CAPITOLO LXIV.
La regina Giovanna II, irritata contro Alfonso d'Arragona, adotta Lodovico d'Angiò. — Morte dello Sforza e di Braccio; disastrosa guerra dei Fiorentini col duca di Milano; alleanza dei Veneziani; presa di Brescia.
1422 = 1426
I due generali che più d'ogni altro avevano contribuito alla gloria delle armi italiane, Braccio di Montone e Sforza di Cotignola, trovavansi uniti ai servigi della corte di Napoli. Allievi ambidue del grande Alberico da Barbiano, il ristauratore dell'arte della guerra in Italia, erano stati in gioventù amicissimi; l'ambizione gli aveva divisi; l'emulazione tra le due compagnie d'avventurieri da loro formate gli aveva determinati quasi sempre ad abbracciare contrarie parti; e nelle contese, cui d'ordinario erano essi affatto stranieri, mai non avevano, da oltre venti anni, cessato di combattere, ora in nome dei re di Napoli e delle repubbliche della Toscana, ora dei signori di Lombardia e della Chiesa. I soldati da loro formati contrassero perciò una tal quale abitudine di rivalità, che si mantenne viva lungo tempo dopo la morte dei due generali.
Per altro quando la superiorità dei talenti di Giovanni di Montone, o la superiorità delle ricchezze della corte che lo aveva preso al suo soldo, gli ebbero dato un incontestabile vantaggio sopra il suo emulo, parve che si rinnovasse l'antica amicizia tra questi illustri generali. All'epoca in cui papa Martino V restituì alla regina Giovanna il piccolo numero di castelli che il partito d'Angiò possedeva ancora nel regno, mentre Lodovico III ritiravasi in Roma per condurvi una vita oscura, lo Sforza si presentò nel campo di Braccio con quindici de' suoi soldati senz'armi, chiedendogli consiglio ed assistenza per rimontare la sua armata quasi affatto distrutta. I due generali, dimenticato ogni antico rancore, e senza veruna diffidenza, cercarono di giustificare la vicendevole condotta, ed i loro piani di campagna; si manifestarono perfino le segrete intelligenze che avevano avute l'uno nel campo dell'altro, e perfino le congiure cui avevano preso parte. Parlarono in appresso senza riserva de' loro futuri progetti, e Braccio, che desiderava di tornare in Toscana per dilatare i confini del suo principato di Perugia, persuase lo Sforza a riconciliarsi colla regina Giovanna, incaricandosi egli medesimo di trattare l'accordo[438].
Giovanna non ricusò di rendere la sua grazia all'antico suo contestabile, e promise a Braccio di accoglierlo graziosamente. Pure quando Sforza, nell'atto di ricevere il bastone del comando, doveva prestare il giuramento d'ubbidienza, non essendo i ministri d'accordo intorno alla formola, disse la regina: «Chiedetelo a Sforza medesimo; egli ha dati tanti giuramenti a me ed ai miei nemici, che niuno sa meglio di lui come uno si obbliga, e come si scioglie dalle promesse[439].»
Malgrado questo rimprovero la regina desiderava l'amicizia dello Sforza, e subito conferì con lui per affezionarselo più strettamente. Ella cominciava ad avere qualche gelosia di Alfonso, suo figliuolo adottivo, che non trascurava veruna occasione per rendersi da lei indipendente, e per affidare le fortezze del regno ai suoi soldati. Il grande siniscalco, ser Gianni Caraccioli, teneva gli occhi aperti sulla condotta del re d'Arragona; temeva di vedersi trattato da questo principe, come Pandolfello Aloppo lo era stato dal conte della Marca, e doveva aspettarsi di trovare il figliuolo di Giovanna non meno geloso del marito. In fatti Alfonso, re d'Arragona e di Sicilia, non poteva piegarsi agli ordini del grande siniscalco colla docilità degli altri cortigiani: vedeva con dispiacere quest'amante di una vecchia regina pretendere di governare i suoi stati e le sue armate con un titolo così vergognoso; voleva consolidare la propria indipendenza, e si era acquistato l'affetto e l'intera devozione di Braccio di Montone. Sebbene il Caraccioli avesse antichi motivi di odio contro lo Sforza, conobbe che niuno poteva meglio di lui provvedere alla sicurezza della regina, e mantenere l'equilibrio tra i due sovrani. Una segreta alleanza si strinse perciò fra di loro: il generale promise di difendere Giovanna contro tutti i suoi nemici, senza eccettuare il figlio adottivo. Dopo di ciò, per dare una specie di pubblica sanzione a questo nuovo contratto, lo Sforza giurò d'ubbidire agli ordini tanto della regina e del re riuniti, come di quello dei due che avrebbe il primo chiesta la sua assistenza[440].
L'alleanza che lo Sforza aveva contratta con Lodovico d'Angiò più non era agli occhi della regina un motivo per diffidare del suo generale; anzi godeva di potere adoperare lo Sforza per trattare con questo principe; perciocchè si era oramai pentita di non avere accolte le profferte del papa, e di non avere piuttosto adottato Lodovico che Alfonso, per riunire in tal modo i diritti delle due case di Durazzo e d'Angiò, e terminare tutte le guerre civili di Napoli[441].
Avendo Braccio di Montone ricondotte le sue truppe in Toscana, assediò Città di Castello, città che in allora governavasi a comune sotto la protezione del papa, e malgrado l'ostinata resistenza degli abitanti la costrinse a capitolare. Ricondusse poi i suoi soldati a Perugia, e li tenne occupati tutto l'inverno nel cavare un canale, che regolava lo scolo delle acque del lago di Trasimeno[442]. In primavera del 1428, recossi negli Abruzzi per assumere il governo di quella provincia che la regina Giovanna gli aveva confidata; ma Aquila, capitale degli Abruzzi, chiuse le porte in faccia al generale che veniva a comandarvi, e risolse di difendersi[443].
Martino V non vedeva senza timore questo capitano stendere i suoi dominj tutt'all'intorno di Roma, e bloccare in certo modo la corte pontificia nella capitale de' suoi stati. Di già Braccio di Montone possedeva al nord di Roma quasi tutta l'Ombria, e parte della Marca, ed al mezzogiorno il principato di Capoa coi feudi che gli erano stati dati dalla regina Giovanna. Altro non gli mancava per chiudere Roma da ogni lato che la conquista degli Abruzzi, ed egli vi si accingeva con tre mila duecento cavalli e mille fanti di truppe ben agguerrite. Martino con promesse di soccorsi e con pressanti esortazioni incoraggiò gli abitanti dell'Aquila a difendersi. Esortò la regina a togliere il comando a Braccio, ed a promettere la sua protezione agli assediati: e, siccome ella era di già titubante, un inaspettato avvenimento la costrinse immediatamente a decidersi[444].
Giovanna ed Alfonso nella vicendevole loro diffidenza avevano scelte due delle fortezze di Napoli per loro abitazione. La regina occupava il castello di Capuano, e suo figlio adottivo Castelnuovo. L'uno e l'altro erano circondati da guardie e da un apparecchio militare. I ministri d'un sovrano non andavano mai presso l'altro senza timore, ed un consiglio di stato era omai diventato una spedizione pericolosa. Il Caraccioli aveva ricusato di passare a Castelnuovo senza un salvacondotto scritto da Alfonso, e munito del suo suggello[445]. Malgrado questo salvacondotto, Alfonso, che abborriva questo favorito, lo fece arrestare il 22 maggio del 1423 mentre entrava in consiglio; egli aveva, dicesi, intenzione di arrestare ancora la regina per mandarla prigioniera in Catalogna, e presentossi immediatamente alla porta del suo castello. Ma le guardie di Giovanna, vedendolo accompagnato da maggior quantità di gente che non era solito d'avere, ricusarono di lasciarlo entrare; e perchè insisteva e minacciava, la guardia tirò sopra di lui per allontanarlo[446]. Bentosto si vociferò in palazzo che Caraccioli era stato arrestato; onde Giovanna, di già assediata nel castello di Capuano, spedì sollecitamente a chiamare lo Sforza in suo soccorso. Sforza, le di cui truppe si trovavano accampate nella Campania, si pose in cammino il 25 di maggio per liberare la sua sovrana.
Questo generale, che da una lunga serie di rovesci era stato ridotto, come ancora la sua armata, in estrema povertà, era seguito solamente da un migliajo di cavalieri mal equipaggiati. Giunto sotto al castello di Capuano, incontrò in un luogo detto alle Formelle, le truppe arragonesi riccamente vestite. «Miei figliuoli (disse, volgendosi ai suoi soldati), ecco gli abiti ed i cavalli che vi ho destinati.» All'istante la battaglia cominciò, e si mantenne sei ore con molta intrepidezza da ambidue le parti. Finalmente essendo riuscito allo Sforza di atterrare un muro che gli chiudeva il passaggio, potè circondare i nemici con parte della sua infanteria. Allora furono rotti gli Arragonesi, fatti prigionieri quasi tutti i loro capitani, saccheggiato il loro quartiere, ed i soldati dello Sforza arricchiti colle spoglie della corte. Alfonso si chiuse in Castelnuovo, preparandovisi a sostenere un assedio. Ma per compiere la rivoluzione ch'egli aveva cercato d'operare in Napoli aveva ordinato che si allestisse una flotta in Catalogna, la quale, composta di ventidue galere con otto grossi vascelli e con truppe da sbarco, giunse in faccia a Napoli l'undici giugno del 1423, quindici giorni dopo la battaglia delle Formelle. Lo Sforza tentò invano d'impedire lo sbarco de' soldati; egli fu a poco a poco respinto fuori di Napoli, e costretto di condurre la regina ad Aversa nel castello ch'erasi a lui reso[447].
La regina divisa da Caraccioli abbandonavasi alla disperazione, ed avrebbe sacrificate le migliori province, e tutto il regno per la libertà dell'amante. Malgrado la lunga nimicizia dello Sforza col gran siniscalco, il primo acconsentì per ricuperarlo a dare in cambio ad Alfonso i venti più distinti prigionieri, che aveva fatti alla battaglia delle Formelle. In allora il siniscalco ed il contestabile, riuniti presso la regina, la persuasero ad appoggiarsi per sua difesa al partito di Angiò; Lodovico, che viveva povero a Roma, fu invitato ad Aversa presso Giovanna, la quale scrisse a tutte le corti d'Europa per dichiarare che essendosi Alfonso demeritato colla sua ingratitudine il favore accordatogli, ella rivocava la fatta adozione, e gli sostituiva Lodovico III, duca d'Angiò, che dichiarava duca di Calabria e presuntivo erede del regno; oltre di che gli permise di conservare il titolo di re, che già portava, onde non fosse d'inferiore rango al suo rivale. Lodovico, ch'era di carattere dolce e probabilmente debole, non ispinse mai le sue pretese al di là di quanto compiacevasi la regina di accordargli; poco tempo si trattenne in corte, ed essendosi recato nella Calabria, seppe rendere caro il proprio governo a' suoi sudditi[448].
Frattanto Alfonso vide con grandissima pena riunirsi contro di lui le due antiche fazioni di Durazzo e d'Angiò, ed il papa appoggiare con tutte le sue forze le misure che per escluderlo dalla sua eredità prendeva la regina. Egli invitò Braccio di Montone ad accorrere in suo soccorso, ma Braccio, che in pari tempo era in forza de' suoi obblighi chiamato a difendere i Fiorentini contro il duca di Milano, non sapeva risolversi a levare l'assedio dall'Aquila; perciocchè questa città l'aveva irritato colla sua resistenza; egli credeva il suo onore compromesso, aveva in questa guerra praticati atti di crudeltà di cui non erasi mai inaddietro macchiato[449], e gli abitanti dell'Aquila opponevano a' suoi attacchi una gagliarda ostinazione resa maggiore dalle sue crudeltà. Inoltre erano essi stati assicurati della più efficace protezione per parte della regina e del papa; ed accostumati in mezzo alle montagne, alla più dura e laboriosa vita, più pazientemente che ogni altro popolo d'Italia sopportavano i disagi e le privazioni della guerra. Alfonso, vedendo che non poteva persuadere Braccio a levare quell'assedio, non si trovò abbastanza forte per sostenersi solo contro la regina e lo Sforza. Altronde lo richiamavano in Ispagna gli affari di quel regno, ove voleva ottenere la libertà di suo fratello, prigioniere del re di Castiglia. Partì adunque colla sua flotta per le coste della Catalogna, e lasciò don Pedro d'Arragona, altro suo fratello, a Napoli con alcuni condottieri italiani[450]. Viaggio facendo sorprese Marsiglia, che saccheggiò per tre giorni, per vendicarsi di Lodovico d'Angiò, cui apparteneva questa città.
Dopo la partenza d'Alfonso, la regina Giovanna, più non si vedendo minacciata da immediato pericolo, volse il pensiero a liberare gli abitanti dell'Aquila, che in undici mesi d'assedio avevano consumate le loro munizioni ed i viveri, e che caldamente chiedevanle soccorso. Ordinò dunque allo Sforza d'aiutarli; e questi si pose in cammino nel cuore dell'inverno con suo figliuolo Francesco, ed il 4 gennajo del 1424 giunse in riva al fiume Pescara. Alcuni soldati di Braccio occupavano la città di tal nome, i quali avevano afforzate le rive del fiume con palafitte, dietro le quali si erano appostati alcuni arcieri. Ma lo Sforza tenendo dietro alla riva volle guadare il fiume presso alla sua foce, persuaso di trovare un facile passaggio nelle acque del mare. Vi entrò armato di tutto punto col caschetto in testa e colla lancia in mano, seguìto da quattrocento corazzieri che con lui giunsero sull'altra riva, di dove scacciarono i nemici. Intanto i venti di mezzodì, essendosi rinforzati, spinsero nel fiume le acque del mare, che lo gonfiarono a dismisura, rendendone il guado assai pericoloso. Il rimanente de' corazzieri, che trovavasi ancora sull'opposta riva, ricusava d'ubbidire allo Sforza che gli accennava d'avanzare: egli, impaziente della loro tardanza, spinse di nuovo il suo cavallo in mezzo alle acque per condurre egli stesso i suoi soldati; ma giunto in mezzo al fiume, vedendo uno de' suoi paggi in balia delle acque vicino ad annegarsi, egli s'abbassò per prenderlo, e nello stesso istante mancarono i piedi di dietro al suo cavallo. Lo Sforza cadde di sella, e scomparve sotto le acque, mentre il cavallo cercava di salvarsi a nuoto. Due volte fu veduto questo guerriero, coperto di troppo pesanti armi per poter nuotare, alzare fuori delle acque le mani coperte di guanti di ferro, e giugnerle in atto supplichevole; ma l'onda lo strascinò senza che si potesse ajutarlo, ed il suo cadavere non fu mai trovato. Così morì in età di cinquantaquattro anni uno de' più intraprendenti ed intrepidi, uno de' più valorosi generali e de' più esperti politici che avesse fino allora prodotti l'Italia[451].
L'armata che lo Sforza aveva creata, e che teneva riunita coll'ascendente del suo genio, e colla confidenza che ispirava ai compagni della sua fortuna, poteva essere disciolta nello stesso istante della sua morte. Verun legame di dovere o d'onore stringevano gli uomini che avevano servito sotto le sue insegne; tutti risguardavano con perfetta indifferenza la lite tra Alfonso e Giovanna, e non cercavano nella guerra che il soldo ed il saccheggio. Perciò poteva temersi che offrissero i loro servigj a Braccio, cui erano tanto vicini; e di già pochi mesi prima alcuni di loro avevano congiurato contro Francesco, figliuolo dello Sforza, che aveano accompagnato in Calabria[452]. L'armata dello Sforza non era soltanto la più importante parte della sua eredità, ma inoltre la garanzia di tutto il rimanente. La regina gli aveva accordati ragguardevoli feudi, meno come ricompensa de' passati servigi, che come prezzo di quelli che da lui si riprometteva in avvenire; ed avrebbe indubitatamente spogliato di molti beneficj il di lui figliuolo, quando non avesse sperato qualche compenso. Il figliuolo dello Sforza non diede mai prova maggiore di forza d'animo e di presenza di spirito quanto in questa difficile circostanza, nella quale, malgrado il turbamento e il dolore che gli cagionava la morte del padre, seppe tener uniti sotto le stesse insegne i suoi soldati, farli giurare di non abbandonarlo, ridurli a promettergli ubbidienza, sebbene fosse il più giovane dei capitani che avevano militato sotto suo padre, e finalmente togliere loro con una sorprendente attività il tempo di riflettere e la tentazione di rendersi indipendenti. Visitò alla testa delle sue truppe tutti i feudi donati a suo padre, e che formavano la sua eredità; si assicurò della ubbidienza de' suoi vassalli, indi tornò ad Aversa, ove la regina, a lui grata per avere saputo conservarle un'armata, gli confermò il comando delle sue truppe, ordinando a lui ed a' suoi fratelli di prendere il nome di Sforza, reso famoso dal padre, ma che fin allora non era stato che un suo soprannome[453].
Prima che Francesco Sforza tornasse in Aversa una flotta genovese di quattordici grandi vascelli, e di ventidue galere era giunta nelle acque di Napoli sotto gli ordini di Guido Torello, generale al servizio del duca di Milano. Filippo Maria Visconti aveva recentemente conchiusa un'alleanza colla regina Giovanna e col papa contro il re d'Arragona, ed aveva facilmente determinati i Genovesi, suoi nuovi sudditi, a fare i più grandi sforzi per combattere con lui i Catalani loro perpetui rivali. Per altro i Genovesi avevano creduto di servire sotto gli ordini di Francesco Carmagnola, governatore della loro città, nel quale avevano intera confidenza, e non furono meno indispettiti di questo generale medesimo, quando un nuovo favorito del duca venne a soppiantare quest'illustre guerriero, ed a prendere il comando di una flotta, che poteva dirsi creata dal nome del Carmagnola[454]. Peraltro Guido Torello ottenne nella spedizione molti vantaggi: prese Gaeta, Procida, Castell'a Mare, Sorrento e Massa, indi condusse la sua flotta in faccia a Napoli. Nello stesso tempo Francesco Sforza attaccava la città dalla banda di terra. L'infante don Pedro di Arragona non aveva che pochi Spagnuoli sotto i suoi ordini; i condottieri italiani lo servivano senz'amore; Bernardino della Carda degli Ubaldini lo abbandonò per raggiugnere Braccio da Montone suo antico generale, e Giacomo di Caldora, dopo aver trattato coi nemici, aprì finalmente le porte di Napoli a Francesco Sforza. L'armata della regina, ricuperando la sua capitale, non commise violenze contro gli abitanti: don Pedro si chiuse in Castelnuovo cogli Arragonesi, ed il Caraccioli non volle che si assediasse, per tenere Lodovico d'Angiò più sommesso col timore del suo rivale[455].
Intanto Braccio di Montone trovavasi sempre all'assedio dell'Aquila. Allorchè fu avvisato che l'armata dello Sforza avanzavasi contro di lui, che un distaccamento aveva di già passato il fiume di Pescara, e battute le truppe che lo difendevano, aveva determinato di levare l'assedio, e già si era allontanato poche miglia dall'Aquila, quando tre corrieri, speditigli uno dopo l'altro, gli annunciarono la morte del suo rivale, altre volte suo compagno d'armi e suo amico. Allorchè seppe l'accaduto dimenticò l'accanimento con cui aveva contro di lui combattuto, il pericolo che gli sovrastò, ed il timore che gli aveva fatto abbandonare un assedio continuato undici mesi con tanta ostinazione; pianse il grand'uomo che l'Italia aveva perduto, e si credette egli stesso minacciato di vicina morte; quasi che fosse tempo di ritirarsi dall'arena, quando il suo rivale non poteva più combattervi. I sentimenti degli eroi del quindicesimo secolo erano quasi sempre sotto l'influenza degli astrologhi e degl'indovini, e questi avevano dato maggior valore ai presentimenti di Braccio. Si dice che precedentemente essi avevano annunciate le circostanze della morte di questi due capitani, che avevano raccomandato allo Sforza di non esporsi ai fiumi, e di risguardare il lunedì come giorno infausto; che la vigilia del passaggio del fiume un sogno gli aveva prenunciata la sorte che lo aspettava; che il suo stendardo era caduto innanzi a lui, mentre entrava nelle acque, e che i suoi ufficiali lo avevano inutilmente supplicato a non disprezzare tanti funesti presagi. Dall'altro canto gl'indovini avevano annunciato a Braccio, che non sarebbe sopravvissuto al suo emulo, e l'avveramento delle prime loro predizioni dava maggior peso alla seconda[456].
Qualunque si fosse l'impressione che tali presagi avevano fatto sulla mente di Braccio, non lasciò di spingere con tutto l'ardore l'assedio dell'Aquila. Dal canto loro gli abitanti di questa città, privi de' soccorsi che aspettavano dallo Sforza, non perciò si scoraggiarono; non s'arresero alle intimazioni di Braccio; distribuirono le vittovaglie con maggiore economia, e fecero sapere alla regina che credevansi in istato di potersi difendere fino al primo giorno di giugno, supplicandola a non differire dopo tale epoca a soccorrerli[457].
Tostocchè Giovanna si vide in possesso della sua capitale, pensò a liberare una città fedele, che da sì lungo tempo, per cagion sua, soffriva tanti patimenti, e ad allontanare dai confini del regno il solo nemico che poteva darle timore. Martino V prometteva di assecondarla con tutte le sue forze, ed il duca di Milano le spedì ajuti, onde impedire Braccio di soccorrere i Fiorentini. L'armata combinata di questi tre sovrani si adunò sotto Giacomo di Caldora, il più attempato de' condottieri che militavano nel regno di Napoli; e Francesco Sforza con tutta la sua valorosa gente si pose sotto il di lui comando.
L'armata del Caldora era del doppio o del terzo più numerosa di quella di Braccio; ma questi invece aveva il vantaggio del terreno, imperciocchè i suoi nemici, per giugnere al piano in cui era accampato, dovevano attraversare le scoscese montagne di san Lorenzo; e la cavalleria pesante non poteva, senza grandissimo pericolo, scendere per que' tortuosi sentieri in faccia al nemico. Ma Braccio, troppo impaziente per rimanere lungo tempo in tanta incertezza, volle affidare la sorte della guerra ad una sola battaglia. Opponeva al numero de' nemici la fiducia ne' proprj talenti, e lo sperimentato valore de' suoi soldati. Egli null'altro temeva che di vedere il Caldora procrastinare la guerra, a cagione delle difficoltà del passaggio della montagna; onde gli spedì un araldo per invitarlo ad una battaglia, promettendogli di aspettarlo nella pianura e di non attaccarlo nelle gole della montagna, di cui gli dava il libero passaggio. Il Caldera risguardò tale disfida come una rodomontata, e credendo di non si dover fidare alla promessa che l'accompagnava, non volle accettarla e rispose ancor esso con altra braveria. Ma Braccio, che credevasi legato dalla fatta offerta, non trascurò in ogni modo di trarre vantaggio dai luoghi che occupava. Chiuse il canale del piccolo fiume che scorre presso l'Aquila, facendo che le sue acque inondassero la pianura dove aspettava i nemici, e si tenne sicuro che quando i loro cavalli scenderebbero stanchi dalla montagna, ed entrerebbero in uno sconosciuto pantano, gli sarebbe agevole il tirar profitto dal loro disordine[458].
Il Caldora, dopo avere inutilmente tentato di soccorrere la città senza dare battaglia, o senza aprirsi altrove un passaggio per giugnere all'Aquila, si trovò costretto di prendere la strada della montagna di san Lorenzo. Tremavano i cavalieri scendendo per quegli angusti e sinuosi sentieri, ove trovavansi in balìa de' nemici. Osservavano al di sopra di loro l'infanteria occupare le strette per le quali passavano. Ma Braccio l'aveva colà posta per tagliare la ritirata alle truppe della Chiesa, non per impedire che si avvicinasse, e malgrado le istanze de' suoi ufficiali, non volle dare cominciamento alla battaglia prima che il Caldora fosse giunto in sul piano con tutti i suoi corazzieri.
Aveva Braccio incaricato Niccolò Piccinino, il migliore de' suoi capitani, di custodire con quattro compagnie di sessanta corazzieri la porta dell'Aquila, e di non abbandonare quel posto, per qualsiasi motivo. Aveva mandata tutta l'infanteria sulle alture, perchè attaccasse i nemici alle spalle, tostocchè fossero dalla cavalleria disordinati. Il 2 giugno del 1424 diede cominciamento alla battaglia alla testa de' suoi corazzieri tre volte meno numerosi che quelli del Caldora; e col consueto suo impeto spinse bentosto il nemico alle falde della montagna, e lo sgominò affatto. Michelotto Attendolo, uno dei parenti dello Sforza, fece allora avanzare l'infanteria, con ordine di approfittare della mischia per cacciarsi sotto i cavalli, e ferirli di fianco; ed infatti i pedoni dello Sforza smontarono in poco tempo molte compagnie de' corazzieri di Braccio, e sparsero il disordine nel rimanente. In questo istante Niccolò Piccinino, volendo riordinare i suoi commilitoni, abbandonò la guardia della porta che gli era stata affidata, malgrado il contrario ordine di Braccio, e mentre questi non aveva potuto dare i convenuti segni all'infanteria, quando aveva appunto bisogno di farla scendere dalle alture che occupava; la battaglia fu perduta, perchè i primi abbandonarono la loro posizione ed i secondi si ostinarono a restare ove si trovavano. Quando gli abitanti dell'Aquila videro che le loro porte erano libere, uscirono in numero di sei mila e piombarono alle spalle dell'armata di Braccio, il quale mentre scorreva le file per incoraggiare i suoi soldati, fu ferito nella gola da un colpo di spada, e rovesciato da cavallo. I suoi guerrieri, sentendo che era caduto, si posero tutti in fuga. Braccio, rialzato dai suoi nemici, venne condotto alla tenda del Calodra: ma egli non volle mai nè rispondere, nè fare segno alle generose offerte ed ai conforti che gli davano i suoi nemici. A molti de' suoi soldati, ch'erano con lui prigionieri, venne permesso di recarsi presso al loro generale e di parlargli senza testimonj, ma non ottennero giammai da quell'anima alteramente feroce alcun segno d'aggradimento delle loro cure, nè mai volle prendere cibo. Sebbene i medici avessero dichiarato che la ferita non era mortale, dopo avere passati tre giorni senza mangiare o bevere o pronunciare una sola parola, morì di cinquanta sei anni il 5 giugno del 1424. I gemiti ed i singhiozzi de' suoi soldati risuonarono nel campo de' vincitori; ed una vittoria conseguita colla morte di così grand'uomo riuscì rincrescevole agli stessi suoi nemici. Il suo cadavere fu mandato a Roma, ove il papa lo fece seppellire in luogo profano, siccome scomunicato[459].
La morte di Braccio distrusse in un istante il principato ch'egli aveva formato. Perugia il 19 di luglio aprì le porte al papa, a condizione che gli emigrati del partito de' Raspanti non sarebbero richiamati in città, e che il castello di Montone, patrimonio degli antenati di Braccio, verrebbe consegnato al conte Oddo suo figliuolo. Le altre città dello stato della Chiesa seguirono l'esempio di Perugia, e Martino V rivocò la scomunica pronunciata contro di loro[460]. Capoa ed i varj feudi, ch'erano stati accordati a Braccio nel regno di Napoli, tornarono alla regina. Il conte Oddo, figliuolo di Braccio, coll'ajuto di Niccolò Piccinino, raccolse una parte dell'armata paterna, ed i Fiorentini, che di quest'epoca avevano estremo bisogno di truppe, presero questi due generali al loro soldo con quattrocento lance, ossiano mille due cento corazzieri[461].
Il duca di Milano, non contento di avere violato il trattato conchiuso coi Fiorentini, disponendo di Sarzana, città posta al di là della Magra e dei confini ch'egli medesimo aveva stabiliti ne' trattati alle sue conquiste, aveva pure mandate, dietro domanda del legato, truppe a Bologna per attaccare Castel Bolognese, ove si erano rifugiati gli eredi della casa Bentivoglio[462]. Da ogni lato le sue armate s'andavano avvicinando alla Toscana, ove cercava di ravvivare il partito che in addietro vi aveva avuto suo padre. Dopo la morte di Giorgio degli Ordelaffi, signore di Forlì, accaduta il 25 gennajo del 1422, la di lui vedova Lucrezia degli Alidosi, figlia del signore d'Imola, era rimasta tutrice di suo figlio, Teobaldo degli Ordelaffi, in età di soli nove anni, e governava il suo piccolo stato sotto la protezione dei Fiorentini. Ma sua cognata, Catarina degli Ordelaffi, erasi posta alla testa del partito ghibellino di Forlì. Incoraggiata dalle segrete offerte del duca di Milano, eccitò il popolo a prendere le armi ed il 14 maggio del 1423 fece arrestare sua cognata Lucrezia, e scacciare tutti gli Imolesi e tutti i Fiorentini che questa aveva chiamati a Forlì, introducendo in loro vece in città una guarnigione milanese[463]. Questa era dal canto del duca di Milano un'espressa violazione del trattato di pace; perciocchè aveva riconosciuto che tutta la Romagna fosse sotto la protezione dei Fiorentini, ed erasi obbligato a non prendere parte nelle rivoluzioni di questa provincia. I Fiorentini mandarono a Forlì Pandolfo Malatesti, per liberare la fortezza assediata dai Milanesi; ma questo principe fu battuto il 6 settembre 1423 a ponte a Ronco dal generale del duca di Milano, e da quell'istante la guerra si accese in Romagna[464].
Filippo Maria più non si tenendo obbligato da alcun rispetto, fece entrare in Romagna Agnolo della Pergola con una più numerosa armata. Questo generale, passando a canto ad Imola, sorprese questa città il 10 febbrajo del 1424, approfittando del gelo che aveva agghiacciate l'acque delle fosse in modo da potervi camminar sopra[465]. Luigi degli Alidosi, preso nella sua capitale, fu mandato nelle prigioni di Milano; pochi giorni dopo Guid'Antonio di Manfredi, signore di Faenza, dichiarossi a favore del duca, ed il papa, favoreggiando lo stesso partito, richiamò da Bologna il legato Condolmieri perchè creduto amico dei Fiorentini[466].
La guerra per questi ultimi ricominciava sotto i più svantaggiosi auspicj; Braccio, che doveva essere il loro principale difensore, e che riceveva un'annua pensione come prezzo de' servigj che doveva prestare ad ogni inchiesta, dopo avere lungo tempo deluse le loro istanze era stato rotto con tutta la sua armata. I deputati fiorentini erano stati spogliati dai vincitori nel suo campo, ov'eransi recati per portargli sessanta mila fiorini pel soldo delle truppe[467]. Per rimpiazzarlo i dieci della guerra avevano assoldato Carlo Malatesti, signore di Rimini, ed avevano adunata sotto i di lui ordini un'armata di dieci mila cavalli e di tre mila pedoni, i di cui principali capi erano Pandolfo Malatesti, Orso Orsini, Luigi degli Obizzi, e Niccolò di Tolentino[468]. Ma Carlo, avendo voluto soccorrere il conte Alberico da Barbiano, alleato della repubblica, che trovavasi assediato da Pergola nel suo castello di Zagonara, il 27 luglio venne a battaglia col generale milanese, dopo avere con una lunga marcia in disastrose strade e sotto una violenta pioggia stancata la sua gente ed i cavalli, onde fu compiutamente rotto e fatto prigioniero con molti suoi ufficiali. Il duca di Milano, che talvolta lasciava la sua bassa e perfida condotta per agire con cavalleresca generosità, accolse il Malatesti colle più vive dimostrazioni di affetto e di rispetto, quando gli fu condotto prigioniero a Milano; dimenticò la sua nimicizia, per non risguardarlo che come uno degli amici di suo padre ed uno de' suoi tutori, e dopo averlo trattenuto alcun tempo tra le feste ed i piaceri della sua capitale, lo rimandò libero senza taglia con tutti i prigionieri. Da quest'istante il Malatesti, vinto dalle cortesie del duca, abbandonò i Fiorentini per attaccarsi a questo principe[469].
Il conte Oddo, figliuolo di Braccio da Montone, e Niccolò Piccinino giunsero in appresso a Firenze cogli avanzi dell'armata disfatta innanzi all'Aquila. Il Piccinino, dopo avere raccolti i soldati fuggiti alla rotta di Zagonara, tenne in dovere alcuni castelli dello stato d'Arezzo che di già apparecchiavansi alla ribellione; ma quando volle in appresso passare in Romagna cadde, mentre attraversava la valle di Lamone, il 1.º febbrajo del 1425, in un'imboscata di contadini; cadde morto il conte Oddo, egli stesso venne fatto prigioniero, e dispersa per la terza volta tutta l'armata fiorentina[470]. Vero è che il Piccinino prigioniere venne condotto presso Guid'Antonio Manfredi, signore di Faenza, il quale aveva motivo d'essere scontento del duca. Ammesso alla sua confidenza, gli fece sentire quanto più vantaggiosa gli sarebbe l'alleanza de' Fiorentini che non quella del Visconti, e lo persuase a cambiare partito. Il signore di Faenza dichiarò la guerra al duca di Milano il 29 marzo del 1425 e rese la libertà al generale suo prigioniero[471].
Nello stesso tempo i Fiorentini fecero avanzare un'altra armata nella Liguria, mentre che di concerto con Alfonso d'Arragona avevano armata una flotta di ventiquattro galere catalane, che presentossi in faccia al porto di Genova il 10 aprile del 1425. L'antico doge, Tomaso di Campo Fregoso, era a bordo di questa flotta, sperando di ridestare lo zelo de' partigiani di sua famiglia, dei Fieschi e di tutto il partito guelfo. Ma invano egli chiamò i Genovesi a scuotere il giogo di Filippo e dei Ghibellini; l'odio del popolo contro i Catalani era più forte che l'odio per la tirannide; e la flotta arragonese dovette ritirarsi, e l'armata fiorentina in cui trovasi un fratello del doge, fu battuta a Rapallo[472].
Niccolò Piccinino, che la repubblica risguardava come il suo più fedele capitano, avendo avuto qualche diverbio coi dieci della guerra, lasciò il servigio dei Fiorentini per passare a quello del duca di Milano, che di già aveva preso al suo soldo Francesco Sforza con due mila cavalli[473]. Poco dopo Bernardino della Carda degli Ubaldini, nuovo generale della repubblica, fu battuto ad Anghiari il 9 di ottobre da Guido Torello: e per ultimo il 17 dello stesso mese i Fiorentini provarono un'eguale disfatta alla Fagiuola; era questa la sesta, dopo cominciata la guerra, senza che in mezzo a tante perdite ottenessero nulla di prospero[474].
A questa serie di sciagure i Fiorentini opposero un indomabile coraggio. Adunarono per la settima volta la loro armata, e si posero in su le difese. Intanto andavano affrettando ad unirsi a loro tutte le potenze interessate a mantenere l'equilibrio dell'Italia, e spedirono ambasciatori all'imperatore Sigismondo, al papa ed ai Veneziani. Il primo troppo occupato dai Turchi e dagli Ussiti, ed il secondo accecato dalla sua collera, non le promisero verun soccorso[475]; ma i Veneziani parvero commossi, onde la repubblica mandò loro tre successive ambasciate per affrettarli a dichiararsi; ed i signori di Mantova, di Ferrara e di Ravenna, che cominciavano a temere per sè medesimi l'ambizione del Visconti, appoggiarono le istanze de' Fiorentini[476].
Un trattato di pace legava ancora per cinque anni il duca di Milano e la repubblica di Venezia; ma il duca non mostravasi scrupoloso osservatore di tali obblighi, ed erano palesi le sue pretensioni sulle città di Verona, di Vicenza ed ancora di Padova e di Treviso, perchè suo padre le aveva possedute prima che venissero in potere della repubblica. Bentosto un uomo, rifugiatosi a Venezia dopo essere stato ne' consigli del duca, fece sentire alla repubblica che invano differirebbe una guerra, cui in verun modo non avrebbe potuto sottrarsi.
Era questi il conte Francesco Carmagnola, lungo tempo il favorito del duca di Milano, di cui aveva per così dire creata la potenza. Per compensarlo de' suoi meriti il duca lo aveva ricevuto nella propria famiglia, e datogli il nome di Visconti; ma dopo qualche tempo era caduto in disgrazia del suo signore, cui davano grandissima cagione di gelosia le immense sue ricchezze, l'affetto de' soldati, e perfino la memoria de' suoi servigj, troppo importanti per un principe ingrato. Di già il comando della flotta Genovese, destinata all'impresa di Napoli, era stato tolto al Carmagnola per esser dato a Guido Torello[477]. Non molto dopo Filippo volle privare il Carmagnola del comando di trecento cavalli, che questi conservava unitamente al governo di Genova, onde il generale scrisse al duca supplicandolo di non allontanare dai soldati un uomo come lui, nato e cresciuto tra le armi; ma egli non ebbe risposta. Partì in allora per Abbiate Grasso, ove trovavasi la corte; e per la prima volta il Carmagnola si vide negato l'ingresso agli appartamenti del sovrano, sotto pretesto che il duca era occupato in affari: insistette, e non gli fu risposto; alzò la voce in maniera di farsi sentire da Filippo, protestando la propria innocenza, accusando gl'invidiosi, e giurando in fine che si farebbe desiderare, e che quello che gli chiudeva la porta, si pentirebbe un giorno di non averlo ascoltato. Subito dopo partì co' suoi cavalieri, e più non fermossi, finchè non giunse ad Ivrea sul territorio del duca di Savoja. Presentossi ad Amedeo, di cui era nato vassallo; gli appalesò i progetti del Visconti contro di lui, lo esortò a prendere le armi fin ch'era in tempo, ed a prevenire l'attacco del suo nemico, poichè non poteva schivarlo[478]. Attraversò in appresso la Savoja e la Svizzera per recarsi a Venezia, ove giunse il 23 febbraio del 1425, ed operò ancora con maggior calore presso il senato di questa repubblica, che non aveva fatto presso il duca di Savoja per vendicarsi di un principe che dimenticava i suoi beneficj, lusingandosi di abbassarlo come lo aveva innalzato. Dal canto suo Filippo, informato delle pratiche del Carmagnola, gli fece confiscare tutti i suoi beni, che in allora davano il reddito di quaranta mila fiorini[479].
Subito dopo il suo arrivo in Venezia era stato il Carmagnola preso al servizio della repubblica con trecento lance; ma il senato non si riduceva ad accordargli intera confidenza, dubitando che potesse essere simulata la sua contesa col duca, e sapendosi che altri ministri del duca si erano rifugiati presso i suoi nemici per averne il segreto, e per tradirli. La signoria tardava ancora a dare una soddisfacente risposta agli ambasciatori fiorentini: temeva di venire in aperta rottura col duca e voleva prendere consiglio dagli avvenimenti. Frattanto ogni mese sentivansi accaduti nuovi disastri alla repubblica fiorentina, e Lorenzo Ridolfi, uno dei dieci della guerra, ch'era venuto in qualità d'ambasciatore a Venezia, gridò nel consiglio con impazienza: «Signori, i vostri indugi hanno di già reso Filippo Visconti e duca di Milano, e signore di Genova, e sagrificando noi, voi andate a farlo re d'Italia; ma noi pure, se saremo forzati di assoggettarci a lui, lo faremo imperatore[480].»
Un tentativo del duca di Milano per far avvelenare a Treviso il Carmagnola dissipò tutti i dubbj che i Veneziani avevano sul reciproco odio del principe e del suo generale[481]; e ciò diede maggior peso alle rimostranze del Carmagnola. Il senato si adunò finalmente il 14 dicembre del 1425, per prendere una finale risoluzione; e gli ambasciatori di Firenze, quelli di Milano, ed il Carmagnola furono ammessi a parlare innanzi a così augusta assemblea.
Lorenzo Ridolfi, dopo avere ricordato l'odio che costantemente si mantenne tra i tiranni e le città libere, odio che può rimanersi coperto, ma non mai spento in fondo dei cuori; dopo avere dimostrato quale era stata la costante politica della casa Visconti, e la serie delle sue usurpazioni; finalmente dopo avere dimostrato che il duca aveva violati tutti gli obblighi contratti con Firenze, chiamò i Veneziani a pensare al proprio pericolo. «Di già, egli disse, noi ci siamo spogliati con questa guerra; abbiamo sparse per tutta l'Italia le gemme ed i giojelli delle nostre spose e delle nostre figlie; e tutto abbiamo venduto quanto avevamo di prezioso per combattere. Le nostre spese ammontano a più di due milioni di fiorini d'oro, che quando si fosse venduta l'intera Firenze non sarebbesi avuta così gran somma. Ma dopo di noi voi sarete i primi ad essere schiacciati. Se voi amate quella libertà di cui si gloria a ragione la vostra città, finchè siete ancora liberi, unite le vostre armi a quelle degli uomini liberi. Dividete con noi la cura della salvezza pubblica, finchè ci resta la forza ed il coraggio di difendere la nostra dignità; imperciocchè noi cerchiamo alleati per dividere con loro il peso della guerra, non per gettarlo addosso a loro: per pesante ch'egli sia noi ne sopporteremo ancora la maggior parte»[482].
L'ambasciatore milanese purgò il suo padrone dalle imputazioni dei Fiorentini; diede plausibili motivi alla guerra che egli sosteneva contro di loro; e per provare la moderazione dei Visconti, ricordò la lunga amicizia che gli aveva legati ai Veneziani, sebbene dopo le conquiste di Giovanni Galeazzo i due stati fossero diventati limitrofi[483]. Ma Francesco Carmagnola, che parlò l'ultimo, fece evidentemente conoscere quanto il duca fosse alieno dal voler mantenere i trattati che aveva giurati. Palesò i suoi macchinamenti ed i segreti intrighi; soprattutto dipinse il di lui carattere; la sua segreta ambizione, non proporzionata alle forze del suo stato, non al vigore della sua anima, non ai talenti del suo spirito. Mentre i suoi tesori erano esausti, e che l'odio de' suoi popoli era esacerbato, lo rappresentò chiuso ne' suoi giardini ascoltando i vani ragionamenti de' suoi cacciatori, e parlando soltanto di feste e di piaceri coi suoi favoriti. Intanto i suoi generali non potevano ottenere di vederlo, quando ancora per lui si esponevano ai rischi delle battaglie; onde i suoi ministri, contro de' quali niuno era ammesso a parlare, erano in libertà di opprimere il popolo colle imposte. «Egli tiene in prigione (soggiunse egli) mia moglie e le mie figlie, credendo d'essere con ciò ancora mio padrone; ma dovunque io mi sentirò libero, crederò d'avere trovata una patria. Questa città, che apre un asilo ai mercanti di tutte le nazioni e di tutte le religioni, non ne ricuserà certo uno al Carmagnola. Io reco pure tra le vostre mura il mio mestiere, quello della guerra. Datemi delle armi, datemele contro quello che mi ha ridotto a questa dura necessità, e voi allora vedrete se io saprò difendere voi e vendicare me stesso[484].»
Il senato di Venezia era di già scosso da questo ragionamento e da quello di Giovan Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, che invocava la protezione della repubblica contro il Milanese[485]: il doge Francesco Foscari terminò di strascinare gli spiriti. «Ajutiamo i Fiorentini, gridò egli, mentre che Dio gli ajuta, mentre s'ajutano pure da sè medesimi: sappia tutto il mondo che i nostri amici ed i nostri veri alleati sono quelli che, come noi, si sagrificano per la libertà; che, ovunque la libertà spiega le sue insegne, venga altresì ripetuto il nome veneziano[486].» Il trattato d'alleanza tra Firenze e Venezia fu sottoscritto. Le due repubbliche si obbligarono a mettere in campo a spese comuni sedici mila cavalli ed otto mila fanti. Promettevano i Fiorentini di equipaggiare una flotta sul mare di Genova, ed i Veneziani di farne rimontare una per il Po. Finalmente tutte le conquiste che colle loro armi potrebbero essere fatte in Lombardia dovevano appartenere ai Veneziani[487]. Il marchese di Ferrara, il signore di Mantova, i Sienesi, il duca Amedeo di Savoja ed il re d'Arragona entrarono successivamente in quest'alleanza, e la guerra fu dai confederati dichiarata al duca di Milano il 27 gennajo del 1426[488].
Il Carmagnola adunò le sue truppe nello stato di Mantova, mentre il marchese d'Este formava un'armata sul Panaro, ed i Fiorentini ingrossavano quella che Niccolò di Tolentino, loro generale, comandava in Toscana. Il Carmagnola voleva aprire la campagna colla sorpresa di Brescia. Aveva molti partigiani in quella città, ch'egli aveva di già tolta a Pandolfo Malatesti, e di cui si era fin d'allora dichiarato il protettore. Tutti i Guelfi che abitavano in un separato quartiere circondato di mura, erano malcontenti della casa Visconti che gli opprimeva; alcuni soldati avevano pure promesso d'aprire la cittadella ai Veneziani; ma si suppone che il duca di Milano, dopo avere scoperta la loro trama, prendesse le opportune misure per conservare le fortezze, e chiudesse gli occhi sulle pratiche de' Guelfi, che pure gli erano note, onde prendere motivo, tostocchè si manifestassero, d'infierire contro quella fazione e di confiscarne i beni[489].
La città di Brescia era in allora formata di molti quartieri difesi da separate fortificazioni. Eravi sulla montagna che la signoreggia una fortezza circondata da doppie mura, e sostenuta da torri, le une alle altre assai vicine. Un secondo giro di mura formava sotto alla prima una seconda fortezza, abitata dai Ghibellini; al di sotto, in sulla diritta, trovavasi la terza, detta la cittadella nuova, spettante alla Porta Filaria; ed era a mano manca l'altro quartiere, che stendesi nel piano, formante la più bassa parte di Brescia, che chiamavasi città guelfa. In questo solo quartiere fu introdotto il Carmagnola il 17 marzo del 1426, senza che gli fosse pur data la porta di Garzetta, che trovasi in fondo alla città, perchè custodita dalla guarnigione milanese[490].
La prima notizia dell'occupazione di Brescia cagionò molta gioja in Venezia ed in Firenze; ma quando seppesi che il Carmagnola non era padrone che di alcune strade e di poche piazze, mentre tutti i luoghi forti della città si conservavano pel duca di Milano, si perdette la speranza ch'egli vi si potesse mantenere, tanto più che Guido Torello, Francesco Sforza, Niccolò Piccinino ed altri illustri capitani si avanzavano per riprendere così importante città. Per altro il Carmagnola supplì colla sua attività al pericolo della propria situazione; separò con una fossa larga e profonda il quartiere ch'egli occupava dalla più vicina fortezza, ed intraprese nel tempo medesimo l'assedio di porta Garzetta. Quando Niccolò di Tolentino, generale dei Fiorentini, giunse nel suo campo, cominciò pure l'assedio di due cittadelle; e perchè non potessero ricevere esterni soccorsi, le chiuse con una fossa lunga più di due miglia, e larga venti piedi sopra dodici di profondità. In questi diversi assedj si rinnovavano le zuffe senza interrompimento; e l'artiglieria, che cominciava in allora ad essere comunemente adoperata, essendo più micidiale che per l'addietro, distruggeva facilmente quelle fortificazioni che non erano state fatte per resistere alla sua furia. La porta di Garzetta fu la prima ad arrendersi, e poco dopo la cittadella nuova. Angelo della Pergola ricondusse dalla Romagna per ordine del duca l'armata con cui vi aveva sostenuta la guerra e passò il Panaro per negligenza, o per connivenza del marchese d'Este, che aveva sopra di sè la difesa di quel passaggio. Per tal modo tutti i condottieri del duca si trovavano riuniti in vicinanza di Brescia, formando un esercito di oltre quindici mila corazzieri con un proporzionato numero d'infanteria: ma la gelosia de' capi e la loro insubordinazione posero ostacolo ai profitti che tirar potevano da così ragguardevoli forze. Essi non attaccarono le linee del Carmagnola che quand'era troppo tardi per poterle superare, e furono respinti con perdita; indi i Bresciani, assediati nelle diverse loro fortezze, dovettero successivamente arrendersi. Cinque diverse capitolazioni cedettero a lunghi intervalli i diversi quartieri della città ai Veneziani: la cittadella vecchia ultima si arrese il 20 novembre del 1426, e compì la conquista di Brescia[491].
Quando Agnolo della Pergola evacuò la Romagna per ordine del suo signore, restituì al papa le due città d'Imola e di Forlì, che aveva occupate un anno prima. Nello stesso tempo il duca dichiarò di non avere intrapresa la guerra che pel vantaggio della Chiesa, spogliata de' suoi stati dai tiranni[492]. Perciò Martino V offrì subito la sua interposizione per riconciliare le due repubbliche col duca. Mandò il cardinale di Bologna a Ferrara per invitare ad un congresso le potenze belligeranti. Colà infatti si recarono i loro deputati, e quelli del duca di Milano mostravansi disposti a fare tutte le cessioni che potessero essere chieste. Le città della Romagna, il di cui possedimento era il principale motivo della guerra, erano restituite al papa, i castelli conquistati da Agnolo della Pergola erano stati ripresi dai Fiorentini; il duca non chiedeva d'essere messo in possesso di Brescia, come nè pure di alcuni villaggi occupati dal duca di Savoja in Piemonte; anzi acconsentiva di cedere ai Veneziani il restante del territorio bresciano. La pace venne dunque firmata il 30 dicembre del 1526. Ma il duca non aveva maggiore costanza nel sottomettersi alle privazioni, di quel che avesse coraggio nel sopportare i rovesci; quindi aveva appena sottoscritto questo trattato, che non seppe tollerarne le condizioni; e riprese subito le armi per vendicarsi di coloro, che lo avevano ridotto ad accettare una vergognosa pace[493].