CAPITOLO LXV.

Seconda guerra de' Fiorentini col duca di Milano. — Rivoluzioni nello stato della Chiesa. — Tentativi dei Fiorentini sopra Lucca; questa città ricupera la libertà. — Terza guerra col duca di Milano. — Morte del Carmagnola.

1427 = 1432.

I Milanesi si erano accostumati al dominio della casa Visconti: una lunga serie di principi, molti de' quali dotati di non comuni talenti, taluni ancora di virtù, avevano attaccato a questa dinastia l'onore nazionale; la sua autorità veniva risguardata come legittima, ed il diploma che innalzava Giovanni Galeazzo alla dignità ducale aveva dissipati gli ultimi scrupoli di coloro che ancora condannavano l'originaria usurpazione di Ottone Visconti. Gli uomini vorrebbero sempre rispettare coloro cui sono forzati di ubbidire, e ne soffre il personale orgoglio, quando debbono arrossire pei loro padroni. Perciò tutto quanto poteva esservi di spregevole nel carattere di Filippo Maria, veniva avvedutamente dissimulato. Si evitava di giudicare questo principe intorno ai molti atti di perfidia, intorno alla sua condotta verso la sua prima consorte, alla sua ingratitudine verso i più fedeli servitori. Mentre i suoi popoli gemevano sotto il peso delle contribuzioni, e che i suoi stati venivano guastati da continue guerre, cercavansi pretesti per giustificare queste medesime guerre, nelle quali veniva strascinato da insaziabile ambizione, ed ascrivevasi a saggia politica la pusillanimità con cui nascondevasi agli occhi del pubblico, come davasi il nome di filosofia alla effeminata sua mollezza, ed alla sua ricercatezza de' piaceri[494].

Non pertanto quando a Milano s'intese a quali condizioni aveva il duca accettata la pace che gli era stata offerta dai confederati, il popolo mostrossi scontento che il suo sovrano si fosse sottomesso a tanta umiliazione. Non sapevasi comprendere come si fosse scoraggiato per la perdita di una sola città, quando la sua armata numerosa di quindici mila corazzieri non aveva ancora combattuto; mentre i Fiorentini erano stati, nel precedente anno, disfatti in sei grandi battaglie, senza che le loro perdite gli avessero ridotti alla più leggiera umiliazione. I gentiluomini milanesi credettero compromesso l'onor loro e quello dello stato dal trattato che il duca aveva accettato; ascrissero a pusillanimità le cessioni che aveva fatte, ed afferrarono questa circostanza per domandare che la nazione avesse qualche parte nel proprio governo.

Una deputazione della nobiltà di Milano supplicò il duca a rompere un trattato contrario all'onor suo ed alla sua sicurezza; a non evacuare otto fortezze dello stato di Brescia ch'egli si era obbligato di dare ai Veneziani, ma che servivano di antimurale ai suoi stati; di non permettere ai suoi nemici di fortificare una testa del ponte sulla riva destra dell'Oglio; e per ultimo di non accordare al timore ciò che la forza non aveva potuto togliergli. Soggiugnevano che se il duca voleva affidarsi allo zelo ed alla lealtà de' suoi sudditi, i Milanesi lo renderebbero in breve vittorioso di tutti i suoi nemici. Quando Filippo Maria volle più partitamente sapere ciò che poteva da loro ripromettersi, i nobili Milanesi risposero che si obbligavano a mantenere dieci mila cavalli ed altrettanti fanti sotto le armi, purchè il duca lasciasse loro l'amministrazione delle entrate della città di Milano, e rivocasse le regalie usurpate dai suoi cortigiani. Filippo, dopo di avere discussa questa proposizione nel consiglio de' suoi favoriti, ricusò di dare motivo al popolo d'immischiarsi negli affari dello stato, onde non far rigermogliare tra i Milanesi quelle abitudini repubblicane che i suoi antenati avevano avuto cura di estirpare; ma per altro risolse di ricominciare la guerra, onde approfittare dei sussidj indicatigli dalla municipalità di Milano. Di mano in mano che i Veneziani licenziavano alcune compagnie di corazzieri, egli andava assoldandole, ed in sul cominciare della primavera, invece di evacuare le fortezze, in conformità del trattato, spinse improvvisamente le sue truppe nello stato di Mantova[495].

Il Carmagnola aveva abbandonata l'armata veneziana per rimettersi in salute, avendo molto sofferto per una caduta da cavallo; e durante la di lui assenza, i Milanesi avevano ottenuto qualche vantaggio sopra i suoi luogotenenti. Una flotta, che il duca aveva fatta costruire sul Po, scese questo fiume senza trovare opposizione, ed occupò Casal Maggiore, mentre Niccolò Piccinino assediò Brescello. Ma i Veneziani armarono ben tosto una flotta di trenta galere, che rimontava il Po sotto gli ordini di Francesco Bembo. Questa giunse fino a breve distanza da Cremona; ove il 21 maggio incontrò Pacino Eustacchio, l'ammiraglio dei Milanesi. Niccolò Piccinino ed Agnolo della Pergola trovavansi sulla sponda meridionale del fiume con sette mila cavalli ed otto mila fanti, e credevansi a portata di proteggere la loro marina, o per lo meno d'intimidire i loro nemici, onde confortarono Paccino Eustachio, che diffidava delle proprie forze, ad entrare in battaglia, lasciandosi portare dalla corrente del fiume contro i Veneziani che stavano al di sotto di lui. Quattro galere milanesi, ajutate dalla rapidità della corrente, attraversarono combattendo tutta la flotta nemica, ma le altre non osarono seguirle, e Francesco Bembo, approfittando della loro oscitanza, le andò cacciando contro la riva settentrionale per separarle dall'armata di terra, e dopo un'accanita battaglia, che non terminò che il secondo giorno, prese o bruciò tutta la flotta milanese[496].

Per altro l'ammiraglio veneziano non potè trarre molto vantaggio da così segnalata vittoria, non avendo truppe da sbarco per tentare veruna conquista in su gli occhi del Piccinino, che lo seguiva a poca distanza. Bensì bruciò avanti a Cremona tre ridotti che il duca aveva fatto innalzare per signoreggiare la navigazione del Po, e si avanzò fino alla foce del Ticino a poca distanza da Pavia; ma qualunque volta misero piede a terra i suoi soldati, vennero battuti o dispersi, e bentosto tornò alla volta di Venezia senza tentare colla sua flotta verun altra impresa[497].

Il Carmagnola, tornato alla sua armata in allora numerosa di dodici mila cavalli, si fece a trattare con vari castellani delle fortezze del duca, che cercava di guadagnare col danaro. Il Piccinino, avuto di ciò sentore, seppe ridurlo con fallaci promesse innanzi a Gottolengo, e colà lo sorprese il giorno della Ascensione, facendogli mille cinquecento prigionieri[498]. Fu questo pel Carmagnola un ammaestramento, che in appresso più non si espose in presenza ai nemici senza avere fortificato il proprio campo con doppio ricinto di carri, sul quali era solito di collocare costantemente numerose scolte. Due mila buoi aggiogati ai carri seguivano ovunque la sua armata e facevano intorno alla medesima una linea difficilmente superabile.

Intanto il Carmagnola si portò alla volta di Cremona con intenzione di assediarla. Dal canto suo credette il duca Filippo Maria di dovere, per la prima volta dacchè faceva la guerra, incoraggiare le sue truppe colla propria presenza. Venne a soggiornare in Cremona, mentre il suo campo trovavasi distante tre miglia da questa città. All'una ed all'altra armata nuovi corpi e nuovi capitani giugnevano ogni giorno. Gli stati, diventati più potenti e più ricchi, impiegavano maggiori forze per combattersi. Assicurasi che a quest'epoca si contarono nel solo territorio di Cremona circa settanta mila combattenti componenti i due eserciti[499]; lo che sembrava cosa prodigiosa in tempi, ne' quali si aveva memoria che tre in quattro mila corazzieri spargevano il terrore dall'una all'altra estremità dell'Italia. Omai la moltiplicità dei soldati sforzava a mutare il sistema militare, e ad estendere il piano della campagna sopra più vaste contrade; mentre in addietro le armate quasi stazionarie in un solo luogo, senza avanzare o rinculare, difendevano tutto un anno il passaggio d'un piccolo fiume o il possedimento di un villaggio.

Il campo del Carmagnola a Casal Secco era da un largo fosso separato da quello dei Milanesi. Ognuna delle due parti temeva di passarlo, e preferiva di essere attaccata piuttosto che d'attaccare. Pure il 12 di luglio, i generali milanesi, che bramavano di distinguersi in presenza del loro sovrano, cominciarono l'attacco, e penetrarono perfino nel campo del Carmagnola. Ma l'estremo calore della stagione rendeva il terreno polveroso, e tostocchè la cavalleria cominciò la carica, si trovò ravvolta in così densa nube di polvere, che ad ogni corpo riusciva impossibile il conoscere o il seguire la stessa direzione. Quando dopo un'ostinata zuffa si suonò dalle due parti la ritirata, molti cavalieri, credendo di recarsi al loro quartiere, entrarono in quelli de' loro nemici. Il Carmagnola, rovesciato da cavallo, fu veduto combattere lungo tempo a piedi; Giovanni Francesco Gonzaga fu alcun tempo in mezzo ai nemici; e Francesco Sforza penetrò senza compagni fino nel centro del campo veneziano; e tutti tre sarebbero rimasti prigionieri se alcuno dei combattenti avesse potuto vedere a pochi passi di distanza; ma all'ultimo le due armate si separarono senza sensibile vantaggio dall'una o dall'altra parte[500].

Intanto dalla banda d'occidente erano contemporaneamente entrati nello stato di Milano Amedeo, duca di Savoja, Gian Giacomo, marchese di Monferrato, e Rinaldo Pallavicini. Il duca tornò nella sua capitale per opporsi ai loro guasti, e spedì contro di loro Ladislao Guinigi, figlio del signore di Lucca, che dopo di essere stato alcun tempo incerto tra la lega ed il duca, erasi finalmente attaccato a questi. Ladislao obbligò i Piemontesi a ritirarsi; ma i Fiorentini non perdonarono a suo padre quest'atto d'ostilità contro i loro alleati[501].

Filippo, allontanandosi dalla sua armata di Cremona la lasciò sotto il comando di quattro generali rivestiti di uguale autorità. Niccolò Piccinino aveva adunati quasi tutti i soldati di Braccio da Montone, e ritornato l'essere a quelle bande lungo tempo famose. Lo Sforza comandava la truppa rivale ch'era stata formata da suo padre. Guido Torello era stato dal duca posto alla testa delle truppe che aveva messe insieme il Carmagnola e più volte condotte alla vittoria. Per ultimo Agnolo della Pergola, invecchiato nelle battaglie, aveva egli medesimo formata la propria armata. Questi capi, eguali di rango, di reputazione, di abilità, nudrivano gli uni verso gli altri tanta gelosia, che comunicavasi ancora ai loro soldati. Perciò il Carmagnola, la di cui autorità era riconosciuta da tutta la sua armata, aveva un grandissimo vantaggio sopra i suoi nemici tanto pel segreto che per la rapidità dei movimenti. Prese quasi in sui loro occhi Bina e Casal maggiore, ed ognuno di tali acquisti fu cagione di nuova contesa nel campo de' suoi nemici. Non è già che tra le sue genti non si trovassero di quegli uomini fieri ed indipendenti, che a stento sanno ubbidire, perciocchè formavano parte della sua armata i tre principi sovrani di Mantova, di Faenza e di Camerino, i due parenti dello Sforza Michelotto e Lorenzo Attendolo, i commissarj dei Fiorentini e de' Veneziani, e finalmente Paolo Orsini, che più d'ogni altro voleva essere emulo del suo generale[502]. Ma il Carmagnola aveva tanta dignità; era così risoluto e tranquillo ne' pericoli, che que' medesimi che più degli altri lo accusavano d'arroganza, non esitavano mai, quando dovevano ubbidirgli.

A Filippo Maria era nota la gelosia dei suoi generali, ma egli la fomentava invece di apporvi rimedio; non volendo farne alcuno tanto grande, che lo potesse adombrare; nè voleva favorire uno di loro in modo da scontentare gli altri sicchè lo abbandonassero. E quando si vide finalmente costretto a sottoporre ad una sola la volontà di tanti capi, volle che il suo generalissimo fosse a tutti superiore per natali e per grado, più che per riputazione militare, di cui gli altri sarebbero invidiosi. Fece venire Carlo Malatesti, figlio del signore di Pesaro e nipote dell'altro Carlo Malatesti, signore di Rimini, e gli affidò il supremo comando dell'armata[503].

Il Carmagnola cercò di provocare il nuovo generale e di metterlo in opposizione co' suoi luogotenenti, che ben sapeva più di lui esperti. Lo andava dunque bersagliando, affettava disprezzarlo, senza per altro offrirgli la battaglia che quando aveva a suo favore il vantaggio del terreno. Andò finalmente il 10 di ottobre ad attaccare il villaggio di Macalò poco discosto dall'Oglio, e due in tre miglia dall'armata milanese, ma in luogo circondato da pantani. Il calore della state gli aveva in parte asciugati di modo che la superficie più dura, che copriva il fango, poteva ben sostenere i pedoni, ma non la cavalleria. Il Carmagnola aveva diligentemente fatto riconoscere questo pantano; onde ne sapeva ogni sentiere praticabile, e dietro ogni macchia, sopra ogni tratto di più solido terreno, aveva posto dei soldati, mentre apparentemente lasciava senza guardie l'argine tortuoso che attraversava il pantano. I soldati milanesi domandavano altamente la battaglia, e si consideravano come insultati dalla presa di Macalò fatta in sui loro occhi. Il Malatesti prendeva parte al loro risentimento, mentre nel consiglio di guerra molti de' capitani rappresentavano il pericolo dell'attacco[504]. Ma la vinse il partito più azzardoso, allorchè coloro che lo proponevano diedero ad intendere che i loro avversarj mancavano di coraggio. Pochi capitani, valorosi nel pericolo, hanno avuto il coraggio più nobile e più virtuoso di sprezzare una così fatta imputazione, quando lo chiedeva l'interesse della loro armata e della patria.

L'armata milanese si pose dunque tutta intera sulla stretta strada che attraversava il pantano, ed improvvisamente, quando più non poteva dare a dietro, fu assalita a destra ed a sinistra dagli arcieri. Allora la cavalleria leggiere e l'infanteria del Carmagnola comparvero ai due lati; e quando i Milanesi uscivano dall'argine per respingere il nemico, cadevano nel fango, e non potevano più muoversi. Tostocchè la colonna fu posta in disordine, i fanti del Carmagnola si avanzarono verso l'argine, e cacciando le spade nel ventre de' cavalli milanesi, rovesciarono i cavalieri, che, oppressi dal peso delle loro armi, più non potevano levarsi in piedi. Guido Torello trovò mezzo di salvarsi con suo figlio per un sentiere che gli venne fatto di scoprire a traverso al pantano; il Piccinino scorrendo tutto l'argine si aprì una via in mezzo ai nemici, e Francesco Sforza tornò a dietro; ma Carlo Malatesta fu fatto prigioniere con otto mila corazzieri, senza che, per quanto vien detto, ne sia rimasto morto un solo. Tutti gli equipaggi ed immense ricchezze caddero in potere del vincitore[505].

Ma era spento ogni odio tra i soldati de' campi nemici, e quando la battaglia non aveva costato sangue, terminavasi senza che i combattenti conservassero risentimento gli uni contro gli altri. I vincitori altro omai non vedevano ne' loro prigionieri che fratelli d'armi, gran parte de' quali avevano servito insieme nelle precedenti guerre; quindi trovavansi vincolati d'amicizia e da guerresca ospitalità con uomini diventati loro avversarj. Quasi tutti coloro ch'erano stati presi a Macalò avevano militato sotto il Carmagnola, e nel corso della campagna avevano più volte mostrato di conservare l'antico amore per questo generale. Nella notte successiva alla battaglia i soldati di Carmagnola accordarono quasi tutti la libertà ai soldati nemici da loro presi; onde i commissarj veneziani recaronsi la mattina alla tenda del generale, rimproverandogli di perdere tutto il frutto della vittoria con tale imprudente liberalità. Il Carmagnola ordinò allora che fossero innanzi a lui tradotti tutti i prigionieri che ancora si trovavano nel campo, e non se ne rinvennero che quattrocento. «Poichè i miei soldati, disse egli a questi, hanno data la libertà ai vostri fratelli d'armi; io non voglio essere meno generoso; andate voi pure, siete liberi.»[506] I Veneziani non mostrarono verun risentimento per questa mancanza di deferenza alla loro rimostranza; anzi il consiglio dei dieci mostravasi affezionatissimo verso il Carmagnola; aveva di già cominciato a diffidare di questo generale, e di già lo trattava come un uomo che aveva determinato di sagrificare.

La perdita di una battaglia altro omai non era che una perdita di danaro. Il duca di Milano dovette somministrare nuovi cavalli e nuove armi ai soldati rilasciati dal Carmagnola: due soli armajuoli di Milano gli vendettero cinque mila corazze, ed in breve si rimontò una nuova armata. Il Carmagnola ricusò di spingere le sue truppe fin presso alle porte di Milano, come volevano i commissarj veneziani. Forse sentiva ancora qualche compassione per l'antico suo padrone dopo averlo bastantemente umiliato, e fors'anco temeva di avventurarsi in un paese nemico, ove numerose milizie avrebbero supplito alla mancanza di truppe di linea; ma invece attaccò e sottomise Montechiaro, Orci e Pontoglio, e presso quest'ultimo castello ebbe luogo l'ultimo fatto d'armi di questa campagna, nel quale fu rotto di nuovo Niccolò Piccinino[507]. Nello stesso tempo Angelo della Pergola morì improvvisamente a Bergamo per uno sbocco di sangue; Ericio, segretario del duca, ch'era stato cagione della disgrazia del Carmagnola, morì ancor esso con tre altri capitani di Filippo; onde questi, indebolito da tante perdite, pensò di nuovo a fare la pace. Trattò prima con Amedeo, duca di Savoja, che staccò dalla lega delle due repubbliche, lasciandogli Vercelli che questi aveva conquistata. Sposò sua figlia Maria, ed il 2 di dicembre del 1427 soscrisse una pace separata[508].

Durante l'inverno il papa spedì di bel nuovo a Ferrara il cardinale Nicolò Albergati per riprendere le negoziazioni; era quello stesso cardinale che aveva conchiuso il trattato del precedente anno. Ad eccezione dei Veneziani, tutti desideravano la pace. Firenze soccombeva sotto gli sforzi che aveva fatti in cinque anni continui, senz'avere acquistato un solo villaggio, o raccolto verun altro frutto da tanti sagrificj; i signori di Ferrara e di Mantova, il Palavicini ed il marchese di Monferrato erano ruinati dalla guerra; il duca di Milano perdeva coraggio, perchè da lungo tempo l'imperatore Sigismondo, cui chiedeva soccorsi, non gli dava che vane speranze. Lo stesso Carmagnola aveva soddisfatto alla sua vendetta, ed il di lui carattere altero ed impetuoso era continuamente offeso dal cupo e sospettoso contegno dei procuratori di san Marco, che mai non lo abbandonavano, e spiavano tutti i suoi andamenti. Egli desiderava che la pace col duca gli facesse ricuperare i suoi beni, e riporre in libertà la consorte e le figlie. Ma egli stesso aveva fatto conoscere ai Veneziani il piacere delle conquiste; ed omai la loro ambizione era più attiva ed insaziabile che quella di verun monarca. In questa medesima epoca essi trovavansi in quasi continua guerra coi Turchi; il loro commercio veniva disturbato dai pirati; erano bloccate le piazze marittime che possedevano nella Grecia, talvolta uccise le loro guarnigioni, e passati a fil di spada dai Barbari tutti gli abitanti che s'erano posti sotto la loro protezione[509]. Ma il consiglio dei dieci più omai non riguardava le sue fortezze del Levante che come banchi di commercio, che contribuivano bensì alla ricchezza ma non alla grandezza dello stato; si consolava delle perdite cogli acquisti che andava facendo in terra ferma, e trascurava la marina, che in altri tempi avea formata la gloria di Venezia, per impiegare tutte le entrate dello stato nel mantenere soldati, aspirando a conquistare tutta la Lombardia.

I Fiorentini, in forza del loro trattato coi Veneziani, eransi obbligati a continuare la guerra, finchè fosse piaciuto di continuarla a questi ambiziosi alleati. Per altro sollecitavano il senato a dichiarare su di ciò le sue intenzioni, e tutti gli altri confederati sembravano apparecchiati a staccarsi dalla lega. Alfonso d'Arragona, in sull'esempio d'Amedeo di Savoja, aveva fatta una pace particolare col Visconti, il quale gli aveva fatta sperare la cessione dell'isola di Corsica; e finchè potesse ottenerne l'assenso dai Genovesi, aveva dato in mano all'Arragonese Lerici e porto Venere[510]. I Veneziani, che prima avevano domandato la cessione di Brescia, Bergamo e Cremona con tutto il loro territorio, si accontentavano adesso delle due prime città con parte del distretto della terza. Fu loro accordata l'Adda per confine dalla banda di Milano, ed il duca rese al Carmagnola i suoi beni e la sua famiglia. Gli altri confederati non ottennero alcun vantaggio dalla pace; soltanto Filippo Maria si obbligò, come aveva precedentemente fatto, a non immischiarsi negli affari di Toscana e di Romagna. Riconobbe per alleati de' Veneziani i signori di Ferrara, di Mantova e di Monferrato, ed i conti Palavicino e san Pellegrino nello stato di Parma. Riconobbe pure, quali alleati de' Fiorentini, i Sienesi, i Fregosi, gli Adorni ed i Fieschi di Genova, i signori di Romagna e Paolo Guinigi di Lucca: quest'ultimo, che si era posto tra i nemici de' Fiorentini, venne avvertitamente annoverato tra i loro alleati per privarlo della protezione del duca di Milano. Il trattato di pace fu soscritto il 18 di aprile del 1428[511].

Sebbene l'Italia sentisse estremo bisogno di godere alcuni anni di riposo, onde riparare le perdite fatte in tante guerre, pure dopo pochi mesi ricominciarono nel suo seno le ostilità. Il segno di una nuova guerra fu dato negli stati della Chiesa, quasicchè questa provincia si dolesse d'essere stata risparmiata nelle precedenti turbolenze. Ma sebbene sembrasse che Martino V avesse fatto prosperare i paesi riuniti sotto il suo dominio, non era altrimenti amato o stimato dai suoi popoli. Le imposte da lui moltiplicate non in ragione de' suoi bisogni, ma dell'avidità d'accumulare tesori, eccitavano universali lagnanze; e le sue smoderate liberalità verso i parenti che colmava d'onori e di ricchezze, dividendo con loro le entrate, le fortezze, i soldati, risvegliavano la gelosia della nobiltà e del clero. Finalmente le città, subordinate per lo innanzi a' rispettivi signori, sospiravano tuttavia lo splendore delle piccole loro corti, l'emulazione che esse eccitavano, le ricompense, le distinzioni, gli onori che accordavano al merito, le ricchezze che mantenevano in paese. Imola, Forlì, Ascoli e Fermo parevano deserte dopo avere perduti gli Alidosi, gli Ordelaffi, i Migliorotti. Bologna, più potente e più ricca, ed accostumata ad una più intera libertà, sospirava la costituzione della sua antica repubblica[512]. Il papa teneva in Roma, può dirsi come ostaggio, Antonio Bentivoglio, figlio di quel Giovanni, che in principio del secolo aveva usurpata la signoria di Bologna. Egli credeva di dover meno diffidare della contraria fazione, alla testa della quale vedevasi la famiglia Canedoli; pure si formò appunto una congiura tra questi per tornare la patria in libertà.

Si conservò un profondo segreto dai congiurati, tra i quali trovavansi i capi delle principali famiglie di Bologna[513]. Una comune impazienza di scuotere il giogo dei preti, un disprezzo universale per la loro debole e languida amministrazione, erano i legami che univano i congiurati, e loro assicuravano l'ajuto del popolo. Infatti, il 1.º agosto del 1428, quando presentaronsi armati sulla pubblica piazza, si udirono da ogni banda le grida di vivano le arti e la libertà! Furono atterrate le porte del palazzo pubblico, che venne abbandonato al saccheggio, mentre il legato si vide costretto a fuggire. Si elessero il gonfaloniere e gli anziani per governare la repubblica di Bologna secondo le antiche sue costumanze, e Luigi di Sanseverino fu preso al soldo dalla nuova signoria con una compagnia di ventura, ch'egli aveva avuto sotto i suoi ordini nella guerra di Milano[514].

Ma i Bolognesi non potevano scegliere un più sfavorevole momento per ristabilire l'antica loro libertà. Tutti i loro vicini, spossati da lunghe guerre, temevano troppo di entrare in nuovi litigi. I Fiorentini, ereditarj alleati di Bologna, e protettori di tutte le città libere, ricusarono di riconoscere il nuovo governo. I vicini signori, accostumati a ricercare un soldo straniero, offrirono i loro servigi al papa, il solo sovrano che allora fosse in caso di pagarli. Ladislao Guinigi, figlio del signore di Lucca, venne spontaneamente ad attaccare i Bolognesi, prima d'averne avuta commissione da Martino V[515]. Fece subito lo stesso Carlo Malatesti, signore di Rimini, mentre Giacomo Caldora, scelto dal papa per suo generale, adunava le sue truppe nello stato di Modena. Antonio Bentivoglio, per gelosia dei Canedoli, si avvicinò a Bologna, facendo in tutti i castelli, nei quali aveva qualche influenza, spiegare le insegne della Chiesa; di modochè la nuova repubblica fu bentosto bloccata da ogni banda, e privata d'ogni esterno soccorso.

La guerra di Bologna si trattò con quel misto di mollezza e di ostinazione che forma il carattere delle guerre ecclesiastiche. I soldati, come se fossero stati capitanati da preti, non cercavano di acquistar gloria con verun atto di vigore o di coraggio; non accadevano nè fatti d'armi di qualche importanza, nè sanguinose zuffe, nè notabili assedj, ma altronde le armate non si annojavano per la lentezza delle operazioni, quasi sapessero che il tempo nulla importava alla Chiesa, e che l'ostinazione è la più sicura guarenzia del buon successo per colui che può aspettare. Dopo un anno di scaramucce, il 30 agosto del 1429, si fece una convenzione, in forza della quale l'esercizio della sovranità venne diviso tra il legato del papa e la signoria[516].

Ma la guerra aveva esacerbato l'odio delle due fazioni. La signoria per le spese della guerra era stata costretta di ricorrere a straordinarie oppressive imposte. Essa erasi difesa contro le cospirazioni dei partigiani della Chiesa con una sospettosa vigilanza, ed aveva più volte puniti i loro attentati con una crudele severità. Era stato versato del sangue dalle due fazioni, ed i trattati di pace non erano sufficienti a soffocare tanto odio. L'abate Zambeccari fece inumanamente assassinare nella sala del consiglio cinque amici dei Bentivoglio, che accusò di voler far trionfare la loro fazione[517]. Bentosto il legato si vide costretto ad uscire di città, e le ostilità ricominciarono alla metà di luglio del 1430, continuando colla stessa mollezza che aveva caratterizzato la precedente guerra; e malgrado gli sforzi fatti dai Bolognesi per ottenere la pace, ed i diversi mediatori da loro adoperati, si protrasse la guerra fino al 22 aprile del 1431. A tale epoca si terminò con un trattato conchiuso con Eugenio IV, ch'era succeduto il 3 di marzo a Martino V[518].

Il più potente vassallo della Chiesa, Carlo Malatesti, signore di Rimini, era morto nell'intervallo delle due guerre il 14 settembre del 1429. Esperto generale, sebbene spesse volte sventurato, egli godeva in Italia di una considerazione assai maggiore della sua potenza; era riguardato come il più virtuoso principe del secolo; sapevasi che aveva presi per suoi modelli i più illustri uomini dell'antichità, de' quali studiava attentamente la storia; ed in fatti frequentemente scorgevasi nella sua condotta una generosità ed una grandezza romana, da lungo tempo affatto sconosciuta agli altri signori d'Italia. La di lui morte riuscì fatale alla sua casa. Egli non aveva prole, ma Pandolfo Malatesti, suo fratello, morto un anno prima, aveva lasciati tre figliuoli legittimati, tra i quali si divise l'eredità dei signori di Rimini. Un terzo fratello, Malatesta, signore di Pesaro, riclamò contro una legittimazione, che dava ai bastardi un'eredità cui credeva avere diritto egli solo. Ricorse al papa, il quale avidamente accolse l'occasione di regolare la successione del più potente de' suoi vassalli, o piuttosto di spogliarlo. Martino V diede molti castelli, che appartenevano ai Malatesti, a Guido di Montefeltro suo parente; riunì al diretto dominio della santa sede Borgo san Sepolcro, Bertinoro, Osimo, Cervia, la Pergola e Sinigaglia, non lasciando ai tre nipoti di Carlo che le tre città di Rimini, Fano e Cesena, delle quali formò a favor loro tre piccole sovranità feudatarie della Chiesa[519].

Mentre ciò accadeva negli stati della Chiesa, la Toscana non era tranquilla. L'esaurimento delle loro finanze aveva costretti i Fiorentini ad accrescere le imposte per pagare gli enormi debiti contratti nell'ultima guerra; essi fissarono allora una nuova maniera di percezione, che chiamarono catasto[520]. Era una stima di tutte le private proprietà, mobili ed immobili, dietro la quale ognuno era tenuto al pagamento della mezza per cento sul suo capitale. Dopo che il catasto fu terminato a Firenze, la signoria volle pure estenderlo alle città suddite della repubblica; ma quasi tutte ostinatamente ricusarono d'assoggettarvisi, ed i cittadini si lasciarono piuttosto mettere in prigione che fare la dichiarazione dei proprj beni. In particolare la città di Volterra riclamò i privilegj che le erano stati accordati nel trattato d'unione, e la promessa fattale di non accrescere i tributi che pagava ab immemorabili. Un Volterrano, chiamato Giusto d'Antonio, dopo essere stato tradotto in prigione a Firenze, fu rilasciato dietro promessa di dare la chiesta dichiarazione; ma appena giunto a Volterra invitò i suoi concittadini alle armi in nome della libertà. Il popolo furibondo si sollevò, e non essendovi guarnigione in città, occupò subito le porte e la cittadella. Estremo fu il terrore a Firenze quando si ebbe avviso di questa sedizione, perchè la causa che aveva fatti sollevare i Volterrani era comune a tutte le città suddite, e sapevasi che grandissimo in tutte era il malcontento e la gelosia. I popoli soggetti ad una repubblica sono più bramosi della libertà, che vedono vicina senza parteciparne, di quello che lo sieno i popoli sottoposti ad un signore; ed è veramente cosa assai umiliante d'essere sudditi in mezzo a cittadini. Pure la prontezza con cui le milizie fiorentine marciarono contro Volterra spense la ribellione, prima che potesse dilatarsi. Palla Strozzi, spedito dalla signoria per offrire il perdono ai Volterrani, e far loro comprendere i pericoli cui si esponevano, ottenne in pochi giorni di cambiare le loro disposizioni; Giusto d'Antonio, il capo de' sollevati, fu ucciso dai suoi compagni, e la città venne aperta senza condizioni ai Fiorentini[521].

Niccolò Fortebraccio, figlio d'una sorella di Braccio di Montone, ed uno de' capitani più addetti ai Fiorentini che serviva da più anni, era stato spedito contro Volterra; e quando questa città fu sottomessa ai Fiorentini, eccitarono sotto mano Fortebraccio ad invadere il territorio lucchese. Desideravano vendicarsi di Paolo Guinigi, signore di Lucca, che nell'ultima guerra si era accostato al duca di Milano contro di loro; ma prima di attaccarlo apertamente volevano conoscere le disposizioni de' suoi sudditi a suo riguardo, ed i suoi mezzi di difesa. Effettivamente Fortebraccio cominciò il 22 di novembre a guastare il territorio di Lucca, ove si presentò come condottiere e capo di avventurieri armati per conto proprio[522].

Paolo Guinigi aveva regnato in Lucca trent'anni con minore splendore di Castruccio, ma in un modo meno ruinoso per la sua patria; aveva utilmente studiata la scienza dell'amministrazione, e la città di Lucca gli fu debitrice di molte savie leggi e di molte economiche istituzioni, che conservò fino all'età nostra. Durante il lungo suo regno egli mantenne quel piccolo stato sempre in pace, e quasi si sottrasse alla storia, che nulla ebbe a dire sul conto di Lucca in tale spazio di tempo. Pure Guinigi non ottenne d'essere amato, non possedendo alcuna di quelle luminose qualità che eccitano l'entusiasmo, e che possono talvolta far dimenticare al popolo la perduta libertà. Aveva un carattere negativo, senza generosità, senza grandezza, senza genio, senza valore, come pure senza vergognosi vizj e senza crudeli passioni. I suoi sudditi, vedendo sul loro territorio Niccolò Fortebraccio, lo ritennero mandato dai Fiorentini, e risguardarono il loro signore come perduto. Tutti i castelli ai confini, ed in particolare quelli di Val di Pescia, mandarono a prendere dai vicarj più vicini dello stato fiorentino gli stendardi della repubblica, che spiegarono sulle loro torri. Quando la signoria fu informata di tali movimenti, adunò i tre consiglj, e quasi di comune assenso fu decretata la guerra il 14 dicembre 1429 contro il signore di Lucca[523].

In quest'occasione si vide con sorpresa che il partito che aveva fatta più gagliarda opposizione alla precedente guerra, quando trattavasi di salvare la libertà della repubblica e dell'Italia, votò a favore di questa, sebbene non avesse altro fondamento che l'ambizione e la sete delle conquiste. Niccolò di Uzzano l'antico capo del partito guelfo, fece quanto poteva per impedirla, ma molti giovani influivano più di lui ne' consiglj della repubblica. Rinaldo degli Albizzi era giunto all'età necessaria per poter dirigere il partito in addietro formato da suo padre, e fu in tale occasione secondato da Cosimo e da Lorenzo, figli di Giovanni de' Medici. L'ultimo era morto in questo stesso anno dopo di avere colla moderazione, colla dolcezza, colla saviezza, spinta la sua famiglia ad un altissimo grado di potenza[524].

I Fiorentini assoldarono Nicolò Fortebraccio colla di lui armata, ed in pari tempo spedirono nello stato di Lucca Bernardino della Carda con ottocento cavalli. Erano talmente spossati dall'ultima guerra, che non ottennero mai d'avere più di due mila corazzieri. Per l'infanteria non impiegarono che le proprie milizie; ma il signore di Lucca, da tutti abbandonato, era così debole che ben prevedevasi che non avrebbe fatta lunga resistenza. I commissarj della repubblica fiorentina furono i primi a venire in di lui soccorso colla cattiva loro condotta. Astorre Gianni, che aveva avuto il carico di sottomettere la Garfagnana, si portò nella valle di Serravezza, presso Pietrasanta, e sebbene gli abitanti affezionati al partito guelfo ed ai Fiorentini fossero spontaneamente andati ad incontrarlo per porsi sotto la protezione della repubblica, egli abbandonò il loro paese al saccheggio e le persone loro agl'insulti de' soldati. Così brutta slealtà eccitò l'universale indignazione, e gli abitanti di Serravezza, ridotti alla mendicità, riempirono la Toscana di amare lagnanze. Invano la signoria richiamò e degradò Astorre Gianni, invano restituì i loro beni agli abitanti di Serravezza, e cercò di compensarli de' sofferti danni; i delitti di cui i brutali guerrieri disonorano le armi di un popolo, conservansi nella memoria degli uomini come macchie indelebili; l'odio che ispirano prepara anticipatamente i loro disastri, e le stesse vittorie arrecano vergogna alla nazione che gli adopera[525]. Inoltre altri commissarj fiorentini non si mostrarono gran cosa meno avidi. Pareva che Rinaldo degli Albizzi si fosse scordato lo scopo della guerra per non occuparsi che della preda; egli seguiva il campo meno per dirigere l'armata, che per comperare a basso prezzo dai soldati gli effetti ed i bestiami che predavano. Gli abitanti della campagna, che avevano prese le armi, perchè attaccati al partito guelfo, abbandonavano con dispiacere quest'armata di ladri; i castelli tornavano all'ubbidienza di Lucca, da cui si erano sottratti; i medesimi soldati fiorentini concepivano disprezzo pei loro commissarj, che operavano così bassamente, e ricusavano d'ubbidire. I dieci della guerra avevano ordinato l'assedio di Lucca; ma l'armata ricusò di stare accampata in tempo delle piogge dell'inverno, e prese quartiere a Cappannola, tre miglia lontana dalle mura, dando così tempo agli assediati d'apparecchiarsi alla difesa[526].

Filippo Brunelleschi, uno de' più grandi architetti che producesse Firenze, propose di approfittare delle medesime piogge, che impedivano le operazioni militari, per attaccare la città. Il Serchio, che attraversa il piano in cui è posta Lucca, soverchiava le sponde ingrossate dalle lunghe piogge, e Brunelleschi propose di dirigerne la corrente contro le mura per aprirvi una breccia colla violenza delle acque. Ma i Lucchesi, dopo avergli permesso di condurre quasi a termine questo lavoro lungo e dispendiosissimo, ch'egli aveva intrapreso, ruppero di notte l'argine da lui innalzato, ed inondarono talmente il piano, che i Fiorentini dovettero allontanarsi da Lucca[527].

Nello stesso tempo gli assediati facevano frequenti sortite sotto la condotta di Guinigi e de' suoi figli; due de' quali avevano militato in Lombardia, e sapevano distinguere i valorosi e premiarli; onde ottennero sui Fiorentini frequenti vantaggi, e rialzarono il coraggio dei loro sudditi. Pare che fossero i primi in Italia ad armare i loro soldati di fucili, la di cui invenzione è posteriore d'assai a quella delle bombarde e della grossa artiglieria[528]. L'anno susseguente l'imperatore Sigismondo fece ancora maravigliare gl'Italiani con un corpo di cinquecento fucilieri che lo accompagnava, quando recossi a Roma per esservi coronato[529].

Paolo Guinigi chiamava da ogni banda truppe al suo soldo, ed invocava l'ajuto di Filippo Maria, de' Veneziani e de' Sienesi. Pareva in particolare che gli ultimi prendessero grandissimo interessamento a di lui favore, risguardando l'attacco contro i Lucchesi come un incamminamento all'acquisto di tutta la Toscana che i Fiorentini meditavano, e temendo di essere in breve privati ancor essi della libertà loro da questa ambiziosa repubblica.

Non pertanto i Sienesi tardavano a decidersi apertamente, ma Antonio Petrucci, uno de' loro concittadini, che professava la milizia, portò egli solo ai Lucchesi que' soccorsi che avrebbe voluto dalla sua repubblica. In principio di questa guerra era stato mandato ambasciatore a Firenze, e vi era stato insultato dal popolaccio. Il desiderio della vendetta aggiugnevasi in lui al desiderio di mantenere l'equilibrio della Toscana, e d'impedire l'oppressione di un popolo alleato della sua patria[530]. Adunò un corpo d'armata ragguardevole assai, ed attraversando il Pisano, lo condusse a Lucca. Passò in appresso alla corte di Filippo Maria, e lo eccitò a soccorrere celatamente l'assediata città, quando non volesse farlo alla scoperta[531].

Il duca di Milano poteva in allora facilmente soccorrere il Guinigi, perchè teneva nella Lumellina la compagnia di ventura di Francesco Sforza, che da oltre un anno più non sembrava al suo soldo. Filippo non aveva perdonata allo Sforza una rotta che questo generale aveva avuta nelle montagne della Liguria combattendo contro i ribelli genovesi, e lo aveva accantonato al confluente del Ticino e del Po in una specie di relegazione ove tenevalo d'occhio. Assicurasi inoltre che due volte era stato in sul punto di farlo morire[532]. Quando il duca si riconciliò realmente con lui, diede ancora maggiore pubblicità alla precedente loro discordia; annunciò a tutte le potenze d'Italia che lo Sforza avevagli chiesto il congedo per recarsi nel regno di Napoli, e ch'egli più non rispondeva per questo generale che più non era al suo servigio. Lo Sforza, avendo adunati tre mila cavalli ed altrettanti pedoni, entrò in Toscana nel luglio del 1430 per la strada della Lunigiana e di Pietrasanta. Costrinse il campo fiorentino, che assediava Lucca, a ritirarsi; prese Buggiano, minacciò Pescia, e portò la guerra nel paese stesso degli aggressori[533].

Frattanto, ossia che Paolo Guinigi cominciasse a trovare che la difesa di Lucca gli costava più che non valeva il possedimento della stessa città, sia che i Fiorentini riuscissero con uno stratagemma a spargere la diffidenza tra di lui ed i suoi sudditi, fatte è che Pandolfo Petrucci, il Sienese che gli aveva procurati i suoi soccorsi, Pietro Cinnami e Giovanni di Chivizzano, magistrati di Lucca, sorpresero alcune lettere dirette dai commissarj fiorentini ed Guinigi: pareva da queste che i commissarj continuassero un trattato incominciato da lungo tempo, promettendogli due cento mila fiorini da pagarsi in più termini, ed il possedimento di alcuni castelli, come un equivalente della città di Lucca, che sembrava avere il Guinigi promesso di dare nelle loro mani[534]. Antonio Petrucci non aveva nè amore nè stima per Guinigi; soccorrendolo, aveva ascoltato il suo odio verso Firenze, non l'amicizia per quegli che difendeva; e se aveva voluto sottrarre Lucca ai Fiorentini prima di prendere le armi contro di loro, lo voleva ancora più caldamente ora che gli aveva irritati colla sua resistenza. Dopo avere cercato di conoscere le disposizioni di Guinigi ed essersi meglio confermato ne' suoi sospetti, concertò con Francesco Sforza i mezzi d'arrestare il signore di Lucca coi suoi figliuoli. Cennami e Chivizzano adunarono una quarentina di congiurati, e Petrucci, che aveva sempre libero l'ingresso degli appartamenti del principe, condusse nel cuore della notte i suoi complici fino alle porte di Guinigi che stava a letto. Questi, alzandosi precipitosamente, gli chiese il motivo di tale visita. «È già lungo tempo, gli rispose Cennami, che avendo usurpato il governo, tu hai attirati alle nostre porte i nostri nemici che ci fanno perire col ferro e colla fame. Noi siamo oramai determinati di governarci da noi medesimi, e siamo venuti a chiederti le chiavi della nostra città ed il tesoro che le appartiene.» — »Il tesoro, rispose Guinigi, raccolto colla mia economia, io lo erogai interamente per allontanare da voi un'ingiusta aggressione; per ciò che risguarda le porte, esse sono in poter vostro, come la mia persona e la mia famiglia: ricordatevi soltanto che io ottenni la signoria e la conservai trent'anni senza spargere sangue; e fate che il fine del mio potere risponda al principio ed al mezzo[535]

Guinigi venne in fatti arrestato dai congiurati con quattro de' suoi figliuoli che trovavansi presso di lui. Il maggiore di tutti, Ladislao, era nel campo presso Francesco Sforza, il quale lo fece arrestare nella stessa ora. Furono tutti insieme mandati al duca di Milano, che li fece custodire nelle prigioni di Pavia: Guinigi in capo a due anni morì, senza che accusar si possa veruno della sua morte[536]. I cittadini di Lucca cedettero ad Antonio Petrucci per sua ricompensa tutti gli effetti degli appartamenti del principe; le sue armi e cavalli furono dati allo Sforza, e portato nel pubblico tesoro tutto l'oro e l'argento. Nello stesso tempo un gonfaloniere e gli anziani furono nominati dal popolo, e la repubblica venne di nuovo governata a seconda delle antiche leggi[537].

I Fiorentini non avevano cominciata la guerra che per l'odio che nudrivano contro Paolo Guinigi; la sicurezza loro richiedeva, dicevano essi, di non soffrire un tiranno nemico così vicino: sembrava dunque tolta ogni cagione di continuare le ostilità dopo la prigionia del signore di Lucca. Infatti i Lucchesi spedirono immediatamente a domandare la pace a Firenze; rappresentarono che il solo nemico dei Fiorentini era già bastantemente punito del suo fallo; che rispetto a loro, tornati in libertà, erano quello che sempre erano stati, i più fedeli amici della repubblica, i più irremovibili partigiani della causa guelfa. Ma la signoria non ascoltava che la sua ambizione, renduta più ardente dall'esempio delle conquiste dei Veneziani; voleva ad ogni modo avere il possedimento di Lucca, e sebbene da principio offrisse la pace a condizione di cederle Montecarlo e Pietrasanta, ruppe bentosto ogni trattato[538].

I commissarj fiorentini avevano approfittato di queste prime aperture per intavolare col conte Francesco Sforza un trattato di altra natura. Essi lo persuasero pel prezzo di cinquanta mila fiorini ad abbandonare Lucca, ed a tornare in Lombardia. Lo Sforza ricevette questa somma come il residuo pagamento di un debito contratto dalla repubblica verso suo padre, e ricusò di passare al servigio dei Fiorentini, come n'era richiesto[539].

I Fiorentini ripresero con nuovo vigore l'assedio di Lucca dopo la partenza dello Sforza; ma il duca di Milano non acconsentì che facessero un acquisto così importante; persuase sotto mano i Genovesi a far valere un trattato particolare ch'essi avevano con Lucca; a domandare ai Fiorentini che levassero l'assedio di questa città, e dietro il loro rifiuto, a spedire verso il Serchio Nicolò Piccinino, cui il duca aveva per questa cagione permesso che andasse ai loro servigj[540].

Guid'Antonio di Montefeltro, conte d'Urbino, comandava l'armata fiorentina, composta di sei mila cavalli e tre mila fanti. Il Piccinino non aveva tanta gente, ma le sue truppe erano fresche e provvedute del bisognevole, mentre le fiorentine avevano sofferto assai dalla cattiva stagione e dalle inondazioni del Serchio. I due campi sulle opposte rive del fiume si osservavano senza poter venire alle mani, quando un corpo della cavalleria fiorentina, avendo scoperto un guado, ne approfittò per attaccare il Piccinino alle spalle. Questi respinse caldamente i nemici, gl'inseguì entro il fiume, ed attraversando il guado ch'essi gli avevano fatto conoscere, piombò addosso all'armata fiorentina, che sgominò interamente, facendola quasi tutta prigioniera. Tutta l'artiglieria, tutte le munizioni e quasi quattro mila cavalli vennero in potere del vincitore[541].

E per tal modo la guerra, in cui erano entrati i Fiorentini colla speranza di conquistare Lucca, poteva di nuovo compromettere la propria loro indipendenza; e se Niccolò Piccinino, per ordine del suo padrone, non si fosse ritirato in mezzo alle sue vittorie, gli sarebbe stata facil cosa il prendere Pisa, che sospirava un'occasione di scuotere il giogo, e di mettere sossopra tutta la Toscana. I Sienesi, ognora più atterriti dagli ambiziosi progetti dei Fiorentini, avevano contratta alleanza coi Genovesi per la difesa di Lucca, ed avevano innalzato al rango di capitano del popolo con pieni voti quello stesso Antonio Petrucci, che aveva con tanta attività recato soccorso ai Lucchesi[542]. Un solo avvenimento parve ai Fiorentini meno sfavorevole, e fu la morte di papa Martino V, accaduta nella notte del 19 al 20 febbrajo del 1431. La sua parzialità pel duca di Milano, e l'odio suo contro la repubblica, avevano pressochè rovesciato l'equilibrio d'Italia. Ebbe per successore il cardinale Gabriello Condolmieri, Veneziano, che fu consacrato l'undici di marzo e prese il nome d'Eugenio IV. Il nuovo pontefice non tardò a far conoscere quanto i suoi affetti fossero contrarj a quelli del suo predecessore. In Roma cercò di tornare in credito gli Orsini, e di spogliare i Colonna smisuratamente arricchiti da Martino V; in Italia parve attaccato alle repubbliche, e fece con loro causa comune contro la casa Visconti[543].

Non è già che l'ambizione de' Veneziani non fosse eccessiva come quella del duca di Milano. Questi non aveva loro dato alcun giusto motivo di lagnanza, aveva giustificata la sua condotta in Toscana non in modo di purgarsi affatto da ogni cattiva intenzione, ma abbastanza per altro onde dimostrare che si era uniformato ai trattati ed al diritto pubblico allora in vigore. Non pertanto i Fiorentini facevano ai Veneziani vantaggiosissime offerte per muoverli a ripigliare le armi; obbligavansi a mantenere in Lombardia due mila corazzieri, ed a pagare ogni mese venti mila ducati per le spese della guerra, indipendentemente dagli sforzi che farebbero in Toscana contro il comune nemico. I Veneziani, allettati dalla speranza di aggiugnere Cremona alle altre conquiste, accettarono queste proposizioni. Rinaldo Palavicino prometteva di attaccare Parma e Piacenza; Gian Giacomo, marchese di Monferrato, doveva fare un tentativo sopra Asti o sopra Alessandria; il marchese d'Este ed il signore di Mantova erano al soldo dei Veneziani; per ultimo i singolari talenti del Carmagnola promettevano il migliore successo[544]. Dall'altro canto il duca di Milano aveva al suo servizio due non meno formidabili generali, Niccolò Piccinino ed il conte Francesco Sforza. Aveva inoltre resa più intima la sua alleanza coll'ultimo promettendogli in isposa Bianca, sua figliuola naturale, che in allora aveva soltanto sette anni[545]. Sotto questi due generali il duca aveva più di dieci mila corazzieri, i migliori soldati che allora avesse l'Italia.

Per belle che fossero le speranze concepite dai Veneziani la campagna fu loro da principio in ogni luogo sfavorevole. Il Carmagnola credeva di avere sedotto il comandante di Soncino, ed il 17 maggio avanzavasi poco cautamente per prendere possesso di quel castello. Ma quel comandante aveva dato avviso a Filippo del trattato; Francesco Sforza e Niccolò di Tolentino avevano tesa un'imboscata per sorprendere il nemico. L'armata del Carmagnola fu rotta, presi mille sei cento cavalieri, ed egli stesso non andò debitore della propria salvezza che alla velocità del suo cavallo[546]. Luigi Colonna ebbe pure un notabile vantaggio presso Cremona, ove comandava a nome del duca, e Cristoforo Lavello guastò il Monferrato. Niccolò Piccinino, dopo avere occupati nelle alpi Liguri più di sessanta castelli appartenenti ai Fieschi o ad altri gentiluomini di parte guelfa, e lasciatili saccheggiare dai suoi soldati, entrò in Toscana attraversando i territorj di Lucca e di Pisa.

Genova, Siena, Lucca, e Giacomo d'Appiano signore di Piombino, erano pure entrati nella lega contro i Fiorentini. La gelosia e l'odio loro raddoppiavano le calamità della guerra, rendendola più nazionale. I Pisani, che sempre sospiravano l'istante di scuotere il detestato giogo dei Fiorentini, mostrarono più apertamente la loro impazienza quando videro avvicinarsi il Piccinino, e furono in sul punto di prendere le armi. Il governo fiorentino non trovò altro espediente per salvare la città, che quello di farne uscire tutti gli uomini abili alle armi dai quindici fino ai sessant'anni, ritenendo come ostaggi le loro mogli e figli. Pure la maggior parte di coloro che furono costretti ad abbandonare la patria andarono ad ingrossare l'armata del Piccinino[547]. Quest'armata passò in appresso sul territorio di Volterra, ove non meno che a Pisa poteva temersi di qualche ribellione: quasi tutti i castelli del volterrano aprirono le porte al Piccinino, che saccheggiò tutta la val d'Elsa di concerto con Niccolò da Tolentino, e con Alberico di Zagonara, generale dei Sienesi. Minacciò pure Arezzo, e quando fu poi dal duca richiamato in Lombardia, lo Zagonara, che gli successe nel comando, proseguì ad impadronirsi de' castelli de' Fiorentini, che coprivano i loro confini dal lato di Siena[548].

Mentre ciò accadeva in Toscana, il Carmagnola avvicinavasi alle sponde del Po con un'armata di dodici mila corazzieri ed altrettanti pedoni. S'avanzava su questo fiume Niccolò Pisani con una flotta veneziana di trentasette grandi navi e circa altre cento minori[549]. Il senato veneto aveva risolto di volgere tutte queste forze contro Cremona che ardentemente desiderava di acquistare, e di già la flotta aveva rimontato il Po fino a tre miglia al di sotto di questa città. Dal canto suo il duca di Milano aveva fatta allestire una flotta al di sopra di Cremona sotto gli ordini di Pacino Eustachio: i suoi vascelli erano maggiori in numero, ma più piccoli di quelli de' nemici. Giovanni Grimaldi di Genova era stato chiamato su questa flotta con molti de' suoi compatriotti, per opporre ai Veneziani i soli rivali che potessero disputar loro l'impero delle acque.

Il 22 di maggio, Pacino Eustachio e Grimaldi avevano tentato di approfittare d'una escrescenza di acqua per attaccare coll'ajuto della corrente la flotta veneziana stazionata al di sotto di loro. Ma malgrado questo vantaggio cinque de' più grandi vascelli del duca di Milano, troppo essendosi avanzati, trovaronsi in mezzo ai Veneziani, e costretti ad arrendersi. In tempo di questa battaglia il Piccinino e Francesco Sforza con tutte le truppe del duca di Milano eransi avvicinati al Carmagnola e l'avevano tirato verso loro scostandolo dalle rive del fiume. La vegnente notte gli fecero intendere per mezzo di false spie le disposizioni ch'essi davano per attaccarlo all'indomani, e riuscirono in tal modo ad occupare tutta la sua attenzione. Frattanto essi salivano segretamente coi loro migliori corazzieri sopra le galere di Pacino Eustachio. Nella battaglia navale ch'essi volevano rinnovare all'indomani, le galere serrate nel letto del fiume non potevano battersi che all'arrembaggio; ed in tale stato di cose il coraggio, la forza del corpo e l'armatura impenetrabile dei corazzieri dovevano essere di maggiore vantaggio che le più abili manovre de' marinaj veneziani. Il Trevisani fece indarno chiedere al Carmagnola di spedirgli dei corazzieri, perciocchè credendosi questi sicuro di combattere all'indomani, non voleva indebolire la sua armata.

Finalmente la mattina del 23 di maggio s'avvide il Carmagnola che i generali nemici l'avevano ingannato, e che più non erano in vicinanza. Allora si ravvicinò al Po; ma oramai più non era possibile di far imbarcare i suoi soldati; perciocchè egli occupava la sponda sinistra del fiume, e Pacino Eustachio aveva, in principio dell'attacco, approfittato della violenza delle acque, cresciute per lo scioglimento delle nevi, per ispingere il Pisani sull'opposta riva. Colà continuavasi con indicibile accanimento la battaglia tra le galere. I Milanesi afferravano cogli uncini i vascelli veneziani, e subito i corazzieri dello Sforza e del Piccinino lanciavansi sul ponte dei loro nemici; invulnerabili sotto il ferro ond'erano coperti, combattevano contro uomini che non avevano che una mezza armatura, i quali cadevano sotto i loro colpi. La carnificina era tanto più spaventosa in quanto che i Veneziani non sapevano risolversi a rinunciare alla vittoria sul loro proprio elemento; altronde vedevano sull'altra sponda il Carmagnola che li confortava, e che disponevasi coll'intera sua armata ad ajutarli, tostocchè potessero approssimarsi a lui. Ma finalmente dovettero cedere dopo avere perdute ventotto galere e quarantadue navi da trasporto, che caddero in mano del nemico. Perirono due mila cinque cento uomini, ed un ricco bottino venne in potere dei vincitori. Assicurasi che l'armamento de' Veneziani, distrutto in tal modo in un solo giorno, aveva costato alla repubblica seicento mila fiorini[550].

Di così luminosa vittoria il duca di Milano non approfittò come avrebbe potuto a danno de' Veneziani. Le armate principali rimasero per più mesi come stazionarie, mentre Niccolò Piccinino guastava il Monferrato, e prendendo, uno dopo l'altro, tutti i castelli di quello stato, costringeva il marchese a fuggire nella Svizzera, di dove passò a Venezia. Vero è che i Veneziani lavarono in parte l'affronto sofferto dalla loro marina sul Po. Una piccola flotta, comandata da Pietro Loredano, incontrò il 27 agosto in vicinanza di Portofino, nel golfo di Rapallo, Francesco Spinola con dodici galere genovesi, e dopo una calda battaglia prese quest'ammiraglio con otto vascelli[551]. Ma intanto il Carmagnola rimanevasi in una inazione tanto più strana, quanto più universale era l'aspettazione che sarebbesi affrettato di riparare una disfatta avuta per colpa sua. Il 15 ottobre un distaccamento de' suoi soldati, avuto avviso che a Cremona non si faceva buona guardia, sorprese il ponte di san Lucca, e vi si mantenne due giorni, senza che il Carmagnola, per timore di un'imboscata in sulla strada, si avanzasse per approfittare di così felice avvenimento.

Il gran capitano, ch'era stato l'artefice della potenza di Filippo ed in appresso de' suoi rovesci, non aveva potuto cessare di essere vittorioso, senza che il sospettoso e crudele senato di Venezia non lo credesse traditore. Anche nella precedente guerra gli si era rimproverato d'avere renduti tutti i prigionieri dopo la battaglia di Macalò. In questa gli si dava colpa del disastro della flotta, del cattivo successo dell'impresa di Cremona, e della ruina del marchese di Monferrato, mentre ch'egli rimanevasi nell'inazione. Per altro il Carmagnola rendeva ragione dello sforzato riposo in cui era rimasto; un'epizoozia infierì tutta l'estate tra i cavalli, onde la metà de' suoi cavalieri erano senza, ed i nemici che provavano lo stesso flagello erano rimasti egualmente oziosi per l'impossibilità in cui erano di procurarsi cavalli.

Ma senza degnarsi di far note le sue accuse, senza dar luogo a giustificazioni, volle vendicarsi sopra un uomo dei capricci della fortuna; e lo fece con un profondo segreto. Il consiglio dei dieci in principio del 1432 invitò il Carmagnola a recarsi a Venezia per trattare intorno alla pace, cui la repubblica aveva di nuovo rivolto il pensiero. L'accompagnava Giovanni Francesco Gonzaga, signore di Mantova, ed ambidue vennero ricevuti coi più grandi onori. I più illustri personaggi dello stato andarono ad incontrare il Carmagnola e lo condussero con magnifico corteggio fino al palazzo del doge. Il senato era adunato ed il Carmagnola venne introdotto e fatto sedere nel seggio d'onore, e gli furono prodigate dimostrazioni di affetto e di stima. Frattanto la deliberazione cui assisteva, ed intorno alla quale mostravano desiderare i suoi consiglj, si protrasse fino a notte avanzata, onde fu pregato di far ritirare le persone del suo seguito stanche dal viaggio. Tostocchè il Carmagnola si trovò solo in mezzo ai senatori, questi fecero entrare le loro guardie che lo arrestarono e caricarono di ferri. All'indomani il generale fu assoggettato ai tormenti ed alla tortura, per lui tanto più dolorosa in quanto che aveva una ferita in un braccio, ricevuta in servigio di quella stessa repubblica che lo aveva dato in mano ai suoi carnefici[552]. Si assicura che in mezzo a tali tormenti confessasse il tradimento che gli veniva imputato; ma veruna prova non fu prodotta agli occhi del pubblico o dell'Italia, cui apparteneva questo grand'uomo, e non si pubblicò alcuna sua deposizione. Non si calunniano i giudici, credendoli falsarj e prevaricatori, quando si avvolgono entro un infame mistero. Il 5 maggio del 1432, venti giorni dopo il suo arresto, Carmagnola fu condotto sulla piazza di san Marco e gli otturarono la bocca per impedirgli di chiamare Venezia in testimonio della sua innocenza, e di svelare tutta l'ingratitudine de' suoi oppressori, e colà fu decapitato tra le due colonne che stanno innanzi al palazzo[553].

FINE DEL TOMO VIII.

[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO VIII.]

Capitolo LVII. Considerazioni intorno al carattere ed alle rivoluzioni del quattordicesimo secolo [pag. 3]
Il quattordicesimo secolo non ha un carattere determinato [4]
Primi capi d'opera nella lingua italiana [5]
Lo studio delle lingue morte inceppa tutt'ad un tratto lo slancio della fantasia [6]
Ricerche di manuscritti: erudizione [7]
Rivista intorno alla storia politica del secolo [9]
L'autorità imperiale rialzata da Enrico VII [10]
Progressivo degradamento dei suoi successori [11]
La fazione ghibellina si stacca dagl'imperatori [13]
Caduta nel XIV secolo della potenza papale [14]
Corruzione della corte pontificia in Francia [15]
Carattere delle guerre promosse dai papi in Italia [16]
Gran scisma d'Occidente [16]
Indebolimento graduale del regno di Napoli [19]
Degenerazione dei re angioini da Carlo I fino a Giovanna [20]
Carlo di Durazzo rialza momentaneamente il regno [23]
Ambizione delle case de' principi di Lombardia [24]
Grandezza di Cane e di Mastino della Scala [25]
Delitti e debolezza de' successori di Mastino [26]
Dinastia de' Visconti innalzati nella scuola delle avversità [27]
Gli ultimi principi di questa casa aggiungono l'ambizione alla pusillanimità [29]
Eccessiva potenza di Giovanni Galeazzo [31]
Ruina di tutte le altre case principesche [31]
I Malatesta nello stato del papa [32]
Carattere della repubblica di Venezia [33]
Guerre dei Veneziani coi Genovesi [35]
Carattere della repubblica di Genova [36]
Le guerre civili riducono quattro volte i Genovesi a darsi un padrone [38]
Firenze nel centro di tutta la politica italiana [39]
Saviezza e virtù del governo fiorentino [40]
Sua opposizione successiva a tutti gli usurpatori [42]
L'intero popolo di Firenze deliberava come un consiglio di stato [42]
Bologna perde il suo spirito indipendente sotto la tirannide [47]
Lucca, potente sotto Castruccio, sconta la sua gloria con una lunga schiavitù [49]
Siena fatta schiava alternativamente da diverse oligarchie artigiane [50]
Perugia vittima della ferocia delle sue fazioni [52]
Pisa la sola attaccata alla parte ghibellina. Suo carattere [53]
Pisa la sola repubblica militare della Toscana [54]
Uccisione dei Pisani in Sardegna [55]
Funesti effetti che i Pisani risentono dalla loro unione coi Ghibellini [58]
Studio dell'uomo, compiuto in Italia, tanto nel bene come nel male [59]
Capitolo LVIII. Arte militare degli Italiani in principio del quindicesimo secolo. — Anarchia della Lombardia. — Nuovi tiranni si dividono gli stati di Giovanni Galeazzo. — Bologna e Perugia restituite alla Chiesa. — Siena torna in libertà. 1402-1404 [61]
La forza delle armate era posta nella cavalleria pesante [62]
Le battaglie erano assai rare, perchè non vi si potevano sforzare i corazzieri [62]
Le guerre si facevano più ai popoli che ai soldati [64]
I popoli, avvicinandosi il nemico, chiudevansi co' loro effetti ne' luoghi murati [65]
Prodigioso numero delle fortezze difese dagli abitanti [66]
L'artiglieria adoperavasi soltanto negli assedj [67]
I condottieri italiani subentrano ai forestieri [69]
Vantaggi trovati dai governi ne' condottieri [70]
Quale uso facevasi ancora della milizia [71]
Ricompense offerte ai soldati [72]
Fortune fatte dai condottieri [74]
Alberico da Barbiano e la compagnia di san Giorgio [75]
Grandi capitani formati a questa scuola [76]
Carattere di Giovan Galeazzo, confidenza accordata ai suoi capitani [78]
Divisioni de' suoi stati tra i di lui figli [79]
1402 Alleanza dei Fiorentini col papa contro i Visconti [80]
Tentativo infruttuoso del papa sopra Perugia [81]
1405 I capitani di Giovan Galeazzo entrano al servigio de' nemici de' suoi figliuoli [82]
1403 Gelosia nel consiglio di reggenza dei Visconti [84]
Violenta e crudele condotta della duchessa Catarina Visconti [85]
Ribellione di Cremona. Signoria d'Ugolino Cavalcabò [87]
Movimenti sediziosi in tutte le città di Lombardia [88]
L'armata de' Fiorentini si avanza contro Parma [90]
Il papa fa una pace separata coi Visconti [91]
2 settembre. Bologna torna sotto la Chiesa [92]
I Fiorentini soccorrono i Guelfi di Lombardia [94]
Cercano di rendere la libertà a Siena [95]
1404 Marzo. I Sienesi ricuperano da sè la libertà [96]
I Fiorentini vogliono liberare Pisa dalla tirannide di Gabriele Maria Visconti [97]
Il Visconti si pone sotto la protezione di Boucicault, governatore di Genova [98]
I Fiorentini puniscono i gentiluomini ghibellini degli Appennini [100]
Loro alleato, Pietro de' Rossi, tradito da Otto Bon Terzo [101]
Sedizioni in Milano contro la duchessa [104]
Il Barbavara e la duchessa costretti a fuggire [104]
16 ottobre. La duchessa, posta in prigione, muore avvelenata [105]
Capitolo LIX. Conquiste di Francesco da Carrara in Lombardia. — Gelosia de' Veneziani; gli dichiarano la guerra; vigorosa resistenza del Carrara, che perde successivamente Verona e le sue principali fortezze; egli è forzato ad arrendersi, ed il consiglio dei dieci lo fa morire co' suoi figliuoli. 1404-1406 [107]
1403 Negoziati del Carrara colla duchessa di Milano [107]
Agosto. Si rende padrone di Brescia che poi abbandona [108]
1404 Guglielmo della Scala gli chiede soccorso, e tratta con lui [109]
7 aprile. Il Carrara e della Scala occupano Verona [110]
21 aprile. Morte di Guglielmo della Scala. Si sospetta di veleno [111]
29 aprile. La fortezza di Verona ceduta al Carrara [112]
La repubblica di Venezia prende parte colla duchessa contro il Carrara [114]
25 aprile. Vicenza chiama i Veneziani, e spiega l'insegna di san Marco [115]
17 maggio. Il Carrara fa arrestare i due principi della Scala che intrigano contro di lui [116]
18 giugno. Prime ostilità della repubblica veneta contra il Carrara [117]
1404 23 giugno. Il Carrara dichiara la guerra ai Veneziani [118]
Il Carrara difende i suoi confini contro un'armata d'assai superiore alla sua [119]
6 settembre. L'armata veneziana entra nello stato padovano [120]
Nuovi nemici assalgono il Carrara [121]
2 dicembre. Paolo Savelli attraversa la Brenta, e guasta il Padovano [122]
1405 Francesco di Carrara manda a Firenze i suoi figli più giovani [124]
12 giugno. Viene assediato nella sua capitale [125]
25 giugno. Verona s'arrende ai Veneziani [126]
Giacomo da Carrara prigioniere [126]
In Padova si manifesta la peste [127]
I castelli del Padovano si arrendono ai Veneziani [128]
Infruttuosi trattati del Carrara con Carlo Zeno [129]
2 novembre. Assalto generale respinto [132]
Costanza di Francesco Carrara [133]
17 novembre. Una porta di Padova aperta per tradimento ai Veneziani [133]
Francesco Carrara dà le sue fortezze in deposito a Galeazzo [135]
19 novembre. Sedizione eccitata dai Veneziani in Padova contro il Carrara [137]
1405 29 novembre. Il Carrara e suo figlio giungono a Venezia [138]
Accoglimento loro fatto dalla signoria [139]
Discorso di Giacomo del Verme contro il Carrara [140]
1406 16 gennajo. Il Carrara strozzato per ordine del consiglio dei dieci [141]
I suoi due figli uccisi il giorno dopo nello stesso modo [142]
Morte di due figli del Carrara ch'erano a Firenze [143]
Il consiglio dei dieci pubblica una taglia sulla testa dei principi della Scala [145]
Crudele politica dei Veneziani; odio che eccita [147]
Tavole genealogiche della casa di Carrara e della Scala [147]
Capitolo LX. I Fiorentini conquistano Pisa. — Seguito dello scisma, che viene mantenuto da Ladislao re di Napoli. — Concilio di Pisa. — Deposizione di Gregorio XII e di Benedetto XIII. — Elezione di Alessandro V. 1405-1409 [149]
1403-1406 Rivoluzioni di Cremona. Ugolino Cavalcabò, e Gabrino Fondolo [150]
1404 Pandolfo Malatesti si fa signore di Brescia [152]
Alleanza dei Pisani con Boucicault, governatore di Genova [153]
1405 Boucicault persuade Gabriele Visconti a vendere Pisa ai Fiorentini [154]
1405 31 agosto. La cittadella di Pisa ceduta ai Fiorentini [155]
6 settembre. Viene loro ritolta dal popolo di Pisa [156]
I Pisani domandano la pace ed offrono compensi [157]
Giovanni Gambacorti, richiamato dall'esilio, viene nominato capitano del popolo [158]
I Fiorentini risolvono d'affamar Pisa; ardire di Pietro Marenghi [160]
Angelo della Pergola e Gaspare dei Pazzi disfatti, mentre accorrevano in soccorso di Pisa [161]
Ladislao ed Otto Bon Terzo ricusano di soccorrerli [162]
1406 I Pisani bloccati da ogni banda [162]
Rivalità dello Sforza e del Tartaglia acquietata da Gino Capponi [164]
Angustie dei Pisani [164]
9 ottobre. Giovanni Gambacorti cede Pisa ai Fiorentini [166]
Governo dei Fiorentini; frequenti emigrazioni dei Pisani [168]
Cambiamento nella politica dei Fiorentini [169]
1394-1406 Progressi dello scisma [171]
1394 16 settembre. Morte di Clemente VII; gli succede Benedetto XIII [171]
1395 Concilio Nazionale in Francia per la riunione della Chiesa [173]
1399 14 aprile. Benedetto XIII, costretto a capitolare con Boucicault [173]
1404 29 settembre. Morte di Bonifacio IX [175]
17 ottobre. Gusmano di Sulmona eletto papa sotto nome d'Innocenzo VII [175]
Carattere di Ladislao re di Napoli [171]
1399-1400 Ladislao costringe Luigi e Carlo d'Angiò ad uscire dal suo regno [178]
1401 Viene chiamato in Ungheria dai nemici di Sigismondo [179]
1402 5 agosto. È coronato a Zara come re d'Ungheria [180]
1402-1409 Abbandona l'Ungheria e vende ai Veneziani le piazze da lui occupate [181]
Sue pratiche in Roma contro papa Innocenzo VII [182]
1405 Sedizione de' Romani contro il papa [183]
I deputati de' Romani uccisi da un nipote del papa [184]
Afflizione del papa per questa violenza; è costretto a fuggire [186]
Ladislao vuole occupare Roma e n'è scacciato dal popolo [187]
1406 5 novembre. Morte d'Innocenzo VII; gli succede Gregorio XII [188]
Negoziazioni tra i due papi per la vicendevole abdicazione [189]
Convengono di adunarsi a Savona [190]
1407 Gregorio XII s'inoltra fino a Lucca, e Benedetto XIII fino alla Spezia [191]
Pratiche di Ladislao per continuare lo scisma [192]
1408 Aprile. Occupa Roma e le città vicine [193]
Gregorio XII vuole rompere ogni trattato col suo competitore [194]
I suoi cardinali lo abbandonano e si ritirano a Pisa [195]
I cardinali di Benedetto XIII vengono a Pisa e si uniscono a quelli di Gregorio [196]
I cardinali delle due ubbidienze convocano un concilio a Pisa [197]
I due papi a tale notizia si allontanano l'uno dall'altro [198]
Lodevole zelo dei due cleri, cattiva fede dei due papi [199]
Baldassar Cossa acquista grandissima influenza sui cardinali riuniti [200]
1409 I capi del clero e gli ambasciatori degli stati cristiani si adunano a Pisa [201]
5 giugno. Nella sua quindicesima sessione il concilio condanna i due papi [202]
7 luglio. Il cardinale di Candia, eletto sotto nome di Alessandro V [203]
7 agosto. Viene imposto l'obbligo al papa di convocare un nuovo concilio per la riforma della Chiesa [204]
Capitolo LXI. Ladislao, re di Napoli, occupa lo stato della Chiesa; minaccia Firenze; muore. — Sigismondo d'Ungheria, eletto imperatore, muove guerra ai Veneziani; sue conferenze con Giovanni XXIII in Lombardia. — Deplorabile stato di questa contrada. 1409-1414 [205]
Ambizione e perfidia di Ladislao; egli minaccia i Fiorentini [205]
Morte d'Alberico da Barbiano e di Otto Bon Terzo [207]
Braccio di Montone, scontento di Ladislao, passa al servigio dei Fiorentini [209]
1409 I Fiorentini prendono al loro soldo Malatesta da Pesaro con due mila quattrocento lance [210]
Ladislao occupa Cortona [211]
Braccio di Montone costringe Ladislao a ritirarsi [212]
Luglio. Luigi II d'Angiò coll'ajuto de' Fiorentini entra negli stati della Chiesa [213]
Attacca Roma inutilmente [214]
1410 2 gennajo. Dopo la sua ritirata i Fiorentini occupano Roma [215]
3 maggio. Morte d'Alessandro V; gli succede Baldassar Cossa sotto il nome di Giovanni XXIII [216]
1409 6 settembre. I Genovesi scuotono il giogo della Francia e si uniscono a Ladislao [217]
1410 16 maggio. Rompono presso alla Meloria parte della flotta di Luigi d'Angiò [219]
Seconda campagna infruttuosa di Luigi d'Angiò contro Ladislao [220]
1411 7 gennajo. I Fiorentini fanno la pace con Ladislao che loro cede Cortona [222]
11 aprile. Giovanni XXIII passa a Roma, e perde Bologna [222]
Terza campagna di Luigi d'Angiò. Battaglia di Rocca secca, 19 maggio [223]
Luigi d'Angiò non approfitta della vittoria [224]
1412 15 giugno. Trattato di pace tra Ladislao e Giovanni XXIII [224]
Ladislao minaccia Paolo Orsini [228]
1415 31 maggio. Sorprende Roma; il papa fugge a Firenze [229]
Alleanza dei Fiorentini coi loro vicini [230]
Conquiste di Ladislao nello stato ecclesiastico [231]
1414 Ladislao minaccia la Toscana [232]
22 giugno. I Fiorentini trattano di nuovo con lui [232]
Ladislao, sorpreso da sconosciuta malattia, frutto delle sue dissolutezze [236]
6 agosto. Muore a Napoli [236]
1405-1410 Scontento della Germania contro l'imperatore Roberto [237]
1410 19 maggio. Morte di Roberto. Sigismondo e Jossa concorrono all'impero [238]
1410 Carattere di Sigismondo, che resta solo imperatore [239]
1411-1413 Guerra di Sigismondo contro la repubblica di Venezia [241]
1412 9 agosto. Carlo Malatesti batte gli Ungari alla Motta [242]
1413 18 aprile. Tregua di cinque anni fra l'imperatore ed i Veneziani [244]
Sigismondo scende in Lombardia; deplorabile stato di questo paese [244]
Ferocia di Giovan Maria, duca di Milano [245]
Caccia gli uomini con cani da corsa [246]
Facino Cane si rende subordinati i due figli di Giovanni Galeazzo [247]
1412 16 maggio. Morte di Facino Cane e di Giovanni Maria Visconti [247]
Filippo Maria sposa la vedova di Facino Cane, e si fa riconoscere duca di Milano [249]
1413 Trattati di Sigismondo con Giovanni XXIII per tenere un concilio generale [250]
Congresso dell'imperatore e del papa in Cremona [252]
Concilio generale convocato a Costanza pel giorno 1.º novembre del 1414 [253]
Capitolo LXII. Concilio di Costanza; termina il grande scisma d'Occidente. — Giovanna II di Napoli e suo marito Giacomo, conte della Marca. — Grandezza e rivalità dei due condottieri Braccio di Montone e Sforza di Cotignola. 1414-1418 [254]
Disprezzo in cui erano caduti i capi della chiesa in conseguenza dello scisma [254]
Traffico delle indulgenze [256]
Gl'Italiani si fanno a difendere la potenza papale [257]
Indifferenza degl'Italiani per le opinioni religiose [258]
Il clero Italiano rimasto povero in confronto di quello d'Inghilterra e di Germania [260]
Gl'Italiani attaccati alla loro religione dalla politica [261]
1414 Giovanni XXIII va a suo malgrado a Costanza per aprire il concilio [262]
Carattere di Giovanni XXIII [262]
Si guadagna la protezione di Federico, duca d'Austria [264]
5 novembre. Fa l'apertura del concilio di Costanza [265]
Deliberazioni del concilio per nazioni e non per testa [266]
1415 1 marzo. Giovanni XXIII promette di rinunciare al papato [267]
21 marzo. Fugge travestito da Costanza [268]
Il duca d'Austria, protettore del papa, attaccato dagli Svizzeri [268]
17 maggio. Il papa ricondotto prigioniere a Radolfzell [270]
29 maggio. Giovanni XXIII deposto, e chiuso a Gottleben [271]
1415 4 luglio. Il concilio di Costanza viene riconosciuto da Gregorio XII, che abdica [271]
Ostinazione di Benedetto XIII, che Sigismondo va a ricercare a Perpignano [272]
La chiesa Spagnuola si distacca da Benedetto XIII, che viene deposto il 26 luglio 1417 [274]
Il concilio si propone la riforma della chiesa; ardire dei predicatori [275]
1372-1385 Dottrina di Giovanni Wickleff. I Lollardi in Inghilterra [276]
I libri di Wickleff portati in Boemia; progressi della riforma [277]
Carattere di Giovanni Huss; va a Costanza ed è posto in prigione [279]
1415 6 luglio, Giovanni Huss condannato a morte dal concilio, ed abbruciato [280]
Carattere di Girolamo da Praga; sua ritrattazione e suo pentimento d'essersi ritrattato [280]
1416 23 maggio. Suo discorso innanzi al concilio [281]
Sua condanna e suo supplicio [283]
1419-1460 Rivoluzione della Boemia; accanita guerra degli Ussiti [284]
Il concilio prende a riformare la simonia della corte di Roma [285]
1416-1417 Violente dispute ed anarchia nel concilio [286]
1417 11 novembre. Ottone Colonna eletto papa sotto il nome di Martino V [287]
1418 22 aprile. Il papa scioglie il concilio senza avere fatta alcuna riforma [288]
Stato dell'Europa in tempo del concilio. Giovanna II di Napoli [288]
1414 10 agosto. Lo stato della Chiesa scuote il giogo de' Napolitani [290]
Pratiche di Pandolfello Alopo, favorito di Giovanna, con Francesco Sforza [291]
Lo Sforza vuole formarsi un principato; suoi feudi, sua armata [292]
1415 Agosto. Lo Sforza posto in prigione da Giacomo, conte della Marca, sposo della regina [294]
10 agosto. Giovanna II sposa di Giacomo conte della Marca, che la maltratta [295]
1416 Congiura di Giulio Cesare di Capoa contro il nuovo re [296]
13 settembre. Ribellione de' Napolitani contro il re, in favore della regina [297]
Ser Gianni Carracioli, nuovo favorito della regina [298]
Braccio di Montone, capitano di ventura, rivale dello Sforza [299]
1414-1416 Braccio governa Bologna pel papa Giovanni XXIII [299]
1416 5 gennajo. Vende ai Bolognesi la loro libertà [300]
1416 Attacca improvvisamente Perugia [302]
Coraggiosa resistenza di Perugia [302]
Carlo Malatesti s'avvicina per difenderla [303]
7 luglio. Battaglia di san Egidio, ove il Malatesti viene disfatto da Braccio [305]
14 luglio. Perugia si assoggetta a Braccio, e lo elegge suo signore [307]
Giostre di Perugia, rendute più brillanti da Braccio [308]
Luogotenenti di Braccio, Tartaglia e Niccolò Piccinino [310]
1417 3 giugno. Braccio occupa Roma [311]
È costretto a ritirarsi per l'avvicinamento dello Sforza [312]
Capitolo LXIII. Papa Martino V va a stabilirsi in Firenze; di concerto collo Sforza vuole rialzare in Napoli il partito angioino, mentre che Giovanna II adotta Alfonso d'Arragona. — Conquiste del duca di Milano in Lombardia; guerra degli Svizzeri. 1418-1422 [313]
1382-1418 Prosperità di Firenze sotto il governo dell'oligarchia guelfa [313]
Maso degli Albizzi capo del governo [315]
Alla di lui morte accaduta nel 1417, gli succede Niccola d'Uzzano [316]
Gli Alberti, Ricci e Medici allontanati dal governo [317]
Giovanni di Bice dei Medici ammesso di nuovo nella magistratura [318]
Politica pacifica dei Fiorentini [319]
1418 Invitano Martino V a stabilirsi in Firenze [320]
Giovanni XXIII fugge di prigione, e viene ad assoggettarsi personalmente a Martino [321]
Negoziazioni di Martino V con Giovanna II [323]
1419 28 ottobre. Giovanna viene coronata in nome del papa [324]
Giacomo della Marca non potendo farsi un partito, si ritira in Francia, ove muore in un convento [325]
Lo Sforza spedito a combattere contro Braccio nello stato della Chiesa [326]
Viene disfatto tra Montefiascone e Viterbo [327]
Martino V vuole riconciliarsi con Braccio [328]
1420 febbrajo. Braccio a Firenze. Accoglimento che gli viene fatto dal popolo [329]
Martino irritato dalle canzoni nelle quali viene posto in confronto di Braccio [330]
Braccio per prezzo della sua riconciliazione assoggetta Bologna al papa [331]
Martino fa passare lo Sforza dal partito della regina a quello di Luigi III d'Angiò [333]
Intraprese di Luigi III d'Angiò sul regno di Napoli [333]
Negoziati di Giovanna con Alfonso re d'Arragona [336]
1409 Successione della casa d'Arragona alla corona di Sicilia [337]
Rivalità tra le case d'Arragona e d'Angiò [338]
1420 6 settembre. I luogotenenti di Alfonso prendono possesso dei castelli di Napoli [339]
1421 Braccio chiamato nel regno di Napoli da Giovanna e da Alfonso [339]
Intrighi alla corte di Napoli contro Alfonso [342]
1422 Pace fatta colla mediazione del papa; Luigi d'Angiò si ritira [343]
1418-1422 Rivoluzioni di Lombardia; carattere di Filippo Maria [344]
1418 Processo e giudizio di Beatrice Tenda duchessa di Milano [345]
Principj di Francesco Carmagnola; suo favore presso il duca [348]
Conquista della Lombardia fino all'Adda; sorpresa di Lodi [348]
Lega formata contro il duca da Filippo Araceli e disciolta dal Carmagnola [349]
Piacenza resta deserta un anno [350]
Ruina degli Araceli, dei Beccaria e di Lotterio Rusca [351]
Anarchia di Genova attaccata ancor essa dal Carmagnola [353]
Governo e patriottismo di Tomaso da Campofregoso [353]
Vantaggi del Carmagnola contro i Genovesi [354]
I Fiorentini ricusano di soccorrere Genova per forzare questa repubblica a vender loro Livorno [355]
1419 Gennajo. Trattato di pace tra i Fiorentini ed il duca di Milano [356]
1420 Alfonso d'Arragona attacca la Corsica, ed è respinto da Bonifazio [357]
1421 Genova si dà al duca di Milano [358]
1418-1420 I Veneziani acquistano il patriarcato d'Aquilea [360]
1421 Nuovi acquisti del duca di Milano, San Donnino, Parma, Bergamo [361]
Gabrino Fondolo cede Cremona al duca di Milano [362]
Pandolfo Malatesta fa lo stesso di Brescia, e Giorgio Benzone di Crema [364]
1422 Il duca toglie agli Svizzeri Bellinzona, Domodossola e la valle Levantina [365]
Un'armata svizzera passa il san Gottardo per attaccare il duca [366]
30 giugno. Battaglia d'Arbedo fra tre mila Svizzeri e ventiquattro mila Italiani [367]
Ritirata degli Svizzeri; la valle Levantina conquistata dal Carmagnola [368]
Capitolo LXIV. La regina Giovanna II, irritata contro Alfonso d'Arragona, adotta Luigi d'Angiò. — Morte di Sforza e di Braccio; disastrosa guerra dei Fiorentini col duca di Milano; alleanza dei Veneziani; presa di Brescia. 1422-1426 [371]
1422 Rivalità di Sforza e di Braccio di Montone [371]
Loro riconciliazione chiesta dallo Sforza [372]
Lo Sforza per mezzo di Braccio riconciliato colla regina [373]
Alfonso d'Arragona geloso del Caraccioli [374]
Braccio nominato da Alfonso governatore degli Abbruzzi [376]
Assedia l'Aquila che gli chiude le porte [376]
1423 22 maggio. Alfonso arresta Caraccioli, e vuole anche la regina [377]
Lo Sforza chiamato in soccorso della regina; sua vittoria alle Formelle [379]
Lo Sforza e la regina si ritirano ad Aversa [380]
La regina revoca l'adozione di Alfonso, e gli sostituisce Luigi III d'Angiò [380]
Alfonso chiama Braccio in suo soccorso, ch'è ritenuto dall'assedio dell'Aquila [381]
Alfonso torna in Arragona, lasciando suo fratello a Napoli [382]
Lo Sforza marcia verso l'Aquila per costringere Braccio a levare l'assedio [383]
1424 4 gennajo. Lo Sforza si annega, passando il fiume Pescara [384]
Francesco Sforza contiene la sua armata, ed assicurasi della sua eredità [385]
1424 Guido Torello spedito dal duca di Milano in soccorso della regina Giovanna [387]
La regina Giovanna riprende Napoli all'infante di Arragona [388]
Effetto che produce sopra Braccio la notizia della morte dello Sforza [389]
Giovanna manda Giacomo di Caldora in soccorso degli abitanti dell'Aquila [391]
Braccio permette a Caldora di passare la montagna di san Lorenzo [392]
2 giugno. Battaglia dell'Aquila tra Braccio e Caldora [393]
Braccio disfatto per errore di Niccolò Piccinino [394]
Braccio muore in conseguenza delle sue ferite [395]
Il principato formato da Braccio viene distrutto [396]
Intrighi del duca di Milano in Romagna, che riaccendono la guerra [397]
1423 6 settembre. Pandolfo Malatesta, generale dei Fiorentini battuto a Ponte a Ronco [398]
1424 1.º febbrajo, Imola sorpresa da Angelo della Pergola [399]
Carlo Malatesta disfatto e prigioniero a Zagonara, il 27 luglio [400]
1425 1.º febbrajo. Terza rotta dei Fiorentini in val di Lamone [401]
Aprile. Quarta rotta dei Fiorentini a Rapallo [402]
1425 9 ottobre. Quinta rotta dei Fiorentini ad Anghieri [403]
17 ottobre. Sesta rotta dei Fiorentini alla Fagiuola [404]
I Fiorentini affrettano i Veneziani in loro soccorso [404]
Francesco Carmagnola incorre nella disgrazia del duca di Milano [405]
23 febbrajo. Va a Venezia ed eccita quella repubblica alla guerra [407]
Apostrofe di Lorenzo Ridolfi al senato di Venezia [408]
14 dicembre. Suo discorso in senato intorno alla guerra [409]
Discorso del Carmagnola per eccitare i Veneziani alla guerra [411]
1426 27 gennajo. I Veneziani ed i loro confederati dichiarano la guerra al duca di Milano [412]
Pratiche del Carmagnola per sorprendere Brescia [413]
17 marzo. Viene introdotto nel quartiere de' Guelfi [415]
Assedia successivamente gli altri quartieri e le fortezze [415]
20 novembre. Brescia interamente sottomessa dal Carmagnola [417]
30 dicembre. Pace di Ferrara tra il duca di Milano e le repubbliche [418]
Capitolo LXV. Seconda guerra dei Fiorentini col duca di Milano. — Rivoluzioni nello stato della Chiesa. — Tentativi dei Fiorentini sopra Lucca; questa città ricupera la libertà; terza guerra col duca di Milano. — Morte del Carmagnola. 1427-1432 [420]
Attaccamento dei Milanesi alla casa Visconti [420]
1426 Loro riesce dispiacevole la notizia della pace di Ferrara [421]
La nobiltà di Milano offre al duca di mantenere un'armata [422]
1427 Il duca rinnova le ostilità [423]
21 maggio. Disfatta d'una flotta milanese sul Po [425]
Il Carmagnola sorpreso a Gottolengo dal Piccinino [426]
Numerose armate adunate presso Cremona [427]
12 luglio. Battaglia di Casal Secco, di cui resta la vittoria indecisa [428]
Il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato respinti da Ladislao Guinigi [429]
Insubordinazione nell'armata del duca di Milano [430]
Ne dà il comando a Carlo Malatesta di Pesaro [431]
11 ottobre. Battaglia di Macalò; disfatta dell'armata milanese [433]
Il Carmagnola dà la libertà a tutti i prigionieri [435]
Nuove negoziazioni; pace separata del duca di Savoja. 2 dicembre [437]
1428 Ambizione de' Veneziani, che vogliono continuare la guerra [438]
18 aprile. Seconda pace di Ferrara tra le repubbliche ed il duca [439]
1428 Malcontento negli stati della Chiesa contro Martino V [441]
1.º agosto. Congiura a Bologna che ricupera la libertà [442]
1428-1431 La guerra tra la Chiesa e Bologna trattata mollemente [444]
Uccisione degli amici dei Bentivoglio a Bologna [445]
1429 14 settembre. Morte di Carlo Malatesta; suo carattere [446]
Indebolimento della sua casa; divisione de' suoi stati fra i nipoti [447]
Turbolenze in Toscana prodotte dallo stabilimento del Catastro [448]
Sedizione di Volterra [449]
22 novembre. Niccolò Fortebraccio attacca lo stato di Lucca [450]
14 dicembre. I Fiorentini dichiarano la guerra a Paolo Guinigi, signore di Lucca [452]
Vergognosa condotta d'Astorre Gianni a Serravezza [453]
1430 Filippo Brunelleschi intraprende invano d'inondare Lucca [455]
Valorosa difesa di Paolo Guinigi e de' suoi figli [456]
Zelo d'Antonio Petrucci, sienese, per la difesa di Lucca [457]
Luglio. Francesco Sforza, mandato dal duca di Milano, allontana i Fiorentini [458]
Paolo Guinigi reso sospetto di avere voluto vendere Lucca ai Fiorentini [459]
1430 Settembre. Paolo Guinigi arrestato e tradotto a Milano [461]
I Lucchesi dopo ricuperata la libertà non possono ottenere la pace dai Fiorentini [462]
Niccolò Piccinino mandato dal duca in soccorso di Lucca [463]
2 dicembre. I Fiorentini disfatti dal Piccinino in riva al Serchio [464]
1431 10 febbrajo. Morte di Martino V; gli succede Eugenio IV [465]
I Fiorentini persuadono i Veneziani a ricominciare la guerra [466]
17 maggio. Il Carmagnola sorpreso e rotto presso Soncino [468]
Il Piccinino minaccia Pisa e guasta la Toscana [468]
I Veneziani fanno rimontare il Po ad una grossa flotta [470]
22 maggio. Primo attacco tra le flotte veneziana e milanese [471]
23 maggio. La flotta veneziana battuta e quasi distrutta dai Milanesi [472]
27 agosto. Vittoria d'una flotta veneziana sopra una flotta genovese a Rapallo [474]
1432 Il Carmagnola chiamato a Venezia per dare consigli [476]
Viene arrestato in mezzo al senato e posto alla tortura [476]
5 maggio. Il consiglio dei dieci lo fa decapitare, come un traditore [477]

Fine della Tavola.