CAPITOLO LXIII.
Papa Martino V viene a stabilire la sua dimora in Firenze; di concerto collo Sforza vuole rilevare in Napoli il partito d'Angiò, mentre Giovanna II adotta Alfonso d'Arragona. — Conquiste del duca di Milano in Lombardia; guerra degli Svizzeri.
1418 = 1422.
Dopo la morte del re Ladislao la repubblica fiorentina godeva una costante tranquillità. Il partito dell'oligarchia guelfa, che aveva ripresa la superiorità nel 1382, mantenevasi in possesso dell'autorità suprema col credito che gli avevano dato le brillanti sue conquiste. Mentre egli governava lo stato, Pisa, Arezzo e Cortona erano state assoggettate ai Fiorentini, ed i confini della repubblica si erano allargati da ogni lato molto al di là de' suoi antichi limiti. La metà della Toscana ubbidiva alla signoria; e mentre che gli stati vicini erano oppressi dalle calamità della guerra, i soli Fiorentini vivevano felici sotto una potente protezione; l'agricoltura faceva prosperare le campagne; le città erano animate da numerose manifatture; ed i capi dello stato, quasi tutti dediti al commercio, accumulavano immense ricchezze, che l'eguaglianza repubblicana loro non permetteva di erogare senza pubblico vantaggio. Le leggi sontuarie reprimevano il lusso e permettevano la magnificenza. I principali cittadini, le loro spose e figlie andavano per la città a piedi; frugale era la loro mensa; semplici e modeste le vesti, e sempre le medesime; non era loro permessa nè l'insolente pompa de' servitori, nè vistosi cavalli e carrozze, nè vesti di porpora, nè ricami, nè giojelli; ma potevano bensì a voglia loro consacrare al divin culto sontuosi templi, o innalzare palazzi la di cui magnificenza ne paraggiasse il buon gusto; e la scuola d'architettura di Firenze si lasciò bentosto a dietro tutte le sue rivali. I cittadini erano in libertà di ornare questi palazzi di sculture e di quadri, e di raccogliervi preziose biblioteche; bentosto artisti, che forse non saranno mai superati, rinnovarono la gloria de' pittori e scultori d'Atene, e bentosto i dotti recarono a Firenze preziosi manoscritti dall'Oriente, dal Ponente e dal Settentrione. Lo stesso commercio rese utili servigi alle scienze; perciocchè le navi che si spedivano a Costantinopoli, ad Alessandria, ec. con istoffe di Firenze, tornavano frequentemente cariche delle opere di Omero, di Tucidide, o di Platone.
Dopo l'espulsione dei Ciompi, Maso degli Albizzi era sempre stato alla direzione della repubblica. Mentre trionfava la fazione nemica, egli aveva sofferta una lunga serie di disgrazie. Suo zio aveva perduta la testa sul patibolo, siccome molti de' suoi amici, le sue case erano state incendiate, ed egli medesimo cacciato in esilio. Ma dopo il suo ritorno la fortuna volle compensarlo delle sofferte calamità con trentacinque anni di prosperità e di gloria. Egli era l'anima di tutti i consigli della repubblica; amici di lui degni lo circondavano, e lo ajutavano, e conoscendo la penetrazione del suo ingegno ed il vigore del suo carattere, mai non osarono di venire in concorrenza con lui. Durante la sua amministrazione la repubblica aveva fiorito; i nemici degli Albizzi erano stati severamente puniti per i mali che gli avevano fatto; gli Alberti e tutti i loro partigiani erano stati esiliati, ammoniti, o spogliati d'ogni autorità; e per ultimo le private ricchezze di Maso eransi accresciute di pari passo colla pubblica fortuna, quand'egli morì del 1417 in età di 70 anni, carico di beni e di onori[368].
Niccola d'Uzzano, suo amico e contemporaneo, gli successe nell'opinione di cui godeva presso la repubblica, e la conservò fino al tempo in cui Rinaldo, figliuolo di Maso Albizzi, potè occupare ne' consigli il posto di suo padre. Contavansi inoltre tra i capi dello stato, Bartolommeo Valori, Nerone de' Nigi Diotisalvi, Neri di Gino Capponi, e Lapo Niccolini[369]. Vero è che nelle liste dei priori punto non vedonsi i loro nomi occupare distinte cariche, perchè le popolari elezioni e la sorte uguagliavano tutti i cittadini, ma qualunque volta i pericoli dello stato facevano nominare i decemviri della guerra, i capi del partito degli Albizzi occupavano i primi posti in quest'importante magistratura[370]. Inoltre qualunque volta ancora con autorizzazione del parlamento nominavasi una balia per formare di nuovo le borse d'elezione della magistratura, i capi del partito Albizzi presiedevano allo scrutinio, ed avevano cura di chiamare i loro amici alla signoria, escludendo tutte le persone della contraria parte; ed in particolare ricusarono ostinatamente di ammettere agli ufficj pubblici le tre famiglie degli Alberti, dei Ricci, de' Medici. Gli Albizzi, nel principio della loro amministrazione e finchè la memoria del tumulto de' Ciompi ispirava ancora lo spavento, avevano approfittato della pubblica animosità, per ispogliare queste famiglie di parte dei loro beni, per esiliare i più distinti loro capi, e per privare gli altri membri degli onori dello stato. Ma di mano in mano che andavasi dileguando la memoria di quella rivoluzione, il favore pubblico si attaccava di nuovo agli antichi difensori del partito popolare. I progressi della generale prosperità avevano procurata l'agiatezza ed una signorile educazione ai figliuoli di coloro che nel 1378 formavano l'ultima classe del popolo; e questi vantaggi si erano guadagnata la pubblica considerazione, di modo che non vedevansi senza risentimento persone distinte per ricchezze e per istruzione escluse dalle cariche, che avevano occupate i loro padri quando altro non erano che poveri artigiani. E come è della natura delle oligarchie di andarsi sempre più ristringendo, così è proprio loro carattere l'andar sempre eccitando una più viva gelosia.
In mezzo alle sofferte persecuzioni, la famiglia de' Medici non aveva mai abbandonata la mercatura, onde aveva adunate immense ricchezze. Il più distinto uomo di questa famiglia era Giovanni di Bicci. Ai talenti amministrativi aggiugneva Giovanni tanta dolcezza e moderazione, che si era guadagnato l'amore perfino de' nemici della sua famiglia. Tre volte dopo il 1402 aveva seduto come priore nella signoria[371], e suo figlio Cosimo, cui era serbato maggior lustro, ottenne pure lo stesso onore l'anno 1416[372]. Giovanni aveva inoltre fatto parte della magistratura dei dieci della guerra[373]; ma fu lungo tempo tenuto lontano dal supremo rango di gonfaloniere di giustizia. Finalmente ottenne anche questa carica in settembre del 1421[374], e tale condiscendenza del partito aristocratico, eccitò trasporti di gioja nel popolaccio, il quale credeva d'aver ricuperato il suo vindice.
Ma Giovanni, invece di cercare di farsi un partito nell'opposizione, secondò le politiche viste del governo in tutte le diverse cariche ch'egli occupò. Erano di que' tempi tutte pacifiche, ed i Fiorentini erano determinati a non prendere parte nelle diverse guerre che squarciavano l'Italia. Lasciavano che la Lombardia andasse agitandosi in una spaventosa anarchia fra i tiranni che si erano divisi gli stati di Giovanni Galeazzo ed il figliuolo di questo duca, Filippo Maria, che cercava di ricuperarli. Dopo la morte di Ladislao i Fiorentini avevano rinnovate con Giovanna di Napoli le antiche alleanze che avevano coi re delle due Sicilie. Erano uniti con istretta amicizia a Braccio di Montone, il valoroso capitano che si era formato uno stato ai loro confini, e che aveva promesso di venire a comandare al primo invito le loro truppe. Trovarono inoltre conveniente d'assicurarsi altresì dell'amicizia del papa, tostocchè l'elezione del concilio di Costanza rese un capo alla Chiesa universale; e perchè nel lungo tempo dello scisma, Roma e tutto lo stato ecclesiastico avevano scossa l'autorità pontificia, i Fiorentini offrirono a Martino V un asilo nella loro città finchè gli riuscisse di far valere i diritti de' suoi predecessori, e finchè si credesse sicuro della ubbidienza de' suoi sudditi.
Martino V era partito da Costanza fino dal 16 di maggio del 1418; ma egli viaggiava lentamente assai onde avere il tempo di negoziare in tutti i paesi che attraversava, e di riunire alla santa sede i popoli che in tempo dello scisma eransi accostumati ad una grandissima indipendenza religiosa. Si trattenne in fatti a Berna, a Ginevra, a Torino, a Milano, a Brescia, a Mantova, e non giunse a Firenze che il 26 febbrajo del 1419. Non volle tenere la strada di Bologna, perchè risguardava questa città come ribelle[375].
Il principale oggetto delle sollecitudini del papa era quello di assicurare i suoi diritti alla cattedra di san Pietro contro i due rivali che ancora gli restavano. Benedetto XIII, chiuso nella fortezza di Paniscola e protetto dal re d'Arragona, lo teneva sempre inquieto; Giovanni XXIII, prigioniere in Baviera, aveva ancor esso de' segreti partigiani, che risguardavano come calunniose le accuse presentate al concilio contro di lui, e perciò violenta ed illegale la sua deposizione. Altronde i Tedeschi, trattando colla Chiesa, avevano mostrato un cotale spirito d'indipendenza, che Martino stava in timore che non rendessero la tiara al suo rivale qualunque volta credessero aver motivo di dolersi di lui[376]. Ottenne adunque colle sue istanze, che Giovanni XXIII fosse trasportato in Italia, avendo intenzione di farlo custodire in Mantova in un perpetuo carcere. Ma Giovanni, viaggiando, trovò modo di fuggire; dall'asilo che aveva ottenuto nella Liguria, si affrettò di scrivere al papa che riconosceva legittima la sua elezione e la propria deposizione; ed la pari tempo implorava la clemenza del suo successore. Gli amici che il fuggitivo teneva in Firenze, ed in particolare Giovanni de' Medici, s'interposero presso Martino affinchè si riconciliasse con un uomo, cui doveva il proprio innalzamento, e di cui aveva difesa la causa fino all'istante in cui lo aveva sagrificato alla propria grandezza. Gli rappresentarono che l'unità della chiesa era meglio assicurata colla volontaria abdicazione di Giovanni XXIII, che colla sua prigionia, e lo persuasero a promettere al deposto papa un favorevole accoglimento in Firenze. Giovanni XXIII, avendo ripreso il nome di Baldassar Cossa, venne il 13 maggio a gettarsi ai piedi di Martino V, e dopo averlo pubblicamente riconosciuto per legittimo papa, da lui ricevette nuovamente, dopo pochi giorni, il cappello cardinalizio, e fu dichiarato il primo del sacro collegio. Ma poco tempo si vide onorare la corte del suo successore, essendo morto, alcuni mesi dopo la sua abdicazione, in Firenze, ov'ebbe dalla signoria magnifici funerali[377].
Martino V, mentre trovavasi ancora a Costanza, aveva accolti gli ambasciatori della regina Giovanna di Napoli, venuti a prestargli omaggio come ad abituale signore del regno; ed aveva mandato a questa principessa suo nipote, Antonio Colonna, per affrettare la liberazione del conte Giacomo della Marca, che la regina di lui consorte teneva tuttavia in prigione. Il Colonna aveva contratta stretta dimestichezza col nuovo amante della regina, ser Gianni Caraccioli, che ben più di Giovanna regnava in Napoli; egli non ottenne che fosse liberato il conte della Marca, ma un trattato assai vantaggioso per il papa e per la di lui famiglia fu conchiuso col favorito. Obbligavasi la regina ad assistere Martino con tutte le sue forze per fargli ricuperare lo stato della Chiesa; prometteva al fratello ed al nipote del papa considerabili feudi nel regno[378], ed ordinava allo Sforza, che a suo nome comandava in Roma, di consegnare la città con Castel sant'Angelo, Civitavecchia, Ostia e tutte le altre conquiste di Ladislao a Giordano Colonna, fratello del papa, che ne prese possesso in di lui nome[379]. Questo stesso Giordano con suo nipote Antonio e due cardinali recossi poi a Napoli, ove dopo lunghi indugi, il 28 ottobre del 1419, coronò in nome del papa la regina[380]. Antonio Colonna ebbe in ricompensa il principato di Salerno, il ducato d'Amalfi, e fu ancora creduto, che la regina lo lusingasse colla speranza di dichiararlo suo successore.
Questa regina, che il papa aveva in tal modo solennemente riconosciuta, aveva ben poca parte nel governo del suo regno. I suoi amanti ed i suoi generali se ne disputavano il supremo potere, mentre essa non viveva che per abbandonarsi alle sue licenziose passioni. Giacomo della Marca, suo marito, ottenne alla fine, per l'intromissione del papa, d'essere rilasciato dal carcere, ma per vivere in palazzo senza credito e considerazione alcuna, e si può dire sotto la dipendenza di ser Gianni Caraccioli, grande siniscalco e favorito di sua moglie. Egli vide con piacere lo Sforza ed il Caraccioli armare l'uno contro l'altro le loro antiche schiere e disputarsi colle armi in mano il possedimento della regina. La nobiltà di Napoli, omai stanca di portare un vergognoso giogo, sforzò i due rivali a rappacificarsi, e di già cominciava a dar legge alla stessa Giovanna nel suo palazzo[381]. Giacomo si lusingò d'interessare a suo favore quei popoli che per alcun tempo lo avevano riconosciuto per loro re, e che parevano scontenti del presente governo. Egli fuggì sotto mentite vesti in una galera genovese e recossi a Taranto intenzionato di far ribellare alla regina le province meridionali del regno; ma la regina Maria, vedova di Ladislao, che trovavasi a poca distanza da questa città, venne ad assediarvi il fuggitivo re. Giacomo si vide costretto ad imbarcarsi di nuovo; e, tornato in Francia, vestì l'abito di san Francesco, e morì nel suo convento l'anno 1438[382].
Giovanna, liberata di suo marito; avrebbe voluto disfarsi egualmente del suo gran contestabile Sforza Attendolo, riuscendole molesta la di lui rivalità col Caracciolo; onde acconsentì di buon grado che passasse colla propria armata ai servigi di Martino V. Lo Sforza andò a Roma coi valorosi che si erano a lui interamente affezionati; ricevette il titolo di gonfaloniere della Chiesa, e si apparecchiò ad attaccare Braccio di Montone, suo antico rivale, che il papa voleva ad ogni modo spogliare del principato ch'egli si era formato con pregiudizio della Chiesa[383].
Ma malgrado il sommo suo valore ed abilità poco poteva lo Sforza guadagnare contro un uomo che poteva essergli maestro nell'arte delle battaglie. Braccio, amato da' suoi soldati, temuto da' suoi vicini, fedelmente ubbidito da' suoi sudditi, trovavasi sempre come in propria casa in qualunque paese facesse la guerra. Egli conosceva e prevedeva tutti i movimenti de' suoi nemici, mentre che i suoi erano da loro ignorati: pareva ch'egli tutto vedesse senz'essere veduto. Seppe trarre lo Sforza tra la propria e l'armata di Tartaglia, suo luogotenente, e dopo avergli tolto un corpo d'infanteria, che i magistrati di Viterbo mandarono al gonfaloniere del papa[384], lo attaccò in un angusto passo tra Montefiascone e Viterbo, gli prese due mila trecento cavalieri e lo inseguì fino alle porte di Viterbo, ove a stento potè lo Sforza salvarsi[385].
Martino V sollecitava la regina di Napoli a somministrare al suo contestabile danaro e munizioni per rifare l'armata: ma il Caraccioli, che aveva udita con piacere la disfatta del suo rivale, e che aveva nuove cagioni di odiarlo, lungi dal permettere a Giovanna di soccorrere lo Sforza, prese le opportune cautele per perderlo interamente[386]. Il papa, adirato di vedersi sagrificato alle private vendette di un amante della regina, nudriva altro segreto motivo d'odio, vedendo senza effetto le speranze che aveva concepite per l'innalzamento della propria famiglia, perchè rifiutavasi la regina di adottare, com'erasene lusingato, per suo figlio Antonio Colonna, di lui nipote. Per vendicarsi di Giovanna, risolse di cambiare tutte le sue alleanze e di favorire le pretese di Luigi III d'Angiò sopra il regno di Napoli. Il malcontento della nobiltà, l'odio dello Sforza, che voleva vendicarsi di Caracciolo, e l'inquietudine del popolo, che vedeva la sua regina di già avanzata in età senza eredi naturali, sembravano dover ravvivare le speranze della casa d'Angiò ed annunciare la prossima caduta di quella di Durazzo. Martino V, prima d'inoltrarsi in così delicati negoziati, risolse di sbarazzarsi della guerra che aveva in su le braccia, ed accettò la mediazione de' Fiorentini per riconciliarsi con Braccio di Montone[387].
La signoria di Firenze nudriva la più alta stima per questo capitano, che una antica alleanza attaccava alla repubblica, e la di cui fedeltà non erasi giammai smentita; ella invitò Braccio a passare egli stesso a Firenze per trattare col papa. Il viaggio del signore di Perugia, fatto negli ultimi giorni di febbrajo del 1420, ebbe tutta l'apparenza di un viaggio trionfale. I suoi compagni d'armi lo seguivano sopra magnifici cavalli, ed erano riccamente vestiti di drappi di seta ricamati d'oro; quattrocento cavalieri coperti di forbitissime corazze, quasi fossero apparecchiati per un torneo lo accompagnavano: seguivano il loro signore i deputati di Perugia, di Todi, d'Orvieto, di Narni, di Rieti e d'Assisi, cercando a gara di superarsi l'un l'altro nella magnificenza degli equipaggi; e camminavano a lato di Braccio i principi di Foligno e di Camerino. La repubblica aveva apparecchiati lungo la strada alloggi e vittovaglie per tutto questo sontuoso corteggio[388]; il popolo si affollava sul di lui passaggio, ed applaudiva con trasporto all'eroe sempre vittorioso, che aveva di fresco acquistata nuova gloria colla rotta dello Sforza.
Martino V nel suo lungo soggiorno in Firenze non aveva data alla repubblica che una sola testimonianza della sua riconoscenza, innalzando la sua chiesa alla dignità arcivescovile[389]. Altronde mostravasi sempre severo e scontento, faceva conoscere un'abilità nel trattare gli affari ed un egoismo, che stranamente contrastavano colla bontà e colla semplicità, che gli si erano supposte quand'era cardinale[390]. Braccio per lo contrario mostravasi pieno di riconoscenza per la città e per gli ultimi cittadini che lo avvicinavano; il popolo ne ammirava l'affabilità e la cortesia, e paragonando i due illustri ospiti, che Firenze accoglieva nello stesso tempo entro le sue mura, preferiva altamente il guerriero al prete; si deliziava nel vedere i tornei e le feste militari che Braccio celebrava alle porte della città, e manifestava il proprio sentimento con poesie lusinghiere pel generale, e piene di sarcasmo pel papa, le quali questi mai non seppe perdonare ai Fiorentini. Due sgraziati versi, ripetuti sotto le finestre di Martino V da alcuni fanciulli, cancellarono la memoria di tatto quanto la signoria aveva fatto per lui, e lo trassero a cercare nuovi amici e nuove alleanze[391].
Per altro il pontefice accolse con bontà Braccio di Montone; accettò la sua apologia per le passate ostilità, e ricevette il giuramento di fedeltà per l'avvenire. Braccio restituì al papa le città di Narni, Terni, Orvieto ed Orta, e ritenne in feudo sotto l'alto dominio della Chiesa quelle di Perugia, d'Assisi, di Cannaria, di Spello, di Jesi, di Gualdo e di Todi. Promise inoltre di condurre le sue truppe contro Bologna, e di costringere questa città a tornare all'ubbidienza della santa sede[392].
Il papa, dopo il suo ritorno in Italia, aveva trattato coi Bolognesi, ed aveva acconsentito che conservassero la libertà[393]; ma quando potè volgere contro di loro le armi di Braccio, colorì la sua aggressione col pretesto d'una rivoluzione accaduta nella repubblica. Antonio Galeazzo Bentivoglio, figlio di quel Giovanni, che aveva usurpata la signoria in principio del secolo, aveva, come il padre, usurpata la signoria della sua patria, scacciandone i Canedoli suoi rivali. Ma il di lui dominio non ebbe lunga durata; il 26 di gennajo del 1420 aveva approfittato d'una sedizione per usurpare la sovrana autorità[394], e prima che terminasse il giugno dello stesso anno, era di già stato spogliato da Braccio di tutti i suoi castelli, e ridotto ad abdicare la signoria, aprendo le porte della sua capitale alle truppe del papa[395].
Circa lo stesso tempo Sforza Attendolo erasi pure recato a Firenze per trattare con Martino V. A questo generale il pontefice affidò tutti i suoi segreti, sperando colla di lui assistenza di vendicarsi della regina Giovanna e del Caracciolo. Incontrò non pertanto qualche difficoltà a persuaderlo ad abbandonare il partito di Durazzo, cui aveva giurata fedeltà; per abbracciare quello d'Angiò[396]; ma gli ambasciatori di Lodovico III, che trovavansi presso il pontefice, ridussero lo Sforza a promettere i suoi servigi al loro padrone, anticipandogli ragguardevoli somme, colle quali, messa insieme una nuova armata, questo generale si avviò alla volta di Napoli. Quando giunse a poca distanza di questa città restituì alla regina il bastone di gran contestabile che aveva da lei ricevuto, dichiarandole, che per sottrarsi ai capricci del Caraccioli, rinunciava a qualunque legame verso di lei, e rivocava i giuramenti che le aveva prestati. Dopo tale dichiarazione, credendosi sciolto da qualunque obbligo verso la medesima, proclamò Lodovico III d'Angiò, re di Napoli, ricordando il suo ereditario diritto, fondato nell'adozione di Giovanna I; invitò i baroni angioini e tutti i partigiani dei re francesi ad unirsi a lui ed investì Napoli nel mese di giugno dalla banda di porta Capuana[397].
Fa veramente sorpresa il vedere Lodovico d'Angiò scegliere per la conquista d'un regno lontano il tempo in cui la sua patria era quasi soggiogata da uno straniero. Il 21 maggio del 1420, Carlo VI, o piuttosto il duca di Borgogna, in suo nome, aveva soscritto il trattato di Trojes, col quale diseredava il Delfino, e trasferiva ad Enrico V d'Inghilterra il diritto di successione alla corona di Francia. Di già l'Inglese regnava omai in Parigi invece del monarca imbecille, di cui aveva sposata la figlia; il Delfino erasi ritirato a Poitiers, e più non veniva ubbidito che da alcune province poste al mezzodì della Loira, quando Lodovico d'Angiò lo abbandonò, seco conducendo tutti i cavalieri e soldati attaccati alla sua sorte, ed adunando tutto il danaro che potè avere in mezzo alla miseria universale, per andare a far prova di sua fortuna in un paese, in cui suo padre e suo avo non avevano provate che sventure[398].
Lodovico aveva armata, parte in Provenza e parte a Genova, una flotta di nove galere e di cinque navi da trasporto; con questa flotta presentossi in faccia a Napoli il 15 agosto, sorprendendo Castell'a Mare, mentre lo Sforza occupava Aversa, che diventò il quartiere generale della parte d'Angiò[399]. Il papa, ch'era l'anima di quest'intrapresa, e che colle sue istigagioni aveva persuasi lo Sforza e Lodovico a cominciarla, affettava ancora di mantenersi neutrale; e si offriva in qualità di arbitro e di conciliatore, e ridusse Lodovico e Giovanna a mandargli ambasciatori a Firenze per giustificare innanzi a lui i loro titoli.
Il deputato di Giovanna era Antonio Caraffa, cui lo spirito versuto e dissimulato aveva fatto dare il soprannome di Malizia. All'istante costui conobbe quali erano le vere disposizioni del pontefice, e ciò che doveva da lui aspettarsi; ma nella sua corte medesima, e quasi sotto i suoi occhi seppe trovare nuovi alleati alla sua sovrana, e suscitare a Martino ed a Lodovico un avversario pericoloso.
Don Garzia Cavaniglia, gentiluomo valenziano era ambasciatore d'Alfonso V, re d'Arragona, di Majorica, di Sicilia e di Sardegna, presso il papa. Cercava di ottenere dalla corte di Roma la cessione dell'isola di Corsica, che nello stesso tempo il suo padrone cercava di togliere colle armi ai Genovesi. Il Malizia offrì all'Arragonese una corona più degna della sua ambizione. Fece sentire a quest'ambasciatore, che Giovanna, ultimo rampollo della prima casa d'Angiò, era padrona di disporre del suo regno a favore di colui che adotterebbe per suo figliuolo; ch'era disposta di dare così magnifica ricompensa a quegli che l'assisterebbe nelle presenti circostanze, e che la politica e l'interesse de' suoi popoli la consigliavano a cercare di preferenza l'amicizia del suo più prossimo vicino. In forza della sua alleanza con Alfonso, le due Sicilie sarebbero di nuovo riunite, e due popoli fratelli, divisi dopo i vesperi siciliani, tornerebbero sotto un solo sovrano, disceso dal canto di donna dagli eroi svevi e normanni, che prima avevano regnato nella Puglia. Cavaniglia abbracciò avidamente il progetto di Malizia, somministrò a quest'inviato della regina i mezzi di recarsi segretamente presso Alfonso, in allora occupato nell'assedio del forte castello di Bonifazio in Corsica. Il re d'Arragona, omai stanco della resistenza dei Corsi, rinunciò volentieri ad una guerra senza gloria, per un'intrapresa che annuciavasi sotto così favorevoli auspicj. Fece immediatamente partire alla volta di Napoli diciotto galere con tre de' suoi migliori generali, promettendo di seguirli egli stesso tra non molto[400].
Già da lungo tempo non si ebbe più occasione di parlare del regno di Sicilia, che, perdendo le sue ricchezze e le sue forze sotto una serie di deboli re, minori o insensati, più non aveva parte all'equilibrio d'Italia. Federico II, il sesto re della razza arragonese dopo i vesperi siciliani, era morto del 1368, lasciando sua sola erede la figlia Maria. Questa portò la corona a Martino II, figliuolo del re d'Arragona, il quale era morto senza prole l'anno 1409, onde suo padre, chiamato pure Martino, riunì i due regni. Dopo di lui passarono nel 1410 a Ferdinando, figliuolo di sua sorella e di Giovanni, re di Castiglia. Alfonso era figliuolo di questo Ferdinando, ed aveva cominciato a regnare nel 1416[401]. Per una singolare fortuna questo principe ambizioso e destinato a tanta gloria, era per così dire straniero a tutti i regni da lui governati. In Arragona vedevasi con gelosia circondato dai Castigliani che suo padre aveva con lui condotti, ed il desiderio di sottrarli agli occhi del popolo e delle Cortès, non fu uno degli ultimi motivi, che gli fecero intraprendere la spedizione di Corsica, ed in appresso quella di Napoli[402].
Così cominciava nel regno di Napoli quella sanguinosa accanita contesa fra i Francesi e gli Spagnuoli, che, inutilmente assopita, doveva di quando in quando rinascere, comunicarsi all'intera Italia in sul finire del quindicesimo secolo, ed essere cagione della ruina de' suoi stati indipendenti. La rivalità tra le due case d'Arragona e d'Angiò doveva più tardi coprire il regno di Napoli di soldati stranieri; ma da principio i due pretendenti alla corona sostennero i loro diritti colle armi italiane, approfittando della rivalità dei due grandi capitani, Braccio di Montone e Sforza.
I luogotenenti di Alfonso si presentarono il 6 di settembre in faccia a Napoli; ed al loro arrivo la flotta di Lodovico d'Angiò, trovandosi più debole, si ritirò. Lo Sforza, che assediava Napoli col duca d'Angiò, fece inutili sforzi per impedire lo sbarco degli Arragonesi, ma fu costretto a ritirarsi; e Raimondo Periglios, comandante dell'armata d'Alfonso, fu ricevuto da Giovanna colle più distinte dimostrazioni d'onore, gli si affidarono Castel Nuovo, e Castello dell'Ovo, perchè li tenesse in deposito pel suo padrone, ed il re d'Arragona venne proclamato figliuolo adottivo della regina di Napoli, ed erede presuntivo del regno[403].
Giovanna ed Alfonso mandarono persone di comune confidenza a Braccio da Montone per averlo con onorate condizioni al loro servigio; lo trovarono già tornato a Perugia, intento ad abbellire quella città con sontuosi edificj, mentre i suoi soldati erano distribuiti ne' quartieri d'inverno nelle vicine borgate. Braccio, che aveva di fresco sposata la sorella del signore di Camerino, non potè mettersi in campagna che nella vegnente primavera (1421); ma si valse intanto del danaro rimessogli da Alfonso per adunare nuovi soldati, ed in marzo, prendendo la strada degli Abruzzi, entrò nel regno di Napoli[404].
La Calabria e quasi tutta la costa orientale del regno aveva abbracciato il partito d'Angiò; ma le battaglie che avevano luogo nelle province erano di non molta importanza, limitandosi i signori feudatarj a guastare di quando in quando il paese de' loro nemici. Intanto le truppe vivevano a discrezione nelle campagne che attraversavano, e gravissimi disordini tenevano dietro alle più leggeri scaramucce. La somma della guerra riducevasi alle porte di Napoli, e colà recossi Braccio per iscacciare d'Aversa lo Sforza e Lodovico d'Angiò. Fu accolto con mille dimostrazioni d'onore da Alfonso, ch'era poc'anzi giunto ancor esso a Napoli; ed essendo creato principe di Capoa, conte di Foggia e grande contestabile del regno, si rese in breve padrone delle fortezze del suo nuovo principato, la maggior parte delle quali trovavansi in potere del nemico[405].
Per altro l'avvicinamento dei due emuli re e di due grandi generali, in così circoscritto spazio, non produsse quegli importanti avvenimenti che si aspettavano. Lodovico III, stanco della sua inazione, passò a Roma presso Martino V, ch'era venuto a soggiornare nella sua capitale in sul finire del precedente anno. Braccio cercava di sedurre i generali dello Sforza, e gli riuscì di staccare da lui Giacomo Caldora, gentiluomo napolitano, che aveva mostrato estrema avversione alla regina. Tentò in appresso il Tartaglia, che aveva altra volta militato sotto di lui, e che lo aveva abbandonato per seguire lo Sforza; ma questi diffidando del Tartaglia, lo fece arrestare; e dopo averlo assoggettato alla tortura, lo condannò alla morte, alienando con tale crudele atto la metà de' suoi soldati che amavano il Tartaglia[406].
Mentre la guerra più omai non si faceva che colla seduzione e cogl'intrighi, la corte di Giovanna veniva agitata dalle segrete pratiche del grande siniscalco Caraccioli. Vedeva questi con estrema diffidenza il crescente potere di Alfonso, e temeva che questo principe non lo trattasse un giorno come Giacomo della Marca aveva trattati altri amanti della regina. Palesò parte delle sue gelosie a Giovanna, e persuase questa principessa a trattare con Lodovico d'Angiò; e di già parlavasi di rivocare l'adozione d'Alfonso, per sostituirgli il principe francese[407]. Queste pratiche non rimasero lungamente ignote al principe arragonese; e, nella universale diffidenza, questi pensava soltanto ad assicurarsi delle avute fortezze contro la regina, Braccio a dilatare i confini del suo principato di Capoa, lo Sforza a far vivere le sue truppe a spese dei Napolitani; e l'anarchia poteva durar lungo tempo, se Martino V non si stancava di sussidiare Lodovico d'Angiò. L'armata dello Sforza era omai quasi affatto distrutta, e richiedevansi ragguardevoli spese per rifarla. Alfonso minacciava di ricominciare lo scisma facendo in tutti i suoi regni riconoscere Benedetto XIII, che ancora viveva a Peniscola sempre pretendendo di essere il pontefice. Lodovico, cedendo alle istanze del papa consegnò alla Chiesa le due città d'Aversa e di Castellamare, le sole che gli si fossero conservate fedeli. Poco dopo (1322) il papa le restituì alla regina, la quale riprese ai suoi servigi lo Sforza, di cui voleva formarsi un appoggio contro suo figlio adottivo, e che attaccandosi di nuovo alla regina non lasciava di favorire segretamente la casa d'Angiò[408].
In questi quattro anni la Lombardia non era stata meno travagliata dalle rivoluzioni di quel che lo fosse il regno di Napoli. Filippo Maria Visconti, duca di Milano, era tutto intento a ricuperare le province che ubbidivano a suo padre, e che si erano ribellate in tempo della minorità sua e di suo fratello. Egli allora non prevedeva che lavorava pel figlio di quello Sforza che aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni di Napoli, e che in questo medesimo tempo, costretto a mutar partito, perdeva quasi affatto il suo credito e la sua armata.
Il duca Filippo Maria conservava con un carattere più debole alcuni tratti di Giovanni Galeazzo suo padre. Era la medesima effeminata ambizione che facevagli sempre desiderare nuove conquiste, senza avere il coraggio di avvicinarsi al suo esercito, o di mirare in faccia il soldato nemico. Colla stessa perfida politica, colla stessa tortuosa condotta ingannava i nemici e gli amici; aveva la stessa arte di nascondere sotto ogni sua azione un secondo fine contrario a quello che mostrava d'essersi proposto; finalmente al suo carattere basso e crudele era, come in suo padre, congiunta una inaspettata generosità. Ma distinguevano Filippo Maria dal padre una minore forza di volontà, minore arte nella condotta de' suoi progetti e nella scelta de' mezzi, minor conoscenza della amministrazione, minori talenti per sorprendere il popolo e per farsi amare[409].
Il primo uso che fece il duca di Milano delle forze, che andava ricuperando, fu quello di liberarsi della sua benefattrice con non minore crudeltà che ingratitudine. Beatrice Tenda, vedova di Facino Cane, aveva portato al duca, sposandolo in seconde nozze, la sovranità di Tortona, Novara, Vercelli ed Alessandria, ed il comando d'un numeroso e ben disciplinato esercito, che aveva ristabiliti gli affari dei Visconti. Se la dolcezza, la generosità, la pazienza, la nobiltà del carattere, possono supplire in una donna alla gioventù ed alla bellezza, Beatrice meritava d'essere amata; ma ella contava vent'anni più del marito, il quale, oppresso dalla ricordanza dei beneficj della consorte, stanco delle sue virtù, irritato dalla pazienza medesima ch'ella opponeva ai suoi sregolamenti, l'accusò d'avere violata la fede conjugale con uno de' più giovani cortigiani, cui strappò di bocca colla tortura una falsa confessione. Il timore d'un atroce supplicio, o la speranza d'acquistarsi il favore del sovrano con una calunnia, persuasero questo giovane a rinnovare la sua confessione ai piedi del palco, ove fu condotto colla duchessa in presenza della corte e del popolo. «Siamo noi dunque in un luogo (soggiunse allora Beatrice con fierezza) ove gli umani timori debbano superare il timore del Dio vivente, innanzi al quale siamo vicini a comparire? Ho sofferti come voi, Michele Orombelli, i tormenti coi quali vi è stata estorta quella vergognosa confessione; ma quegli atroci dolori non ridussero la mia lingua a calunniarmi. Un giusto orgoglio avrebbe preservata la mia castità, quand'anche la mia virtù non avesse potuto farlo; per altro, per quanta distanza passi tra di noi, non vi credeva tanto vile da disonorarvi in quell'unico istante che vi si presentava per rendervi glorioso. Frattanto il mondo mi abbandona; il solo testimonio della mia innocenza depone contro di me: dunque più non mi resta, o mio Dio, che ricorrere a te. Tu vedi ch'io sono senza colpa, e che ne vado debitrice alla tua grazia; tu preservasti i miei pensieri come la mia condotta da ogni impudicizia. Oggi forse tu mi castighi d'avere violato con seconde nozze il rispetto da me dovuto alle ceneri del primo sposo. Accetto con sommissione la prova che mi viene dalla tua mano; raccomando alla tua misericordia quello, la di cui grandezza volesti che fosse opera mia, e spero dalla tua bontà, che, come tu conservasti l'innocenza della mia vita, tu conserverai ancora agli occhi degli uomini pura ed incontaminata la mia memoria.» Beatrice e Michele Orombelli perdettero all'istante la testa sul palco[410].
Giovanni Galeazzo, senza essere egli stesso militare, aveva avuta una rara felicità, o un singolare talento nello scegliere i suoi generali; Filippo Maria non fu meno di lui fortunato. Seppe distinguere Francesco Carmagnola ed accordargli una confidenza proporzionata ai suoi talenti. Francesco Carmagnola era stato dal duca notato all'assedio di Monza, in quel delicato momento, in cui Filippo, vedendosi perduto se non conseguiva l'eredità di suo fratello, erasi posto alla testa dell'armata. Osservò un semplice soldato che inseguiva Ettore Visconti fino tra le file nemiche, e che indubitatamente l'avrebbe fatto prigioniere, se il suo cavallo correndo non cadeva. Filippo diede a questo soldato il comando di un piccolo corpo di truppe, ed ebbe in breve novelle prove del suo ardire e d'una intelligenza ancor più grande del suo valore. Lo creò in allora capo del suo esercito, ed i più strepitosi avvenimenti giustificarono una così felice scelta[411].
Il Carmagnola si dispose a conquistare tutto il paese posto tra l'Adda, il Ticino e le Alpi. I più forti castelli di questa provincia Trezzo, Lecco e Castel d'Adda, gli aprirono le porte nel 1416. Nello stesso anno il duca, contro la fede dei trattati, fece arrestare Giovanni da Vignate, signore di Lodi, che aveva chiamato a Milano sotto pretesto d'avere con lui una conferenza. Il figlio di questo signore venne pure arrestato nella stessa Lodi dalle truppe del Visconti, che scalarono le mura di questa città il 19 agosto del 1416, e Giovanni da Vignate e suo figliuolo perirono in Milano sul patibolo[412].
Filippo Araceli, gentiluomo di Piacenza, aveva consegnata la sua patria al duca di Milano in principio del 1415. Ma avendo poco dopo avuta cagione di lagnarsi del Visconti, gli aveva di nuovo fatto ribellare i suoi concittadini, ed aveva il 25 ottobre dello stesso anno preso il titolo di signore di Piacenza. Araceli contavasi tra i più valorosi ed esperti guerrieri del suo tempo. Adunò tutti i signori della Lombardia, che si erano divisa l'eredità di Giovanni Galeazzo; fece loro sentire, che comune era la causa di ognuno di loro, poichè il duca di Milano pensava a spogliarli tutti. Pandolfo Malatesti, signore di Brescia, Gabrino Fondolo di Cremona, Lotiero Rusca di Como, i Coleoni di Bergamo, i Beccaria di Pavia e Tomaso di Campo Fregoso, doge di Genova, si obbligarono alla vicendevole difesa. Il Visconti mandò nel 1417 il Carmagnola nella bassa Lombardia. È noto che questo generale e Filippo Araceli si fecero un'accanita guerra, e che le principali città di questa provincia furono più volte prese e riprese; ma confuse o perdute sono le memorie di tali avvenimenti, ed incerte le epoche. Il Carmagnola occupò Piacenza, ma non la sua cittadella; onde conoscendo di non poter difendere questa città contro Pandolfo Malatesti che si avvicinava per attaccarla, obbligò tutti gli abitanti ad uscirne coi loro più preziosi effetti, che fece imbarcare sul Po. L'Araceli e Pandolfo Malatesti, quando entrarono in quelle deserte strade, furono sbalorditi da tanta desolazione; i loro soldati, che si erano sparsi nelle case per saccheggiarle, ne uscirono come spaventati non avendovi trovati che vecchi arredi di niun valore. Per lo spazio d'un anno questa grande città rimase deserta, essendovi rimasti nascosti tre soli abitanti in tre diversi quartieri. Frattanto l'erba andava crescendo in tutte le strade fino all'altezza del ginocchio, e la cicuta si alzava innanzi alle porte delle case quasi per vietarne l'ingresso[413].
Finalmente Filippo nel 1418 trionfò di tutti i suoi nemici, parte per le proprie perfidie e parte pel valore del suo generale. Filippo Araceli fu scacciato da tutte le terre murate che occupava nel territorio di Piacenza, e costretto a salvarsi in Venezia. Ottenne in allora dalla repubblica il comando di un'armata che fu mandata contro il patriarca d'Aquilea, ed ebbe maggior fortuna sostenendo una causa straniera che la propria. Castellino Beccaria era stato arrestato a Pavia, indi ucciso in carcere per ordine del duca di Milano. Suo fratello Lancellotto, che si era salvato ne' castelli che possedeva fra Tortona ed Alessandria, venne assediato in quello di Serravalle, ed essendosi reso a discrezione, venne appiccato nella pubblica piazza di Pavia[414]. Lotiero Rusca, tiranno di Como, disperando di potersi a lungo difendere in questa città, la consegnò volontariamente al duca, conservando per sè Lugano col titolo di conte[415]. Finalmente il Carmagnola penetrò nella riviera di Genova per ridurre all'ubbidienza ancora Tomaso di Campo Fregoso.
I Genovesi credevano d'avere ricuperata la libertà, allorchè scacciarono fuori dalle loro mura i Francesi l'anno 1411, ed il marchese di Monferrato nel 1413. Ma sebbene Genova non avesse un padrone però non era più repubblica. Invano i suoi cittadini avevano cercato di dare consistenza alla loro costituzione, e di assoggettare l'elezione del loro doge alle formalità osservate in Venezia[416]. L'odio che divideva le più potenti famiglie era così violento, ed ogni capo di partito aveva sotto di sè tanti clienti e vassalli, che la città era trasformata in un campo di battaglia, ove le parti nemiche guerreggiavano continuamente. Più non trattavasi tra le opposte fazioni dell'interesse de' Guelfi o dei Ghibellini, della nobiltà o del popolo, della libertà o del servaggio, ma di distruggersi a vicenda perchè si odiavano. Nell'istante medesimo in cui, per le cure de' magistrati e del clero, si riconciliavano le parti, e si giuravano pace, un'occhiata orgogliosa, un motto piccante, un gesto talvolta sinistramente interpretato, erano sufficienti motivi per far di nuovo sguainare le spade, e ritornare in duolo tutta la città. Abbandonata era la navigazione, languiva il commercio, devastate vedevansi le campagne, le terre incendiate, ed ogni giorno alcuno de' più magnifici palazzi della città veniva spianato.
In tempo di tali civili guerre, Giorgio Adorno, Barnabò Goano e Tomaso di Campo Fregoso vennero successivamente innalzati alla dignità ducale. L'ultimo sembrava più d'ogni altro proprio a rendere la pace alla repubblica; egli godeva dell'amicizia e della stima di Giorgio Adorno, suo antico rivale, cui doveva la propria elezione; aveva date ai suoi concittadini non dubbie prove della sua moderazione, del suo disinteresse, del suo valore; aveva pagato col proprio danaro i debiti del pubblico tesoro, che ammontavano a sessanta mila fiorini[417]; ed era ajutato nella sua amministrazione dallo sperimentato valore e dai varj talenti de' suoi cinque fratelli nel fiore dell'età, a lui egualmente tutti affezionatissimi. Ma non era dato a niun uomo di poter lungo tempo comprimere odj tenuti vivi da troppo mortali ingiurie. I Guarci, i Montalti e gli Adorni abbandonarono la città nel 1417 e si rifugiarono presso il duca di Milano. Nel 1418 i marchesi di Monferrato e del Carreto abbracciarono l'alleanza di Filippo Maria, e le foci delle montagne furono aperte a Francesco Carmagnola dagli emigrati o dai traditori. Tre mila cavalli ed otto mila pedoni saccheggiarono, durante tutta l'estate, le valli della Polsevera e di Bisannio; la fortezza di Gavi, creduta inespugnabile, venne consegnata ai nemici, ed i Genovesi perdettero tutti i loro possedimenti posti nella parte settentrionale delle montagne[418].
Mentre questa repubblica lottava con tanto svantaggio contro il duca di Milano, i Fiorentini, che avevano di già veduti soggiacere altri avversarj di questo principe, avrebbero dovuto ajutare un popolo libero, che non poteva essere soggiogato senza che ne sentisse danno l'equilibrio dell'Italia, e senza che l'ambizioso Visconti portasse le sue viste sulla Toscana. Verun trattato di pace tra la repubblica fiorentina ed il duca di Milano avevano terminata la guerra accesa da Giovanni Galeazzo; ma la signoria, vedendo tanti nemici congiurati contro il duca, aveva da lungo tempo cessato di fargli guerra. Mentre, del 1419, i Genovesi domandavano caldamente soccorsi per difendersi, il duca sollecitava i Fiorentini a terminare con onorevole pace le loro contese. La signoria ondeggiava indecisa tra i suoi timori dell'avvenire, ed una vicina speranza. Desiderava di ridurre i Genovesi in necessità di venderle il castello di Livorno, che signoreggiava le foci dell'Arno e Porto Pisani, e che pareva inceppare il commercio di Pisa. Livorno era stato ceduto a Boucicault da Gabriele Maria Visconti, signore di Pisa, e quando il maresciallo francese era stato scacciato da Genova, quel porto ed il suo castello erano venuti in mano dei Genovesi. La signoria fiorentina, che ardentemente desiderava di fare quest'acquisto, si rallegrava dell'imbarazzo in cui trovavansi i Genovesi, e rifiutavasi di soccorrerli senza la cessione di Livorno.
Niccola d'Uzzano ed i suol amici si opponevano ne' consigli di Firenze all'opinione di coloro che volevano che la repubblica trattasse col duca di Milano, loro sembrando che col fare seco la pace si venissero a sanzionare le di lui usurpazioni, e si facesse conoscere ai Genovesi ed al signore di Brescia che si abbandonavano alla loro sorte. Ma il popolo accusava l'aristocrazia e l'antico partito guelfo d'inquieta ambizione; non vedeva nella sua politica che desiderio d'ingrandirsi colla guerra, e mostrava un così aperto malcontento, che la signoria si vide forzata a sottoscrivere, in gennajo del 1419, un trattato con Filippo Maria. I Fiorentini si obbligavano a non prendere parte in tutte le rivoluzioni della Lombardia oltre i fiumi della Magra e del Panaro, ed il duca prometteva di non immischiarsi di tutto quanto accaderebbe al levante di questi due fiumi, il primo de' quali divide la Lunigiana dallo stato di Genova, l'altro il Bolognese dal Modanese[419].
Ma i Fiorentini, quando supponevano che i Genovesi potrebbero difendersi colle proprie loro forze, non avevano preveduto che sarebbero ben tosto attaccati da un nuovo avversario. Alfonso d'Arragona, prima che Malizia venisse ad invitarlo a nome della regina Giovanna di recarsi a Napoli, aveva di già fatto vela dalle coste della Catalogna con tredici vascelli rotondi e ventitre galere. Impaziente di sottrarsi alle rimostranze delle sue cortes ed alla gelosia de' suoi sudditi, andava a cercar conquiste in lontane parti. Attaccò, senza esserne provocato, la Corsica, che dipendeva da Genova; per tradimento occupò Calvi, e molti gentiluomini corsi, sedotti dalle sue offerte, spiegarono le sue insegne, ed il solo castello di Bonifazio, posto all'estremità meridionale dell'isola sopra uno scosceso promontorio, conservossi fedele ai Genovesi. Alfonso lo attaccò, e stette nove mesi ostinato intorno a quest'assedio. In ultimo Giovanni Fregoso, fratello del doge, penetrando a traverso della flotta catalana, riuscì a vittovagliare Bonifazio. Il re d'Arragona perdette allora ogni speranza di averlo; abbandonò la Corsica per passare a Napoli, ov'era aspettato, ed altro non ottenne dalla sua impresa contro quell'isola che la vergogna d'avere violato un trattato di pace[420].
Le grandi spese che la guerra contro gli Arragonesi aveva cagionata alla repubblica determinarono finalmente i Genovesi a vendere Livorno ai Fiorentini. Il contratto fu convenuto il 30 giugno 1421 pel prezzo di cento mila fiorini[421]. Ma i Genovesi desideravano ben più di vendicarsi degli Arragonesi che di conservare la loro libertà; il Carmagnola avea rinnovati ogni anno i guasti nel loro territorio, e tutti gli alleati loro erano stati soggiogati dalle armi del duca, e ridotti ad alienarsi da loro. Tomaso di Campo Fregoso sentì egli stesso la necessità di terminare una guerra ruinosa per la sua patria, quando vide Filippo Maria fare alleanza coi Catalani ed attaccare Genova per mare e per terra. Le stesse condizioni sotto le quali la repubblica erasi data al re di Francia, vent'anni prima, vennero offerte ed accettate; ed il duca di Milano guarantì le costituzioni della città e la libertà interna; il conte Carmagnola, come luogotenente del Visconti, venne surrogato al doge; ed a Fregoso, che abdicò la sua dignità, fu data in ricompensa la signoria di Sarzana. Ma siccome questa città è posta al di là della Magra, il duca di Milano, disponendone in tal modo, veniva a violare il trattato che aveva recentemente fatto coi Fiorentini[422].
I Guelfi di Lombardia ed i piccoli principi di questa contrada eransi pure lusingati di trovare rifugio sotto la protezione dei Veneziani, più ancora che i Fiorentini interessati ad opporsi agli ambiziosi progetti di conquista del duca di Milano. Ma il senato di Venezia, invece di prendere di mira il prossimo danno onde era minacciato, lasciavasi illudere dalla propria ambizione. Vedeva Sigismondo imbarazzato in una doppia guerra, in Boemia contro gli Ussiti, ed ai confini dell'Ungheria contro i Turchi. Il patriarca d'Aquilea, Luigi II di Teschen, alleato dell'imperatore, non poteva da lui sperare soccorsi; ed i Veneziani, tostocchè videro spirata la tregua di cinque anni che avevano fatta con Sigismondo, attaccarono (1418) il patriarca. Cividale, Sacile e Porto Gruaro loro si arresero nella prima campagna, e nella susseguente Filippo Araceli, generale delle truppe veneziane, occupò Feltre e Belluno. Finalmente Udine, capitale del patriarcato, si arrese alla repubblica il 7 giugno del 1420, e nella stessa campagna s'arrese pure tutta la provincia, come anche la parte dell'Istria, che dipendeva dall'alta signoria dei patriarchi. Il conte di Gorizia prestò omaggio al doge pei feudi dipendenti dalla chiesa d'Aquilea, ed in tal modo tutto il Friuli venne aggregato per sempre agli stati della repubblica[423].
Ma così prosperi avvenimenti non permisero per altro ai Veneziani di posare le armi: essi continuarono la guerra nell'Istria, nella Dalmazia, nell'Albania contro i feudatarj del re d'Ungheria, e non ottennero che conquiste comperate a caro prezzo. Vero è che di quando in quando concepivano qualche gelosia degli acquisti che Filippo Maria andava ogni giorno facendo ai loro confini; ma si lasciavano bentosto addormentare dalle proteste di amicizia che questi loro faceva, e lasciavano vilmente in sua balia i più fedeli amici e servitori della repubblica.
Poichè Filippo Araceli ebbe abbandonato lo stato di Piacenza, Rinaldo Palavicini, che vedeva avvicinarsi le armi del duca, volontariamente cedette san Donnino di cui era signore. I Rossi, i Pellegrini, gentiluomini di Parma, si sottomisero da se medesimi[424]; e Niccolò, marchese d'Este, temendo di perdere tutt'ad un tratto le due città di Parma e di Reggio, che già avevano appartenute a Giovanni Galeazzo, cedette volontariamente la prima per ottenere da Filippo Maria l'adesione al possedimento della seconda. Questo trattato venne sottoscritto dai due sovrani l'8 aprile del 1321[425].
Intanto Francesco Carmagnola attaccò Pandolfo Malatesti, signore di Brescia e di Bergamo. In pochi giorni gli tolse quasi tutte le terre murate del Bergamasco, e bentosto trovò modo d'entrare in Bergamo dalla banda della montagna, che non credevasi esposta a verun attacco; le valli di san Martino e molte terre della campagna bresciana s'arresero volontariamente a Filippo Maria Visconti[426].
Tali conquiste vennero alcun tempo sospese da una tregua trattata in nome di Martino V tra Filippo Maria e Pandolfo Malatesti; ma il duca di Milano approfittò della sospensione delle ostilità per attaccare Cabrino Fondolo, tiranno di Cremona. I castelli di Pizzighettone e di Soncino s'arresero ai Milanesi quasi senza fare resistenza[427]: onde Gabrino offrì ai Veneziani la cessione di Cremona, e quanto ancora gli restava nel suo territorio, contro un equitativo compenso; così pure fece di Brescia Pandolfo Malatesti; ma queste due profferte furono rigettate[428]; ed il signore di Cremona fu sforzato a trattare col duca, cui cedette il suo principato ad eccezione del castello di Castiglione, ove si ritirò co' suoi tesori.
In quest'epoca medesima in cui i Veneziani dovevano essere adombrati dalla ambizione del duca di Milano, conchiusero con lui un trattato di pace per dieci anni, onde potere, senza impedimenti, terminare le loro conquiste in Dalmazia, lasciando in balìa alle preponderanti forze del duca Pandolfo Malatesti, loro antico alleato, che aveva inoltre lungo tempo comandate le armate della repubblica, e non guarantendo che gli stati di Francesco Gonzaga, signore di Mantova e di Peschiera, perchè queste due fortezze, formando un'importante linea di difesa alle province veneziane di terra ferma, non potevano, senza una estrema imprudenza, lasciarle esposte alle invasioni del Visconti[429].
A Pandolfo non restava altro appoggio che quello di suo fratello Carlo, signore di Rimini, che in fatti gli mandò un ragguardevole corpo di truppe sotto gli ordini di Luigi di Fermo: ma questo generale fu sorpreso e fatto prigioniero dal Carmagnola, il quale ruppe affatto la di lui armata, onde Pandolfo costretto di venire a trattato di pace, non l'ottenne dal duca che colla cessione di Brescia e di tutto il suo territorio, ricoverandosi egli a Rimini presso al fratello[430].
Subito dopo Giorgio Benzone, signore di Crema, venne ridotto alla stessa necessità, onde cedendo questa città a Filippo Maria, egli compì la sommissione della Lombardia[431]; più non rimaneva un solo di quanti tiranni eransi divisi le spoglie di Giovan Galeazzo Visconti, ed avevano per lo spazio di vent'anni renduto misero così bel paese. Essi non avevano potuto opporre agli artificj ed alle armi del duca di Milano nè la coscienza di una buona causa, nè l'amore de' loro sudditi, nè la costanza degli alleati, ed erano caduti l'uno appresso l'altro quasi senza combattere. Ma le vittorie di Filippo Maria, avvicinandolo a due popoli liberi, gli fecero sperimentare un altro genere di resistenza. Vedremo nei susseguenti capitoli quale lunga lotta ebbe a sostenere contro i Fiorentini; quale perseveranza ne' suoi progetti, quale costanza nelle sventure, quale moderazione nelle vittorie, questa virtuosa repubblica seppe opporre alla di lui ambizione. Aveva pure da prima provato ciò che poteva fare contro i suoi mercenarj soldati il valore impetuoso degli Svizzeri.
Dopo la sommissione di Como, la famiglia Rusca, che aveva governata questa città, erasi ritirata a piè delle Alpi. Avevale lungamente ubbidito Bellinzona, ma la sovranità di questa piccola città era adesso cagione di lite tra molti pretendenti, e gli Svizzeri del cantone d'Uri vi tenevano guarnigione per difendere l'ingresso della valle Levantina ed i passaggi del san Gottardo. Antonio Rusca e Giovanni, barone di Sax, vendettero i diritti che avevano sulla medesima città a Filippo Maria, il quale in marzo del 1422 fece sorprendere la guarnigione svizzera da Angelo della Pergola, suo condottiere, ed occupò Bellinzona. Nello stesso tempo occupò Domodossola, altra piccola città posta all'apertura del passaggio del Sempione, di dove s'innoltrò fino ai piedi del san Gottardo, occupando tutta la valle Levantina[432].
In altra circostanza questa violazione de' trattati e dei diritti di buona vicinanza avrebbe sollevata tutta la Svizzera. Ma molti semi di discordia eransi sparsi tra i confederati dopo la guerra mossa all'Austria dietro eccitamento del concilio di Costanza. Molti cantoni ricusarono lungo tempo di prendere le armi per una lite che credevano loro straniera; e quando finalmente mandarono le loro truppe oltre il san Gottardo, una segreta gelosia teneva le une in modo separate dalle altre, che la retroguardia, composta dei soldati del cantone di Schwitz, era distante un giorno di viaggio dalle altre.
Non pertanto l'armata svizzera, composta di quattrocento arcieri e di tre mila fanti armati d'alabarde, scese nella valle Levantina, senza prendersi cura di sapere quanti soldati avevano a Bellinzona Francesco Carmagnola ed Angelo della Pergola. Questi due generali avevano sei mila scelti corazzieri e diciotto mila fanti[433], ed a tanta superiorità di numero aggiugnevano il vantaggio d'avere occupati i passaggi delle valli vicine, d'avere sorpresi i magazzini de' loro vicini e posta guarnigione in Bellinzona, ove tenevano in sicuro le loro munizioni.
Mentre i soldati di Schwitz aspettavano a Poleggio quelli di Glaritz, che quelli di Zurigo, Appenzel e san Gallo erano ancora in cima al san Gottardo, le quattro bandiere di Lucerna, Undervald, Uri e Zug, sotto le quali non si contavano più di tre mila alabardieri, presentarono battaglia nel campo d'Arbedo presso Bellinzona alla migliore cavalleria dei due più famosi condottieri d'Italia.
I corazzieri di Pergola, vedendo gli Svizzeri, piombarono loro addosso tenendosi sicuri di rovesciarli e di tagliarli a pezzi; ma questi gli stavano aspettando di piè fermo, opponendo l'insuperabile loro forza all'impeto della cavalleria. Furono spesso osservati tagliare con un colpo di spada le gambe ai cavalli che venivano sopra di loro, o prenderli per i piedi e strascinarli a terra col cavaliere[434]. Erano di già caduti quattrocento cavalli, senza che i corazzieri italiani avessero ancora guadagnato un palmo di terreno; onde Pergola e Carmagnola ordinarono ai loro cavalieri di mettere piede a terra, opponendo in tal modo una infanteria quasi invulnerabile alle alabarde degli Svizzeri. La battaglia si rinnovò allora con accanimento, e molti valorosi perirono da ambidue le parti. Lo Schultheiss di Lucerna si dispose alla resa, e ne diede il segno piantando la sua alabarda in terra; ma il Carmagnola, riscaldato dalla pugna e dalla perdita sofferta, non volle dar quartiere. Rinnovò l'attacco, che gli Svizzeri sostennero col coraggio fin allora dimostrato. Improvvisamente seicento Svizzeri, che si erano avanzati per foraggiare nella valle di Misocco, piombarono sulla retroguardia italiana con orribili grida. Credette il Carmagnola, che la seconda armata degli Svizzeri, rimasta a Poleggio, avesse rifatti i ponti ch'egli aveva distrutti, e lo caricasse, onde si ritirò verso Bellinzona, lasciando che gli Svizzeri rientrassero nelle loro montagne[435][436].
Avevano gli Svizzeri perduti trecento novantasei uomini; gl'Italiani un numero tre volte maggiore, e ciò che più monta, i loro soldati erano atterriti, avendo conosciuto con quali uomini avevano combattuto; con uomini che prima di andare alla guerra giuravano di non ritirarsi dal campo di battaglia, di non arrendersi e di non abusare della vittoria disonorando le spose o le figlie dei vinti[437]. Per altro la valle Levantina venne conquistata dal Carmagnola: gli Svizzeri, distratti dalle proprie dissensioni, perdettero più anni, avanti che si vendicassero della sofferta perdita; e Filippo Maria Visconti; più potente di qualunque altro principe che mai regnasse in Italia dopo la caduta del regno dei Longobardi, era ubbidito dalla sommità del san Gottardo fino al mar Ligure, e dai confini del Piemonte fino a quelli degli stati del papa.