CAPITOLO LXXXIII.

Lorenzo de' Medici subentra nel credito di suo padre sopra la repubblica fiorentina. — Fasto ed ambizione dei nipoti di Sisto IV; prima campagna di Giuliano della Rovere, che in appressa fu Giulio II. — Progressi de' Turchi; primo assedio di Scutari; assedio di Lepanto; presa di Caffa.

1469 = 1475.

Fin qui abbiamo veduto la repubblica fiorentina collocarsi nel centro di tutte le negoziazioni, dirigendo tutti gli avvenimenti, ed avendo per lo meno qualche parte in tutte le rivoluzioni, in tutte le guerre d'importanza che agitarono l'Italia. Ma sotto l'amministrazione de' Medici, Firenze non si sostenne in così elevato rango; acconsentì di essere dimenticata nell'equilibrio dell'Italia; le rivoluzioni de' vicini stati si concatenarono le une colle altre senz'essere da lei dirette, o senza che ella si sforzasse di contenerle; e dopo avere passate in rivista queste grandi scene della politica, siamo costretti di tornare a dietro per vedere ciò che accadeva in questo tempo nella sua interna amministrazione. Noi la troviamo languente per la precaria sanità del suo capo, o debole per l'estrema giovinezza di quello che gli succede; la vediamo partecipare all'infelicità delle reggenze delle minorità, e comprendiamo in qual modo con tale cambiamento di spirito dovette spegnersi la sua forza.

D'uopo era che l'antico amore dei Fiorentini per la libertà fosse estremamente indebolito, perchè la morte di Pietro de' Medici non cagionasse una rivoluzione nella repubblica. Di già il vecchio Cosimo, dopo avere fondata la sua autorità piuttosto nella superiorità delle ricchezze che ne' grandi servigi, l'aveva trasmessa a Piero, suo figliuolo, come parte della sua eredità. Ma Piero era giunto a quella matura età che richiedevasi, perchè la repubblica potesse ubbidirgli senza vergogna. Le sue infermità lo avevano precocemente posto nel numero de' vecchi; egli era forse più stimato e meno temuto, perchè sembrava che omai non potesse sentire le passioni degli altri uomini. L'abituale sua dimora in campagna, le difficoltà e la lentezza con cui trasportavasi in lettica, quando tutti viaggiavano a cavallo, dava una certa quale apparenza di dignità a colui, che mai non ommettevasi di consultare come un oracolo in tutte le più importanti occasioni. Quando Piero morì non lasciò per capi della famiglia che i due suoi figli, il maggiore dei quali, Lorenzo, non giugneva ai ventunanni[1]. Faceva torto all'onore della repubblica, che venerabili magistrati, invecchiati ne' pubblici impieghi, rispettati da tutta l'Europa, ed accostumati a dirigerne la politica, venissero risguardati quali semplici partigiani di due giovinetti, le di cui pretensioni erano smentite dalla costituzione e da tutte le leggi dello stato cui non avevano renduto alcun servigio, i di cui natali erano più bassi di quelli di tutti i loro rivali, ed il di cui merito personale non aveva ancora potuto conoscersi. Pure coloro che avevano governata Firenze a nome di Piero, imposero silenzio all'amore del loro paese, e ad un'ambizione degna di un animo elevato per non ascoltare che circoscritti interessi, lo spirito di partito e l'ebbrezza della vittoria. Vollero conservare gli abusi di un governo di fazione, perchè essi soli ne approfittavano. Il credito personale dei giovani Medici non doveva soverchiare il loro proprio che in un'epoca creduta ancora lontana, e credevano inoltre più facile il tenere unito il loro partito sotto un antico nome, che innalzare ostensibilmente al primo posto quei medesimi che in fatti l'occupavano.

I cittadini, che in allora realmente governavano Firenze, erano Tommaso Soderini, fratello di quel Niccolò ch'era stato esiliato nell'ultima rivoluzione, Andrea de' Pazzi, che fu fatto cavaliere dalla repubblica nel febbrajo del 1468, essendo gonfaloniere di giustizia[2], Luigi Guicciardini, Matteo Palmieri e Piero Minerbetti. Questi erano coloro che in tempo delle dolorose malattie di Piero de' Medici avevano diretta la signoria, e s'erano fatti padroni dell'autorità del popolo per nominare i magistrati; erano que' medesimi che Piero de' Medici, stomacato dalla loro insolenza, e dalle vessazioni che esercitavano sopra tutti i cittadini, aveva minacciati di far rientrare entro i confini dell'ordine civile, richiamando in patria gli emigrati. Questi dopo la di lui morte si concertarono per continuare, sotto un vano nome, una giunta che loro assicurava la distribuzione di tutte le cariche, e delle finanze dello stato. Gli ambasciatori, accostumati a trattare con Tommaso Soderini, i cittadini, che da lungo tempo sapevano che la loro fortuna era dipendente dal suo favore, gli rendettero una specie d'omaggio, affrettandosi di visitarlo, tostocchè si ebbe notizia della morte di Piero de' Medici. Ma il Soderini temette di risvegliare la gelosia de' suoi colleghi, e d'indebolire il suo partito, accettando queste dimostrazioni di rispetto. Rinviò perciò i cittadini, che gli facevano visita, ai giovani Medici come ai soli capi dello stato; adunò nel convento di sant'Antonio tutti gli uomini che avevano maggiore influenza nella repubblica, e loro presentando Lorenzo e suo fratello, loro raccomandò di conservare a questi giovani il credito di cui la loro casa era in possesso da trentacinque anni; e gli avvisò essere più agevole cosa il mantenere un potere consolidato dal tempo, che il fondarne un nuovo[3].

I Medici accolsero modestamente gli attestati di attaccamento e di considerazione che erano loro dati a nome della repubblica, e per alcuni anni essi non tentarono di acquistare un'autorità, che apparentemente non esisteva che ne' magistrati, e che non poteva segretamente esercitarsi sopra di questi, che da coloro cui i lunghi servigj ed i conosciuti talenti davano altissima considerazione. Per lo spazio di sette anni Firenze fu internamente abbastanza tranquilla; i Medici, occupati ne' loro studj ed in giovanili cure, ora accoglievano in casa loro i più celebri letterati ed artisti, ora trattenevano il popolo con clamorose feste. Questi spettacoli si moltiplicarono con troppo maggior lusso nel 1471, quando Galeazzo Sforza, duca di Milano, venne a Firenze con sua moglie Bona di Savoja, sotto pretesto di soddisfare ad un voto.

Galeazzo, divenuto di già insopportabile a' suoi sudditi per la sua vanità, per la sua instabilità e crudeltà, volle ostentare in su gli occhi dell'Italia i tesori estorti ai suoi popoli con crudeli vessazioni. Non resta memoria di un viaggio intrapreso con maggiore ostentazione. Dodici carri coperti di drappi d'oro si trasportarono coi muli a traverso agli Appennini per servigio della duchessa; non erasi ancora aperta su quelle montagne alcuna strada carreggiabile. Precedevano i principi sposi cinquanta palafreni per la duchessa, cinquanta cavalli a mano pel duca, tutti bardati a drappi d'oro, cento uomini d'armi e cinquecento fanti per guardia, cinquanta staffieri vestiti di stoffe di seta con argento, cinquecento coppie di cani per la caccia e moltissimi falconi. Il loro seguito, ingrossato da tutti i loro cortigiani, era di circa due mila cavalli[4]. Dugento mila fiorini d'oro erano stati dal duca destinati a questa insensata pompa: colla metà della quale somma, pochi mesi prima, poteva difendersi l'isola di Negroponte, ed impedire che cadesse in mano dei Turchi.

Lorenzo de' Medici accolse in sua casa il duca di Milano, e dispiegò tutta la propria magnificenza per onorare un ospite così splendido. Sopra i suoi abiti e ne' suoi palazzi non isplendevano tante gemme, ma la pompa delle arti suppliva a quella dell'opulenza; i tanti antichi monumenti, i quadri e le stupende statue, che Lorenzo aveva raccolte, sorpresero il duca di Milano[5]. Dal canto suo la repubblica rivalizzò nel lusso col suo ospite e col suo ricco cittadino. Tutto il numeroso corteggio del duca fu alloggiato e mantenuto a spese del pubblico; tre sacri spettacoli, rappresentanti misteri, si offrirono ai Lombardi. Nella chiesa di san Felice si rappresentò l'Annunciazione della Vergine; ne' Carmelitani l'Ascensione di Cristo, ed in santo Spirito la Discesa dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, la quale ultima rappresentazione fu disturbata dall'incendio della stessa chiesa; perciocchè le fiamme, che vi si facevano a guisa di lingue, si appiccarono alle decorazioni, e le consumarono col palco e col tetto dell'edifizio[6]. Ma un danno assai più reale per Firenze fu la comunicazione dei gusti, del lusso, dei piaceri e dei vizj d'una corte corrotta, la comunicazione del suo ozio e della sua galanteria ad una repubblica, che mantenevasi co' suoi austeri costumi, coll'economia dei capi di famiglia, coll'attività e col costante lavoro della gioventù. Fu a' tempi di Lorenzo de' Medici, che si videro i Fiorentini accostumarsi alla servitù; eransi prima d'allora assoggettati più volte all'autorità vessatoria di una fazione vittoriosa; ma la molla delle antiche costumanze, più forte d'ogni passaggiera oppressione, riconduceva bentosto il regno delle leggi. Quando la mollizie e il libertinaggio ebbero occupato il luogo dell'antica energia, i Medici trovarono moltissimi cittadini, che preferirono il riposo dell'ubbidienza all'agitazione del comando[7].

L'inconsiderata intrapresa d'un emigrato fiorentino aveva pochi mesi prima richiamata l'esistenza e gl'intrighi del partito che era stato espulso dalla patria nel 1466. Tutti i figli d'Andrea Nardi, ch'era stato gonfaloniere nel 1446, erano esiliati; Bernardo, di tutti il più giovane ed il più coraggioso, tentò di ricominciare la guerra, occupando la città di Prato. Teneva in questa città molti amici, e ne contava ancora molti di più tra i contadini di Pistoja: sapeva inoltre che in queste due città non era affatto spento l'amore dell'antica indipendenza, e che si accusava il governo fiorentino d'essere ingiusto e vessatorio. Comunicò il suo progetto e le sue speranze a Diotisalvi Neroni, risguardato dagli emigrati come loro capo, e ne ottenne l'assicurazione che gli giugnerebbero soccorsi da Bologna o da Ferrara, se poteva occupare Prato e mantenervisi quindici giorni. Dietro tale promessa Bernardo Nardi, nella notte del 6 aprile del 1470, adunò un centinajo di contadini fuori delle porte di Prato dalla banda di Pistoja. Fece in appresso chiedere al podestà di aprire le porte ad un viaggiatore, ch'era giunto a notte assai innoltrata. In tempo di pace non si negava mai questo favore. Il Nardi gettossi addosso a colui che portava le chiavi della città, ed avendogliele tolte, fece entrare tutti i suoi compagni, e cominciò a correre le strade, eccitando gli abitanti di Prato alle armi ed alla libertà. S'impadronì, senza trovare resistenza, di Cesare Petrucci, podestà, del palazzo pubblico e della città, senza che per altro verun cittadino prendesse le armi in suo favore, osservando tutti sbalorditi un movimento tumultuoso che non sapevano comprendere. Intanto, essendosi adunata la signoria di Prato, Bernardo si recò innanzi a lei per esortarla a ricuperare la propria libertà, ajutando in pari tempo i fuorusciti fiorentini a ricuperare la loro. Ma la signoria rispose con calma di non volere altra libertà che quella di cui godeva sotto la protezione di Firenze. Mentre ciò accadeva, i Pratesi avevano potuto conoscere quanto ristretto fosse il numero de' seguaci del Nardi, ed i Fiorentini, che trovavansi in Prato, avevano cominciato a riunirsi ed a prendere le armi. Giorgio Ginori, cavaliere di Rodi, si pose alla loro testa, attaccò i faziosi, molti ne uccise, e gli altri tutti fece prigionieri. Questa sedizione, che si terminò in cinque ore, e che non aveva cagionato alcun danno reale, fu punita con eccessivo rigore. Si tagliò la testa a Nardi ed a sei de' suoi compagni in Firenze, ad altri dodici in Prato; molti erano morti difendendosi; di modo che quasi tutti coloro che avevano prese le armi, perirono vittime della loro imprudenza[8].

Due anni dopo una sedizione di assai più grave natura scoppiò nella città di Volterra a cagione d'una miniera d'allume ch'erasi scoperta. Un Sienese, Benuccio Capacci, l'aveva presa in affitto dalla magistratura della città; ma perchè pareva ritrarre da questa miniera maggiore vantaggio d'assai che non erasi in principio creduto, e perchè quasi tutto l'utile tornava a profitto degli stranieri, gli abitanti di Volterra vollero prevalersi di alcune irregolarità del primo contratto per annullarlo[9]. Alcuni Volterrani, trovandosi feriti nell'interesse e nell'amor proprio, talmente si andarono esacerbando gli spiriti, che queste contese dell'allume furono cagione di zuffe, di omicidj e dell'esilio di varj cittadini, ed all'ultimo di una totale rivoluzione nel governo municipale. Volterra era una città piuttosto alleata che suddita de' Fiorentini; erasi soltanto obbligata a pagar loro ogni anno mille fiorini, che non formavano la decima parte delle sue entrate, ed a ricevere ogni sei mesi un podestà fiorentino. La magistratura estraevasi a sorte ogni due mesi, secondo l'antica usanza delle repubbliche italiane: governavasi in una maniera indipendente, faceva le sue leggi e le abrogava, e nominava i comandanti di una ventina di castelli del suo territorio: alcuni decemviri, nominati nel caldo delle dispute cagionate dalla scoperta della miniera dell'allume, trovarono ingiusto che la repubblica di Firenze s'immischiasse nella sua amministrazione, ed avesse fatti rimettere in possesso della miniera gl'intraprenditori che n'erano stati scacciati colla forza. Essi dimenticarono nelle loro relazioni, fatte ai Fiorentini, que' riguardi e quel rispetto, che i loro predecessori avevano sempre mostrato verso questo stato protettore, ed all'ultimo rifiutarono di seguire i consigli di Lorenzo de' Medici, che cercava di far loro sentire l'imprudente loro condotta, e che, offeso da tale arroganza, opinò in appresso, perchè venissero sottomessi colle armi[10].

I Volterrani avevano di già spediti ambasciatori a diverse potenze d'Italia per chiedere la loro protezione; e gli emigrati fiorentini, che andavano in cerca di tutte le occasioni d'attaccare il governo, loro promisero e danaro e gente. La rivoluzione scoppiò il 27 aprile del 1472. Frattanto Tommaso Soderini volle ancora tentare la via delle negoziazioni; ma i suoi rivali preferirono quella delle armi, e furono appoggiati da Lorenzo de' Medici, che desiderava illustrare la sua amministrazione con qualche impresa militare. Non già ch'egli si recasse personalmente all'armata, la quale si adunò senza di lui sotto gli ordini di Federico da Montefeltro, conte d'Urbino, ed in breve ottenne una vittoria, accompagnata più che da onore, da vergogna e da rimorso. I Volterrani avevano adunato a stento un migliajo di soldati; i loro avamposti furono superati con estrema facilità, e le antiche loro mura, maravigliosa opera degli etruschi, vennero aperte dall'artiglieria. Capitolarono circa la metà di giugno, venticinque giorni dopo cominciato l'assedio: ma avendo un soldato, in onta alla capitolazione, percosso e spogliato un antico magistrato di Volterra, che aveva in allora deposta la carica, quest'esempio di militare licenza fu subito seguito da tutta l'armata vincitrice. Volterra fu per un giorno intero abbandonata al saccheggio, senza che venissero risparmiati nè i sacri edificj, nè l'onore delle donne: il governo municipale fu abolito, s'innalzò una fortezza sulla piazza del palazzo vescovile, e dal rango d'alleata la città fu ridotta a quello di suddita[11].

I due tumulti di Prato e di Volterra furono le sole cose che alterassero momentaneamente la pace di cui godette Firenze sotto l'amministrazione dei tutori e degli amici dei giovani Medici. Omai il loro potere trovavasi abbastanza rassodato, perchè le congiure, urtando contro di loro, lo consolidassero invece di scuoterlo. Ma di questa stessa epoca l'uomo, che doveva mostrarsi il loro più acerbo nemico, quello che doveva promettere appoggio e favore a nuove congiure e santificarle colle sue benedizioni, Sisto IV, era stato innalzato alla più eminente dignità del cristianesimo.

Il pericolo dell'invasione de' Turchi era in Italia così universalmente sentito, e tutti gli spiriti erano compresi da tanto terrore, che non eravi un sol uomo nel collegio de' cardinali, che non si mostrasse determinato ad impiegare tutte le ricchezze della chiesa romana, e tutte le forze della cristianità per combattere i barbari. Salendo sul trono un nuovo pontefice vi portava sempre questo voto, che aveva formato in meno sublime condizione; e le sue prime congregazioni, le prime lettere erano tutte piene di quell'ardore che voleva inspirare a tutti i fedeli. Ma poichè aveva cominciato ad assaporare il piacere del comando, dopo di avere sperimentato alcun tempo, da un canto la sorda ma costante opposizione di tutti coloro il cui interesse non si accordava colla guerra, dall'altro canto la soddisfazione d'arricchire le sue creature, di soddisfare i proprj gusti o quelli degli uomini a lui più cari, finalmente d'impiegare i tesori della chiesa nell'appagare le proprie passioni piuttosto che nella difesa della Cristianità, tutto il suo zelo si agghiacciava, trovava pretesti per dispensarsi dal prendere parte alla crociata ch'egli stesso aveva predicata; e coloro cui egli stesso aveva poste le armi in mano, dovevano riputarsi felici, s'egli non approfittava dell'averli posti in guerra col comune nemico, per attaccarli poscia nei loro stati e spogliarli.

Questo progressivo raffreddamento, che si era potuto osservare in Calisto III, in Pio II, in Paolo II, si rese più manifesto in Sisto IV. Dopo il pontificato di Niccolò V, lo scettro della Chiesa era successivamente caduto in mani sempre meno pure, e questo progressivo degradamento doveva avere per termine alla fine del secolo lo scandaloso papato d'Alessandro VI. Francesco della Rovere, innalzato alla santa sede sotto il nome di Sisto IV, vi era giunto, per quanto si disse, col mezzo di simoniache pratiche. Il suffragio del cardinale Orsini era stato comperato colla promessa dell'impiego di tesoriere o di camerlengo, quello del cardinale pro-cancelliere coll'abbadia di Subbiaco, e quello del cardinale di Mantova coll'abbadia di san Gregorio[12]. In questo modo il cardinale Bessarione, che da principio sembrava avere per lui il maggior numero delle voci, ed il cardinale di Pavia, che avrebbe egualmente onorata la tiara, furono allontanati, non senza ch'essi medesimi si avvedessero delle pratiche, che li privavano tutti e due del papato[13].

Tutta la Chiesa echeggiava di lagnanze contro l'avarizia di Paolo II, che si era veduto accumulare le entrate de' beneficj ecclesiastici, lasciandoli molti anni senza possessori; non conoscevasi che avesse alcun favorito, nè vedevasi che spendesse in magnificenze, o in altri oggetti; sapevasi che il suo gusto era quello d'ammassare tesori, senza farne uso, ed eraglisi più volte udito a dire che i suoi forzieri erano pieni d'oro. Pure Sisto IV dichiarò di non avervi trovati che cinque mila fiorini[14]; ma la subita ricchezza de' suoi nipoti, e lo scandaloso lusso che ostentarono bentosto in faccia a tutta l'Europa, fecero sospettare che i tesori dell'ultimo pontefice non erano stati preservati dal saccheggio.

Sisto IV aveva quattro nipoti, il di cui rapido innalzamento fu un oggetto di scandalo a tutta la Cristianità. Leonardo e Giuliano, che portavano come il papa il nome della Rovere, erano figliuoli di suo fratello; Pietro e Girolamo Riario erano figli di sua sorella. Vergognose vociferazioni ascrivevano la nascita degli ultimi due ad un incesto, altri cercavano una causa ancora più infame, se è possibile, della insensata predilezione di Sisto IV per questi due giovani: l'obbrobrio di tali accuse era universalmente sparso, ed i costumi e la condotta del papa contribuirono ad ottener loro credenza.

Frattanto tutti gl'interessi della Chiesa e della Cristianità erano sagrificati all'ingrandimento de' nipoti. Leonardo della Rovere fu nominato prefetto di Roma, sposò una figlia naturale di Ferdinando, ed in occasione di questo matrimonio Sisto IV abbandonò al re di Napoli il ducato di Sora, Arpino e tutti i feudi che Pio II aveva acquistati alla Chiesa nell'ultima guerra, e che Paolo II aveva così vigorosamente difesi. Nello stesso tempo Sisto condonò a Ferdinando, non senza eccitare violenti lagnanze nel sacro collegio, quel tributo arretrato che aveva fatto temere di guerra tra il re di Napoli e la santa sede[15], e lo dispensò da tale obbligo a vita; formò in tale maniera con danno della sua Chiesa la più stretta alleanza col governo di Napoli. Giuliano della Rovere, che Sisto IV creò cardinale, e che arricchì di beneficj ecclesiastici, fu poi papa Giulio II. Girolamo Riario sposò, pel credito dello zio, Catarina, figlia naturale di Galeazzo Sforza, duca di Milano, che gli portò in dote la contea di Bosco, presso alle Alpi liguri, e ciò che più stimavasi dal papa, la protezione della casa Sforza[16]. Ma ciò non bastava all'ambizione del pontefice; nel 1473 fece comperare per Girolamo, da suo fratello Pietro, pel prezzo di quaranta mila ducati d'oro la città ed il principato d'Imola, ove Taddeo Manfredi, che in allora sosteneva una guerra civile contro sua moglie e suo figlio, a stento si manteneva[17].

Sebbene un tale ingrandimento de' nipoti del papa fosse ancora senza esempio negli annali della Chiesa, poteva fin qui spiegarsi per sola cupidigia ed ambizione. Ma la predilezione di Sisto IV per suo nipote, Pietro Riario, che di semplice frate francescano fu fatto prete cardinale del titolo di san Sisto, patriarca di Costantinopoli ed arcivescovo di Firenze, diede luogo a più odiosi sospetti. Pietro Riario, nella fresca età di 26 anni, non era distinto nè per talenti, nè per virtù; e niuno lo conosceva ancora, quando nel quinto mese del pontificato di suo zio fu nominato cardinale. «D'allora in poi, dice Giacomo Ammanati cardinale di Pavia, fu in corte onnipotente. Il suo rango ed il suo fasto sorpassarono tutto quanto creder potranno i nostri nipoti, e tutto quanto hanno potuto vedere i nostri padri. Quando andava a corte o ne usciva, una quantità di persone d'ogni condizione e d'ogni dignità lo accompagnava, ed anguste erano tutte le strade per la folla che lo precedeva e lo seguiva. In casa sua assai più frequenti erano le udienze che quelle del pontefice. I vescovi, i legati, gli uomini d'ogni qualità riempivano sempre la di lui casa. Diede un convito agli ambasciatori di Francia, che superò in sontuosità tutto ciò che l'antichità ed i gentili conobbero in questo genere. Gli apparecchi si continuarono molti giorni; vi si adoperò tutta l'arte degli Etruschi, ed il paese dovette contribuire tutto quanto aveva di raro e di squisito; ogni cosa facendosi al solo oggetto di ostentare un fasto che non potesse superarsi dalla posterità. L'estensione degli apparecchi, la loro varietà, gli ordini degli ufficiali, il numero de' coperti, il prezzo delle vivande, tutto venne accuratamente notato dagl'ispettori, tutto cantato in versi, sparsi poi con profusione non solo nella città, ma in tutta l'Italia. Si ebbe perfino cura di mandarne alcuni esemplari oltremonti[18]

Pochi giorni dopo questo banchetto, il di cui fasto insultava ai voti di povertà dell'ordine di san Francesco, in cui era stato allevato il cardinale Riario, Eleonora d'Arragona, figlia di Ferdinando, promessa sposa al duca di Ferrara, giunse a Roma, accompagnata da Sigismondo, fratello d'Ercole, per recarsi presso al consorte; in tale occasione il cardinale Riario spiegò un fasto più stravagante. Per ricevere Eleonora fece innalzare sulla piazza de' santi Apostoli un palazzo tutto risplendente d'oro e di seta. Tutti i vasi destinati al servigio di questa corte, e perfino gli utensili più vili erano d'argento o dorati[19]. Le feste succedevano alle feste, onde il cardinale Riario trovò d'avere spesi in brevissimo tempo cento mila fiorini, e contratti debiti per altri sessanta mila. Per supplire a così disordinate spese, che uguagliavano o superavano l'entrate de' più ricchi sovrani, Riario aveva riunite le più opulenti prelature della Cristianità. Patriarca titolare di Costantinopoli, possedeva nello stesso tempo tre arcivescovadi ed innumerabili altri beneficj.

Bentosto Pietro Riario volle mostrare all'Italia tutta il lusso ostentato in Roma. Recossi con real fasto a Milano, ove giunse il 12 settembre del 1473. Vi fu ricevuto col titolo di legato di tutta l'Italia datogli da Sisto IV. Colà volle far prova di magnificenza in concorso di Giovanni Galeazzo, che non era di lui meno vano. Fu creduto inoltre che si fossero promessi reciproca assistenza nel progetto di farsi, uno re d'Italia, e l'altro papa. Di là il Riario andò a Venezia per cercarvi non solo lo splendore degli onori che gli si tributavano, ma ancora la voluttà. Assicurasi che si abbandonò ad ogni eccesso, oltre le forze della sua costituzione. Spossato da scandalosi stravizj, per altro meno ruinosi ai popoli del suo fasto, morì pochi giorni dopo il suo ritorno a Roma, il 5 gennajo del 1474, dopo di avere dato all'Italia nello spazio di diciotto mesi uno spettacolo il di cui scandalo era fin allora sconosciuto. Con costui ebbe principio il Nipotismo, che per lo innanzi si erano avute poche occasioni di rimproverare alla corte di Roma[20].

Sisto IV pareva che non potesse dispensarsi dall'avere un favorito, onde prodigargli tutte le ricchezze della Chiesa. Quando perdette Pietro Riario, pianse amaramente, e si affrettò di sostituirgli un altro suo nipote, che la sua giovinezza aveva fin allora tenuto lontano dalla fortuna. Era questi Giovanni della Rovere, fratello di Leonardo e di Giuliano. Sisto IV gli fece sposare Giovanna di Montefeltro, figlia di Federico, conte d'Urbino, il più dotto ed il più virtuoso di tutti i feudatarj della Chiesa. Perchè questa figlia d'un principe non isposasse un semplice particolare, il papa staccò dall'immediato dominio della santa sede, e diede in feudo a Giovanni della Rovere, le città di Sinigaglia e di Mondavio col loro territorio. Richiedevasi per convalidare queste cessioni il consenso del concistoro de' cardinali, e non fu facile l'ottenerlo. Il cardinale Giuliano, fratello del nuovo principe, adoperò le più vive istanze per persuadere i suoi colleghi; il papa acquistò con ricchi beneficj un dopo l'altro i loro voti; onde i più caldi sostenitori degl'interessi della Chiesa furono all'ultimo strascinati dal voto della pluralità[21]. In appresso volle Sisto IV dare nuovo lustro alla dignità del principe che aveva di fresco aggregato alla sua famiglia. Federico di Montefeltro, che faceva prosperare il suo piccolo stato, risguardavasi come uno de' migliori generali d'Italia; aveva sempre sotto i suoi ordini una buona armata, che manteneva come un condottiere, ricevendo il soldo da qualche più potente sovrano. La posizione de' suoi stati nella vicinanza di Roma dava maggior prezzo alla sua alleanza; e il papa per affezionarselo maggiormente lo decorò del titolo di duca d'Urbino, il 21 agosto del 1474, colla pompa medesima e colle cerimonie, che avevano tre anni prima accompagnata la nomina di Borso d'Este al ducato di Ferrara[22]. Bentosto il genero di Federico passò ad una nuova dignità; perchè, essendo morto l'11 novembre del 1745 il di lui fratello Leonardo, gli successe nella carica di prefetto di Roma.

L'altro fratello della Rovere, quel cardinale Giuliano, che in età avanzata doveva poi mostrarsi il più bellicoso pontefice, apprendeva in questi tempi l'arte militare nello stato della Chiesa. La città di Todi fu la prima scena delle sue imprese. Erasi veduto ripullulare in questa città l'antica discordia de' Guelfi e dei Ghibellini, che doveva credersi affatto spenta dopo avere per tre secoli tenuta l'Italia divisa. Era stato ucciso Gabriele Castellani, capo de' Guelfi del paese, e Matteo Canali, capo de' Ghibellini, erasi in certa maniera fatto sovrano di Todi. Tutta la provincia si era sollevata per questo avvenimento; e la memoria delle antiche offese aveva risvegliati gli odj con tanto furore, come se le due fazioni discutessero tuttavia i diritti dell'Impero e della Chiesa. Gli abitanti di Spoleti, il conte Giordano Orsini ed il conte di Pitigliano erano accorsi in ajuto de' Guelfi; e Giulio da Varano, signore di Camerino, erasi dichiarato pel contrario partito. Per altro le opinioni che avevano in addietro dato origine a queste fazioni erano affatto dimenticate, ed i Guelfi erano così lontani dall'essere i campioni dei diritti della Chiesa, che il legato del papa abbracciò la difesa dei Ghibellini. Questi entrò in Todi alla testa della sua piccola armata, ne scacciò i contadini che v'erano stati introdotti, punì i sediziosi colla prigione o coll'esilio, e ridusse di nuovo la provincia nell'assoluta dipendenza della santa sede. Da Todi Giuliano condusse la sua armata a Spoleti. Quando lo videro avanzarsi si ritirarono l'Orsini ed il Pitigliano, e la città capitolò: ma non furono poi osservate le condizioni accordate agli abitanti dal cardinale legato; i soldati, a dispetto de' suoi ordini, svaligiarono i cittadini. Pure in appresso la Chiesa non punì i soldati per la loro insubordinazione, ma insevì contro gli abitanti di Spoleti, cui il cardinale non credevasi obbligato a nulla, da che la loro capitolazione non era stata osservata. Molti di loro furono posti in prigione, altri esiliati, e venne abolita la loro giurisdizione sopra la provincia[23].

Più non restava a Giuliano della Rovere per ultimare la campagna che di sottomettere Niccolò Vitelli, principe di Tiferno, o Città di Castello. Il Vitelli non assumeva che il titolo di vicario della santa Chiesa; dichiaravasi apparecchiato ad ubbidire agli ordini del papa; ma intanto manteneva nella sua piccola sovranità un'indipendenza, che per molte generazioni vi avevano mantenuta ed a lui trasmessa i suoi antenati. Egli respinse la forza colla forza, ottenne un vantaggio sopra le truppe del cardinale Giuliano, e nello stesso tempo chiese ajuto ai Fiorentini. Questi non vedevano senza inquietudine il torbido governo del pontefice e de' suoi nipoti, e quel cambiamento nell'amministrazione della Chiesa, che pareva formarne una monarchia militare. Avevano essi ragione di temere per Borgo san Sepolcro, città vicinissima al teatro della guerra, che si erano fatta cedere dai papi, e che poteva essere loro ritolta. Vi mandarono adunque una piccola armata, comandata da Pietro Nasi; fecero in pari tempo passare alcuni soccorsi al Vitelli, ed eccitarono in tal modo la collera del pontefice, che più loro non perdonò d'averlo fermato nell'esecuzione de' suoi progetti[24]. Il cardinale, perduta la speranza di sottomettere il Vitelli colla forza, gli accordò un'onorata capitolazione. Duecento soldati della Chiesa vennero ricevuti in Città di Castello in segno di sommissione; ma non fu cambiato il governo, e venne riconosciuta la sovranità del Vitelli. Del resto tale trattato fu altamente biasimato dal sacro collegio. I più virtuosi cardinali erano quelli che più s'interessavano per l'ingrandimento del temporale dominio della Chiesa. Avevano sperato che Città di Castello sarebbe ridotta sotto il diretto dominio della santa sede; e risguardarono la cessione fatta al Vitelli, come contraria alla dignità ed alla sovranità del papa[25].

Se i Fiorentini avevano concepita dell'inquietudine per i movimenti dell'armata del cardinale Giuliano ai loro confini, avevano ancora più forte motivo di porsi in guardia dell'alleanza strettissima del papa col re di Napoli; particolarmente dopo che questi due sovrani eransi attaccati a Federico d'Urbino, che fin allora era stato quasi sempre capitano della repubblica. I Fiorentini avevano veduto con istupore disporsi il duca Federico a fare un viaggio a Napoli, ed avevano cercato di ritenerlo, osservandogli che se ponevasi una volta tra le mani di Ferdinando, riceverebbe il trattamento fatto al Piccinino[26]. Ma quando seppero per lo contrario che Federico era in Napoli festeggiato ed onorato assai, ed inoltre nominato generale della lega del re e del papa, credettero che fosse tempo di cautelarsi contro l'ambizione di così formidabili vicini. Da un canto nominarono loro capitano Roberto Malatesta, principe di Rimini, e dall'altro canto spedirono Tommaso Soderini a Venezia per conchiudervi una più stretta alleanza con questa repubblica[27].

I Veneziani trovavansi in allora più stretti che mai dalle armi turche, e vedevansi in pari tempo compromessi per gli affari di Cipro con i due più potenti stati d'Italia. Ferdinando sperava sempre di far ottenere la corona di quel regno a suo figlio naturale, don Alfonso, che aveva fatto adottare dalla regina Carlotta, legittima sorella di Giacomo, e che aveva promesso sposo all'altra Carlotta, figliuola naturale dello stesso Giacomo. Inoltre i Genovesi, sudditi del duca di Milano, non potevano darsi pace della perdita di Famagosta, e minacciavano d'attaccare l'isola di Cipro con truppe milanesi, per ricuperare quella fortezza[28]. I Veneziani, inquieti per le pretensioni de' loro rivali, colsero avidamente l'occasione di confederarsi con tutto il settentrione dell'Italia. In Milano ed in Venezia le negoziazioni furono destramente condotte, ed il 2 novembre del 1474 le due repubbliche sottoscrissero con Galeazzo Sforza una lega difensiva per venticinque anni. Fu convenuto che ognuna delle potenze contraenti manterrebbe anche in tempo di pace tre mila cavalli e due mila fanti sul piede di guerra. In una guerra continentale dovevano riunire tra di loro ventun mila cavalli e quattordici mila fanti, in modo per altro che i Veneziani ed il duca di Milano contribuissero ognuno come tre, ed i Fiorentini come due. Finalmente nelle guerre marittime, i Fiorentini ed il duca di Milano obbligavansi a somministrare ciascheduno ai Veneziani cinque mila fiorini al mese. Fu inoltre convenuto che s'inviterebbero il duca di Ferrara, il papa ed il re Ferdinando ad entrare in questa alleanza. In fatti il primo vi prese parte il 13 febbrajo seguente; ma il papa ed il re Ferdinando si limitarono a dare generali assicurazioni di mantenersi amici delle parti contraenti, senza voler prendere verun positivo impegno[29].

Ma sebbene l'Italia si trovasse divisa tra due leghe rivali, che si adocchiavano, e che cercavano vicendevolmente di nuocersi, l'interna sua pace non venne altrimenti turbata; le più minacciose negoziazioni non ebbero alcun risultato. La storia di Firenze per più anni consecutivi non offre niuna interessante memoria, e lo stesso può dirsi press'a poco di quella di Milano, essendo tutti gl'interessi e tutta l'attività degl'Italiani diretti verso il levante. La guerra de' Turchi teneva occupati tutti gli spiriti, ed inattive tutte le forze. Soltanto il papa, sempre più alienandosi dai Veneziani, andava a poc'a poco ritirandosi dalla lotta. Nel 1472 la flotta pontificia aveva a tutto potere ajutata quella della repubblica; nel 1473 non aveva fatta che una vana mostra della sua forza ne' mari di Rodi; ed il terzo anno più non ebbe parte in una guerra, cui la santa sede era immediatamente interessata.

Prima che terminasse il 1473, Maometto II aveva spedito in Moldavia un'armata comandata da Solimano, beglierbey di Romania. Il sovrano, che aveva i titoli di palatino e di wayvoda della Moldavia, era Stefano, degno successore del feroce Blado Dracula. Ma perchè le enormi sue crudeltà erano eccitate dal più caldo zelo religioso, Sisto IV, mandandogli parte del danaro prodotto dalle indulgenze, chiamavalo in tutte le sue lettere il suo prediletto figlio, il vero atleta di Gesù Cristo[30]. Stefano non si attentò di dare battaglia ai Turchi per difendere il suo paese; egli al contrario lo guastò prima di loro con tale attività, che i Musulmani, avanzandosi, bentosto mancarono di ogni mezzo di sussistenza. Dopo che la loro armata, spossata dalla fame e dalla malattia, ebbe perduto il coraggio e le forze, il vayvoda l'attaccò il 17 di gennajo presso alla palude di Rackovieckz e totalmente la disfece. Ebbe in appresso l'atrocità di far impalare tutti i prigionieri, ad eccezione d'alcuni ufficiali generali; e lo stesso storico, che racconta tale barbarie, aggiugne immediatamente; «che lungi dall'abbandonarsi all'orgoglio per così grande vittoria, egli digiunò quattro giorni a pane ed acqua, e fece pubblicare in tutto il suo stato, che niuno avesse l'audacia di ascrivergli questo felice avvenimento, ma che ognuno ne dasse tutta la gloria a Dio[31].» Il vayvoda continuò la guerra ne' due susseguenti anni, senza venire a battaglia; ma la sua cavalleria leggiera, volteggiando sempre intorno all'armata musulmana, gli tolse migliaja di prigionieri, che Stefano fece scorticare vivi o impalare[32].

Il beglierbey di Romania, avendo rifatta la sua armata dopo la disfatta di Rackovieckz, venne in principio di maggio del 1474 ad assediare Scutari, una delle più forti città che i Veneziani possedessero nell'Albania[33]. Assicurano i Latini, che Solimano aveva sotto i suoi ordini sessanta mila uomini, capitanati da sette sangiaki. Antonio Loredano era incaricato della difesa di Scutari col titolo di capitano e di conte della città. Deboli erano le mura di Scutari, onde furono bentosto aperte dall'artiglieria turca, che di que' tempi era molto superiore a quella de' Cristiani. Ma il Loredano faceva innalzare ripari di terra dietro le cadute mura, ed approfittava della vantaggiosa posizione del terreno, che in tutte le città dell'Albania è più forte delle mura. Il provveditore Lunado Boldù volle gettare un rinforzo nella piazza, ma la sua piccola armata fu posta in fuga. Gli assediati avevano consumati i loro approvigionamenti, e mancavano talmente di acqua, che la piccola razione che davasi ancora ai soldati doveva asciugare in tre giorni l'ultima cisterna, quando circa la metà di agosto Solimano diede un assalto. Fu valorosamente sostenuto otto ore; i Turchi vi perdettero tre mila uomini, e ritirandosi dalla battaglia, risolsero altresì di levare l'assedio[34].

L'armata turca, che tenne assediata Scutari, aveva fatta una prodigiosa perdita per le malattie generate dal terreno pantanoso in cui trovavasi accampata. Il Sabellico porta tale perdita a sedici mila uomini; ma l'armata veneziana non aveva meno sentita l'influenza dell'aria infetta. Gritti e Bembo erano stati mandati i primi con sei galere alla foce della Bogiana, fiume che, ricevendo le acque del lago Scutari, gettasi in mare tra Dulcigno ed Alessio. Pietro Mocenigo era più tardi venuto nella stessa rada colla flotta che aveva sottomessa l'isola di Cipro; tutti e tre caddero successivamente ammalati, e furono costretti di farsi portare a Cattaro. I marinai ed i soldati furono ancora più esposti a questa fatale influenza. L'armata che Boldù ragunò in Albania, ed alla quale si unì Giovanni Czernowitsch, aveva molti valorosi epiroti, ma non trovossi mai abbastanza forte per misurarsi coi Turchi; e mentre che stava aspettando rinforzi, la malattia gli rapiva i soldati che di già aveva. Finalmente gli abitanti di Scutari, quando fu appena partita l'armata musulmana, corsero in folla sulle rive della Bogiana per dissetarsi dopo una così lunga e crudele privazione; e molti caddero vittima della loro avidità; perchè appena avevano spenta la sete, che le loro membra s'irrigidivano, ed essi cadevano di subita morte[35].

La repubblica di Venezia testificò ai valorosi abitanti di Scutari, ed al loro comandante la riconoscenza dovuta alla loro fedeltà. Fece appendere l'insegna de' primi nella chiesa di san Marco, come testimonio della costanza loro, e creò cavaliere il Loredano, che rapidamente promosse poi alle cariche di provveditore e di capitano generale[36].

Durante l'inverno, che seguì l'assedio di Scutari, i Veneziani cercarono di fare qualche trattato coi Turchi; ma le pretese del gran signore erano troppo esorbitanti per potervi acconsentire. Chiesero nello stesso tempo soccorso ai loro alleati per la prossima campagna. Il duca di Milano loro pagò fedelmente il sussidio cui si era obbligato, ma il papa, dopo avere nominati dieci cardinali per occuparsi intorno alla guerra dei Turchi, ricusò di prendervi parte; onde la repubblica, irritata da tale abbandono, richiamò il ministro che teneva a Roma[37].

La campagna del 1475 venne distinta da pochi avvenimenti. Solimano, beglierbey di Romania, venne ad assediare Lepanto fortezza de' Veneziani nell'Etolia all'ingresso del golfo di Corinto. Le mura di questa città non erano state da lungo tempo ristaurate, e cadevano in ruina; ma la sua posizione sopra uno scosceso scoglio, che la chiudeva dalla banda del Nord ed era munito di un buon castello, suppliva alle opere dell'arte. Tra questi dirupi ed il porto i Veneziani cavarono delle fosse dietro le mura, e le sostennero con baluardi di terra. Erano entrati in città cinquecento cavalleggeri, le di cui frequenti sortite ebbero costantemente prosperi successi. Antonio Loredano occupava il golfo colla flotta veneziana, e non lasciava Lepanto sprovveduto nè di vittovaglie, nè d'armi, nè di fresche truppe. Dopo quattro mesi di inutili attacchi, conoscendo Solimano di non aver fatto alcuno avanzamento, abbandonò l'essedio[38]. In sul finire della stessa campagna la flotta ottomana fece un tentativo sul castello di Coccino nell'isola di Leuno, la sua artiglieria praticò una breccia nelle mura, ma l'avvicinamento del Loredano colla flotta veneziana costrinse i Turchi a ritirarsi[39].

Frattanto nello stesso anno un'altra repubblica italiana venne suo malgrado strascinata nella guerra coi Turchi. I Genovesi possedevano tuttavia Caffa nella Crimea, che gli antichi chiamavano Teodosia, e questa città, la più potente delle loro colonie, era inoltre il più famoso mercato di tutto il mar Nero. Caffa, trovandosi già da due secoli sotto il governo de' Genovesi, aveva acquistata una popolazione ed una ricchezza che quasi la rendevano eguale alla metropoli. Il kan de' Tartari, in mezzo ai di cui stati era posta, era convinto che la di lei prosperità formava la ricchezza de' suoi sudditi. Caffa era il mercato di tutti i prodotti del settentrione; il legno, la cera, le pellatterie, sarebbero rimaste senza valore in mano ai Tartari, se non si fossero presentati a comperarle i mercanti genovesi. Niuna delizia della vita, verun prodotto dell'arte de' popoli inciviliti penetrava in que' deserti, che per mezzo de' mercanti d'Italia. L'Europa comunicava coll'Oriente per mezzo dei Genovesi di Caffa; le stoffe di seta e di cotone, fabbricate in Persia, le derrate e le spezierie dell'India, vi giugnevano per le strade d'Astracan, e le miniere del Caucaso venivano scavate per conto de' Liguri. Il kan loro aveva accordati straordinarj privilegj; aveva permesso che i magistrati genovesi giudicassero tutte le cause de' suoi proprj sudditi fino ad una certa distanza da Caffa; sempre li consultava nella nomina del governatore della provincia, e mostrava una grandissima deferenza per tutte le domande di questa potente città. Il governo di quella colonia era composto di un consiglio, nominato ogni anno dal senato di Genova, di due assessori e di quattro giudici delle campagne[40].

Le conquiste di Maometto II ed il suo odio pel nome latino teneva i Genovesi inquieti intorno alla loro colonia. Il mar Nero era chiuso ai loro vascelli, o almeno non potevano attraversare l'Ellesponto ed il Bosforo, che coll'assoggettarsi alle avanie de' Turchi. Non potevano mandar per mare soldati a Caffa, e non pertanto temevano che quella piazza ne avesse pressante bisogno. Cerio, capitano d'una compagnia d'avventurieri, offrì loro di condurre per terra in Crimea la sua compagnia di circa cento cinquanta cavalli purchè gli fosse data una paga proporzionata a così difficile spedizione, e che lo sembrava ancora di più a motivo delle tenebre ond'era in allora avviluppata la geografia. Infatti Cerio uscì d'Italia pel Friuli, attraversò l'Ungheria, parte della Polonia, e finalmente parte della Tartaria, e dopo un viaggio di più di mille duecento miglia, condusse i suoi cavalieri sani e salvi a Caffa[41]. Questo rinforzo era poco considerabile, e non pertanto i magistrati di Caffa, giudicando della propria importanza e del proprio potere dai riguardi che avevasi per loro, avevano provocati i più pericolosi nemici. Alla morte del governatore della provincia in cui Caffa è situata, il kan de' Tartari gli aveva sostituito Emineces (il Barbaro lo chiama Eminachbi[42]), che dai Genovesi era stato riconosciuto. Il suo predecessore aveva lasciato un figliuolo, detto Seifaces, che per giugnere alla carica occupata da suo padre, sedusse a forza di danaro i magistrati di Caffa, e riuscì ad impiegare il loro credito presso il kan: e tanto fece colle loro istanze e colle minacce ancora, che l'imperatore tartaro acconsentì a destituire Emineces, ed a nominare in sua vece Seifaces. Ma in mezzo a queste erranti popolazioni l'autorità del monarca non era molto sentita, e poco rispettati i suoi ordini. Emineces, corucciato contro l'imperatore tartaro, e più ancora contro i Genovesi, si associò due altri capi della nazione, Caraimerza ed Aidar. Col loro ajuto sollevò tutti i Tartari della Crimea, e venne ad assediare Caffa, facendo in pari tempo chiedere soccorsi a Maometto II. Il sultano, sempre apparecchiato a fare nuove conquiste, mandò in faccia a Caffa la formidabile flotta che aveva allestita contro Candia. Già durava da sei settimane l'assedio cominciato dai Tartari, quando Ahmed, che comandava questa flotta, gettò l'ancora avanti a Caffa il primo giugno del 1475, e piantò le sue batterie contro le mura della città. Le fortificazioni di Caffa, dalle armate tartare credute sempre inespugnabili, perchè non sapevano attaccarle che colle loro sciable, colle frecce e colla loro cavalleria leggiera, mostrarono dopo pochi giorni larghe brecce aperte dall'artiglieria turca. Pure ancora quattro giorni gli abitanti difesero le brecce aperte e praticabili, dopo i quali soscrissero una capitolazione, che poi non fu osservata. Molti senatori ed antichi magistrati furono condannati al supplicio, mille cinquecento fanciulli vennero spediti a Costantinopoli per esservi allevati tra i giannizzeri, ed il rimanente degli abitanti latini fu trasportato a Pera, e distrutto il dominio dei Genovesi sul mar Nero[43].

Dal canto dell'Ungheria Mattia Corvino non corrispose alle calde premure de' Veneziani, e non tentò veruna importante diversione. Pure in questo stesso anno prese la fortezza di Schabatz, che minacciava il Sirmio, ma non portò più in là le sue armi[44]. Da ogni banda, sia presso i Musulmani che presso i Cristiani, i popoli trovavansi estenuati da così lunga guerra, e verun vigoroso sforzo prenunciava più grandi avvenimenti.