CAPITOLO LXII.
Concilio di Costanza; termina il grande scisma d'Occidente. — Giovanna II di Napoli, e suo marito Giacomo, conte della Marca. — Grandezza e rivalità dei due condottieri, Braccio di Montone e Sforza di Cotignola.
1414 = 1418.
In principio del quindicesimo secolo il rispetto lungamente accordato ai capi del clero aveva dato luogo a sentimenti di odio e di dispetto: lo scisma aveva scosse tutte le credenze; e nella sua durata, eransi distrutte tutte le illusioni vantaggiose ai pastori della Chiesa. I papi ed i cardinali d'ogni partito attaccavano i loro avversarj con una violenza, che tutti rendevali egualmente odiosi. Essi sforzavansi di accreditare gli uni contro gli altri le più vergognose accuse, e s'intentavano reciprocamente i più scandalosi processi. Si andavano per tal modo accumulando agli occhi del popolo le pretese prove delle iniquità del clero, e si terminava per dar fede a tutti gli accusatori. Coloro che i santi maledivano, ed i concilj coprivano d'anatemi, risguardavansi quali uomini macchiati di tutti i delitti. Non potrebbe farsi una più sanguinosa satira dei capi della Chiesa, che raccogliendo ciò che gli scrittori ecclesiastici più riputati hanno lasciato scritto intorno al clero. Ma quanto i loro panegirici ci si resero sospetti in altre circostanze, altrettanto dobbiamo in questa diffidare dei loro libelli. Il clero ha virtù e vizj che gli sono ugualmente proprj; si comprende come il disordine s'introduca in un corpo che fa professione di santità; ma non saprebbesi nè comprendere, nè credere che le sue scelte cadano sempre sopra i più vili uomini, e che faccia esso per suoi capi coloro la di cui condotta è più propria a disonorarli[289]. Se Giovanni XXIII, come ci viene dipinto, fosse stato un avaro e tiranno, un avvelenatore educato in mezzo ai pirati ed un mostro di lascivia[290], nè il concilio di Pisa avrebbe seguiti i suoi consigli, nè Alessandro V sarebbesi affidato alla di lui amicizia, nè un conclave l'avrebbe fatto capo della cristianità.
Non pertanto devesi accordare che tra i padri della Chiesa non erano cosa rara l'ambizione, la venalità, i disonesti costumi e la mondana politica; e questo può giustificare, non dirò già le amare invettive degli scrittori, ma per lo meno l'universale malcontento. Bonifacio IX aveva cominciato a fare quello scandaloso commercio delle indulgenze, che doveva più tardi essere cagione in Germania di tanti sconvolgimenti. I suoi nunzj, arrivando in una città, appendevano alle finestre della casa, in cui abitavano, un'insegna collo stemma del papa e colle chiavi della Chiesa; ergevano nella cattedrale, a canto all'altar maggiore, tavole coperte di magnifici tappeti, simili a quelle de' banchieri, per ricevere il danaro di coloro che venivano a comperare indulgenze; essi annunciavano al popolo l'assoluta autorità loro data dal papa di liberare dal purgatorio le anime degli estinti, e di accordare il più compiuto perdono di tutti i delitti a coloro che volevano farne acquisto. Il clero tedesco riclamava invano contro questo vergognoso traffico di grazie spirituali; perciocchè quelli che osavano disapprovarlo venivano scomunicati e perseguitati come ribelli dalla corte di Roma[291]; di modo che i più religiosi uomini dell'Europa, i più illuminati filosofi d'ogni ubbidienza chiedevano d'accordo la riforma della Chiesa nel suo capo e ne' suoi membri.
Ma mentre che il settentrione e l'occidente dell'Europa volevano scuotere il giogo della superstizione e dell'anarchia romana, gl'Italiani più omai non risguardavano il cristianesimo che come una invenzione politica di cui approfittavano, e presero a difendere con zelo opinioni e pregiudizi, cui essi più non davano fede[292].
Quando i tre concilj, di Pisa, di Costanza e di Basilea, attaccarono successivamente l'autorità dei papi, gl'Italiani si sforzarono di sostenerla come una proprietà nazionale. Essi vedevano la corte di Roma distribuire con prodigalità temporali grazie, cui desideravano di partecipare, lusingandosi tutti di godere un giorno della benefica influenza che un semplice prete esercitava su tutta l'Europa. Vedevansi attaccati come nazione, perchè venivano accusati d'avere comunicati al clero tutti i vizj ond'era accusato; quindi si difesero nazionalmente, e questa contesa diede loro uno spirito di corpo, che prima non conoscevano. Bastava che un prelato fosse italiano, perchè riuscisse sospetto a coloro che bramavano la riforma, e bastava che fosse loro sospetto perchè questi si attaccasse al papa e facesse con lui causa comune. Altronde gl'Italiani non erano legati alla Chiesa, nè da caldo entusiasmo, nè da viva fede, nè da un sentimento religioso o da un bisogno del loro cuore. Appena la credenza loro influiva sulla propria condotta; e se essi conservavano tale credenza, devesi attribuire alla niuna cura che si prendevano di esaminarla. Vedevansi pochissimi Italiani abbracciare con fervore le pratiche di divozione che s'indicavano quali sicuri mezzi per giugnere al cielo. Il secolo più non produceva santi, tranne alcune donne interamente separate dal mondo. Più non vedevansi dottori approfondire i misterj della fede, muovere nuove dispute intorno al domma, e richiamare a sè l'attenzione universale coi loro talenti per la controversia, colla scienza teologica, o coll'arditezza de' loro sistemi. Più non vedevansi eretici in Italia, perchè la religione cattolica più non era l'oggetto delle meditazioni de' pensatori. Tutti coloro che aspiravano ad acquistarsi credito in filosofia, coloro che collo studio degli antichi volevano innalzarsi a qualche gloria, prendevano i sapienti dell'antichità, Aristotile e Platone come fiaccole della loro fede; questi consultavano essi e non i padri della Chiesa intorno a quanto dovevano credere[293]. Tutti gli uomini di stato non avevano omai altra religione che la loro politica; per ultimo, il popolo, sempre allettato dai grandi spettacoli, sempre entusiasta per le belle arti ed affezionato alle feste, mantenevasi attaccato al culto de' suoi padri non per proprio convincimento, ma per immaginazione. Osservando l'ordinaria sua condotta non sarebbesi pur sospettato che fosse cristiano; ma una grande calamità, o la pompa d'una festa lo richiamava nelle chiese; non vi portava affetto ma abitudine, nè credeva che di più si richiedesse per la salute.
In Italia il clero era numerosissimo, ma nè troppo ricco, nè troppo potente. Il solo papa era sovrano temporale, mentre tutti i vescovi ed abati de' monasteri erano rientrati nell'ordine di semplici cittadini. Le loro entrate d'ordinario non eccedevano i bisogni del loro rango, e siccom'essi non erano esposti alle seduzioni del potere e della ricchezza, la condotta loro era per lo più esemplare. I soli depositarj dell'autorità del papa, i legati ed i cardinali, erano talvolta cagione di scandalo. In Germania ed in Inghilterra per lo contrario le ricchezze del clero risvegliavano la cupidigia del governo, mentre in Italia i preti soggiacevano in comune cogli altri cittadini alle pubbliche tasse, e spesso ancora pagavano in proporzione più che i laici; perciò niuno pensava a spogliarli, ed alcuna gelosia non favoriva i progetti dei riformatori.
Perciò l'Italia si rimase indifferente alla riforma della Chiesa; quell'Italia, che aveva dato l'esempio dell'indipendenza religiosa, e che sola aveva disprezzate le minacce e le scomuniche dei papi, quando questi facevano tremare tutta l'Europa, non rivolse contro il culto stabilito la letteratura e la filosofia che coltivava con tanto impegno; ed il clero italiano si collegò tutto a favore del papa. Nel quindicesimo secolo cominciò un'accanita disputa tra i riformatori del settentrione ed il clero del mezzodì, e si andò invigorendo, e ravvivando più volte fino al susseguente secolo. I paesi settentrionali si separarono finalmente dalla Chiesa romana, mentre questa, resa inespugnabile dalle stesse sue battaglie, ne' paesi che le si conservarono fedeli, ricuperò l'impero sopra gli spiriti e le coscienze che pareva avere affatto perduto. E per tal modo la superstizione e l'ignoranza subentrarono all'incredulità ed allo scetticismo.
Giovanni XXIII convocando il concilio a Costanza non ignorava, che colla scelta di questa città veniva ad accordare un grandissimo vantaggio ai Tedeschi, i più caldi avversarj dell'autorità pontificia. Il suo assentimento gli era stato strappato nell'epoca in cui le conquiste di Ladislao omai più non gli lasciavano alcun ricovero in Italia; ma la morte di questo principe, cui era succeduta Giovanna II, sua sorella, variava affatto la situazione del papa ne' suoi stati. Egli credeva non avere di che temere da una donna debole ed inclinata ai piaceri; mentre l'assemblea della Chiesa, innanzi alla quale egli doveva comparire, gl'ispirava un terrore che non sapeva dissimulare. Ma invano cercava egli di eludere la sua promessa; l'intiera cristianità era convocata; i più potenti monarchi volevano ad ogni modo mettere fine allo scisma, ed i cortigiani medesimi di Giovanni XXIII lo supplicavano caldamente a recarsi a Costanza[294].
Assai difficile è il dare imparziale giudizio di Giovanni XXIII, non essendosi quasi conservati che i libelli ingiuriosi de' suoi nemici[295], e la scandalosa accusa, per altro approvata da lui medesimo, e ratificata da un concilio. Non pertanto il costante alleato de' Fiorentini, l'ospite e l'amico di tutta la famiglia dei Medici, il protetto di Luigi II d'Angiò, che adoperò tutta la propria influenza per fargli ottenere la tiara, non può essersi macchiato di tutti i delitti onde venne imputato. Se fosse stato quale ci viene dipinto, niuno avrebbe osato mostrarsi suo amico. La sua condotta ci fa piuttosto conoscere un uomo destro ma debole, che accortamente sapeva giudicare gli altri, e prevedeva con sottile accorgimento l'esito degli avvenimenti, ma che non aveva la necessaria fermezza per evitare i pericoli dai quali sentivasi minacciato, e che in seguito si assoggettava alle calamità con cristiana umiltà e con una dolcezza degna di compassione.
Esposto agli attacchi di un formidabile conquistatore che gli aveva tolti quasi tutti gli stati, fece uso per avere danaro de' mezzi inventati dai suoi predecessori, ma perfezionò forse questo traffico spirituale, ed accrebbe in modo le entrate di santa chiesa, da meritarsi l'accusa di simonia che gli fu data. Impiegò poi il danaro che aveva con tali mezzi raccolto, e si pretese che lo moltiplicasse colla più scandalosa usura[296]. Rispetto ai suoi costumi furono certo poco severi, come quelli di tutta la sua corte; ma non deve facilmente credersi che nella sola Bologna abbia avuto dugento amiche, come lo attestò Teodorico di Niem[297], o che abbia sedotte trecento religiose, come leggevasi in uno degli articoli dell'accusa datagli innanzi al concilio[298].
Avendo Giovanni XXIII deputato il cardinale Isolani a prendere possesso di Roma, partì egli medesimo da Bologna il primo ottobre, prendendo la strada di Costanza. Desiderava di procurarsi in vicinanza di questa città qualche potente protettore, e lo trovò: Federico, duca d'Austria, gli si fece incontro fino a Trento, l'accompagnò a traverso al Tirolo, e fece con lui stretta alleanza, promettendo di dargli sicuri mezzi per allontanarsi da Costanza, qualunque volta lo desiderasse[299]. Giovanni XXIII entrò in questa città il 28 ottobre con nove cardinali di sua ubbidienza, ed il 5 di novembre fece l'apertura del concilio. A tale epoca l'assemblea non era ancora molto numerosa, perchè l'imperatore Sigismondo era stato a ricevere la corona germanica ad Aquisgrana, ed i prelati dell'ubbidienza di Giovanni XXIII, che recaronsi i primi al concilio, non erano per anco tutti riuniti; ma la politica, la divozione, la curiosità chiamavano ogni giorno nuovi viaggiatori a Costanza, e vi si contarono in certi tempi fino a cento mila forastieri, tra i quali trovavansi i più distinti personaggi di tutto il cristianesimo[300].
Oltre i cardinali, gli arcivescovi e vescovi, molte altre persone, ecclesiastiche e laiche, dovevano prendere parte alle deliberazioni; molti abati, semplici preti e dottori di teologia eranvi stati chiamati, come pure i deputati degli ordini religiosi e militari, e gli ambasciatori dei re, dei principi e delle repubbliche. Tra i subalterni grandissimo era il numero di coloro ch'erano addetti alla corte di Roma; e se si fossero presi i suffragi per teste, ritenendoli tutti come eguali, gli uditori, gli scrittori ed i procuratori del papa e dei cardinali avrebbero reso padrone delle deliberazioni Giovanni XXIII. Per evitare tale inconveniente risolse il concilio di prendere i suffragi non per testa ma per nazioni. Si divise così il concilio in quattro camere, tedesca, italiana, francese ed inglese, e più tardi vi si aggiunse la spagnuola. Ogni nazione deliberava a parte, ed il suo presidente nelle pubbliche sessioni dava in nome di tutti il suo assenso ai decreti della Chiesa[301].
Il concilio di Costanza era stato indicato come una continuazione di quello di Pisa, ed avendo quest'ultimo deposti Benedetto XIII e Gregorio XII, sperava Giovanni XXIII, che la cristianità in una più numerosa e più solenne adunanza confermerebbe la deposizione de' suoi rivali, e lo riconoscerebbe pel solo pastore della Chiesa. Ma non tardò ad avvedersi, che i deputati del concilio e l'imperatore Sigismondo, suo protettore, erano da tutt'altro sentimento animati. Erasi la Spagna conservata sotto l'obbedienza di Benedetto XIII, ed alcune province dell'Italia e della Germania ubbidivano a Gregorio XII, onde lo scisma non trovavasi affatto spento, e non poteva esserlo che col mezzo di mutui sagrificj. I padri adunati domandarono che i tre concorrenti abdicassero la loro dignità, e Giovanni XXIII, che trovavasi nel loro seno, fu costretto, il primo marzo del 1415, a promettere che ne darebbe l'esempio ai suoi rivali[302]. Si trovò per altro ben tosto, che la sua dichiarazione non era abbastanza esplicita, si andò sofisticando intorno alle condizioni ed all'epoca della cessione, in modo che sentendo tutta l'estensione della dipendenza cui era ridotto, invitò il duca d'Austria a mantenergli la data fede, e ad ajutarlo a ritirarsi. In fatti fuggì il 21 marzo del 1415 sotto mentito abito di palafreniere, mentre tutta la città era intervenuta ad un torneo in cui l'arciduca d'Austria combatteva col conte di Cilley. Quando il duca fu avvisato della partenza del papa, gli tenne dietro e lo raggiunse a Sciaffusa[303].
Il concilio fu per pochi giorni dubbioso, se per tale fuga dovesse sciogliersi. Tutti i cardinali seguirono il papa, e Giovanni di Nassau, elettore di Magonza, ed il Margravio Bernardo di Baden ed il potente duca d'Austria erano apparecchiati a prendere le sue difese. Un movimento repubblicano nel concilio, il quale dichiarò, che poichè trovavasi costituito, era indipendente dal papa; il vigore di Sigismondo, che mise subito Federico d'Austria al bando dell'impero; e più di tutto l'animosità de' Bernesi, che avidamente colsero quest'occasione per muovere guerra al loro ereditario nemico, assicurarono la vittoria del concilio contro il capo della Chiesa. Giovanni XXIII all'intimazione di tornare a Costanza rispose che conservavasi disposto a rendere la pace alla Chiesa rinunciando al pontificato[304]; ma intanto tentò con varie lettere di eccitare la diffidenza contro l'imperatore, e di seminare la dissensione fra le nazioni. I cardinali, che l'avevano seguito, ubbidirono tutti al concilio, e tornarono a Costanza; ogni piccolo signore del vicinato, ogni città del Reno o della Svevia dichiararono la guerra a Federico, ed in poco tempo furono tolte alla casa d'Austria settanta tra città e castelli[305]. I Bernesi conquistarono l'Argovia; la lega elvetica, cedendo alle istanze dell'imperatore, mosse ancor essa le armi contro Federico, ed in breve Federico, ch'erasi rifugiato col papa a Friburgo nella Brisgovia, si smarrì di coraggio, e tornò a Costanza per sottomettersi a Sigismondo ed al concilio[306].
Il nuovo elettore di Brandeburgo, Federico, burgravio di Norimberga, cui l'imperatore aveva di fresco promesso il cappello elettorale[307], andò a cercare il papa, e lo ricondusse a Rodolfzell, presso Costanza: tre giorni prima, cioè il 14 maggio, Giovanni era stato con decreto conciliare sospeso da tutte le sue funzioni[308]. Intanto era stata contro di lui formata una scrittura d'accusa divisa in settanta articoli, nella quale venivano ad uno ad uno epilogati tutti gli errori della sua prima gioventù, appoggiandoli alle deposizioni di molti cardinali, arcivescovi e vescovi, e così grande era il numero delle subornazioni, delle violenze, degli adulterj, degli incesti ed altri più odiosi vizj, che la vita d'un solo uomo non sembra poter bastare a tanta corruzione[309]. Giovanni XXIII non volle nè meno vedere l'atto d'accusa; dichiarò di sottomettersi interamente al concilio, di ricevere con rispetto ed ubbidienza la sentenza della sua deposizione, e che si riputerebbe felice, se poteva rendere la pace alla Chiesa col sagrificio della libertà e dell'onor suo. In fatti fu deposto il 29 maggio nella 12.ma sessione del concilio e chiuso nel castello di Gottleben, posto nelle vicinanze di Costanza[310].
La deposizione di Giovanni XXIII era un gran passo fatto per la riunione della Chiesa: Gregorio XII, che aveva ostinatamente resistito al concilio di Pisa, pensava finalmente a sottomettersi a quello di Costanza, perciocchè il piccolo numero de' settatori che gli si erano conservati fedeli dopo l'elezione d'Alessandro V, si andavano riunendo al concilio, e mostravansi al tutto disposti ad abbandonarlo. Spedì dunque Carlo Malatesta, signore di Rimini, suo principale protettore, a Costanza, con facoltà d'abdicare per lui il pontificato, ma senza riconoscere i due pontefici ed i due concilj, contro i quali aveva fin allora lottato. Nella 14.ma sessione, tenuta il 14 luglio 1415, e preseduta dall'imperatore, il vescovo di Ragusi, legato di Gregorio XII, convocò di nuovo l'assemblea, onde darle in nome del suo papa l'esistenza e l'autorità d'un concilio[311]. In appresso Carlo Malatesta lesse una bolla colla quale Gregorio XII rinunciava al pontificato. Questi riprese in allora da sè medesimo il nome d'Angelo Corario, ed i titoli di cardinale e di vescovo di Porto, e morì in Recanati il 18 ottobre del 1417 in età di novant'anni[312].
Per ispegnere affatto lo scisma altro più non restava a farsi, che ridurre Benedetto XIII a fare una simile cessione; ma questo ostinato vecchio veniva ancora riconosciuto come papa dai re di Arragona, di Castiglia, di Navarra e di Scozia, e dai conti di Foix e d'Armagnacco. Altronde egli pretendeva che il suo diritto al pontificato si fosse omai reso incontrastabile, poichè egli era il solo di tutti i cardinali, creati avanti l'origine dello scisma, che ancora vivesse, di modo che se illegittimi erano tutti coloro che succedettero a Gregorio XI, e s'egli non era papa, aveva solo il diritto di eleggerlo. Sigismondo, ch'era vago di viaggiare, partì alla metà di luglio alla volta di Perpignano, ov'era aspettato dal re d'Arragona e da Benedetto XIII. Ma quest'ultimo, dopo aver parlato sette ore continue per dimostrare i suoi diritti e le sue pretese, offrì di rinunciare al papato sotto inammissibili condizioni, perciocchè non chiedeva meno che di annullare il concilio di Pisa, di chiudere quello di Costanza, adunandone un altro in un luogo di sua ubbidienza, nel quale darebbe la sua dimissione dopo avere egli medesimo eletto un altro papa[313]. Bentosto temette o finse temere di essere arrestato, e fuggì coi suoi cardinali a Collioure, di dove passò a chiudersi nella fortezza di Paniscola, protestando essere questo castello l'arca di Noè, ove solo contenevasi la vera chiesa, mentre che il rimanente del mondo era caduto nello scisma[314].
Vedendo tanta ostinazione la chiesa di Spagna si separò da Benedetto XIII, e risolse finalmente di riunirsi al concilio di Costanza, ma a condizioni non dissimili da quelle che aveva proposte Gregorio XII. Gli Spagnuoli convocarono il concilio di Costanza come se fino alla loro unione non avesse mai esistito, e quest'assemblea ricevette in tale maniera l'adesione de' cristiani conservatisi sotto l'ubbidienza di Benedetto XIII, come aveva ricevuta quella degli altri due papi[315].
La morte di Ferdinando, re d'Arragona, le pratiche di Benedetto XIII, ed il viaggio di Sigismondo in Inghilterra per pacificare questo regno colla Francia, ritardarono il processo che il concilio voleva intentare contro Benedetto XIII; e soltanto nella 37.ma sessione, tenuta il 26 luglio del 1417, questo vecchio fu dichiarato non antipapa, ma deposto per avere colla sua ostinazione prolungato lo scisma con grave danno della cristianità. E per tal modo la santa sede si rese all'ultimo vacante per la deposizione di due papi, e per la volontaria abdicazione del terzo[316].
Ma il concilio non si era soltanto adunato per riunire la Chiesa, ma ancora per riformarla; voleva mettere freno all'arroganza della corte di Roma, impedire la venalità delle grazie spirituali, e far cessare il commercio delle sacre cose, indicato col nome di simonia, ma che per altro formava la principale entrata del papa. Lo scopo di quasi tutte le prediche fatte innanzi al concilio era quello di ricordare ai padri adunati il dovere di riformare la Chiesa; e gli abusi introdottisi in tutto il clero venivano rappresentati con sì odiosi colori, che non sappiamo se più debba ammirarsi l'ardire de' predicatori o la pazienza de' loro uditori. Frattanto altri uomini, che con quasi uguali discorsi avevano preso a riformare la chiesa, furono da questo stesso concilio con tanto accanimento puniti e con crudeltà sì grande, da far sempre torto alla memoria del concilio[317].
Prima ancora che cominciasse lo scisma, Giovanni Vicleffo, parroco o rettore di Lutterworth, nel contado di Leicester, aveva in Inghilterra sparse intorno all'usurpato potere della corte di Roma, all'abuso che il clero faceva delle ricchezze, ed ai nuovi dommi che andava nella religione introducendo, alcune opinioni, che la corte romana si affrettò di condannare[318]. Gregorio XI aveva incaricato l'arcivescovo di Cantorberì di esaminare 19 proposizioni eretiche contenute nelle scritture di Vicleffo. Ma questo dottore, intraprendendo una riforma, pare che avesse cercato di evitare i giudizj della Chiesa. Aveva veramente attaccati i dommi della transostanziazione, del purgatorio, dell'invocazione dei santi[319], ma l'aveva fatto in un modo oscuro; onde colle spiegazioni che ne diede in appresso, seppe sottrarsi alla persecuzione, quantunque si andasse più volte rinnovando[320]; e potè morire in pace nella sua parrochia di Lutterworth l'anno 1385. A tale epoca egli aveva di già formata in Inghilterra una numerosissima setta, detta dei Lollardi; e le sue scritture, replicatamente proibite, erano commentate dai nuovi riformatori.
Un gentiluomo, che aveva studiato in Oxford, portò in principio del XV secolo i libri di Vicleffo in Boemia[321]. L'università di Praga, che di que' tempi aveva acquistato grandissimo nome, doveva principalmente la presente fama ad alcuni professori tedeschi, che venivano guardati con occhio di gelosia dai Boemi, dacchè questi avevano cominciato a coltivare con buon successo le lettere: Giovanni Huss, Girolamo da Praga, e Giacobello da Meissen, tre dei più illustri teologi della Boemia, abbracciarono le opinioni di Vicleffo, e le divulgarono colle lezioni e colle prediche. Il non curante Wencislao lasciava ai novatori un'assoluta libertà, ed era inoltre propenso a favorire i suoi Boemi contro i Tedeschi, de' quali aveva motivo di essere scontento. Distinguevasi Giovanni Huss colla severità de' costumi, colla dolcezza del carattere, colla penetrazione dello spirito, e colla sua eloquenza[322]. Era inoltre confessore di Sofia di Baviera, regina di Boemia; e le sue prediche nella chiesa di Betlemme, cui intervenivano egualmente i grandi ed il popolo, gli avevano guadagnati moltissimi partigiani[323].
Nel 1410 Giovanni Huss era di già stato citato da Giovanni XXIII per rendere conto nella corte di Roma della sua dottrina. Aveva in allora fatta trattare la sua causa per mezzo di procuratori; e riconoscendo sempre la suprema autorità della Chiesa, si era appellato al giudizio del prossimo concilio, e si recò a Costanza il 3 novembre del 1414, munito di raccomandazione del re e dei grandi della Boemia, e di un salvacondotto dell'imperatore Sigismondo[324].
Malgrado il salvacondotto, Giovanni fu arrestato il 28 novembre del 1414, e rinchiuso in duro carcere, ov'ebbe alcun tempo per compagno di disgrazia lo stesso papa Giovanni XXIII. Venne rigorosamente esaminato intorno alle proposizioni che trovavansi condannabili nelle sue opere; ed in pubblico interrogatorio, fattogli in pieno concilio, fu l'oggetto degli amari sarcasmi di qua' medesimi teologi che dovevano pronunciare la sua sentenza. Ma egli, senza lasciarsi sconcertare dalla parzialità de' suoi giudici, nè dall'odio de' suoi persecutori, cercò modestamente di conciliare la sua dottrina con quella professata dalla chiesa romana, ma rigettò con modesta costanza la formola di ritrattazione propostagli il 6 luglio del 1415, onde fu dal concilio condannato ad essere bruciato vivo, e la sentenza si eseguì nello stesso giorno. In mezzo alle guardie ed ai carnefici, coperto di oltraggi e di maledizioni, colle vesti coperte d'immagini del diavolo, cui la sua anima era stata data dal concilio, Giovanni Huss mostrò fino alla fine il coraggio, la serenità e la rassegnazione d'un eroe cristiano[325].
Girolamo da Praga aveva studiata la teologia a Parigi, ad Eidelberga, a Colonia e ad Oxford. Più giovane di Giovanni Huss mostrava maggiori talenti ed eloquenza; ma non pertanto lo risguardava piuttosto come suo maestro che come suo eguale; con lui dividendo le fatiche dell'apostolato senza aspirare a dividerne la gloria, altra corona non voleva aver comune col maestro e coll'amico che quella del martirio. Arrestato il 25 aprile del 1415 nelle vicinanze di Costanza, si lasciò ridurre, dopo una lunga serie di cattivi trattamenti, a soscrivere l'11 settembre dello stesso anno una ritrattazione della sua dottrina, che poi rivocò il 29 di settembre, e più solennemente poco dopo in una generale congregazione del concilio[326].
Il 23 maggio del 1416 venne tradotto innanzi a quest'assemblea, che doveva giudicarlo. Ma non gli veniva permesso di parlare, che per rispondere strettamente articolo per articolo alle fattegli accuse. «E che dunque! (gridò egli finalmente) dopo avermi tenuto tre cento quaranta giorni nel fango e nel fetore di orribile carcere, ov'ero carico di catene, mentre i miei accusatori venivano ogni giorno ammessi alle vostre adunanze, mi ricuserete voi una sola ora per difendermi? Di già vi si è fatto credere ch'io sono un eretico, un nemico della fede, un persecutore della chiesa, e voi non vorrete accordarmi una sola occasione di farmi conoscere per quello che veramente sono? E non pertanto voi siete uomini e non divinità, esposti all'errore, alla frode, alla seduzione. Qui trattasi della mia vita, ma trattasi ancora dell'onore di un'assemblea, ove si suppongono riuniti tutti i più illustri personaggi del mondo, tutti gli ecclesiastici più illuminati.» Passò in appresso ai testimonj che avevano deposto contro di lui; dimostrò le deposizioni loro dettate dall'odio, dalla malevolenza o dall'invidia, e mostrò con tanta evidenza i motivi di quest'odio, che in tutt'altra materia questi testimonj non avrebbero meritata veruna fede. «Gli uomini, egli soggiunse, più dotti e più santi dell'antica chiesa hanno talvolta opinato diversamente in materia di domma, non per distruggere la religione, ma per far meglio risplendere la verità. Così sant'Agostino e san Girolamo furono discordi, senza che nessuno di loro cadesse in sospetto d'eresia. Altri uomini per altro, e più santi e più giusti ch'io non sono, furono al par di me accusati di turbare l'ordine stabilito, ed oppressi da false testimonianze; molti eroi, molti sapienti dell'antichità, molti apostoli e padri della chiesa, e lo stesso fondatore della nostra divina religione, perirono di crudel morte per giudizio degli uomini, e poc'anzi ancora ed in questo medesimo luogo Giovanni Huss, un uomo di tanta bontà, così giusto, così santo, così indegno di tal morte, fu bruciato! S'avvicina pure il mio supplicio, ed io l'incontrerò con un'anima forte e costante.» Più volte, mentre parlava, venne interrotto da violenti vociferazioni; allora Girolamo taceva, o talvolta faceva tacere la moltitudine, indi ripigliava il filo del suo discorso, supplicando che gli fosse permesso di parlare, poichè era l'ultima volta che avrebbe potuto farlo. La sua anima costante ed intrepida mostrossi sempre imperturbabile in mezzo ai tumulti dell'uditorio. Dolce, modulata, sonora era la sua voce, il suo gestire dignitoso esprimeva la sua indignazione, e moveva a commiserazione, sebbene egli nè la chiedesse, nè cercasse di eccitarla. La sua memoria gli somministrava a proposito tutte le citazioni de' padri, della sacra scrittura, e degli altri autori ecclesiastici e profani, che potevano giovare alla sua causa, come se avesse passati i trecento quaranta giorni della sua prigionìa non entro una fetida ed oscura torre ma in una ricca biblioteca. Avendo ricusato di ritrattare le sue opinioni fu dal concilio condannato alle fiamme. S'avviò al supplicio con volto sereno e soddisfatto, e giunto in su la piazza, ove il suo maestro ed amico era perito della medesima morte a lui destinata, fece la sua preghiera, e spogliossi egli medesimo delle proprie vesti; quando la fiamma cominciava a sollevarsi, intuonò un inno, che fu udito proseguire fino all'istante in cui rese l'anima al creatore[327].
Quando in Boemia si ebbe notizia della morte di Giovanni Huss e di Girolamo da Praga i loro discepoli, rimasti orfani, s'intitolarono dal primo, ed invece di lasciarsi scoraggiare, non pensarono che alla vendetta: trenta mila settarj si adunarono sul monte Tabor, e dopo essersi a trecento mense comunicati sotto le due specie, si mossero contro i loro persecutori, condotti alla vittoria da Giovanni di Trockznow, detto Ziska, e dai due Procopj: bruciarono cinquecento chiese: furono profanati i conventi ed i sepolcri dei re, e per la prima volta un regno cristiano scosse interamente il giogo della chiesa romana[328].
Il concilio di Costanza, che aveva con tanto rigore proceduto contro i riformatori, non lasciava peraltro d'annunciare la sua determinazione di riformare la chiesa; e Sigismondo stringeva i padri adunati a procedere a così importante opera prima di dare un nuovo capo alla cristianità. La simonia eccitava universali lagnanze, e sotto questo nome contenevasi la riserva di quasi tutte le entrate del clero; perciò tutti coloro che dipendevano dalla corte di Roma opponevansi con tutte le loro forze ad una riforma che doveva ruinarli. La più zelante per la riforma era la nazione tedesca, la più contraria l'italiana. I Francesi per gelosia dell'imperatore abbandonavano spesso la causa comune, e non la difendevano gl'Inglesi per timore che loro si contrastasse il diritto di formare soli una nazione.
Nel secondo e nel terzo anno la divisione andò sempre nel concilio crescendo: quasi tutte le pubbliche sessioni erano turbate da amari vicendevoli rimproveri; spesso la confusione ed il tumulto impedivano d'intendersi, e di continuare la disamina degli oggetti proposti, ed oramai cominciavasi a temere che qualche più violenta scena non dividesse l'assemblea, e non gettasse la Chiesa in uno scisma più difficile a distruggersi che il precedente. Mossi da tali considerazioni i cardinali chiedevano caldamente, che loro si permettesse di procedere all'elezione di un nuovo papa. Favorivano la loro domanda gl'Italiani, i Francesi e gli Spagnuoli, e vi si opponevano l'imperatore, i Tedeschi e gl'Inglesi[329]; i quali in ultimo dovettero pur cedere. Per questa volta soltanto l'elezione del capo della Chiesa venne affidata ad un doppio collegio, l'uno formato da trenta deputati eletti dalle cinque nazioni, l'altro dai ventitre cardinali riuniti delle tre ubbidienze, ed il candidato per essere eletto doveva riportare i due terzi dei suffragj dell'uno e dell'altro collegio. Questi cinquantatre elettori furono, il sette novembre del 1417, chiusi nello stesso conclave, e l'undici dello stesso mese ne uscirono per proclamare Ottone Colonna, cardinale di san Gregorio al Velo d'oro, che prese il nome di Martino V. Aveva il Colonna ricevuto il cappello cardinalizio da Innocenzo VII l'anno 1405, ed era stato addetto ai pontefici di Roma fino all'epoca del concilio di Pisa; dopo la quale epoca aveva abbracciata la causa di Alessandro V, e del suo successore Giovanni XXIII, che prima d'ogni altro cardinale egli aveva seguito nella sua fuga, e cui più lungo tempo d'ogni altro si era conservato fedele[330].
Non fu appena eletto il papa, che subito, abbracciando gl'interessi della chiesa romana, tentò di mandare a vuoto tutti i progetti di riforma. Fece con ogni nazione parziali concordati, onde sopprimere gli abusi che davano motivo a più gagliardi lagnanze, ed ottenere per tal via la continuazione degli altri: tali concordati o regolamenti quasi ad altro non si riferivano che ai diritti della corte romana nella promozione dei beneficj, ed alle vesti del clero. Dopo la pubblicazione de' medesimi, pronunciò lo scioglimento del concilio nella quarantacinquesima sua sessione, il 22 aprile del 1418[331].
Si era sperato che il concilio avrebbe ristabilita la pace tra la Francia e l'Inghilterra, onde portare le armi della cristianità contro i Turchi, approfittando della divisione scoppiata nella casa Ottomana dopo la morte di Solimano; ma il secondo anno del concilio la battaglia d'Azincourt distrusse le forze de' Francesi[332]; e nel susseguente anno il duca di Borgogna riconobbe Enrico V d'Inghilterra per re di Francia. Sebbene il concilio non pronunciasse sentenza intorno alle vertenze ereditarie tra Giovanna di Napoli e Sigismondo rispetto all'Ungheria, come tra la stessa Giovanna e Luigi d'Angiò rispetto al regno di Napoli ed alla Provenza, pure ogni guerra, finchè i padri della Chiesa si tennero adunati, rimase sospesa tra questi principi, e quantunque Giovanna assumesse i titoli di regina d'Ungheria e di contessa di Provenza, non pensò a portare le sue armi fuori delle province ereditate da suo fratello.
Giovanna II era vedova di Guglielmo, figliuolo di Leopoldo III duca d'Austria, e dopo la morte del marito era tornata a Napoli, ove si abbandonava senza ritegno ai vizj che avevano precipitato nel sepolcro suo fratello. Appena salita sul trono fu veduta circondarsi da indegnissimi favoriti; il più screditato dei quali era Pandolfello Alopo, che aveva nominato suo siniscalco, ed in appresso decorato dei titoli di conte e di camerlingo. Egli non aveva più di venticinque anni, e la regina quarantacinque; ed il primo non era raccomandato da altro merito che da quello della sua bella persona[333]. Questo principale favorito e gli altri cortigiani tenevano continuamente occupata la regina in licenziose feste, allontanandola da tutte le cure del governo.
Intanto la notizia della morte di Ladislao era stata annunciata a Roma l'otto agosto del 1414; il 10 tutta la città prese le armi, e gli ufficiali furono cacciati di città a nome della Chiesa e del popolo[334]. Lo Sforza, che Ladislao aveva lasciato all'assedio di Todi, lo levò quando intese la morte del re, e dopo di avere cercato invano di ricondurre i Romani all'ubbidienza, continuò il cammino verso Napoli, onde approfittare del credito che gli davano le sue truppe per avere molta parte nel governo; ma appena vi giunse, che Pandolfello Alopo lo fece sostenere, e custodire nella stessa prigione in cui trovavasi da qualche tempo Paolo Orsini[335].
Molti principi chiedevano le nozze della regina, la quale sentiva il bisogno di un possente appoggio per mantenersi sul vacillante trono su cui era salita. Si decise all'ultimo nel 1415 per Giacomo di Borbone, conte della Marca, sperando ohe la sua unione con un principe della real casa di Francia non la lascierebbe esposta a nuovi attacchi di Luigi d'Angiò, suo competitore. Convenne per altro che suo marito non avrebbe che il titolo di conte e di governatore generale del regno, a sè sola riservando la dignità ed il potere reale[336].
Pandolfello Alopo, ch'era stato costretto di acconsentire a questo matrimonio, volle, prima che avesse effetto, assicurarsi in corte un partito abbastanza forte per mettersi al coperto da ogni timore per parte dello sposo di Giovanna. Andò a trovare in prigione Sforza Attendolo, gli offrì la sua parentela, la mano di Catarina sua sorella, e l'intero favore della regina[337].
Il valoroso contadino di Cotignola erasi di già innalzalo al rango de' principi feudatarj; e Ladislao nominandolo grande contestabile del regno, gli aveva dati sette castelli o piccole città nel patrimonio di san Pietro, delle quali le più importanti erano Marta, Cività di Penna e Piano Castagnaro[338]. Inoltre lo Sforza possedeva alcuni altri castelli, come tributario della repubblica di Siena[339]; e siccome colui che non lasciava fuggire occasione alcuna di accrescere i suoi feudi, ch'egli risguardava come base della sua potenza, sposando la sorella del favorito della regina, si fece cedere altri castelli vicini a quelli che di già possedeva[340].
Ma l'appoggio principale dello Sforza era una compagnia d'avventurieri, che gli era molto più affezionata di quello che lo fisse mai stato verso i suoi condottieri verun altro di questi corpi. Lo Sforza aveva chiamati presso di sè tutti i suoi parenti; aveva a tutti dato qualche comando nell'armata, e tra questa gente, educata come lui nella povertà e nella fatica, aveva trovati non pochi valorosi guerrieri, ufficiali intrepidi e fedeli, che altra ambizione non nudrivano che quella di rendere potente il capo della loro famiglia, d'eseguire i suoi progetti, e di essere gli stromenti del suo sublime ingegno[341]. L'armata di Sforza era il suo regno, egli l'aveva formata, egli l'alimentava; era l'arbitro assoluto de' suoi movimenti, facendole a vicenda abbracciare i più opposti partiti, sicuro che giammai un solo ufficiale, un solo soldato preferirebbe lo stato, cui temporariamente serviva, al suo generale. Lo Sforza, che conosceva la sua potenza, non poneva limiti alla propria ambizione. Non si proponeva già, come il duca Guarnieri, o come il conte Lando, di arricchire i suoi soldati a spese dei popoli, levando sulle città e sulle province grosse contribuzioni. Egli voleva regnare, e di già aveva veduti altri avventurieri innalzarsi col loro valore al rango di principi. Pandolfo Malatesti governava Brescia, Facino Cane ed Otto Bon Terzo avevano regnato in Alessandria ed in Parma: la debolezza di Giovanna e la lontananza del papa, aprivano al primo conquistatore tutte le province dell'Italia meridionale; e lo Sforza accolse avidamente l'alleanza di Pandolfo Alopo, che pareva sgombrargli la strada a nuove grandezze.
Premeva al favorito ed al suo alleato che lo sposo della regina non s'innalzasse oltre il rango assegnatogli nel contratto nuziale; e quando Giacomo della Marca arrivò da Venezia a Manfredonia, lo Sforza gli si fece incontro, determinato di non permettergli che prendesse altro titolo che quello di conte. Ma i cortigiani dell'estinto re, invidiando Alopo e lo Sforza, eransi recati in folla presso allo sposo della regina, per prevenirlo contro i di lei favoriti. Giulio Cesare di Capoa, uno de' conti d'Altavilla, che aveva raccolti molti de' soldati di Ladislao, e che aspirava al comando delle armate, fu quello che si adoperò con maggiore zelo contro lo Sforza; e col suo esempio trasse tutti gli altri cortigiani a salutarlo col titolo di re. Di concerto con questo principe, quando giunsero a Benevento, si azzuffò col contestabile, onde furono ambidue arrestati per avere sguainate le spade nel palazzo del monarca; ma Giulio Cesare venne subito rilasciato, e lo Sforza gettato in oscuro carcere[342].
Il 10 agosto si celebrò il matrimonio di Giacomo della Marca e di Giovanna II, la quale, intimidita dal caso dello Sforza, acconsentì che il marito prendesse il titolo di re. Questi infatti, determinato avendo di voler regnare e riformare i costumi della consorte e della sua corte coi più severi provvedimenti, fece carcerare Pandolfo Alopo, e sottoporre alla tortura, per istrappare dalla sua bocca la confessione delle debolezze della regina; dopo di che lo fece perire con crudele ed ignominioso supplicio[343]. Lo Sforza pure, posto alla tortura, non sarebbesi sottratto alla morte, se sua sorella Margarita, moglie di Michelino Attendolo, non faceva arrestare quattro ambasciatori napoletani che passavano presso al suo campo, e non dichiarava che gli avrebbe trattati nello stesso modo che sarebbe stato trattato suo fratello[344].
Il re, per indole diffidente e crudele, superati aveva i consigli e l'aspettazione de' cortigiani; teneva la regina gelosamente custodita quasi prigioniera nel suo palazzo, dandola in guardia ad un cavaliere francese che mai non l'abbandonava. Giulio Cesare di Capoa però ingannando quest'argo, ottenne di parlarle senza testimonj. «Io ero ben lontano, diss'egli alla regina, di prevedere la schiavitù in cui vi vedo precipitata dall'imprudente consiglio da me dato al re; ero ben lontano dal supporre che Alopo e Sforza non sarebbero allontanati dalla corte che per cedere il loro luogo ai Francesi, e che tutti gl'impieghi dello stato caderebbero nelle loro mani. Ma se ho commesso questo primo fallo, dipende altresì da me il porvi riparo. Io posso trarvi dalla vostra prigione e rendervi lo scettro, che vi fugge di mano; basta che voi giuriate soltanto di avere per ben fatto quanto io sono per operare in vostro vantaggio.» La regina promise quanto voleva Giulio Cesare, e seppe allora che questi voleva uccidere suo marito. Per altro bentosto, o perchè spaventata fosse da tale attentato, o perchè diffidasse di Giulio Cesare, o perchè volesse di lui vendicarsi, la regina palesò al re Giacomo l'offerta fattagli da questo signore. Il re si nascose nel gabinetto di Giovanna, per udire, senz'essere veduto, ciò che il conte d'Altavilla le direbbe in una seconda conferenza; e dopo di avere udite le sue proposte, lo fece prendere, e lo mandò al supplicio con tutti i congiurati che aveva nominati[345].
Colla rivelazione di questo segreto avendo la regina alquanto ricuperata la confidenza del marito, ottenne dopo un anno di riclusione la licenza di assistere ad una festa che un mercante fiorentino le aveva preparato nel suo giardino il 13 settembre del 1416. Il popolo, che sempre detesta un governo straniero, non sapeva tollerare l'autorità che si arrogavano il re Giacomo, ed i suoi Francesi. Fu vivamente commosso allorchè vide comparire la regina sopra un cocchio scoperto, triste, scolorita, e simile ad una prigionera; i nobili invitarono i borghesi a spalleggiarli, e tutt'insieme diedero mano alle armi per liberare dalla prigionia la loro sovrana. Costrinsero le sue guardie a condurre il cocchio all'arcivescovado, indi le fecero aprire il palazzo della Capuana, mentre il re minacciato fuggì al castello dell'Uovo. Colà non potendo sostenere un assedio, trattò sotto la guarenzia della città cogl'insorgenti, rinviò quasi tutti i Francesi che aveva seco condotti, e restituì alla regina la suprema amministrazione degli affari ch'egli si era usurpata[346].
La regina non poteva far a meno d'un favorito, onde non ebbe appena ricuperata la libertà che s'affezionò a ser Gianni Caraccioli, cui diede la carica di gran siniscalco già occupata da Pandolfello Alopo. Tale scelta era meno indegna della prima; perciocchè alle qualità fatte per piacere a Giovanna, univa il Caraccioli somma prudenza; onde l'amante della regina potè acquistarsi l'amore della nobiltà e del popolo. Nello stesso tempo era stato liberato di carcere lo Sforza, e ristabilito nella carica di gran contestabile: ottenne in feudo la città di Troja ed altre ragguardevoli terre nel suo vicinato col titolo di conte[347]; e subito dopo venne incaricato di combattere contro un rivale degno di lui.
Un altro capitano di ventura, che non meno dello Sforza era amato dai proprj soldati, prese nello stesso tempo a fondare in Toscana un nuovo principato. Braccio di Montone era stato incaricato da Giovanni XXIII di mantenergli fedele lo stato di Bologna, allorchè questo pontefice era partito alla volta di Costanza; Braccio illustrò la sua dimora in Toscana con brillanti spedizioni contro i signori di Forlì, di Ravenna e di Rimini, ch'erano nemici del pontefice, e che volevano approfittare della sua lontananza per ingrandirsi[348]. Per altro ogni volta che Braccio lasciava Bologna, que' cittadini prendevano le armi per riavere la libertà; ma il suo sollecito ritorno gli sforzava a soggiacere nuovamente al giogo che detestavano[349]. Frattanto Giovanni XXIII fu deposto e chiuso in carcere, onde gli stessi suoi partigiani perdettero la speranza di vederlo giammai ricuperare la tiara; i Bolognesi incoraggiati da Antonio e da Battista Bentivoglio, e da Matteo de' Canedoli, presero un'altra volta le armi il 5 gennajo del 1416 per sottrarsi ad un giogo straniero[350]. Ossia che Braccio non isperasse di potere vincere la resistenza degli abitanti, o che più non si credesse in debito di mantenerli ubbidienti a Giovanni XXIII, si accontentò di trattare con loro. Il papa gli aveva accordati in feudo alcuni castelli del territorio bolognese, che Braccio vendette alla città per trenta mila fiorini; si fece pure rendere cinquantadue mila fiorini di soldi arretrati a lui dovuti, ed a tali condizioni consegnò ai Bolognesi la loro cittadella, ed il godimento dell'antica libertà. Tutti coloro che erano stati esiliati sotto il governo di Baldassar Cossa, vennero richiamati e ristabiliti in tutti i diritti di cittadinanza[351].
Braccio, che aveva arricchiti i suoi soldati colle spedizioni di Romagna, e che riceveva dai Bolognesi una ragguardevole somma di danaro, determinò di condurre la sua armata ad un'intrapresa ch'egli aveva da lungo tempo meditata, e che sempre per diversi motivi aveva dovuto differire. I Perugini che avevano esiliato Braccio, e che da ventiquattro anni si trovavano in guerra colla nobiltà e col partito de' Baglioni, più non pensavano all'inimicizia di quest'illustre emigrato perchè lontano. Essi avevano riavuta la loro libertà dopo la morte di Ladislao, e se la godevano così tranquillamente dopo la deposizione di Giovanni XXIII, che avevano perfino licenziato Ceccolino dei Michelotti, loro compatriotto, che aveva lungo tempo avuto il comando de' loro soldati. Braccio per addormentarli nella piena loro sicurezza trattava di mettersi ai servigi del duca di Milano, e mandava perfino parte de' suoi equipaggi in Lombardia: ma frattanto aveva celatamente preso al suo soldo il Tartaglia, che allora trovavasi in Frascati con sei cento cavalli; promettendogli d'ajutarlo a conquistare i feudi dello Sforza, che di quei tempi trovavasi in carcere a Napoli. Questa fu la prima origine delle nimicizie tra questi due capitani, inimicizia che divise tutte le truppe d'Italia in due scuole ed in due fazioni rivali[352]. Braccio, attraversando rapidamente la Romagna, valicò gli Appennini e presentossi innanzi a Perugia affatto inaspettato. Aveva di già occupati i ponti del Tevere e spinte le sue pattuglie fino alle porte della città prima che i Perugini sapessero da quale nemico erano attaccati[353].
Braccio per approfittare della loro sorpresa diede più assalti alle mura, ma venne sempre respinto con perdita: i suoi soldati penetravano facilmente nei sobborghi, di dove era d'uopo salire il pendio per giugnere alla città, ed una grandine di pietre e di tegole, che venivano scagliate da tutte le finestre e da tutti i tetti, li forzavano a rinculare[354]. I Perugini avevano chiesto soccorso a Paolo Orsini ed a Carlo Malatesta; e mentre questi andavano adunando i loro soldati, invocarono ancora la mediazione dei Fiorentini. Questi, siccome antichi amici ed alleati di Braccio, lo avevano assistito nelle precedenti sue guerre contro Perugia, in allora soggetta a Ladislao; ma dopo che i Perugini ebbero ricuperata la libertà, i Fiorentini desiderarono di proteggerli, e mandarono deputati a Braccio intromettendosi a loro favore; non credettero però di venire ad aperta rottura con un alleato per difendere contro di lui la causa dei proprj nemici[355].
Frattanto tutto il territorio di Perugia era stato successivamente sottomesso dalle armi di Braccio, avendo riconosciuta la sua autorità cento venti castelli ed ottanta villaggi[356]. La città trovavasi assediata; ed i magistrati per risparmiare il sangue de' cittadini avevano severamente vietato di uscire dalle mura e di combattere; avevano inoltre fatto murare quasi tutte le porte; ma i Perugini erano i più bellicosi popoli dell'Italia, e quando i soldati di Braccio venivano a provocarli, saltavano armati giù dalle mura, o si facevano calare con una fune al basso, per non parere di soverchiare i loro nemici conservando il vantaggio del terreno[357].
Carlo Malatesta, avendo messi insieme a Rimini due mila settecento cavalli, avanzava dalla banda di Assisi, ed aveva sotto i suoi ordini Agnolo della Pergola, che aveva opinione di essere uno de' più valorosi capitani del suo tempo. Ceccolino dei Michelotti aveva adunati mille cavalli a Spello, nell'Umbria, e Paolo Orsini era partito da Roma per soccorrere Perugia, e di già credevasi vicino a Narni. Braccio attaccò bruscamente l'armata di Ceccolino, a Spello; ma non potè forzarla ne' suoi trinceramenti, nè impedirle in seguito di unirsi al Malatesta. Tentò almeno di venire a battaglia con questi due generali prima che loro si aggiugnesse ancora l'Orsini, ed il 7 luglio del 1416 si schierò in un angusto piano fra sant'Egidio ed il Tevere in sulla strada d'Assisi.
I più celebri generali ed i migliori soldati d'Italia trovaronsi gli uni contro gli altri in quasi egual numero da ambo le parti; ma la condizione di Braccio era più pericolosa, perchè i Perugini potevano fare una sortita ed attaccarlo alle spalle, o poteva sopraggiugnere Paolo Orsini e raddoppiare il numero de' suoi nemici. Le due armate, della medesima nazione, del carattere medesimo, non avevano nè più impetuoso, nè maggiore accanimento l'una dell'altra. Braccio divise la sua armata in piccoli corpi assolutamente indipendenti gli uni dagli altri, che attaccavano isolatamente, ed in appresso ritiravansi per rifare i loro ranghi, indi tornar di nuovo all'attacco; il Malatesta, secondo l'antica tattica, non fece che tre corpi della sua armata, cioè le due ali ed il centro. Da una parte la battaglia rinnovavasi senza interrompimento, dall'altra una parziale vittoria non decideva della giornata. Inoltre Braccio aveva fatto apparecchiare moltissimi recipienti pieni d'acqua per abbeverare i suoi cavalli e rinfrescare i soldati dopo ogni scaramuccia, senza che per ciò fare fossero costretti di rompere i loro ranghi. La pugna durò sette ore nel mese di luglio, sotto un ardente sole, e in mezzo ad un aere tutto ingombro di polvere. I soldati del Malatesta, che vedevano scorrere il Tevere in distanza di soli cinquecento passi non potevano resistere alla tentazione di andare colà a dissetarsi, e ruppero le loro ordinanze. Braccio approfittò di quest'istante per piombare impetuosamente sopra di loro[358]. Il Tartaglia da una banda, e gli emigrati perugini dall'altra ne rovesciarono moltissimi nel fiume; ed il solo Agnolo della Pergola riuscì ad aprirsi un passaggio con circa quattrocento cavalli, restando Carlo Malatesta prigioniere con due nipoti e circa tre mila cavalieri. Ceccolino dei Michelotti, che aveva avuta la stessa disgrazia, perchè era l'oggetto del personale odio di Braccio, siccome colui ch'era capo in Perugia d'un partito da lungo tempo a Braccio nemico, fu, per quanto comunemente si crede, ucciso in carcere[359]. I Perugini, scoraggiati della disfatta dei loro ausiliarj, otto giorni dopo aprirono le loro porte a Braccio di Montone, riconoscendolo per loro signore e richiamando tutti i fuorusciti. Il 19 luglio Braccio fece il suo solenne ingresso nella conquistata città, seguito dalla nobiltà emigrata già da 24 anni e dalle vittoriose sue truppe. Accettando la sovranità della sua patria, promise di conservare le sue antiche leggi e parte della sua libertà[360].
E veramente Perugia non si era assoggettata ad un tiranno simile ai Visconti o agli altri usurpatori di Lombardia. Braccio di Montone era un grande capitano; e se dobbiamo prestar fede al suo biografo, era pure un grand'uomo ed un buon sovrano. Durante l'assedio di Perugia aveva occupato Todi; non molto dopo si diedero a lui spontaneamente Rieti, Narni ed altri castelli dell'Umbria. Paolo Orsini, sorpreso a Colle Fiorito da Tartaglia e da Luigi Colonna, fu ucciso combattendo o forse assassinato il 5 agosto del 1416, e la sua armata dispersa[361]. Carlo Malatesta ed i suoi nipoti dopo cinque mesi di prigionia si riscattarono pel prezzo di ottanta mila fiorini; Spoleti e Norcia pagarono contribuzioni al loro potente vicino, e tutta l'Umbria riconobbe l'autorità di Braccio di Montone[362].
Per attaccare il popolo alla sua gloria, volle Braccio che tutte le città da lui conquistate mandassero a Perugia, il giorno dell'apertura de' gran giuochi, un tributo con una bandiera portante il loro stemma. Erano questi giuochi una specie di torneo proprio agli abitanti di questa città, che Braccio ristabilì in tutta la sua pompa, persuaso che nulla era più proprio a mantenere il bellicoso carattere de' suoi concittadini. L'alta e la bassa città formavano due affatto separati quartieri, che in primavera periodicamente combattevano tutti i giorni di festa per solo amore di gloria e non per ispirito di partito. La battaglia si cominciava da due corpi di truppa leggermente armati, e lanciavansi pietre, e cercavano di pararne i colpi con un largo mantello, che i veliti ravvolgevano intorno al sinistro braccio. In appresso due falangi di più pesanti armature coperte entravano in piazza. Sotto ad una compiuta armatura di ferro i combattenti portavano cuscinetti pieni di cottone o di stoppa per ammorzare i colpi. Ogni corazziere teneva una lancia senza ferro colla mano destra, e colla sinistra uno scudo, servendosene a vicenda per ferire e per parare i colpi. La vittoria era di coloro che giugnevano ad occupare il mezzo della piazza, e quand'era terminato il tempo assegnato alla battaglia un araldo d'armi divideva i combattenti abbassando tra di loro uno steccato, e proclamava il vincitore. Talvolta ancora una delle due parti si dava per vinta e mandava a chiedere pace. Due ore venivano destinate alla battaglia de' fanciulli, onde renderli bellicosi fino dall'infanzia; tre ore a quella dei giovinetti ed il rimanente del giorno a quella degli uomini fatti. Malgrado la forza, delle armi difensive e la debolezza delle offensive, non terminava mai il giorno senza che si spargesse sangue. Ogni giorno dieci in venti uomini cadevano morti o feriti; ma non perciò fra le due parti conservavasi verun rancore; e quando la festa era finita, tutte le vicendevoli ingiurie venivano scordate[363]. Così a Pisa, ov'erano in uso somiglianti mischie sul ponte di marmo, abbiamo veduto ancora nel 1807 le parti di santa Maria e di sant'Antonio combattere con un accanimento, che ricordava i tempi di emulazione, d'energia e di gloria della repubblica.
Braccio aveva sotto i suoi ordini molti illustri capitani attaccati alla sua fortuna; Niccolò Piccinino, che cominciò a militare come semplice soldato sotto le sue insegne, aveva date tali prove d'ingegno e di valore, che di già gli era affidato un importante comando[364]; il Tartaglia, buon soldato e mediocre generale, era miglior esecutore degli altrui progetti, che capace di formarne egli medesimo; finalmente Michele Attendolo, fratello dello Sforza, che in tempo che questi trovavasi in carcere a Napoli, venne a porsi al soldo di Braccio. Ma quando volle questi dare al Tartaglia i feudi di casa Sforza, Michele abbandonò Braccio per andare a difendere il patrimonio della propria famiglia; e, sagrificato dal suo capo, trovò soccorsi nell'amicizia di suo fratello d'armi Niccolò Piccinino, che gli prestò danaro per armare la sua piccola truppa[365].
Nella vegnente campagna Braccio si avanzò verso Roma, che durante la vacanza della santa sede non aveva sovrano. Presentossi innanzi alla città il 3 giugno del 1417 chiedendo che fosse affidata alla sua custodia, finchè un nuovo papa venisse personalmente a prendere possesso della sua capitale. Giacomo Isolani, cardinale di sant'Eustachio e legato di Roma persuase i Romani a chiudere le porte ed a difendersi. Vero è che fu presto forzato di ritirarsi in Castel sant'Angelo, ed a permettere a Braccio l'ingresso in città, il quale prese il titolo di difensore di Roma, e nominò un nuovo senatore[366].
Frattanto lo Sforza non era più prigioniero a Napoli, e trovavasi ancora alla testa delle truppe del regno e delle proprie. Desiderava l'occasione di vendicarsi di Braccio, che accusava di avere vilmente approfittato della sua disgrazia per ispogliarlo. Dietro gli ordini della regina Giovanna, si pose in marcia con un grosso esercito per iscacciare il suo rivale da Roma, e liberare il cardinale Isolani. Una malattia, che cominciava a dilatarsi tra i soldati, consigliò Braccio alla ritirata prima di venire alle mani col suo nemico. Ma l'odio che questi due capi si erano giurato parve raddoppiarsi, in Braccio perchè costretto di fuggire, nello Sforza perchè non poteva mandare ad effetto la vendetta che aveva sperato di fare[367].