CAPITOLO LXXXV.
Congiura de' Pazzi.
1478.
La repubblica di Firenze andava sempre più scostandosi dalla generale politica dell'Italia e dell'Europa. Ella più non pensava a frenare gli ambiziosi progetti di Ferdinando e di Sisto IV; non ajutava i Veneziani nella loro guerra contro i Turchi, nè i Genovesi a ricuperare la loro libertà, oppure la duchessa reggente di Milano o i fratelli Sforza, rivali di lei, nella loro lite per il supremo potere. A Firenze si andavano succedendo i magistrati senza che la loro amministrazione venisse illustrata da verun fatto di qualche importanza; onde il minuzioso storico, Scipione Ammirato, appena trova in sei anni da riempire quattro pagine, ed il suo silenzio attesta il languore ed il turpore universale[86]. I due fratelli Medici, giunti a matura giovinezza, riponevano ogni loro ambizione nel sostituire in ogni cosa la loro autorità personale a quella della repubblica. I Fiorentini, diffidando degl'intrighi che spesso accompagnano le elezioni, avevano creduto di ottenere una rappresentanza più eguale, lasciando in arbitrio della sorte i loro magistrati; ma a questa forma d'elezione, di tutte la più democratica, i Medici avevano sostituita la più arbitraria di tutte le oligarchie. Nominavano essi medesimi cinque elettori o accoppiatori, e questi facevano i gonfalonieri ed i priori senza consultare il popolo, e senza che più si conservasse verun legame tra i magistrati ed i loro rappresentanti. Siccome la signoria era ancora troppo numerosa per essere facilmente mantenuta obbediente, i Medici avevano accresciuto il potere del gonfaloniere a spese de' priori, suoi colleghi, di cui prima non era che il presidente. I Medici li chiamavano soli alle loro deliberazioni, e gl'incaricavano di dare gli ordini a nome di un corpo ch'essi omai più non degnavansi di consultare. La commissione straordinaria, chiamata balìa, non doveva, secondo le antiche costumanze, crearsi che ne' tempi di turbolenze, per sottrarre la repubblica ad un grande pericolo; ma i Medici l'avevano trasformata in un corpo permanente, cui attribuivano il simultaneo potere legislativo, amministrativo e giudiziario. Nè ciò bastava; essi la collocavano al di sopra della medesima sovranità nazionale; perciocchè le attribuivano poteri, che i popoli mai delegati non hanno ai loro sovrani. Così la balìa condannava senza processure gl'individui sospetti ai Medici, sostituiva alle imposte arbitrarie tasse, promulgava leggi retroattive, aggravava le antiche sentenze, assoggettava a nuove pene coloro che non avevano commessi nuovi delitti, e disponeva, senza renderne conto, di tutte le finanze. Fu veduta impiegare cento mila fiorini per salvare da un fallimento la casa di banco che Tommaso dei Portinari dirigeva a Bruges per conto di Lorenzo de' Medici. Altre somme in altre circostanze furono levate dalle pubbliche casse, per sovvenire ai bisogni dei capi dello stato, i quali avevano l'imprudenza di continuare, senza volervisi applicare ed ignorandone perfino i principj, le grandi speculazioni di banco con cui si era arricchito il loro avo. E per tal modo sarebbero stati in breve ruinati dal loro fasto e dalla loro incapacità, se non avessero potuto impiegare a loro profitto il danaro dello stato[87].
I Medici, innoltrandosi in tale maniera sulla strada della tirannide, avevano ciò nullameno in Firenze un numeroso partito, il quale era per una parte formato da alcuni cittadini di antiche famiglie, che con loro dividevano le magistrature e le pubbliche entrate, e che non si assicuravano di conservare senza di loro la propria importanza; in secondo luogo da tutti i letterati, poeti ed artefici, che Lorenzo e Giuliano attiravano in casa loro, colmandoli di onori e di regali, e trattandoli da eguali, mentre pretendevano separarsi da tutti gli altri; in ultimo ingrossava il loro partito il basso popolo, sempre allettato dai frequenti spettacoli e dalle feste loro date dai Medici. Il popolo non si accorgeva che veniva corrotto col suo proprio danaro, e che gli si prendeva con una mano ciò che fingevasi donargli coll'altra. Ma d'altra banda, malgrado le rivoluzionarie sentenze, che dopo il 1434 avevano colpite per classe tutte quelle antiche ed illustri famiglie di Firenze, che avevano inondato di esiliati la Francia e l'Italia, e compresi nelle proscrizioni tutti i nomi storici della repubblica, l'intera massa degli antichi cittadini era tuttavia opposta ai Medici. Universali trasporti di gioja eransi manifestati dodici anni prima, quand'erasi renduto alquanto di libertà alle elezioni, ed un cupo abbattimento accompagnava da alcuni anni lo stabilimento della tirannide.
Lorenzo de' Medici e suo fratello Giuliano non andavano perfettamente d'accordo nel loro sistema d'amministrazione. Il secondo, più dolce, più modesto, più disposto a vivere da eguale co' suoi concittadini, non era affatto quieto rispetto al calore, all'orgoglio ed alle violenze del fratello; onde studiavasi di trattenerlo colle sue esortazioni[88]. Ma Lorenzo, vedendo le famiglie dei Ricci, degli Albizzi, dei Barbadori, dei Peruzzi, degli Strozzi esiliate fino dal 1434, quella dei Machiavelli nel 1458, quelle degli Acciaiuoli, dei Neroni, dei Soderini nel 1466; e per ultimo quelle dei Pitti e dei Capponi spogliate del loro antico credito, cercava soltanto di adoperare in modo che veruna di queste potesse rialzarsi, veruna acquistare tali ricchezze o una tale considerazione che potesse adombrarlo; persuaso che fintanto che non lascerebbe avere alla moltitudine un capo, potrebbe senz'alcun rischio provocare il suo risentimento.
Tra le famiglie di cui i Medici potevano temere la rivalità teneva il primo luogo quella de' Pazzi. I Pazzi di Val d'Arno, lungo tempo compagni degli Ubaldini, degli Ubertini, dei Tarlati, erano antichi feudatarj ghibellini ed abitualmente in guerra colla repubblica fiorentina. Poichè l'ingrandimento di questa li consigliò ad abbandonare le loro fortezze per venire a vivere nella capitale, continuarono ad eccitare la diffidenza di una gelosa democrazia; vennero compresi nella classe de' magnati, e coll'ordinanza di giustizia esclusi da tutti gl'impieghi. Ma quando Cosimo de' Medici ebbe scacciata, nel 1434, la nobiltà popolare dal governo, sentì la necessità di rendersi forte coll'alleanza dell'antica nobiltà. A ciò mirando accordò a molti magnati il privilegio di entrare nella classe del popolo. La famiglia de' Pazzi fu una di quelle che accettò questo diritto di essere ascritta tra i borghigiani, da molti giudicato un degradamento, ed Andrea fu, nel 1439, il primo di questa famiglia che sedesse nella signoria. Ebbe Andrea tre figli, Antonio, Pietro e Giacomo, uno de' quali gli diede cinque nipoti, l'altro tre, e Giacomo il più giovane non si ammogliò[89]. Questa numerosa casa non era soltanto stata ammessa con un decreto nell'ordine del popolo, ma aveva inoltre prese le costumanze tutte dei popolani fiorentini. Eransi i Pazzi dati al commercio e la loro casa di banco veniva annoverata tra le più ricche e più riputate d'Italia. Non meno superiori ai Medici come mercanti, che come gentiluomini, non avevano bisogno per sostenersi, di volgere a loro profitto il danaro del pubblico.
Cosimo de' Medici si era attaccato coi vincoli del sangue questa così ricca e numerosa famiglia, il di cui credito poteva riuscire molto utile o molto pericoloso. Aveva fatta sposare sua nipote, Bianca, sorella di Lorenzo e di Giuliano, a Guglielmo de' Pazzi, figlio di Antonio e nipote di Andrea[90]. Lorenzo aveva tenuta una politica tutt'affatto contraria, mirando a ruinare quella famiglia, o per lo meno ad impedire l'accrescimento della sua fortuna; e perchè Giovanni dei Pazzi, cognato di sua sorella, aveva sposata l'unica figlia ed erede di Giovanni Borromei, cittadino a dismisura ricco, Lorenzo fece emanare una legge, quando venne a morte il Borromei, in forza della quale i nipoti di sesso maschile erano preferiti alle figlie nell'eredità di un padre morto ab intestato, e diede a questa legge un effetto retroattivo, sicchè il Pazzi perdette l'eredità di suo suocero, che non aveva creduto necessario di fare un testamento in favore dell'unica sua prole[91].
Di tre figliuoli d'Andrea Pazzi, il solo che ancora vivesse era Jacopo, che non aveva avuto moglie. Nel 1469 era stato gonfaloniere di giustizia, ed il popolo l'aveva creato cavaliere, ma dopo quest'epoca Lorenzo de' Medici erasi adoperato per escludere i Pazzi dalla signoria, ad eccezione di Giovanni, cognato di sua sorella, che aveva seduto una sol volta tra i priori nel 1472[92]. Quest'esclusione era tanto più offensiva, che a quest'epoca eranvi nove uomini di questa famiglia in età d'esercitare le magistrature; che questi occupavano il primo rango tra i cittadini, e che tutte le elezioni dipendevano unicamente da Lorenzo de' Medici.
Francesco Pazzi, il maggiore de' cognati di Bianca de' Medici, non potè più oltre soffrire che un uomo prendesse il luogo della patria, che accordasse o ricusasse come un favore ciò che a tutti era dovuto, e che esigesse riconoscenza da coloro cui egli ne andava debitore, poichè si rendeva potente col loro credito e s'arricchiva col loro danaro. Egli andò a soggiornare in Roma, ove teneva uno de' principali suoi banchi di commercio; papa Sisto IV lo scelse per suo banchiere di preferenza ai Medici, e questo pontefice, come suo figlio Girolamo Riario, formarono bentosto con lui intime relazioni.
Quanta era la gelosia che i cittadini fiorentini nudrivano contro la casa dei Medici, altrettanto era l'odio che covavano contro la medesima Sisto IV e Girolamo Riario, risguardandolo quale potente ostacolo ai loro progetti d'ingrandimento. Non aveva Sisto dimenticati gli ajuti dati a Niccolò Vitelli, signore di Città di Castello, nè la lega formata nel nord dell'Italia, nè le negoziazioni intavolate da Lorenzo per impedire che Girolamo Riario facesse l'acquisto d'Imola. Girolamo dal canto suo temeva che alla morte del papa i Medici non lo spogliassero facilmente d'una sovranità che sarebbe mancata d'appoggio; onde desiderava rendere a Firenze la sua libertà, per porsi in appresso sotto la protezione di questa repubblica. Francesco de' Pazzi, che familiarmente conversava con Sisto e col Riario, avvelenava il loro odio coll'unione del proprio, ed andava con loro cercando i mezzi di mettere fine ad un'usurpazione che ogni giorno acquistava maggior vigore[93].
La passata storia della repubblica non permetteva di sperare alcuna buona riuscita dai tentativi degli emigrati, che anzi un'esterna aggressione, lungi dallo scuotere il governo, lo rendeva più stabile, dandogli cagione d'imprigionare o d'esiliare i suoi segreti nemici, e d'impiegare le forze dello stato con maggiore energia. Affatto inutile vedevasi pure lo sperimento di una riforma legale, perciocchè quando pure si fosse trovato fra tanta corruttela de' consiglj un uomo abbastanza coraggioso per riclamare a nome delle leggi il mantenimento della libertà, il suo attaccamento alla buona causa non avrebbe avuto altro risultamento che l'immediata sua ruina. I Medici più non erano sottomessi alle leggi, nè a verun tribunale, ed ogni ricorso contro di loro non avrebbe servito che ad indicar loro nuove vittime. Un subito sollevamento in città riusciva ugualmente impraticabile, perchè la vigilanza del governo avrebbe ai Pazzi impedito di adunare armati nella propria lor casa i cittadini del loro partito, o i contadini dei loro poderi. E quando ancora si fossero potuti celare ai Medici i primi movimenti di un ostile attruppamento, trovandosi essi padroni del palazzo, delle porte della città e di tutti i luoghi forti, ed essendo loro clienti tutti i giudici e tutti i magistrati, sarebbersi rovesciate addosso ai loro nemici tutte le forze militari dello stato e tutto l'imponente apparato della giustizia. Altra via perciò non restava a scegliersi che quella di una congiura; perciocchè si era ben sicuri, che, spenti i due Medici, i cittadini, che tremavano innanzi a loro, si affretterebbero di condannarne la memoria e di riconoscere come un atto della pubblica vendetta l'attentato de' loro uccisori. Il recente esempio della congiura di Milano, lungi dallo scoraggiare i cospiratori, poteva ispirar loro confidenza, perchè aveva dimostrato come fosse facile il privare di vita un tiranno; che se il popolo di Milano non si era dopo il fatto sollevato, poteva allegarsi che riconosceva Galeazzo Sforza, comunque odioso per i suoi mali portamenti, per suo legittimo sovrano, mentre i Medici non osavano essi medesimi di confessare apertamente che si credevano di un rango superiore a quello degli altri Fiorentini.
Gli spiriti erano di già esacerbati da vicendevoli offese, ed i nemici dei Medici di già si disponevano a congiurare, quando recenti ingiurie loro procurarono alleati che non isperavano. Dall'una parte essendo morto Filippo de' Medici, arcivescovo di Pisa, Sisto IV gli sostituì Francesco Salviati, parente di un Jacopo Salviati, che i Medici avevano fatto dichiarare ribelle[94]. Essi ricusarono di riconoscere il nuovo prelato, e gli negarono il possesso del suo arcivescovado. D'altra parte Carlo di Montone, figliuolo di Braccio, uno de' ristauratori dell'arte militare in Italia, essendosi egli stesso guadagnata qualche riputazione nelle armi, volle tentare di ricuperare l'autorità che suo padre ebbe in Perugia. Terminata la sua condotta coi Veneziani, era passato a Firenze, dove aveva ragunate alcune compagnie d'uomini d'armi. Ma quando aveva saputo che i Fiorentini avevano rinnovata la loro alleanza con Perugia, aveva rinunciato alla sua intrapresa contro quella città, e rivolte le sue armi contro la repubblica di Siena, colla quale Firenze non era in guerra, ma che pure desiderava di vedere umiliata. Carlo di Montone, nella state del 1477, prese molti castelli ai Sienesi, dai quali riclamava il pagamento di un debito contratto verso suo padre; e perchè aveali trovati non apparecchiati a difendersi, erasi lusingato di sottomettere questa repubblica; ma i Fiorentini avevano bensì permesso di recare qualche danno ai loro vicini che non amavano, ma non volevano perciò che si accendesse una guerra ai loro confini: sforzarono quindi Montone ad abbandonare la sua intrapresa, ma la repubblica di Siena non lasciò per questo di conservare un profondo risentimento per essere uscita dagli stati fiorentini l'armata che aveva invaso il loro territorio[95]. Per vendicarsi strinse alleanza col papa e col re di Napoli[96], mentre dal canto suo Sisto IV adunò una piccola armata ai confini dello stato fiorentino, sotto colore di assediare il castello di Montone e di castigare in tal modo il capitano, che aveva di fresco turbata la tranquillità[97].
Frattanto tra Francesco de' Pazzi e Girolamo Riario si convenne di mandare ad esecuzione il progetto del cambiamento del governo di Firenze e dell'uccisione dei Medici; e ne diedero parte all'arcivescovo Salviati che sapevano irritato da fresche ingiurie, e che realmente abbracciò con ardore il mezzo che gli offrivano di vendicarsi. Francesco Pazzi venne poscia a Firenze per associare alla congiura suo zio Jacopo, il capo della famiglia; ma egli vi trovò più difficoltà che non aveva creduto. Giovan Battista di Montesecco, condottiere abbastanza riputato ai servigj del papa, e confidente di Girolamo Riario, venne pure spedito presso questo vecchio magistrato per persuaderlo. Il Montesecco era venuto in Toscana quale incaricato di una finta negoziazione con Lorenzo de' Medici, e prima di partire aveva avuto un'udienza dal papa, che offriva tutte le sue forze in appoggio della congiura[98]. Fu quest'adesione del papa alla trama, che finalmente strascinò Jacopo dei Pazzi; acconsentì in allora di stare a quanto per lui farebbe suo nipote in Roma. In fatti Francesco vi era tornato per maturare i suoi progetti di concerto col papa, col conte Riario e coll'ambasciatore di Ferdinando, che dal canto suo prometteva una possente cooperazione. Si convenne che sotto pretesto di attaccare Montone, si adunerebbe un'armata pontificia nello stato di Perugia; che Lorenzo Giustini di Città di Castello, il rivale di Niccolò Vitelli, farebbe leva di soldati, sotto colore di proseguire la sua lite; che Gian Francesco di Tolentino, uno de' condottieri del papa, passerebbe colla sua truppa in Romagna, e che Francesco de' Pazzi, l'arcivescovo Salviati e Giambattista di Montone tornerebbero a Firenze per accrescere il numero de' congiurati, e trovare l'istante di opprimere nello stesso tempo i due fratelli[99].
Tra coloro che si obbligarono ad assecondare il Pazzi ed il Salviati, contavasi Jacopo, figlio di quel Poggio Bracciolini, celebre scrittore, cui andiamo debitori di una storia fiorentina; e lo stesso Jacopo era autore di alcune erudite opere[100]. Vi si trovavano inoltre due Jacopi Salviati, fratello l'uno, l'altro cugino dell'arcivescovo; Bernardo Bandini e Napoleone Francesi, giovani audacissimi ed affatto ligi alla casa dei Pazzi; Antonio Maffei, prete di Volterra e notajo apostolico, e Stefano Bagnoni, altro prete che insegnava la lingua latina ad una figlia naturale di Jacopo Pazzi. Tutti i membri della famiglia di quest'ultimo non presero parte alla trama; Renato uno de' cinque fratelli, figlio di Pietro, ricusò con fermezza di entrarvi e ritirossi in campagna onde non essere confuso coi cospiratori[101].
Il papa aveva mandato all'università di Pisa Raffaele Riario, nipote del conte Girolamo, giovanetto di soli diciott'anni, che il 10 dicembre del 1477 fu creato cardinale. Il suo innalzamento a questa nuova dignità doveva essere festeggiato. Pensarono i congiurati che ciò appunto offrirebbe una facile occasione di unire nello stesso luogo Lorenzo e Giuliano de' Medici, onde ucciderli assieme; ed era necessario che i due fratelli fossero assaliti nello stesso tempo, altrimenti la morte dell'uno avrebbe avvisato l'altro di porsi in guardia. In conseguenza il papa scrisse al cardinale Riario di fare tutto quanto gli ordinerebbe l'arcivescovo di Pisa, e questi pochi giorni dopo fece venire il cardinale a Firenze. Jacopo de' Pazzi gli diede una festa nella sua villa di Montughi, lontana un miglio dalla città. Vi aveva invitati i due fratelli Medici, ma Giuliano non eravi andato. Non intervenne nè meno ad una festa data al cardinale da Lorenzo a Fiesole; all'ultimo si seppe che non troverebbesi pure a quella che Lorenzo destinava a Riario nella sua casa di città il 26 aprile del 1478. Allora solamente si determinò d'assalire lo stesso giorno i due fratelli nella cattedrale, dove il cardinale Riario dovea udire la messa, e dove i Medici mal potevano dispensarsi d'assistere con lui al divino servigio[102].
Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini s'incaricarono d'uccidere Giuliano. Risguardavasi la parte loro come la più difficile, perchè questo giovane, naturalmente timido, portava sempre una corazza sotto le vesti; era stata data la commissione di uccidere Lorenzo a Giovan Battista Montesecco. Il Montesecco ne aveva di buon grado assunto il carico, quando il fatto doveva aver luogo in tempo d'un banchetto, ma quando fu cambiato il luogo dell'esecuzione, e seppe che in chiesa ed in tempo della messa doveva uccidere un uomo cui era legato da relazioni di ospitalità, dichiarò di non sentirsi capace di aggiugnere al tradimento il sacrilegio. Gli scrupoli di questo militare furono cagione della cattiva riuscita della congiura; perchè più non trovavansi tra i congiurati che preti, che l'abitudine del vivere in chiesa rendesse indifferenti rispetto al luogo in cui si trovavano, e non fossero atterriti dall'idea del sacrilegio[103]. Fu dunque forza d'incaricare di ferire Lorenzo lo scrivano apostolico, Antonio di Volterra, e Stefano Bagnoni, parroco di Montemurlo. Il momento fissato fu quello in cui il prete, alzando l'ostia, le due vittime, stando a ginocchio, chinerebbero il capo, e non potrebbero vedere gli assassini. Le campane della messa dovevano far conoscere agli altri congiurati, incaricati d'attaccare il palazzo del pubblico, l'istante del sagrificio. L'arcivescovo Salviati co' suoi, e Giacomo, figlio di Poggio Bracciolini, dovevano rendersi padroni della signoria e forzarla ad approvare un assassinio di già eseguito[104].
I congiurati stavano di già in chiesa, vi erano arrivati Lorenzo ed il cardinale, la folla riempiva la chiesa, il divino sagrificio era cominciato, ed ancora Giuliano non compariva. Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini andarono a cercarlo, e gli fecero sentire che la sua presenza era omai necessaria; nello stesso tempo, in atto motteggevole, passarono le loro braccia a traverso al suo corpo per verificare se aveva la corazza. Ma Giuliano, che soffriva d'un male di gamba, non aveva presa veruna armatura, ed aveva pure, contro il suo costume, lasciato il suo coltello da caccia, perchè gli batteva contro la gamba inferma. Intanto Giuliano, entrato in chiesa, s'accostò all'altare; due congiurati tenevansi vicini a lui; due altri presso di suo fratello, e la folla che li circondava, dava loro ragionevole pretesto di stringersi più presso ai Medici. Il prete alzò l'ostia, ed all'istante Bernardo Bandini ferì col suo pugnale Giuliano nel petto, il quale dopo aver fatto qualche passo cadde a terra. Francesco de' Pazzi gli fu addosso e lo percosse replicatamente con tanto furore, che nello stesso tempo ferì sè medesimo gravemente in una coscia. Nel medesimo istante i due preti attaccavano Lorenzo: Antonio da Volterra, appoggiando la mano sinistra sopra la di lui spalla, volle ferirlo nel collo; ma Lorenzo si distrigò rapidamente, ed avviluppatosi il mantello intorno al braccio sinistro per farsene scudo, sguainò la spada e si difese coll'ajuto de' suoi due scudieri, Andrea e Lorenzo Cavalcanti. L'ultimo fu ferito, e lo stesso Lorenzo lo era egli pure leggermente nel collo, quando i due preti si scoraggiarono e presero la fuga. Per lo contrario Bernardo Bandini, lasciando già morto Giuliano, corse verso Lorenzo, ed uccise Francesco Nori, che gli tagliava la strada. Lorenzo erasi ricoverato in sagristia co' suoi amici. Il Poliziano ne chiudeva le porte di bronzo, mentre Antonio Ridolfi succhiava la ferita del suo padrone e la medicava.
Frattanto gli amici dei Medici dispersi nel tempio adunaronsi colle spade sguainate innanzi alla porta della sagristia, chiedendo che si aprisse e che Lorenzo si mettesse alla loro testa. Questi, temendo d'essere ingannato da queste grida, non ardiva aprire, finchè Sismondi della Stufa, giovane a lui affezionatissimo, salito per la scala dell'organo ad una finestra di dove poteva vedere l'interno della chiesa, osservò da un lato Giuliano, di cui Lorenzo ignorava la sorte, steso a terra intriso nel proprio sangue; dall'altro lato potè assicurarsi che coloro che chiedevano d'entrare erano i veri amici dei Medici. Allora si aprirono le porte, e Lorenzo si pose fra di loro per recarsi alla sua casa[105].
I congiurati non avevano disposte altre forze in chiesa per isnidare le vittime dai loro asili, lo che probabilmente non sarebbe stata malagevole cosa; ma le avevano disposte tutte per impadronirsi del palazzo pubblico. Sapevano in fatti che la moltitudine non giudica che all'ingrosso, e che riconoscerebbe per depositarj della sovrana autorità i vincitori, qualunque si fossero, tostocchè li vedrebbe circondati dalle guardie della signoria e seduti sul tribunale. L'arcivescovo erasi portato al palazzo coi Salviati suoi parenti, con Jacopo Bracciolini e con una truppa di minori congiurati, quasi tutti Perugini. Lasciò in sul primo ingresso parte de' suoi satelliti con ordine di occupare la porta principale, tostocchè udirebbero del rumore: altri seco condusse fino all'appartamento occupato dai membri della signoria, loro ordinando di stare nascosti in cancelleria per non dare sospetto. Ma questi spinsero per di dentro la porta, che si trovò chiusa a molla in modo che più non poteva aprirsi senza chiave; onde questo corpo di congiurati, il più necessario a tutta l'azione, rimase nella impossibilità di prendervi parte.
Frattanto l'arcivescovo Salviati era entrato presso il gonfaloniere, col pretesto di avergli a comunicare qualche cosa per parte del papa. Questo primo magistrato era in allora quello stesso Cesare Petrucci, ch'era stato poc'anzi sorpreso a Prato da Bernardo Nardi, ed era stato in pericolo di essere ucciso in quella congiura. Dopo questo avvenimento era diventato più diffidente d'ogni altro, ed inoltre osservò che l'arcivescovo, parlando, era talmente disturbato, che le parole che balbettava quasi non avevano senso. Il Salviati mutava spesso colore, volgevasi verso la porta, tossiva come volesse dare qualche segno, e non sapeva contenere la propria agitazione. Cesare Petrucci lanciossi egli stesso alla porta, e vi trovò Giacomo Bracciolini, cui, preso pei capelli, rovesciò a terra, e diede in guardia ai suoi sergenti. Chiamò nello stesso tempo i priori a difendersi, ed attraversando con loro la cucina del palazzo, prese uno spiedo, col quale si pose di guardia alla porta della torre, ove la signoria si ritirò. Intanto i sergenti chiusero le diverse porte de' corridoj del palazzo, ed attaccarono sparsamente i congiurati, la maggior parte de' quali eransi da sè chiusi in cancelleria. Tutti coloro che avevano seguito il Salviati nel piano superiore, furono bentosto arrestati, ed immediatamente uccisi o gittati a basso dalle finestre. Ma l'altra banda de' congiurati, rimasta all'ingresso principale, erasene resa padrona; e nel momento del tumulto, quando gli amici dei Medici accorsero in folla al palazzo per soccorrere la signoria, i congiurati difesero la porta e sostennero per qualche tempo una specie d'assedio[106].
Tra coloro che si erano incaricati dell'uccisione de' Medici, i due preti ch'eransi vilmente dati alla fuga, vennero inseguiti dagli amici dei Medici e fatti a pezzi. Bernardo Bandini, quando vide in salvo Lorenzo e ferito Francesco Pazzi e che il popolo dichiaravasi contro di lui, conobbe la sua fazione perdente, ed uscì subito di città e si pose in salvo. Francesco Pazzi, tornato a casa sua, si sentì talmente indebolito dal sangue che aveva perduto per la ferita fattasi da sè medesimo, che non poteva sostenersi a cavallo. Rinunciando adunque a correre la città per chiamare il popolo alla libertà, siccome aveva ideato di fare, pregò Giacomo Pazzi, suo zio, a fare le sue veci. Questi malgrado l'estrema sua vecchiaja si pose alla testa di un centinajo d'uomini raccolti in casa sua per tale motivo, e marciò verso la piazza del palazzo invitando i cittadini, cui presentavasi l'opportunità di tornare liberi, a prendere le armi; ma niuno lo raggiunse, mentre che i priori dall'alto del palazzo ch'essi occupavano gli lanciavano addosso delle pietre. Suo cognato Serristori, che scontrò solo sulla strada, gli rinfacciò il tumulto ch'egli cagionava in Firenze, e lo consigliò a ritirarsi. Giacomo de' Pazzi, non ricevendo soccorso da veruna banda, si volse colla sua truppa verso una porta della città, ed uscì, prendendo la via di Roma[107].
Lorenzo, ritiratosi nella propria casa, non aveva presa ancora veruna misura per fermare i cospiratori; aveva abbandonata la sua vendetta al popolo, la quale perciò non fu che più crudele. Il gonfaloniere, Cesare Petrucci, irritato pel corso pericolo, fece strozzare alle finestre del palazzo l'arcivescovo Salviati, il di lui fratello, il cugino e Jacopo Bracciolini. Perirono pure tutti coloro che lo avevano seguito, tranne un solo che si era nascosto sotto un mucchio di legni. Quando venne scoperto dopo quattro giorni si risguardò come bastantemente punito dalla sofferta fame e dalla paura. Intanto il popolo furibondo andava in traccia di tutti coloro che avevano mostrata qualche opposizione all'ambizione dei Medici, o qualche relazione d'amicizia coi congiurati. Tostocchè gli veniva denunciata qualche vittima era subito uccisa e strascinato il di lei cadavere per le strade[108]; le squarciate sue membra portavansi sulle lance ne' diversi quartieri della città; questa frenetica sete di vendetta non si poteva mai spegnere. Il giovane cardinale Riario, che nulla sapeva della cospirazione, erasi posto in salvo sull'altare, ove a stento era stato difeso dai preti. Francesco Pazzi, strappato fuori del letto, su cui dalla sua ferita era stato costretto a gettarsi, venne condotto al palazzo senza che gli si permettesse di vestirsi, e fu strozzato come l'arcivescovo ad una finestra. Lungo la strada tutti gli strappazzi del popolo non gli cavarono di bocca una sola parola; guardava con occhio immobile i suoi concittadini che tornavano in ischiavitù e sospirava[109]. Guglielmo de' Pazzi erasi rifugiato nella casa di Lorenzo, suo cognato, e fu salvato dalle preghiere di Bianca de' Medici sua sposa. Renato dei Pazzi, ch'erasi più giorni avanti ritirato in villa per non aver parte alcuna nella rivoluzione, volle per altro fuggire, quando seppe che la rivoluzione era scoppiata; ma conosciuto sotto il mentito abito di contadino, che aveva preso, venne arrestato e condotto a Firenze ove fu appiccato. Fu pure arrestato Giacomo dei Pazzi dai montanari nel passaggio degli Appennini; li supplicò di ucciderlo subito, e gli offrì perciò anche un premio, ma li trovò inflessibili e fu appiccato con suo nipote Renato. Era già il quarto giorno dopo la congiura, ed in tutto questo tempo il popolaccio erasi bagnato nel sangue. Più di settanta cittadini, colpevoli o sospetti d'aver avuto parte nella trama, erano stati sbranati e le loro membra strascinate per le strade[110]. Il corpo di Jacopo de' Pazzi fu più volte esposto a tanta indegnità; era stato prima messo nel sepolcro de' suoi antenati, ma perchè si pretese d'averlo udito bestemmiare nell'atto di morire, abitudine che aveva da lungo tempo contratta, si attribuirono le dirotte pioggie de' susseguenti giorni al trovarsi il cadavere di un bestemmiatore in terreno sacro. Venne disumato per essere seppellito lungo le mura; ma i fanciulli lo trassero ancora da questa seconda sepoltura per istrascinarlo molto tempo per le strade, avanti di gettarlo in Arno. A Giovan Battista di Montesecco fu troncato il capo dopo un lungo interrogatorio, nel quale diede notizia della parte che il papa aveva avuta nella cospirazione. Bernardo Bandino, senza fermarsi nella sua fuga, aveva cercato ricovero in Costantinopoli, ma colà Lorenzo de' Medici ebbe abbastanza influenza per farlo arrestare. Il sultano Maometto II lo consegnò, e Bandino, ricondotto in Firenze il 14 dicembre del susseguente anno, fu appiccato alle finestre del bargello il 29 dicembre del 1479[111].
Gli storici fiorentini, che scrissero sotto i Medici, fecero de' Pazzi il più svantaggioso ritratto. Poliziano loro ascrive tutti i vizj, anche i più incompatibili: vengono generalmente accusati d'eccessivo orgoglio; Francesco lasciavasi accecare dalla collera, ed appunto in tale traviamento si ferì da sè stesso, credendo ferire il suo nemico. Era Jacopo dedito al giuoco, ed aveva l'abitudine di bestemmiare, per altro era uomo assai caritatevole; e consacrava parte delle sue entrate al soccorso de' poveri e ad arricchire le chiese. Per timore di avvolgere nella propria sventura coloro che avevano qualche credito verso di lui, aveva pagati tutti i suoi debiti la vigilia del giorno fissato all'esecuzione della congiura, ed aveva consegnate ai loro proprietarj tutte le mercanzie che teneva in dogana per altrui conto[112].
Sebbene i congiurati non avessero ottenuto l'intento loro, la posizione di Lorenzo de' Medici era sempre pericolosa assai. Le truppe, adunate nella valle del Tevere sotto Lorenzo Giustini, ed in Romagna sotto Gian Francesco di Tolentino, erano di già entrate nel territorio di Firenze; ma, avendo udito il disastro dei Pazzi, eransi ritirate senza lasciarsi raggiugnere dalle truppe della repubblica. Intanto il re Ferdinando mandava altre truppe, che di già avevano passato il Tronto, ed aveva renduta pubblica la sua alleanza col papa e colla repubblica di Siena. Questa lega aveva scelto per suo generale il duca d'Urbino, Federico di Montefeltro, ed aveva dichiarata la guerra, non già alla repubblica fiorentina, ma al solo Lorenzo de' Medici, che non volevasi confondere colla sua patria. Nello stesso tempo il papa intimava la scomunica alla repubblica fiorentina, se entro un mese, da incominciarsi col primo di giugno, giorno della pubblicazione della bolla, ella non consegnava ai tribunali ecclesiastici Lorenzo de' Medici, il gonfaloniere, i priori e gli otto della balìa con tutti i loro fautori, ond'essere puniti secondo l'enormità del loro delitto[113]. Consisteva questo delitto nell'avere portate le mani sopra un ecclesiastico. «Perchè i cittadini, dice il papa, erano tra di loro venuti a qualche dissensione civile e privata, questo Lorenzo coi priori di libertà ec..... avendo interamente scosso il timore di Dio, e trovandosi infiammati di furore, vessati da diabolica sugestione, e trasportati come cani da insensata rabbia, infierirono con tutta possibile ignominia contro persone ecclesiastiche. Oh dolore! oh inaudito delitto! portarono le violenti mani sopra un arcivescovo, e lo appiccarono pubblicamente alle finestre del loro palazzo[114].»
Il papa non si difese intorno all'aver avuto parte nella congiura, e non cercò in alcuna bolla di smentire quest'accusa; per lo contrario i Fiorentini confessarono il loro torto d'avere fatto morire l'arcivescovo di Pisa ed i preti congiurati, che erano soggetti soltanto alla giurisdizione ecclesiastica; cercarono di calmare il papa assoggettandosi alle sue censure, e restituirono la libertà al cardinale Riario[115]. Tanta moderazione fu inutile; il dieci delle calende di luglio una seconda bolla fulminò contro di loro più gravi pene: proibì ai fedeli di avere comunicazione di veruna sorta con loro, ruppe le precedenti alleanze, vietò a tutti gli stati di contrarne di nuove, ed impedì ad ogni militare di mettersi al loro soldo[116].
Intanto i Fiorentini si apparecchiavano a respingere colle armi l'attacco onde erano minacciati, ed il 13 di giugno crearono, secondo l'antica costumanza, i decemviri della guerra[117]. Spedirono nello stesso tempo a tutti i principi cristiani una relazione della congiura; chiesero col mezzo de' loro ambasciatori i soccorsi del duca di Milano e della repubblica di Venezia in forza della loro alleanza[118]: adunarono in Firenze un concilio provinciale di tutti i prelati toscani, loro domandarono una protesta contro la sentenza di Sisto IV, ed un appello della sua scomunica ad un concilio ecumenico[119]. Pubblicarono altresì l'autentica confessione del Montesecco, onde togliere qualunque dubbio rispetto alla parte che il papa aveva avuta nella cospirazione, e mandarono questo documento col loro appello all'imperatore, al re di Francia ed ai principi sovrani della Cristianità[120]. Finalmente per sottrarre Lorenzo dei Medici ad attentati simili a quello da cui era uscito salvo, la signoria accordò alla sua persona una guardia di dodici uomini[121]. I monarchi d'Europa potevano difficilmente apprezzare i motivi de' cittadini fiorentini per metter fine all'usurpazione della casa de' Medici. Essi di già risguardavano i due fratelli come legittimi sovrani, ed una congiura contro di loro sembrava un attentato contro la maestà dei troni. Altronde senza esaminare i diritti che potevano avere i congiurati, la condotta del papa, il quale si associava a costoro per soddisfare l'odio e la cupidigia di un nipote, che passava per suo figlio, loro sembrava sempre scandalosa. Quindi il re di Francia, l'imperatore Federico, i Veneziani, il duca di Milano e quello di Ferrara minacciarono Sisto IV di ritirarsi dalla sua ubbidienza, se proseguiva a turbare la Cristianità con un'ingiusta guerra. Lodovico XI richiamò le dispute intorno alla prammatica sanzione; volle trattenere le annate, dacchè i tesori ch'esse portavano a Roma venivano impiegati nel fare la guerra ai Cristiani, non a difenderli contro i Turchi. Citò inoltre Sisto IV ad un concilio che diede voce di volere adunare in Orleans, poi in Lione, ma che non ebbe mai luogo[122]. In ultimo mandò ambasciatore a Firenze il celebre storico Filippo di Comines, per dare maggiore importanza ai Medici con larga promessa di protezione[123].
I più saggi fra i cardinali vedevano con dolore compromessa l'autorità pontificia dall'inconsiderazione di un papa; ma credevano assai più importante di salvarla, che di costringere Sisto IV ad ascoltare i consiglj della prudenza e della giustizia. In una delle sue ultime lettere[124] il cardinale di Pavia scriveva al papa: «So che recasi presso di noi per parte del re di Francia un ambasciatore riputato assai nelle Gallie, la di cui commissione è oltremodo orgogliosa. È incaricato di sottrarre i Francesi all'ubbidienza della santa sede, e di appellare ad un concilio se non si revocano le censure pronunciate contro i Fiorentini, se coloro che hanno ucciso Giuliano, quegli ancora che approvarono questo assassinio, non vengono puniti; e per ultimo se non rinunciamo alla guerra da poco cominciata.... Frattanto che potremmo noi fare di più vergognoso, qual maggior piaga, qual morte più crudele potremmo noi arrecare all'autorità di Roma, che di rivocare la nostra sentenza, prima ancora che asciutto sia l'inchiostro con cui fu vergata. Il solo flagello accordatoci da Dio per la nostra conservazione ci caderebbe di mano, il bastone apostolico più non avrebbe forza di rompere i vasi inutili; la potenza secolare avrebbe in allora un rifugio contro le censure, e ciò che la debolezza nostra avesse una volta abbandonato, più ricuperarlo non potrebbe il nostro coraggio.»
Il cardinale propose in seguito al pontefice di acquistar tempo con evasive risposte, di promettere di ricevere i Fiorentini in grazia, ove manifestassero pentimento; ma di dichiarare di non lo poter fare che in un'assemblea di tutti i cardinali, la quale assemblea era impossibile durante la peste; di ritenere sotto lo stesso pretesto della peste gli ambasciatori francesi in luogo lontano dalla corte; per ultimo di seguire l'esempio dello stesso re di Francia, che talvolta aveva differita un anno intero la risposta ai legati di Roma. «Se il re, soggiugne egli, acconsente, com'è probabile, a questi indugi, voi avrete tempo di atterrare le armi de' vostri nemici, e Dio nella sua misericordia spesso ci concede inaspettati soccorsi: se il re non si acquieta, saranno a lui imputabili tutte le conseguenze della sua impazienza.... Allora vostra santità confidisi interamente in Dio; quegli che regna nei cieli è più grande di quegli che vive sulla terra. Il primo sostenne i suoi sacerdoti ne' più gravi travagli, non verrà loro meno ne' minori pericoli: altronde i nostri nemici combatterebbero per il peccato, noi contro il peccato; essi vorrebbero la nostra perdita, e noi altro non vogliamo che la loro salute e la loro vita: in così diversa situazione, e quando così giusta è la nostra causa, senza dubbio che noi dobbiamo tutta in Dio riporre la nostra speranza[125].»
I consiglj del cardinale di Pavia vennero adottati. Sisto IV differì fino al 27 gennajo seguente ad accordare la prima udienza agli ambasciatori francesi; ed anche allora non diede loro un positivo riscontro; disse che avrebbe incaricato un suo legato di portare a Lodovico XI l'espressione de' suoi sentimenti; frattanto soggiunse che aveva con dispiacere veduto questo monarca prestar fede a Lorenzo ed a' suoi complici, piuttosto che a quegli che ha ricevuta la sua autorità da Dio medesimo, e che a lui solo deve renderne conto; poichè sta scritto nelle sacre carte: «L'orgoglioso, che non vuole ubbidire all'ordine del pontefice che rende un culto al suo Dio, deve morire per sentenza del giudice. Così tu toglierai il male dalla terra d'Israello; il popolo vedendolo rientrerà nel timore, e niuno più non si gonfierà di vano orgoglio[126].» Mentre il papa addormentava co' suoi indugi e con ambigue risposte la lega che pareva formarsi contro di lui, proseguiva vigorosamente la guerra intrapresa in Toscana.