in forza di questo furono da Giovanni XXIII pagati al re di Napoli cento mila fiorini sonanti, l'investitura del regno di Sicilia accordata a Ladislao coll'abolizione di tutti i diritti di Luigi d'Angiò, oltre la rinuncia agli arretrati di dieci anni dei tributi dovuti dal regno alla santa sede[249]. Allora Ladislao, convocando un'assemblea del clero de' suoi stati, riconobbe la sovranità in materia di fede del concilio di Pisa, il diritto ch'egli aveva di deporre Gregorio, e la legittimità dell'elezione di Giovanni XXIII. Ordinò a Gregorio, che aveva stabilita la sua piccola corte a Gaeta, di uscire da' suoi stati avanti che terminasse ottobre. Questo papa fu costretto d'imbarcarsi coi tre cardinali, che gli si erano conservati fedeli, sopra navi veneziane che trovavansi nel porto, e costeggiando l'Italia diede prima fondo in Dalmazia, indi a Porto Cesenatico. Di là passò a Rimini, ove si trattenne sotto la protezione di Paolo Malatesti, signore di quella città, finchè accondiscese a dare la sua abdicazione[250].

Il trattato di pace tra Ladislao e Giovanni XXIII non fu pubblicato a Roma che il 19 ottobre del 1412[251]; non vi era stato dal papa compreso Paolo Orsini, perchè Giovanni XXIII conservava un segreto odio contro questo capitano, per non avere approfittato della vittoria di Rocca Secca; e fece inoltre sentire a Ladislao che vedrebbe con piacere spogliato l'Orsini delle terre che possedeva nella Marca d'Ancona. Perciò il re di Napoli ordinò allo Sforza, che sapeva essere personale nemico dell'Orsini, di attaccarlo all'aprirsi della nuova stagione. L'Orsini, sorpreso all'impensata, si rifugiò in Rocca Contratta, ove sostenne un ostinato assedio[252].

Ladislao, che aveva adunata una ragguardevole armata, si avanzò in appresso per sostenere il suo generale; ma improvvisamente prese la strada di Roma, ed il 31 maggio presentossi alle porte della città, mentre alcune galere napolitane occupavano la foce del Tevere, ed alcune barche armate rimontavano il fiume. Per la quale improvvisa comparsa il papa chiamò i Romani, e loro avendo domandato di unirsi per difesa della città, tutti promisero di combattere e di morire per il papa e per la chiesa. Non pertanto il settimo giorno alcuni di loro atterrarono il muro presso la porta Capena, e fecero entrare in città colla sua cavalleria il Tartaglia, uno de' capitani del re, e Giovanni XXIII appena ebbe tempo di fuggire alla volta di Firenze[253].

Tostochè il re si vide padrone di Roma, abbandonò al saccheggio de' soldati le proprietà di tutti i mercanti fiorentini che vi si erano stabiliti; ed inoltre annunciò alla sua armata, che bentosto l'arricchirebbe col sacco della stessa Firenze[254]. La repubblica, intimorita da tale procedere, nominò il 14 maggio del 1413 i dieci della guerra per porsi in su le difese; e fe' capo di questi magistrati Niccolò da Uzzano, il più riputato uomo di questi tempi. Malatesta da Pesaro fu preso come capitano di guerra, e molti signori dello stato ecclesiastico si posero sotto la protezione de' Fiorentini con trattato di genere affatto nuovo, che in allora chiamavasi di raccomandazione. Guido Antonio, conte di Montefeltro e di Urbino, si obbligò ad essere per dieci anni alleato de' Fiorentini, Luigi degli Alidosi, signore d'Imola, per sei, Ugolino dei Trinci, signore di Foligno, per cinque, e Jacopo d'Appiano, signore di Piombino, ancora fanciullo, fu posto dalla madre per sei anni sotto la tutela dei Fiorentini[255].

Questi per altro vollero evitare, se era possibile, di provocare Ladislao alla guerra, e mentre trattavano con lui, ricusarono di ricevere nella loro città Giovanni XXIII, assegnandogli per sua dimora la casa di campagna del loro vescovo: ma dopo tre mesi il papa venne finalmente accolto in Firenze, ove si trattenne fino al principio di novembre[256]. Passò quindi a Bologna, che nel precedente anno era tornata sotto la sua dipendenza. I plebei, che avevano contro di lui eccitata la rivoluzione, eransi bentosto resi col loro governo odiosi; onde i nobili che avevano congiurato contro di loro, il 14 agosto 1412 presero le armi ed occuparono il palazzo e la piazza pubblica; spiegarono di nuovo lo stendardo della chiesa, e chiesero a Giovanni XXIII un vicario per governare la loro patria[257].

Mentre i Fiorentini andavano temporeggiando, Ladislao soggiogava colle sue armi tutte le città del patrimonio di san Pietro fino ai confini di Siena e di Firenze: Sutri, Viterbo, Todi, Perugia e tutte le altre città della provincia gli aprirono le porte[258]. Egli aveva intenzione, prima d'attaccare i Fiorentini, di persuadere il marchese Niccolò d'Este ad entrare nello stato di Bologna per dividere le forze de' suoi nemici, minacciando il papa. Sforza, suo generale, il di cui figliuolo, che fu poi duca di Milano, era stato educato nella corte del marchese d'Este, s'incaricò di questa negoziazione, ed aveva già determinato il marchese ad assumere il titolo di generale di Ladislao al di là degli Appennini, ed a ricevere lo stendardo del re, ed il danaro necessario per assoldare un'armata; ma i Fiorentini, colla mediazione dell'imperatore, ridussero Niccolò a rimandare a Ladislao il suo stendardo, ed a farsi alleato della chiesa[259]. Il re di Napoli non potendo dare esecuzione al progetto che aveva formato, non s'innoltrò al di là dei confini dello stato della chiesa, ed avvicinandosi l'inverno rientrò nel suo regno.

In principio del 1414, avendo Ladislao ammassate ragguardevoli somme con forzate esazioni, e colla vendita di molti titoli di nobiltà, di dominj della corona e di feudi confiscati a danno de' gentiluomini del partito d'Angiò[260], egli mise insieme un'armata di circa quindici mila corazzieri, che condusse subito a Roma. Egli andava riscaldando il coraggio de' suoi soldati colla promessa del sacco di Firenze e delle più ricche città della Toscana; ed udivasi frequentemente accusare d'insolenza i Fiorentini, che osavano tenergli testa; pure quando gli ambasciatori fiorentini gli si presentarono per sapere se da lui dovevano aspettarsi la guerra o la pace, protestossi attaccato alla signoria, giurò d'avere intera fiducia nella giustizia de' Fiorentini, ed offrì di prenderli per arbitri delle differenze che aveva con Giovanni XXIII. Egli domandava di essere dal papa riconosciuto come vicario della chiesa nelle città che aveva di già conquistate, offrendosi di pagare un adeguato tributo[261]. Ma Giovanni in quest'epoca trovavasi avvolto in critiche negoziazioni per la convocazione del concilio di Costanza; vedeva mal ferma la sua autorità spirituale; era forzato ad udire i rimproveri e spesso ancora le minacce di que' medesimi che eransi fin allora dichiarati suoi partigiani, e poco curavasi della difesa di Roma e delle sue province, finchè non era sicuro della medesima tiara.

I Fiorentini, non potendo soli proteggere gli stati della chiesa, nè ridurre a buon fine il trattato tra il papa ed il re, tanto più che vedevano l'uno e l'altro agire di poca buona fede, accettarono finalmente la proposizione loro più volte fatta da Ladislao, e separarono i loro interessi da quelli della chiesa. Vero è ch'essi non davano fede alle parole del re di Napoli, e ben sapevano che una tregua con lui, equivaleva tutt'al più ad un armistizio; ma credettero conveniente di legarlo quanto più possibil fosse co' suoi giuramenti, senza perciò lasciare di star sempre in guardia contro di lui; e soscrissero nel suo campo presso ad Assisi, il 22 giugno del 1414, un nuovo trattato di pace, nel quale vennero comprese la città di Bologna, residenza del papa, la repubblica di Siena, ed il generale Braccio di Montone[262].

Il popolo non sapeva adottare veruna dissimulazione in politica, ed altamente disapprovò un trattato con un nemico che non cessava di voler nuocere, ed avrebbe con lui preferita la guerra aperta; onde fu d'uopo che la signoria in certo modo facesse forza ai due consigli, per persuaderli a ratificare la pace d'Assisi[263]. Infatti Ladislao meditava sempre qualche nuovo tradimento. Dopo che Paolo Orsini erasi sottratto allo Sforza, ed uscito vincitore dall'assedio di Rocca Contratta, il re aveva cercato di riconciliarsi con questo generale, e lo aveva di nuovo richiamato al suo servigio[264]. L'Orsini e lo Sforza servivano di nuovo nella stessa armata, e tutti due si trovavano pressa Ladislao a Perugia, allorchè questi fe' subitamente arrestare e caricare di catene Paolo Orsini, Orso di Monte Rotondo, e molti altri baroni romani, che vivevano sicuri sulla fede dei trattati. Il re mostrava contro di loro la più violenta collera, e più non dubitavasi che il supplicio di cui spesso li minacciava non fosse principio di qualche nuova guerra, quando Ladislao fu colpito da una malattia probabilmente cagionata dalle eccessive sue dissolutezze. Ancora non era noto il flagello vendicatore dell'incontinenza, che meno di un secolo dopo fece tanto danno a tutta l'Europa; ma il re fu preso da un male della stessa natura, i di cui sintomi fecero credere che un nuovo veleno gli fosse stato avvertitamente comunicato da una delle sue amanti; e si vide bentosto una di queste, che era figlia di un medico di Perugia, morire per la violenza degli stessi dolori[265]. Il re, i di cui patimenti rendevansi insopportabili, fecesi da prima trasportare in ceste a Roma, e colà s'imbarcò sul Tevere per passare a Napoli, ma appena giunto in questa città vi morì il 6 agosto del 1414[266].

Tali furono le rivoluzioni dell'Italia meridionale ne' sei anni che passarono tra il concilio di Pisa e quello di Costanza. Nello stesso tempo il settentrione dell'Italia e della Germania trovavasi pure in balìa di convulsioni politiche che colmavano la misura delle disgrazie di questo periodo di turbolenze e di anarchia.

Invano l'imperatore Roberto erasi sforzato di ristabilire la pace della Germania e della Chiesa; infruttuose riuscirono tutte le sue pratiche; gli elettori ed i principi dell'impero gli avevano fatte provare, colle loro orgogliose ed arroganti pretese, quasi non minori umiliazioni di quelle date a Wencislao suo predecessore. L'elettore di Magonza, il margravio di Baden, ed il conte di Virtemberga avevano del 1405 formata una lega colle città libere della Svevia e del Reno. Questa lega, detta di Marbac, aveva dettate leggi all'imperatore, e si era mantenuta malgrado i suoi ordini e le sue preghiere. Le più ingiuste lagnanze formavansi contro l'imperatore; ognuno spogliava il fisco imperiale, ed ognuno rimproverava poi all'imperatore la debolezza cui era ridotto per le usurpazioni de' suoi vassalli. Era accusato dell'accordata indipendenza al ducato di Milano, e della trasmissione di quello del Brabante alla casa di Borgogna; ma non gli era stata accordata veruna assistenza per riunire questi feudi al dominio imperiale; finalmente lo volevano risponsabile per non avere il concilio di Pisa ristabilita la pace della chiesa, perchè egli stesso aveva ricusato di sottomettervisi, conservandosi fedele al partito di Gregorio XII[267]. Forse i Tedeschi non sarebbersi limitati a lagnanze ed a rimostranze; forse Roberto correva pericolo di essere deposto come lo era stato il suo predecessore, se la morte non lo avesse il 19 maggio 1410 sottratto a nuove umiliazioni[268].

Wencislao, dopo di avere perduta la corona dell'impero, continuava a regnare in Boemia; ma la Germania non voleva di nuovo ubbidire a questo monarca indolente e dedito alla crapula. Si convocò una dieta a Francoforte per nominare un nuovo re de' Romani; i suffragi si divisero tra Jossa, marchese di Moravia, e Sigismondo, re d'Ungheria, fratello di Wencislao. L'uno e l'altro vennero proclamati dai loro partigiani il 28 ottobre del 1410, e la Germania ebbe per pochi mesi tre imperatori, siccome la cristianità aveva tre papi; ma fortunatamente pel riposo dell'Europa Jossa morì l'8 gennajo del 1411, ed in allora tutti gli elettori aderirono a Sigismondo, onde lo stesso Wencislao gli diede il proprio voto come re di Boemia[269].

Sigismondo aveva più volte colle sue crudeltà e colla mala fede eccitate ribellioni in Ungheria: appassionato per i piaceri poco meno di suo fratello, aveva più volte perduto nell'intemperanza, o in amorose pratiche un prezioso tempo, mentre i suoi nemici disprezzavano la sua autorità. Tutt'ad un tratto usciva da tanta inerzia, ed in allora la sua vendetta era tanto più terribile, in quanto che veruna considerazione di rango o di gloria, verun trattato, verun giuramento gli poneva limiti. Quand'aveva una volta formato un progetto, gli dava esecuzione con grandissima attività. Affatto non curante della fatica e dei pericoli, egli scorreva l'Europa colla rapidità del suo avo Giovanni di Boemia, quello che venne risguardato come un corriere tra i re. Sigismondo, sovrano ad un tempo del Brandeburgo e dell'Ungheria era stato chiamato dalle rivoluzioni de' suoi stati, lontani l'uno dall'altro, ad attraversare più volte tutta la Germania. Disfatto a Nicopoli, fuggì a Costantinopoli, e tornò per la Grecia e per la Schiavonia nei suoi stati. Finalmente per terminare lo scisma, visitò la Polonia, la Francia, l'Italia, la Spagna, e lo zelo disinteressato ch'egli manifestò in quest'ultima circostanza gli meritò una gloria di cui fin allora sarebbesi creduto incapace[270].

Quando Sigismondo fu eletto imperatore, trovavasi in aperto dissidio colla repubblica di Venezia per cagione di Zara e di altre città della Dalmazia che questa aveva comperate da Ladislao[271]. Perciò prima d'andare a prendere la corona imperiale volle aprirsi la strada d'Italia per il patriarcato d'Aquilea e per il Friuli. In dicembre del 1411 vi mandò sei mila cavalli ungari sotto la condotta di Pipo Scolari fiorentino[272], cui egli aveva tutta accordata la sua confidenza, ed aveva innalzato al titolo di Ban[273]. Subito dopo un secondo corpo di altri sei mila Ungari venne a raggiugnere questo generale; onde il patriarca si vide costretto a ricoverarsi in Venezia, lasciando che tutta la provincia fosse occupata dalle truppe del re; e Taddeo del Verme, capitano delle truppe della repubblica, si riputò fortunato di aver potuto impedire l'invasione della provincia di Treviso.

Ma dopo questi prosperi avvenimenti gli Ungari non ottennero ulteriori vantaggi. Carlo Malatesti, signore di Rimini, fu posto alla testa dell'armata veneziana; questi, sebbene si lasciasse sorprendere il 9 agosto 1412 presso alla Motta al passaggio della Livenza, fece pentire gli Ungari del loro attacco, e li costrinse a ritirarsi con perdita. Egli medesimo ricevette in tale occasione tre ferite, che l'obbligarono a rinunciare al comando dell'armata. La signoria gli diede per successore suo fratello, Pandolfo Malatesti, signore di Brescia[274]. Le due armate ricevevano vicendevoli rinforzi, e lo stesso Sigismondo aveva raggiunta la sua; ma non poteva avanzare in un paese tagliato da molti fiumi, e dove tutti i villaggi erano cinti di mura. La guerra si mantenne due anni ai confini senza che una parte si trovasse più avvantaggiata dell'altra. Tutte le operazioni di Sigismondo si ridussero adunque a prese e riprese di castelli, che snervavano le armate avversarie, senza che ottenessero lo scopo che si erano proposto[275].

Sigismondo era impaziente di superare l'ostacolo che i Veneziani opponevano al suo ingresso in Italia; perciocchè ardentemente desiderava di spegnere lo scisma, e per giugnere a quest'intento voleva avere in Lombardia una conferenza con Giovanni XXIII. Voleva prendere a Milano la corona di ferro, onde non presentarsi ai principi della Germania che dopo di avere ottenuto ciò che invano i suoi predecessori avevano cercato di ottenere. Ma perchè non faceva verun avanzamento nè nella Marca Trivigiana, nè nell'Istria, ove assediò molti castelli, diede finalmente orecchio a proposizioni di pace. Giovanni XXIII si offrì mediatore tra Sigismondo e la repubblica, senza che potesse conciliare le loro pretese; in appresso vi si intromise, ma vanamente ancor esso, il re di Polonia; e per ultimo il conte di Cilly, suocero di Sigismondo, ottenne di intavolare un trattato. Le negoziazioni s'aprirono a Trieste il 26 febbrajo 1413, il di cui risultato fu una tregua di cinque anni fra l'imperatore ed i Veneziani firmata il 18 aprile dello stesso anno[276].

Sigismondo approfittò subito della tregua per passare in Lombardia. Questa contrada era stata in preda alle più funeste rivoluzioni; i generali dei due fratelli Visconti non si erano accontentati d'usurpare la tirannide nelle città loro date in custodia, che volevano ancora regnare sui loro antichi padroni, e si disputavano colle armi alla mano il favore del duca di Milano o del conte di Pavia, e gl'impieghi che questi due principi potevano ancora accordare. Qualunque si fosse il capitano vittorioso, ogni vittoria era sempre seguita dal sacco di una città, ed i cittadini, indifferenti a tutte le contese dei generali, erano abbandonati ai soldati come una ricompensa dovuta al loro valore; ogni eccesso era permesso ai condottieri, e gli uomini brutali e feroci, che militavano sotto di loro, costringevano spesse volte con orribili tormenti i borghesi, che avevano arrestati, a liberarsi con enormi taglie.

La storia non presenta forse verun periodo più infelice di quello che tenne dietro alla morte di Giovan Galeazzo. I soldati superavano in crudeltà tutto quanto si racconta dei popoli più barbari; non animati da verun entusiasmo, non erano pure suscettibili di sentimenti generosi. Essi non conoscevano altra passione militare che quella delle ricchezze, della licenza, della carnificina; questa aveva loro poste le armi in mano, non già il patriotismo, non lo spirito di partito, non lo zelo religioso, onde nè pietà nè rispetto divino od umano li potevano persuadere a deporle. I popoli esposti alla loro barbarie soffrivano tanto più quanto erano ridotti a maggiore civiltà. Uomini avvezzi a non soffrire privazioni, che non conoscevano nè pericoli, nè dolori, uomini che vivevano nell'agiatezza e nel riposo, che conoscevano le arti e gli allettamenti della vita socievole, passavano in un istante senza propria colpa, senza motivo, dall'opulenza all'estrema miseria, da una vita delicata al cavalletto dei carnefici[277]. Giovanni Maria, figliuolo primogenito di Giovanni Galeazzo, e duca di Milano, non si era riservata altra parte nel governo che quella di ordinare i supplicj. Fino dall'infanzia circondato dai delitti, egli aveva contratte le più feroci passioni. Egli non vedeva nelle formalità della giustizia che un'occasione di soddisfare la sua infernale sete del sangue. Si faceva cedere i delinquenti per cacciarli coi cani da corsa. Il suo cavallerizzo, Squarcia Giramo, che aveva nudriti i suoi mastini di carne umana, per avvezzarli a questa caccia reale, era il suo principale favorito. Siccome gli mancavano le vittime, dichiarò che vendicherebbe la morte di sua madre, alla quale per altro egli stesso aveva contribuito più d'ogni altro, e fece squarciare dai cani Giovanni da Pusterla, Antonio Visconti, suo fratello Francesco, e molti altri gentiluomini ghibellini. Diede pure in preda ai suoi mastini il figliuolo di Giovanni da Pusterla in età di soli dodici anni, e perchè questo fanciullo gittavasi ginocchioni domandando grazia, i cani si fermarono e non vollero toccarlo. Squarcia Giramo col suo coltello da caccia lo scannò, ed i cani ricusarono tuttavia di gustare il suo sangue o le sue viscere[278].

Frattanto Facino Cane, tiranno d'Alessandria, dopo essersi impadronito della reggenza degli stati di Filippo Maria conte di Pavia, costrinse pure colle armi alla mano Giovanni Maria ad ammetterlo nel suo consiglio. Spogliò ben tosto i due fratelli di tutta la loro autorità, li privò della libera disposizione delle loro entrate, e li ridusse a tale ristrettezza, che mancavano talvolta di vesti e di cibo. Facino non aveva figliuoli e lasciò vivere i due Visconti soltanto perchè non aveva alcun interesse di disporre della loro eredità. Ma egli stesso nel 1412 venne sorpreso da malattia mortale. I Milanesi videro con orrore che Giovanni Maria, liberato dal giogo di Facino, tornerebbe a regnare con maggiore ferocia di prima; i Posterla, Biagio Trivulzi, Mantegazzi ed altri gentiluomini milanesi, determinati di non aspettare il rinnovamento della tirannide, attaccarono il duca il 16 maggio del 1412 mentre si recava alla chiesa di san Gottardo, e lo uccisero. Facino Cane morì poche ore dopo, giurando che se avesse vissuto, avrebbe vendicata la morte del figlio del suo signore[279].

Si crede che i congiurati avessero determinato di far morire ancora Filippo Maria, e dare l'eredità dei Visconti ad Ettore, figliuolo naturale di Barnabò, ed a Giovanni Piccinino figliuolo di Carlo Visconti. Ambidue entrarono in Milano con una dozzina d'amici tostochè ebbero avviso della morte di Giovanni Maria; ed Ettore, che chiamavasi il soldato senza paura, venne immediatamente proclamato duca di Milano. Ma Filippo Maria, udita la morte del fratello e di Facino, dispiegò tutt'ad un tratto un'attività che da lui non si sperava. Egli si assicurò della guardia del castello di Pavia, ove trovavasi rinchiuso, incusse timore ai Beccaria che lo avevano lungo tempo oppresso, e li costrinse a ricevere i suoi ordini, si affezionò i partigiani di Facino Cane, e per raccogliere l'eredità di questo generale, e dare ai suoi soldati un pegno del suo affetto, sposò la di lui vedova, Beatrice Tenda, sebbene in età di quarant'anni, mentr'egli ne aveva appena venti[280].

Vincenzo Marliano, che aveva il comando della cittadella di Milano, ricusava di aprirla ad Ettore, dichiarando che riconosceva Filippo quale erede legittimo dell'ultimo duca; ma le truppe di Facino, che trovavansi acquartierate in città, non sapevano a quale partito appigliarsi; chiedevano nuovi saccheggi e nuovi doni, e davano orecchio alle proposizioni di Ettore ed a quelle di Pandolfo Malatesti che volevano prenderle al loro soldo. Inaspettatamente seppero che la vedova del loro generale si era immediatamente rimaritata col nuovo duca, e che questa offriva loro tutte le grazie ch'esse potevano pretendere; a tale notizia si affollarono sotto le sue insegne, le aprirono le porte di Milano, di dove Ettore dovette fuggire, e Filippo Maria, che fece il suo ingresso nella capitale il 16 giugno del 1412, consolidò ben tosto la sua autorità sopra la Lombardia, e vendicò la morte del fratello sopra i di lui uccisori[281].

Qualunque fosse il desiderio che nudriva Sigismondo di unire immediatamente all'impero le città della Lombardia a norma degli obblighi imposti ai suoi predecessori, non si trovò abbastanza forte per attaccare il duca Filippo Maria, ed entrato in Italia, si ristrinse a trattare i soli affari della Chiesa. Recossi a Lodi, che in allora dipendeva da Giovanni di Vignate, e colà si scontrò in tre ambasciatori di papa Giovanni XXIII coi quali doveva fissare il luogo in cui sarebbe convocato il nuovo concilio. Il papa, stretto dalle armi di Ladislao, abbandonato dai suoi alleati, e temendo il biasimo della cristianità, non osava rifiutarsi ad adunare un concilio, sebbene temesse di essere da lui giudicato. Aveva prima data commissione ai suoi legati d'insistere perchè l'assemblea si tenesse in qualche città d'Italia; ma quando ebbero l'ultima udienza di congedo, stracciò le sue istruzioni, e loro diede facoltà piene ed assolute[282]. L'imperatore ed i Tedeschi temevano l'influenza della politica di Roma sopra il concilio, e la corruzione del clero italiano. Volevano un'assemblea affatto libera per procedere alla riforma della Chiesa, che stava loro a cuore forse più che l'unione, e scelsero la città imperiale di Costanza, che, posta quasi nel centro della cristianità, sembrava opportunissima a tenervi un concilio ecumenico. I legati di Giovanni XXIII approvarono questa scelta, ma quando il papa ebbe notizia di tale risoluzione, ne fu profondamente afflitto. Previde l'indipendenza e la severità di un'assemblea, cui non si mancherebbe di denunciare la sua condotta, e che, composta essendo in gran parte di oltramontani, poco avrebbe a sperare o a temere da lui. Non pertanto ratificò quanto avevano fatto i suoi legati, e recossi presso Sigismondo per concertare preventivamente tutto ciò che rendevasi necessario per il concilio[283].

I due capi della cristianità si trattennero lungamente insieme nelle due città di Piacenza e di Lodi, che l'una e l'altra appartenevano a Giovanni di Vignate[284]. Visitarono ancora Cremona, e l'imperatore accordò alcune grazie a Gabrino Fondolo tiranno di questa città[285]. Essendo ambidue saliti alla sommità del campanile della cattedrale, di dove scopresi quasi l'intera Lombardia ed il maestoso corso del Po, Gabrino Fondolo, che aveva di già ottenuto colla più nera perfidia la sovranità di cui godeva, ebbe un istante il pensiero di precipitare l'imperatore ed il papa dall'alto di quel campanile per cagionare nella cristianità una inaspettata rivoluzione, di cui egli avrebbe approfittato. Quando, undici anni dopo, questo tiranno era vicino a perdere la testa in Milano per ordine di Filippo Maria, dichiarò di non essere d'altro pentito che del non aver dato esecuzione a tale pensiero[286].

Frattanto l'imperatore ed il papa avendo concepito qualche sospetto intorno alla fedeltà del loro ospite, abbandonarono subito Cremona[287]. L'imperatore rendendosi a Como ebbe una conferenza con Filippo Maria duca di Milano; il papa prese la strada di Ferrara per tornare a Bologna; ma tutti e due prima di separarsi avevano pubblicati d'accordo editti e bolle per invitare il clero della cristianità ad unirsi a Costanza il 1.º novembre del 1414, e tutta la Chiesa aspettava con impazienza l'apertura di quest'augusta assemblea dalla quale sperava il ristabilimento della sua antica purità ed il ritorno della pace[288].