CAPITOLO LXXXVI.

Guerra tra Sisto IV, alleato di Ferdinando di Napoli, ed i Fiorentini. — Genova ricupera la sua libertà. — Continuazione e fine della guerra di Venezia contro i Turchi.

1478.

La condotta d'una cospirazione richiede sempre un certo grado di dissimulazione, ed ancora di falsità; gli uomini contro i quali vengono diretti somiglianti attentati, lagnansi frequentemente con amarezza della perfidia di coloro ch'essi avevano risguardati come loro amici; essi scordano le loro proprie offese, perchè coloro che sonosene vendicati non ne mostrarono risentimento, e chiedono di essere attaccati a viso scoperto e con armi eguali, mentre ch'essi medesimi si chiudono nelle fortezze, si circondano di guardie, ed armano una intera popolazione per difendersi. Ma perchè il rimprovero di dissimulazione non faccia torto alla riputazione dei cospiratori conviene che un eminente pericolo, un pericolo personale li giustifichi. Coloro che scagliano i loro colpi da un luogo sicuro, che potendo combattere colle armi dei principi adoperano invece il pugnale degli assassini, meritano essi soli l'obbrobrio che deve ricadere sul tradimento. I Pazzi ed i Salviati possono parer grandi e degni di rispetto, quand'ancora addormentano i Medici con false carezze, e che stringendoseli al seno in segno di amicizia, cercano sotto i loro abiti se queste vittime portano la corazza[127]; ma Sisto IV che benedice le armi de' cospiratori, e Ferdinando di Napoli che fa avanzare le sue armate per assecondarli; questo sommo pontefice e questo monarca, che violano essi stessi la legislazione, sotto la protezione della quale vivono, non meritano maggiore stima di que' vili, che pagano mercenarj assassini per appagare le loro vendette. Qualunque volta è aperto l'adito alla pubblica vendetta, rimane interdetta la privata. I vindici de' privati sono i tribunali, il tribunale de' sovrani è la guerra. I tribunali sono impotenti per difendere l'onore, infedeli quando converrebbe di difendere la libertà; fu perciò dall'opinione renduta ai cittadini la spada per difendere l'onore ne' duelli, e per ricuperare la libertà nelle legittime congiure[128]. I duelli, non altrimenti che le congiure, sono dall'onore vietati ai sovrani, che hanno un altro giudice nell'esperimento delle armi pubbliche.

Forse Sisto IV nudriva grandi pensieri e vasti progetti per l'indipendenza d'Italia; senza apprezzarne la libertà, conosceva la potenza delle repubbliche; voleva assicurare alla penisola tutti i mezzi di respingere gli attacchi degli stranieri e de' barbari, riunendo la Lombardia alla Toscana sotto l'egida di governi renduti forti dalla confidenza e dall'amore dei popoli. Il piano che la sua mente aveva concepito, e che noi vedremo svilupparsi, era degno di un uomo di genio, e di un vero amico del suo paese; ma il carattere di questo papa corrompeva il suo spirito, e frammischiava la falsità e la perfidia a' suoi vasti concepimenti. Incapace di distinguere la virtù dal delitto, gli erano indifferenti tutti i mezzi d'esecuzione, ed egli disonorava i suoi progetti cogli strumenti che sceglieva per eseguirli. E per tal modo quando ancora si armava a favore della libertà, rendevasi odioso agli stessi repubblicani, facendo uso del potere della Chiesa, scandalizzava i cattolici e progettando l'indipendenza dell'Italia, era il primo ad esporla alle invasioni dello straniero.

Sisto IV e Ferdinando eransi apparecchiati alla guerra, avanti che i Pazzi avessero scagliati i primi colpi contro i Medici. Per lo contrario i Fiorentini non avevano ancora un'armata, nè potevano formarla in sull'istante. Si andavano per loro assoldando in Lombardia tutti i capitani che cercavano di servire; ed avevano di già riuniti sotto i loro stendardi Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, Corrado Orsini, Rodolfo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, i due suoi figliuoli ed altri capitani. Rispetto ai piccoli principi di Romagna, che tutti facevano il mestiere di condottieri, i Fiorentini erano stati prevenuti da Sisto IV, il quale aveva assoldati Federico, duca di Urbino, Roberto Malatesta, signore di Rimini, e Costanzo Sforza, signore di Pesaro. L'armata pontificia, renduta in tal modo assai numerosa, entrò con quella del duca di Calabria nelle terre della repubblica, nel mese di luglio[129]. I Fiorentini, non potendo tenere la campagna, distribuirono i loro soldati nelle terre murate poste ai confini dello stato di Siena e del ducato d'Urbino. Formarono inoltre un campo al Poggio Imperiale; ma era composto di altrettante truppe indipendenti quanti erano i condottieri che le comandavano; niuno voleva riconoscere l'autorità di un altro; disprezzati erano gli ordini de' commissari nominati dalla repubblica; ogni capitano riputavasi per lo meno eguale ai cittadini che sedevano nel consiglio, ed avrebbe creduto di far torto al proprio onore, ubbidendo agli ordini di un uomo, che i natali e la carica non facevano soprastare agli altri.

Per ristabilire la subordinazione, i Fiorentini offrirono il comando dell'armata ad Ercole, duca di Ferrara, colla paga di sessanta mila fiorini in tempo di guerra e di quaranta mila in tempo di pace. Essi non vollero abbadare ai consiglj della repubblica di Venezia, che loro ricordava, che Ercole, avendo sposata una figlia di Ferdinando, combatterebbe con poco vigore contro il duca di Calabria suo cognato[130]. Lo stesso Ercole si mostrò lungo tempo indeciso, e soltanto il 30 agosto segnò il trattato coi commissarj fiorentini[131].

Intanto erano in luglio cominciate le ostilità: i duchi d'Urbino e di Calabria avevano guastato con estrema crudeltà il territorio fiorentino da loro occupato, avevano successivamente assediato Rencina, la Castellina, ragguardevole fortezza lontana otto miglia da Siena, e Radda. Sebbene si difendessero valorosamente, questi tre castelli dovettero capitolare a condizione di aprire le porte ai nemici, se non venivano soccorsi avanti un determinato tempo; l'armata fiorentina, informata di tale capitolazione, non aveva osato arrischiare una battaglia per liberarli[132]. In appresso i nemici avevano preso Mortajo, assediavano Brolio e minacciavano Cacchiano, quando finalmente, l'otto settembre, giunse a Firenze il duca di Ferrara. Il dodici andò a visitare il campo; ma frattanto Brolio s'arrese quasi sotto i suoi occhi ai nemici, i quali, in onta alla capitolazione che avevano segnata, saccheggiavano e bruciavano questo castello, come avevano poco prima saccheggiato e bruciato quello di Radda[133].

Fino alla venuta del duca di Ferrara i Fiorentini avevano potuto dolersi di non avere un capo; ma non tardarono a pentirsi di averne scelto uno che mancava di talenti o di risolutezza, se pure non era segretamente d'accordo coi loro nemici. Erasi aspettato per dargli il bastone del comando l'istante fissato dagli astrologi, i quali lo avevano dilazionato fino al 27 di settembre, a dieci ore e mezzo, ossia alle sedici ore italiane. Aspettando che giugnesse il favorevole istante, Ercole aveva lasciato prendere Cacchiano in sua presenza, e lasciava assediare in Val di Chiana Monte Sansovino, una delle più importanti piazze poste ai confini, poichè signoreggiava l'ingresso del piano d'Arezzo e di Cortona, di Val d'Ambra e di Val d'Arno[134].

Il duca di Ferrara ora aveva che dire coi commissarj fiorentini, ora coi proprj ufficiali; mai non trovava luogo abbastanza sicuro per accamparsi, ricusava di avvicinarsi ai nemici, ed invece affrettavasi di fare con loro un armistizio a svantaggiosissime condizioni, acconsentendo che, durante l'armistizio, il duca d'Urbino continuasse l'assedio di Sansovino. Avendo quest'armistizio cessato alla fine d'ottobre, il duca di Ferrara propose di porre Sansovino nelle mani d'un terzo, per dar tempo di cominciare altre negoziazioni; suggerì pure altri espedienti che tutta disvelavano la debolezza del suo carattere, o la sua mala fede, e ricusò costantemente di venire a battaglia per liberare gli assediati, sebbene le sue forze fossero press'a poco eguali a quelle dei nemici, avendo con lui sette mila uomini di cavalleria e sei mila pedoni, mentre il duca d'Urbino aveva mille cavalli di più e due mila pedoni di meno[135]. Finalmente Sansovino s'arrese l'otto di novembre quasi in sugli occhi del duca di Ferrara; ed i nemici avendo presi i quartieri d'inverno tra Fojano, Lucignano ed Asinalunga in sui confini dello stato di Siena, il duca terminò dal canto suo questa vergognosa campagna, alloggiando le sue truppe tra Olmo e Pulicciano[136].

Non si può non essere maravigliati vedendo che Lorenzo de' Medici non presentossi mai nel campo fiorentino durante una guerra che la sua patria sosteneva per suo riguardo. Aveva permesso che l'armata fosse prima esposta agli inconvenienti dell'insubordinazione avanti la venuta del duca di Ferrara, poi della diffidenza e forse del tradimento dopo la di lui venuta, senza tentare di stabilirvi l'ordine, o di affrettarne le operazioni. Il governo e forse lo stesso Lorenzo non avevano troppa fiducia nei suoi talenti militari; ma i commissarj che la repubblica mandava all'armata non erano probabilmente più di lui bellicosi. Quando fu portato a Firenze il manifesto di Sisto IV e di Ferdinando, Lorenzo, vedendosi indicato come il solo nemico di questi due sovrani, aveva convocato un consiglio de' richiesti, cui erano stati invitati trecento cittadini. Aveva loro dichiarato di essere apparecchiato ad andare in esilio, in prigione, ed ancora alla morte, se la sua patria credeva doverlo sagrificare per sottrarsi all'attacco de' suoi nemici. Ma in pari tempo aveva fatto loro sentire che la loro prudenza e la loro perseveranza bastavano sole per resistere al turbine e giugnere al termine de' mali ond'erano minacciati. I Fiorentini, chiamati a questo consiglio, corrisposero a così generosa interpellazione, giurando di consacrare le sostanze loro e la vita in difesa di Lorenzo de' Medici[137].

Mentre i decemviri della guerra facevano nuove leve di soldati, raccoglievano munizioni, e rimontavano il materiale dell'armata, la repubblica mandava i suoi più esperti negoziatori alle potenze da cui poteva sperare soccorsi. Donato Acciajuoli, uno de' più riputati letterati del secolo, era stato incaricato dell'ambasceria di Francia; ma infermò e morì a Milano prima d'aver potuto giugnere alla corte di Francia, e gli fu dato per successore Guid'Antonio Vespucci[138]. Ma tutti gli attestati d'amicizia che Lodovico XI aveva dati alla repubblica fiorentina non dovevano avere alcun utile risultato. Questo monarca, vecchio ed infermo, temeva sempre che l'Europa si accorgesse del suo decadimento, e vi ravvisasse un pronostico dell'imminente suo fine; quindi cercava di occuparla con negoziazioni, di sorprenderla colle minacce, di mantener viva l'opinione della sua costante attività; e frattanto tenevasi lontano dall'entrare in intraprese che non avrebbe avuta la forza di condurre a fine[139]. I Sienesi, invano accarezzati dai Fiorentini, eransi scopertamente dichiarati pei loro nemici. I Lucchesi, sempre gelosi de' potenti loro vicini, erano egualmente disposti a dichiararsi contro Firenze, e Pietro Capponi, figliuolo di Neri, mandato per ambasciatore a Lucca, potè a stento mantenerli neutrali con concessioni d'ogni genere[140]. Giovanni Bentivoglio, che in Bologna occupava press'a poco lo stesso rango che il Medici a Firenze, restavasi inattivo, sebbene fosse alleato di Lorenzo. Nè di lui più attivo era Manfredi, signore di Faenza. Di ciò n'erano forse cagione i Veneziani, i quali per non accendere una guerra in Romagna eransi formalmente opposti al progetto di questi due signori di attaccare il principato d'Imola posseduto da Girolamo Riario.

Tutta la speranza del Medici e dei Fiorentini stava adunque riposta nell'alleanza coi due stati di Milano e di Venezia: ma i Veneziani, pretestando la dichiarazione degli alleati di fare la guerra a Lorenzo de' Medici, non alla repubblica fiorentina, protestarono di non essere tenuti alla difesa di particolari cittadini nelle private loro liti. Altronde si trovavano tuttavia impegnati in una disastrosa guerra coi Turchi, ed in quest'anno medesimo avevano tremato per una formidabile invasione. La reggenza di Milano assecondava di buona fede il governo fiorentino, ma il re di Napoli per privarlo di così potente ausiliario aveva trovato il modo d'occupare la duchessa Bona più seriamente ne' proprj stati.

Ferdinando si fece da principio a trattare con Prospero Adorno, che continuava a governare Genova a nome del duca di Milano, ma che nel precedente anno si era mostrato quasi non meno diffidente de' suoi ausiliarj milanesi che de' proprj nemici. Ferdinando gli offriva d'ajutarlo a ristabilire i Genovesi nell'antica loro dipendenza, e gli mandava per quest'oggetto due galere con grosse somme di danaro. La duchessa Bona, avuto subito avviso di questa pratica, incaricò il vescovo di Como di andare a prendere le redini del governo di Genova. Questi si portò in quella città senza accompagnamento e travestito; ed avendo adunato il senato in san Siro, gli comunicò le lettere del principe, che richiamavano Prospero, e lo nominavano in sua vece governatore[141]; ma non si attentò di fare la stessa dichiarazione nel palazzo pubblico, nè di chiedere l'investitura prima d'avere adunati alcuni soldati. Prospero Adorno approfittò di quest'indugio, chiamò i suoi partigiani, tutti quegli ancora che nelle precedenti fazioni si erano mostrati affezionati alla libertà di Genova; fece da costoro nominare sei capitani del popolo, scelti tra i borghesi e gli artigiani e, cambiato il titolo di governatore in quello di doge, proclamò l'indipendenza della sua patria[142].

Ma l'armata dei Milanesi non occupava soltanto le fortezze, si era inoltre trincerata nelle isole delle case più vicine, di modo che ebbe luogo ogni giorno nelle strade qualche scaramuccia. Le famiglie nobili parevano tutte favorevoli al dominio dei duchi di Milano; ed i Doria e gli Spinola si erano anzi chiusi nelle fortezze, per correre la medesima sorte della guarnigione. Cadauno di que' magnifici palazzi, che fin d'allora avevano a Genova meritato il titolo di superba, era attaccato e difeso coll'artiglieria. Prospero Adorno invitò Roberto di Sanseverino, di que' tempi rifugiato in Asti, a venire a mettersi alla testa dei Genovesi, e Roberto avidamente colse l'occasione di combattere la reggenza di Milano cui erasi a stento sottratto. Dal canto suo Luigi Fregoso, che due volte era stato doge di Genova, condusse nel porto della sua patria sette galere napolitane con un piccolo numero di soldati[143].

Sentiva la reggenza di Milano di quanta importanza fosse la difesa di Genova, prima che le sue fortezze fossero prese dal popolo; e perchè i cavalli non potevano essere di grande utilità nelle montagne della Liguria, aveva adunata un'armata di otto mila pedoni armati di corazze come gli uomini d'armi, sei mila d'infanteria leggiere e soltanto due mila cavalieri[144]. Ma la reggenza ne diede incautamente il comando a Sforzino, figliuolo naturale di Francesco I, il quale non aveva nè le virtù, nè i talenti di suo padre. Gli furono dati per consiglieri Pietro Francesco Visconti e Pietro del Verme: erano uomini di sperimentato merito negli affari civili, e si suppose che sarebbero egualmente capaci di condurre le armate[145].

Per lo contrario Roberto da Sanseverino era uomo turbolento e fazioso nei consiglj, ma eccellente soldato. Lasciando dietro a sè le due cittadelle occupate dalla guarnigione milanese, portò le sue linee di difesa nelle più anguste gole degli Appennini, alla distanza di sette miglia dalla città, in vicinanza delle fortezze, chiamate i due gemelli. V'innalzò subito trinceramenti renduti dalla posizione assai importanti; e la sua poco numerosa armata, e la milizia genovese formavano tutta la di lui forza. Per essere più sicuro di riunirla, fece leggere innanzi al popolo da un frate domenicano una lettera, che diceva d'avere intercettata, colla quale la duchessa di Milano avvisava il vescovo di Como dell'imminente arrivo dell'armata che veniva a liberarlo. Promettevasi in questa lettera alla guarnigione, in premio della sua costanza, il sacco di Genova per tre giorni, poichè era giunto il tempo di domare questa inquieta città, che la sola povertà poteva ridurre ad una passiva ubbidienza[146]. In fatti, dopo la lettura di questa supposta scrittura, quanti eranvi uomini in Genova capaci di portare le armi, tutti corsero a porsi sotto le bandiere di Roberto di Sanseverino. Ebbe l'avvedutezza di disporli in battaglioni subordinati a sperimentati ufficiali, ed in conseguenza della sua savia organizzazione questa milizia valeva quasi quanto la truppa assoldata. Si assicurò del vantaggio del terreno non solo di fronte, ma ancora in sui fianchi dei Milanesi, ed aspettò di essere attaccato.

La battaglia cominciò la mattina del 7 agosto 1478 e si continuò più di 7 ore con estremo accanimento. Furono successivamente condotte all'attacco delle linee genovesi tre divisioni, e furono sempre respinte. I Milanesi, avendo avuti seicento uomini uccisi, e moltissimi feriti, dovettero in ultimo pensare alla ritirata; ma incautamente si erano avanzati entro un'angusta valle, da cui non potevano uscirne che per mezzo d'una vittoria. Il Sanseverino non acconsentì che fossero immediatamente inseguiti in quegli angusti passi delle montagne per cui dovevano ripassare. Temette che fossero ancora in tempo a voltare la fronte, e che le milizie, che si staccavano per inseguirli, si disordinassero. Ma quando i Milanesi si videro in mezzo a quelle pericolose, gole, sentirono essi medesimi con quanta facilità potevano essere disfatti, e questo timore bastò a disordinarli; ognuno voleva passar oltre per giugnere prima del compagno in luogo più aperto; gettarono le armi per essere più agili, e l'armata, che aveva fin allora combattuto valorosamente, altro più non sembrò che una timida mandra che fuggiva. Allora i Genovesi attaccarono i Milanesi alle spalle senza trovare resistenza, e gli alpigiani gli oppressero dall'alto delle giogaje, facendo rotolare sopra di loro grossi sassi. Gli assalitori erano principalmente attenti a fare de' prigionieri per venderli come forzati ai capitani delle galere di Napoli, che in quell'istante erano entrate in porto[147]. Pure limitato era il numero di coloro che potevano impiegarsi in quest'ufficio, mentre quasi tutta l'armata milanese fu costretta ad arrendersi, prima d'avere ripassata la catena delle montagne. I contadini, non trovando allora più vantaggio nel fare prigionieri, si accontentavano di spogliarli non solo delle armi, ma ancora degli abiti e delle camicie, onde si videro tornare in Lombardia molte migliaja di soldati, che non avevano altre vesti che una cintura di frasche[148]. La reggenza di Milano, perduta ogni speranza di riavere Genova, cercò almeno di eccitare una nuova guerra civile, risvegliando partiti che omai parevano spenti. Ella rendette ad un tempo la libertà ad Ibletto dei Fieschi, e persuase la fazione dei nobili a richiamare a Genova Battista Fregoso, figlio del doge Pietro. I Milanesi, assediati nelle due fortezze, più non isperando soccorso, la consegnarono a questo Battista Fregoso. Alcuni colpi di cannone avendo annunciato ai suoi partigiani ch'egli ne aveva preso il possesso, questi pigliarono le armi in tutta la città ed attaccarono con accanimento la porta di san Tommaso. Pareva che il partito di Prospero Adorno fosse il più avvantaggiato, quando Ibletto dei Fieschi, che con tutti i suoi clienti erasi posto dalla banda del doge, acconsentì alle proposizioni fattegli per parte di Battista Fregoso. Si fece pagare sei mila fiorini per abbandonare la causa degli Adorni, e per lo stesso prezzo trasse nell'opposto partito il luogotenente del re di Napoli. Nulla montava a Ferdinando che un Fregoso, o un Adorno fosse il doge di Genova, purchè la città più non ubbidisse al duca di Milano. Prospero, che aveva abusato della sua vittoria condannando a pena capitale, come ribelli, alcuni suoi nemici, si trovò improvvisamente abbandonato dalla maggior parte de' suoi seguaci, e costretto ad uscire di città il 26 novembre del 1478, e ad imbarcarsi sopra una galera di Napoli. Pochi giorni dopo Battista Fregoso, di già possessore di tutte le fortezze, venne proclamato doge e riconosciuto da tutti i partiti[149].

Quando la reggente di Milano avea mandata la sua armata nelle montagne di Genova, aveva ordinato a Sforzino, che la comandava, di concentrarsi tosto che avesse sottomessi i ribelli Genovesi e di secondare a tutto suo potere Lorenzo dei Medici. La disfatta di quest'armata distrusse le speranze di Lorenzo, e la rivoluzione di Genova lo minacciava ancora di un'altra sventura. I mercanti fiorentini, affidati all'alleanza del duca di Milano, signore di Genova, avevano fatto di questa città un grande emporeo del loro commercio marittimo. Quattro galere, caricate per loro conto, il di cui valore ammontava a più di trecento mila fiorini, dovevano entrare in quel porto entro pochi giorni. Se venivano prese e confiscate dal nuovo governatore, alleato di Ferdinando, così grossa perdita avrebbe scoraggiati i Fiorentini e privatili dei mezzi di continuare la guerra. Perciò Lorenzo si trovò costretto ad accarezzare i Genovesi, anche a risico di disgustare il duca di Milano. La signoria di Firenze felicitò Battista Fregoso intorno alla sua elezione, e gli offrì la sua amicizia, scusandosi in pari tempo presso la duchessa Bona di questi forzati riguardi verso i suoi nemici[150].

Le negoziazioni di Lorenzo de' Medici con Venezia acquistavano tanto maggiore importanza in quanto che minori erano i sussidj che gli offrivano gli altri alleati. Questa repubblica diventava l'unica speranza, l'unico appoggio de' Fiorentini. Ma durante tutto il primo anno della guerra, Venezia era stata battuta da tali calamità, che non le fu possibile di soccorrere i Medici. La prima e la più grande, comune a Venezia ed a Firenze, fu la peste, che pare essere stata prodotta in Italia da un'invasione di locuste. In giugno del 1478 un'armata di questi formidabili insetti coprì trenta miglia di lunghezza e quattro di larghezza ne' territorj di Mantova e di Brescia. Il marchese Lodovico di Mantova impiegò migliaja di persone ad ammazzarli, ma non prese la precauzione di farli subito sotterrare; e la contagione si manifestò bentosto, quale conseguenza della loro decomposizione[151]. L'epidemia si comunicò alla Toscana, guastò Firenze ed il suo territorio, e privò la repubblica di molti de' suoi più illustri ufficiali; aveva fatto pure abbandonare senza difesa alcune terre murate, e rapiti in un mese alle due armate più di due mila soldati[152]. A Venezia si era la peste manifestata con tanta violenza che più non potevasi adunare il consiglio dei Pregadi, essendosi rifugiati in campagna tutti i nobili che lo formavano. In questo sempre imminente pericolo d'una atroce morte tutti i calcoli di una lontana politica rimanevano senza interesse; onde i Veneziani, lungi dal poter somministrare ai Fiorentini que' soccorsi d'uomini e di danaro, che dovevano in forza de' trattati, non poterono che dopo lunghissimi indugi adunare il senato, per dare i loro ordini agli ambasciatori che mandavano a Roma. Furono questi incaricati di rappresentare al papa che metteva in pericolo la Cristianità colla guerra che eccitava in Italia, che in certo modo era lo stesso che far causa comune col gran Turco, dal quale dovevasi ad ogni istante temere un'invasione; che se il papa non desisteva da tale condotta, la signoria di Venezia, d'accordo coll'imperatore e col re di Francia, gli ritirerebbe la sua ubbidienza, e si appellerebbe de' suoi ingiusti decreti ad un futuro concilio[153].

L'accusa promossa contro il papa di secondare i progetti di Maometto II era pur troppo fondata. Giammai gli avanzamenti de' Turchi avevano posta l'Italia in maggiore pericolo; la stessa esistenza di Venezia trovavasi compromessa, e la più leggiera diversione delle sue forze poteva farla soggiacere agli attacchi della Cristianità.

I Veneziani, spossati da così lunghi sforzi, avevano fino dal 1475 fatto fare a Maometto proposizioni di pace. Questi aveva domandato che Croja venisse rimessa in suo potere, con tutte le fortezze che la signoria aveva acquistate dopo il cominciamento della guerra. Inoltre chiedeva il pagamento di cento cinquanta mila fiorini a titolo di un debito contratto dagli amministratori delle miniere d'allume, e per un furto fatto al suo fisco, in certo qual modo autorizzato dalla repubblica. Così dure condizioni non vennero accettate, ma fecero luogo ad un armistizio di sei mesi[154]. Durante il 1476 i Veneziani non avevano agito contro i Turchi, ma non erano perciò rimasti senza inquietudine pei loro possedimenti di Levante. La regina Carlotta di Cipro, cercando sempre nuovi espedienti per rientrare nel suo regno, aveva adottato don Alonzo, figliuolo naturale di Ferdinando. Due galere napolitane dovevano prenderla a Rodi per condurla al Cairo, dove voleva guadagnarsi la protezione del soldano d'Egitto. Avendone avuto avviso il consiglio dei dieci, ordinò ad Antonio Loredano, capitano generale delle sue galere, di portar via da Cipro i tre figli naturali dell'ultimo re, e sua madre Marietta, sotto la di cui guardia erano stati lasciati. Tutti e quattro vennero condotti a Venezia e tenuti sotto buona guardia, abusando in tal modo la repubblica della confidenza in lei riposta dall'ultimo dei Lusignani; perciocchè o egli medesimo era un usurpatore e non aveva potuto trasmettere verun diritto alla sua vedova, o i suoi figli naturali avevano i medesimi suoi diritti. Quando si riunivano alla regina Carlotta, quando i legittimi figli ed i bastardi del Lusignano confondevano assieme i loro interessi, le pretensioni della regina Cornaro e della repubblica di Venezia diventavano affatto insostenibili[155].

La guerra coi Turchi si rinnovò nel 1477. Acmeto, sangiacco d'Albania, venne ad assediare Croja con otto mila cavalli. Le campagne furono guastate, e gli abitanti fuggirono nelle montagne; ma così forte era la città, non tanto per le opere dell'arte che per la naturale sua posizione, che poteva sfidare gli attacchi dei nemici. Ne aveva il comando Pietro Vettori, e Francesco Contarini, provveditore d'Albania, era incaricato di adunare un'armata nella provincia per far levare l'assedio. Durante tutta la state gli abitanti di Croja si difesero vigorosamente: in sul finire d'agosto il Contarini giunse ad Alessio con due mila uomini di cavalleria veneziana, cinquecento cavalleggeri, ed una buona infanteria albanese, che gli aveva condotto Niccolò Ducaini. Di là il 2 di settembre si avanzò nella pianura alle falde della montagna di Croja, che gli abitanti chiamano la Tiranna, ed ove i Turchi avevano formato il loro campo in distanza di quattro miglia dalla città. La battaglia tra le due armate cominciò verso mezzo giorno, e durò fino a sera senza che l'infanteria veneziana si staccasse mai dalla cavalleria pesante. L'una e l'altra apponevano ai Turchi una linea che le replicate cariche della loro cavalleria non poterono mai rompere. In sul declinare del giorno i Turchi fuggirono a briglia sciolta, abbandonando ancora il loro campo. Gli abitanti di Croja fecero una sortita, rovesciarono i due ridotti che chiudevano il passaggio, e vennero a dividere il bottino del campo ottomano, ove trovarono molte ricchezze e molti viveri, de' quali Croja cominciava ad aver penuria. Ma i Turchi ritiratisi sulle vicine montagne, vedendo al chiaro della luna il disordine de' vincitori nel campo da loro abbandonato, piombarono improvvisamente sui Veneziani che si contendevano le loro spoglie, ne uccisero la maggior parte, tagliarono la testa al Contarini, caduto nelle loro mani, dispersero tutta l'armata albanese, ed uccisero più di mille uomini del solo corpo delle truppe italiane[156].

Venezia non erasi ancora riavuta dallo spavento cagionato da questa rotta, quando in ottobre si seppe che il pascià di Bosnia aveva invaso il Friuli. Per altro la repubblica, avvertita dalla precedente invasione, aveva incaricato il procuratore Francesco Tron di fortificare quelle frontiere: ed era stata tirata una linea di trinceramenti dalle foci dell'Isonzo presso Aquilea fino a Gorizia. Si era per tale opera approfittato delle dighe dei fiumi; si erano alzate lunghe cortine di terra coperte di zolle, ed afforzate di tratto in tratto da torri o da bastioni della stessa natura. In tutte queste opere eransi piantate delle palafitte, o piuttosto tronchi di salci vivi, e così fitti che non davano verun passaggio. Questo trinceramento, lungo dodici in quindici miglia, pareva un muro di fortezza. Eransi inoltre fortificati due campi ne' luoghi in cui l'Isonzo pareva guadabile, l'uno a Gradisca, l'altro a Fogliano. Finalmente Gorizia aveva altresì un ponte su questo fiume, il quale era stato diligentemente fortificato[157]. Girolamo Novello di Verona, vecchio capitano, che aveva con lui suo figlio e molti valorosi ufficiali, fu incaricato della custodia di questi trinceramenti con circa tre mila fanti e molti corpi di buona cavalleria; onde gli abitanti del Friuli riposavano sicuri, non si credendo esposti ad una sorpresa del nemico.

Ma i Veneziani non avevano prese le convenienti misure per essere preventivamente avvisati de' movimenti de' Turchi. Una sera del mese di ottobre videro comparire la cavalleria turca intorno a quello de' due campi che trovavasi al di là del fiume, avanti che nemmeno si sapesse ch'erano usciti dalla Bosnia. Il giorno era troppo innoltrato per combattere; onde dall'una parte e dall'altra i soldati si apparecchiarono alla battaglia pel susseguente giorno. Pure nella stessa notte i Turchi occuparono il ponte di Gorizia, senza che ciò si sapesse nel campo di Gradisca. Per prendere questo ponte il pascià Mar Beg, Amat Beg, o piuttosto Achmet Giedick[158], fece passare un migliajo di cavalli sull'opposta sponda del fiume, mentre che in un altro luogo la cavalleria turca, avendo scoperto un luogo cinto e nascosto da alcune piante e da folte macchie sull'altra riva, attraversò a nuoto l'Isonzo, e collocò un'imboscata nel luogo in cui voleva attirare i Veneziani. All'indomani Achmet fece passare l'Isonzo a tutta la sua armata, ed offrì battaglia a Girolamo Novello che l'accettò. Fu sostenuta alcun tempo con molto coraggio, ed il figlio di Girolamo, che comandava la prima squadra, ributtò valorosamente i nemici; ma malgrado gli avvisi del padre, che diffidava della loro facilità a darsi alla fuga, si lasciò trasportare dal calore della vittoria ad inseguirli, e cadde nell'imboscata che gli era stata tesa, ed il suo corpo venne interamente distrutto. La seconda squadra che gli teneva dietro, atterrita da questo cambiamento di fortuna, si ritrasse, e la sua fuga, resa nota fino alle ultime linee, fu cagione che tutta l'armata si disordinasse; ad altro più non si pensò che alla individuale sicurezza. La cavalleria turca, formidabile nell'inseguire il nemico, era alle spalle de' fuggitivi, e continuò ad abbattere teste fino al di là di Merzano. Girolamo Novello e suo figlio furono uccisi in battaglia, come pure Giacomo Badoero, Anastasio Flaminio e molti altri ragguardevoli personaggi. Inoltre i Turchi fecero molti prigionieri[159].

Frattanto la cavalleria ottomana si sparse per tutta la campagna tra l'Isonzo ed il Tagliamento. Tutto ciò che il fuoco poteva distruggere fu dato alle fiamme. Vedevansi nello stesso tempo bruciare i foraggi, il raccolto, i boschi, gli abituri, i villaggi ed un centinajo di palazzi ossia ville de' nobili veneziani. Lo storico Sabellico, che allora trovavasi in un castello non molto lontano da Udine, aveva sotto gli occhi questo vasto incendio, che, veduto dalla sommità di una torre, pareva in tempo di notte un mare di fuoco. Dopo avere per due interi giorni guastato questo piano, i Turchi passarono ancora il Tagliamento e bruciarono il paese posto tra questo fiume e la Piave. In tempo di notte vedevansi ancora da Venezia le fiamme di quest'incendj, e vi spargevano la costernazione. Fu eletto un provveditore generale per l'Istria, fu dato ordine a quello d'Albania di recarsi nel Friuli, s'incaricò il provveditore di Lombardia di raccogliere le milizie di Verona, di Vicenza e di Padova; varj nobili veneziani vennero deputati al comando di ogni fortezza, ed il 2 novembre si pose in cammino una nuova armata per iscacciare i Turchi dai luoghi che occupavano; ma erano spontaneamente partiti ed avevano di già ripassato l'Isonzo[160].

Tutte le conquiste dei Turchi erano state precedute da scorrerie somiglianti a quelle che avevano adesso fatte nel Friuli. Ruinavano il paese con molte consecutive campagne prima di pensare a stabilirvisi; e se si fosse loro permesso di penetrar di nuovo nel nord dell'Italia, queste ruinate province bentosto non sarebbero più state suscettibili di difesa, ed in pochi anni le armi della mezzaluna si sarebbero avanzate fino nel cuore della Lombardia. I Veneziani fecero tutto quanto potevano per allontanare questo disastro. Avevano conosciuto per prova che non avevano bastante cavalleria su questi confini, e vi richiamarono Carlo di Montone, figlio di Braccio, che tornava dalla sua spedizione contro di Siena. Fortificarono Gradisca, rialzarono i distrutti baluardi, descrissero in reggimenti venti mila uomini di milizie delle loro province di terra ferma, e distribuirono in compagnie tutti gli abitanti di Venezia, obbligandoli ad esercitarsi nelle evoluzioni militari[161].

Frattanto l'assedio di Croja aveva sempre continuato, e questa città cominciava a mancare di vittovaglie. La repubblica di Venezia, abbandonata dagli altri stati dell'Italia, inquietata dagl'intrighi e dalla ambizione del papa e di suo figlio Girolamo Riario, temeva di non essere più abbastanza potente per chiudere lungo tempo ai barbari l'ingresso della penisola, e cercò di nuovo di ottenere la pace da Maometto II. Tommaso Malipieri, provveditore della flotta, fu autorizzato, in gennajo del 1478, a passare personalmente a Costantinopoli per offrire alla Porta la città di Croja, l'isola di Stalimene, il braccio di Maino nel Peloponneso, tutti gli altri luoghi che la signoria aveva conquistati in tempo della guerra, e cento mila ducati in nome dell'appalto dell'allume contro il quale riclamava Maometto. Tutte queste condizioni vennero dal sultano accettate, ma egli vi aggiunse quello di un annuo tributo di sei mila ducati. Il Malipieri rispose che non era autorizzato a prometterlo, e domandò, per consultare i suoi committenti, due mesi dal 15 aprile al 15 giugno. In questo tempo seppesi in Venezia che il re d'Ungheria ed il re di Napoli avevano trattato col gran signore e riconosciute tutte le sue conquiste. Non potevasi sperare veruna diversione dal canto della Persia, perciocchè Ussun Cassan era morto ed i quattro suoi figli avevano fra di loro divisa la paterna eredità. Croja trovavasi alle più dolorose estremità ridotta, e più non poteva difendersi. In così difficili circostanze il senato di Venezia risolse il 3 maggio di accettare le condizioni dettate dai Turchi, sebbene assai dure. Ma quando fu portata la risposta a Maometto, rispose di non essere più tenuto a mantenere la parola. Diceva che la situazione delle due parti aveva cambiato dopo le prime negoziazioni; risguardava Croja come di già sua, poichè verun umano potere poteva salvarla; e se i Veneziani erano pure determinati ad acquistare la pace col sagrificio di una città d'Albania, era Scutari e non Croja che gli dovevano rilasciare. Il Malipieri, non avendo istruzioni rispetto a questa nuova domanda, abbandonò Costantinopoli senza aver nulla convenuto[162].

Gli abitanti di Croja avevano di già sostenuto un anno d'assedio, e negli ultimi mesi trovaronsi ridotti a nudrirsi dei più immondi alimenti. Seppero intanto che il sultano, preceduto dal sangiacco Solimano e dal beglierbey della Romania, era arrivato sotto Scutari con un numeroso esercito. Gli spedirono il 15 giugno una deputazione per offrirgli di arrendersi a sua altezza, e ne riportarono un firmano da lui sottoscritta, colla quale prometteva a tutti di ritirarsi coi loro beni, qualora non preferissero di vivere in Croja sotto la protezione a favore della sublime Porta. A fronte di quest'alternativa tutti dichiararono di rinunciare alla loro patria e di vivere ne' luoghi che loro verrebbero assegnati dalla repubblica veneta. Consegnarono la loro fortezza, ed uscirono sotto la scorta loro data dal pascià Aaron, comandante dell'assedio; ma giunti appena in sul piano, questi li fece tutti incatenare per condurli al gran signore, il quale, dopo avere prescelti alcuni prigionieri più distinti che potevano pagare la taglia, fece decapitare tutti gli altri. Così finirono gli ultimi compagni d'arme di Scanderbeg. Tutto il suo popolo doveva in breve seguirlo nel sepolcro[163].

Intanto Maometto stringeva già d'assedio Scutari, ma gli abitanti di questa città, che avevano preveduto quest'attacco, eransi apparecchiati ad una vigorosa resistenza. Tutti coloro che non erano abili alle armi furono mandati fuori di città, entro la quale non erano rimasti che mille seicento cittadini, e dugento cinquanta donne, oltre la guarnigione di seicento soldati sotto il comando del provveditore Antonio de Lezze. Maometto aveva nel suo campo il beglierbey di Romania, il sangiacco Solimano, ed i più distinti ufficiali del suo impero. I padiglioni della sua armata coprivano tutto il piano di Scutari, le falde delle montagne, e tutto il paese a perdita d'occhio[164].

Erasi aspettato l'arrivo di Maometto al campo musulmano per iscuoprire le prime batterie contro Scutari, ma il sultano, lungi dal sapere buon grado ai suoi generali di questa deferenza, loro rimproverò di non avere fatti maggiori progressi. Una semplice linea di mura chiudeva la città, e la formidabile artiglieria de' Turchi vi aprì bentosto una larga breccia. Non pertanto il ripidissimo declivio del terreno, e la difficoltà di salire la rupe, su cui erano poste le mura, supplirono alla loro debolezza. I Turchi diedero l'assalto alla breccia il 22 di luglio, ma dopo un'ostinata zuffa vennero con grave danno respinti, maltrattati dai sassi e dai fuochi d'artificio che si facevano piovere sopra di loro[165].

Maometto fece allora piantare le batterie contro un lato delle mura di cui gli parve più agevole l'accesso. Non essendo sostenute da un terrapieno, furono in breve aperte, onde il sultano ordinò un secondo assalto pel 27 luglio. Ma per approfittare dell'infinita superiorità delle sue forze, divise il suo esercito, che gli storici veneziani portano ad ottanta mila uomini, in più corpi, che dovevano succedersi gli uni agli altri senza interrompimento, e rinnovare l'assalto finchè gli abitanti di Scutari soggiacessero alla fatica. Avuto avviso di quest'ordine, Antonio di Lezze divise pure la sua guarnigione in quattro brigate, che dovevano mutarsi ogni sei ore. L'assalto cominciò prima di giorno; i giannizzeri montavano alla breccia intrepidamente a traverso alle pietre che si facevano rotolare sopra di loro, ai fuochi d'artificio ed alle frecce; superavano le ruinate mura e sforzavansi in appresso di salire sugli interni baluardi che formavano l'ultima difesa. Nuovi assalitori s'innoltravano sempre dietro i primi, sostenendo in certo modo la prima linea, e spingendoli per forza fino alla sommità del bastione; ma non vi giugnevano mai che traforati da colpi di lance e di spade, e prima d'aver potuto combattere cadevano morti sui loro camerata, che per altro non si scoraggiavano. Maometto, furibondo per così valorosa resistenza, ordinò di continuare l'attacco con sempre nuove truppe durante tutta la notte e la metà del susseguente giorno. All'ultimo, sia che i soldati, avviliti da tanti inutili sforzi, ricusassero di combattere più oltre, o che lo stesso Maometto sentisse l'inutilità di così spaventosa carnificina, fece suonare a raccolta dopo avere perduto un terzo della sua armata[166].

Allora cambiando l'assedio in blocco, il sultano s'occupò nel conquistare il rimanente della provincia, onde togliere agli assediati ogni speranza di soccorso. E perchè la flotta veneziana avrebbe potuto innoltrarsi, rimontando la Bogiana, fin presso a Scutari, chiuse la foce di questo fiume con un ponte coperto da due ridotti. Mandò il beglierbey di Romania ad assediare varie fortezze del vicinato: quella di Sebenico, che apparteneva a Czernowitsch, si arrese senza combattere, e la città di Drivas fu presa dopo sei giorni d'assedio. Giacomo del Mosto, che vi stava per provveditore, fu condotto con tutti gli abitanti sotto le mura di Scutari, ove Maometto lo fece decapitare, onde far conoscere agli assediati la sorte che loro preparava se non si affrettavano di calmare la sua collera. La città d'Alessio fu abbandonata, ma vennero sorprese in quel porto due galere; ed i dugento marinaj, che ne formavano l'equipaggio, furono condannati a morte. La sola città d'Antivari resistette a tutti gli attacchi dei Turchi. La maggior parte dell'estate essendosi consumata in questi diversi assedj, Maometto affidò il comando dell'armata che bloccava Scutari al suo visir, Achmet Giedik, e tornò a Costantinopoli[167].

Per tenere nello stesso tempo occupate altrove le forze della repubblica, Maometto II aveva ordinato al pascià di Bosnia d'invadere il Friuli, e pretendesi che il re d'Ungheria, così persuaso da Ferdinando, re di Napoli, di cui nel 1476 aveva sposata la figlia, Beatrice, accordasse ai Turchi il passaggio per i suoi stati, affinchè questa diversione impedisse ai Veneziani di soccorrere i Fiorentini[168]. Il pascià di Bosnia giunse alle rive dell'Isonzo con quindici mila cavalli, ma le trovò difese dalle milizie adunate sotto gli ordini di Vittore Soranzo, provveditore della provincia, mentre che il conte Carlo da Montone comandava gli uomini d'armi chiusi nel campo di Gradisca. Invano il pascià provocava Montone alla battaglia, che questi, ammaestrato dall'esperienza del precedente anno, vedeva che meglio fermerebbe i barbari tenendosi al suo posto. I Turchi, dopo molti inutili tentativi per entrare nel Friuli, attraversarono le montagne della Carniola, e portarono le loro stragi ai confini della Germania[169].

Quest'invasione si eseguì nell'istante in cui la peste infieriva in Venezia, onde non si erano potuto armare le barche destinate a custodire la foce dell'Isonzo[170]. La guerra d'Albania e quella del Friuli desolavano contemporaneamente la repubblica, gli armamenti del papa e di Ferdinando, e l'invasione della Toscana ne accrescevano il terrore; per ultimo gli affari di Cipro erano cagione di vive inquietudini, mentre che la violenza del contagio in Venezia non permetteva nemmeno di adunare i consiglj. La regina Carlotta di Lusignano dopo avere sollecitato il papa a ristabilirla nel suo regno, erasi finalmente determinata a passare in Egitto, ciò che non aveva potuto, o non aveva osato di fare nel precedente anno. Il re Ferdinando aveva per lei fatte armare quattro galere a Genova, destinate a scortarla nel suo viaggio. Nello stesso tempo aveva mandato a Venezia un brigantino catalano, il di cui patrone, che fingevasi mercante, erasi incaricato di rapire la giovanetta Carlotta, figliuola naturale di Giacomo. Il consiglio dei dieci, avvisato di queste pratiche, fece, con decreto del 27 agosto del 1478, tradurre i tre fanciulli di Giacomo nel castello di Padova, ove la fanciulla morì poco dopo, non senza sospetto d'essere stata avvelenata da' suoi custodi. Fu spedito un provveditore ne' mari di Candia con dieci galere, ordinandogli di star attento al passaggio delle quattro navi genovesi, di attaccarle, e di perdere la regina Carlotta, dando voce che fosse rimasta uccisa nella battaglia[171]. Questa flotta ammontò in seguito fino a 27 galere; ma Carlotta era giunta in Alessandria alcun tempo prima, ed il soldano le aveva date buone speranze. Per ordine de' Veneziani l'altra regina di Cipro, Catarina Cornaro, spedì pure un'ambasciata al soldano, per offrirgli l'annuo tributo del regno, che fin allora non era stato pagato; e le due regine cristiane trattarono la loro causa innanzi al soldano musulmano dell'Egitto. Questi non pronunciò veruna sentenza, ma pareva favorevole a Carlotta, e Venezia poteva aspettarsi di avere una nuova guerra coi Mamelucchi, per la difesa d'un regno, che altro più non era che una colonia veneziana[172].

I consiglj della repubblica, scossi da tante sciagure, minacciati da tanti pericoli, erano incerti intorno al partito da prendersi, quando ricevettero una lettera del governatore di Scutari, che gl'informava della situazione di quella piazza. Diceva loro di avere perduti nell'ultimo assalto otto de' suoi migliori capitani con moltissimi soldati; che non aveva viveri che per quattro mesi; e, se prontamente non riceveva soccorsi, dichiarava che sarebbe ridotto a capitolare. S'incontrò molta difficoltà nell'adunare il senato, disperso dalla peste, per comunicargli questo rapporto. Finalmente si adunò il quattordici di novembre, e, dopo una vivissima disamina, risolse di assoldare sei mila cavalli ed otto mila fanti italiani; di sollevare l'Albania coll'ajuto di Giorgio Czernowitsch per aggiugnere questi bellicosi popoli all'armata veneziana; di richiamare il capitano generale Venieri, che trovavasi colla sua flotta ne' mari di Cipro, e d'impiegare in tal modo tutte le forze della repubblica per far levare l'assedio di Scutari. Ma il senato si adunò nuovamente quattro giorni dopo, e per abbandonarsi allo scoraggiamento. I militari rappresentavano che, la Bogiana essendo chiusa da un ponte e da due ridotti, riuscirebbe quasi impossibile uno sbarco. I direttori del tesoro fecero conoscere l'esaurimento del medesimo e l'universale povertà, inevitabili conseguenze di così lunga guerra. Altri facevano sentire che se richiamavasi da Cipro la flotta del Venieri, si perderebbe quell'isola, che rimarrebbe abbandonata alle pratiche della regina Carlotta e forse all'invasione del soldano d'Egitto. Molti, spaventati dai frequenti attacchi dei Turchi nel Friuli, dicevano che bentosto la repubblica non sarebbe più in caso di respingerli. Gli amici di Lorenzo de' Medici e quelli della duchessa di Milano cercavano di persuadere i loro colleghi a terminare la guerra del Levante, affinchè Venezia fosse in istato di farsi rispettare in Italia. Facevano osservare che i due più potenti alleati della repubblica, i Fiorentini ed i Milanesi erano forzati di ricorrere alla sua protezione, invece di assisterla nelle sue necessità; che il re Ferdinando era scopertamente nemico, che aveva pure fatto coi Turchi un trattato di pace e di alleanza; che il papa, in preda ai suoi risentimenti, non parlava che minacciando; finalmente che la repubblica di Genova aveva contro di loro cominciate le ostilità. In così pericolosa posizione sembrava che soltanto la pace coi Turchi potesse salvare la repubblica, ed il senato risolse di accettare le condizioni che piacerebbe a Maometto di dettare.

Dietro tali deliberazioni Giovanni Dario, segretario di stato, fu mandato a Costantinopoli, facendogli attraversare l'Albania. Trovò il sultano disposto a mantenere press'a poco le stesse condizioni proposte in principio dell'anno. In conseguenza il 26 gennajo del 1479 questo ambasciatore soscrisse un trattato di pace tra la Porta e la repubblica di Venezia, in forza del quale dovevano essere ceduti al gran signore Scutari ed il suo territorio, e restituirsi reciprocamente tutte le conquiste fatte in tempo dell'ultima guerra nella Morea, nell'Albania e nella Dalmazia. I Veneziani dovevano pagare al Sultano cento mila ducati a titolo delle miniere d'allume che avevano fatto fallimento in Costantinopoli in principio della guerra, dovevano inoltre pagare un annuo tributo di dieci mila ducati; ma questa condizione, che poteva sembrare umiliante, non era in fondo che un compenso dei diritti e delle gabelle dell'impero ottomano; perciocchè in virtù di tale pagamento i Veneziani dovevano godere di un'assoluta franchigia per tutte le loro merci in tutti gli stati di sua altezza. L'ambasciatore ebbe pure l'accortezza di far comprendere in questo trattato, che se qualche stato spiegasse la bandiera di san Marco prima di essere immediatamente attaccato dal sultano, questi riconoscerebbe un tale stato per suddito della repubblica, e ne rispetterebbe il territorio; di modo che i Veneziani conservarono la speranza di fare acquisti col terrore delle stesse armi musulmane[173].

In esecuzione di questo trattato, il provveditore Antonio di Lezze uscì da Scutari con quattrocento cinquanta uomini, e centocinquanta donne, che soli erano sopravvissuti a questo terribile assedio. Seco portavano le reliquie delle loro chiese, i vasi sacri, l'artiglieria e tutto ciò che rimaneva delle loro ricchezze. Passarono così in mezzo all'armata ottomana, cui pareva che questi valorosi guerrieri incutessero rispetto[174]. La repubblica si obbligò a provvedere alla loro sussistenza; voleva da principio dar loro dei feudi nell'isola di Cipro, ma perchè temevano l'aria insalubre di quel paese, li distribuì nelle fortezze dello stato, loro affidandone la guardia, e dando a tutti una pensione di due ducati e mezzo al mese[175]. Nello stesso tempo la repubblica fece consegnare agli ufficiali del sultano le montagne della Chimera, Strimoli, il paese de' Mainoti nella Morea, Castel Rompano, Saranfona e l'isola di Stalimene. Tutti i prigionieri fatti dai Turchi furono posti in libertà senza taglia, e la pace venne giurata dal doge e pubblicata in Venezia con universale allegrezza, il giorno dell'evangelista san Marco, 25 aprile 1479, dopo quindici anni della più formidabile guerra che la repubblica avesse fin allora sostenuta[176].