CAPITOLO LXXXIX.

Elezione d'Innocenzo VIII; questo papa fa scoppiare la guerra tra Ferdinando ed i suoi baroni. — Il cardinale Paolo Fregoso, doge di Genova. — I Fiorentini conquistano Sarzana. — Anarchia e pacificazione di Siena. — Congiure contro Girolamo Riario e contro Galeotto Manfredi.

1484 = 1488.

La costituzione politica della Chiesa romana non era fondata sopra basi incontestabili. I diritti e le prerogative del papa, dei cardinali, dei vescovi non avevano limiti abbastanza determinati per impedire ogni conflitto di giurisdizione. Pure questa costituzione nel suo totale era quella d'una monarchia temperata e non di uno stato dispotico. L'autorità del papa era bilanciata non solo da quella de' concilj, stati generali della Chiesa, che si adunavano assai di rado, ma ancora da quello dei cardinali il di cui collegio permanente doveva irrevocabilmente essere il consiglio de' pontefici, di modo che supponevasi concorrere a tutte le loro importanti determinazioni. Il papa sempre li chiamava suoi fratelli; aggiungeva sempre in tutte le bolle, talvolta ancora senz'averli consultati, la formola, col parere de' nostri fratelli, onde dare a tutto quanto egli ordinava l'autorità del sacro collegio.

Ma alla fine del decimoquinto secolo, quando la successiva elezione di molti pontefici, macchiati di vergognosi vizj, recò danno all'opinione della santa sede, e fu in ultimo cagione della rivoluzione che si vide scoppiare in principio del secolo decimosesto, la Chiesa potè riconoscere che i reciproci diritti de' suoi rappresentanti non erano bastantemente stabiliti, o equilibrati con sufficiente saviezza. Non erasi mai più vivamente sentito che sotto Sisto IV il bisogno di porre limiti all'autorità del pontefice con quella de' cardinali; mai non si era fatta più lunga prova di quanto l'influenza di un cattivo pontefice sopra il sacro collegio diventava irresistibile qualunque volta voleva impiegare tutti i mezzi dell'intrigo e della seduzione. Poteva a voglia sua accrescere il numero de' suoi consiglieri, e per tal modo guadagnarsi sempre la pluralità de' suffragj; disponeva egli solo di tutte le grazie ecclesiastiche, e tutti coloro che non erano superiori alla allettatrice seduzione delle ricchezze, degli onori, erano bentosto a lui favorevoli. Finalmente poteva ancora valersi della violenza; ed i cardinali, non essendo al coperto dalle sue vendette, erano stati più volte scomunicati, imprigionati, assoggettati alla tortura, mandati ancora sul patibolo in forza di ordini arbitrarj, soltanto per aver voluto difendere la libertà del collegio; l'idea della sovranità del papa erasi in modo confusa con quella della autorità della Chiesa, che alcuni teologi con piena buona fede giustificavano in seguito tali violenze, ed affermavano come massima incontrastabile che veruna opposizione, neppure quella dell'intero corpo dei cardinali, era legittima contro una volontà qualunque del papa.

Pure questo sovrano pontefice, che su tutti i cardinali esercitava una così illimitata autorità, era ancor esso loro creatura. S'egli nominava, durante il suo regno, i cardinali, essi a vicenda nominavano il suo successore: e perchè d'ordinario non si giugneva alla tiara che in età avanzata, le elezioni del sovrano erano più frequenti che in qualunque altra monarchia elettiva: altronde la podestà pontificia poteva essere spesse volte indebolita dalle infermità, dalla vecchiaja mentre il senato de' cardinali, in gran parte composto d'uomini versati negli affari e negl'intrighi, riuniva le qualità proprie delle aristocrazie, la costanza, la saviezza, l'esperienza e lo spirito di corporazione. Ad ogni vacanza della santa sede, il conclave, prima di nominare il nuovo pontefice, non ommetteva mai di prescrivere limiti alla sua potenza, di correggere gli abusi con nuove leggi, d'imporre condizioni ai candidati, ratificandole con giuramento. Tenendo press'a poco la medesima pratica era stata colle capitolazioni ristretta l'autorità degl'imperatori di Germania, e nello stesso modo i correttori della promission ducale avevano annientate le prerogative dei dogi di Venezia. Ogni vacanza del trono di Polonia era sempre stata contraddistinta da alcune conquiste della nobiltà sui re; e siccome i cardinali rinnovavano i loro tentativi colla medesima costanza, ma più frequentemente; e siccome coloro che, essendo più riputati nel cristianesimo, godevano miglior concetto di virtù e di santità, erano altresì quelli che davano maggiore importanza ai privilegi del loro capo ed alla libertà della Chiesa, doveva credersi che il governo della corte di Roma fosse per diventare assolutamente aristocratico.

Ma i limiti dell'autorità reale venivano garantiti coi giuramenti dei re; e si dovette riconoscere senza dubbio con istupore che questo atto religioso non conservava veruna efficacia sui preti[308]. Una delle prerogative che i papi si erano attribuite, e che diffendevano con maggiore ostinazione era quella di sciogliere i fedeli dagl'imprudenti giuramenti; e forse, in una religione che ammette voti eterni, era necessario che vi fosse nella Chiesa un'autorità che potesse dispensarli. Il papa aveva ricevuto in nome di Dio gli obblighi assunti sotto il giuramento verso la sua Chiesa, ed egli solo, e giudice e parte, poteva dispensarsi.

Bentosto suppose di avere ancora il diritto di sciogliere i giuramenti che legano gli uomini tra di loro, e fu veduto rompere di propria autorità tutti i patti e le alleanze, i giuramenti di fedeltà dei sudditi verso i sovrani, ed i giuramenti di guarentigia dei sovrani verso i sudditi. In forza di questo diritto, ch'egli pretendeva inerente alla sua sede, si dispensò egli stesso il primo da tutto quanto aveva promesso. Quanto più i conclavi furono zelanti nel decimoquinto secolo di volere da cadaun membro del sacro collegio il giuramento d'osservare i patti convenuti qualunque volta dallo Spirito Santo venisse prescelto, altrettanto i papi furono più costanti nell'annullare colla loro suprema autorità i giuramenti emessi come cardinali, sebbene non si fosse ommesso di farglieli rinnovare nell'istante della loro coronazione. Fino nel 1353 Innocenzo VI aveva stabilito con una costituzione lo scandaloso principio, che veruna promessa, verun giuramento, emesso prima di essere papa, poteva limitare l'autorità pontificia, perchè i cardinali, quando la Chiesa era priva del suo pastore, altra autorità non avevano che quella di crearne un nuovo. Questo principio viene rappresentato come una delle invariabili leggi della Chiesa dal suo annalista[309], che scriveva nel diciassettesimo secolo; desso è in vigore anche al presente.

Questa sottigliezza, che faceva perdere di mira i doveri di quello che aveva emesso il giuramento, per mostrare i limiti dei diritti di coloro che lo avevano imposto, non aveva per altro potuto fare ammettere senza opposizione, nemmeno in sul declinare del decimoquinto secolo e nella totale depravazione in cui era caduta la corte di Roma, l'immorale principio che autorizzava lo spergiuro del capo della religione. I prelati i più distinti pei loro lumi, la loro pietà ed i loro costumi, eransi altamente dichiarati contro tanto scandalo. Giacomo Ammanati, cardinale di Pavia, Bessarione, cardinale di Nizza, Giovanni Carvajale, cardinale spagnuolo, avevano costantemente riclamati i giuramenti emessi da Paolo II avanti di esser papa; e l'ultimo erasi immortalato agli occhi della Chiesa colla sua coraggiosa irremovibile opposizione alla costituzione, che doveva annullarli[310].

Ma il senato de' cardinali partecipava ai vizj di colui che solo aveva l'autorità di nominarne i membri; bisognava veramente che Paolo II e Sisto IV avessero riempito il sacro collegio di loro creature, perchè si potessero in seguito vedere elezioni come quelle d'Innocenzo VIII e di Alessandro VI. Se il poco scrupoloso conclave, che si adunò dopo la morte di Sisto IV, volle ancor esso imporre condizioni al papa che stava per eleggere, lo fece piuttosto per provvedere ai proprj personali interessi che a quelli della Chiesa. I cardinali pretesero prima d'ogni altra cosa l'accrescimento delle loro proprie entrate. Veruno di loro non doveva avere meno di quattro mila fiorini d'entrata, la qual somma doveva essere loro completata dalla camera apostolica, se i loro beneficj non vi ammontavano. Chiedevano inoltre che niuno di loro non potesse essere percosso da censure, da scomunica, o da giudizio criminale, se la sentenza che li condannava non veniva sanzionata dai due terzi delle voci del loro sacro collegio. Una clausola ancora più importante fu quella con cui limitarono il loro numero a ventiquattro. Il futuro pontefice non doveva fare veruna promozione, finchè non si trovassero ridotti al di sotto di questo numero; non poteva dare il cappello a chi non avesse almeno compiuti i trent'anni; non poteva nominare che un solo cardinale nella propria famiglia; tutti coloro che verrebbero innalzati a così eminente dignità dovevano essere prima stati ricevuti dottori in teologia o in diritto, ad eccezione de' soli figli o nipoti dei re, ed ancora questi ultimi dovevano dare prova di una competente istruzione. Per ultimo il papa non doveva d'ora innanzi governare che di concerto coi cardinali; ed in tutte le occasioni importanti, ed in ispecie quando si tratterebbe di alienare qualche feudo della Chiesa, le sue bolle non dovevano avere forza senza la sanzione dei due terzi dei suffragi del sacro collegio[311]. Se le due costituzioni che contenevano tutte queste condizioni fossero diventate leggi della Chiesa, forse la corte di Roma non sarebbesi comportata nè con minore ambizione, nè con minore alterigia, ma fuori di dubbio la sua politica avrebbe dovuto essere più prudente ed i suoi capi non avrebbero dato coi loro costumi quello scandalo che doveva affrettare la riforma[312].

Dopo essersi tutti i cardinali vincolati con giuramento all'osservanza di queste condizioni, quando fossero chiamati alla sede pontificia, procedettero a raccogliere i suffragi. Attivissime pratiche, e liberalissime promesse avevano di già predisposta l'elezione[313], ed i suffragi si riunirono a favore di Giovanni Battista Cibo, genovese, cardinale prete del titolo di santa Cecilia, che fu proclamato il 29 agosto del 1484 sotto il nome d'Innocenzo VIII[314]. Nel giorno della sua installazione confermò con nuovo giuramento il trattato fatto coi cardinali, e si obbligò sotto pena di spergiuro e di anatema a non assolversi da sè medesimo, nè a farsi da altri assolvere. Pure tostocchè si sentì sicuro sul trono, abolì ed il trattato ed i suoi giuramenti, come contrarj al diritto della santa sede[315].

Ma Innocenzo VIII andava debitore della tiara a molti segreti trattati fatti con ogni cardinale; e questi trattati, perchè dovevano avere immediata esecuzione, vennero più scrupolosamente osservati. Quegli de' membri del conclave che lo aveva servito con maggiore attività e zelo, era il cardinale Giuliano di san Pietro ad Vincula, che poi fu papa sotto nome di Giulio II. Questo guerriero prelato aveva domandato in premio non beneficj ecclesiastici ma fortezze. In fatti ne ottenne molte per sè medesimo e per suo fratello Giovanni della Rovere, che Sisto IV aveva fatto principe di Sinigaglia e prefetto di Roma: questo stesso Giovanni fu da Innocenzo VIII eletto capitano generale della Chiesa, di modo che il potere ed il favore della corte di Roma non uscirono dalla casa del precedente pontefice. Tutti gli altri cardinali ebbero prelature ed abazie per prezzo de' loro suffragi. Gli scrittori contemporanei chiamano simoniaca un'elezione apparecchiata con questi mercati, che non fu possibile di tenere celati[316]: ma un panegirista d'Innocenzo VIII, enumerando queste medesime liberalità, le adduce quali testimonianze dell'animo riconoscente del nuovo pontefice[317].

Innocenzo VIII non rassomigliava al suo predecessore, e non pertanto il confronto con un uomo così odioso, quale fu Sisto IV, non riesce a suo vantaggio. Debole, corrotto, senza carattere, senza viste profonde e costanti, Innocenzo fa governato da indegni favoriti, e la di lui amministrazione fu macchiata da ogni sorta di vizj. Egli aveva sette figli naturali avuti da diverse donne, e diede alla Chiesa il nuovo scandalo di riconoscerli pubblicamente. Il maggiore de' suoi figli, per la piccolezza della statura detto Franceschetto, fu poi la radice dei duchi di Massa e di Carrara della casa Cibo. Una delle figliuole d'Innocenzo era maritata ad un banchiere, che fu incaricato dell'erario della corte: gli altri non figurano nella storia[318]. Non l'ambizione o la passione della guerra, ma l'avarizia, la dissolutezza, ed una sfacciata venalità caratterizzano la nuova corte. Innocenzo VIII fece da sè poco male, ma lasciò tutto fare agli altri, e la sua indolenza non fu ai popoli meno fatale di quel che lo fosse stato il turbolento governo del suo predecessore.

Ferdinando, re di Napoli, rallegrossi assai per l'elezione del cardinale Giovanni Battista Cibo, ch'egli risguardava come una creatura di suo padre e sua: infatti il Cibo, sebbene genovese, era stato allevato alla corte di Alfonso, ed aveva da Ferdinando ricevuto il suo primo vescovado, quello d'Amalfi[319]. Ma i papi poche volte mostraronsi riconoscenti ai sovrani che posero i fondamenti della loro fortuna; spesso desiderarono di far sentire il nuovo loro potere a quelli cui furono sottomessi, oppure si offesero perchè il rispetto non succedeva abbastanza rapidamente al tuono di benevolenza e di protezione.

L'odio che nel regno di Napoli erasi manifestato contro Ferdinando, quando era salito sul trono, non si era affatto spento nel lungo suo regno. Si confessava la destrezza della sua politica, il vigore con cui manteneva la propria autorità, l'ordine e la giustizia che faceva osservare ne' suoi stati; ma veniva invece accusato di estrema avarizia, d'inflessibile crudeltà, ed in particolare della mala fede e della perfidia di cui erano stati vittima i suoi vassalli e gli stranieri. L'odio, che mantenevasi nel cuore dei Napoletani contro Ferdinando, crebbe assai quando il suo primogenito, Alfonso, duca di Calabria, cominciò ad avere parte col padre nella pubblica amministrazione. «Niun uomo (scrive Filippo di Comines) è stato più crudele, più vizioso, più maligno, più goloso di lui. Il padre era più pericoloso, perchè niuno in lui conosceva la sua collera, perciocchè accarezzandole tradiva le persone.... Da lui non si ottenne giammai nè grazia, nè misericordia, come mi raccontarono i prossimi suoi parenti ed amici; e non mai ebbe pietà nè compassione del suo povero popolo rispetto al pagare le imposte. Egli faceva tutto il commercio del regno, fino a dare in custodia al popolo i majali, e glieli faceva ingrassare per venderli a miglior prezzo, e se alcuni morivano glieli faceva pagare. Ne' luoghi in cui si fa l'olio d'ulivo, come nella Puglia, egli e suo figlio lo comperavano, e così il grano prima che si raccogliesse, ed in appresso lo rivendevano a più caro prezzo che potevano. E se tale mercanzia abbassava di prezzo, obbligavano il popolo a comperarla; nel tempo ch'essi volevano vendere le loro derrate verun altro che loro poteva vendere[320]

Questi monopolj avevano renduta più intima l'amicizia e la confidenza tra Ferdinando e Sisto IV; andavano d'accordo nel calpestare i loro popoli, nel fare violentemente un commercio ruinoso pei loro sudditi. Innocenzo VIII, salendo sul trono, fece cessare questo scandaloso traffico, ma in pari tempo ruppe le relazioni d'amicizia e di buona vicinanza formate da Sisto; riclamò con alterigia il tributo pecuniario che il regno di Napoli doveva alla santa sede, rivocando la grazia accordata a Ferdinando di convertire, fin ch'esso viveva, tale tributo nella somministrazione d'una cavalla[321]. Manifestò scopertamente il suo malcontento verso quella casa d'Arragona, cui andava debitore della sua grandezza; fece valere l'alto dominio della santa sede sul regno; invitò i baroni napolitani a presentargli le loro lagnanze contro Ferdinando, e si eresse in qualche modo giudice delle controversie tra il monarca ed i sudditi.

Un atto di violenza, esercitato nel seguente anno (1485) dal duca di Calabria, somministrò al papa l'occasione di dispiegare tutte le sue pretese. La città dell'Aquila negli Abruzzi, approfittando della sua forte posizione in mezzo alle montagne, della ricchezza del suo territorio e de' suoi numerosi abitanti, aveva conservati, sotto la protezione del re di Napoli, tutti i privilegj di una repubblica; nominava i suoi magistrati, riscuoteva le sue imposte; non permetteva alle truppe reali d'alloggiare entro le sue mura; e di propria autorità faceva trattati ed alleanze ancora coi nemici del re. In tal maniera era alleata della casa Colonna, i di cui feudi stendevansi lungo i suoi confini; nè questa alleanza era stata distrutta dalla guerra che Ferdinando aveva fatta ai Colonna d'accordo con Sisto IV; e perchè Innocenzo VIII non aveva che a lodarsi di questa potente casa, e cercava di rifarla con tutto il suo credito della passata persecuzione, i Colonna davano alla città dell'Aquila un nuovo appoggio presso la corte di Roma[322].

La famiglia dei Lalli, conti di Montorio, esercitava nell'Aquila da oltre un secolo, e fino dai tempi di Giovanna I, un'autorità non minore di quella dei Medici in Firenze. Il suo capo era in allora messer Pietro Lallo. Meditando il duca di Calabria di spogliare gli abitanti dell'Aquila di tutti i loro privilegj, giudicò conveniente di privarli in principio del loro primo magistrato. Teneva Alfonso accantonata a Cività di Chieti l'armata che aveva ricondotta dalla guerra di Ferrara, ed invitò il conte di Montorio a recarsi presso di lui per trattare intorno agli affari della provincia. Il conte non aveva mai avuto nemmeno il pensiero di nuocere al governo, onde ubbidì senz'alcun sospetto. Il duca di Calabria lo fece arrestare il 28 giugno del 1485[323], obbligò la di lui moglie a recarsi a Napoli, e nello stesso tempo fece marciare verso l'Aquila un corpo di truppe, che, entrato un poco alla volta, per non dare sospetto, si trovò padrone della piazza, prima che gli abitanti incominciassero a diffidare di nulla. Per altro i magistrati aquilani supplicarono rispettosamente il duca di richiamare le truppe, in conformità dei loro privilegj. Replicarono più volte, ma sempre senza effetto le loro istanze; finalmente il 25 ottobre ordinarono a tutti i borghesi di prendere le armi; attaccarono nelle strade i soldati napolitani, parte ne uccisero, altri posero in fuga, e dichiarando allora che il re Ferdinando aveva perduta ogni sovranità sopra di loro per averne abusato, si diedero alla Chiesa, a condizione che proteggesse la loro libertà[324].

Innocenzo VIII non si mostrò difficile ad accettare l'offerta degli abitanti dell'Aquila; prese sotto la sua protezione il conte e la contessa di Montorio, fece passare, attraverso ai feudi dei Colonna, de' soldati nell'Abruzzo; eccitò i baroni del regno ad unirsi per la difesa della loro libertà in una confederazione generale, di cui voleva esser egli capo, e si apparecchiò alla guerra. Seppe bentosto che Ferdinando, per far dimenticare il malcontento e l'insurrezione dell'Aquila, aveva il 16 di novembre ridonata la libertà al conte di Montorio, dopo averlo guadagnato al suo partito; ma il papa scrisse a questo signore per felicitarlo, senza perciò rinunciare a' suoi apparecchj di guerra[325].

Mentre Innocenzo VIII eccitava i baroni napolitani a prendere le armi contro il loro re, questi gl'invitava a Napoli ad una adunanza del suo parlamento. Soltanto tre grandi signori ebbero il coraggio d'intervenire, il conte di Fondi, il duca d'Amalfi ed il principe di Taranto: tutti gli altri ricusarono di porsi tra le mani del re, fermamente persuasi che avrebbe fatto a tutti tagliare il capo[326]. Invece di prendere la strada di Napoli si adunarono tutti presso il duca di Melfi nella città dello stesso nome, sotto pretesto di assistere alle nozze di Trajano Caracciolo, suo figlio. Si trovò a quest'adunanza il grande ammiraglio del regno, Antonio di Sanseverino, principe di Salerno; il grande contestabile, Pietro del Balzo, principe d'Altamura; il grande siniscalco, Pietro di Guevara, marchese del Vasto; Girolamo Sanseverino, principe di Bisignano; Andrea Matteo Acquaviva, duca d'Atri; il duca di Melfi; quello di Nardo; i conti di Lauria, di Melito, di Nola, ed altri gentiluomini di minore importanza. Questi signori erano determinati di non soffrire più oltre l'oppressione in cui languivano; erano entrati in corrispondenza con Innocenzo VIII; avevano altresì delle intelligenze con due confidenti del vecchio re, di cui il duca di Calabria era geloso, e che voleva perdere; uno era Francesco Coppola, conte di Sarno, che aveva amministrati i danari del re nel di lui commercio di monopolio; l'altro Antonio Petrucci, che il re aveva fatto suo segretario. Avevano ambidue ammassate in corte grandi ricchezze, che solleticavano la cupidigia d'Alfonso[327].

Questi, conoscendo l'universale malcontento della nobiltà, tenne per indubitato che l'adunanza di Melfi terminerebbe con una ribellione. Volle perciò prevenire i faziosi colla rapidità de' suoi attacchi. Piombò all'improvviso sul conte di Nola, occupò tutte le sue fortezze, e sorprese la consorte e due figli del conte, che mandò prigionieri a Napoli. Era sua intenzione di fare lo stesso rispetto agli altri malcontenti, prima che avessero riunite le loro forze; ma la ribellione, affrettata da questa violenza, scoppiò contemporaneamente in tutto il regno, ed il duca di Calabria si vide sforzato ad usare ogni riguardo verso nemici assai più numerosi ch'egli non aveva creduto.

Sebbene fosse di già scoppiata la guerra, nè il re, nè i suoi baroni, nè il papa trovavansi apparecchiati a combattere; perciò si prese da ogni parte a negoziare, piuttosto per guadagnar tempo e per ingannarsi gli uni gli altri, che per riconciliarsi. Gli ambasciatori di Ferdinando si presentarono alla fine d'agosto a Firenze ed a Milano, per domandare a questi due stati i soccorsi che erano obbligati di somministrare in forza del loro trattato d'alleanza[328]. Lodovico Sforza, la di cui oscura politica pareva non avere altro scopo, che di sorprendere e di confondere i suoi alleati, evitò per qualche tempo, sotto diversi pretesti, di annunciare ciò che voleva fare. Ma la repubblica fiorentina, strascinata da Lorenzo de' Medici, promise al re una vigorosa assistenza, e s'incaricò d'attaccare il papa negli stati medesimi della Chiesa, mentre che Ferdinando combatterebbe contro i suoi baroni. Lo Sforza essendosi in ultimo dichiarato per lo stesso partito, assoldarono a comuni spese il conte di Pitigliano, il signore di Piombino, e tutti i capitani della casa Orsini; ed in novembre attaccarono Innocenzo VIII[329].

Il papa dal canto suo aveva cercati alleati nel restante dell'Italia ed in Francia. Per affezionarsi i Veneziani gli aveva assolti da tutte le censure pronunciate contro di loro da Sisto IV[330]. Aveva voluto far loro sentire essere giunto l'istante di vendicarsi del re di Napoli; ma questa saggia repubblica, che cominciava appena a respirare dopo i mali sostenuti nelle precedenti guerre, non trovò bastantemente valutabili le sue ragioni per entrare in nuove ostilità. Si limitò a cedere al papa il suo generale, Roberto di Sanseverino, che passò al servizio della Chiesa co' suoi due figli e trentadue squadroni di cavalleria[331]. Nello stesso tempo Innocenzo offriva a Renato II, duca di Lorena, che risguardava quale rappresentante della casa d'Angiò, l'investitura del regno di Napoli. Innocenzo non dubitava di non trovare questo principe apparecchiato a tentare un'intrapresa che egli giudicava gloriosa; ma in quel tempo Renato era costretto di trattare alla corte di Francia la causa di nullità del testamento di suo avo, che l'escludeva dalla sua successione. Perciò non ottenne dal re che il meschino soccorso di venti mila franchi in danaro, e di cento lance, per tentare la conquista di un regno cui pretendeva anche lo stesso Carlo VIII; e perchè non voleva depauperare la Lorena per una guerra, da cui probabilmente non isperava felici successi, e che in verun caso non sarebbe favorevole a questo ducato, egli rinunciò alla sua spedizione[332].

Frattanto Ferdinando aveva fatto dichiarare ai suoi baroni d'essere disposto ad ascoltare le loro lagnanze, ed a riformare gli abusi di cui si dolevano. Questi avevano incaricato il conte di Bisignano di esporre i loro gravami; ma perchè in allora speravano di essere sostenuti dal papa, dai Veneziani e dal duca Renato, fecero al re delle domande ch'essi medesimi credevano assolutamente inammissibili. Rispose Ferdinando di essere apparecchiato a segnare la pace alle condizioni che sarebbero proposte dai baroni, ed il suo secondo figlio, Federico, recossi alla loro assemblea con quest'accettazione piena ed intera. L'estrema condiscendenza di Ferdinando, invece di agevolare le negoziazioni, spaventò i confederati, i quali facilmente conobbero, essere intenzione del loro padrone di tutto accordare, di tutto giurare, e di non rispettare verun giuramento. Invece d'accettare la pace alle condizioni da loro stessi proposte, offrirono la corona a Federico d'Arragona, ch'era venuto presso di loro per riconciliarli al re suo padre. Questo virtuoso principe aveva loro inspirato tanto affetto e tanto rispetto, quanto era l'odio e la diffidenza che nutrivano per suo fratello. Se fosse stato il legittimo erede del trono, avrebbe senza dubbio salvata la casa di Arragona dalla sventura ond'era minacciata; ma egli non poteva accettare colpevoli offerte, e preferì di rimanere prigioniere de' ribelli, piuttosto che regnare sopra di loro[333].

Credeva il re che il numeroso partito formato contro di lui sarebbe spinto dalla guerra a vigorose misure, mentre che, continuando a negoziare, il rispetto per l'autorità reale fermerebbe tutti gli sforzi di una lega mal assodata, e che non tarderebbe e sentire gli effetti della discordia. Diede dunque a suo nipote Ferdinando, principe di Capoa, un'armata d'osservazione, incaricata soltanto di contenere i ribelli, mentre affidò il nerbo delle sue forze al duca di Calabria, che marciò verso Roma per unirsi al conte di Pitigliano ed agli Orsini, assoldati dal duca di Milano e dalla repubblica di Firenze[334].

Niuna segnalata azione ebbe luogo in questa guerra: Roberto di Sanseverino volle farsi strada a traverso agli stati della Chiesa per raggiugnere nel regno di Napoli i baroni che lo aspettavano; ma il duca di Calabria, rinforzato dagli Orsini, si propose di trattenerlo[335]. I Fiorentini, sempre lenti a porsi in movimento, non agirono vigorosamente che nella campagna del 1486. Allora estesero le loro pratiche a tutte le città della Chiesa che confinavano col loro territorio. I Baglioni dovevano far ribellare Perugia, e ristabilirvi il governo repubblicano; i figli di Niccolò Vitelli, di fresco morto, dovevano coll'ajuto de' loro partigiani ricuperare la signoria di Città di Castello; Giovanni dei Gatti dovea tentare di far valere i diritti di sua famiglia sopra Viterbo; le città d'Assisi, Foligno, Montefalco, Todi, Spoleti ed Orvieto avevano tutte nel loro seno un partito che manteneva intelligenze coi Fiorentini[336]. Vero è che niuna di queste trame fu condotta a felice fine; ma il papa, che n'era informato, costretto per tenere tutte queste città in dovere a dividere le sue forze, non potè somministrare ai baroni napolitani i promessi sussidj.

Frattanto le due armate del duca di Calabria e del Sanseverino, che si erano lungo tempo minacciate, scontraronsi all'ultimo l'8 maggio del 1486 al ponte di Lamentana. Si attaccò la zuffa tra i due corpi di cavalleria, ma con tanto poco ardore militare, che, per quanto si disse, non vi furono nè morti, nè feriti. Siccome però il duca di Calabria aveva fatti dei prigionieri al Sanseverino, e cacciatolo fuori del campo di battaglia, si suppose che fosse rimasto vittorioso[337]. Allora s'accostò a Roma, e gli Orsini, che tenevano le sue parti, gettarono la città in grandissima confusione, perciocchè quanto meno la guerra era pericolosa pei soldati, altrettanto riusciva ruinosa per i popoli.

Il pericolo di tutto lo stato della Chiesa, il guasto delle campagne, la ruina della medesima capitale, facevano di già che il debole Innocenzo si pentisse d'essere entrato in una lotta superiore alle sue forze. Accendendo un'imprudente guerra, egli non aveva prese le necessarie misure per sostenerla; diffidava di tutti, e colla sua irresoluzione lasciava sfuggire gli estremi partiti che avrebbe potuto prendere. Lorenzo de' Medici accrebbe ancora la sua irrisolutezza ed i suoi timori facendogli venire tra le mani false lettere di Roberto di Sanseverino, che dovevano farlo sospettare traditore[338]. I cardinali lo andavano tutti confortando a metter fine ad una guerra ruinosa; il solo cardinale Balue che, come Francese, trovavasi di contrario sentimento a tutto il sacro collegio, gli ricordava i passi fatti dalla corte di Roma presso il re di Francia, e protestava che il papa non poteva, senza disonorarsi, abbandonare un'impresa, per la quale tutta la Francia aveva di già prese le armi. Il vice cancelliere, Roderigo Borgia, gli rispose con così violenti modi, che a stento si potè impedire che i due cardinali non venissero alle mani[339].

Ferdinando ed Isabella, re di Arragona e di Castiglia, cercavano per mezzo dei loro ambasciatori di ristabilire la pace nel mezzodì dell'Italia. La riunione dei due regni dava loro una grande preponderanza nella politica dell'Europa. Ferdinando era inoltre re di Sicilia, ed aveva per conseguenza un diretto interesse ad allontanare dal regno dell'altro Ferdinando, suo cugino, i pretendenti Francesi, che potevano far vacillare il suo proprio dominio. D'altra parte doveva temere per la Sicilia un'invasione de' Turchi, che avrebbero così potuto fare una potente diversione alla guerra ch'egli portava nel regno musulmano di Granata. Premeva dunque ai re di Spagna che l'Italia si mantenesse in pace per parer formidabile agli stranieri; quindi offrirono la loro mediazione tra il papa ed il re di Napoli. Il vescovo d'Oviedo e Francesco di Roxas vennero a Roma per trattare, e furono dopo alcun tempo raggiunti da don Inigo de Mendoza, conte di Tendilla, e tutte le parti parvero ugualmente premurose di accettare la loro mediazione[340].

Ferdinando di Napoli accordò al papa tutte le sue domande. Si obbligò di pagare alla Chiesa l'annuo tributo con tutti gli arretrati; riconobbe come vassalli immediati della Chiesa e le città dell'Aquila e tutti i baroni che avevano fatto omaggio al papa de' loro feudi. Convenne soltanto che i censi annualmente pagati alla Chiesa da questa città e da questi baroni si ricevessero in conto del tributo di cui dichiaravasi debitore verso la santa sede. Non solo si accontentò di perdonare a tutti i suoi baroni, ma li dispensò ancora di venire a rendergli omaggio a Napoli, loro permettendo di trattenersi nelle loro fortezze, in mezzo ai proprj vassalli, e non pertanto offrendo garanti della loro sicurezza i re di Arragona e di Castiglia, il duca di Milano e Lorenzo de' Medici. Questo trattato, senza essere partecipato ai cardinali, fu sottoscritto in Roma l'undici agosto, ed immediatamente pubblicato[341].

I due confidenti di Ferdinando, che avevano mantenuta coi ribelli una segreta corrispondenza, non erano esplicitamente compresi nel trattato. Perciò Ferdinando, ricevendo il 13 agosto la notizia della soscrizione della pace, per mescolare il terrore alla speranza, fece arrestare Francesco Coppola, conte di Sarno, i conti di Carinola e di Policastro suoi figliuoli, Antonio Petrucci, suo segretario, e due de' loro confidenti. I loro beni, che, per quanto si diceva, ammontavano a trecento mila ducati, furono confiscati, e pochi giorni dopo si fecero perire tutti questi prigionieri fra i più crudeli supplicj[342]. I baroni, ch'erano stati in guerra col re, credettero, per pochi istanti, di essere stati dal trattato di pace abbandonati alla sua vendetta, fors'anche per una segreta collusione delle stesse potenze che avevano guarentita la loro sicurezza. Il gran siniscalco, Pietro di Guevara, morì di dolore vedendo l'avvilimento in cui era caduto il suo partito. Antonio di Sanseverino, principe di Salerno, troppo ben conoscendo Ferdinando per non fidarsi giammai alla sua fede, passò in Francia, e dopo lunghe pratiche ottenne finalmente di suscitargli contro un vendicatore[343]. Gli altri baroni, ritirati nelle loro terre, furono qualche tempo dal re risparmiati, onde cominciarono a lusingarsi che la loro causa non fosse agli occhi del re la medesima che quella del conte di Sarno e del Petrucci.

Frattanto Ferdinando, dopo essersi accertato che il re di Spagna, il duca di Milano e Lorenzo de' Medici non si curerebbero punto dell'esecuzione delle sue promesse, non tardò a violarle tutte sfrontatamente. Nel mese di settembre fece entrare nell'Aquila quello stesso conte di Montorio, ch'egli aveva fatto arrestare un anno prima, ma che in appresso aveva saputo interamente affezionarsi. Il conte piombò all'impensata sui soldati d'Innocenzo VIII, parte ne uccise e parte obbligò a fuggire; fece giustiziare l'arcidiacono, capo del partito della Chiesa, e rappresentante del papa all'Aquila, e tutta senza riserva sottomise la città al potere del re[344].

Nè i baroni si sottrassero lungo tempo alla perfidia del re; il 10 ottobre, o secondo altri il 10 giugno seguente, fece arrestare i principi d'Altamura e di Bisignano, i duchi di Melfi e di Nardo, i conti di Morcone, di Lauria, di Melito, di Nola, e molti altri gentiluomini. È comune opinione che tutti questi signori furono immediatamente uccisi, e che i loro corpi, chiusi entro sacchi, vennero gettati in mare. Ma Ferdinando, per tenere a freno i loro partigiani, volle far credere che li custodiva come ostaggi, e faceva, per accreditare questa voce, portare ogni giorno vittovaglie alla loro prigione. Poco dopo vennero pure imprigionati le consorti ed i figli di que' signori, e confiscate tutte le loro sostanze. La sola principessa di Bisignano potè salvarsi, fuggendo, colla sua famiglia. Nello stesso tempo il re fece perire Marino Marzano, duca di Suessa, che da circa venticinque anni languiva nelle carceri[345].

Il re, più non avendo che temere per parte de' suoi baroni, depose ogni avanzo di rispetto per il papa. Continuò a disporre, senza consultarlo, di tutti i beneficj ecclesiastici de' suoi stati; ricusò l'annuo tributo che si era obbligato di pagare, e quando fu da Innocenzo VIII mandato alla sua corte il vescovo di Cesena, per lamentarsi intorno a questi due punti, rispose Ferdinando, che meglio del papa conosceva i proprj sudditi, e che meglio di lui sapeva quali fossero degni di avanzamento; soggiunse di essere senza danaro, e che altronde aveva sostenute tante spese per la Chiesa, che ben meritava di godere di una più lunga esenzione[346]. Roberto di Sanseverino, sapendo che il trattato di pace non conteneva veruna clausola a suo favore, si pose in cammino per passare colla sua cavalleria nel territorio di Venezia, risoluto di farsi strada colle armi. Aveva di già passato Todi e Borgo san Sepolcro, quando il duca di Calabria si fece ad inseguirlo; e perchè il duca incoraggiava a resistere tutte le città, cui il Sanseverino si avvicinava, cominciò bentosto a guadagnare qualche marcia. Giovanni Bentivoglio e i Bolognesi chiusero all'ultimo il passaggio al generale del papa, il quale fu forzato di abbandonare tutti i suoi equipaggi e la maggior parte della sua armata, mentre con soli cento cavalleggeri si sottrasse ai suoi nemici, ed entrò nello stato veneziano[347].

Giammai la santa sede aveva fatta una più vergognosa pace di quella che aveva soscritta allora Innocenzo VIII. Senza aver provata veruna grande disfatta, che potesse rendere ragione di tanta debolezza, egli aveva sagrificato il generale venuto a servirlo dall'altra estremità dell'Italia, aveva abbandonati tutti gli obblighi contratti con Renato di Lorena e colla corte di Francia, ed aveva fatti strascinare in prigione e morire tra i supplicj uomini che d'altro non erano colpevoli che di avere sostenuto il suo partito, e ch'egli aveva solennemente promesso di difendere. Perdeva il tributo del regno di Napoli, e la presentazione ai beneficj che conservava il solo Ferdinando; e per colmo di vergogna tutti questi oltraggi gli venivano fatti in onta di un trattato solennemente giurato, ed annunciato a tutta l'Europa, senza ch'egli osasse manifestare il più leggiere risentimento. Innocenzo VIII, che pure fece qualche debole tentativo per farsi pagare da Ferdinando, non fece un cenno per salvare gli sgraziati, vittime del loro attaccamento alla santa sede. Non perciò ommise di conservare col re di Napoli relazioni di buona vicinanza, non invocò la garanzia dei mediatori del trattato di Roma, e bentosto gettossi totalmente tra le braccia di uno di loro. Egli sentiva la propria debolezza, aveva bisogno di trovare della forza, desiderava di essere guidato come un cieco, e scelse per suo confidente e per sua guida quello in cui aveva trovata la più vigorosa opposizione, Lorenzo de' Medici, l'alleato ed il salvatore di Ferdinando.

Questo illustre capo della repubblica fiorentina aveva trovato un ragionevole malcontento nello stesso consiglio dei settanta, ch'egli aveva creato, quando avea voluto persuadere i Fiorentini ad assecondare Ferdinando in una ingiusta oppressione, inimicandosi la Chiesa, la di cui nimicizia era sempre formidabile. Il suo storico Valori protesta che mai non parlò con tanta eloquenza, come quando trasse nella sua opinione i suoi colleghi a favore del re di Napoli[348]. Non aveva altresì avuto mai bisogno di maggiore artificio, quanto in questa circostanza, in cui voleva al proprio personale vantaggio far sagrificare il vero interesse ed i principj della repubblica. Lorenzo riuscì ad ottenere alla sua famiglia l'amicizia di Ferdinando coi beneficj, quella d'Innocenzo VIII col fargli paura: ma nè l'uno nè l'altro erano i veri alleati che doveva procacciarsi Firenze; da nessuno di loro poteva la repubblica ripromettersi costanza di affetto o uniformità di politica. Firenze era decaduta dalla sua grandezza dopo che aveva abbandonato il sistema degli Albizzi, e che più non faceva causa comune con tutti i popoli liberi. I Medici umiliati, vedendosi considerati nelle altre repubbliche come semplici cittadini, manifestavano della gelosia contro Venezia, ispiravano diffidenza verso Genova, Lucca e Siena: finalmente riponevano ogni loro arte nel mantenere uno spirito di rivalità tra la loro patria e le città libere. Dopo tale epoca Firenze più non ebbe partigiani ereditarj nel rimanente dell'Italia; sapevasi ovunque che la sua alleanza dipendeva dai segreti intrighi del gabinetto, e che era variabile come gl'interessi del giorno, come i favori dei principi; coloro che soffrivano per la più giusta causa non erano più sicuri de' suoi ajuti; ed a vicenda più non pensarono a soccorrerla che quando sentironsi invitati da un interesse presente.

La vanità di Lorenzo de' Medici era soddisfatta, qualunque volta trattava coi principi, e Ferdinando aveva per lui tutti i riguardi riservati ai sovrani. Suo figlio Pietro venne accolto alle nozze d'Isabella d'Arragona con Giovanni Galeazzo con maggiore rispetto assai che non gli ambasciatori della repubblica[349]. Dal canto suo Innocenzo VIII non istringeva alleanza con Firenze ma coi Medici. Suo figlio, Franceschetto Cibo, sposò Maddalena, figliuola di Lorenzo e della Clarice Orsini. In quest'occasione Clarice fu pomposamente ricevuta alla corte di Roma, come suo padre, Virginio Orsini, sebbene dal principio di questo pontificato fosse sempre stato in guerra colla santa sede. Tutti gli Orsini, ch'erano stati perseguitati con accanimento, furono richiamati al favore ed all'onnipotenza in Roma. Finalmente il papa promise al fratello di sua nuora, al secondo figlio di Lorenzo de' Medici, un cappello cardinalizio. Questi, la di cui fortuna cominciava in tale maniera, doveva un giorno essere il papa Leon X; in allora era un fanciullo, nè mai la prima dignità della Chiesa erasi ottenuta in più tenera età. Il matrimonio di Franceschetto Cibo con Maddalena de' Medici non si celebrò che in novembre del 1487, e la consacrazione di Giovanni de' Medici venne differita fino al principio del 1492[350].

Lorenzo de' Medici erasi appena riconciliato colla Chiesa, quando rendette ad Innocenzo VIII un eminente servigio, terminando per lui onorevolmente una piccola guerra, che minacciava di tirarsi dietro grandi disastri. La città d'Osimo nella Marca aveva provata una rivoluzione, in seguito della quale aveva scosso il giogo del dominio ecclesiastico, e Boccolino Guzzoni, uno de' suoi cittadini, erasene fatto dichiarare signore. Questo piccolo sovrano, abbandonato alle sole piccole sue forze, sarebbe stato facilmente ricondotto all'ubbidienza verso la Chiesa, ma di que' tempi Bajazette II, rimasto vincitore nelle guerre civili de' Turchi, aveva ripreso il progetto di penetrare in Italia. Alcuni branchi di avventurieri musulmani avevano fatti varj sbarchi nella Marca d'Ancona, avevano tentato di sorprendere Fano, ed avevano trovato negli stati del papa corrispondenti e partigiani, come ne avevano prima trovato in quelli di Ferdinando[351]. Boccolino, che appena poteva sperare di trovare alleati in Italia, fece offrire a Bajazette II di tenere da lui in feudo la città di Osimo, e mandò suo fratello a Costantinopoli, mentre che un agente del sultano venne a Venezia per condurre a buon termine questo trattato. Giace la città di Osimo a qualche distanza dal mare, ed Innocenzo VIII, per comprimere una ribellione che poteva avere così funeste conseguenze, aveva subito spedito nella Marca il cardinale Giuliano della Rovere, che aveva troncate le comunicazioni di Boccolino col mare; in appresso lo aveva assediato in Osimo, piazza abbastanza forte e che vigorosamente si difendeva: e se la guarnigione turca, che vi si aspettava, fosse entrata entro le sue mura, è probabile assai che difficilmente si sarebbero scacciati i Turchi dagli stati della Chiesa[352]. Lorenzo de' Medici interpose la sua mediazione per terminare questa pericolosa guerra: mandò il vescovo di Arezzo a Boccolino, e lo persuase a vendere al papa la città di Osimo per sette mila fiorini. Boccolino venne in seguito a Firenze, ove fu ben accolto; ma quando passò di là a Milano, fu arrestato mentre entrava in questa città, ed appicato senza formalità di giudizio, e senza avere riguardo alla protezione di Lorenzo, o forse con segreta sua intelligenza[353].

Omai non restava altra guerra in Italia che quella tra le repubbliche di Firenze e di Genova, la quale non era stata terminata dal trattato di Bagnolo del 1484, e non lo fu in quello di Roma del 1486. Il primo aveva lasciato ai Fiorentini il diritto di procurarsi colle armi la restituzione di Sarzana, che loro aveva tolto Agostino Fregoso; e questi a tale oggetto avevano preso al loro soldo il conte Antonio di Marciano e Rannuccio Farnese, e gli avevano mandati in Lunigiana nel settembre del 1484[354].

Aveva allora Genova per doge quello stesso Paolo Fregoso, suo arcivescovo, che due volte nel 1464 erasi assiso sul trono ducale; che vi si era mantenuto con inauditi assassinj, e che si era dato alla pirateria, quando n'era stato discacciato. Era tornato in patria nel 1479 col resto della sua famiglia. Suo nipote Battista era stato allora proclamato doge; lo stesso Paolo era stato decorato da Sisto IV del cappello cardinalizio, ed incaricato del comando della flotta, mandata contro i Turchi. Ma nè questi onori, nè il rango che occupava nella Chiesa e nella patria, nè l'ascendente che aveva sul doge Battista Fregoso, suo nipote, erano bastanti a soddisfare l'ambizioso arcivescovo. Accusò Battista presso i capi della sua fazione di durezza, di arroganza, d'ingiustizia; pretese che questo doge negoziasse coll'imperatore per assoggettargli Genova, onde averla in appresso da lui in feudo, si associò Lazzaro Doria, il quale aveva come lui molti faziosi sotto i suoi ordini, ed essendo il doge suo nipote venuto a visitarlo nell'arcivescovado il 25 di novembre del 1483, lo fece arrestare, e gli chiese, a nome di tutta la famiglia, di deporre la corona imperiale, e nol rilasciò che dopo fattisi consegnare il palazzo pubblico e le fortezze. Dopo ciò, avendo Paolo Fregoso adunato un consiglio di 300 cittadini, si fece coi loro suffragi proclamare doge di Genova[355].

Questo capo di faziosi, destro ed intraprendente, era uno de' più formidabili avversarj che i Fiorentini potessero avere in tempo che cercavano di ricuperare Sarzana. Più non trattavasi di contrastare al solo Agostino Fregoso il possesso della piccola città di cui riclamavano il dominio, ma al doge, e nello stesso tempo alla banca di san Giorgio. Questa compagnia mercantile, sotto colore d'amministrare le entrate de' creditori dello stato di Genova, aveva un governo rappresentativo, un tesoro, un'armata, ed un sistema di libertà e d'amministrazione migliore d'assai che quello della repubblica, nel di cui seno era instituita[356]. Agostino Fregoso, che non sentivasi abbastanza forte per difendere solo Sarzana, aveva ceduto a questa banca tutti i suoi diritti.

La banca di san Giorgio possedeva egualmente il forte castello di Pietra santa, che signoreggia il passaggio della Lunigiana sulla strada di Firenze a Sarzana[357]. Questo castello è posto in una fertile pianura, coperta di uliveti, e chiusa tra le montagne ed il mare. Le acque, che non vi trovano facile scolo, vi formano alcuni pantani, che infettano l'aria di questa campagna. Pietra Santa era stata fabbricata nel XIII.º secolo da un podestà fiorentino; l'avevano posseduta a vicenda i Pisani ed i Lucchesi, e dalla repubblica fiorentina era stata venduta l'anno 1343. La banca di san Giorgio vi teneva allora una guarnigione di trecento uomini; ed ai Fiorentini riusciva difficile l'attaccare Sarzana senza possedere Pietra Santa. Ma questi, che pure non si risguardavano in guerra coi Genovesi, non vollero cominciare le ostilità contro questa fortezza. Accadde però che un convoglio, accompagnato da debole scorta, passando presso le mura di Pietra Santa, fu svaligiato dalla guarnigione. Dopo ciò si credettero in diritto i Fiorentini d'assediarla, e la guerra invece di essere diretta contro Agostino Fregoso, diventò aperta tra i due stati[358]. Dal canto loro i Genovesi mandarono Costantino Doria con una flotta di dieci galere e quattro vascelli rotondi per guastare Livorno, Vado e tutte le coste della Toscana[359].

Il cattivo aere di Pietra Santa fece nell'assedio di questa piccola città, cominciato nella stagione delle febbri, perdere molta gente. Furonvi poche azioni militari; non per anco erano state piantate le batterie contro le mura, e di già i tre capitani de' Fiorentini, i conti di Pitigliano e di Marciano e Rannuccio Farnese, erano ammalati, e la maggior parte de' soldati incapaci di servire; onde il 10 ottobre stavano omai per levare l'assedio[360], quando i Fiorentini mandarono alla loro armata considerabili rinforzi con tre nuovi commissarj. Questi si sforzarono di far capire ai soldati che in un clima caldo e malsano l'autunno era la stagione di cominciare non di terminare la campagna, e li persuasero a restare tuttavia sotto Pietra Santa, ed il 21 e 22 ottobre li condussero all'assalto di due ridotti, di cui s'impadronirono, l'uno al salto della Cervia, e l'altro nella valle di Corvara; per mezzo di questi la guarnigione aveva potuto mantenersi in comunicazione colle montagne. In uno di questi attacchi fu per altro ucciso il conte di Marciano, i tre nuovi commissari, Guicciardini, Gianfigliazzi e Pucci, furono assaliti dalla febbre epidemica, onde fu mandato in loro vece Bernardo del Nero. Arrivò questi al campo il 2 di novembre, quando la guarnigione era omai ridotta a mancare di vittovaglia; si diede l'assalto alla piazza il 5 novembre, ed i Fiorentini rimasero padroni di un bastione. Allora Lorenzo de' Medici, che non s'avvicinava di buon grado agli accampamenti quando poteva esporsi a qualche rischio, recossi a quello di Pietra Santa immantinenti per ricevervi la capitolazione, che fu soscritta l'otto di novembre[361].

Intanto i Fiorentini avevano assoldate diciotto galere catalane, capitanate da Requenseno e da Villa-Marina; avevano formato un partito tra gli emigrati genovesi, nemici di Paolo Fregoso, e volevano attaccare questo doge nella sua capitale. Bernardo del Nero potè a stento tenere riunita l'armata che aveva presa Pietra Santa, e che trovavasi indebolita e scoraggiata da sempre rinascenti malattie. Non pertanto apparecchiavasi a continuare la campagna, quand'ebbe notizia che gli emigrati genovesi erano stati disfatti il 22 di dicembre; onde s'arrese alle istanze de' soldati, e li pose ne' quartieri d'inverno[362].

Lodovico il Moro, reggente di Milano, ed il papa offrivano alle due repubbliche la loro mediazione: proponevano, o di lasciare ai Genovesi il possedimento di Sarzana, ed ai Fiorentini quello di Pietra Santa, o di cambiare queste due piazze l'una per l'altra, onde ogni repubblica riavesse ciò che le spettava. Nella prima supposizione i Genovesi domandavano che i Fiorentini evacuassero Sarzanello, fortezza attigua a Sarzana, sempre da loro posseduta. Questi ricusavano di farlo, ove non venissero rimborsati del prezzo d'acquisto pagato al Fregoso per ambidue. Tali pretese, sebbene opposte, non sembravano difficili ad accordarsi, onde in tutto il 1485 le ostilità rimasero sospese, tanto più che la guerra di Napoli e della Chiesa richiamava l'attenzione e le forze de' Fiorentini[363]. Le nuove negoziazioni intavolate dal papa nel 1486 tornarono infruttuose; si stracciò il trattato sottoscritto colla sua mediazione; i due popoli si accusarono vicendevolmente di mala fede, e ripresero nuovamente le armi[364].

In sul finire di maggio del 1487, i Genovesi sorpresero la fortezza di Sarzanello; ma non poterono occupare la rocca dove i Fiorentini si erano ritirati. Firenze mandò subito in sul luogo tutti i suoi condottieri, cioè il conte di Pitigliano, il signore di Piombino, quello di Faenza, e gli Orsini. La loro armata rientrò il 15 aprile in Sarzanello, e vi fu fatto prigioniero co' suoi nipoti Giovanni Luigi del Fiesco, che comandava i Genovesi[365]. Il Pitigliano assediò subito Sarzana; alzò tre ridotti fra la città e la Magra; aprì una batteria di otto bombarde, che fecero nel corpo della piazza una breccia praticabile; e già stava per ordinare l'assalto, quando Lorenzo de' Medici, avvisato che gli abitanti erano in procinto di arrendersi, accorse per ricevere la loro capitolazione, che fu conchiusa il 22 maggio del 1487, e l'armata vittoriosa si obbligò a rispettare le proprietà degli abitanti[366].

Invece di continuare la guerra dopo questa vittoria, o di terminarla con una buona pace, Lorenzo de' Medici non lasciò che un migliajo di soldati a Sarzana, e si unì a Lodovico il Moro per persuadere Paolo Fregoso ad assoggettare di nuovo Genova al duca di Milano. Sebbene l'avanzata età del cardinale Fregoso cominciasse a calmare le sue passioni, la duplice dignità d'arcivescovo e di doge non aveva potuto ridurlo a rinunciare al carattere di capo di fazione. Suo figliuolo naturale, Fregosino, camminava come lui, sempre circondato da un branco di banditi, avvezzi a disprezzare tutte le leggi per soddisfare a qualunque sua voglia. Un consiglio de' dieci, nuovamente instituito in Genova per reprimere tali disordini, aveva fatto arrestare Tommaso Fregoso. Il cardinale o suo figlio, prendendo le difese del loro congiunto, fecero assassinare Angelo Grimaldi, uno de' decemviri e Tobia Lomellini[367]. In pari tempo entrarono in trattato con Lodovico il Moro per dargli in mano Genova alle stesse condizioni più volte pattuite coi duchi di Milano, e più volte violate; ma essi cercarono in questa nuova convenzione per la loro famiglia, quella guarenzia che non potevano trovare per la loro patria. La figlia naturale dell'ultimo duca, Chiara Sforza, vedova di Pietro del Verme, fu data in matrimonio a Fregosino, figliuolo dell'arcivescovo; le nozze si celebrarono con regale fasto a Milano, in luglio del 1487, alla presenza degli ambasciatori della repubblica: per tal modo la libertà della repubblica era per essere sagrificata al vergognoso matrimonio di due bastardi[368].

Ma l'alleanza di Paolo Fregoso col duca di Milano eccitò la diffidenza di tutti i Genovesi, ed i nemici del doge approfittarono di questa pubblica disposizione per riunirsi contro di lui. Ibletto e Giovanni Luigi del Fiesco, due fratelli, che avevano contribuito alla sua grandezza, apparecchiaronsi ad abbattere l'idolo da loro innalzato, e si volsero a Battista Fregoso, che il cardinale, zio, teneva esiliato nel Friuli, dopo averlo tradito, e cacciato dal palazzo ducale cinque anni prima. Si addirizzarono inoltre a Giovanni e ad Agostino Adorno, capi dell'opposta fazione, che vivevano ritirati a Selva, e con questi fissarono il giorno in cui attaccherebbero all'impensata l'odiato doge[369].

Giovan Luigi del Fiesco s'internò tra le montagne per armare i suoi vassalli, ed unire alle milizie tutti i soldati vagabondi che gli verrebbe fatto di ritrovare. Ibletto, incaricato di raccogliere truppe negli stessi sobborghi di Genova, nascose le sue pratiche cogli apparecchi di continue feste, e di un dissipamento che dava a tutti nell'occhio. Il doge lo fece interpellare sul conto de' soldati che gli si vedevano intorno, ed Ibletto rispose ch'erano antichi suoi compagni d'armi, che approfittavano della presente pace d'Italia, per darsi buon tempo alcuni giorni con lui. Ma questo sospetto, manifestato da Paolo Fregoso, fece sentire ad Ibletto che non poteva protrarre più oltre l'esecuzione de' suoi progetti; onde la stessa sera, in agosto del 1488, sorprese porta delle Capre presso santo Stefano, vi si fortificò con un centinajo di soldati, facendo nello stesso tempo avvisare i suoi compagni dell'accaduto, e caldamente pregandoli ad accorrere in suo ajuto. Pietro Fregoso non credette di doverlo attaccare prima del giorno; ignorava le forze del suo nemico e le disposizioni della città, e non voleva spogliare le fortezze di soldati, nell'istante in cui forse pensavasi a sorprenderle; questo ritardo fu la salvezza de' congiurati. Prima del giorno Gian Luigi del Fiesco entrò in città colla piccola armata raccolta nelle montagne. Vi entrarono pure Agostino e Giovanni Adorno con tutta la loro fazione da lungo tempo oppressa: e Battista Fregoso non aveva tardato ad unirsi co' più inveterati nemici della propria casa, per vendicarsi della perfidia di suo zio. La loro armata trovavasi di già superiore d'assai a quella del doge, onde in sul fare del giorno, attaccò il palazzo del pubblico. Paolo, troppo tardi conobbe, che la perdita di una notte era stata cagione della sua ruina; fuggì con suo figlio nella cittadella, mentre che il suo amico Paolo Doria ritardava la marcia degli aggressori con artificiose proposizioni, e lo sottraeva in tal modo al pugnale di Battista Fregoso, infiammato da desiderio di vendetta[370].

I nemici del cardinale, poichè si videro padroni del palazzo, cercarono di dare una nuova forma alla repubblica. Non vollero nominare il doge, perchè questa suprema dignità avrebbe risvegliata la rivalità degli Adorni e de' Fregosi, ed avrebbe inoltre scontentati i Fieschi, esclusi dalla loro nobiltà da una magistratura popolare. Il senato prescelse adunque dodici cittadini, cui diede prima il nome di capitani, poi di riformatori della repubblica di Genova. I capi delle due popolari fazioni, quelli di tutte le famiglie nobili, e quelli che per qualsiasi titolo avevano la confidenza de' loro concittadini, trovaronsi riuniti in questo nuovo consiglio[371].

Il primo ordine emanato da questi magistrati fu quello di attaccare la fortezza. Il cardinale non erasi accontentato di questa, ma aveva alloggiati soldati nelle vicine case, cacciandone gli abitanti; aveva barricate le strade, ed erasi posto in istato di sostenere un lungo assedio. Le battaglie date all'intorno della fortezza ridussero i Genovesi nella più spaventosa desolazione. Ogni palazzo veniva a vicenda attaccato e difeso coll'artiglieria; quando l'un partito o l'altro era forzato ad evacuarlo, vi appiccava, ritirandosi, il fuoco, ed in mezzo alle zuffe ed agl'incendj, vedevansi gli abitanti, le donne ed i fanciulli, contrastare ai soldati, che saccheggiavano le case, i loro mobili e le loro ricchezze. La devastazione s'andava ogni dì più allargando, e questa doviziosa città, così rinomata per la sua magnificenza, sembrava minacciata di distruzione dai suoi medesimi cittadini[372].

Mentre queste pratiche si andavano prolungando, i magistrati eransi rivolti al papa, loro concittadino, per implorarne la protezione, ed al re di Francia Carlo VIII, cui offrivano la signoria della loro città a quelle medesime condizioni che l'aveva avuta suo padre. Dall'altro canto Paolo Fregoso aveva domandato ajuto al duca di Milano, il quale fece avanzare verso la Liguria Gian Francesco di Sanseverino, conte di Cajazzo, figliuolo di Roberto, ch'era morto nel precedente anno. Nello stesso tempo alcuni ambasciatori milanesi arrivarono a Genova, e la loro mediazione fu accettata dalle due parti. Proposero di dividere la repubblica tra gli Adorni ed i Fregosi; di cedere ai primi Savona con tutta la riviera di Ponente; di conservare ai secondi Genova e la riviera di Levante; per ultimo di riconoscere la suprema signoria del duca di Milano sopra l'una e l'altra parte[373]. Questa proposizione, che sagrificava la gloria e l'esistenza stessa della nazione a vantaggio dei capi di partito, venne rigettata dall'uno e dall'altro egualmente, pure accrebbe la reciproca diffidenza. Ma Battista Fregoso era odioso e sospetto a Lodovico il Moro; gli ambasciatori milanesi lavoravano nascostamente a staccare da lui i suoi nuovi compagni, e da questi ottennero infatti che fosse loro sagrificato. Battista venne arrestato nella casa di Agostino Adorno, dov'erasi recato senza verun sospetto, e fu portato a bordo di una galera, che partì alla volta d'Antipoli nel Friuli, luogo del suo precedente esilio, dal quale era partito poche settimane prima. Gli altri capi avevano acconsentito alle nuove proposizioni degli ambasciatori milanesi. Agostino Adorno doveva per dieci anni tenere in Genova l'autorità ducale, col titolo di luogotenente del duca di Milano; Ibletto e Giovan Luigi del Fiesco dovevano conservare tutte le loro onorificenze ed il loro credito. Il cardinale Paolo Fregoso doveva abdicare la carica ducale, e consegnare ai Milanesi il Castelletto e le altre fortezze. Gli si prometteva in ricambio un'annua pensione di sei mila fiorini, e mille si promettevano a suo figlio Fregosino, finchè il papa gli dasse in beneficj ecclesiastici una rendita eguale a questa somma. A tali condizioni poteva Paolo Fregoso trattenersi in Genova, purchè si limitasse alle sue incumbenze ecclesiastiche; ma costui era troppo orgoglioso per ubbidire dove aveva comandato. Uscendo dal Castelletto, in ottobre del 1488, s'imbarcò con tutti i suoi effetti sopra due galere che si era fatto apparecchiare, delle quali, sopraggiunte da violente burrasca presso le coste della Corsica, una perì con tutto il carico, l'altra, dopo avere perdute tutte le sue antenne, si sottrasse, può dirsi per miracolo, alla tempesta, ed approdò a Cività Vecchia; indi Paolo Fregoso passò a Roma, che più non abbandonò fino alla sua morte, accaduta il 2 di marzo del 1498[374].

La repubblica di Firenze non aveva motivo di lodarsi di questa rivoluzione, cui aveva contribuito, tenendo viva una piccola guerra nei confini della Liguria. Il duca di Milano non fu appena padrone di Genova, che manifestò il suo rincrescimento per la perdita di Sarzana e di Pietra Santa, e si fece ad apparecchiare i mezzi di riavere quelle due città[375]. Ma Lorenzo de' Medici, ostinandosi a diffidare di ogni repubblica, temeva assai meno le pratiche e le trame di un vicino principe, che l'esempio di libertà e d'indipendenza, che altri cittadini potevano dare ai Fiorentini. Oramai Perugia, Bologna e Genova non potevano per questo rispetto cagionargli veruna inquietudine. Venezia veniva sempre risguardata come una potenza nemica; e per ultimo le due repubbliche, che dividevano con Firenze la sovranità della Toscana, andavano ogni giorno perdendo la loro importanza. Pareva che quella di Lucca non ad altro mirasse che a farsi dimenticare, più non vedevasi rammentata da veruno scrittore del secolo: e perchè il suo governo vietò con gelosa diffidenza la pubblicazione di tutte le storie nazionali, appena ci possiamo accorgere della sua esistenza. In quello stesso tempo la repubblica di Siena faceva tristamente parlare di sè, consumando nel suo seno le proprie forze.

Poichè il duca di Calabria ebbe abbandonata quella città nel 1480, essa fu costantemente agitata dalla più spaventosa anarchia. Furiosi demagoghi avevano a vicenda esiliati, proscritti, precipitati dalle finestre del palazzo, e fatti morire sul patibolo tutti coloro che per i loro natali, per singolare ingegno, o per importanti servigi, renduti alla repubblica, si erano distinti in faccia ai loro concittadini. Gli ordini, ossia i Monti dei nove, dei dodici, dei riformatori, dei gentiluomini, ora gli uni, ora gli altri esposti alla persecuzione, erano stati talora affatto esclusi dal supremo governo, talora aboliti o proscritti. Nel 1482 la repubblica aveva riconosciuto il solo ordine del popolo, cui si erano riuniti tutti gli altri[376]. Ma questa prudente risoluzione, che doveva distruggere tutte le distinzioni tendenti soltanto a perpetuare i tumulti, era stata abolita nel 1484 dagli stessi democratici. Avevano voluto nuovamente segregare dalla loro corporazione tutti coloro che avevano qualche pretesa aristocratica, facendo appunto che questi aboliti diritti formassero un titolo d'esclusione, e lo stabilimento di quest'oligarchia affatto plebea era stato lordato col sangue di nuove vittime[377]. Ogni giorno andava crescendo il numero degli esiliati da Siena; questi più non vivevano isolati ne' luoghi del loro esilio, ma si adunavano negli stati limitrofi in ragguardevoli corpi di truppe, e spaventavano il governo rivoluzionario coi frequenti tentativi che facevano per tornare in patria, o per forza o per sorpresa. Lorenzo de' Medici era alleato di questo governo anarchico; egli aveva persuasi i Fiorentini a rinunciare all'antica loro massima di non cercare amici che tra gli amici della giustizia, dell'onore e della libertà. I suoi trattati venivano sempre suggeriti dall'interesse del momento, dalla gelosia, dal desiderio d'indebolire i suoi vicini, e per ultimo dalla politica, le di cui viste sono troppo più corte che quelle della morale. Nel 1482 aveva sagrificati gli alleati sienesi, padroni di Monte Reggioni, i quali, rimasti privi tutt'ad un tratto de' suoi ajuti, erano stati costretti di abbandonare quel castello ai loro nemici[378]; ed egli aveva il 14 di giugno del 1483 conchiusa una lega per venticinque anni, a nome de' Fiorentini, col popolaccio che tiranneggiava Siena[379]; ma gli emigrati non avevano perciò ommesso di cercare di occupare prima il castello di Saturnia, poi la città di Chiusi, ed all'ultimo la terra di San Quirico.

Questi emigrati Sienesi appartenevano a tutti i partiti, a tutti i Monti, secondo l'abituale linguaggio di Siena. Molti di coloro ch'erano stati mandati dopo gli altri in esilio, avevano partecipato alla proscrizione, ed ancora al supplicio delle prime vittime. Il giusto odio che li teneva divisi, formava la speranza degli oppressori della loro patria. Essi lo sentirono, dimenticarono tutte le offese che la sorte aveva di già vendicate, e presero la risoluzione di unirsi contro i soli nemici, de' quali non devonsi mai scordare le scelleratezze, cioè quelli che sono sempre possenti. Nicolò Borghesi e Neri Placidi sottoscrissero in Roma, a nome dell'ordine dei Nove, la pace con Lorenzo e con Guid'Antonio Boninsegni, rappresentanti del monte dei Riformatori. Nello stesso tempo Lionardo, figliuolo di Battista Bellanti, appartenente ancor esso all'ordine dei Nove, il di cui padre era perito sul patibolo, fece in Pisa la pace con Bartolommeo Sozzini e con Niccolò Severini del monte de' Dodici, i quali avevano avuto parte in queste crudeli esecuzioni. Obbligaronsi tutti ad operare di concerto pel vantaggio di tutti gli esiliati, ed a non avere in avvenire altro scopo, che quello di liberare la loro patria del giogo tirannico sotto cui gemeva[380].

Dopo ciò gli emigrati si adunarono a Staggia, posta all'estremo confine del Fiorentino, di dove partirono il 21 di luglio del 1487 con cento fanti, presi al loro soldo, e pochi cavalieri, comandati dal capitano Bruno di Cremona. Invece di tenere la strada principale, presero le poco frequentate delle foreste: ma non pertanto in Siena si era avuta contezza della loro intrapresa, ed erano stati spediti contro di loro molti distaccamenti di truppe, che si avanzarono fino a breve distanza da Staggia, sicchè poterono assicurarsi che non vi si faceva verun movimento. Avevano da prima visitate tutte le macchie presso Siena, e nulla vi avevano scoperto. Queste scolte tornarono perciò in città e riferirono al governo essere false le notizie dategli, e che non si trovavano nemici in verun lato. Un ridicolo accidente aveva sottratta alle loro indagini la piccola truppa degli emigrati. Avevano questi caricati sopra un mulo gli ordigni di cui volevano valersi per atterrare le porte; il mulo si pose in fuga per la foresta, e si trasse dietro tutta la piccola armata affatto fuori della via che doveva tenere. La bestia venne finalmente raggiunta, dopo due ore di faticoso viaggio, ed allora gli emigrati si rimisero in cammino alla volta di Siena, temendo per altro che questo ritardo, che fu loro cagione di prospero successo, non guastasse ogni loro disegno. Tutte le pattuglie erano rientrate in città, eransi levate dalle mura le guardie straordinarie, e dormivano le scolte notturne, quando questo drappello di congiurati arrivò, poco prima che facesse giorno, alla porta di Fonte Branda. I loro complici, che gli aspettavano sulle mura, gli ajutarono a salirle con scale di corda, finchè trenta dei più coraggiosi s'impadronirono della porta, e l'aprirono al rimanente della truppa.

Si era promesso al capitano Bruno che, appena spiegata la sua bandiera in città, verrebbe raggiunto da numerose partite di malcontenti; ma invece niuno appariva, onde questo condottiere, scoraggiato, non ardiva innoltrarsi per le strade. Gli emigrati quasi soli le corsero, gridando i Nove, popolo, e libertà. Pochi erano quelli che accorrevano in loro ajuto, ma altronde niuno prendeva le armi per opporsi. Il governo era troppo detestato per trovare difensori, troppo temuto perchè i cittadini ardissero dichiararsi contro di lui. Uno de' suoi capi, Cristoforo di Guiduccio, ingannato dalla voce di coloro che lo chiamavano, supponendoli suoi partigiani, si diede egli stesso in potere de' congiurati che lo uccisero. Altri, non più di quaranta, adunaronsi a Camporeggio; essi potevano pure bastare per iscacciare gli emigrati, che si trovavano dispersi per le strade di una vasta città, e scoraggiati dal vedersi abbandonati, ma quando i partigiani del governo si videro in così piccolo numero, non osarono tentar nulla. Molti di loro rientrarono celatamente nelle proprie case, e deposero le armi per non essere compromessi, ed i capi, trovandosi da tutti abbandonati, uscirono di città. Per tal modo due branchi di uomini si contendevano il possedimento di così potente e bellicosa città. Ognuno conosceva la propria debolezza, e, ignorando quella del nemico, credevasi perduto: finalmente dopo essersi molto aggirate, le varie bande d'emigrati riunironsi di nuovo sulla piazza, e, trovandosi in numero di ottanta, assediarono il palazzo. Matteo Pannilini, capitano del popolo, abbandonato da tutte le sue guardie, erasi chiuso solo nella gran torre, dove si difese qualche tempo; ma infine fu costrette a rendersi prigioniero, cedendo agli emigrati la sede del governo. E per tal modo, quasi senza spargimento di sangue, fu condotta a termine la rivoluzione che rendeva agli esiliati la loro patria[381].

Perchè la rivoluzione di Siena era stata operata da tutti gli ordini, tutti furono da principio chiamati a parte dalla suprema autorità. Si voleva che la repubblica fosse governata da quattro monti, ognuno de' quali darebbe al consiglio generale cent'ottanta consiglieri. Gli ordini dei gentiluomini e dei Dodici non furono contati che per un monte complessivamente; i Nove, il Popolo ed i Riformatori erano gli altri tre[382]. Questa divisione era saggia e press'a poco in ragione del numero de' cittadini che ogni monte aveva precedentemente scelto, sotto il nome di riseduti, per esercitare le magistrature; ma non fu lungamente mantenuta: una balìa, formata di ventiquattro cittadini, venne autorizzata ad esercitare per cinque anni un potere dittatoriale, ed il nuovo governo di Siena, come quello cui succedeva, credette di non potere fondare sopra solide basi la sua autorità, se non privando i suoi nemici del diritto di cittadinanza, esiliandoli, e mandandone inoltre alcuni al supplicio[383].

In questo tempo di pace generale per l'Italia, non furono le sole repubbliche travagliate da interne rivoluzioni; anche i piccoli principati vennero turbati da congiure; ed in quelle che scoppiarono in Romagna, nel 1488, si credette di ravvisare la conseguenza delle pratiche di Lorenzo de' Medici, ed il risentimento di un uomo, che dopo molti anni, vendicava antiche ingiurie.

Quel Girolamo Riario, figlio o nipote, e favorito di Sisto IV, che dieci anni prima era stato l'anima della congiura de' Pazzi, erasi, dopo l'elezione d'Innocenzo VIII, ritirato nel suo principato di Forlì e d'Imola. Era inoltre rimasto depositario di castel sant'Angelo; ma sua moglie aveva consegnata quella fortezza ai cardinali, il 25 agosto del 1484, contro il pagamento di grossa somma di danaro[384]. Questa principessa, figlia naturale dell'ultimo duca di Milano, aveva procacciata al Riario la protezione di casa Sforza. Dall'altro canto Giuliano della Rovere, cardinale di san Pietro, onnipossente alla corte d'Innocenzo VIII, era sommamente interessato alla difesa del principe di Forlì, suo cugino. Per tali motivi i molti nemici che questi si era fatti in tempo del pontificato di Sisto IV, non osarono di attaccarlo scopertamente, ma è probabile che avessero parte in una cospirazione formata in casa sua. Cecco dell'Orso, capitano delle sue guardie, Luigi Panzero e Giacomo Ronco, suoi ufficiali, determinarono d'ucciderlo, sebbene non avessero, che si sappia, verun altro motivo di odio, che quello di non aver potuto da lui ottenere il loro soldo arretrato, mentre venivano stretti al pagamento delle proprie loro contribuzioni.

Il 14 aprile del 1488, mentre stava pranzando la famiglia del Riario, i tre congiurati entrarono nella sua camera, sotto colore di parlargli delle loro incumbenze, ed avendolo trovato solo, lo pugnalarono, si divisero le sue vesti e gittarono giù dalla finestra il suo corpo spogliato. Il popolaccio, invitato dalle loro grida a vendicarsi del suo tiranno, strascinò questo corpo pei capelli per tutte le strade della città. Catarina Sforza sua vedova ed i suoi figliuoli vennero subito imprigionati, e la fortezza, di cui aveva il comando un luogotenente fedele al Riario, ebbe l'intima di arrendersi. I congiurati scrissero il 19 aprile a Lorenzo de' Medici di averlo liberato di un uomo che più d'ogn'altro meritava il suo odio, ed in pari tempo gli chiedevano ajuto[385].

Il comandante della rocca, non lasciandosi atterrire dalle grida del popolo nè dalla morte del suo padrone, ricusò di aprirla agli assedianti, se prima non ne aveva l'ordine dalla medesima Catarina Sforza, quando si trovasse libera. Dal canto suo questa promise agli insorgenti di persuadere il castellano a cedere ad una sorte inevitabile, purchè potesse parlargli. Siccome si ritenevano i di lei figli in ostaggio, non si ebbe difficoltà di lasciarla entrare nella rocca; ma vi fu appena ricevuta, che fece far fuoco contro gli assedianti. Si minacciò di far morire i suoi figli; ed essa rispose: «se voi gli uccidete, tengo un figlio in Imola, ne porto un altro in seno, che cresceranno per essere i vindici di tanto delitto[386];» onde il popolaccio atterrito non eseguì la sua minaccia.

Gli uccisori di Girolamo Riario avevano pure implorata la protezione d'Innocenzo VIII; e questo papa, sperando di ricuperare col loro ajuto la sovranità d'un'importante città, aveva ordinato al governatore di Cesena di condurre loro tutti i soldati che potrebbe adunare, e tutta la sua artiglieria. Nello stesso tempo Lodovico Sforza mandava in ajuto di sua nipote un'armata milanese, che di già aveva ragunata, di concerto con Giovanni Bentivoglio, ai confini della Romagna. Quest'armata, entrando in Forlì per la rocca, piombò all'impensata sui soldati della Chiesa, e tutti li fece prigionieri. Sei de' principali di loro furono tagliata loro la testa, fatti a pezzi per ordine di Bergamino, generale de' Milanesi. Il governatore di Cesena ed il restante de' soldati furono poi cambiati col figliuolo di Girolamo Riario, che questo governatore faceva custodire nella sua rocca di Cesena. I congiurati si rifugiarono a Siena con tutti i loro effetti preziosi. Catarina Sforza ebbe, quale tutrice de' suoi figli, il governo del principato di Forlì; e papa Innocenzo VIII, sempre apparecchiato ad intraprendere progetti arditi, e sempre atterrito di continuarli, tostochè incontrava qualche opposizione, non osò lagnarsi di ciò ch'era stato fatto ai suoi soldati, i quali non avevano altro delitto che di avere eseguiti i suoi ordini[387].

Ma le cospirazioni si moltiplicavano in Romagna con una sorprendente rapidità. Il 29 di aprile Ottaviano Riario, giovane figlio del conte Riario, era stato proclamato signore di Forlì e d'Imola, ed il 31 di maggio Galeotto Manfredi, signore di Faenza, perdette la vita per le mani di Francesca sua moglie, figlia di Giovanni Bentivoglio. Costei, credendosi posposta ad un'amante, e divorata da cupa gelosia, si finse ammalata ed invitò Galeotto a venire a trovarla. Stavano nascosti sotto il suo letto tre assassini; un quarto si slanciò sopra Manfredi nel momento in cui entrava nella camera. Ma perchè questo signore era dotato di singolare forza e destrezza, stava per atterrare il suo assalitore, prima che gli altri, usciti di sotto al letto, avessero avuto tempo di alzarsi in piedi; quando sua moglie balzò dal letto, prese una spada e gliela immerse nel seno; poi seco prese i suoi figliuoli e riparossi nella rocca[388].

Giovanni Bentivoglio, padre di Francesca, era in allora a Forlì con Bergamino, comandante dell'armata milanese. L'uno e l'altro accorsero subito in ajuto di questa sposa delinquente, ed entrarono senza trovare opposizione in Faenza. Non pertanto quegli abitanti erano affezionati alla famiglia di Manfredi, ed avevano veduto con orrore l'assassinio di Galeotto. I coraggiosi contadini di Val di Lamone, recaronsi in città, e sospettando tutti il Bentivoglio o il Bergamino di aspirare alla signoria di Faenza, gli attaccarono furiosamente. Bergamino fu ucciso in battaglia, ed il Bentivoglio fatto prigioniere.

Antonio Boscoli, commissario della repubblica fiorentina presso Galeotto Manfredi, era in allora a Faenza. Gl'insorgenti gli mostrarono grandissimo rispetto, e gli chiesero la protezione del suo governo. I Fiorentini avevano veduto con viva inquietudine le negoziazioni di Galeotto Manfredi coi Veneziani per la vendita di Faenza; perchè i Veneziani, acquistando questa città, sarebbero diventati confinanti con Firenze, ed il governo del Medici doveva temere la vicinanza di così potenti rivali. Perciò tutta l'armata che stava adunata a Sarzana, fu subito spedita in soccorso di Faenza, sotto il comando del conte di Pitigliano e di Ranuccio Farnese. Questa trattenne i Bolognesi, che dal canto loro si armavano per liberare il capo della loro repubblica. Giovanni Bentivoglio fu ritenuto come ostaggio a Modigliana, finchè venne ristabilito l'ordine nel principato, che probabilmente egli aveva voluto invadere. Sedici cittadini, de' quali otto di Faenza, ed otto di Val di Lamone, vennero incaricati della reggenza e della tutela del giovanetto Astorre di Manfredi. Allorchè questo governo fu stabilito, il Bentivoglio riebbe la libertà, dopo avere avuto un abboccamento con Lorenzo de' Medici a Caffaggiuolo. Gli fu renduta la figliuola; e questa rivoluzione, mettendo Faenza sotto la protezione de' Fiorentini, accrebbe la loro influenza in Romagna[389]. La rivoluzione di Forlì non era loro riuscita inutile. In tempo delle turbolenze, prodotte dalla morte di Girolamo Riario, i Fiorentini avevano ricuperato Pian Caldoli, che il Riario ingiustamente riteneva[390]. Poco dopo riuscirono a fare sposare alla di lui vedova Giovanni de' Medici, nato da un fratello del vecchio Cosimo, e padre di un altro Giovanni, che si rendette famoso nelle guerre d'Italia col suo valore, colla sua ferocia e coll'attaccamento ch'ebbero per lui le bande nere. Per tal modo Forlì ed Imola si trovarono sotto la dipendenza di un Medici, e Catarina Riario entrò in quella stessa famiglia, che il suo primo marito aveva tentato di distruggere.