CAPITOLO LXXXVII.

Sisto IV chiama gli Svizzeri in Italia; loro vittoria sui Milanesi a Giornico. — Eccita Lodovico il Moro ad usurpare il governo di Milano. Angustie di Lorenzo de' Medici, che va a Napoli, ove soscrive una pace che compromette l'indipendenza della Toscana; progetto del duca di Calabria sopra Siena; rivoluzioni di questa repubblica.

1478 = 1480.

La pace de' Veneziani coi Turchi assicurava l'Italia dalla più formidabile invasione, e facendo cessare un pericolo che non era mai stato più imminente, avrebbe dovuto essere per que' diversi potentati un motivo di confidenza e di riposo. Pure la notizia fu per la maggior parte cagione di costernazione. Acciecati dalla loro gelosia, non videro che il ristabilimento del credito della potente repubblica che temevano. Videro che Venezia poteva oramai disporre di tutte le sue forze in Italia come aveva fatto nel 1463; ed il re di Napoli e la repubblica di Genova che le avevano dimostrata la loro nimicizia, temevano il suo risentimento; e la duchessa di Milano, il duca di Ferrara, il marchese di Mantova ed i piccoli principi della Romagna, sebbene alleati di Venezia, furono in segreto dolenti di vedere con ciò diminuirsi la loro importanza. In tempo della guerra del Levante, il senato avevali cautamente accarezzati; ora dovevano a vicenda mostrare al senato veneto la loro deferenza. Ma il papa in particolare, quand'ebbe avviso di questa pace, non potè contenere il suo rammarico e la sua indignazione. Il papa, che non aveva presa veruna parte in una guerra da lui chiamata sacra, pretendeva che i Veneziani, come cristiani, non potessero terminarla senza tradire la Cristianità. Annunciò all'Europa ch'egli aveva in allora intavolato de' negoziati col re di Francia, coll'imperatore Federico III e con Massimiliano, duca di Borgogna, di lui figliuolo; che il suo scopo era quello di terminare la guerra di Firenze, indi di volgere le armi di tutto l'Occidente contro i Turchi[177]. In tali circostanze, egli diceva, i Veneziani, abbandonando la causa comune, avevano fatta, e solennemente giurata, la pace. «Non contenti di questa diserzione, aggiugneva egli in una nuova bolla, si resero ancora più colpevoli; non arrossirono di dire alla nostra presenza, alla presenza dei nostri venerabili fratelli i cardinali, degli ambasciatori dell'imperatore, del re, del duca di Milano, dei prelati e di una grande quantità di Cristiani, che fedelmente osserverebbero il trattato coi miscredenti, e non vi contravverrebbero in verun modo[178]». In fatti erano tornati vani tutti gli sforzi del papa per ridurre i Veneziani a ricominciare la guerra.

Per altro Sisto IV era ben lontano dal pensare alla riunione de' Cristiani, nè a formare una lega contro i Turchi. L'ambizione andava in lui crescendo coll'età; la passione della guerra e dell'intrigo erasi impadronita del suo animo; la collera, l'odio ed il desiderio di accrescere la potenza di Girolamo Riario, suo figliuolo o suo nipote, gli ponevano a vicenda le armi in mano. Avrebbe voluto strascinare i Veneziani in nuove ostilità per indebolirli e privare i Fiorentini del loro appoggio. Nella stessa maniera volle turbare lo stato di Milano, perchè ancor esso alleato dei Medici; per riuscirvi s'addirizzò ad un popolo più religioso, più docile alla sua voce e più disposto di quello che lo fossero i Veneziani a far dipendere le leggi della pubblica morale dalle arbitrarie decisioni de' suoi preti. Persuase gli Svizzeri a violare i giuramenti che gli univano al duca di Milano, ed a stornare con una potente invasione i soccorsi che Lorenzo de' Medici poteva sperare dalla famiglia Sforza.

Da circa due anni i venditori d'indulgenze eransi sparsi nella Svizzera, in occasione di un giubileo, ed avevano trovato presso quella semplice gente, che abitava sulle Alpi, quella fermezza di fede, quella cieca confidenza nel papa, quella premura di spogliarsi di tutti i loro beni per acquistare grazie spirituali, che più non conoscevano gl'Italiani, testimonj dei disordini della corte di Roma. Si stabilì nella Svizzera un tribunale di ottanta a cento preti per distribuire le indulgenze della bolla, e decidere nei casi dubbiosi; e Roma vide con maraviglia quanto danaro poteva trarre da quei cantoni, che credeva tanto poveri. Ma quando l'attenzione di Sisto IV fu richiamata sopra gli Svizzeri, osservò in quel popolo altra cosa che lo interessava assai più che il commercio delle indulgenze. Vide quale profitto potrebbe cavare nelle guerre della santa sede da tali fedeli e da tali soldati; loro mandò una bandiera rossa, benedetta colle sue mani, e gli esortò a ricordarsi che il loro dovere gli obbligava a non risparmiare il loro sangue per la libertà della Chiesa. Il suo legato, Guido di Spoleti, vescovo d'Anagni, fece adunare una dieta a Lucerna, e colà in una segreta assemblea, tenuta il 1.º novembre del 1478, propose agli Svizzeri di ajutare un numeroso partito di nobili e di borghesi di Milano, che desideravano di ristabilire una repubblica in Lombardia. D'altro non trattavasi che d'allontanare un fanciullo incapace di governare che in allora era capo della casa Sforza; e Sisto IV, in ricompensa di questa spedizione, loro offriva la divisione degl'immensi tesori ammassati ne' castelli di Pavia e di Milano, cui Guido aggiugneva il pagamento di dieci mila ducati all'anno, per agevolare il loro armamento. Ma i deputati de' cantoni confederati non potevano prendere una così importante risoluzione, senza il consentimento del popolo, e la cosa non era di tale natura da potersi rendere pubblica[179]: perciò il legato, mentre comunicava ai capi i suoi progetti politici, cercava in pari tempo d'eccitare il risentimento de' contadini. La dieta si chiuse senza avere nulla conchiuso; ma era scoppiato il malcontento e l'odio degli uomini d'Uri contro i Milanesi, ed il legato ottenne finalmente di accendere la guerra tra la Svizzera e la Lombardia in occasione che si tagliò un bosco di castagni, nella valle Levantina, di controversa proprietà[180].

Fin dal 1467 un'antica capitolazione legava la Svizzera alla casa Sforza; per la destrezza di Francesco Simonetta era stata rinnovata il io luglio del 1477 tra Gio. Galeazzo ed i Cantoni. L'antica aveva ricevute alcune modificazioni; erano stati pagati gli arretrati dovuti agli Svizzeri, e terminate tutte le controversie di confine[181], quando nella state del 1478 alcuni sudditi milanesi tagliarono degli alberi in un bosco, che gli Svizzeri pretendevano essere di loro proprietà; Cecco Simonetta, informato dell'irritamento degli uomini d'Uri, offrì di far riconoscere il luogo da arbitri, e dove fosse ritrovata proprietà degli Svizzeri, di compensarne il danno. Ma il vescovo d'Anagni riuscì a rendere inutile la moderazione di questo vecchio e saggio ministro, ed a soffocare le pacifiche rimostranze dei cantoni di Zurigo e di Berna. Il cantone d'Uri dichiarò la guerra al duca di Milano; invitò i suoi alleati a dargli gli ajuti dovutigli in forza del trattato federativo, e tutti i cantoni, sebbene di malavoglia, fecero marciare il loro contingente. In novembre del 1478 passò il san Gottardo un'armata di dieci mila confederati, quando già cominciava ad essere coperto di nevi. Un araldo d'armi era andato a sfidare il duca di Milano, ed il conte Marsiglio Torelli con un'armata di diciotto mila uomini aspettava gli Svizzeri ai confini[182]. Questi frattanto cominciarono a saccheggiare il territorio d'Iragna; avanzaronsi fino a Bellinzona, di cui presero d'assalto il primo ricinto; ed avrebbero colla stessa facilità potuto occupare il secondo, se i loro stessi capi non avessero temuto di esporre al sacco una città che serviva di deposito al loro commercio. I confederati attraversarono in appresso il Cenere, montagna che divide i due laghi, e minacciarono Lugano. Ma dopo avere atterrita la Lombardia con una breve comparsa, perchè un rigorosissimo inverno di già si annunciava sulle alte Alpi, essi le ripassarono prima che troppo alte nevi ne chiudessero il passaggio[183].

Gli Svizzeri non avevano lasciati in val Levantina che dugento uomini somministrati dai cantoni d'Uri, di Zurigo, di Lucerna e di Schwitz, e la milizia della valle, che si univa a così debole guarnigione, non eccedeva i quattrocento uomini. Il conte Marsiglio Torelli credette di potere facilmente distruggere questa piccola truppa, ed impadronirsi di Giornico, fortezza che sarebbe diventata la chiave del passaggio del san Gottardo. Avanzossi fino a Poleggio con circa quindici mila uomini; Enrico Troger, comandante di Giornico, ritirossi all'avvicinarsi di forze tanto superiori, ma ebbe l'avvedutezza di deviare dal proprio letto le acque del Ticino, facendo che si spargessero sulle praterie che occupano il fondo della valle. L'acutissimo freddo della notte rese questo bacino una sola lastra di ghiaccio. Gli Svizzeri, ritiratisi sulle alture, eransi tutti provveduti di ferri da ghiaccio, ed aspettarono, prima di attaccarla, che la cavalleria milanese si avanzasse incautamente su questo piano di ghiaccio. Mentre i cavalli cadevano ad ogni passo, che gli uomini, appoggiati alle loro lance, potevano a stento reggersi in piedi, i montanari piombarono sopra di loro, correndo su quel ghiaccio colla medesima facilità, come se fosse stato une prateria. I Milanesi, non potendo valersi delle loro armi, rinculavano ed avrebbero voluto fuggire; ma i cavalli, che cadevano sotto di loro, chiudevano tutti i passaggi. Più di mille cinquecento furono uccisi, e non fu piccolo il numero de' prigionieri: la buona artiglieria caduta nelle mani del vincitore servì ad armare i bastioni di Giornico, ed i soldati si divisero tra di loro un ricco bottino[184].

Frattanto Cecco Simonetta desiderava ardentemente la pace, e fece riaprire le negoziazioni: que' cantoni, le di cui città sono sovrane, non desideravano meno di lui di terminare una guerra, che danneggiava il loro commercio, e costrinsero gli abitanti d'Uri alla moderazione. Il bosco controverso fu ceduto agli Svizzeri, loro pagata l'indennizzazione di alcune migliaja di fiorini, e ristabilita la buona armonia tra i due stati. Ma questa breve spedizione rialzò l'opinione degli Svizzeri in tutta l'Italia, ed accrebbe agli occhi di Sisto IV il vantaggio della loro alleanza[185].

Altre pratiche del pontefice avevano nello stesso tempo suscitati nemici domestici alla reggenza di Milano ed ai Fiorentini. Sisto aveva fatti entrare nella Lunigiana Roberto di Sanseverino, Luigi Fregoso ed Ibletto dei Fieschi; e mentre che questi capitani con truppe genovesi prendevano de' castelli ai Malaspina ed attaccavano Sarzana[186], i fratelli Sforza, zii del giovane duca, lasciavano il luogo del loro esilio, scorrevano la Toscana con minaccioso apparato, ed all'ultimo si aggiugnevano al Sanseverino[187]. I Fiorentini, adombrati dalla comparsa di questi nuovi nemici, chiamarono al loro soldo molti rinomati condottieri. I Veneziani loro cedettero Carlo da Montone e Deifobo dell'Anguillara. Roberto Malatesta, signore di Rimini, Costanzo Sforza, signore di Pesaro, ed uno de' Manfredi, signori di Forlì, abbandonarono le bandiere del papa per militare sotto le loro[188].

In ragione che lo spirito militare andava in Italia rinascendo, il governo fiorentino sentiva ch'eragli pericoloso il rimanervi del tutto straniero. Il duca di Ferrara, generale della repubblica, era stato incaricato di respingere il Sanseverino, mentre che i suoi avversarj, i duchi d'Urbino, e di Calabria, non uscivano dai loro quartieri d'inverno. Lo fece effettivamente, ma con tanta lentezza e così mollemente e con tanto timore d'un nemico troppo di lui più debole, che impiegò tre settimane nello scorrere la costa da Pisa a Sarzana, lunga cinquanta sole miglia: egli mai non raggiunse, mai non vide il Sanseverino, cui permise di acquistare l'avvantaggio di due o tre marce. Dopo questa spedizione, nella quale non fu dato un solo colpo di lancia, tornò colla stessa lentezza ad occupare i confini del Sienese. Il duca di Ferrara non avrebbe osato tenere una così vergognosa condotta, se avesse dovuto darne conto ad un governo militare; ma poco sentiva i rimproveri che potevano essergli dati dai Medici, e dal loro consiglio di mercanti[189].

Un impreveduto disordine indebolì nell'aprirsi della nuova campagna l'armata fiorentina. Vi si vedevano riuniti il conte Carlo di Montone cogli ultimi avanzi della scuola di Braccio, suo padre, e Costanzo Sforza coi soldati di Sforza Attendolo, suo avo. La loro rivalità aveva cominciato da circa un secolo, ed avrebbe dovuto spegnersi per la morte de' loro capi e pel cambiamento di tutta la loro organizzazione. Pure fu impossibile di farli combattere sotto le medesime insegne. Violenti contese, sfide, duelli, facevano temere una generale battaglia tra i due corpi. Fu forza separarli[190]: Montone con Roberto Malatesta fu mandato nello stato di Perugia, sua patria, ove sperava trovare partigiani, e dove effettivamente una ventina di castelli si sottomisero a lui o a suo figliuolo Bernardino; ma la sua morte accaduta in Cortona il 17 di giugno, distrusse tutte le speranze che cominciavansi a fondare sopra di lui[191].

L'altra armata sotto gli ordini di Ercole d'Este fu ancora più sgraziata: durante la prima metà della campagna si tenne vergognosamente inattiva. Avendola Ercole lasciata il 10 agosto sotto gli ordini di suo fratello Sigismondo, per tornare ne' suoi stati, fu dal duca di Calabria sorpresa il 7 di settembre al Poggio Imperiale e sgominata totalmente quasi senza avere combattuto[192]. I castelli di Poggi Bonzi e di Colle di Val d'Elsa trattennero per altro i Napolitani, avendo ambidue sostenuto un ostinato assedio. Ma perchè i Fiorentini non fecero veruno sforzo, dovettero capitolare prima che terminasse la campagna. Quello di Colle fu l'ultimo ad arrendersi il 14 di novembre; e dopo questa conquista il duca di Calabria pose le sue truppe ai quartieri d'inverno[193].

Se due ruinose campagne facevano vacillare la potenza di Lorenzo de' Medici, e prevedere l'imminente sua ruina, egli era ancora più spaventato dalle rivoluzioni che nello stesso tempo rovesciavano la potenza del suo più fedele alleato. Roberto di Sanseverino, dopo la sua spedizione di Lunigiana, erasi ritirato nelle montagne che dividono gli stati di Parma e di Genova. Colà aveva collocato il suo campo presso Borgo di Val di Taro in modo da tenere in iscacco i Fiorentini e la duchessa di Milano. I cognati della duchessa stavano presso il Sanseverino, ed il suo campo era il centro de' loro segreti maneggi. Uno di loro, il duca di Bari, morì subitamente il 27 di luglio, non senza sospetto che fosse stato avvelenato dagli altri due[194]. Prima che passasse un mese, Lodovico Sforza, che gli succedeva nel ducato di Bari, presentossi improvvisamente col Sanseverino e colla sua armata alle porte di Tortona, che gli furono aperte il giorno 23 d'agosto[195]; ne prese possesso a nome del duca Giovanni Galeazzo, suo nipote, e della duchessa Bona; dichiarò ch'era servitore dell'uno e dell'altra, e che, lungi dal prendere le armi contro di loro, non avanzavasi che per liberarli dai loro nemici, ed in particolare dai loro infedeli ministri. I popoli, sempre disposti a dar colpa ai ministri dei mali che soffrono, secondavano con piacere una rivoluzione che non sembrava diretta contro il loro sovrano; e tutte le terre murate si affrettavano di mandare le chiavi a Lodovico. Uno storico contemporaneo assicura che gli si arresero in un sol giorno quarantadue castelli[196]: ma, ciò che era più importante, era favoreggiato alla corte della duchessa da un partito assai potente. Trovavasi questa corte divisa in due fazioni. Da una banda Cecco Simonetta, più sovrano che ministro, esercitava un potere avvalorato da cinquant'anni di favore sotto tre successivi regni; suo figlio Antonio, suo fratello Giovanni, suo amico Orfeo da Ricavo, e tutti i vecchi consiglieri, per la maggior parte innalzati alle cariche sotto di lui, lo risguardavano quale loro capo e loro oracolo. Dall'altra banda Antonio Tassini, nudrito nel favore della nuova corte, erasi formato un partito di tutti gl'invidiosi del ministro, di tutti coloro che si lusingavano d'ingrandirsi in un cambiamento di cose. Il Tassini era un Ferrarese di vile condizione: ricevuto prima come cameriere presso il duca Galeazzo, era in appresso passato ai servigj della duchessa, di cui aveva saputo in modo guadagnarsi l'animo, ed ispirarle tanta confidenza, e forse amore, che altri in fuor di lui più non era dalla duchessa consultato negli affari di stato. Il cancelliere Simonetta vedeva non senza dispetto innalzarsi sulle proprie ruine così indegno rivale; ed il Tassini, forse offeso dal disprezzo del vecchio ministro, aveva per lui concepito un implacabile odio. Sperando di rovesciarlo, aveva intavolata qualche relazione coi cognati della duchessa, e quando Lodovico il Moro presentossi sotto Tortona, il Tassini persuase la duchessa a chiamarlo alla sua corte. «Il partito che voi prendete, le disse il Simonetta quando n'ebbe sentore, costerà a voi l'impero, a me la vita[197]»; e tale profezia non tardò ad avverarsi. Lodovico Sforza entrò in Milano il giorno 8 settembre, protestò di giugnervi come servitore della duchessa e come suo fedele custode[198], ma il giorno 11 Cecco Simonetta venne arrestato col suo figlio, fratello ed amici[199].

Il Simonetta, tradotto al castello di Pavia, vi fu da principio trattato con molti riguardi; ma in ottobre Lodovico Sforza gli mandò uno de' suoi segretarj ad avvisarlo, che se voleva ricuperare la libertà doveva comperarla rilasciandogli circa quaranta mila fiorini, che teneva presso alcuni banchieri a Firenze. «Io sono stato illegalmente carcerato, rispose il Simonetta, la mia casa è stata saccheggiata, ed io venni coperto d'obbrobrj; tale fu la ricompensa ch'io mi ebbi per avere con fedeltà e con zelo servito lo stato di Milano. Se ho commesso qualche mancamento mi s'infligga il meritato castigo; ma la sostanza che io ho ammassata con onorate fatiche e con lunghi risparmj passerà a' miei figli. Dio mi ha bastantemente favorito prolungando la mia vita fino a questo giorno, altro adesso non bramo che la morte[200]». Dopo ciò il Simonetta fu trattato con estremo rigore, assoggettato ad indegna tortura per istrappargli la confessione di delitti, dei quali nè pure sospettavasi reo: sua moglie, ch'era della casa Visconti, impazzì per disperazione, ed, il 30 ottobre del 1480, il Simonetta fu decapitato nel castello di Pavia[201].

La predizione che il Simonetta aveva fatta alla duchessa avverossi a puntino, ed il Tassini, che lo aveva soppiantato, non godette lungamente del suo trionfo. Il 7 d'ottobre Lodovico il Moro fece dichiarar maggiore suo nipote, Giovanni Galeazzo Maria; pretese che questo principe, sebbene non ancora giunto ai dodici anni, fosse di già in istato di governare, e con questo pretesto privò la duchessa d'ogni partecipazione agli affari. Lo stesso giorno venne arrestato Antonio Tassini e chiuso nel castello di Porta Zobia: Gabriele, padre del Tassini, ch'era stato creato consigliere ducale, fu arrestato nello stesso tempo; e spogliati ambidue de' loro beni, furono esiliati dal ducato di Milano. La duchessa Bona, irritata ed umiliata, uscì il 2 novembre da Milano per ritirarsi a Vercelli; ma in appresso si stabilì in Abbiate Grasso, ove visse totalmente lontana dagli affari[202].

Lorenzo de' Medici, tanto sventurato nelle sue prime campagne, tanto sventurato nell'alleanza su cui aveva fondate le principali sue speranze, non si scoraggiava, e cercava nella stessa Italia e fuori soccorsi contro la potente lega che lo attaccava. Di concerto coi Veneziani tentò di far rivivere l'antico partito d'Angiò per opporlo nel regno di Napoli all'eccessiva potenza di Ferdinando. Gl'inviati delle due repubbliche andarono a cercare in Lorena l'erede del vecchio re Renato, e lo trovarono apparecchiato ad entrare negl'intrighi e nelle guerre d'Italia per far rivivere diritti che davano maggior lustro alla sua casa.

Viveva tuttavia il vecchio Renato, conte di Provenza, il rivale d'Alfonso e di Ferdinando. Egli non morì che il 10 di luglio del susseguente anno nella sua contea; ma era sopravvissuto a tutta la sua discendenza maschile, ed arrivato ad un'età nella quale mancavagli la forza e la volontà di entrare in nuovi travaglj. Il generoso suo figlio, Giovanni, duca di Calabria, era morto nel 1470, lasciando, del suo matrimonio con Maria di Borbone, due figli, il maggiore dei quali, chiamato ancor esso Giovanni, non gli sopravvisse che pochi giorni, e l'altro, Niccolò, morì di venticinque anni nel 1473 senza aver avuta prole[203]. Ma una figliuola di Renato, Jolanda, erasi maritata con Terry, conte di Vaudemont, e gli aveva portati i diritti che aveva sua madre sopra la Lorena. Da questo matrimonio, cui Renato aveva di mala voglia acconsentito per ricuperare la libertà, era nato Renato II, duca di Lorena, che, per la morte de' suoi cugini Giovanni e Niccolò, diventava pure l'erede di tutti i diritti della casa d'Angiò sul regno di Napoli. Vero è che il vecchio Renato non aveva perdonato a questo suo nipote i suoi natali dal sangue di Vaudemont, ed il 22 luglio del 1474 aveva fatto un testamento per privarlo della propria eredità, chiamandovi Carlo del Maine, figliuolo d'un altro conte del Maine, suo minor fratello[204]. Questi fu quel Carlo che chiamò erede di tutti i suoi diritti Lodovico XI, con suo testamento del 10 dicembre del 1481, e che morì nel susseguente giorno.

Ma il diritto delle genti non accorda ai monarchi la facoltà di disporre arbitrariamente della successione de' loro stati; successione regolata dalle leggi di ogni popolo; e l'ordine immutabile stabilito per l'eredità è la sola garanzia delle monarchie contro le guerre civili. Perciò non sogliono vedersi testamenti di tale natura, che quando il contratto tra il sovrano ed il suo popolo viene infranto da una conquista, e che il monarca spossessato più non trasmette ai suoi eredi che un vano titolo. Il regno di Napoli era un feudo femminino, e finchè viveva un discendente in linea diretta dell'ultimo sovrano, i collaterali non potevano avervi verun diritto. I Veneziani, i Fiorentini e tutta l'Italia, riconoscevano in Renato II l'erede della casa d'Angiò, e per questo titolo gli offrivano di ajutarlo a conquistare il regno di Napoli, e dal canto suo lo trovavano dispostissimo ad adoperarvisi con tutte le sue forze.

Mentre che da loro agitavansi quest'importanti negoziazioni, Lorenzo dei Medici ricevette inaspettatamente dal duca di Calabria e dal duca d'Urbino, suoi avversarj, proposizioni di pace. Lo stesso Lodovico il Moro, reggente di Milano, ch'egli credeva suo nemico, vi aveva qualche parte. Questi, dopo avere prese le redini del governo, aveva adottate le affezioni de' suoi predecessori; voleva salvare Firenze, di cui conosceva utile l'alleanza, e staccarla da Venezia; voleva inoltre staccare il re di Napoli dal papa, e già vedeva germogliare tra di loro i semi della divisione. Il 24 novembre, quando meno si aspettava, andò un trombetta ad annunciare a Firenze, ch'era stata sottoscritta una tregua tra il re di Napoli, il papa e la repubblica, per trattare la pace[205].

Ferdinando non nudriva verun personale risentimento contro Lorenzo dei Medici; la guerra che gli faceva era puramente politica, e poteva terminarla senza rancore, tostocchè avesse in vista nuovi progetti d'ingrandimento. Padrone dell'Italia meridionale, desiderava di dilatare i suoi confini verso l'Italia superiore. La rivoluzione gli aveva di già data molta influenza sopra la Lombardia; la repubblica di Genova poteva quasi risguardarsi come da lui dipendente; il duca di Calabria formava già su quella di Siena progetti cui pareva favoreggiare un potente partito, e poteva sperare che entro pochi mesi questo stato lo riconoscerebbe per suo sovrano. Non conveniva dunque a Ferdinando di continuare d'accordo con Sisto IV una guerra, di cui questi avrebbe per lo meno voluto dividere i frutti. Tornava assai meglio al re il lasciare a Firenze un governo che s'andava ogni giorno più indebolendo per l'odio di una numerosa fazione, di porre frattanto un piede stabile in Toscana, aspettare gli avvenimenti, e soprattutto la morte del pontefice. Diverse affatto erano le disposizioni di Sisto IV; egli sentivasi umiliato dallo stesso male che aveva voluto fare ai Fiorentini, non meno che dai rimproveri e dalle minacce di tutta la Cristianità; non poteva perdonare a Lorenzo nè la morte di tanti amici di Girolamo Riario, nè gli scandalosi processi che avevano palesati all'Europa le loro congiure, nè il terrore del giovane cardinale suo nipote. Era stato sforzato a dichiarare a quali condizioni farebbe la pace, ed umilianti erano tutte quelle che aveva osato di proporre. Voleva che Lorenzo ed i Fiorentini fabbricassero una cappella, e che fondassero legati di messe per le anime di coloro ch'erano morti nella congiura de' Pazzi; voleva che la repubblica domandasse solennemente perdono alla Chiesa per avere attentato alla vita di persone sacre, l'arcivescovo ed i suoi preti; e finalmente voleva che restituisse alla santa sede Borgo san Sepolcro, Modigliana e Castro Caro, sebbene queste città fossero state dai Fiorentini legittimamente acquistate molto tempo avanti la presente guerra[206].

Frattanto la situazione di Lorenzo anche in Firenze rendevasi ogni giorno più pericolosa. La città era omai stanca di così disastrosa guerra sostenuta con così infelice successo, le sue truppe erano state assoldate con gravissimo dispendio, i nemici, padroni delle migliori fortezze, avevano successivamente stesi i loro guasti nel Pisano, nell'Aretino, in Val d'Elsa, in Val di Nievole, in Val d'Arno, e nella Lunigiana: quasi niuna provincia era rimasta intatta; il commercio, minacciato nella capitale, era stato ne' più rimoti paesi travagliato dalle confische pronunciate dal papa; tutti sentivano che la guerra non era sostenuta che per la difesa di Lorenzo, ed affatto estranea ai veri interessi dello stato; ognuno voleva porvi fine; e Girolamo Morelli, che risguardavasi come uno degli amici e dei più zelanti partigiani de' Medici, disse a Lorenzo in pieno consiglio: «La nostra città è oggi stanca, più non vuole guerra, più non vuole rimanersi interdetta e scomunicata per difendere il vostro credito[207]

In così difficili circostanze Lorenzo dei Medici prese una risoluzione apparentemente ardita, ma che pure era la sola prudente, quella di recarsi egli stesso presso di Ferdinando, di conoscere le segrete sue disposizioni, e di approfittarne per negoziare con lui; metter fine alle lagnanze de' malcontenti di Firenze colla speranza di una prossima pace, e di mostrare nello stesso tempo all'Europa, ch'egli non era altrimenti il tiranno della sua patria, poichè osava, come ogni altro cittadino, porsi tra le mani de' nemici sotto la sola salvaguardia del diritto degli ambasciatori. La sorte provata dal Piccinino alla stessa corte di Napoli dava agli occhi de' meno veggenti tutto il merito di un grande coraggio a cotale condotta, sebbene Lorenzo non si esponesse a verun rischio. Il Piccinino, solo capo della sua armata, non lasciava dietro di sè nè stati, nè vendicatori; la sua morte costava a Ferdinando un delitto e non guerre. Per lo contrario la repubblica di Firenze sarebbe tutta intera sopravvissuta a Lorenzo, avrebbe mostrato più zelo nel punire gli uccisori di quest'illustre cittadino, che nel difenderlo, e Ferdinando non avrebbe raccolto altro frutto da un tradimento, che la vergogna di averlo commesso. Lorenzo, invitato a fare questo viaggio dal duca di Calabria e dal duca d'Urbino[208], aveva già da Napoli ricevuta l'assicurazione di esservi ben accolto, quando il 5 dicembre fece per mezzo del gonfaloniere adunare un consiglio dei Richiesti per comunicar loro le proprie intenzioni[209]. Egli partì lo stesso giorno, ed all'indomani scrisse da Samminiato alla signoria per prendere da lei congedo. Rappresentavasi in questa lettera come una vittima che si offre in sagrificio per calmare la collera di potenti nemici[210]. Giunto a Pisa vi trovò i pieni poteri dei decemviri della guerra per trattare in nome della repubblica poteri che i suoi partigiani non avevano osato domandare al consiglio dei cento, per timore di trovarvi opposizione[211]. Una galera napolitana lo aspettava per ordine di Ferdinando a Livorno, ed il capitano lo ricevette a bordo coi più grandi onori.

L'arrivo di Lorenzo de' Medici a Napoli fu un vero trionfo; il secondo figlio del re, Federico, e suo nipote Ferdinando vennero a riceverlo alla riva, e lo stesso monarca mostrò di credersi onorato dalla venuta di un tale ospite[212]. Ebbe con lui lunghe conferenze intorno alla politica d'Italia. Il Medici svelò al re il trattato di già intavolato con Renato II di Lorena, in forza del quale obbligavasi questo duca verso le due repubbliche a condurre sei mila cavalli in Italia per muovere guerra alla casa d'Arragona[213]. Gli comunicò altresì le offerte di Lodovico XI, che sembrava voler far valere a vicenda o i diritti della casa di Lorena, o i suoi proprj sul regno di Napoli. Questo monarca colla sua attività, colle sue complicate negoziazioni, colla sua misteriosa politica faceva in allora illusione a tutta l'Europa, mentre la sua salute andava declinando. L'invasione francese, che rovesciò quindici anni più tardi dal suo trono il re di Napoli, pareva di già minacciarlo. L'appoggio che Ferdinando trovava nella corte di Roma era troppo incerto per equilibrare questo pericolo. Il papa era vecchio ed infermiccio, e, venendo a morte, il di lui successore potev'essere egualmente premuroso di dare stato ai proprj nipoti, e perciò di gittarsi in un opposto partito, che gli offrisse le spoglie di Girolamo Riario e de' suoi amici. Ma Lorenzo de' Medici, presentando questo quadro dell'Europa a Ferdinando, convenne che alla repubblica fiorentina era più facile il vendicarsi che il difendersi. Convenne che quando avesse una volta chiamati gli oltremontani in Italia, non sarebbe più in suo potere il fermarne l'impeto, e che probabilmente non verrebbe a soffrir meno da una guerra, nella quale la Toscana sarebbe la loro piazza d'armi. L'interesse di Ferdinando e de' Fiorentini era troppo conforme, perchè essi non dovessero anteporre una fedele alleanza ad una guerra senza scopo. Era del comune loro interesse di mantenere l'Italia in pace, di chiuderne l'ingresso ai Turchi per mezzo de' Veneziani, ed ai Francesi per mezzo del duca di Milano, di consolidare il governo di quest'ultimo, che nell'ultima rivoluzione era stato scosso, di tenere per lo contrario aperti gli occhi sull'ambizione ed i progressi della repubblica di Venezia, che, dopo avere ricuperata la pace ai confini d'Oriente, poteva dettare leggi ai suoi vicini; all'ultimo di tenere a freno lo spirito turbolento del papa, che per ottenere a suo figlio un piccolo principato aveva colle più funeste pratiche compromessa tutta l'Italia[214].

Queste considerazioni non riuscivano nuove a Ferdinando, e fecero sul di lui animo grandissima impressione; ma perchè gli si era sempre parlato dell'odio e del malcontento da Lorenzo eccitato in Firenze, prima di fare fondamento sull'alleanza di questo capo di parte, premevagli di sapere se i Fiorentini non separerebbero i loro interessi da quelli di Lorenzo. A tale oggetto Ferdinando lo trattenne lungamente presso di sè, e nello stesso tempo osservò attentamente se la di lui lontananza dava luogo a qualche movimento. I nemici del Medici colsero quest'occasione per manifestare altamente i loro timori intorno alla di lui sorte, e ricordavano la crudele morte del Piccinino, sperando di suggerire al re il pensiero di trattare nello stesso modo il loro avversario. Nello stesso tempo opponevansi ostinatamente ne' consiglj a tutte le domande de' suoi amici, deplorando la sorte della repubblica, implicata contemporaneamente in due guerre, mentre il suo capo trovavasi assente, imperciocchè nello stesso giorno in cui Lorenzo era partito da Firenze per trattare col re di Napoli, Agostino, figliuolo di Luigi Fregoso, in onta della tregua, si era per sorpresa impadronito di Sarzana, che suo padre, molti anni prima, aveva venduta alla repubblica fiorentina[215].

Finalmente Ferdinando acconsentì di sottoscrivere, il 6 marzo del 1480, con Lorenzo de' Medici un trattato di pace fra il suo regno e la repubblica fiorentina. Richiese che i Pazzi, tenuti prigione nella torre di Volterra, sebbene non avessero avuto parte nella congiura, fossero liberati; che i Fiorentini pagassero a suo figlio, il duca di Calabria, a titolo di soldo l'annua somma di sessanta mila fiorini. Dal canto suo prometteva la restituzione delle città e fortezze prese ai Fiorentini nella presente guerra, ed i due governi si resero garanti degli stati l'uno dell'altro[216]. Per quanti ostacoli frapponesse il papa a questo trattato, per quanto si mostrasse scontento di non essere stato consultato, per quante premure manifestasse di allearsi colla repubblica di Venezia, la quale aveva egualmente motivo di lagnarsi della mancanza di riguardi per parte de' suoi precedenti alleati, all'ultimo si lasciò comprendere nel trattato di Napoli, e le ostilità, sospese nel precedente anno in forza di una tregua, più non si rinnovarono[217]. La pace pubblicossi ancora in Siena il 25 marzo del 1480[218].

Questa pace accrebbe in Firenze il credito di Lorenzo de' Medici che l'aveva ottenuta. Egli fu ricevuto al suo ritorno come il salvatore della patria. Approfittò di questa riconoscenza del popolo per consolidare la propria autorità: il 12 aprile fece creare una nuova balìa, ma con intenzione di non più crearne all'avvenire, perciocchè il nome e l'autorità delle balìe contribuivano a rendere odioso il potere de' Medici. Fece dunque attribuire questa superiore autorità, ch'egli voleva conservare, ad un corpo permanente nello stato. Fu questo un nuovo consiglio di settanta cittadini, che dovevano, primi fra tutti gli altri, essere consultati intorno agli affari. Vi dovevano essere ammessi i gonfalonieri di mano in mano che uscivano d'ufficio, quando non ne fossero esclusi dalla maggiorità dei voti. Il consiglio de' settanta cominciò un nuovo scrutinio d'elezione per formare in appresso le magistrature, e lo fece durare quattro anni, onde più lungamente mantenersi dipendenti coloro che aspiravano agl'impieghi. Nello stesso tempo adoperò il danaro dello stato per pagare i debiti contratti da Lorenzo de' Medici[219].

Lorenzo, cui la posterità accordò il nome di magnifico, mentre i suoi concittadini e gli scrittori suoi contemporanei non gli davano quest'epiteto che come un titolo d'onore comune a tutti i condottieri, agli ambasciatori, ed ai principi che non ne avevano un altro, Lorenzo meritava questo soprannome, di cui gli diede possesso un errore. La magnificenza apparteneva non meno alla sua politica che al suo carattere: egli amava di dare l'idea di una infinita ricchezza, per sublimare l'opinione del suo potere; e mai non misurava il suo fasto sulle sue entrate. In tempo della sua dimora in Napoli, dopo una ruinosa guerra per lui e per la patria, distribuì doti a moltissime fanciulle della Puglia e della Calabria, che avevano implorata la sua munificenza, e dispiegò in sugli occhi de' Napolitani sia nelle compre, sia nel suo accompagnamento e negli equipaggi tutta la pompa di una ricchezza che non aveva più nulla di reale: sempre egli volle sorprendere ed abbagliare[220].

Il trattato di pace che assodava la sua potenza non lasciava di esporre la sua patria al più terribile pericolo che mai corso avesse. Ferdinando vi si era, più che per altro titolo, determinato per dare tempo al duca di Calabria di stabilire il suo credito in Siena, riducendo questa inquieta repubblica nell'assoluta dipendenza della corona di Napoli. Questo progetto era stato segretamente concepito dal re Alfonso quando questi era venuto in Toscana nel 1446, e fu dal medesimo ripreso nel 1452 e 1466; ma non mostrossi mai tanto vicino alla sua esecuzione che allora quando Lorenzo, sagrificando la sua patria alla sua personale sicurezza e l'interesse dei secoli a quello del momento, aveva acconsentito a favoreggiarlo cercando una pace che il duca di Calabria desiderava più di lui.

Siena aveva colle sue leggi consacrata l'esistenza di tutti i partiti che l'avevano successivamente dominata, ed i suoi cittadini si trovavano divisi in molti ordini, che piuttosto erano fazioni, e che portavano il nome di Monti. Il primo, e quello che aveva risvegliata la più costante gelosia, era quello dei nobili, un tempo proprietarj di tutto il territorio. Vennero successivamente privati di tutte le loro fortezze, ed in pari tempo esclusi da tutte le magistrature. Il seguente era il Monte dei Nove, che formava a Siena una nobiltà popolare, press'a poco uguale a quella degli Albizzi e del loro partito in Firenze. Erano uomini cui le antiche ricchezze, acquistate colla mercatura, avevano procacciato un'antica riputazione, di cui continuavano ad avere il godimento per un diritto ereditario. L'ordine, o Monte dei Dodici era il più immediato rivale di quello dei Nove, ed era composto di ricchi mercanti, contando di quest'epoca circa quattrocento uomini atti ad entrare ne' consiglj, dai quali erano però costantemente tenuti lontani dalla gelosia del governo. Il restante della nazione era diviso tra i due ordini o monti novissimi, dei riformatori e del popolo.

Dopo il 27 novembre del 1403 tenevansi coalizzati i tre ordini dei nove, dei riformatori e del popolo. Avevano questi soli parte nel governo, dopo l'esclusione degli altri due. La signoria veniva composta di nove priori, tre d'ogni monte, e di un gonfaloniere di giustizia, somministrato a vicenda dai tre ordini[221]. Questa forma di governo erasi mantenuta con maggiore stabilità che verun'altra delle precedenti, malgrado le pratiche di Pio II, ch'era nobile sienese della casa Piccolomini. Chiesto aveva questo papa che si restituissero in tutti i diritti di cittadinanza i nobili ed il monte dei dodici; nel 1458 era stata esclusa la sua domanda, ma nello stesso tempo si cercò di appagarla, ammettendo i membri della famiglia Piccolomini nell'ordine del popolo. Nel susseguente anno eransi accordati alcuni pubblici impieghi all'ordine dei nobili[222], ma si era costantemente negato lo stesso favore al Monte dei Dodici[223], ed alla morte di Pio II, accaduta nel 1464, i nobili erano stati di nuovo privati degli onori loro accordati dietro istanza del pontefice[224].

Comunque imprudente fosse tale esclusione, i Sienesi non avevano motivo di pentirsi d'essersi attenuti a ciò ch'essi chiamavano la Trinità del loro governo. Le tre fazioni riunite pareva che avessero confusi tra di loro i reciproci interessi; e la loro amministrazione era stata bastantemente buona, onde le ricchezze e la popolazione si andassero visibilmente accrescendo. Siena intanto si ornava di sontuosi palazzi, che mostravano ad un tempo i progressi dell'opulenza, delle arti e del gusto; la repubblica non era stata frequentemente agitata da interni movimenti, aveva preso parte in poche guerre straniere e sebbene ecclissata dalla magnificenza di Firenze, potente vicina, e cagione ai Sienesi di continua diffidenza, ella conservava esternamente l'onore della sua indipendenza, e nell'interno la pace e la prosperità.

Ma l'esistenza di due partiti, formati di persone che non avevano parte nel governo, era necessariamente pericolosa alla repubblica. Fra costoro gli ambiziosi stranieri non mancavano mai di partigiani; questi erano i segreti agenti del duca di Calabria, e questi egli cercava di far rientrare nella signoria. Domandò prima il richiamo di tutti coloro ch'erano stati esiliati nel 1456[225]. Non avendo potuto ottenerlo seminò la discordia fra i tre ordini che governavano in comune; ne armò due contro il terzo, ed il 22 giugno del 1480 i cittadini dei Nove e del popolo presero le armi, e furono secondati dalle armi del duca di Calabria che occupavano la piazza pubblica. Un consiglio generale, da cui esclusero tutti coloro che non erano loro devoti, e che non pertanto trovossi tuttavia formato di quattrocento quarantadue membri, dietro inchiesta del gonfaloniere di giustizia, escluse per sempre dal governo il Monte de' riformatori[226]. Questa violenta rivoluzione, che feriva un terzo de' cittadini della repubblica, e gli spogliava di quella partecipazione alla sovranità di cui erano in possesso da settantasette anni, era stata apparecchiata con tanta segretezza, e così prontamente eseguita, che non vi fu effusione di sangue. Il duca di Calabria, che l'aveva diretta e sostenuta co' suoi soldati, erasi allontanato da Siena il giorno in cui doveva scoppiare, onde non essere accusato di farla da padrone nella repubblica; ma al suo ritorno fu dai nuovi magistrati accolto quale benefattore dello stato. Aveva con loro convenuto di formare un Monte nuovo che tenesse luogo di quello de' riformatori, e partecipasse per un terzo alle pubbliche onorificenze. Questo nuovo ordine, cui diedesi il nome di Monte degli aggregati, fu composto di un limitato numero di gentiluomini conosciuti pel loro attaccamento al duca di Calabria, di varj membri del Monte dei dodici e di quello dei riformatori, che una privata ambizione staccava dai loro confratelli; finalmente delle famiglie ch'erano state escluse nel 1456 dal Monte dei nove e da quello del popolo, per avere voluto di concerto con Giacomo Piccinino assoggettare la repubblica al re Alfonso. Così i cinque antichi ordini avevano concorso alla formazione del nuovo Monte[227].

Il nuovo governo, stabilito dalla violenza, era circondato di nemici, ed aveva perciò maggiore bisogno di tenersi affezionato il duca di Calabria, mostrandosi sempre dipendente dalla sua volontà. Malvagi cittadini, che si lusingavano di ammassare più grandi ricchezze, d'esercitare maggiori poteri, di soddisfare più facilmente tutte le loro passioni sotto la protezione di un tiranno, piuttosto che nella loro patria ancora libera, non avevano mal calcolato supponendo che questa rivoluzione obbligherebbe in breve i Sienesi a darsi da sè stessi al duca di Calabria. Tutti gli amici della libertà erano atterriti; nè il timore era in Firenze meno grande che in Siena. Se l'acquisto che il re di Napoli aveva fatto vent'anni prima di alcuni deboli castelli nelle Maremme toscane aveva cagionato tanto spavento, come sperare di salvare la libertà di Firenze una volta che tutto intero lo stato di Siena sarebbe tra le mani di così formidabile vicino? Ma un inaspettato avvenimento, che strinse di terrore il rimanente dell'Italia, liberò Siena e Firenze da quasi inevitabile servitù, richiamando il duca di Calabria a difendere i proprj focolari.