CAPITOLO XC.

La Regina Catarina Cornaro abbandona l'isola di Cipro ai Veneziani. — Zizim a Roma. — Apparente tranquillità di tutta l'Italia. — Stato dell'Europa, e pronostici di nuove burrasche. — Morte di Lorenzo de' Medici e di Innocenzo VIII.

1488 = 1492.

La repubblica di Venezia non aveva voluto immischiarsi nelle piccole guerre che agitarono l'Italia nel corso del precedente periodo. Innocenzo VIII si era mostrato difficile ad assolverla dalle censure così ingiustamente contro di lei pronunciate da Sisto IV; aveva voluto imporle onerose condizioni, obbligarla a non prendere parte nelle presentazioni de' beneficj, e vietarle di percepire verun imposta dagli ecclesiastici[391]. Vero è che Innocenzo VIII rinunciò in appresso a così fatte pretese, quando volle trarre la repubblica nella guerra di Napoli; ma i Veneziani, posti in guardia da una precedente esperienza del poco fondamento che potevano fare sull'alleanza di Roma, non vollero dare ajuto ai nemici di Ferdinando, qualunque si fosse l'odio che contro di lui conservassero per la guerra di Ferrara. Essi continuarono a mantenere contro il papa l'indipendenza delle loro prerogative ecclesiastiche. Il vescovado di Padova, cui volevano traslocare il vescovo di Belluno, essendo stato dalla corte di Roma dato nel 1485 al cardinale di Verona, non solo rifiutarono il possesso della nuova sede al candidato pontificio, ma lo costrinsero a rinunciarvi coll'apprensione delle altre sue entrate[392]. Avendo il loro ambasciatore a Roma, Ermolao Barbaro, ottenuto da Innocenzo VIII il patriarcato d'Aquilea, il consiglio dei dieci mostrò ancora un maggiore malcontento per essersi fatta così importante nomina senza il suo parere. Nè la riputazione del nuovo patriarca, il primo letterato di Venezia e forse dell'Italia, nè la distinta carica che suo padre aveva nello stato, sottrassero l'uno e l'altro a severissime ammonizioni, ed a una umiliazione, che fu poco dopo cagione della loro morte[393]. Finalmente in tempo della guerra di Napoli i Veneziani non acconsentirono che il papa riscuotesse decime sul loro clero, e si opposero colla stessa fermezza ad ogni usurpazione de' loro diritti.

Questa guerra di Napoli, che durò pochi mesi, avrebbe probabilmente guastata lungo tempo l'Italia, se i Veneziani avessero voluto prendervi parte, ponendo in tal modo in equilibrio le due parti. Ebbero bentosto motivo d'essere contenti della presa risoluzione, quando si trovarono impegnati ai confini d'Italia in una piccola guerra, che ben poteva diventare egualmente importante. Sigismondo, conte del Tirolo, uno dei duchi d'Austria, aveva delle pretese opposte a quelle della signoria rispetto ai confini de' suoi stati nella contea d'Arco e nel Cadorino, e rispetto ai diritti sulle miniere di ferro di quest'ultimo distretto. Avendo determinato di farli valere colle armi, nel 1487 si assicurò di tutti i mercanti veneziani venuti alla fiera di Bolzano, e di tutto il ferro lavorato in Cadore, dichiarando in pari tempo la guerra alla repubblica di Venezia. Sette mila fanti e cinquecento cavalli tedeschi bruciarono il distretto di Roveredo, ed assediarono nella rocca Niccolò Priuli, che n'era governatore, il quale non si arrese che dopo una vigorosa resistenza[394]. In principio i Veneziani opposero a quest'invasione Giulio Cesare di Varano, signore di Camerino; in appresso diedero il comando della loro armata a quello stesso Roberto di Sanseverino, che l'aveva con sì felice successo diretta nella guerra di Ferrara. La morte di questo vecchio generale, che tanta parte aveva avuto in tutte le rivoluzioni d'Italia, fu il più notabile avvenimento della guerra del Tirolo. Dopo avere ottenuto qualche vantaggio sui Tedeschi, cadde in un'imboscata, che gli avevano tesa, e fu ucciso il 9 d'agosto del 1487 in riva all'Adige, che voleva passare per assediar Trento[395]. Allora i Veneziani si ritirarono a Serravalle, e, rompendo ogni comunicazione colla Germania, costrinsero bentosto i Tirolesi a chiedere la pace, necessaria al sostentamento della loro industria. Questa fu convenuta il 14 di novembre dello stesso anno, a condizione che fosse restituito tutto quanto era stato preso dall'una e dall'altra parte[396].

Circa lo stesso tempo la sola apparenza d'una guerra turca servì di pretesto alla repubblica per assoggettare all'immediato suo dominio l'isola di Cipro, che, dopo la morte di Giacomo di Lusignano, altro più infatto non era che una provincia veneziana. L'imperatore turco, Bajazette II, aveva fino nel 1486 apparecchiato un grosso esercito per attaccare Cait-Bay, soldano d'Egitto. E questi, che tutto sentiva il pericolo che soprastava al suo regno, se i porti di un'isola, posta in faccia alle sue coste, fossero in potere de' suoi nemici, aveva invitata la regina Cornaro a porsi in sulle difese. La repubblica le aveva subito mandati cinquecento Stradioti dalla Morea, e trecento arcieri di Candia, per guardare le sue fortezze[397].

Pure la spedizione turca venne protratta fino al 1488. In quell'anno un esercito, che facevasi ammontare ad ottanta mila uomini, andò ad attaccare il soldano in Palestina. Mentre attraversava la Caramania, dove aveva occupate le città di Adena e di Tarso, fu nel mese di agosto sconfitto dai Mamelucchi, alle falde del monte Aman, nella stessa angusta valle dell'Isso, renduta celebre dalla vittoria di Alessandro. La flotta ottomana venne pure parte dispersa e parte distrutta da una burrasca, ed il Turco rinunciò all'impresa d'Egitto[398].

In tempo di questa breve guerra Francesco Priuli aveva protette le coste dell'isola di Cipro con ventisette galere. Quando la vide terminata, suppose di potere ricondurre la sua flotta a Venezia, ed era di già giunto in Istria, quando ricevette l'ordine di ritornare all'abbandonata stazione. Il senato sapeva, che, abusando dell'autorità usurpata in Cipro, aveva renduta la sua autorità odiosa non meno ai popoli che alla regina, e non ignorava che questa impazientemente soffriva l'esclusione da ogni amministrazione governativa, i severissimi ordini, che le venivano dati, e la diffidenza che di lei si mostrava. Il senato aveva veduti i Ciprioti pronti a sagrificarsi per Carlotta di Lusignano, per Luigi di Savoja, per Alfonso, bastardo di Napoli; finalmente per qualunque avrebbe cercato di restituire al regno la sua antica indipendenza, facendoli entrare nel numero de' popoli liberi, dal quale non sapevano tollerare di essere diffalcati. La prima guerra marittima poteva rendere ai Ciprioti questa libertà, ed essi erano apparecchiati a rivolgersi agli stessi infedeli per ottenerla, se non trovavano protezione presso qualche stato cristiano. D'altra parte la regina era tuttavia giovane, era bella e poteva portare una ricca dote ad un nuovo sposo; si andava dicendo che Federico, secondo figliuolo di Ferdinando, ne chiedeva le nozze, e se veniva ad avere figliuoli, tutti i diritti, che la repubblica credeva di avere acquistati per mezzo suo, sarebbersi perduti. Sostenevano i legisti veneziani, che il figlio di Giacomo Lusignano aveva ereditata la corona di suo padre; che, essendo questi morto in età fanciullesca, sua madre era stata la di lui erede; che finalmente la loro repubblica ereditava dalla madre, perchè questa era stata dichiarata figlia di san Marco. Ma se costei passava a seconde nozze, tutti gli sforzi fatti per istabilire i diritti di Catarina ad altro non avrebbero giovato, che ad assicurare quelli di un altro marito e de' suoi figli.

Giorgio Cornaro, fratello della regina, venne dunque spedito in Cipro a bordo della flotta del Priuli. Il consiglio dei dieci, i di cui formidabili ordini vincevano ogni considerazione di parentela o di personale ambizione, l'aveva incaricato, sotto la sua responsabilità, di ricondurre sua sorella a Venezia. La flotta era giunta presso l'isola di Rodi, ed il Cornaro si recò presso la regina il 24 gennajo del 1489[399]. Le comunicò gli ordini che aveva avuti, le fece sentire la sua dipendenza e la necessità di quest'ultimo sagrificio, conseguenza di tutti gli altri; cercò di calmare, come meglio poteva, il suo dolore ed il suo rammarico; le fece sentire che sarebbe inutile di giustificare la sua condotta in faccia al consiglio dei dieci, com'ella voleva fare, da che tutti conoscevano la di lei innocenza; ed all'ultimo da lei ottenne la promessa di perfetta sommissione ai voleri della repubblica. Ne spedì subito la notizia al capitano generale, che si era trattenuto ad Almizza, e che dietro quest'avviso venne a dar fondo nella rada di Famagosta il 2 di febbrajo del 1489[400].

Il giorno 15 dello stesso mese la regina si congedò dagli abitanti di Nicosia, i quali piansero dirottamente, perchè con lei perdevano perfino l'ombra della loro indipendenza. Essi vedevansi privati della sola loro protettrice, nello stesso tempo che perdevano i vantaggi pecuniarj, che una corte procurava alla loro città, spargendovi qualche danaro. Catarina, accompagnata da suo fratello, da un consigliere e dal provveditore dell'isola, scortata da tutta la nobiltà cipriota e da un corpo di cavalleria, si avviò alla volta di Famagosta. Colà fu ricevuta sulle galere di Venezia con rispetto e con reale pompa; ella approfittò di questa pubblica cerimonia per raccomandare i suoi sudditi alla signoria di Venezia per bocca del conte di Zaffo, suo cugino, e per riclamare a favore dei Ciprioti la conservazione delle loro leggi e de' loro privilegj. Il 26 di febbrajo l'insegna di san Marco fu posta sul palazzo di Famagosta, e su tutte le fortezze. Pure la regina non partì colla flotta che il quattordici di maggio. Arrivò a Venezia il sei di giugno, ed il venti dello stesso mese le fu ceduto in sovranità la terra d'Asolo con un'entrata di otto mila ducati. La piccola corte della regina di Cipro in Asolo deve qualche celebrità letteraria ai Dialoghi del Bembo. L'elegante finzione degli Asolani rappresentava verosimilmente le costumanze di quella corte; è presumibile che Catarina dimenticasse le noje, le cure e le umiliazioni della sua reale servitù, in mezzo a' ragionamenti di amore e di galanteria, nelle dispute in allora di moda intorno alla metafisica della passione amorosa[401].

Nello stesso anno richiamò a sè gli sguardi dell'Italia un altro avvenimento relativo alla politica del Levante ed alle imprese dei Turchi[402]. Gem, o Zizim, figlio di Maometto II, fratello e rivale del sultano Bajazette II, fece il suo ingresso in Roma, mettendosi sotto la protezione del papa. Aveva posto in campo per succedere a suo padre una pretesa spesso allegata dai principi greci di Bisanzio. Egli era porfirogeneta, val a dire, nato mentre suo padre era sul trono, e per questo rispetto superiore a suo fratello maggiore, Bajazette, che diceva nato da un semplice privato. Questa vana distinzione bastava per uno stato dispotico, dove non si riconoscevano che i diritti fondati nella forza. Ma questa mancò a Zizim, il quale, vinto in Asia nel 1482 in una sanguinosa battaglia, fu costretto ad imbarcarsi in Cilicia, ed a rifugiarsi in Rodi, per implorare colà la protezione de' cavalieri di san Giovanni[403]. Questi non osarono di tenere in sui confini dell'Asia un ospite, che poteva chiamare sopra di loro tutte le forze del gran signore; perciò lo mandarono in Francia, facendolo attentamente custodire nell'Alvergna in una commenda del loro ordine. Bajazette offrì immense somme, reliquie senza numero, ed amplissimi privilegj per averlo nelle sue mani; ma i principi cristiani non furono così privi d'onore di acconsentire a tanta indegnità: ad ogni modo riesce difficile l'intendere, per quali giusti motivi non fu mai permesso a Zizim di recarsi alla corte di Cait-Bai, soldano d'Egitto[404], il quale, avendo un'accanita guerra con Bajazette, lo chiedeva per procacciare favore alle sue armi; e per quale motivo lo negassero egualmente a Mattia Corvino, re d'Ungheria, che col di lui mezzo sperava di fare una diversione negli stati del suo nemico. Sisto IV scrisse al gran maestro di Rodi ed a Lodovico XI, esortandoli a ritenere questo principe in Francia ed a non lasciarlo partire per le armate cui veniva chiamato[405]. Innocenzo VIII ricusò ancor esso di affidare questo principe a Ferdinando, re di Arragona e di Sicilia, all'altro Ferdinando, re di Napoli, a Mattia Corvino, al soldano ed al principe di Caramania; ma in pari tempo aveva chiesto che fosse a lui consegnato, per essere certo che Zizim non entrerebbe ne' paesi turchi senza essere spalleggiato da una lega di tutta la Cristianità[406].

Bajazette dal canto suo aveva spediti altri ambasciatori a Carlo VIII, per ottenere dal re la promessa di ritenere Zizim in Francia. A tal patto Bajazette offriva un'assai ragguardevole pensione, e guarentiva alla Francia il possedimento di Terra santa, tosto che fosse tolta al soldano d'Egitto dalle armi riunite de' Francesi e de' Turchi. Ma Carlo VIII, d'accordo col gran maestro Francesco d'Aubusson, aveva di già acconsentito alle inchieste del papa, e Zizim era di già in cammino alla volta di Roma[407].

Vi fece il suo ingresso il 13 di marzo del 1489; era a cavallo col turbante in capo, tra Francesco Cibo, figlio del papa, ed il priore d'Alvergna, nipote del gran maestro d'Aubusson, ed ambasciatore di Francia. Trovavasi in allora in Roma un ambasciatore del soldano d'Egitto, per ridurre i principi cristiani ad unirsi col suo signore contro Bajazette. Questi andò ad incontrare Zizim; quando lo vide, smontò da cavallo, e si prostrò a terra; tre volte baciò il suolo, innoltrandosi verso di lui, poi baciò i piedi del suo cavallo e lo seguì fino al suo palazzo[408].

All'indomani il papa tenne concistoro per ricevere Zizim in pubblica udienza. Invano era stato questo principe istrutto degli atti rispettosi che i monarchi cristiani rendono al sommo loro pontefice, che non volle innanzi a lui abbassare l'orgoglio del sangue ottomano. Tenendo in capo il suo turbante, che gli Asiatici non sogliono mai deporre, e che risguardano come un simbolo della loro religione, attraversò la sala senza chinarsi, salì sul trono, ove stava Innocenzo, e lo abbracciò, toccando colle sue labbra la spalla destra del papa in segno di amicizia, piuttosto che di rispetto, lo che fece in appresso con tutti i cardinali. Il suo interprete disse al papa, che si rallegrava di trovarsi con lui, ma che avrebbe piacere di conferire seco più segretamente intorno ai comuni loro interessi. Il papa rispose confortandolo a darsi coraggio, poichè soltanto per il bene di Sua Nobiltà (titolo che la corte di Roma giudicò conveniente di dargli) era stato condotto in quella capitale[409]. Ma il maggior bene che Zizim doveva trovare in Roma, altro non era che una onorevole prigionia. Bajazette II pagava ogni anno prima al re di Francia, poi ad Innocenzo VIII, quaranta mila ducati per la pensione di suo fratello. Il godimento di quest'entrata non era stato l'ultimo de' motivi che aveano persuaso Innocenzo a domandare Zizim, comperando in certo qual modo l'assenso del gran maestro d'Aubusson col mandargli il cappello cardinalizio[410]. Pure Bajazette, non credendosi perciò sicuro della sorte di suo fratello, sebbene prigioniere, cercò i mezzi di farlo perire. Un gentiluomo della Marca d'Ancona, detto Cristoforo Macrino del Castagno, promise a Bajazette di avvelenare una fonte, dalla quale attignevasi l'acqua per le mense d'Innocenzo e di Zizim; il veleno non doveva manifestare i suoi effetti che dopo cinque giorni; ma il reo fu scoperto prima che dar potesse esecuzione al suo delitto, in maggio del 1490, e fu condannato ad orribile supplicio. Altri attentati simili furono egualmente prevenuti, e se non altro la vita di Zizim fu posta in salvo[411].

Non era difficile il trovare in Roma uomini apparecchiati a commettere così esecrande azioni; nè quella città aveva mai avuti tanti scellerati, nè era stata giammai travagliata da tanti delitti. Gli assassini camminavano a viso scoperto senza avere dato soddisfacimento nè alla famiglia di cui avevano versato il sangue, nè alla giustizia. Il papa, o i suoi ministri, loro vendevano bolle d'assoluzioni, colle quali le loro offese, e quelle di un determinato numero de' loro complici erano annullate; e quando rimproveravasi al vicecameriere questa venalità della giustizia, rispondeva parodiando le parole del Vangelo: Il Signore non vuole la morte del peccatore, ma piuttosto che paghi e viva[412].

Il cattivo esempio dato dal clero era così scandaloso, che Innocenzo VIII si vide costretto a rinnovare, il 9 aprile del 1488, una costituzione di Pio II, colla quale si vietava ai preti di tenere macello, alberghi, case di giuoco e di postribolo, o di fare per danaro il mezzano e l'agente delle cortigiane. Se dopo tre ammonizioni non abbandonavano una così vergognosa vita, il papa li privava del diritto dell'esenzione del foro secolare, e vietava loro d'invocare il beneficio del clero nelle cause criminali nelle quali potrebbero trovarsi compromessi[413].

Innocenzo VIII non aveva provveduta di principati la sua numerosa famiglia; ma avea diviso tra i suoi figliuoli le immense ricchezze della Chiesa, accordandone la maggior parte a Franceschetto Cibo, suo figliuol primogenito. Era questo Franceschetto, che, per ammassare più danaro, aveva renduta la giustizia così indegnamente venale. Aveva nel 1490 convenuto coi giudici del papa, che la corte apostolica non riceverebbe che il pagamento delle condanne al di sotto di cento cinquanta ducati, e che sarebbero a suo profitto tutte le maggiori di questa somma[414].

Per rendere ancora più ignominiosa la venalità della giustizia della corte di Roma, Domenico di Viterbo, scrivano apostolico, d'accordo con Francesco Maldente, fabbricarono false bolle, colle quali Innocenzo permetteva per danaro i più vergognosi disordini. Per altro la frode venne scoperta; furono imprigionati i falsarj e confiscati i loro beni, che produssero alla camera apostolica dodici mila ducati. I parenti de' colpevoli speravano tuttavia di sottrarli alla pena capitale. Maestro Gentile di Viterbo, medico, padre dello scrivano apostolico, offrì col mezzo di Franceschetto Cibo cinque mila ducati per salvare la testa di suo figlio: aveva offerto tutto ciò che possedeva. Ma il papa rispose, che, trovandosi compromesso il suo onore, non poteva fargli grazia a meno di sei mila ducati; e perchè non si potè trovare questa somma, i due falsarj furono giustiziati[415].

Quando gli scrittori contemporanei fanno un così odioso quadro della corruzione del clero, quando i medesimi papi prendono parte a tanti delitti, quando lo sregolamento de' loro costumi, o i figli naturali che essi arricchiscono coi tesori della Chiesa, più non sono oggetti di scandalo, accanto a delitti ancora più gravi, si sarebbe tentati di supporre che la religione avesse perduto ogni potere, e che i preti, che tuttavia l'invocavano, o i sovrani ed i popoli, che la mantenevano colle loro leggi, altro non fossero che sfrontati ipocriti, che facevano traffico del Cristianesimo pei loro privati interessi. Ma qualora si prendano ad esaminare più da vicino le passioni che agitavano l'Italia, o i pregiudizj che la signoreggiavano, si comprende bentosto che la religione nulla aveva perduto del suo impero, sebbene fosse stata interamente staccata dalla morale. La credenza che il papa ed i suoi prelati potevano soli disporre delle chiavi dell'inferno e del paradiso non si era indebolita; tuttavia universale era l'orrore che si aveva per ogni opinione d'indipendenza in materia di fede, perchè dannata come eretica; la giustizia di Dio, pervertita tra le mani degli uomini, più non era che la guarenzia della fede, non quella della probità e dell'onore.

Fu in questo depravato secolo, fu sotto il pontificato di Sisto IV, l'istigatore di tanti delitti, che l'inquisizione venne introdotta nella Spagna, e che questo sanguinario tribunale ricevette una legislazione assai più formidabile ed atroce, che non quella ond'era diretto tre secoli prima nella sua prima istituzione contro gli Albigesi. Dal 1478 al 1482 i tribunali stabiliti in Castiglia per esaminare la fede dei nuovi convertiti fecero bruciare due mila persone; altri prevenuti in assai più copioso numero perirono nelle prigioni; altri, e questi furono trattati con maggiore indulgenza, vennero segnati con una croce color di fuoco sul petto e sulle spalle, dichiarati infami, e spogliati d'ogni loro avere. I nuovi tribunali non perdonarono neppure ai morti; si estrassero le loro ossa dai sepolcri per essere bruciate, si confiscarono i loro beni ed i loro figli furono notati d'infamia. Coloro che avevano nelle loro famiglie il sangue di qualche Moro o di qualche Giudeo, fuggivano da quella terra di proscrizione, sicchè nella sola Andalusia rimasero deserte cinque mila case[416]. Cento settanta mila famiglie giudee, che formavano ottocento mila individui, furono scacciati dal territorio della Spagna; e non pertanto la maggior parte dissimulò la propria religione per conservare la patria, mentre altri moltissimi vennero dichiarati schiavi, e venduti al pubblico incanto[417].

«Questa severità nel punire gli apostati neofiti della razza giudea, dice l'annalista della Chiesa, Raynaldo, ottenne presso alla gente dabbene la più alta gloria ad Isabella, regina di Castiglia; altri però la calunniarono. Si diede voce che, non per vendicare le ingiurie dell'offesa divinità, ma per adunare dell'oro, e per accumulare ricchezze, procedevasi ne' giudizj con tanta severità. La stessa regina, avendo dato a conoscere di temere che quest'accusa non giugnesse alle orecchie del papa, Sisto IV scacciò dal suo cuore così ingiusto sospetto, ed applaudì alla di lei pietà colla sua lettera del 25 febbrajo 1483[418]

Gli scrittori italiani del quindicesimo secolo, non meno che quelli del diciasettesimo, mai non parlavano di tali persecuzioni senza approvarne altamente la massima. I più moderati, i più umani contentavansi soltanto di biasimare le circostanze dell'esecuzione. Così Bartolommeo Senarega, storico di Genova, che vide trattenersi in quella città molte migliaja di giudei, e che fu commosso dai loro patimenti, ci offre nella sua narrazione un'adequata misura delle opinioni degli uomini i più filosofi e più tolleranti del secolo. «La legge del loro esilio, egli scrive, parve a prima vista lodevole, perchè tendente a conservare l'onore della nostra religione; ma in sè forse conteneva tanto quanto di crudeltà, qualora per lo meno vogliamo considerare i Giudei come uomini creati dalla divinità, non quali feroci belve. Non potevansi senza compassione osservare le loro miserie: molti di loro perivano di fame, in particolare i fanciulli ed i bambini lattanti; le madri, che potevano appena reggersi in piedi, portavano nelle loro braccia i bambini affamati e perivano assieme; molti soggiacevano al freddo, altri alla sete, l'agitazione del mare e la navigazione, cui non erano accostumati, aggravavano tutte le loro infermità. Io non dirò con quanta crudeltà ed avarizia fossero trattati dai loro condottieri. Molti vennero annegati dalla cupidigia dei marinai, molti costretti a vendere i loro figli, perchè non avevano onde pagare il noleggio; arrivarono a Genova in grosso numero, ma non fu loro permesso di trattenersi lungamente, perchè in forza di antiche leggi i Giudei viaggiatori non potevano rimanervi più di tre giorni. Pure si diede loro licenza di riparare le navi e di rifarsi per alcuni giorni dai patimenti della navigazione. Voi gli avreste creduti spettri; tanto eran magri, pallidi, cogli occhi sprofondati, e non distinguibili dagli estinti che pel movimento, sebbene si reggessero in piedi a stento. Molti di loro spirarono presso al molo, perchè questo quartiere, circondato dal mare, era il solo in cui fosse ai Giudei permesso di riposarsi. Non si avvertì a bella prima che tanti infermi e moribondi dovevano risvegliare il contagio; ma in primavera si manifestarono più ulceri, che non s'erano mostrate nell'inverno; e questa malattia, lungamente nascosta in città, fece nel susseguente anno scoppiare la peste[419]

I preti non avevano risvegliato questo zelo persecutore soltanto nella Spagna; anche il clero d'Italia si sforzava di emulare nelle sanguinarie sue vendette con quello al di là de' Pirenei. Ogni anno facevasi circolare qualche nuova storia di un fanciullo cristiano rubato dai Giudei, e fatto lentamente perire sotto il coltello nel giorno di Pasqua, bevendo un dopo l'altro il suo sangue; e con queste terribili novelle si andava ispirando ai popoli lo stesso furore contro di loro[420]. A Firenze fra Bernardino d'Asti, francescano, predicò contro i Giudei una non piccola parte della quaresima del 1487. Raccomandò che si avesse cura di mandare tutti i fanciulli della città alla predica che intendeva di fare il 12 di marzo: e quando n'ebbe raccolti da due in tre mila, disse loro che gli aveva prescelti per essere i suoi soldati; ordinò loro di andare ad orare ogni mattina al santo Sagramento nella cappella della Chiesa, affinchè ispirasse agli adulti la santa risoluzione di scacciare i Giudei; dovevano perciò recitare un pater noster e tre ave Maria stando inginocchiati. Il susseguente mattino tutti questi fanciulli si affollarono infatti nella chiesa, e ne uscirono per mettere a ruba il quartiere de' Giudei. La signoria potè difficilmente trattenerli; volle ammonire il predicatore, il quale rispose che gli ordini di Dio erano superiori a quelli de' magistrati, e che niente potrebbe rimuoverlo dal dire sul pergamo tutto ciò che credeva conveniente alla salvezza del popolo. Convenne all'ultimo farlo uscire dalla città con grave scandalo dello scrittore, che lasciò memoria di quest'avvenimento[421]. Fra Bernardino andò a terminare la quaresima a Siena, ove cercò di ammutinare nella stessa maniera il popolo contro i Giudei[422].

In aprile del 1492 un Francescano, spagnuolo, tentò di eccitare in Napoli la stessa persecuzione contro i Giudei. Dopo avere invano esaurite tutte le fonti della sua eloquenza ed innanzi alla corte ed innanzi al popolo, tentò altresì di far parlare i morti; fece comparire l'ombra di san Cataldo, patrono della città di Taranto, che aveva vissuto nel quinto secolo; fece dissotterrare una cassetta, entro la quale aveva chiuse certe sue profezie scritte sopra lamine di piombo, nelle quali erano prenunciate la ruina del regno di Napoli e la vicina morte del re, se non si affrettava a cacciare i Giudei dal suo regno; e perchè Ferdinando non gli prestava intera fede, diffuse nella corte di Roma e per tutta l'Italia queste profezie, che furono bentosto spiegate colla espulsione della casa d'Arragona dal trono di Napoli[423].

Nello stesso tempo i tribunali ecclesiastici eccheggiavano di accuse di sortilegi; e lo spettacolo degli sventurati, che perivano tra le fiamme come maghi o come eretici, si faceva ogni dì più frequente[424].

I domenicani non volevano acconsentire che la civile autorità riconoscesse le loro sentenze, sebbene all'autorità secolare spettasse l'esecuzione delle medesime. Innocenzo VIII scriveva, il 30 di settembre del 1486, al vescovo di Brescia: «Nostro diletto figlio, frate Antonio da Brescia, inquisitore dell'eretica pravità in Lombardia, avendo condannati alcuni eretici dei due sessi, come impenitenti, ed avendo richiesti gli ufficiali di giustizia di Brescia di eseguire la sua sentenza, abbiamo udito con estrema sorpresa che gli ufficiali avevano ricusato di fare giustizia, e di eseguire i giudizj della santa inquisizione, se loro non facevasi conoscere il processo. In conseguenza vi commettiamo ed ordiniamo colle presenti, di ordinare ed ingiungere agli ufficiali secolari della città di Brescia, di dare esecuzione ai processi che voi avrete giudicati, senza appello e senza che siano altrimenti riveduti, nel termine di sei giorni dopo esserne stati legittimamente richiesti, sotto pena di scomunica, e di tutte le censure ecclesiastiche, che incorreranno per la sola disubbidienza, senza nuova promulgazione[425]

Così non fu nè la barbarie de' secoli di mezzo, nè un ardente ed entusiasta zelo, in un tempo in cui la religione riscaldava tutti gli animi, che accesero i roghi dell'inquisizione. Non fu nè meno la necessità di difendere la Chiesa contro i progressi de' novatori, come fu da taluno supposto. Le più furiose persecuzioni e le più implacabili, che macchiano la storia del clero, sono anteriori di quarant'anni alle prime prediche della riforma; esse sono contemporanee del più grande incremento delle lettere, della filosofia, della coltura dell'umana ragione, prima di quest'epoca memorabile; esse cominciano pure dall'istante in cui la corte di Roma era giunta all'estremo grado di corruzione, e sono la nuova e spaventosa conseguenza dei compensi, che questa stessa corruzione aveva fatto adottare ai credenti. Agli occhi di Sisto IV, d'Innocenzo VIII, di Alessandro VI, si cancellava la macchia del delitto pel rigore con cui si conservava la purità della fede. Bastava una persecuzione per lavare la vergogna di mille spergiuri, di mille impurità, di mille delitti. Coloro che in gioventù, o in matura età avevano ceduto alla forza del temperamento, o ai furori dell'ambizione e della vendetta, potevano di tutto ottenere il perdono, se negli estremi istanti della loro vita accendevano il rogo per i Giudei, per i Mori, per gli eretici. Questa spaventosa morale, dominante in Ispagna, predicata in Italia, sostenuta in tutta la cristianità dalle bolle dei papi, stendevasi rapidamente verso i paesi meno illuminati. Difficil cosa è il prevedere quale sarebbe stato il termine di questa spaventosa progressione, se la rivoluzione di una parte della Germania contro la tirannia di Roma non avesse, dopo una lunga lotta, costretti i papi a rinunciare a questa sanguinaria intolleranza, ch'era per loro diventata lo scopo unico della religione[426].

Il collegio de' cardinali, così zelante di mantenere la purità della fede, non ebbe appena notato lo spergiuro del capo della Chiesa, che, nel mese di marzo del 1489, Innocenzo VIII, in disprezzo de' suoi giuramenti, aggiunse sei nuovi cardinali al concistoro, sebbene questo collegio non si fosse ridotto al di sotto di ventiquattro membri; per lo contrario l'annalista ecclesiastico approva tale condotta, perchè le condizioni imposte dai cardinali, mentre la Chiesa era priva del suo pastore, sono dichiarate nulle da una costituzione d'Innocenzo VI. Ma lo stesso annalista Raynaldi, sempre così affezionato alla santa sede, disapprova che «con un vergognoso esempio di disprezzo per la disciplina ecclesiastica, Innocenzo VIII avesse nominato cardinale il figlio adulterino di suo fratello, ed il cognato ancora fanciullo del suo proprio bastardo[427].» La seconda di queste elezioni, che muove l'indignazione di così ortodosso scrittore della Chiesa, è quella di Giovanni, figliuolo di Lorenzo de' Medici, che fu poi Leon X. In fatti non aveva che tredici anni, e lo scandalo di dare alla Chiesa un principe così giovane era uno di quelli, contro i quali il giuramento d'Innocenzo VIII avrebbe dovuto metterlo in guardia. Per altro provò qualche vergogna di un'elezione disapprovata da molti membri del sacro collegio, ed impose per condizione al giovanetto Medici di non prendere l'abito della sua fresca dignità, e di non venire a Roma per sedere in concistoro prima che passassero altri tre anni, ed avesse compiuto il sedicesimo anno[428].

La stretta alleanza tra Lorenzo dei Medici ed Innocenzo VIII, conseguenza della debolezza del papa, veniva in tal modo ad innalzare sopra nuovi fondamenti la grandezza della casa de' Medici. Frattanto Lorenzo andava ogni dì più aggravando il giogo de' suoi concittadini: in principio del 1489 osò castigare con una ributtante insolenza il gonfaloniere Neri Cambi, che usciva allora di carica, per avere sostenuti i diritti della sua magistratura, ed ammoniti, senza avere prima consultato Lorenzo, alcuni gonfalonieri delle compagnie, che non si erano prestati a fare il loro dovere. Si trovò che tale condotta era troppo orgogliosa in faccia a Lorenzo, principe del governo, e questo nome di principe, fin allora sconosciuto ad una libera città, cominciò a pronunciarsi in Firenze[429].

La conseguenza di questo cambiamento fu di privare la storia di Firenze di ogni movimento e di ogni interesse. Tutta la politica della repubblica si concentrò nel gabinetto di Lorenzo de' Medici, e si trovò per conseguenza sepolta nel silenzio e nel segreto. I suoi encomiatori scrissero, ch'egli aveva mantenuto l'equilibrio d'Italia, che aveva dissuaso Innocenzo VIII dal muovere guerra a Ferdinando, dopo averlo scomunicato nel 1489, e dichiarato decaduto dal trono[430], che aveva impedito al duca di Calabria di prendere colle armi la difesa di Giovanni Galeazzo Sforza, suo genero, contro Lodovico il Moro, per ultimo che costantemente era stato il garante ed il mediatore della pace d'Italia. Quest'azione continua di Lorenzo dei Medici è possibile, non improbabile; ma non trovasene indizio negli storici fiorentini. Questa repubblica, centro in altri tempi di tutte le negoziazioni d'Italia, pareva che si andasse rendendo straniera a tutti i grandi interessi di questa contrada. I suoi annali sono vuoti. Scipione Ammirato passa rapidamente sui nomi di molti gonfalonieri senza contrassegnare la loro amministrazione con veruno avvenimento[431]. Anche gli altri storici passano quest'epoca sotto silenzio, più non si sentendo tirati a scrivere la storia, quando gl'interessi della patria più non erano quelli di ogni cittadino.

In questo universale silenzio richiama la nostra attenzione un avvenimento quasi domestico. Lorenzo de' Medici, sempre impegnato nel commercio ch'egli non esercitava personalmente, nè conosceva, lasciava i suoi affari nelle mani di commessi e di agenti stabiliti in varie piazze dell'Europa. Questi, risguardandosi quali ministri di un principe, si trattavano con ridicolo lusso, ed aggiungevano la negligenza alla prodigalità. Le immense sostanze che Cosimo aveva lasciate ai suoi nipoti furono dissipate da un lusso insensato; ma lungo tempo le obbligazioni de' ricevitori della repubblica cuoprirono il vuoto delle operazioni della banca. Tutte le entrate dello stato erano così distrutte, passavano in totalità nelle mani dei commessi della casa dei Medici, e venivano dissipate, come gli altri beni di questa casa, prima di essere riscosse. Giunse l'istante in cui tali ruinose operazioni non si poterono continuare, e giunse in mezzo alla pace, che avrebbe dovuto metter fine alle ristrettezze delle finanze della repubblica. Il 13 agosto del 1490, la signoria ed i consigli furono costretti a nominare una commissione di diciassette membri, onde ristabilire l'equilibrio tra le monete, le gabelle e tutte le finanze dello stato. Tale era la corruzione in cui caduta era questa nobile città, che questa commissione non si vergognò di disonorare la patria con un fallimento, per risparmiarlo alla casa Medici. Il debito pubblico, il di cui merito era fissato al tre per cento, si ridusse a non rendere che l'uno e mezzo, e, la diffidenza accrescendo ancora questa riduzione, i luoghi di monte, ossia le azioni di cento scudi, che prima di questo editto si vendevano a ventisette scudi, caddero ad undici e mezzo. Le pie istituzioni fatte dalla repubblica o da moltissime famiglie per pagare doti alle figlie che si maritavano, furono soppresse; e soltanto ne fu promesso il frutto dopo vent'anni, in ragione del sette per cento[432]. Poco dopo questi magistrati, che si facevano chiamare i Riformatori, screditarono le monete in corso, dichiarando che più non si riceverebbero nelle pubbliche casse, che colla perdita del quinto del loro valore. Intanto la signoria continuava ella stessa a darle in pagamento al corso plateale, onde questo scredito fu una fraudolente invenzione di accrescere di un quinto le entrate dello stato, senza che emanasse un'apposita legge dai consigli che potevano avere il diritto di stabilire le imposte[433]. Essendosi per tal modo salvata a spese della patria la fortuna di Lorenzo de' Medici, egli sentì quanto fosse imprudente consiglio il lasciarla ancora esposta in un ruinoso commercio, ed impiegò i capitali, che gli erano rimasti, nell'acquisto di vasti poderi[434].

Gli annali di Bologna, repubblica per tanti anni alleata di Firenze, e che aveva avuto in Italia quasi la stessa considerazione, erano egualmente senza interesse, dopo che un potente cittadino aveva abusato del credito acquistato con lunghi servigi dalla sua famiglia, impadronendosi di tutto il potere. Giovanni Bentivoglio occupava in Bologna, fino dal 1462, precisamente lo stesso grado, che Lorenzo de' Medici aveva a Firenze. Come Lorenzo, egli era circondato di artisti e di distinti letterati, che con un efimero splendore abbagliavano i Bolognesi intorno alla perdita della loro libertà. Come Lorenzo, aveva contratti parentadi con famiglie sovrane: Annibale, il primogenito de' suoi quattro figli, aveva sposata la figliuola di Ercole, duca di Ferrara[435]; Violanta, una delle sette sue figlie, sposò, nel 1480, Pandolfo Malatesta, signore di Rimini; ed abbiamo di già parlato dell'altra sua figlia Francesca, moglie del principe di Faenza, da lei assassinato. Come il Medici, anche il Bentivoglio dava ai popoli splendide feste, e loro presentava, in cambio dei perduti diritti, lo splendore e lo spettacolo di una corte: ornava, come egli, la sua residenza di sontuosi edificj, di palazzi e di chiese, unico argomento degli annali di Bologna[436]. Il Bentivoglio superava il Medici in virtù militari; poteva egli stesso comandare le sue armate; faceva fare ai suoi figli il mestiere di condottiere, ed egli non era costretto di fidarsi totalmente a braccia mercenarie, per difendere il suo stato; ma il Bentivoglio per molti altri rispetti era inferiore al Medici. Egli non aveva quel gusto, quell'eleganza, che fecero dimenticare nel Medici l'oppressore della repubblica fiorentina, per non ravvisare in lui che il protettore delle lettere. Al Bentivoglio mancavano però quella facilità di carattere, quella dolcezza nel privato conversare co' suoi famigliari, che guadagnarono a Lorenzo tanti illustri amici, la di cui testimonianza non lascia di fare illusione anche al presente.

Per altro la grandezza del Bentivoglio risvegliava tanta gelosia in Bologna, quanta il Medici in Firenze: la famiglia dei Malvezzi nella prima città, siccome quella de' Pazzi nell'altra, non sapeva ridursi a scendere al grado di suddita, dopo avere gustata l'eguaglianza. Giulio, figlio di Virgilio Malvezzi, e Giovan Filippo e Girolamo, figli di Battista Malvezzi, ordirono una congiura per uccidere Giovanni Bentivoglio. Furono scoperti, il 27 di novembre del 1488, prima di averne tentata l'esecuzione: molti loro compagni fuggirono, come pure Girolamo e Filippo Malvezzi, ma Giovanni Malvezzi, Giacomo Barzellini, ed altri diciotto loro complici furono appiccati; tutti i membri della numerosa famiglia Malvezzi vennero esiliati nella susseguente mattina, sebbene non avessero avuto parte nella congiura, ed i loro beni furono confiscati. Perfino due monache che trovavansi nel convento di sant'Agnese, furono trasportate a Modena, perchè portavano quell'odiato nome; e la congiura dei Malvezzi, cagionando la ruina di una casa, che in opinione ed in ricchezze aveva in Bologna il secondo posto, non servì che ad accrescere la potenza di coloro contro i quali era diretta[437].

La città di Perugia, che molto tempo aveva figurato tra le repubbliche della Toscana, non andava esente da turbolenze press'a poco simili, sebbene avesse perduta la sua indipendenza, la sua popolazione e l'antica sua ricchezza. Sempre divisa tra le due fazioni degli Oddi e de' Baglioni, la loro guerra civile aveva avuto fine nel 1489 coll'esilio dei primi, e di tutti i superstiti della famiglia di Braccio da Montone[438]. Questi esiliati, coll'ajuto del duca d'Urbino, e col segreto assenso d'Innocenzo VIII, trovarono mezzo di tornare in Perugia il 6 giugno del 1491, alle quattr'ore di notte. Molto si ripromettevano dalle intelligenze che credevano di trovare in città; ma per lo contrario, appena scoperti, vennero caldamente attaccati da tutti i cittadini. All'incirca cinquanta degli emigrati rientrati furono uccisi in questa zuffa, altri cento di già coperti di ferite furono fatti prigionieri, e subito appiccati. Il protonotaro Fabricio ed un altro prelato, chiamato Ridolfo, principali capi della fazione degli Oddi, furono uccisi; ed il papa, udendo la sconfitta della parte ch'egli aveva mostrato di spalleggiare, non si mostrò difficile ad accordare ai figli dei vincitori i beneficj de' preti morti in questa battaglia[439].

Per ultimo la città di Genova non era in allora più libera delle altre repubbliche sue alleate. La rivoluzione dell'ottobre del 1488 l'aveva assoggettata al duca di Milano, ed Agostino Adorno la governava a suo nome; ma perchè poco prima una fazione aveva implorata la protezione del re di Francia, offrendogli la signoria della loro patria, Lodovico il Moro, per conciliare queste pretese con quelle del potente suo vicino, aveva domandato di tenere Genova come un feudo mobile della corona di Francia, ed infatti ne aveva avuta l'investitura a tal patto nel 1490[440].

Gli altri stati dell'Europa, distrutti in tale epoca da intestine guerre, esercitavano poca influenza sulla politica italiana; quindi il riposo che si godeva in sul declinare del quindicesimo secolo, quel riposo tanto vantaggioso alle lettere ed alle arti, e che fu celebrato da tutti gl'Italiani in confronto alle lunghe e sanguinose guerre che dovevano cominciare tra poco, non era altrimenti il frutto della politica di un uomo, ma il risultamento di un'unione di circostanze che non potevano lungamente durare. La Francia, di dove il turbine doveva bentosto piombare sull'Italia, non era per anco apparecchiata a sostenere la premeditata guerra. Nella sua giovinezza Carlo VIII aveva di già concepito il progetto di conquistare il regno di Napoli, progetto che eseguì in breve con un successo affatto sproporzionato alle sue forze ed a' suoi talenti[441]. Ma la rivalità fra la signora di Beaujeu, sua sorella, governatrice del regno, ed il duca d'Orleans, la guerra contro il duca di Bretagna, e l'altra contro Massimiliano, figliuolo di Federico III, che per parte di sua moglie aveva ereditata la casa di Borgogna, tenevano in allora la Francia occupata in troppo pressanti interessi, perchè si potesse prevedere, che tutt'ad un tratto porrebbe da banda ogni altro pensiero per iscendere con tutte le sue forze in Italia.

Massimiliano, che dal canto suo vi doveva portare la guerra ora come rivale, ed ora come alleato del monarca francese, trovavasi in allora implicato in contese ne' Paesi Bassi. In luglio del 1477 egli aveva sposata Maria, erede della Borgogna, l'aveva perduta il 28 marzo del 1482, e dopo tale epoca i suoi sudditi avevano cominciato a contrastargli la reggenza de' suoi stati, ed il diritto di allevare suo figliuolo Filippo. Massimiliano fu tenuto nove mesi loro prigioniere a Bruges; ed allora poco pensava a far valere i diritti di re de' Romani, acquistati nel 1484, od a scendere in Italia per proteggere Innocenzo VIII, che caldamente lo invitava nel 1490[442].

Federico III, suo padre, giunto all'estrema vecchiaja, dopo cinquant'anni di regno, non poteva mostrare quel vigore, di cui non aveva nemmeno date prove in gioventù. Egli non aveva saputo nè respingere i Turchi, nè farsi rispettare dai Tedeschi, nè conservare i diritti della sua corona. Trattando ingiuste guerre contro Mattia Corvino, l'eroe dell'Ungheria, non aveva saputo difendere contro il medesimo la propria eredità. L'Austria era invasa, ed egli andava errando d'una in altra città imperiale, o d'uno in altro convento, vivendo alle spese di coloro che gli davano ospitalità[443].

Mattia Corvino, re d'Ungheria, il solo che avesse avuta la gloria di fermare Maometto II in mezzo alle sue conquiste, e con ciò forse quella di avere salvata la cristianità, si era trovato più implicato nella politica d'Italia che verun altro de' suoi predecessori, tranne Luigi il Grande della casa d'Angiò. La sua alleanza con Venezia, il suo matrimonio con Beatrice d'Arragona, figlia di Ferdinando, e cognata d'Ercole, duca di Ferrara, la sua ubbidienza ai voleri del papa, e le sue guerre coll'imperatore, aveva moltiplicate le sue relazioni cogli Italiani; ma egli morì il 5 d'aprile del 1490[444]. Cinque pretendenti si presentarono per avere la sua corona. Giovanni Corvino, suo figlio bastardo, era fra tutti quello che per avere ereditate quasi tutte le paterne virtù, pareva assistito da migliori diritti: non pertanto gli fu preferito Uladislao, re di Boemia, e figlio del re di Polonia. Ma tale elezione fu cagione all'Ungheria di estreme ruine. I Tedeschi, i Polacchi, i Turchi ed i malcontenti Ungari se ne contesero le province; tutte le chiese cristiane furono incenerite fino a Varadino, la Croazia e la Transilvania furono saccheggiate nel 1491, e Schabatz, il baluardo della Cristianità, fu assediato dai Musulmani. Alba reale e Schabatz non vennero per altro in potere dei Turchi; ma Paolo di Kinitz, che fece levare l'assedio nel susseguente anno, macchiò la sua vittoria, trattando i suoi prigionieri con ispaventose crudeltà[445].

Nel 1485 Enrico VII aveva in Inghilterra posto fine alla tirannia di Riccardo III, e cercava di consolidare un'autorità tuttavia male riconosciuta. Nella Spagna Ferdinando ed Isabella, re di Arragona e di Castiglia, avanzavansi assai più rapidamente, che non tutti gli altri sovrani, verso la potenza e la considerazione. Essi avevano acquistato alla corte del papa un'influenza, che in addietro mai avuta non avevano i loro predecessori, e tutti i potentati d'Italia tenevano costantemente gli occhi rivolti alla Spagna. In questa stessa epoca essi ponevano i fondamenti di una assai più vasta potenza: Cristoforo Colombo scuopriva per loro, nel 1492, il nuovo Mondo, mentre che i Portoghesi dilatavano i loro stabilimenti su tutte le coste dell'Africa, e mentre Bartolommeo Diaz superava nel 1486 il Capo di Buona Speranza. Ma tutte le forze, tutte le ricchezze de' sovrani della Spagna erano rivolte contro il regno di Granata, il di cui acquisto era di quell'epoca il solo scopo della loro ambizione. Soltanto la capitale di quest'ultimo regno de' Mori nella Spagna, questa fiaccola da cui si erano sparse in tutto l'Occidente i lumi, le arti e le scienze degli Asiatici e degli antichi, conservava ancora la sua indipendenza. L'attacco di Ferdinando e di Isabella risguardavasi dai Latini come una guerra sacra, sebbene non si trattasse pei Cristiani di riconquistare i luoghi consacrati dalla religione, come nella Siria, o di difendersi contro le barbare invasioni, come in Grecia ed in Ungheria; ma per lo contrario di scacciare un popolo più incivilito che i suoi aggressori da un luogo ch'essi occupavano già da ottocento anni. La caduta del re Boabdil, e la conquista di Granata, fatta il 2 gennajo del 1492, vennero festeggiate in tutta l'Europa come il trionfo della Cristianità[446].

In tal modo tutto si andava apparecchiando per un'era nuova, non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Le regioni dell'Oriente e dell'Occidente, ravvicinate da una navigazione fin allora creduta impossibile, venivano a legarsi all'Europa come al centro della potenza e dell'incivilimento. Le nazioni si addestravano nelle ultime guerre civili, sviluppando quelle forze che in breve dovevano portare in estranie contrade. La Spagna, la Francia, la Germania, l'Inghilterra si apparecchiavano a scendere sul campo di battaglia come colossi, contro i quali più lottare non potrebbero quelle potenze che fino a tale epoca avevano creduto di tenere le bilance dell'Europa. Era giunta l'età in cui doveva mutarsi l'antico ordine delle cose; la libertà dei piccoli popoli erasi a poc'a poco perduta; tutti i principi di una stessa nazione, che indipendenti essendo gli uni dagli altri, non erano uniti che dai deboli vincoli della feudalità, erano caduti dal grado di rivali del monarca a quello di sudditi. Quella forza di cui avevano tanto tempo fatto uso gli uni contro degli altri per appagare le loro passioni, per difendere i loro diritti o il loro orgoglio, dovevano in breve con prodigalità consumarla sotto gli ordini di un padrone. Dovevano cercare in lontane parti la guerra che per sì lungo tempo avevano trovata ai loro confini. Gli eserciti erano vicini a contare tante migliaja di soldati, quante erano in addietro le centinaja; le guerre dovevano vestire un nuovo carattere di ferocia, perchè i popoli belligeranti avevano usanze, costumi, opinioni e specialmente un linguaggio affatto diverso, di modo che la preghiera e la compassione più non conservavano veruna comunicazione. Il desiderio di vendetta delle lunghe privazioni sostenute in lunghi viaggi, in lunghi accampamenti, in lunghe malattie, dovea chiudere i cuori de' guerrieri alle voci della commiserazione. Gli spedali militari, fino a tale epoca sconosciuti, dovevano bentosto consumare assai più soldati che non il ferro ed il fuoco; eppure le battaglie dovevano in pochi anni macchiare il suolo italiano con assai più di sangue che non erasene versato in tutto l'intero ultimo secolo. Tutto prendere doveva un più gagliardo e più severo carattere; tutto apparecchiava a più dolorose rivoluzioni, a scosse più violenti; ed omai più non dipendeva dall'ingegno di un solo uomo il ritardare o l'affrettare una crisi, renduta necessaria dalla natura delle cose.

Gl'Italiani, che videro succedere tutto ad un tratto lo sconvolgimento della loro patria a un periodo di calma, di ricchezza e di splendore letterario, attribuirono le mutazioni di cui ne sperimentavano gli effetti agli uomini ch'essi avevano conosciuti. Attribuirono a Lorenzo de' Medici l'onore di avere conservata la pace in Italia, perchè la terribile invasione che la pose sossopra accadde due soli anni dopo la di lui morte. Accusarono Lodovico il Moro d'avere colla sua ambizione privata e con una falsa politica, data la patria in mano a quegli stranieri, ch'essi chiamavano barbari, perchè loro rinnovò l'invito, di già fatto venti volte in questo e nel precedente secolo, di prendere parte nelle guerre d'Italia. Ma Lorenzo de' Medici non aveva impedito a Lodovico XI di dettare il 22 luglio del 1474 il suo testamento al vecchio re Renato a favore del conte du Maine, o di dettare a quest'ultimo il suo testamento del 10 dicembre 1481, a favore della corona di Francia. Tutte le pretese dei re francesi sul regno di Napoli erano state dunque apparecchiate da molto tempo, e precisamente dodici anni prima della morte di Lorenzo. Queste pretese non potevano essere cagione di guerra, nè finchè occupava il trono un re vecchio, infermo, timido, avaro, sospettoso, nè in tempo della minorità di suo figlio. Ma era bensì giunto l'istante in cui una tale ambizione diverrebbe così naturale alla Francia, che tre de' suoi re, diversi di carattere, d'ingegno, ed ancora pel sangue da cui uscivano, Carlo VIII, Lodovico XII e Francesco I, vi si abbandonerebbero con eguale ardore. Nè Lorenzo de' Medici avrebbe potuto trattenerli, quand'anche fosse vissuto fino all'età cui poteva naturalmente giugnere; nè avrebbe parimenti potuto prevenire o impedire l'unione di tutte le corone della Spagna nelle mani di Ferdinando e d'Isabella, la riunione delle eredità della Borgogna e dell'Austria in quelle di Massimiliano. Egli non aveva eccitata contro i primi la guerra di Granata, nè contro il secondo la ribellione de' Fiamminghi, onde non poteva appropriarsi il merito nè della loro attività nè del loro riposo.

Un solo mezzo poteva esservi di salvare l'Italia, ed era di seguire il progetto dei repubblicani Fiorentini, mandato a male da Cosimo de' Medici; di mantenere la repubblica di Milano quando ricuperò la sua libertà nel 1447, dividendo in tal modo la Lombardia tra due potenti stati liberi, Milano e Venezia; di conservare tra loro l'equilibrio col peso che Firenze e la Toscana porrebbero nella bilancia; di riunirle per un comune interesse qualunque volta si trattasse di difendere la libertà e l'indipendenza d'Italia; di spalleggiarle coll'alleanza degli Svizzeri, secondo il progetto che alquanto più tardi Sisto IV comunicò ai Cantoni; di riunire così, in caso di bisogno, le ricchezze di Firenze e di Milano, le flotte di Venezia e di Genova, e l'indomabile milizia degli Svizzeri, per la causa della libertà. In allora questa catena di repubbliche avrebbe presentato alle straniere potenze uno steccato, che non avrebbe potuto essere superato nè da Carlo VIII, nè da Massimiliano, nè da Ferdinando e da Isabella. Ma questo progetto, che gli Albizzi sarebbero stati degni di formare, che Neri Capponi concepì e vigorosamente sostenne, che venne rinnovato da Sisto IV, fu distrutto dalla personale ambizione di Cosimo e di suo nipote, i quali per essere i primi cittadini della loro patria, e per portare la loro famiglia al sovrano potere, abbisognavano di avere l'alleanza di altri principi, non di stati liberi. Per la stessa ragione Lorenzo tenne sempre Firenze lontana da Venezia, antica di lei alleata; ed ispirò al popolo uno spirito di diffidenza e di rivalità, contrario a quell'antica unione che aveva all'opportunità posto argine alle conquiste di Mastino della Scala, di Barnabò, di Giovanni Galeazzo e di Filippo Maria Visconti. Di modo che se della ruina d'Italia può darsene colpa ad un errore politico, dobbiam piuttosto incolparne Lorenzo che Lodovico il Moro.

Quest'ultimo, ambizioso tutore di suo nipote, ch'egli voleva privare del trono, luogotenente di un despota, ed aspirando alla tirannide, era veramente fatto per sagrificare ogni cosa al suo personale interesse. Non è già da tale razza d'uomini che possano pretendersi virtù pubbliche, nulla potevasi da lui sperare fuorchè un giusto calcolo. A dir vero egli s'ingannò, quando invocò l'ajuto degli stranieri, che dovevano in breve schiacciarlo; ma il suo errore non era nuovo. Dopo il primo Carlo d'Angiò, che viveva alla metà del XIII.º secolo, dopo Filippo e Carlo di Valois, i papi, i baroni napolitani, i Toscani, i Lombardi, i Veneziani, i Genovesi, avevano tutti ogni dieci anni chiamati i Francesi in Italia. Lodovico I, Lodovico II, Lodovico III, della seconda casa d'Angiò, il vecchio Renato, suo figlio Giovanni, duca di Calabria, e Renato di Lorena, avevano tutti più volte tentato di conquistare il regno di Napoli con eserciti francesi. Negli ultimi dieci anni Renato II era stato due volte chiamato dai Veneziani e due volte dal papa. Quasi nello stesso periodo i Genovesi si erano due volte offerti al re di Francia. Per ultimo Innocenzo VIII, l'amico ed il confidente di Lorenzo de' Medici, aveva di nuovo dichiarato guerra a Ferdinando di Napoli in novembre del 1489, confidando soltanto nell'ajuto di Carlo VIII, da lui chiamato a soccorrerlo[447]; e fu l'indolenza di Carlo, e non le persuasioni di Lorenzo, che finalmente obbligarono il papa a fare la pace nel 28 gennajo del 1492, allorchè vide che i suoi brevi, e le sue bolle, sole armi da lui adoperate in tre anni, non avevano avuta abbastanza forza di tirare i Francesi in Italia.

Non pertanto temendo Ferdinando di vedere finalmente eseguirsi quest'invasione, rinnovò con quest'ultimo trattato quasi tutte le condizioni della precedente sua convenzione col papa. Promise di dare la libertà ai figli dei baroni ch'egli aveva fatti morire; promise di pagare l'annuo tributo cui si era assoggettato; per ultimo promise di non turbare nel suo regno l'esercizio dell'ecclesiastica giurisdizione. Mandò il suo nipote, il principe di Capoa, a rendere omaggio al papa, il quale investì di nuovo il re del suo regno, siccome di feudo spettante alla Chiesa. Innocenzo fissò l'ordine della successione, chiamandovi il duca di Calabria, e, se questi premoriva al padre, il principe di Capoa; ed infine ricevette il giuramento del re. La bolla, che terminava questa contesa, è del 4 di giugno del 1492[448], e il 25 del susseguente luglio Innocenzo VIII morì, prima d'avere avuto il tempo di vedere Ferdinando mancare, secondo il praticato, a tutte le sue promesse[449]. Innocenzo VIII soffriva da gran tempo molte infermità, ed il 27 di settembre del 1490 era già stato creduto morto per uno svenimento di venti ore. In tempo della sua letargia Franceschetto Cibo tentò d'impadronirsi del tesoro pontificio, poi di Zizim, che soggiornava nello stesso palazzo del papa; ma le guardie dell'uno e dell'altro eransi opposte ai suoi tentativi[450]. I cardinali, che in allora si trovavano in Roma, eransi portati di buon mattino al palazzo ed avevano cominciato l'inventario del tesoro. Sebbene Franceschetto Cibo avesse già da gran tempo deviata una parte delle ricchezze della Chiesa, e le avesse mandate a Firenze, i cardinali trovarono ancora nella camera apostolica grandissime somme, che diedero a custodire al cardinale Savelli. Ma intanto il papa rinvenne, e tosto che si sentì rinvigorire, congedò tutti i cardinali, loro dicendo che sperava tuttavia di sopravvivere a tutti loro[451].

Nell'ultima sua malattia Innocenzo VIII si lasciò persuadere da un medico giudeo di tentare il rimedio della trasfusione del sangue, spesso proposto da certi empirici, ma fin allora non isperimentato che sopra animali. Tre fanciulli dell'età di dieci anni furono successivamente, mercè una ricompensa data ai loro parenti, assoggettati all'apparecchio che doveva far passare il sangue delle loro vene in quelle del vecchio, e il sangue di questi nelle vene de' fanciulli. Tutti e tre morirono nel cominciamento dell'operazione, probabilmente per l'introduzione di qualche bolla d'aria nelle loro vene, ed il medico giudeo si diede alla fuga piuttosto che di sagrificare nuove vittime[452]. In tempo della malattia d'Innocenzo VIII, precisamente a mezzo luglio, lo sventurato Zizim, il di cui capo in certo qual modo era stato da Bajazette II posto all'incanto, fu per ordine de' cardinali chiuso in Castel sant'Angelo, venendo risguardato come una parte importante dell'eredità del futuro pontefice.

Lorenzo de' Medici non conobbe la morte d'Innocenzo VIII, nè la scandalosa elezione di Roderigo Borgia, che gli successe sotto il nome d'Alessandro VI. Sorpreso da lenta febbre, che si aggiunse alla gotta, ereditaria nella sua famiglia, si era in sul cominciare dell'anno ritirato a Careggi, sua villa, per porsi tra le mani de' medici. Pareva che questi proporzionassero i loro rimedj alla ricchezza piuttosto che ai bisogni del loro ammalato; gli fecero prendere decomposizioni di perle e di altre pietre preziose senza verun giovamento. Lorenzo, circondato dai suoi amici, morì tra le loro braccia l'otto aprile del 1492, prima di avere compiuto l'anno 44 dell'età sua[453].

Qualunque si fosse la destrezza di Lorenzo de' Medici nel trattare gli affari, non può essere come uomo di stato collocato tra i sommi uomini, onde va gloriosa l'Italia. Tant'onore non è riservato che a coloro che, portando le loro viste al dissopra dell'interesse personale, assicurano col lavoro e colla loro vita la pace, la gloria o la libertà del loro paese. Per lo contrario Lorenzo tenne quasi sempre una politica egoistica; sostenne con sanguinose esecuzioni un usurpato potere; andò ogni giorno aggravando il detestato giogo sopra una città libera; privò i legittimi magistrati dell'autorità loro attribuita dalla costituzione, e deviò i suoi concittadini da questa pubblica carriera, nella quale prima di lui avevano mostrato tanto ingegno. Vedremo nell'ultima parte di quest'opera le funeste conseguenze della sua ambizione, e del rovesciamento delle nazionali istituzioni. Una disastrosa lotta si tenne viva trent'otto anni tra la famiglia di Lorenzo e la sua patria, ed ebbe soltanto fine collo stabilimento della tirannia di Alessandro dei Medici.

Per altro ingiusta cosa sarebbe lo spogliare Lorenzo de' Medici di una gloria accordatagli dalla posterità. Per l'attiva ed illuminata protezione da lui accordata alle arti, alle lettere, alla filosofia, egli meritò di associare il suo nome alla più bella epoca della storia letteraria dell'Italia. Colla prontezza e colla perspicacia del suo ingegno, colla flessibilità de' suoi talenti, col calore della sua anima, diventò il capo ed il promotore di un'associazione di grandi uomini intenti a far risorgere le lettere ed il buon gusto. Lorenzo era fatto per conoscere tutto, per apprezzar tutto, per sentire tutto. Egli mostrava la medesima attitudine per le arti di cui andava ragunando e moltiplicando i capi d'opera; per la poesia, cui ritornava l'antica armonia del Petrarca; per la filosofia, che riceveva in casa sua una nuova vita dallo studio profondo de' Platonici[454]. Lorenzo non era forse un uomo di straordinario ingegno, nè come poeta, nè come filosofo, nè come artista; ma aveva un così vivo senso del bello e del giusto, che metteva in sul buon cammino coloro ch'egli stesso non poteva seguire. Così il profondo pensare di Poliziano e di Pico della Mirandola, il genio poetico di Marullo e di Pulci, l'erudizione del Landino, dei Scala e dei Ficino, sono una parte essenziale della gloria del protettore cui dovettero, per così dire, quasi la loro esistenza. Abbiamo creduto che in un'epoca così gravida d'avvenimenti, bisognasse separare la storia politica da quella della letteratura del mezzogiorno; ed è in un'altra opera che abbiamo cercato di dare qualche idea del merito letterario di Lorenzo. I signori Ginguenè e Roscoe rendettero un più luminoso omaggio all'ingegno di quest'uomo straordinario. Lo rappresentarono in mezzo ai suoi amici, agl'illustri letterati che lo amavano[455]; e posero in tal modo in piena luce le attrattive del suo carattere, la sua facilità, il suo buon umore, la sua costanza, la sua magnanimità. Ma per affezionarsi così vivamente a Lorenzo conviene talvolta ammettere con poco scrupolo le pie frodi de' suoi amici e de' suoi adulatori: conviene particolarmente deviare lo sguardo dall'antica Firenze, e dimenticare, se è possibile, ciò ch'ella fu nei giorni della sua vera gloria, ciò ch'ella fu sotto la dittatura di Lorenzo, ciò ch'ella diventò dopo di lui[456].

FINE DEL TOMO XI.

[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO XI.]

Capitolo LXXXIII. Lorenzo de' Medici succede al credito di suo padre presso la repubblica fiorentina. — Fasto ed ambizione dei nipoti di Sisto IV; prima campagna di Giuliano della Rovere, che poi fu Giulio II. Progressi dei Turchi; primo assedio di Scutari; assedio di Lepanto, presa di Caffa. 1469-1475 [pag. 3]
La repubblica fiorentina cessa di essere la direttrice dell'Italia [3]
1469 I figli di Pietro de' Medici troppo giovani per governare quando morì il loro padre [5]
La fazione attaccata alla loro famiglia loro deferisce non per tanto l'autorità [6]
Politica di Tommaso Soderini che conserva il credito dei Medici [7]
Durante la loro giovinezza la repubblica si mantiene in riposo [9]
1471 Fastoso viaggio di Galeazzo Sforza a Firenze [10]
Influenza fatale della corte dello Sforza sui costumi dei Fiorentini [11]
1470 6 aprile. Bernardo Nardi occupa Prato per sorpresa [12]
Viene fatto prigioniere e condannato co' suoi complici a morte [14]
1472 Turbolenze a Volterra in occasione di una miniera d'allume [15]
1472 27 aprile. Volterra si rivolta contro Firenze [17]
Giugno. Volterra presa e saccheggiata da Federico di Montefeltro [17]
1471 9 agosto. Elezione di Sisto IV sospetta di simonia [18]
Il tesoro di Paolo II sottratto da questo papa o da' suoi nipoti [20]
Quattro nipoti di Sisto IV, cui egli sagrifica gl'interessi della Chiesa [21]
Grazie che accorda a Leonardo ed a Giuliano della Rovere, ed a Girolamo Riario [21]
Potenza e stravagante lusso di Pietro Riario, cardinale di san Sisto [24]
1473 12 settembre. Giugne a Milano col titolo di legato di tutta l'Italia [26]
1474 5 gennajo. Sua morte cagionata dalle sue dissolutezze [27]
Giovanni della Rovere, altro nipote del papa, sposa Giovanna di Montefeltro [27]
21 agosto. Federico di Montefeltro creato dal papa duca d'Urbino [28]
Campagna del cardinale Giuliano della Rovere contro Todi [29]
Attacca Niccolò Vitelli, principe di Città di Castello [31]
I Fiorentini lo difendono [32]
Diffidenza de' Fiorentini per l'alleanza del papa, del re di Napoli e del duca d'Urbino [33]
2 novembre. Alleanza tra i Fiorentini, Venezia ed il duca di Milano [35]
1474 Nullità per alcuni anni della storia d'Italia [36]
Il papa ricusa di prender parte nella guerra coi Turchi [36]
17 gennajo. Sconfitta dei Turchi a Rackowieckz data dal vayvoda di Moldavia [37]
Maggio. Il beglierbey di Romania intraprende l'assedio di Scutari [39]
Agosto. Leva l'assedio dopo aver molto sofferto per le malattie [40]
Patimenti degli assediati e dell'armata veneziana [40]
1475 I Turchi assediano inutilmente Lepanto [43]
Importanza della colonia genovese di Caffa [44]
Soccorsi mandati per terra a Caffa [45]
Contese de' Genovesi di Caffa con un kan di Tartaria [47]
Giugno. Caffa presa e ruinata da Maometto II [48]
Indebolimento di tutte le parti nella guerra dei Turchi [50]
Capitolo LXXXIV. Congiura di Niccolò d'Este a Ferrara, di Girolamo Gentile a Genova, d'Olgiati, Visconti e Lampugnani a Milano. Rivoluzioni nello stato di Milano dopo la morte di Galeazzo Sforza. 1476-1477 [51]
Tutti gli stati d'Italia travagliati nello stesso tempo dalle congiure [51]
Un tiranno non può essere rovesciato che da una congiura [52]
Cosa avvi di nobile e di generoso in ogni congiura [53]
1476 Congiura di Niccolò, figliuolo di Lionello d'Este, contro Ercole [56]
1476 1.º settembre. Niccolò entra in Ferrara con seicento uomini [57]
Viene posto in fuga, fatto prigioniero e condannato a morte [59]
Limitato potere del duca di Milano in Genova dopo le capitolazioni [60]
Galeazzo Sforza non le mantiene [62]
Vuol dividere in due la città di Genova per domarla [63]
Coraggio di Lazzaro Doria, che gli fa abbandonare questo progetto [64]
Giugno. Girolamo Gentile prende le armi per liberar Genova [65]
È costretto a rinunciare al suo progetto e ad uscire di città [67]
Carattere e vizj di Galeazzo Sforza [68]
Girolamo Olgiati, Carlo Visconti e Giovanni Andrea Lampugnani allievi di Cola Montani, che inspira loro l'odio per la tirannia [69]
Fa loro insegnare l'arte della guerra [71]
Irritati dagli oltraggi dello Sforza congiurano contro di lui [72]
Preghiera de' congiurati nella chiesa di sant'Ambrogio [72]
26 dicembre. Uccidono Galeazzo in questa chiesa [75]
Il Lampugnani ed il Visconti uccisi immediatamente [76]
Costanza di Girolamo Olgiati in mezzo ad orribili supplicj [77]
1477 Giovanni Galeazzo Sforza, figlio di Galeazzo, riconosciuto duca di Milano, sotto la reggenza di sua madre, Bona di Savoja [79]
1477 Gelosia tra il Simonetta, suo primo ministro, ed i fratelli di Galeazzo [81]
16 marzo. Tumulto in Genova per la notizia della morte del duca di Milano [82]
Prospero Adorno liberato di prigione dalla reggenza di Milano, ed incaricato di calmare le turbolenze di Genova [83]
30 aprile. L'Adorno ristabilisce in Genova la limitata autorità del duca di Milano [83]
I fratelli Sforza riducono i Fieschi all'ubbidienza [85]
Maggio. Tornano a Milano, sperando d'occupare la suprema autorità [87]
25 maggio. Arresto di Donato Conti loro confidente [88]
Tentano di sollevare il popolo, ma sono forzati a fuggire [89]
Morte d'Ottaviano Sforza in riva all'Adda; esilio de' suoi fratelli; compiuta vittoria di Cecco Simonetta [90]
Capitolo LXXXV. Congiura de' Pazzi. 1478 [92]
1472-1477 La storia fiorentina nel corso di più anni senza interesse [92]
Potere vessatorio che s'arrogano i Medici [93]
Consumano le sostanze del pubblico per sostenere il proprio commercio [94]
Partigiani dei Medici e loro nemici [95]
Gelosia di Lorenzo contro la famiglia de' Pazzi [97]
1472-1477 Priva Giovanni de' Pazzi della eredità dei Borromei [99]
Francesco Pazzi abbandona Firenze per istabilirsi a Roma [101]
Associa il suo odio a quello di Sisto IV e di Girolamo Riario [102]
Conosce di non poter attaccare i Medici che col mezzo di una congiura [103]
Guadagna al suo partito Francesco Salviati, nominato arcivescovo di Pisa [105]
1477 Carlo di Montone attaccando i Sienesi gl'indispone contro Firenze [105]
Jacopo de' Pazzi entra nella congiura di suo nipote [107]
Si uniscono ai congiurati altri nemici dei Medici [107]
10 dicembre. Raffaello Riario nominato cardinale di 18 anni [109]
1478 Il cardinale Riario viene a Firenze, ed i congiurati vogliono attaccare i Medici in occasione delle feste date al cardinale [110]
26 aprile. I congiurati assalgono i due fratelli, in tempo della messa, nella cattedrale [112]
Giuliano è ucciso, Lorenzo sottratto a' suoi uccisori [113]
Lorenzo si ritira a casa sua, circondato da' suoi amici [114]
In questo frattempo l'arcivescovo Salviati tenta d'impadronirsi del palazzo pubblico [115]
Il Gonfaloniere fugge dalle sue mani, lo fa arrestare ed appiccare ad una finestra del palazzo [116]
1478 Inutili sforzi di Jacopo de' Pazzi per sollevare il popolo [118]
Tutti i congiurati uccisi dal popolo furibondo [119]
Settanta cittadini fatti a pezzi nelle strade [120]
Carattere dei Pazzi [122]
Attacco degli alleati contro la repubblica fiorentina [123]
4 giugno. Bolla contro di lei di Sisto IV [123]
13 giugno. I Fiorentini per difendersi nominano i decemviri della guerra [125]
Il re di Francia ed altri sovrani vogliono dissuadere Sisto IV dall'intraprendere la guerra [127]
Il cardinale di Pavia consiglia Sisto IV a dare risposte inconcludenti [128]
Rappresenta la causa de' congiurati come diventata quella della santa sede [128]
Il papa differisce fino alla fine dell'anno a rispondere agli ambasciatori francesi, ed intanto si apparecchia alla guerra [130]
Capitolo LXXXVI. Guerra tra Sisto IV, alleato di Ferdinando di Napoli, ed i Fiorentini. — Genova ricupera la sua libertà. — Continuazione e fine della guerra di Venezia contro i Turchi. 1478 [132]
La dissimulazione de' cospiratori non è scusabile che per il pericolo cui si espongono [132]
I sovrani, che prendono parte in una cospirazione, scendono alla bassezza di assassini [133]
Il carattere di Sisto IV corrompeva il suo spirito e disonorava i suoi progetti [135]
1478 Suoi apparecchj per la guerra, e quelli de' Fiorentini [135]
30 agosto. Il duca Ercole di Ferrara accetta il comando dell'armata fiorentina [137]
Sospetta condotta di questo duca [137]
Lascia successivamente prendere le più importanti fortezze dei Fiorentini [138]
Novembre. Mette le sue truppe ne' quartieri d'inverno [141]
Lorenzo de' Medici si tiene sempre lontano dall'armata che combatte per lui [141]
I Fiorentini affrettano i soccorsi delle altre potenze [142]
Ricorrono a Bona, reggente del ducato di Milano [144]
Il re di Napoli eccita altri nemici contro Bona per impedirle di soccorrere i Fiorentini [144]
Eccita Prospero Adorno a sollevare Genova [144]
Sforzino mandato a Genova con una numerosa armata per sottomettere quella città [147]
Roberto di Sanseverino s'incarica della difesa di Genova [148]
7 agosto. Battaglia sotto i due gemelli
tra i Milanesi ed i Genovesi [148]
L'armata dei Milanesi disfatta e spogliata dai contadini [149]
26 novembre. Prospero Adorno costretto a cedere il suo posto a Battista Fregoso [150]
I Fiorentini cercano di tenersi in pace col governo di Genova [152]
Peste a Firenze ed a Venezia [153]
Negoziazioni de' Fiorentini con Venezia per avere soccorsi [154]
1478 I Veneziani, spossati dalla guerra de' Turchi, non possono soccorrere Firenze [155]
1475 Loro sforzi per ottenere la pace da Maometto II [155]
Fanno condurre a Venezia i figli naturali di Giacomo di Lusignano [156]
1477 Achmet, sangiacco d'Albania, assedia Croja [157]
2 settembre. Francesco Contarini disfatto sotto Croja [158]
Ottobre. Il pascià di Bosnia invade il Friuli [159]
Achmet Giedik s'impadronisce del ponte di Gorizia [160]
Girolamo Novello battuto sulle rive dell'Isonzo dai Turchi [161]
Il nord dell'Italia, fino alla Piave, guastato dai Turchi [162]
1478 I Veneziani fortificano di nuovo le rive dell'Isonzo [164]
Gennajo. Fanno nuovi sforzi per avere la pace [164]
Maggio. Maometto rifiuta le condizioni dettate da lui medesimo [165]
15 giugno. Croja s'arrende a Maometto, che viola la capitolazione [166]
Maometto assedia Scutari [167]
27 luglio. Terribile assalto dato a Scutari [168]
Maometto occupa varie piazze dell'Albania [170]
Attacca di nuovo il Friuli [171]
Gli affari di Cipro tengono la repubblica di Venezia inquieta [172]
27 agosto. I Veneziani chiudono nella fortezza di Padova i figli di Giacomo di Lusignano [173]
1478 Estremità cui trovasi ridotta Scutari [174]
18 novembre. Il senato disposto di accettare la pace ad ogni condizione [176]
1479 26 gennajo. Giovanni Dario, ambasciatore di Venezia, fa la pace col Sultano [176]
La repubblica assegna pensioni agli abitanti di Scutari, che abbandonano la loro patria ceduta ai Turchi [178]
25 aprile. Si pubblica in Venezia la pace coi Turchi [179]
Capitolo LXXXVII. Sisto IV attira gli Svizzeri in Italia; loro vittoria sui Milanesi a Giornico. — Eccita Lodovico il Moro ad occupare il governo di Milano. Cattivo stato degli affari di Lorenzo de' Medici; passa a Napoli, ove soscrive una pace, che compromette l'indipendenza della Toscana. Progetto del duca di Calabria sopra Siena; rivoluzioni di questa repubblica. 1478 1480 [180]
1479 Gelosia degl'Italiani contro Venezia dopo la pace di Costantinopoli [180]
Collera di Sisto IV contro di loro [181]
Cerca di eccitare nuove guerre in Italia [182]
1476-1478 Principj del commercio delle indulgenze in Isvizzera [183]
Sisto IV invita gli Svizzeri alle guerre d'Italia [184]
Intrighi nella Svizzera del suo legato Guido di Spoleto [185]
Novembre. Il cantone d'Uri dichiara la guerra al duca di Milano [185]
Gli Svizzeri guastano i contorni dei laghi e minacciano Bellinzona [186]
1479 gennajo. Battono il conte Torelli a Giornico [187]
Pace tra il duca di Milano ed i cantoni svizzeri [189]
Intrighi di Sisto IV col Sanseverino e cogli Sforza [189]
Debolezza dei Fiorentini nella loro guerra contro Roberto di Sanseverino [190]
Animosità de' soldati di Braccio contro quelli dello Sforza, che servivano con loro nell'armata fiorentina [191]
7 settembre. L'armata fiorentina disfatta a Poggio imperiale, e loro fortezze prese dal duca di Calabria [192]
I fratelli Sforza passano in Lombardia [194]
23 agosto, Tortona s'arrende a Lodovico Sforza, detto il Moro [194]
8 settembre. Viene richiamato a Milano dai nemici del conte Cecco Simonetta [195]
11 settembre, Lodovico il Moro fa imprigionare il Simonetta ed un anno dopo lo fa perire [196]
1480 7 ottobre. Rinvia la duchessa Bona, e dichiara suo figlio maggiore di dodici anni [198]
1479 I Veneziani ed i Fiorentini vogliono opporre Renato II di Lorena a Ferdinando [199]
Diritti di Renato II di rappresentare la casa d'Angiò [200]
I duchi di Calabria e d'Urbino invitano Lorenzo de' Medici a trattare con Ferdinando [201]
1479 Disparere tra il re di Napoli ed il papa intorno alla guerra di Firenze [202]
Pericolosa situazione di Lorenzo de' Medici [204]
5 dicembre. Parte per trattare la pace a Napoli [205]
1480 Viene ricevuto in Napoli con grandissimi onori [207]
Espone a Ferdinando i principj della sua politica [208]
Ferdinando vuole accertarsi se i nemici di Lorenzo non approfitteranno della sua assenza [210]
6 marzo. Ferdinando soscrive la pace colla repubblica fiorentina [211]
12 aprile. Lorenzo, tornato a Firenze rende la propria autorità più assoluta [212]
Magnificenza e prodigalità di Lorenzo [213]
Progetti di Ferdinando sopra Siena, che l'avevano mosso a fare la pace [214]
1403-1480 Siena governata dai tre Monti riuniti, dei Nove, dei Riformatori e del Popolo [215]
Prosperità della repubblica sotto questo governo [216]
Scontento delle parti escluse dal governo [217]
1480 22 giugno. Il monte dei Riformatori escluso dal governo dal duca di Calabria [219]
Nuovo governo disposto ad assoggettare Siena al re di Napoli [220]
Siena salvata dallo sbarco dei Turchi in Otranto [221]
Capitolo LXXXVIII. Maometto II conquista Otranto; Sisto IV, spaventato, fa la pace coi Fiorentini, ed il duca di Calabria lascia Siena per liberare Otranto. Morte di Maometto II. Nuova guerra accesa in tutta l'Italia da Sisto IV per il ducato di Ferrara. Passa dall'uno all'altro partito, ed all'ultimo muore di rabbia che sia conclusa la pace. 1480-1484 [222]
1480 Spedizione di Maometto II contro l'isola di Rodi diretta da Mesithes [222]
28 luglio. Sbarco dei Turchi, condotti da Ackmet Giedik, ad Otranto [223]
11 agosto. Presa d'Otranto ed uccisione degli abitanti [223]
I Veneziani avevano favoreggiata quest'invasione, ed il papa veniva accusato d'averli acconsentito [225]
Spavento di Sisto IV vedendo i Turchi in Italia [226]
Chiama tutti gl'Italiani a difendere la Chiesa [227]
7 agosto. Il duca di Calabria parte da Siena per difendere il regno di suo padre [228]
Il papa, spaventato, acconsente a riconciliarsi coi Fiorentini [229]
3 dicembre. Penitenza de' Fiorentini, e discorso che loro fa il papa [230]
1481 Marzo. I Fiorentini ricuperano le loro fortezze ai confini dello stato di Siena [233]
Paolo Fregoso mandato da Sisto IV contro Otranto [234]
3 maggio. Morte di Maometto II, che libera l'Italia del concepito terrore [235]
1481 10 agosto. Otranto ripreso dal duca di Calabria [236]
1480 4 settembre. Il papa spoglia gli Ordelaffi del principato di Forlì, e lo dà a suo nipote Girolamo Riario [237]
Estorsioni del papa per arricchire la finanza pontificia [238]
1481 Manda il Riario a Venezia per fare alleanza con quella repubblica [240]
Il Riario pensa a dividere con Venezia gli stati del duca di Ferrara [241]
Querele della repubblica di Venezia contra il duca di Ferrara [242]
1482 3 maggio. Il papa e la repubblica dichiarano la guerra al duca di Ferrara [243]
Alleanza del re di Napoli, del duca di Milano e de' Fiorentini per difenderlo [243]
Guerra de' signori de' castelli nello stato di Roma [244]
Guerra de' Fieschi in Liguria, e dei Rossi nello stato di Parma [245]
Difficoltà della guerra nelle paludi delle bocche del Po [247]
Roberto di Sanseverino, generale de' Veneziani, occupa molti castelli [248]
Federico di Montefeltro è nominato generale della lega che difende Ferrara [250]
Un eremita vuole difendere Figheruolo con un miracolo [251]
21 agosto. Il duca di Calabria disfatto a Campomorto, presso Velletri, da Roberto Malatesta generale del papa [253]
1482 Ingratitudine del papa verso il Malatesta che muore di veleno l'undici di settembre [253]
11 settembre. Morte di Federigo di Montefeltro, duca d'Urbino [255]
14 ottobre. Prima apertura di pace tra Sisto IV e Ferdinando [258]
12 dicembre. Sisto IV abbandona i Veneziani, e si attacca all'opposta lega [259]
1483 10 gennajo. Pubblica un manifesto contro i Veneziani, ed in appresso gli scomunica [260]
28 febbrajo. Congresso di Cremona per attaccare i Veneziani [261]
Si tratta la guerra assai mollemente [262]
Guerra di Toscana fatta ancora più vilmente [264]
9 maggio. Trattato dei Veneziani con Renato II di Lorena, che prendono al loro soldo [265]
30 agosto. La morte di Lodovico XI costringe Renato a tornare in Lorena [266]
24 maggio. Sisto IV scomunica i Veneziani [266]
19 novembre. Fa cardinale un suo cameriere in età di vent'anni [269]
1484 Maggio e giugno. La flotta Veneziana prende al re di Napoli Gallipoli e Policastro [270]
I Colonna perseguitati con accanimento da Riario, in Roma e ne' loro feudi [270]
1483 Supplicio del protonotaro Lodovico Colonna [271]
Negoziazioni di Girolamo Riario per ricuperare Rimini e Pesaro [273]
1483 Raffreddamento tra gli alleati [274]
15 luglio. Morte di Federico, marchese di Mantova [274]
Negoziazioni di Roberto di Sanseverino con Lodovico il Moro [275]
7 agosto. Pace di Bagnolo tra la lega ed i Veneziani [275]
I più deboli stati sagrificati dalla pace di Bagnolo [277]
Malcontento del papa quando conosce le negoziazioni [279]
12 agosto. Ricusa di approvare e benedire la pace [280]
13 agosto. Muore dopo alcune ore per un accesso di gotta al petto [281]
Suo gusto pei duelli chiusi [281]
Capitolo LXXXIX. Elezione d'Innocenzo VIII; questo papa fa scoppiare la guerra tra Ferdinando ed i suoi baroni. — Il cardinale Paolo Fregoso doge di Genova. — Conquista di Sarzana fatta dai Fiorentini. Anarchia e pacificazione di Siena. — Congiura contra Girolamo Riario e contro Galeotto Manfredi. 1484-1488 [283]
Autorità de' cardinali nella chiesa Romana [283]
In qual modo i papi li rendevano ligi alle loro volontà [284]
In ogni elezione i cardinali cercavano di limitare le prerogative del papa [286]
Ma i papi si scioglievano dai loro giuramenti in virtù della loro supremazia [288]
Il diritto dello spergiuro guarentito alla santa sede da una bolla d'Innocenzo VI [288]
Opposizione de' più virtuosi cardinali a questo scandalo [289]
1484 Condizioni imposte al futuro papa dopo la morte di Sisto IV [290]
29 agosto. Giovan Battista Cibo eletto papa col nome d'Innocenzo VIII [292]
Aveva comperati i suffragi dei cardinali con segreti contratti [293]
Carattere d'Innocenzo VIII [294]
Si mostra nemico di Ferdinando [295]
Odio de' sudditi di Ferdinando contro di lui [296]
Innocenzo interrompe il commercio del monopolio, stabilito tra Sisto IV e Ferdinando [297]
1485 Indipendenza degli abitanti dell'Aquila [298]
28 giugno. Sono privati dei loro diritti dal duca di Calabria [300]
Ottobre. Innocenzo VIII li prende sotto la sua protezione [301]
Assemblea a Melfi de' baroni napolitani nemici del re [302]
Il duca di Calabria attacca i baroni malcontenti [303]
I Fiorentini e Lodovico Sforza promettono soccorsi a Ferdinando [304]
Negoziazioni dei baroni di Napoli e d'Innocenzo VIII con Renato II [305]
Il re manda Federico, suo figlio, per offrire ai baroni le più vantaggiose condizioni [307]
1485 Ferdinando fa marciare il duca di Calabria contro Roma [308]
1486 Pratiche de' Fiorentini per far ribellare lo stato della Chiesa [309]
8 maggio. Vittoria del duca di Calabria al ponte di Lamentana, senza effusione di sangue [309]
1486 Innocenzo VIII spaventato vuol fare la pace [310]
Mediazione di Ferdinando e d'Isabella, re d'Arragona e di Castiglia [311]
11 agosto. Trattato di Roma con cui Ferdinando accorda al papa ed ai baroni tutte le loro domande [312]
13 agosto. Ferdinando fa perire tutti i suoi nemici che può far arrestare in Napoli [313]
Settembre. Occupa l'Aquila, e ne scaccia le truppe del papa [315]
10 ottobre. Arresta e fa perire tutti i baroni, ai quali aveva accordata la pace [315]
Roberto di Sanseverino, abbandonato dal papa, viene disfatto [317]
Il papa si assoggetta alla violazione della pace di Roma [317]
Si riconcilia con Lorenzo dei Medici, e gli dà tutta la sua confidenza [318]
1487 Novembre. Fa sposare a suo figlio una figlia di Lorenzo, e promette al figlio di Lorenzo un cappello di cardinale [321]
1486 Mediazione del Medici per terminare la guerra d'Osimo, il di cui signore chiamava i Turchi nello stato della Chiesa [323]
1483 25 novembre. Paolo Fregoso arresta suo nipote Battista, e si fa doge di Genova [325]
1484 Sarzana e Pietra Santa cedute alla banca di san Giorgio di Genova [326]
1484 Ottobre. I Fiorentini assediano Pietra Santa [327]
Crudeli malattie nel campo degli assedianti [328]
8 novembre. Pietra Santa si arrende ai Fiorentini [329]
1485-1486 Negoziazioni per la pace tra Paolo Fregoso, e Lorenzo de' Medici [330]
1487 22 maggio. I Fiorentini occupano Sarzana [331]
Luglio. Alleanza di Paolo Fregoso e di Lodovico Sforza [332]
I vecchi partigiani di Paolo Fregoso si uniscono agli Adorni contro di lui [334]
1488 Agosto. Paolo Fregoso, attaccato dai Fieschi e dagli Adorni, si salva nella fortezza [335]
Guerra civile in Genova [336]
Progetto di divisione della repubblica tra gli Adorni ed i Fregosi [338]
Agostino Adorno viene di nuovo esigliato nel Friuli [339]
Ottobre. Paolo Fregoso si ritira a Roma, ove muore il 2 marzo del 1498 [340]
Lorenzo de' Medici geloso di tutte le repubbliche [341]
Turbolenze di Siena da lui fomentate ed aizzate [342]
1483 14 giugno. Si associa ai demagoghi di Siena [343]
1487 Tutti gli emigrati di Siena, sebbene di contraria fazione, fanno tra di loro pace [344]
21 luglio. Partono da Staggia, dove si erano adunati, per sorprendere Siena [345]
Il governo rivoluzionario di Siena viene atterrato da un branco di congiurati [346]
1487 Tutti gli ordini vengono ammessi a prendere parte nel governo di Siena [348]
1488 Congiure ne' piccoli principati di Romagna [349]
14 aprile. Girolamo Riario assassinato a Forlì dalle sue guardie [350]
Coraggio della sua vedova, Catarina Sforza [351]
29 aprile. Ottaviano Riario succede a suo padre, sotto la tutela di Catarina [353]
31 maggio. Galeotto Manfredi signore di Faenza, assassinato da sua moglie, Francesca Bentivoglio [354]
Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, viene a Faenza per soccorrere sua figlia, ed è fatto prigioniere dagli abitanti [355]
Vantaggi che Lorenzo de' Medici trae da queste due rivoluzioni [356]
Capitolo XC. La Regina Catarina Cornaro abbandona l'isola di Cipro ai Veneziani. — Zizim a Roma. — Apparente riposo di tutta l'Italia. — Stato dell'Europa e pronostici di nuove burrasche. — Morte di Lorenzo de' Medici, e d'Innocenzo VIII. 1488-1492 [358]
Fermezza della repubblica veneta nelle sue relazioni col papa [358]
1487 Guerra de' Veneziani con Sigismondo, conte del Tirolo [360]
9 agosto. Roberto di Sanseverino è ucciso presso l'Adige [361]
Guerra tra Bajazette II e Cait-Bai, soldano d'Egitto [362]
1488 Agosto. L'armata turca sconfitta ad Isso dai Mamelucchi [363]
Il senato Veneziano ne prende motivo per forzare Caterina Cornaro ad abdicare la corona di Cipro [363]
1489 24 gennajo. Giorgio Cornaro si reca da sua sorella per indurla a cedere il suo regno [365]
15 febbrajo. La regina si congeda dagli abitanti di Nicosia [366]
20 giugno. Si ritira ad Asolo nel Trivigiano [367]
1482 Gem o Zizim, fratello di Bajazette II, si rifugia a Rodi [368]
1482-1489 Vive nell'Alvergna in una commenda dell'ordine di san Giovanni [369]
13 marzo. Entra in Roma in gran pompa [371]
1490 Maggio. Trama scoperta a Roma per assassinarlo [373]
1484-1492 Malfattori impuniti a Roma. Venalità della giustizia [373]
1490 False bolle vendute a nome del papa per autorizzare i delitti [375]
1478-1492 Lo spirito di persecuzione cresce coll'immoralità del clero [376]
1478-1482 L'inquisizione stabilita in Ispagna da Sisto IV, ne scaccia in tempo del suo regno, 170,000 famiglie giudee [377]
Isabella scusata per avere confiscati, per cupidigia, i beni de' Giudei [378]
Tutti gli scrittori del secolo approvano la persecuzione, ed al più biasimano i mezzi adoperati [379]
I Giudei esiliati portano a Genova la peste nel loro passaggio [381]
1487 12 marzo. Tentativi di un monaco per far assassinare i Giudei in Firenze ed in Siena [381]
1492 Tentativi di un altro monaco per eccitare la persecuzione in Napoli [383]
Persecuzione della vaudoisie ad Arras [384]
1486 30 settembre. Innocenzo VIII ordina ai magistrati italiani d'eseguire le sentenze dei tribunali dell'inquisizione senza esame [385]
Le più violenti persecuzioni cominciarono quarant'anni prima della riforma [387]
1489 Marzo. Innocenzo VIII nomina cardinale Giovanni de' Medici dell'età di 13 anni [389]
Arroganza di Lorenzo de' Medici nel governo di Firenze [391]
Gli annali fiorentini in quest'epoca senza interesse [392]
1490 13 agosto. I Fiorentini fanno fallire lo stato per salvare Lorenzo da un fallimento [393]
1462-1506 Potenza di Giovan Bentivoglio in Bologna [395]
1488 27 novembre. Congiura de' Malvezzi contro Bentivoglio, e loro supplicio [397]
1491 6 giugno. Congiura degli Oddi a Perugia contro i Baglioni, e loro sconfitta [398]
1490 Il duca di Milano acconsente a tenere Genova in feudo dalla Francia [400]
1488-1492 Stato delle altre potenze d'Europa. La Francia governata da madama di Beaujeu [400]
Massimiliano in guerra coi Fiamminghi, e Federico III scacciato dall'Austria [401]
1490 5 aprile. Morte di Mattia Corvino; guerre civili d'Ungheria [403]
1486-1492 La strada delle Indie e quella dell'America aperte al Portogallo ed alla Spagna [405]
1492 2 gennajo. Granata conquistata dal re di Spagna [405]
Formazione delle grandi potenze che devono subentrare alle piccole sul teatro della storia [406]
Doveva necessariamente cominciare una nuova epoca [406]
Lorenzo de' Medici non ritardò la rivoluzione [408]
Il progetto di Neri Capponi e di Sisto IV avrebbe solo potuto salvare l'indipendenza italiana [410]
Lodovico il Moro, chiamando i Francesi in Italia, non fece che ciò che fu fatto venti altre volte [412]
4 giugno. Pace di Ferdinando di Napoli colla Chiesa [413]
1490 27 settembre. Letargo d'Innocenzo VIII, pel quale viene creduto morto [415]
1492 Tentativo di un medico per ringiovenire Innocenzo VIII col mezzo della trasfusione del sangue [416]
25 luglio. Morte d'Innocenzo VIII [417]
8 aprile. Morte di Lorenzo dei Medici [417]
Politica di Lorenzo de' Medici [417]
Somma sua attitudine alle arti, alla poesia e alla filosofia [418]
Attrattive del suo carattere, che pure contribuisce alla sua fama [420]

Fine della Tavola.