CAPITOLO LXXXIV.
Congiura di Niccola d'Este a Ferrara; di Girolamo Gentile a Genova; d'Olgiati, Visconti e Lampugnani a Milano. Rivoluzioni nello stato di Milano dopo la morte di Galeazzo Sforza.
1476 = 1477.
Mentre la guerra si andava al di fuori rallentando, e che i diversi stati d'Italia erano uniti da alleanze, che sembravano dover guarentire la pace fra di loro, l'interna loro costituzione venne replicatamente scossa da molte cospirazioni. In tre anni contansene, una a Ferrara, due a Genova, una a Milano ed una a Firenze. Pareva che i popoli, finalmente stanchi dell'oppressione sotto la quale tanto avevano sofferto, fossero determinati di spezzare un indegno giogo; ma non pertanto ricaddero dovunque sotto la catena che gli aveva oppressi. Non mancarono ai cospiratori nè segreto, nè ardire, nè fedeltà; tutti eseguirono ciò che avevano progettato, niuno ne raccolse il frutto: tanto è difficile di rovesciare un governo esistente, e tanto l'abitudine dell'ubbidire sostiene la potenza ancora del più odiato tiranno[45]! Odesi spesso accusarsi una nazione di debolezza e di pusillanimità, in ragione del giogo ond'è stata oppressa. Quando vedonsi migliaja d'uomini ubbidire contro l'interesse loro, contro il loro sentimento ad un solo, quando si vedono sottostare ai capricci ch'essi detestano, o diventare gli strumenti delle passioni che essi hanno in orrore, non possiamo non rimproverar loro di servire ove potrebbero comandare, e di non misurare le forze loro colla individuale debolezza di colui ch'essi temono. Sarebbe infatti vantaggioso che questo pregiudizio si stabilisse nell'opinione, e che la vergogna si associasse alla servitù. Forse i popoli farebbero allora per l'onore ciò che non fanno per la libertà[46]. Pure ingiustizia sarebbe il condannare una nazione soltanto a motivo del giogo che ha sopportato. Trovasi tanta potenza nell'organizzazione sociale, le forze di tutti sono così ben dirette dal despota contro ogni individuo, che per poco che questi o il suo ministro sia destro, coraggioso, vigilante, è sempre in tempo d'opprimere i suoi scoperti nemici col braccio medesimo de' suoi segreti nemici; in modo che la più nobile e più generosa nazione non è bastantemente forte per difendersi scopertamente dal suo tiranno. È dato solamente di poter congiurare a colui che co' deboli suoi mezzi personali vuole lottare coll'uomo che dispone della polizia, dell'armata, del tesoro. Molti, cedendo ad una nobile ripugnanza, rifuggono da tale intrapresa, perchè vi scorgono qualche apparenza di dissimulazione e di tradimento; non riconoscono che l'estremo pericolo nobilita i mezzi meno virtuosi, e che l'assassino di un tiranno dev'essere più coraggioso assai, che il granatiere che prende una batteria colla bajonetta. Per altro quest'opinione indebolisce ancora il partito de' cospiratori; spesso allontana da loro, nell'istante del pericolo, quelli che il giorno innanzi parevano partecipare ai sentimenti loro; e l'uomo coraggioso, che si è fatto l'organo delle volontà di tutto un popolo, e lo strumento delle sue vendette, perisce sul patibolo per le mani di quei medesimi ch'egli servì[47].
La storia d'Italia, ove gli avvenimenti si presentano e si accumulano, ove tutte le passioni hanno libero sfogo, ove tutte le instituzioni si combinano in mille modi, ci presenta sotto variate forme questi sforzi dei popoli e degl'individui per iscuotere il giogo della tirannide. Noi vi vediamo a vicenda aperte ribellioni e congiure; vediamo cospirare a vicenda a favore d'una stirpe reale, o di un sovrano risguardato come più legittimo, ed in favore della repubblica; vi vediamo tutte le lotte, quella della sublime lealtà, quella della fiera nobiltà e quella della libertà. Malgrado i diversi principj che servono di fondamento alla politica d'ogni uomo, non avvene alcuno, che non debba in così vasto numero di cospirazioni trovarne una che non gli sembri legittima; non avvene alcuno, che non debba associarsi di cuore a qualcuna delle intraprese tendenti a rimettere o il governo reale dell'antica dinastia, o la vecchia aristocrazia, o la libertà, o il regno glorioso d'un condottiere, o il dominio della Chiesa; non avvene alcuno, che ardisca considerare il potere, qualunque egli siasi, come sempre ugualmente sacro; ed un più liberale sentimento dovrebbe insegnargli, che tutte le congiure meritano un certo grado d'ammirazione[48], quando ancora appariscono colpevoli ai suoi occhi, per lo scopo che si propongono i congiurati; imperciocchè in tutte si trova un grande sagrificio di sè medesimo ad un interesse più sublime di sè, un grande sagrificio della sua persona ad una nobile causa, un grande spaventoso pericolo, posto in non cale a fronte di lontane speranze[49].
Tra le congiure che scossero l'Italia nel 1476, la prima a scoppiare fu quella di Ferrara. Niccolò d'Este, figlio del marchese Lionello, viveva in allora a Mantova presso suo cognato; molti emigrati ferraresi lo avevano seguito, risguardandolo come il rappresentante ed il legittimo erede di Lionello e di Borso, i due più amabili principi che avesse fin allora prodotti la casa d'Este, e gli andavano insinuando che tutto il popolo era partecipe del loro attaccamento e del loro rammarico. In ciò confidando, Niccolò cercava i mezzi di rientrare in Ferrara, non dubitando, che, ove giugnesse una volta a superare le mura della città, non fosse da tutto il popolo salutato per sovrano. Il marchese di Mantova, suo cognato, permettevagli d'adunare soldati nel suo territorio, e Galeazzo Sforza, sempre geloso de' suoi vicini, sebbene non covasse verun progetto contro di loro, gli somministrava danaro, e prometteva soccorsi. Frattanto la città di Ferrara trovavasi accidentalmente aperta; eransi in più luoghi atterrate le sue mura, per rifabbricarle dietro un nuovo piano; e Niccolò aveva ogni giorno fedeli avvisi di ciò che facevasi nella corte di suo zio. Seppe che il primo settembre del 1746 Ercole uscirebbe di buon mattino di città per recarsi alla sua casa di Belriguardo; e lo stesso giorno giunse da Mantova a Ferrara con cinque vascelli aventi a bordo cinquecento uomini d'infanteria; entrò per la breccia, che aprivasi nelle mura di mano in mano che si andavano rifacendo, e corse subito le strade, facendo ripetere innanzi a lui il suo grido di guerra: La vela! In pari tempo promise al popolo di rendergli l'abbondanza, mentre che la cattiva amministrazione d'Ercole aveva fatto crescere il prezzo del frumento; annunciò l'arrivo di quattordici mila uomini, che gli avevano dati per quest'intrapresa il duca di Milano ed il marchese di Mantova, ed invitò i cittadini a prendere le armi, senza aspettare che le truppe straniere gli sforzassero a riconoscerlo per loro legittimo sovrano.
Don Sigismondo, fratello del duca, al primo sentore di questo tumulto, erasi frettolosamente chiuso in Castelvecchio con donna Leonora d'Arragona sua sposa; ma non vi aveva vittovaglie per tre giorni. Ercole, cui alcuni fuggiaschi avevano annunciato l'ingresso in Ferrara di una numerosa armata, omai rinunciava alla speranza di riprendere la città, ed adunava soltanto i suoi soldati a Reggenta ed a Lugo per difendere queste due fortezze. Intanto niun Ferrarese aveva ancora prese le armi per unirsi a Niccolò, il quale vedendo d'aver corse invano tutte le strade, chiamando il popolo in suo soccorso senza che alcuno si muovesse, cominciava a scoraggiarsi. Eransi contati i soldati che lo seguivano, e sprezzavasi il loro piccolo numero; non vedevasi giugnere l'armata ch'egli aveva annunciata, e cominciavasi a non dare più fede alle sue parole. Don Sigismondo, testimonio della mala riuscita del suo avversario, si fece ancor egli a chiamare i Ferraresi in ajuto del loro sovrano. Corse il borgo del Leone, e la grande strada della Giudecca, e tutti gli abitanti presero per lui le armi. Di mano in mano che Niccolò vedeva ii popolo attrupparsi, egli abbandonava i quartieri della città uno dopo l'altro senza venire alle mani. Finalmente riconoscendo la sua impresa disperata, uscì di Ferrara, attraversò il Po e fuggì colla sua gente. Ma i contadini, di già contro di lui sollevati, occupavano tutti i passaggi per fermarlo. Egli cadde infatti in loro potere colla maggior parte di coloro che lo accompagnavano, e fu ricondotto a Ferrara. Il duca Ercole, suo zio, lo fece subito decapitare, e la stessa sorte toccò ad Azzo d'Este suo cugino. Vennero appiccati venticinque de' suoi complici; e così severa giustizia atterrì tutti i nemici del duca Ercole, la di cui successione, assicurata lo stesso anno dalla nascita di suo figlio Alfonso, più non venne in seguito contrastata[50].
I primi movimenti contro Galeazzo Maria Sforza scoppiarono in Genova, e furono quasi simultanei colla congiura di Ferrara. In forza del trattato che Genova aveva fatto col duca Francesco Sforza, quando si pose sotto la sua signoria, questa repubblica, lungi dal rinunciare alla sua libertà, pareva averla vie meglio consolidata. Vero è che aveva ammessi nelle sue mura un governatore ed una piccola guarnigione; ma questa straniera forza era appena bastante per comprimere i tumultuosi movimenti delle fazioni, per impedire quelle rivoluzioni, quelle frequenti convulsioni, che ne' precedenti anni avevano esaurita la città d'uomini e di danaro. Altronde il duca si era obbligato a non accrescere il numero dei soldati, nè le fortificazioni della cittadella.
Riceveva annualmente da Genova un tributo di cinquanta mila ducati, somma appena bastante al mantenimento della guardia della città e delle fortezze. E non solo non aveva il diritto di accrescere questa contribuzione, ma non poteva nemmeno immischiarsi nel modo di levarla. Così non poteva aver parte alla legislazione, all'amministrazione della giustizia, ed al governo interno della città[51].
Finchè visse Francesco Sforza, queste condizioni vennero religiosamente mantenute; ma Galeazzo, suo figliuolo, era troppo volubile in tutti i suoi progetti, troppo vano, troppo impetuoso per rispettare lungamente le leggi cui erasi obbligato. Pure, perchè non era meno pusillanime che arrogante, spesse volte si fermava nel corso di un'intrapresa ingiusta ed offensiva, e cedeva al timore dopo di avere sprezzate le rappresentanze del suo popolo. I Milanesi, tra i quali viveva, non solo risentivano danno da' suoi difetti come sovrano, ma ancora da' suoi privati vizj. La di lui dissolutezza sconvolgeva tutte le famiglie, e la sua crudeltà, eccitata dalla più leggera resistenza, non era soddisfatta che da spaventosi supplicj. Genova era, assai meno di Milano, esposta a questa spicciolata tirannide, e sebbene fosse violato il contratto fra il principe e la repubblica, e che perciò i Genovesi si risguardassero come sciolti dai loro giuramenti, i più ricchi temevano una rivoluzione, che poteva ruinarli assai più che i passaggeri abusi del potere cui speravano di sottrarsi.
Non pertanto l'intera città parve vivamente offesa dal disprezzo che le aveva mostrato Galeazzo, quando nel 1471 era passato per Genova, tornando da quel suo sontuoso pellegrinaggio di Firenze. Eransi apparecchiate per riceverlo splendidissime feste, magnifici regali. Egli affettò di dare a questa pompa un'aria di ridicolo presentandosi con abiti dimessi, ricusando gli alloggi che gli si erano apparecchiati, e chiudendosi in castello, ove pareva rimanersi con timore. Per ultimo alla fine dei tre giorni abbandonò Genova senza annunziarlo, come un fuggiasco[52].
Dopo avere eccitato il malcontento di questa potente città, non accostumata a soffrire i dileggi, Galeazzo ad altro non pensava che a stringere talmente le di lei catene che vi si spegnesse per sempre ogni spirito di libertà. Notabile è il progetto da lui immaginato per giugnere a questo fine. Sopra Genova, all'estremità della scoscesa montagna che divide le valli di Bisagno e della Polsevera, era situata la fortezza del Castelletto, dove il duca di Milano teneva guarnigione. Ordinò Galeazzo che una catena di fortificazioni si prolungasse da questo castello fino al mare. Un doppio muro guarnito di ridotti doveva dividere la città in due parti eguali, le quali, quando piacesse al governatore, non avrebbero fra di loro veruna comunicazione, e potrebbero essere separatamente oppresse. Di già tracciata sul terreno era la linea delle mura e delle torri, e gli operai, sotto gli ordini del luogotenente del duca ed alla di lui presenza, cominciavano a cavare i fondamenti. Fremevano tutti i cittadini sulla sorte che loro era riservata, ma niente facevano per prevenirla, quando Lazzaro Doria ordinò agli operai, a nome della repubblica, di sospendere un lavoro contrario alle leggi ed ai trattati, e strappò colle proprie mani le pertiche del livello, che loro servivano di norma. La folla applaudì con trasporto a quest'atto di vigore; gli operai si fermarono, ed il luogotenente del duca, temendo una sollevazione, si ritirò nel castello[53].
Quando giunse a Milano la notizia di quest'avvenimento, Galeazzo Sforza scoppiò in minacce ed in imprecazioni, ed ordinò che la città di Genova gli mandasse subito gli otto più distinti cittadini dello stato. In vista della violenta collera da lui manifestata, tenevasi per indubitato che li destinasse al supplicio; ma un subito terrore aveva calmato il suo irritamento: gli accolse con bontà e li rimandò senza aver loro fatto alcun male. Frattanto aveva adunati trenta mila uomini per invadere la Liguria; ed avendo determinato di non lasciare ai Genovesi alcun capo, fece sorprendere a Vada Prospero Adorno, e senza accusa e senza esame gettare nelle prigioni della fortezza di Cremona; ma tutt'ad un tratto rinunciò alla sua spedizione, e licenziò tutte le truppe.
Le diverse risoluzioni a vicenda abbracciate da Galeazzo erano tutte a Genova conosciute; conoscevasi la violenza della sua collera, ma non avevasi veruna garanzia della durata della presente affettata moderazione. Perciò da ogni banda si acquistavano armi, facevansi apparecchi di difesa, e tutti si andavano incoraggiando a mantenere la libertà qualunque volta fosse attaccata. Mentre tutto il popolo era trepidante intorno a ciò che potesse accadere, Girolamo Gentile, figliuolo d'Andrea, giovane mercante di non mediocri fortune, che non aveva alcun personale motivo di odio contro il governo, risolse di esporsi il primo per la libertà della sua patria. Adunò in casa sua nel sobborgo, nel mese di giugno del 1476, molte genti armate. Nel cuore della notte entrò in città per la porta di san Tommaso, di cui s'impadronì, e corse le strade, chiamando i suoi concittadini alle armi ed alla libertà. Molti Genovesi si unirono a lui, ed in breve occupò tutte le porte; ma fu troppo lento ad attaccare il palazzo del pubblico. Intanto i senatori si andavano adunando sotto la presidenza di Guido Visconti, governatore della città. Coloro che si erano da principio uniti a Gentile, temettero allora di essere condannati, come ribelli, dall'autorità che riconoscevano legittima; e tutti, uno dopo l'altro, si ritirarono prima che fosse giorno. Dopo la loro diserzione, vedendosi Gentile troppo debole, ritirossi in buon ordine verso la porta di san Tommaso e vi si fortificò[54].
Il senato aveva nominati otto capitani del popolo per cacciare di città Girolamo Gentile. Dietro i loro ordini avevano prese le armi circa trecento uomini e marciavano ad attaccare porta san Tommaso, difesa da Gentile con soli trenta uomini, tutti però determinati a difendersi fino alla morte, mentre non era un solo tra i loro avversari che non si esponesse di contro genio; quindi poco mancò che non fossero fatti prigionieri i capitani del popolo, e dispersa tutta la loro gente: ma in tale frangente si offrirono come mediatori i capi delle arti e mestieri. Girolamo Gentile accettò la loro mediazione, facendo però sentire ai loro compatriotti che non tarderebbero a pentirsi d'avere perduta l'occasione di ricuperare la libertà. Chiese che gli si rimborsassero settecento ducati, che gli erano costati i suoi apparecchi, fatti, secondo egli diceva, pel vantaggio della repubblica. Dopo averli ricevuti dal tesoriere del pubblico, consegnò la porta ai capitani del popolo e si ritirò[55].
Quando conobbesi a Milano questa singolare capitolazione, Galeazzo mostrossi fieramente adirato perchè si fosse rimborsato ad un capo di faziosi quel danaro ch'egli stesso confessava d'avere impiegato per isconvolgere lo stato. Non pertanto ratificò l'amnistia, ch'era stata pubblicata dal senato; e se covava in segreto il pensiero di rivocare a migliore opportunità questa grazia, non ebbe poi il tempo di farlo. Galeazzo non era privo di tutte le qualità che illustrarono suo padre; conosceva perfettamente la disciplina militare e la civile amministrazione del suo stato; ed aveva saputo stabilire nel Milanese una più rigorosa subordinazione che verun altro de' suoi predecessori. I tribunali facevano incorrotta giustizia, ed una severa polizia manteneva la pubblica sicurezza. Galeazzo parlava eloquentemente, ed aveva gentili e disinvolte maniere, e quando lo voleva, sapeva ad un'imponente maestà aggiugnere l'esteriore apparenza della bontà: ma ad un fasto stravagante univa un'illimitata cupidigia; era naturalmente perfido, e compiacevasi di mostrarsi tale particolarmente verso coloro, cui erasi mostrato più parziale, abbassandoli tanto più, quanto gli aveva a maggiori dignità innalzati; giammai non erasi mantenuto costante ne' suoi affetti, e potevasi presagire prossima e terribile la caduta di colui che vedevasi più favorito degli altri, ancor che questi non provocasse in verun modo il suo sdegno. Avidissimo di tutti i piaceri de' sensi, ed inclinato a disprezzare le costumanze e le leggi della società, portava la desolazione ed il disonore in tutte le famiglie[56]; e non pareva pago delle sue dissolutezze, se non erano condite dalla disperazione de' genitori o dei mariti, che aveva disonorati. Compiacevasi singolarmente nel farli ministri essi medesimi del loro disonore; abbandonava alle sue guardie le consorti rapite ai mariti, e faceva poi pubblico il loro oltraggio[57].
Tra coloro, le di cui case erano state da Galeazzo disonorate, trovavansi due giovani di nobile schiatta, Carlo Visconti e Girolamo Olgiati, di già predisposti dal loro precettore a detestare il giogo della tirannide. Erano essi amicissimi di Andrea Lampugnani, che il duca aveva ingiustamente spogliato del padronato dell'abbazia di Miramondo[58]: tutti e tre avevano udite le lezioni di Cola de' Montani di Gaggio, Bolognese, il quale circa il 1466 aveva aperta in Milano scuola di eloquenza. Si pretende che fosse stato prima maestro dello stesso Galeazzo, e che lo avesse più volte castigato colla severità praticata nell'antica educazione. Galeazzo, diventato sovrano, volle vendicarsi dei castighi sofferti nella sua infanzia con un'egual pena, e fece pubblicamente sferzare il maestro[59][60]. Montano detestava la tirannide anche senza quest'affronto. Nodrito nello studio dell'antichità, non trascurava veruna occasione di far notare ai suoi allievi, che tutte le virtù, ch'essi ammiravano ne' grandi uomini Greci e Romani, eransi sviluppate nella libertà; che una libera patria incoraggiava tutti i talenti, ogni genere d'energia, ed i progressi dello spirito, perchè ogni specie di grandezza ne' suoi cittadini veniva sempre impiegata pel vantaggio di tutti; mentre che un tiranno, geloso di ogni forza, di cui non potesse egli stesso disporre, occupavasi sempre a contenere, a comprimere, a distruggere i talenti, l'energia, la sublimità del carattere, che poteva un giorno adoperarsi contro di lui[61].
Voleva il Montani che i giovani gentiluomini, per rendersi degni della libertà, imparassero a comandare le armate. Aveva perciò persuasi l'Olgiati ed alcuni altri ad imparare l'arte della guerra sotto Bartolommeo Coleoni. I parenti di questi giovanetti, che più di loro temevano le fatiche ed i pericoli, eransi fieramente adirati contro il maestro d'eloquenza, che aveva renduti soldati i loro figli. Il Montani, perseguitato dai genitori, favoreggiato dagli scolari, era stato a vicenda esiliato, e richiamato; imprigionato, indi festeggiato; ma in particolar modo renduto caro ai suoi discepoli dalle persecuzioni che sostenute aveva per istruirli[62].
Frattanto Galeazzo aveva spinto all'estremo l'odio del popolo coi crudeli supplicj nuovamente ordinati. Aveva fatte seppellir vive alcune sue vittime, altre sforzate ad alimentarsi d'escrementi umani, ed in tal modo fatte lentamente morire; aveva aggiunte feroci facezie ai supplicj che ordinava, e renduto più infame il disonore delle nobili matrone che aveva sedotte, prostituendole pubblicamente[63]. Girolamo Olgiati contava una sua in addietro carissima sorella tra le vittime della brutalità di Galeazzo. Misurando colla propria l'universale indignazione, cercò il Lampugnani, e gli propose di mettere fine ad una intollerabile tirannide col punire i delitti dello Sforza. Poco dopo si associarono Carlo Visconti, e si obbligarono con vicendevoli giuramenti. Tennero la prima loro conferenza ne' giardini di sant'Ambrogio. Tutte le circostanze di quest'avvenimento, e ciò che è più notabile, tutti i concetti del principale congiurato, ci vennero fedelmente conservati dal medesimo Olgiati in una relazione scritta pochi giorni dopo. «Uscendo da questa conferenza, egli scrive, entrai in Chiesa; mi gettai ai piedi della statua del santo vescovo che vi si venera, e feci questa preghiera: Grande sant'Ambrogio, sostegno di questa città, speranza e tutela del popolo di Milano, se il progetto che formarono i tuoi concittadini, i tuoi figliuoli per cacciare di qui la tirannide, l'impurità, la dissolutezza più mostruosa, è degno della tua approvazione, non ci manchi il tuo favore in mezzo agli accidenti ed i pericoli cui siamo vicini ad esporci per la liberazione della patria. Poi ch'ebbi pregato, mi recai di nuovo presso i miei compagni, e gli esortai a farsi coraggio, assicurandoli che io sentivo essersi in me accresciute la speranza e la forza dopo avere invocato a favore della nostra intrapresa il santo protettore della nostra patria[64]. Ne' susseguenti giorni ci andavamo esercitando nella scherma coi pugnali per acquistare maggiore destrezza, ed avvezzarci all'immagine del pericolo cui stavamo per esporci... La sesta ora della notte avanti il giorno di santo Stefano, destinato all'esecuzione, ci siamo riuniti un'altra volta, potendo accadere che più non fossimo per rivederci. Si fissò l'ora in cui entreremmo assieme in Chiesa, la parte che ognuno doveva eseguire, e tutte le particolarità dell'esecuzione, per quanto si potevano prevedere le cose, che dipendevano in parte dall'eventualità. All'indomani di gran mattino ci siamo portati nella chiesa di santo Stefano, e colà pregammo questo santo a proteggere la grande azione che dovevamo eseguire nel suo santuario, e a non isdegnarsi se lordavamo i suoi altari col sangue; poichè questo sangue serviva a liberare la città e la patria. In seguito alle preci che si contengono nel rituale di questo primo martire, ne recitammo un'altra composta da Carlo Visconti; finalmente assistemmo al sagrificio della messa, celebrata dall'arciprete di quella basilica, dopo la quale io mi feci dare le chiavi della casa dell'arciprete per ritirarci nella medesima[65].»
I congiurati stavano in questa casa presso al fuoco, perchè un acutissimo freddo gli aveva obbligati ad uscire di Chiesa, quando il rumore della folla gli avvisò che giugneva il principe. Era il giorno dopo il natale 26 dicembre del 1476. Galeazzo, che pareva trattenuto da suoi presentimenti, non si era ridotto che di mal animo ad abbandonare il suo palazzo[66]. Egli non pertanto andava alla festa tra l'ambasciatore di Ferrara e quello di Mantova. Giovan Andrea Lampugnani gli si fece innanzi nell'interno della chiesa fino alla pietra degl'Innocenti, colla voce e colla mano sgombrando la folla. Quando gli fu affatto vicino, portò, quasi in atto di rispetto, la mano sinistra verso il berrettone che Galeazzo teneva in mano, pose un ginocchio a terra, in atto di chi volesse presentargli una supplica, e nello stesso tempo colla destra, nella quale teneva il pugnale nascosto entro la manica, lo ferì nel ventre da basso in alto. Nell'istante medesimo Girolamo Olgiati lo ferì nella gola e nel petto, e Carlo Visconti nella spalla ed in mezzo al dorso. Lo Sforza cadde tra le braccia degli ambasciatori che stavano al suo fianco, dicendo oh Dio! Così pronti erano stati i colpi, che gli ambasciatori medesimi ancora non sapevano ciò che fosse accaduto[67].
Nell'istante in cui fu il duca ucciso si fece nel tempio un violento tumulto: molti sguainarono le spade; gli uni fuggivano, altri accorrevano, niuno ancora sapeva quali fossero le forze o lo scopo dei congiurati. Ma le guardie del duca ed i suoi cortigiani, che avevano conosciuti gli uccisori, si fecero subito ad inseguirli. Il Lampugnani, volendo uscire di chiesa, entrò in un branco di donne, che stavano inginocchiate, e le loro vesti intricandosi ne' suoi speroni lo fecero cadere, ed in quell'atto fu raggiunto ed ucciso da uno scudiere moro del duca. Girolamo Olgiati uscì di chiesa e si presentò alla propria casa, ma suo padre non volle riceverlo, e gli fece chiudere le porte in faccia. Lo accolse un amico, in casa del quale non fu a lungo in sicuro: stava, com'egli stesso racconta, per uscirne, ad oggetto d'invitare il popolo ad una libertà, che i Milanesi da molto tempo più non conoscevano, quando udì le voci del popolaccio, che strascinava pel fango lo squarciato cadavere del suo amico Lampugnani: compreso da orrore, e perduto di coraggio, attese il fatale istante in cui fu scoperto. Venne assoggettato ad un'orribile tortura, durante la quale, colle lacerate membra e colle ossa slogate, dettò la circostanziata confessione che gli fu chiesta, ed a noi conservata dal Ripamonti, della sua congiura. Ma questa specie di confessione, scritta tra la tortura ed il supplicio per ordine de' suoi giudici e sotto gli occhi de' suoi carnefici, non è priva di quel coraggio e di quella fiducia nella giustizia della sua causa, che resero famosi i nomi di alcuni personaggi dell'antichità. Chiuse la confessione in tal modo. «Adesso, santa madre di nostro signore, e voi, o principessa Bona, io v'imploro, affinchè la vostra clemenza e la bontà vostra provvedano alla salute dell'anima mia. Domando soltanto che si lasci a questo miserabile corpo abbastanza vigore, onde possa confessare i miei peccati secondo i riti della chiesa, e subire in seguito la sorte che mi è destinata[68].»
L'Olgiati contava in allora ventidue anni; fu condannato ad essere tenagliato e tagliato vivo a pezzi. In mezzo di così atroci tormenti un prete lo andava esortando al pentimento. «Io so, riprese l'Olgiati, d'avere meritate per molti falli queste pene, e più grandi ancora, se il debole mio corpo potesse sopportarle. Ma rispetto alla bella azione per cui muojo, questa solleva la mia coscienza; e lungi dal credere che per questa abbia meritata la presente pena, spero anzi che per essa il supremo giudice mi perdonerà gli altri miei peccati. Non per una colpevole cupidigia ho commessa tale azione, ma per solo desiderio di liberarci da un tiranno, che non potevamo più soffrire. Invece di esserne pentito, se io dovessi dieci volte rivivere per perire dieci volte tra gli stessi tormenti, non lascerei di consacrare le mie forze ed il mio sangue per così nobile oggetto[69].» Il carnefice, strappandogli la pelle del petto, gli fece mettere un grido; ma si rimise all'istante[70]. «Questa morte, disse in latino, è dura, ma eterna è la gloria! mors acerba, fama perpetua; stabit vetus memoria facti[71].»
Il figliuolo primogenito del duca di Milano, Giovanni Galeazzo Sforza, non aveva in allora più di otto anni; pure fu riconosciuto senza difficoltà. Più non esistevano nel popolo que' sentimenti di libertà che i tre congiurati avevano creduto di far rivivere; e non si fece il più leggier movimento per rovesciare un governo, che più non era in istato di difendersi. I deputati di tutte le città d'Italia vennero a complimentare la duchessa Bona di Savoja, vedova di Galeazzo, e ad offrirle la loro assistenza per mantenerla sul trono col di lei figliuolo. Il papa le mandò due cardinali, incaricati di scomunicare coloro, che volessero tentare in Milano qualche novità[72]. Bona fu senz'ostacoli riconosciuta reggente. Fin qui il governo non era quasi cambiato, perchè l'anima di tutti i consigli continuava tuttavia ad essere Cecco Simonetta, calabrese, ch'era stato segretario e consigliere di Francesco Sforza, e che, dopo averlo servito con rara fedeltà, era pure stato il primo ministro di suo figlio, ed aveva co' suoi talenti e colle sue virtù celati i capricci e le stravaganze di questo tiranno. Era suo fratello quel Giovanni Simonetta, che scrisse con tanta eleganza e precisione la storia di Francesco Sforza. Godevano ambidue come letterati una riputazione poco minore di quella che si erano acquistata nella carriera politica. Avevano corrispondenza con tutti i dotti d'Italia; erano stati i ministri di tutte le grazie, che i due duchi di Milano avevano diffuse sui letterati, e conservansi tuttavia tra le lettere del Filelfo, del Decembrio, ed in altre scritture di que' tempi, i monumenti della protezione ch'essi accordavano agli studj[73].
D'altra parte Galeazzo aveva lasciati cinque fratelli, che, durante la minorità di suo figliuolo, potevano pretendere di avere parte alla reggenza. I primi quattro, Sforza, duca di Bari, Lodovico il Moro, Ottaviano ed Ascanio, avevano di già risvegliata la diffidenza di Galeazzo, onde li teneva lontani da Milano. Quando ebbero avviso della sua morte, si affrettarono di ritornarvi, cercando di occupare un'autorità, cui, dicevano essi, il maggiore della loro casa aveva maggiore diritto che una femmina ed un ministro stranieri. Per celare la loro rivalità cercavano di far rivivere l'antico spirito del partito ghibellino. Dichiararonsi i protettori di quella fazione, cui la casa Visconti andava debitrice del suo innalzamento: accusarono la duchessa e Cecco Simonetta di parzialità per i Guelfi, e li costrinsero infatti a gettarsi tra le loro braccia; imperciocchè le famiglie, in addietro divise dalla lite dell'impero e della chiesa, conservavano l'antica rivalità, sebbene le cagioni de' vecchi odj più non esistessero. Per conciliare, se possibile fosse, le pretese de' fratelli Sforza e quelle della duchessa, si convenne, sulla proposizione fatta da Luigi Gonzaga, marchese di Mantova, che il consiglio di reggenza sarebbe formato in egual parte di Guelfi e di Ghibellini[74].
Quando si seppe in Genova la morte di Galeazzo, Giovan Francesco Pallavicini, luogotenente del duca, adunò il senato, onde persuaderlo a prevenire colla sua vigilanza le rivoluzioni che potrebbero eccitarsi da quest'avvenimento. Furono nominati dalla repubblica otto capitani del popolo, secondo praticavasi in tutte le difficili circostanze, e ragunate alcune truppe per tener in dovere i malcontenti[75].
Tutte le fazioni di Genova si mostravano egualmente desiderose di ritornare alla repubblica l'antica sua libertà. Gli Sforza per contenerle aveano avuta la precauzione di disperdere i loro capi per tutta l'Italia. Prospero Adorno trovavasi nelle prigioni di Cremona, i Fieschi erano ritenuti in Roma sotto la sopraveglianza del papa, esiliati erano i Fregosi e gli altri uomini potenti. Non pertanto i loro partigiani, privati di direttori, erano ovunque in movimento. Il 16 marzo del 1477 gli amici dei Fieschi si avvicinarono alle mura di Genova, condotti da due giovani di quella famiglia, Giorgio e Matteo, i soli che il governo non avesse ancora allontanati, perchè di poco usciti dalla fanciullezza. Questi faziosi scalarono la città dalla banda di Carignano[76], chiamarono il popolo alla libertà, e vi eccitarono subito un vivissimo movimento; ma caddero nello stesso errore che aveva perduto Girolamo Gentile pochi mesi prima, tardarono troppo ad attaccare il pubblico palazzo; omai vedevansi da tutti abbandonati, quando Pietro Doria, soffocando ogni risentimento di famiglia, esortò coloro che gli stavano intorno a non perdere forse l'unica occasione di tornare la patria in libertà. Uscì nello stesso tempo dalle file del partito milanese e si trasse dietro il popolo genovese, onde la guarnigione si ritirò nelle due fortezze, e la città, vedendosi libera, nominò i suoi magistrati popolari.
Di già, avuta notizia di questa rivoluzione, Ibletto Fieschi, il vero capo della famiglia, aveva trovato modo di fuggire da Roma per venire a mettersi alla testa del suo partito, ed i Fregosi, con lui d'accordo, si andavano avvicinando alla loro patria, senza avere per altro il coraggio d'entrar in città. La reggenza di Milano sentì allora che non potrebbe salvare la sua autorità in Genova che per mezzo d'un capo di partito genovese. Simonetta fece uscire di prigione Prospero Adorno, gli offrì a nome del giovane duca di Milano il comando dell'armata destinata a soccorrere le due fortezze, purchè promettesse di scordar totalmente le sofferte ingiurie e di ristabilire in Genova, non la dispotica autorità del duca di Milano, ma la stessa limitata autorità accordata da un trattato a Francesco Sforza. Prospero Adorno lo promise[77], si pose alla testa d'un'armata di circa dodici mila uomini, adunata da Roberto da Sanseverino, da Lodovico il Moro e da Ottaviano Sforza, e marciò alla volta di Genova.
Volendo l'Adorno conciliare gl'interessi della sua patria e quelli del duca di Milano, egli ebbe bisogno d'infinite cautele per evitare una decisiva battaglia, che avrebbe ruinato o il proprio partito o la libertà della patria. Fece passare suo fratello Carlo Adorno nella fortezza del Castelletto, commettendogli di scendere in città, per iscacciare Ibletto dei Fieschi, nell'istante in cui egli medesimo si troverebbe impegnato in una scaramuccia coi Fregosi. I suoi ordini vennero rigorosamente eseguiti. Prospero combatteva contro i Fregosi a Promontorio ma senza spingere troppo avanti i suoi vantaggi, e suo fratello occupava intanto la città, e porta san Tommaso, che poteva dargli comunicazione coll'armata milanese[78]. Fu allora in particolare, che Prospero Adorno mostrò la sua moderazione e la sua destrezza; fece rimanere nell'accampamento le truppe del Sanseverino, ed entrò in città accompagnato soltanto dagli uomini della sua fazione. Questi andavano crescendo di numero di mano in mano ch'egli s'innoltrava; le strade risuonavano delle grida viva gli Adorni e gli Spinola, e niuno fra tanta gente pronunciava il nome del duca di Milano. Prospero, arrivato al palazzo, dichiarò che accordava l'impunità a tutti coloro che avevano preso parte alle ultime turbolenze; adunò il senato, che lo riconobbe per governatore; chiese un regalo di sei mila fiorini pei capi dell'armata; onde i cittadini, che prevedevano di essere aggravati di più gagliarde contribuzioni, pagarono lietamente, prima che spirassero tre giorni, così leggiera somma[79].
E per tal modo il 30 aprile Genova tornò sotto la limitata signoria del duca di Milano. Roberto di Sanseverino vi entrò senz'armi con Lodovico ed Ottaviano, zii di Giovanni Galeazzo, e coi loro principali ufficiali; ne uscirono quasi subito per condurre la loro armata all'assedio di Savinione, castello dei Fieschi, posto negli Appennini. Per far levare l'assedio, Ibletto de' Fieschi raccolse cinque mila paesani: Giovan Battista Goano si affrettava di raggiugnerlo cogli abitanti della Polsevera, ma il Sanseverino ritrasse costoro con ingannatrici negoziazioni, e disperse l'armata di Goano. Quella d'Ibletto, avendo sofferto qualche perdita, ritirossi nelle montagne, e Savinione capitolò. Ibletto fece allora la pace coi generali milanesi, ai quali lo associarono la stessa attività e la medesima inclinazione per l'intrigo; onde, essendo ultimata la spedizione di Genova, Ibletto accompagnò il Sanseverino e gli Sforza a Milano[80].
Gli ultimi erano ansiosi di tornare alla corte del loro nipote, per attentare alla autorità di Cecco Simonetta. Vedevano essi quest'accorto ministro esercitare sotto il nome della duchessa un'assoluta sovranità; alla cui volontà tutto era subordinato dalla superiorità de' suoi talenti e del suo carattere. Era invalsa sotto i due ultimi duchi l'abitudine di non resistergli; altronde i fratelli del duca, che manifestavano soltanto il desiderio di limitare il di lui potere, avevano forse di già formato il progetto di soppiantare lui ed il suo signore. Si assicura, che l'intenzione loro fosse quella di far perire la duchessa ed i due suoi figli, di dare a Lodovico il Moro il titolo di duca di Milano, ed a ciascheduno de' suoi fratelli la signoria di una città, a Roberto Sanseverino quella di Parma, e quella di Genova ad Ibletto de' Fieschi[81].
Per dare esecuzione a tali progetti avevano precipitosamente terminata la guerra della Liguria, e ricondotti a marcie sforzate alla volta di Milano la loro armata. Ma il Simonetta, che teneva aperti gli occhi sopra di loro, fece il 25 di maggio arrestare Donato de' Conti, il principale loro agente ed il depositario di tutti i loro segreti[82].
I fratelli Sforza trattenevansi a mensa cogli altri capi del loro partito, quando ebbero avviso dell'arresto di Donato dei Conti. Uscirono precipitosamente dal loro palazzo, chiamando il popolo alle armi; subito molta gente si adunò intorno a loro, e gli ajutò ad impadronirsi di porta Tosa. Roberto di Sanseverino ed Ottaviano Sforza vollero attaccare il palazzo, ed affezionarsi il popolaccio, abbandonandogli il tesoro ed il magazzino del frumento, che trovavansi nel medesimo. Il duca di Bari e Lodovico il Moro vi si opposero. Di già la duchessa, ch'erasi rifugiata nella cittadella, aveva promesso di lasciare in libertà Donato de' Conti; ma in questo frattempo i di lei amici le furono tutti intorno, e gli amici dei suoi cognati si andavano scoraggiando. Roberto di Sanseverino, Ibletto ed Ottaviano tentarono nuovamente d'ammutinare il popolo, scorrendo la città, e facendo gridare: a morte i forestieri! Ma i fratelli Simonetta, che venivano indicati sotto tal nome, non erano dai Milanesi odiati, e nissuno prese le armi. All'indomani tutti questi capi uscirono di buon mattino dalla città per la porta di Vercelli. Roberto da Sanseverino ed Ibletto de' Fieschi non si fermarono, finchè non si credettero in salvo nel territorio d'Asti. Giunti al confine di quello stato, Ibletto, oppresso dalla fatica, entrò in un albergo per riposarsi, e vi fu arrestato. Roberto andò più oltre, e si pose sotto la protezione del duca d'Orleans. I fratelli Sforza erano fuggiti per diverse strade. Ottavio, più degli altri formidabile pel suo turbolento carattere, perì nel passaggio dell'Adda, ove si dice che annegasse nell'attraversarla a nuoto; ma altri assicurano che fu ucciso sulla sponda dai satelliti del Simonetta, che lo inseguivano. I suoi fratelli furono condannati all'esilio con sentenza della reggenza; il maggiore, Sforza, ebbe ordine di risiedere nel ducato di Bari, di cui portava il titolo, Lodovico in Pisa ed il cardinale Ascanio in Perugia. A tale condizione venne assegnata a cadauno di loro una pensione di dodici mila ducati[83]. Il sesto fratello, Filippo Sforza, rimase solo a Milano, perchè non aveva presa parte nelle pratiche de' fratelli, e si era anzi posto dalla banda della duchessa e del Simonetta[84].
Allorchè si annunciò a Sisto IV la morte di Galeazzo Sforza, aveva esclamato: «la pace d'Italia oggi è perita con lui[85]!» Infatti quest'imponente potenza, che forzava al riposo tutto il settentrione dell'Italia, era distrutta. Genova e Milano si trovavano di bel nuovo in balìa delle guerre civili: crollava la lunga alleanza che Francesco Sforza aveva contratta colla repubblica fiorentina; più non esisteva il contrappeso che il ducato di Milano opponeva all'ambizione di Ferdinando re di Napoli; aperto era il campo a nuove politiche combinazioni; e noi vedremo in breve quello stesso papa, che lagnavasi della perduta pace d'Italia, spargere i semi di una nuova guerra, ed accrescere la generale confusione.