CAPITOLO LXXXVIII.

Maometto II occupa Otranto; Sisto IV spaventato fa la pace col Fiorentini, ed il duca di Calabria abbandona Siena per liberare Otranto. Morte di Maometto II. Nuova guerra accesa in tutta l'Italia da Sisto IV pel ducato di Ferrara. Passa da uno all'altro partito; e all'ultimo muore di dolore per essersi fatta la pace.

1480 = 1484.

Maometto II mai non faceva la pace con un principe cristiano, che per attaccarne più vantaggiosamente un altro; perciò contavasi che nel lungo suo regno aveva soggiogati due imperi, dodici regni e più di dugento città. Nel 1480 apparecchiò nello stesso tempo due spedizioni: destinata era una di queste, sotto gli ordini del pascià Mesithes, di greca origine, e della stirpe de' Paleologhi, a togliere Rodi ai cavalieri di san Giovanni di Gerusalemme; ma il gran maestro d'Aubusson respinse gloriosamente i Turchi, che dopo avere assediata la capitale dal 23 maggio al 22 agosto, furono costretti a ritirarsi perdenti[228]. L'altra armata di Maometto si adunò alla Valona sotto gli ordini del suo gran visir Achmet Giediko Breche-Dente, nativo d'Albania. Venne a prenderla a bordo una flotta di cento vascelli; quella de' Veneziani, ch'era di sessanta vele, la scortava, mostrando d'impedirle che entrasse nell'Adriatico[229]; improvvisamente i Turchi sbarcarono sulla costa d'Italia presso di Otranto il venerdì 28 luglio dopo avere attraversato il mare Adriatico, che in questo luogo non ha più di cinquanta miglia di larghezza.

Gli abitanti d'Otranto, sebbene non apparecchiati a quest'attacco, difesero vigorosamente le loro mura; ma non potevano lungamente resistere: Achmet Giedik aveva sbarcata molta artiglieria, che bentosto aprì larghe brecce nelle mura, e la città fu presa d'assalto l'11 agosto del 1480[230]. La popolazione, secondo il Sanuto, ammontava a ventidue mila uomini; dodici mila furono uccisi nel primo furore della vittoria; ma i fanciulli che potevano essere vantaggiosamente venduti, e coloro che furono creduti abbastanza ricchi per poter pagare una grossa taglia, furono fatti schiavi[231]. L'arcivescovo ed i preti, principale oggetto dell'odio dei Turchi, furono crudelmente tormentati, ed il culto cristiano profanato con ogni sorta d'oltraggi e di vituperi[232].

Questo inaspettato attacco, che colmò l'Italia di spavento, era stato provocato dai Veneziani. Non dissimulano gli storici della repubblica che dopo la pace tra Lorenzo de' Medici ed il re di Napoli, la loro patria mandò due ambasciatori, uno al papa, l'altro al gran signore per concertare la ruina di Ferdinando. Sebastiano Gritti doveva invitare Maometto II a riprendere le province dell'Italia meridionale, che altra volta dipendevano dall'impero d'Oriente[233]. Zaccaria Barbaro doveva proporre al papa di assoldare in comune coi Veneziani e di nominare capitano generale della loro lega Renato II di Lorena, ch'essi invitavano a scendere in Italia[234]. È verosimile che i Veneziani non comunicassero a Sisto IV il progetto dello sbarco dei Turchi presso Otranto, siccome quello ch'era troppo pericoloso per la santa sede; ma Ferdinando, che non dubitava dell'inimicizia di Sisto IV, sospettò che gli avesse tirato addosso l'invasione dei Turchi, e gli fece dire nel mese d'agosto per mezzo del suo ambasciatore, che se non otteneva dalla Chiesa pronti e potenti soccorsi, tratterebbe coi Turchi e loro darebbe il passaggio a traverso ai suoi stati per recarsi a Roma[235].

Estremo fu lo spavento di Sisto IV, quand'ebbe notizia di tale invasione, e fu in procinto di abbandonare Roma e l'Italia per cercare un rifugio in Francia. Sapeva che Maometto portava un particolare odio alla sede della religione Cristiana, e ch'egli stesso ed il suo clero sarebbero esposti a terribili supplicj se venivano in mano dei Turchi[236]. Vero è che Otranto era ancora assai lontano da Roma; ma poteva temersi un secondo sbarco sulle coste della Marca, ed assicurasi infatti che i Turchi tentassero in quest'anno di rubare il tesoro di Loreto[237]. Altronde i Musulmani, le di cui costanti vittorie avevano sbalordita l'Europa, contavano in allora de' partigiani in Italia, che sembravano apparecchiati ad unirsi loro per rompere il giogo de' loro preti e de' loro principi. Bentosto si sparse la voce che Maometto II, per approfittare del malcontento de' baroni di Napoli, aveva fatto proclamare in Otranto, che per dieci anni andrebbero esenti dalle imposte tutti i paesi da lui conquistati; che in appresso non imporrebbe che il tributo d'una piastra per testa; che permetterebbe ai Cristiani di seguire le loro leggi e la loro religione, come praticavano a Costantinopoli, e per ultimo che aveva punite le eccessive crudeltà esercitate dai vincitori in Otranto. In febbrajo del 1481 mille cinquecento soldati di Ferdinando passarono al soldo dei Turchi, e si ebbe timore che loro si dasse tutta la provincia[238].

Frattanto Sisto IV spediva bolle a tutti i principi cristiani, e particolarmente agli stati d'Italia per esortarli alla pace, ed a rivolgere le loro armi contro il nemico della religione. «Se i fedeli di Cristo, diceva egli, se gl'Italiani soprattutto vogliono difendere i loro campi, le loro case, le loro spose, i loro figli, la libertà, la vita; se vogliono conservare quella fede, nella quale siamo stati battezzati, e per la quale ricevuta abbiamo una nuova nascita, questo è il momento di dar fede alle nostre parole, d'impugnare le armi e di marciare alla guerra. Che i più lontani dal regno di Sicilia non pensino d'essere altrimenti sicuri; se non vanno contro i Turchi per combatterli, questi in breve giugneranno fino a loro[239]

Ferdinando si affrettò di richiamare dalla Toscana il duca di Calabria, facendogli le più calde istanze di non tardare a venire in suo ajuto. Il duca uscì di Siena il 7 agosto, non senza esprimere il profondo rincrescimento con cui abbandonava un progetto, lungo tempo accarezzato dalla sua famiglia, nell'istante in cui pareva che niente potesse più ritardarne l'esecuzione. Mentre partiva, i magistrati di Siena gli resero i più grandi onori; ma tutti i buoni cittadini sentivansi con gioja liberati da un giogo che credevano omai inevitabile[240]. Il duca di Calabria passò il 10 settembre a Napoli, ove incorporò nella sua armata moltissimi gentiluomini, che vi si erano adunati, e ricevette inoltre un corpo ausiliario di mille settecento fanti e trecento cavalieri che gli mandava suo cognato, Mattia Corvino, re d'Ungheria. Continuò poscia il suo cammino verso la Puglia. Achmet Giedik era stato da Maometto richiamato, ed Ariadeno, in addietro governatore di Negroponte, aveva in Otranto sotto i suoi ordini una guarnigione di sette mila cinquecento uomini. Aveva estesi i suoi guasti a tutta la provincia, e minacciato Brindisi d'assedio[241]. Ma sopraggiugnendo il duca di Calabria, dovette chiudersi in Otranto, e poco dopo, avendo Galeazzo Caracciolo condotta in faccia al porto una flotta napolitana, si trovò preclusa ogni comunicazione colla Turchia[242].

Lo spavento dell'invasione de' Turchi aveva all'ultimo determinato il papa a rappacificarsi con Firenze; ma in questa medesima riconciliazione, renduta necessaria dalle circostanze, lasciò vedere tutta l'alterigia del suo carattere. Dodici ambasciatori, i più illustri ed i più riputati cittadini che in allora governassero la repubblica, furono nominati in principio di novembre per recarsi a Roma. Vi entrarono privatamente la notte del 25 di novembre, senza che veruno della famiglia del papa o de' cardinali si muovesse ad incontrarli. Francesco Soderini, vescovo di Volterra, capo della legazione, espresse all'indomani in una segreta udienza il dispiacere della repubblica, la sua sommissione ai giudizj del papa, ed il suo desiderio di essere riconciliata alla Chiesa. Le condizioni della pace vennero in più conferenze discusse coi cardinali; quando all'ultimo tutto fu regolato tra di loro, i deputati vennero invitati a recarsi alla basilica di san Pietro il 3 dicembre del 1480, prima domenica dell'avvento. Dopo averli fatti aspettare qualche tempo sotto il portico, il pontefice sopraggiunse co' suoi cardinali; gli venne innalzato un trono in faccia all'ingresso principale, le di cui porte rimasero chiuse: gli ambasciatori, col capo scoperto, gittaronsi in allora a' suoi piedi, dopo avere baciati i quali, confessarono, stando inginocchiati, che avevano peccato contro la Chiesa e contro il pontefice, e implorarono la sua compassione verso il popolo che li mandava. Luigi Guicciardini, vecchio settuagenario, parlò a nome di tutti, ma a voce bassa ed in italiano. Un notajo apostolico lesse in seguito la formola della confessione e le condizioni della pace. Allora il pontefice, avendo accennato di fare silenzio, pronunciò queste parole: «Voi avete peccato, miei figli, primamente contro il Signore Iddio, nostro Salvatore, crudelmente uccidendo e criminosamente l'arcivescovo di Pisa, ed i sacerdoti del Signore; perciocchè sta scritto: Voi non toccherete i miei unti. Voi avete peccato contro il romano pontefice, ch'esercita in terra le funzioni di N. S. Gesù Cristo, avendolo voi diffamato per tutto l'universo. Voi avete peccato contro il santo ordine de' cardinali, ritenendo suo malgrado un cardinale legato della santa sede apostolica. Voi avete peccato contro l'ordine ecclesiastico, negando i vostri tributi al clero del vostro territorio; voi siete stati la causa di molte rapine, incendj, saccheggi, per non avere ubbidito agli ordini apostolici. Fosse piaciuto a Dio che fino da principio foste venuti a noi, padre delle vostre anime; allora non saremmo ricorsi alle armi temporali per vendicare le ingiurie inflitte alla Chiesa. Con dispiacere, non v'ha dubbio, noi abbiamo insevito contro di voi, pure dovemmo farlo per l'onore dell'apostolato di cui siamo incaricati. Ma presentemente, miei figliuoli, che voi vi presentate con umiltà, vi riceviamo in grazia tra le nostre braccia, vi assolviamo dagli errori e dagli eccessi che avete confessati; non vogliate ancora peccare, miei figli; non fate come i cani, che, dopo essere stati gastigati, tornano alle loro turpitudini. Del resto voi avete sperimentata la potenza della Chiesa, e dovete sapere quanto sia dura cosa l'opporre la sua testa allo scudo di Dio, o il voler rompere la di lui corazza[243]

Dopo avere così parlato, prese alcune bacchette dalle mani del gran penitenziere, e percosse leggermente le spalle d'ogni ambasciatore, che ad ogni colpo chinava il capo, e rispondeva col versetto del salmo Misere mei Domine! Dopo ciò vennero nuovamente ammessi al bacio de' piedi, e benedetti dal pontefice che, levato dal suo trono, fu portato all'altar maggiore. Le porte della Chiesa vennero aperte, e gli ambasciatori vi entrarono cogli altri; ma alle condizioni del trattato precedentemente stipulato il pontefice aggiunse, per modo di penitenza, che i Fiorentini armerebbero a loro spese quindici galere per fare la guerra ai Turchi[244]. E così ebbe fine la guerra nata dalla congiura dei Pazzi, e tale fu l'orgoglio con cui il pontefice punì, per essere rimasti in vita, coloro ch'egli non aveva potuto far assassinare[245].

I Fiorentini approfittarono pure dello spavento di Ferdinando, e del bisogno che di loro aveva, per farsi restituire le fortezze occupate in Toscana dal duca di Calabria. Erasi Ferdinando obbligato verso la repubblica di Siena a cederle tutte le conquiste fatte sui Fiorentini, che sarebbero al di dentro di un raggio di quindici miglia preso dalle mura della città. Aveva infatti consegnati ai Sienesi Montedomenichi, la Castellina e san Polo; ma aveva ritenuti sotto gli ordini di Prenzivalle Gennaro, gentiluomo napolitano, Colle di Val d'Elsa, Poggibonzi, Poggio imperiale, Monte san Savino ed altre piazze di minore importanza. Alla fine di marzo del 1481 fece rilasciare ai Fiorentini tutti i luoghi che occupava Gennaro, e subito dopo ordinò ai Sienesi di restituire le conquiste in cui essi tenevano guarnigione. Un vivo odio prese in allora a Siena il luogo dell'affetto che vi si era conservato per la casa di Napoli[246].

Il papa, che aveva ordinato ai Fiorentini di concorrere alla difesa dell'Italia contro i Turchi, volle contribuirvi ancor egli. Fece armare una flotta nel Tevere, e scelse per comandarla quello de' suoi prelati ch'era più capace di condurre una guerra marittima. Fu quel medesimo Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova, quel formidabile capo di parte, che vedemmo consacrarsi alla pirateria quando dovette abbandonare la città in cui aveva regnato. Sisto IV lo aveva creato cardinale in maggio del 1480[247], e gli affidò nella vegnente primavera il comando delle sue galere. Paolo Fregoso andò a raggiugnere Galeazzo Caraccioli nelle acque di Otranto. Il formidabile gran visir Achmet Giedik aveva di già adunati alla Valona venticinque mila uomini, che stava per trasportare ad Otranto, onde continuare la conquista dell'Italia, quand'ebbe notizia della morte di Maometto II, accaduta il 3 maggio del 1481 presso di Nicomedia, alla qual morte dopo pochi mesi tenne dietro la guerra civile scoppiata tra i suoi figliuoli Bajazette II e Gemma, ossia Zizim[248]. Achmet, abbandonando allora ogni progetto di conquista sul regno di Napoli, condusse la sua armata in soccorso di Bajazette, sebbene avesse motivo di temere il risentimento di questo principe per un'antica offesa. Gli si presentò colla sua scimitarra appesa al pomo della sua sella, perchè ricordavasi avergli detto: «Se tu diventi sultano, io mai non la sguainerò per tua difesa.» Ma quando Bajazette, chiamandolo suo padre, lo invitò a scordarsi gli errori della sua gioventù, Achmet Giedik combattè contro i nemici del sultano col suo consueto valore: il 16 giugno del 1482 vinse Zizim a Serviza, presso d'Iconio, lo inseguì nella Caramania, ed all'ultimo lo costrinse a ritirarsi a Rodi[249]. Ariadeno, lasciato in Otranto con una guarnigione che non poteva ricevere soccorsi, si difese non pertanto con molto coraggio, ed ebbe diversi vantaggi sul duca di Calabria che lo attaccava; ma in ultimo accettò un'onorata capitolazione che gli fu offerta, e rese la piazza il 10 di agosto. Alcune delle compagnie turche che la difendevano passarono ai servigj del duca di Calabria, e furono in appresso utilmente adoperate nelle guerre d'Italia[250].

La notizia della morte di Maometto II era stata rapidamente portata a Venezia, ed il doge Mocenigo la comunicò il 29 maggio a tutti gli stati d'Italia[251]. Tutti la risguardarono come un avvenimento che liberava la Cristianità dal più grande pericolo che mai avesse corso, e tutti allentarono il freno a passioni che avevano per timore fin allora rattenute. Ma più che tutti gli altri Sisto IV, risguardandosi oramai come uscito dal solo pericolo che potesse raggiugnerlo sul trono, più non prescrisse limiti alla sua ambizione, a' suoi progetti di vendetta, alle turbolenti sue passioni, che talvolta era stato forzato a dissimulare. Cominciò dal richiamare la flotta che aveva spedita ad Otranto sotto il comando di Paolo Fregoso, non volendo acconsentire che approfittasse delle guerre civili dei Turchi per fare qualche conquista in Oriente[252]. Egli voleva in luoghi più a sè vicini impiegare tutte le sue forze, destinando l'intera Romagna ad essere l'appannaggio del suo favorito nipote. Fino dal 4 settembre del 1480 aveva aggiunto il principato di Forlì a quello d'Imola, che di già era posseduto da Girolamo Riario. L'aveva tolto, per darglielo, alla casa Ordelaffi, che lo aveva posseduto cento cinquant'anni. Pino degli Ordelaffi, l'ultimo feudatario di questa famiglia, destinava, morendo, la sua eredità ad un figlio naturale che lasciava in tenera età. I suoi due nipoti, Antonio Maria e Francesco Maria, figliuoli legittimi di Galeotto, fratello di Pino, pretendevano, forse a più giusto titolo, un principato da cui il loro zio aveva voluto escluderli, mandandoli in esilio. Sisto IV si fece giudice della loro causa, e gli spogliò tutti a profitto del proprio nipote, senza che alcuna vicina potenza osasse alzare la voce contro così manifesta ingiustizia[253]. Mandò in appresso questo stesso nipote a Venezia per istringere più intimamente l'alleanza che l'11 maggio del 1480 aveva conchiusa con quella potente repubblica, e per meditare secolei la divisione di altri stati[254].

Onde alimentare le guerre che di già aveva sostenute, e le guerre ancora più importanti che progettava; onde sostenere lo stravagante lusso de' suoi nipoti, e quello della propria casa, Sisto IV aveva bisogno di tutti i provventi del fisco; perciò assoggettava a questo sistema tanto l'amministrazione ecclesiastica che la secolare. A poco a poco dichiarò venali tutte le cariche della corte apostolica, e ne notificò preventivamente il prezzo al pubblico[255]. Vendette ancora, ma alquanto più riservatamente, onde non essere accusato di simonia, i più ricchi beneficj, ed ancora qualche cappello cardinalizio[256]. Spinse più in là che tutti i suoi predecessori lo scandaloso traffico delle indulgenze. D'altra banda estorse danaro ai suoi sudditi di Roma, come sovrano e non come prete, assoggettando tutto il commercio de' grani al più crudele monopolio. Nella stagione del raccolto acquistava tutto il frumento al prezzo stabilito d'un ducato al rubbio: quando i suoi magazzini erano pieni, faceva nascere artificiali carestie, ora con vendite considerabili fatte ai Genovesi, ora col pretesto del passaggio delle truppe. Non permetteva che si levasse frumento dai suoi magazzini, finchè il prezzo de' mercati non ammontava a quattro o cinque ducati per rubbio; allora fissava egli stesso il prezzo del suo frumento, e sotto pena di prigione proibiva a' fornaj di adoperare altro frumento che il suo. Spesso con queste pratiche mancava tutto ad un tratto il pane ne' suoi stati, ed in allora comperava a basso prezzo nel regno di Napoli il frumento di peggiore qualità, ed obbligava ad adoperare quel solo. Più d'una volta i suoi sudditi dovettero mangiare un pane nero, il di cui cattivo odore attestava essere corrotto il grano ond'era formato, e si attribuirono a questo cattivo alimento le pestilenziali malattie, che durante il suo regno afflissero Roma quasi tutti gli anni[257].

Frattanto Girolamo Riario era giunto a Venezia, ove fu ricevuto con infiniti onori, ed inscritto nel libro d'oro della nobiltà veneziana[258]. Veniva a proporre alla repubblica d'attaccare a spese comuni un principe vicino, per dividerne in appresso le conquiste; e la signoria era tanto più disposta ad entrare in questi ambiziosi progetti in quanto che essendo il papa vecchissimo, poteva accadere che il suo successore tenesse una diversa politica, e non si prendesse pensiero di Girolamo Riario; mentre che la repubblica, forte nella sua immortalità, poteva sperare di raccogliere un giorno sola tutti i frutti della guerra fatta a spese comuni. La casa d'Este era quella che il papa proponevasi di trattare nello stesso modo che aveva trattati gli Ordelaffi nel precedente anno. I Veneziani avevano veduto con occhio di gelosia Ercole d'Este sposare Leonora, figliuola del re Ferdinando. Vero è che questo matrimonio non gli aveva impedito di portare le armi contro suo suocero nella guerra di Firenze; ma appunto in tale circostanza erasi renduto sospetto di segrete intelligenze coi nemici. Ferdinando, sempre corrucciato contro Venezia, poteva trovare nelle fortezze di suo genero dei punti d'appoggio per ispingere la guerra fino nel centro degli stati di terra ferma della repubblica. Altronde questa aveva dilatato il suo dominio fino ai confini del ducato di Milano; e per portarlo egualmente fino a quelli della Toscana, doveva invadere gli stati del duca di Ferrara; e perchè una parte di questi stati dipendeva dall'impero, l'altra dalla Chiesa, i confederati convennero che la repubblica di Venezia occuperebbe i primi, cioè Modena e Reggio, e cederebbe al Riario i secondi, ossia il ducato di Ferrara[259].

I Veneziani cercavano cagioni di lite col duca di Ferrara, onde dare principio alla guerra concertata col Riario e col papa. Avevano con lui alcune controversie rispetto all'estensione de' loro confini, e, facendosi giustizia da sè medesimi, avevano fabbricati tre ridotti sullo stesso territorio del duca. Nominavano un giudice veneziano che risiedeva in Ferrara col titolo di Viadamo per fare giustizia a que' sudditi veneziani che abitavano negli stati della casa d'Este. La giurisdizione di questo Viadamo aveva pure dato luogo a qualche dissapore tra i due governi. Finalmente la repubblica, come sovrana delle lagune, pretendeva avere diritto al monopolio del sale; non voleva permettere agli abitanti di Ferrara nemmeno di raccogliere quello che il mare deponeva sul loro territorio, e lagnavasi, come di un'infrazione de' trattati, di tutto quanto praticava l'industria de' sudditi della casa d'Este per approfittare delle loro paludi salse. Il duca di Ferrara, conoscendosi debole, aveva offerto di dare al senato su tutti i capi d'accusa pieno soddisfacimento. Nello stesso tempo aveva invocata la protezione del papa, suo abituale signore, ignorando tuttavia che doveva risguardarlo come suo capitale nemico.

Frattanto per quanti sforzi facesse Ercole d'Este per calmare i Veneziani e riconciliarsi con loro, non potè impedire che il 3 maggio del 1482 non gli fosse dichiarata la guerra a nome del doge Giovanni Mocenigo e della repubblica di Venezia, come a nome di papa Sisto IV e di Girolamo Riario, signore di Forlì e d'Imola. Si videro inoltre entrare nella stessa lega Guglielmo, marchese di Monferrato, la repubblica di Genova e Pietro Maria de' Rossi, conte di san Secondo, nello stato di Parma. D'altra parte il re Ferdinando, il duca di Milano ed i Fiorentini, dopo avere inutilmente tentato di sconsigliare Sisto IV da così ingiusta guerra, richiamarono i loro ambasciatori, che partirono da Roma il 14 di maggio. Dichiararono che difenderebbero il duca di Ferrara, e ricevettero nella loro alleanza Federico, marchese di Mantova, Giovanni Bentivoglio, capo della repubblica di Bologna, e la casa Colonna, che ammise guarnigione napolitana ne' suoi feudi di Marino e di Genazzano, posti presso alle porte di Roma[260].

E per tal modo l'Italia si trovava divisa in due grandi leghe: la guerra scoppiò in ogni luogo nello stesso tempo, e fu tanto più ruinosa per i popoli, in quanto che la maggior parte de' più piccoli signori era stata ammessa all'alleanza delle grandi potenze. Nello stato della Chiesa i Colonna sortivano dalle loro terre murate per guastare tutte le vicine campagne, e le stesse strade di Roma venivano spesse volte insanguinate dalle zuffe. I Savelli si erano uniti ai Colonna, mentre che gli Orsini, non ascoltando che l'antico loro odio per queste due case, avevano abbracciata la causa del papa. A non molta distanza di là, i Fiorentini avevano armata mano rimesso Niccolò Vitelli nella sua signoria di Città di Castello, cacciandone Lorenzo Giustini, creatura del papa, che per vendicarsi danneggiava le campagne. Finalmente il duca di Calabria, che coll'armata napolitana aveva voluto soccorrere suo cognato, il duca di Ferrara, era stato trattenuto nello stato di Roma dall'armata pontificia, e contribuiva dal canto suo a ruinare il patrimonio di san Pietro[261]. In Romagna, Giovanni Bentivoglio trovavasi coi Bolognesi opposto a Girolamo Riario; Ibletto del Fieschi, sceso dalle montagne della Liguria, guastava i confini del Milanese; e per ultimo Pietro Maria de' Rossi, cui i Veneziani accordavano un annuo sussidio di venti mila fiorini per turbare il governo di Milano nello stato di Parma, portava la desolazione in tutto il vicinato de' suoi numerosi castelli. Sostenne in Torre Chiara, Noceto, Berceto e Preda Balcia, ostinati assedj, e quando il 10 settembre del 1482 morì a Torre Chiara in età di ottant'anni, prese il suo posto suo figliuolo Guido de' Rossi, che mostrò per la medesima causa la stessa ostinazione e lo stesso valore[262].

Ma la guerra principale trattavasi ai confini del Ferrarese. Questa per la natura del paese presentava difficoltà che i soldati non sono troppo accostumati a superare. Quasi tutta la campagna situata tra Ravenna, Venezia e Ferrara, è tagliata da infiniti canali, o inondata da acque stagnanti. Tutti i fiumi che scendono dal vasto anfiteatro formato dagli Appennini e dalla lunga catena delle Alpi, si riuniscono all'estremità del mare Adriatico. La ghiaja e la melma, che strascinano giù dalle montagne, alzano il loro letto, ne otturano la foce, gli sforzano a dividersi tra migliaja d'isolette ed a rovesciarsi all'ultimo in vaste lagune, che mancano di bastante fondo per poterle attraversare colle barche, e non pertanto hanno tropp'acqua perchè possano praticarsi dagli uomini o dai cavalli. La strada di Bologna a Ferrara attraversa una parte di questi stagni, ove l'occhio non trova limiti, sebbene altri assai più considerabili stendansi al di sotto di Rovigo intorno a Mesola, ad Adria, a Comacchio, piccole città, che come Venezia sorgono di mezzo alle acque. Le isole formate dall'Adige, dal Po, dal Tartaro e dagli altri fiumi che vi si riuniscono, chiamansi Polesini. Uno de' più grandi e de' più fertili è quello di Rovigo, che viene bagnato dall'Adige e dal Po, e tagliato da numerosi canali. La conquista di questi Polesini, la conquista delle grosse terre poste in mezzo a questi immensi stagni era una difficilissima intrapresa[263]. I Veneziani la tentarono sotto la direzione di un generale cui avrebbesi piuttosto creduto dover combattere per l'opposta lega.

Il generale cui affidarono il comando delle loro armate fu quello stesso Roberto di Sanseverino, che meno di tre anni prima aveva con felice ardimento posto Lodovico il Moro alla testa della reggenza di Milano. Ossia che così grande servigio gl'ispirasse troppo grandi pretese, ossia che il Moro trovasse pesante ogni riconoscenza, Roberto di Sanseverino venne dichiarato ribelle con i suoi sette figli, tutti abili alle armi, il 27 gennajo del 1482. Egli occupava in allora il castel nuovo di Tortona, dal quale uscì con ottanta cavalieri e molta gente a piedi, e, facendosi strada a traverso ad una piccola armata milanese che veniva ad assediarlo, guadagnò le montagne di Genova, di dove si affrettò di passare a Venezia per offrire i suoi servigj ad una repubblica che faceva la guerra al suo ingrato amico[264].

Il Sanseverino seppe in questa difficile campagna sostenere la sua riputazione, sebbene la natura del terreno non gli permettesse nè rapide marce, nè battaglie, nè luminosi fatti. Per attaccare i Polesini adoperò a vicenda, a seconda del bisogno, i battelli e l'infanteria, ora formava trincee con fascine a traverso ai laghi del Tartaro tra Legnago e Rovigo, e così adoperando molti de' suoi capitani occuparono Mellaria, Trecento e Brigantino[265]; ora faceva su per le foci del Po rimontare piccole navi che non avevano bisogno di molto fondo, ed in tal modo Damiano Moro prese Adria, che saccheggiò con estrema crudeltà, uccidendo anche parte degli abitanti. I soldati della repubblica, lungo tempo accostumati alla guerra contro i Turchi, recavano in Italia le feroci abitudini che avevano contratte in Levante. Damiano Moro occupò ancora Comacchio, prendendo d'assalto i tre ridotti che il duca di Ferrara aveva innalzati sul Po alla Pelosella[266].

L'armata che la lega aveva mandata nel Ferrarese per difendere il duca Ercole, era comandata da Federico di Montefeltro, duca di Urbino; ma ossia che quest'illustre capitano fosse reso debole dall'età, oppure che cedesse alla superiorità del Sanseverino, parve che durante tutta la campagna rimanesse perdente. Del resto, sebbene numerose fossero le due armate, non si fecero agire da ambe le parti che corpi staccati per piccole spedizioni. Ogni corpo, separato da tutti gli altri da paludi o da canali e da' fiumi, sui quali l'arte non sapeva ancora con facilità gettar ponti, doveva dirigersi a norma delle proprie circostanze, e senza seguire un piano generale.

In questa guerra il ferro nemico era meno formidabile che il clima micidiale cui d'uopo era esporsi in mezzo ai pantani. Perciò spaventosa fu la mortalità de' soldati, de' contadini adoperati ne' lavori, ed ancora degli ufficiali di alto rango. I soli Veneziani perdettero tre supremi generali, Pietro Trivisani, Loredano e Damiano Moro. Assicurasi che le febbri pestilenziali avevano rapiti alle due armate più di venti mila uomini[267].

Lo stesso duca Ercole cadde gravemente ammalato nel momento in cui avrebbe avuto maggior bisogno di tutta la sua forza fisica e morale per difendersi. Frattanto la di lui sposa Eleonora d'Arragona supplì col suo coraggio a tutto quanto poteva operare il duca. Avrebbe voluto ravvivare lo zelo de' suoi sudditi per la casa d'Este con tutti i mezzi che potevano agire sull'immaginazione, e non trascurò nemmeno l'entusiasmo religioso. Fece venire da Bologna un eremita, il quale co' suoi sermoni incoraggiava il popolo a combattere come in una guerra sacra. Costui predicò otto volte di seguito innanzi ad un'assemblea sempre più numerosa; ma quando i Ferraresi cominciavano ad animarsi per i suoi sermoni, dichiarò che si disponeva a creare una flotta di dodici galeoni, che romperebbero l'armata veneziana occupata nell'assedio di Figheruolo. Tutta la città udì con istupore questa promessa; egli solo il buon eremita non dubitava d'avere il potere de' miracoli. Nel giorno stabilito spiegò dall'alto del suo pulpito dodici bandiere coperte di croci, sulle quali erano dipinti Gesù Cristo, la Vergine e quaranta santi. Scese in allora in mezzo alla sua greggia, si fece portare innanzi i suoi stendardi, ed uscì di città, accompagnato da tutto il popolo. Tenne la destra riva del Po per giugnere al campo della Stellata, di dove voleva indirizzare un sermone a Roberto di Sanseverino accampato sull'opposta sponda. Durante tutto il cammino aveva sempre cantate orazioni ed antifone alle quali rispondeva il popolo. Federico d'Urbino, vedendo giugnere questa strana processione, si fece a ridere, e conobbe che niuno utile partito poteva cavarsi da un uomo più d'ogni altro acciecato dalla sua credula superstizione. «Mio padre, gli disse, i Veneziani non sono invasi dal demonio; invece di esorcizzarli, tornatevene a Ferrara, e dite a madama Eleonora, che per iscacciare i suoi nemici abbiamo bisogno di danaro, d'artiglieria e di uomini, e non di preghiere.» L'eremita tornò a Ferrara a capo chino colle sue bandiere[268]. Frattanto Figheruolo fu preso il 29 giugno dopo cinquanta giorni d'assedio[269]. Vennero ancora in mano de' nemici Lendenara e la Badia, ed all'ultimo, il 17 agosto, anche Rovigo, capitale del Polesine ed antico patrimonio della casa d'Este[270].

Frattanto il duca di Calabria era entrato nello stato romano coll'armata napolitana che voleva condurre a Ferrara. Il papa gli aveva da principio opposto Girolamo Riario, nominato gonfaloniere della Chiesa; ma non si fidando pienamente della capacità del nipote, aveva chiesto ai Veneziani e da loro ottenuto Roberto Malatesta, che, venuto a portargli un rinforzo di due mila quattrocento cavalli, prese il comando di tutta l'armata. Il Malatesta godeva opinione di essere uno de' migliori capitani del secolo, e costrinse il duca di Calabria ad accettare la battaglia il 21 agosto a Campo Morto presso Velletri. Teneva nella sua armata Gian-Giacomo Piccinino, figlio di quel Piccinino che Ferdinando aveva con tutta perfidia fatto perire; lo chiamò alla testa delle sue truppe: gli disse essere venuto il momento di vendicare la morte di suo padre, ucciso a tradimento dal suo nemico; e gli affidò nello stesso tempo il comando dell'ala destra, che doveva entrare per la prima in battaglia contro i Napolitani. Il valore e lo sdegno del Piccinino e de' soldati di suo padre, che aveva sotto le sue insegne, contribuirono potentemente alla vittoria[271]. Fu per altro vivamente contrastata; si pugnò da ambo le parti con un accanimento poco comune nelle guerre d'Italia, e più di mille rimasero sul campo di battaglia, ragguardevolissimo numero per piccole armate, e per combattenti coperti di ferro. Finalmente i Napolitani furono rotti; il duca di Calabria fu salvato dai Turchi che aveva presi al suo soldo ad Otranto, e che per lui combattevano valorosamente; ma Roberto Malatesta gli fece moltissimi prigionieri, tra i quali si trovarono trecento sessanta gentiluomini[272]. Alcune compagnie di Turchi furono pure avviluppate e deposero le armi; ma le riebbero poscia dallo stesso papa; e furono impiegate a Roma per contenere il popolo in occasione di feste e di ceremonie pubbliche; nè pare che siasi pur cercato di convertirle[273]. Dopo la vittoria di Campo Morto molti castelli dei Colonna, dove i Napolitani avevano guarnigioni, furono ripresi dalla armata della Chiesa; ma non fu permesso al Malatesta di approfittare lungo tempo de' suoi vantaggi: richiamato a Roma, vi morì il 10 o l'11 di settembre, meno di un mese dopo la sua vittoria, non senza violenti sospetti che fosse stato avvelenato da Girolamo Riario. Questo conte e tutta la corte di Roma non dissimularono la loro gioja per tale morte. Veruna ricompensa, soleva dire il Riario, sarebbe bastata all'ambizione di Roberto, e coloro cui aveva renduto così importante servigio avrebbero dovuto sopportare il peso della sua arroganza. Per altro gli fu innalzata in Roma una statua di bronzo col motto di Cesare per iscrizione: veni, vidi, vici. Ma in pari tempo Girolamo Riario si accostò a Rimini per togliere quella città alla casa Malatesta. Roberto, che aveva quarant'anni quando morì, non aveva avuto prole da sua moglie, figlia di Federico, duca d'Urbino. Lasciava soltanto un figliuolo naturale, Pandolfo, che destinava suo successore, in conformità del diritto di successione ammesso nella sua famiglia, ove l'eredità era quasi sempre stata trasmessa di bastardo in bastardo. Morendo, confidò questo figlio alla protezione di suo suocero, il duca d'Urbino, sebbene questi comandasse l'armata nemica. Ma per una singolare fatalità il duca d'Urbino moriva lo stesso giorno a Ferrara, raccomandando a suo genero la difesa della sua famiglia, e l'amicizia di suo figliuolo Guid'Ubaldo, nominato suo successore. La moglie di Roberto ricevette nello stesso tempo a Rimini la notizia della morte del padre e del marito, e trovò ne' Fiorentini, contro de' quali questo marito aveva ultimamente combattuto, protezione contro la Chiesa per la quale Roberto aveva trionfato[274].

Tutto sembrava riuscire prosperamente alla lega del papa e de' Veneziani, perciocchè mentre che il duca di Calabria era battuto a Campo Morto, Roberto di Sanseverino aveva passato il Po presso Ferrara; aveva fortificato il ponte gettato sul fiume, e si era impadronito del barco che Borso d'Este aveva formato e circondato di mura in distanza di un miglio dalla capitale. Questo ricinto, con amenissimi boschetti, con canali e getti d'acqua, e riempito di bestie selvatiche, era stato guastato dai nemici. Tra questo ed il ponte aveva il Sanseverino innalzato un fortino i di cui bastioni e rivellini erano circondati di fosse, di modo che gli assalitori erano protetti nelle loro scorrerie fino alle porte della città da una fortezza[275]. I Fiorentini, scoraggiati da così infelici avvenimenti, parevano disposti a ritirarsi dalla lega: e Costanzo Sforza, ch'essi avevano chiamato per essere loro generale, non aveva mai potuto ridursi ad uscire dalle mura di Pesaro[276]. Ma mentre che i Veneziani vedevansi vicini a dividere le loro conquiste, il papa aveva di già intavolato un segreto trattato con Ferdinando, e mandatogli perciò il 14 d'ottobre a Napoli il cardinale di san Pietro ad vincula. Pare che Sisto IV si fosse adombrato dell'ingrandimento de' Veneziani ai confini dello stato della Chiesa, che si avvedesse che la loro ambizione non rispetterebbe lungamente il trattato di divisione, ed è probabile che Girolamo Riario avesse di già provato dal canto loro qualche mortificazione. Per lo meno questi mostrossi dispostissimo a distruggere l'opera fin allora promossa con tanto ardore. Le due armate intesero con eguale sorpresa che il 28 di novembre era stata conchiusa una tregua tra il papa e Ferdinando, cui tenne dietro bentosto una pace sottoscritta il 12 di dicembre nella stessa camera del papa. Questo trattato guarentiva lo stato del duca di Ferrara, la restituzione di tutte le conquiste reciprocamente fatte, una alleanza per vent'anni tra le parti contraenti, alleanza nella quale sarebbero ammessi i medesimi Veneziani, purchè vi acconsentissero avanti il termine di trenta giorni, e per ultimo un annuo sussidio di quaranta mila ducati, da pagarsi in comune a Girolamo Riario a titolo di soldo. Le differenze tra i Fiorentini ed il papa venivano poste in arbitrio degli ambasciatori di Spagna[277].

Nella conchiusione delle condizioni di questa nuova alleanza, Sisto IV mostrò lo stesso calore che aveva mostrato nella precedente. Scrisse subito al doge di Venezia per intimargli di accettare la pacificazione d'Italia, di restituire le conquiste, e di astenersi dal tormentare più oltre la città di Ferrara, dipendente dall'alto dominio della santa sede, la quale Sisto prendeva sotto la speciale sua protezione[278]. Scrisse in pari tempo al duca di Ferrara per accertarlo della sincerità della sua riconciliazione, ai Ferraresi per esortarli ad una vigorosa difesa, ai Bolognesi ed a Giovanni Bentivoglio per incoraggiarli a sostenere la casa d'Este[279]. Prima che potesse aver avuto riscontro dal senato di Venezia, permise al duca di Calabria di attraversare il territorio della Chiesa per passare a Ferrara, e lasciò che Virginio Orsini ed altri capitani dell'armata della Chiesa, che partirono da Roma il 30 dicembre, entrassero al di lui servigio[280]. Finalmente il 10 gennajo del 1483 addirizzò all'imperatore ed a tutti i principi d'Europa una specie di manifesto contro i Veneziani, accusandoli di colpevole ostinazione nel continuare la guerra, promettendo di punirli con tutte le pene ecclesiastiche di sua facoltà, come infatti il 10 giugno seguente fulminò la scomunica contro i capi della repubblica, ed interdisse tutto il territorio[281].

La maraviglia de' Veneziani non fu minore della loro indignazione, vedendo dal papa punita come un delitto la guerra cui erano stati da lui medesimo incoraggiati, e ch'egli aveva con loro fin all'ultimo sostenuta. Richiamarono da Roma il loro ambasciatore, Francesco Diedo, e si apparecchiarono a far testa anche soli a tutta l'Italia[282].

L'ultimo giorno di febbrajo erasi adunato in Cremona un congresso de' nemici di Venezia sotto la presidenza di Francesco Gonzaga, signore di Mantova e legato del papa. Trovaronsi colà il duca di Calabria, il duca di Ferrara, Lodovico Sforza il Moro, reggente di Milano, con due dei suoi fratelli, Lorenzo de' Medici, Giovanni Bentivoglio, il marchese di Mantova, Gian Jacopo Trivulzio e molti altri capitani di minor conto[283]. Erasi proposto d'invadere nello stesso tempo i dominj della repubblica dalla banda del Milanese, del Mantovano e della Romagna. Ma di quei tempi era, per così dire, ammesso nel diritto pubblico di poter fare la guerra per conto de' suoi alleati, senza prendervi parte in nome proprio; e nè il duca di Milano, nè il marchese di Mantova vollero tra i primi dichiararsi direttamente nemici dei Veneziani, di modo che la dieta si sciolse senza aver niente conchiuso. Questa riserva per altro non impedì che la guerra si stendesse ancora ai confini che si erano voluto preservare. Roberto di Sanseverino entrò nel Milanese il 12 di luglio, sperando di ravvivare lo zelo de' partigiani della duchessa Bona. Lodovico il Moro fece a vicenda guastare i territori di Bergamo e di Brescia; ma nè l'una, nè l'altra spedizione ebbero importanti risultamenti[284].

Questa guerra, cui vedevansi prender parte le prime potenze d'Italia, era da ambidue le parti così mollemente trattata, e con una tale viltà, che forma un sorprendente contrapposto colle guerre che i Francesi dovevano tra poco portare in Italia. Non ebbero luogo nè battaglie generali, nè assedj di città; attaccavansi soltanto deboli castelli, ed accadeva qualche leggiere scaramuccia tra piccoli corpi. Le due armate chiudevansi ne' loro trinceramenti poco distanti gli uni dagli altri, si minacciavano senza mai venire alle mani, e si assoggettavano nel proprio campo alla mortalità, inevitabile conseguenza del clima mal sano delle foci del Po, senza esporsi ad onorata morte in battaglia. Il popolo di Ferrara, oppresso dagli alloggi de' soldati, dalle contribuzioni, dai saccheggi, omai più non si mostrava disposto a nuovi sagrificj per la casa d'Este, sebbene niuna cosa annunciasse il fine d'una guerra che non era illustrata da verun fatto glorioso. Il duca di Calabria aveva saccheggiato il territorio di Brescia, ed i Milanesi quello di Bergamo; il marchese di Mantova aveva presa Asola, castello sul fiume Chiesa che un tempo appartenne ai suoi antenati. Nello stato di Parma, i Rossi, più non potendo resistere alle superiori forze mandate contro di loro, si erano ritirati verso le montagne di Genova: di là erano passati a Venezia, e quel senato, per indennizzarli dei feudi che avevano perduto, aveva loro assegnato un grosso soldo. Ma questi piccoli vantaggi della lega, che prendeva il titolo di santa perchè aveva alla testa il papa, non arrecavano sollievo al duca di Ferrara. Il nemico stava costantemente accampato alle porte della sua capitale, ed i suoi sudditi erano stati due anni consecutivi privati di ogni raccolto. Per altro il Sanseverino non aveva mai osato di aprire le sue batterie contro le mura della città; come il duca di Calabria, con un'armata più forte, non aveva saputo, nè costringere i Veneziani ad una battaglia per far loro levare l'assedio, nè attaccare il ridotto innalzato tra il parco ed il fiume. Mancavano in allora all'arte della guerra i mezzi di giugnere ad operazioni decisive; non si attaccavano che i luoghi non difesi, e non sapevasi sforzare il nemico a venire a battaglia, nè aprire le mura di una piazza in cui si chiudeva[285].

In Toscana trattavasi la guerra ancora più mollemente e più vilmente. I Fiorentini non avevano verun altro nemico che Agostino Fregoso, nuovo signore di Sarzana, che i Genovesi stessi non ajutavano scopertamente. Ragguardevole era l'armata destinata contro di lui, e tale da poter prendere Sarzana dopo un breve assedio; pure non lo intraprese, e si limitò a meschine scaramucce[286]. I Sienesi si erano alleati ai Fiorentini, e non avevano altri nemici che i loro emigrati, i quali si erano chiusi in Monte Reggioni, ove tentarono invano di forzarli[287]. Sarebbesi detto che i soldati altro mezzo più non conoscevano per entrare in una piazza che quello di aspettare pazientemente l'istante in cui piacerebbe al nemico di uscirne.

Cotale maniera di guerreggiare dovette parere assai strana a Renato II, duca di Lorena, che i Veneziani chiamarono quest'anno in Italia per prendere il comando della loro armata. Il loro trattato con questo pretendente al regno di Napoli, ch'essi volevano contrapporre a Ferdinando, fu stipulato il 30 aprile, o secondo altri il 9 maggio del 1483. Renato obbligavasi di condurre mille cinquecento cavalli, e mille pedoni, e gli era stato promesso il soldo di diciassette ducati e mezzo al mese per ogni lancia, formata secondo l'uso francese di sei uomini a cavallo. Vi si era aggiunta una gratificazione di dieci mila ducati all'anno per la tavola del principe[288]. Rinaldo non arrivò a Venezia che assai tardi e con molta difficoltà. Il papa, informato della sua venuta, aveva minacciata la scomunica a tutti i principi della Germania che gli accorderebbero il passaggio, onde il Lorenese fu costretto di entrare lungo la strada in varj negoziati, e di abbandonare spesse volte la via più breve. Era da poco giunto nel campo veneziano, ed appena aveva avuto il tempo di studiare questo sistema di guerreggiare, tanto diverso dal suo, quando ebbe notizia della morte di Lodovico XI re di Francia, accaduta il 30 agosto del 1483. Siccome questo monarca aveva cercato di togliergli la successione della casa d'Angiò, ordinando ingiusti testamenti al suo avo ed al suo prozio, Renato tornò subito ne' suoi stati, per tentar di ricuperare, durante la minorità di Carlo VIII, ciò che gli aveva fatto perdere la politica di Lodovico XI[289].

Un'altra guerra sostenevasi con maggior vigore dalla repubblica di Venezia, ed era quella che facevagli il papa coi fulmini della Chiesa. Sisto IV aveva pubblicato il 24 maggio, giorno della Pentecoste, una bolla contro Venezia, per la quale ordinava a tutti i religiosi di uscire tre dì dopo da questa città scomunicata. Il consiglio dei dieci, avutone avviso, fece tenere d'occhio tutti coloro che giugnevano da Roma, per sorprendere questa bolla nelle loro mani. Pose sotto la responsabilità de' parrochi tutte le carte che potrebbero trovarsi alle porte delle loro chiese, ed ordinò al patriarca ed a tutti gli ecclesiastici veneziani di mandare, senza aprirle, agl'inquisitori di stato qualunque bolla fosse loro diretta dalla santa sede. Quest'ordine fu scrupolosamente eseguito, e la scomunica non dissuggellata fu mandata al consiglio dei dieci dal patriarca, senza che verun Veneziano ne avesse contezza[290]. Il consiglio ordinò a tutti i cardinali e prelati dipendenti dalla signoria, sotto pena di confisca de' loro beneficj, di adunarsi a Venezia il 15 di luglio in concilio provinciale. Nello stesso tempo mandò a Girolamo Lando, patriarca titolare di Costantinopoli, un appello al futuro concilio della sentenza di scomunica. Il patriarca, ammettendo l'appello, sospese l'interdetto, e mandò allo stesso papa una citazione al futuro concilio. Si trovarono persone abbastanza coraggiose per affiggere questa citazione sul ponte sant'Angelo, ed alle porte del Vaticano e della Rotonda. Per altro quest'ardimento costò la vita alle guardie notturne, che il papa fece appiccare per avere mancato di vigilanza[291]. Tutti i preti veneziani, che si trovavano a Roma, furono chiamati, sotto comminatoria di perdere i loro beneficj; ed il papa oppose a quest'ordine un editto, in forza del quale i prelati ed i preti che abbandonassero Roma, potrebbero essere venduti come schiavi[292].

Questa violenta lotta col capo della Chiesa non recava verun biasimo ai Veneziani, perciocchè l'impetuoso carattere di Sisto IV, le sue ingiustizie, la sua cieca tenerezza per Girolamo Riario, che tutta l'Italia risguardava per suo figliuolo, e figliuolo nato da un incesto, avevano distrutto ogni rispetto dei popoli per la tiara. Qualunque genere di scandalo infamava la sua condotta; vedevasi sempre circondato da giovani favoriti, che altro merito non avevano che quello dell'avvenenza, ed a cui egli prodigava i tesori della Chiesa. Questo stesso anno, il 19 novembre 1483, offese tutto il sacro collegio, accordando il vescovado di Parma ed il cappello cardinalizio ad un giovanetto che non giugneva ai vent'anni, e che, uscito di bassa condizione, era prima stato paggio del conte Girolamo, in appresso cameriere del cardinale di san Vitale. Sisto IV, sorpreso dalla sua bellezza, lo volle per suo prelato di camera, accumulò sopra di lui i più ricchi beneficj, lo creò castellano di Sant'Angelo, ed all'ultimo gli conferì la porpora. Pure si trovò che questo Giacomo di Parma era un giovane di buon carattere, ed assai costumato, e che altro difetto non aveva che di essere sommamente ignorante[293].

Nel 1484 i guasti della guerra si estesero sopra nuove province: i Veneziani vollero farne sentire il peso a Ferdinando, che nulla fin allora aveva sofferto, armarono una flotta di trent'una galere, di cui diedero il comando a Giacomo Marcello, e la mandarono nel golfo di Taranto, ove attaccò Gallipoli. Questo ammiraglio fu ucciso verso la fine di maggio in un assalto che diede alla piazza, la quale capitolò lo stesso giorno col di lui successore, Domenico Malipieri. Questi diligentemente fortificò la nuova conquista, soggiogò in appresso le piccole città ed i castelli del vicinato, ed in giugno occupò inoltre Policastro e Cero nella Calabria. I suoi soldati, accostumati alla guerra dei Turchi, trattavano con orribile barbarie i paesi che saccheggiavano, e non pertanto davano infinita pena a Ferdinando, il quale conosceva il malcontento de' suoi baroni, e sempre temeva di vederli uniti agli stranieri per sottrarsi alla sua autorità[294].

Nello stesso tempo facevasi la guerra nello stato di Roma con estremo furore. Da un canto Niccolò Vitelli, abbandonato dai Fiorentini, era stato cacciato da Città di Castello, e rimesso in suo luogo Lorenzo Giustini; dall'altro canto Sisto IV e Girolamo Riario avevano perseguitati i Colonna con un accanimento non appoggiato a verun motivo politico. Il Riario rifiutò tutte le offerte di accomodamento fattegli da que' potenti signori; e quando gli proposero di porre in mano del papa tutte le loro fortezze, il Riario ripose, che non voleva entrarvi che per una breccia che avrebbe aperta col suo cannone. Alcuni scrittori di un'epoca posteriore supposero questa guerra cagionata dal possesso del contado di Tagliacozzo, che la casa Orsini riclamava dalla casa Colonna[295]; ma di ciò non trovasi cenno nelle memorie di quel tempo, e tutto fa travedere nella condotta del Riario un personale risentimento. Durante la state la metà de' palazzi di Roma vennero lordati da frequenti assassinj; il papa fece bruciare molte contrade per essergli sospetti alcuni de' loro abitanti. Il palazzo del protonotaro, Luigi Colonna, e quello del cardinale della stessa famiglia, furono per suo ordine inceneriti. Il protonotaro, arrestato nel primo, non erasi arreso che sulla fede di Virginio Orsini; e Virginio, conducendolo in prigione, potè a stento impedire a Girolamo Riario che non l'uccidesse. Niuna confessione poteva da lui esigersi, perciocchè tutta la sua condotta era palese; pure il papa ordinò che si assoggettasse alla tortura, soltanto per rendere il suo supplicio più crudele; e questa tortura fu talmente atroce, che quando ne fu staccato, si trovò moribondo, e gli fu tagliata la testa. Intanto la Cava, Marino e gli altri feudi di casa Colonna furono conquistati da Girolamo Riario[296].

In Lombardia la guerra non faceva verun progresso; la lega, avendo assai più cavalleria che non i nemici, ne approfittava per guastare i territorj di Bergamo, di Brescia e di Verona, fino alle porte di queste tre città[297]. Ma non pareva che tali operazioni potessero giovare alla liberazione del duca di Ferrara, e questi, spossato dal soggiorno nel suo stato di tante armate, bramava la pace a qualunque condizione. La lega, che si era formata senza sufficienti motivi, trovavasi divisa da mille diversi interessi, ed era facile il prevederne il prossimo scioglimento. Il papa in tutte le sue guerre non aveva altra mira che l'ingrandimento di Girolamo Riario; meditava allora nuovi progetti sulla Romagna, e voleva assicurare al prediletto suo figlio l'eredità di Roberto Malatesta, e quella di Costanzo Sforza, morti l'uno e l'altro al suo servigio. Il secondo era stato rapito da una malattia il 17 luglio del 1483, e suo figlio Giovanni, erede del principato di Pesaro, era tuttavia fanciullo[298]. Ma questo possedimento non poteva essere assicurato al Riario che dal consentimento de' Veneziani e de' Fiorentini; e Sisto IV, che lo sentiva, entrò con loro in segrete negoziazioni, per fare una pace a sè solo vantaggiosa.

Dall'altro canto il duca di Calabria aveva potuto vedere chiaramente, dopo che la guerra di Ferrara lo aveva chiamato in Lombardia, che Giovanni Galeazzo Sforza, duca di Milano, cui da lungo tempo era stata promessa in matrimonio la sua figlia, non aveva veruna parte nel governo del proprio ducato, sebbene non gli mancasse l'età, mentre che l'ambizioso Lodovico il Moro, zio di questo duca, si arrogava solo tutta l'autorità. Alfonso ne aveva con qualche vivacità manifestato il proprio malcontento allo stesso Moro, il quale, avendo perciò concepito una segreta diffidenza verso il suo alleato, cercava di ravvicinarsi ai Veneziani[299]. D'altra parte i Fiorentini, che da lunga tempo contribuivano alla guerra, non potevano sperarne vantaggio, e non vi avevano verun reale interesse. Mentre si esaurivano di gente e di danaro per mantenere una lontana armata, si acconsentiva che fossero oppressi dalle truppe che occupavano Sarzana, non permettendosi loro di richiamare in Toscana il conte di Pitigliano, quello dei loro capitani in cui più fidavano, e venivano in ogni cosa sagrificati ai loro alleati. Per tal modo più non restava tra i coalizzati un interesse comune, e tutti erano disposti a separarsi gli uni dagli altri. Teneva tuttavia unita questa lega il marchese Federico di Mantova per la considerazione che gli dava la sua età ed i suoi talenti; ma questi morì il 15 di luglio, ed il maggiore de' suoi figli, Giovanni Francesco II, che gli successe, non aveva che diciott'anni[300].

I Veneziani, sebbene più deboli dei loro alleati, avevano il vantaggio grandissimo di far muovere a voglia loro tutte le proprie forze; inoltre avevano l'altro di avere alla testa delle loro armate Roberto di Sanseverino, che si dava a conoscere non meno esperto politico, che valoroso generale. Roberto, abbandonando le negoziazioni intavolate col conte Riario, s'accostò a Lodovico il Moro, che risguardava come assai più potente[301]. Le sue relazioni col Moro cagionarono da principio non leggiere sospetto alla signoria, onde il doge propose al consiglio dei dieci di far arrestare il Sanseverino. Ma bentosto questo generale diede a vedere d'aver saputo ben conoscere i veri interessi della repubblica ed i proprj. Un'assemblea, tenutasi a Bagnolo il 7 agosto, conobbe gli articoli ch'egli aveva convenuti con Lodovico il Moro, e gli accettò lo stesso giorno. Invano il legato del papa e Girolamo Riario vollero intorbidare la negoziazione, perchè non conteneva a favore del figlio di Sisto IV veruno de' vantaggi che gli erano stati precedentemente promessi; invano dichiararono, che la signoria, dopo avere separatamente offesi tutti i confederati, l'aveva finalmente presa contro lo stesso Dio, allorchè aveva sprezzate le ammonizioni e gl'interdetti del papa e confiscati i beneficj ecclesiastici. Con tale condotta, soggiugnevano, erasi renduta per sempre indegna di ottenere la pace[302]. Gli altri confederati non vollero più oltre continuare le ostilità, da cui non isperavano verun vantaggio, e, malgrado gli ottenuti successi, acconsentirono che i Veneziani guadagnassero assai più colla pace, che non avrebbero potuto perdere continuando la guerra.

In forza del trattato di Bagnolo il duca Ercole d'Este fu obbligato a ristabilire la repubblica di Venezia in tutte le prerogative che aveva precedentemente esercitate in Ferrara e nel suo distretto, ed a cederle il Polesine e tutto il territorio di Rovigo. Le altre conquiste che i Veneziani avevano fatte nel territorio del duca di Ferrara dovevano essergli rendute entro dodici giorni dopo la soscrizione della pace. Dal canto loro il duca di Milano ed il marchese di Mantova dovevano rendere ai Veneziani tutte le terre da loro occupate ne' dominj della repubblica. Le città che i Veneziani tenevano nel regno di Napoli dovevano essere riconsegnate a Ferdinando entro un mese, e questi in compenso doveva render loro tutti i privilegj mercantili di cui godevano ne' suoi stati. Tutte le parti contraenti obbligavansi in ultimo a prendere parte in una lega comune per difesa de' loro rispettivi stati, Roberto di Sanseverino era dichiarato capitano generale di questa lega; per tale titolo doveva ricevere un soldo di cento quaranta mila ducati, de' quali cinquanta mila dovevano pagarsi dal duca di Milano, altrettanti dalla repubblica di Venezia, e gli altri quaranta mila dal papa, dal re di Napoli, dai Fiorentini e dal duca di Ferrara[303].

I più deboli potentati d'Italia trovaronsi da questo trattato sagrificati ai più forti: il duca di Ferrara doveva rinunciare alle province che formavano l'antico patrimonio della famiglia d'Este, e sulle quali i Veneziani mai non avevano avuto alcun titolo; onde non senza estrema ripugnanza si assoggettò a così dura condizione[304]. I Rossi, conti di san Secondo, nello stato di Parma, che i Veneziani avevano consigliati a prendere le armi contro il duca di Milano, si trovarono spogliati di tutti i loro feudi. Il marchese di Mantova non aveva preso parte alla lega che per ricuperare Asola e gli altri castelli che gli erano stati tolti dai Veneziani; ma dopo essersene impadronito, era forzato a restituirli[305]. Nè in questo trattato di pace i Fiorentini erano meglio trattati di quel che lo fossero stati durante la guerra. Nulla veniva stipulato a loro favore, e nè pure la restituzione di Sarzana. Non pertanto il più scontento di tutti era il papa; aveva lungamente sperato d'arricchire il figliuolo o colle spoglie del duca di Ferrara, o con quelle dei Veneziani; si era in ultimo ridotto a fargli assicurare i piccoli principati della Romagna, che punto non dubitava che non venissero sagrificati alla sua ambizione; sperava in particolare che Girolamo Riario ottenesse il rango che si era fatto dare il Sanseverino, di generale della lega; e questo rango e questo soldo dovevano indenizzarlo delle pretese cui era forzato di rinunciare.

La notizia di una pace, che tanto male corrispondeva ai suoi ambiziosi progetti, fa un colpo di fulmine per questo turbolento pontefice. Da qualche tempo era tormentato dai dolori della gotta, che poi lo presero al petto. Gli ambasciatori, che portavano le condizioni della pace di Bagnolo, vennero introdotti all'udienza del pontefice la sera di mercoledì 12 agosto. Dopo aver udita la lettura del trattato, si dolse che le condizioni erano meno vantaggiose di quelle che gli erano state offerte dai nemici. «Questa, che voi mi annunciate, disse loro, è una pace di vergogna e d'ignominia, piena di confusione e di obbrobrio, e che coll'andar del tempo sarà più cagione di male che di bene. Io non posso, miei figli, nè approvarla, ne benedirla[306].» Gli ambasciatori accorgendosi, che il vecchio, afflitto da questa notizia, andava perdendo le forze, che oppresso dall'angoscia pareva aver la lingua imbarazzata, gli dissero che speravano di trovare altra volta sua santità più tranquilla, ma che intanto lo pregavano di benedire una pace che più non poteva mutarsi. Il papa, svolgendo allora a stento la sua mano gottosa dalla fascia che la sosteneva, fece un movimento che gli uni presero per un rifiuto, gli altri per una benedizione degli ambasciatori o della pace medesima. Ma egli più non parlò, e morì nella susseguente notte del giovedì 13 agosto, poco dopo la mezza notte; mal soffrendo di lasciare in pace quell'Italia, che in tempo del suo regno aveva costantemente tenuta in guerra[307].