CAPITOLO CVI.

I Veneziani riprendono e difendono Padova; loro guerra nel Ferrarese e loro disfatta alla Polisella. Giulio II gli assolve dalla sentenza di scomunica. Campagna del principe d'Anhalt nello stato di Venezia e sue crudeltà.

1509 = 1510.

Tra le angustie in cui si trovò il senato di Venezia dopo la disfatta di Vailate, aveva presa la risoluzione di abbandonare tutti i possedimenti di terra ferma, d'aprire tutte le sue porte ai nemici, di richiamare tutte le guarnigioni, di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà, per ultimo di rinunciare tutto ad un tratto a ciò che per più secoli era stato l'oggetto della sua politica, e di ridursi egli medesimo in più basso stato che non avrebbe potuto farlo la contraria fortuna dopo molte e tutte infelici battaglie. Una così strana risoluzione veniva da molti risguardata come una singolare testimonianza della pusillanimità di così illustre senato, da altri come quella della sua profonda politica. Coloro che lo videro riconquistare in appresso con tanta difficoltà e col dispendio di tanto danaro e di tanto sangue, ciò che aveva abbandonato in un'ora sola, inclinavano ad accusarlo di vergognosa debolezza. Altri per lo contrario, i quali osservavano, che con tale abbandono, che aveva posto il colmo alla sua malvagia fortuna, la repubblica aveavi ancora posto un termine; e che dopo tale epoca aveva cominciato ad essere secondata da favorevoli circostanze, preferirono di credere che il senato avesse prevedute tali circostanze, ed anticipatamente calcolati tutti i vantaggi che poteva ottenere coll'atto romoroso, col quale si assoggettava alla sorte. La signoria, che aveva grandissimo interesse di far credere al popolo, che in verun tempo non si era mai allontanata da quella prudenza, su di cui fondava il suo miglior diritto al comando, si vantò in appresso d'avere colla sua abilità dissipata la burrasca; e tutti gli storici veneziani gli attribuirono in questa stessa occasione il merito della più profonda antiveggenza.

Conviene non pertanto riconoscere che tutte le circostanze di questo avvenimento annunziano un grandissimo e giustissimo terrore. Tutti i mezzi erano in un medesimo istante venuti meno: l'armata trovavasi totalmente disciolta; e le poche reclute che vi si conducevano con inauditi sagrificj non compensavano le giornaliere perdite che arrecava la diserzione. Il generale, conte di Pitigliano, non meno che il suo collega Bartolomeo d'Alviano, allora prigioniere, erano ambidue vassalli di Ferdinando il Cattolico. Vero è che prima della battaglia avevano ricusato di ubbidire all'ordine di abbandonare il servigio de' nemici del loro re[1], ma poteva temersi che non fossero inaccessibili a nuove profferte quando fosse loro tolta ogni ragionevole speranza di buon successo a più ostinata resistenza. Le città, spaventate dalla minaccia del saccheggio e dalla ferocia degli oltremontani, non si mostravano altrimenti apparecchiate a sostenere un assedio per conservarsi fedeli alla repubblica. All'avvicinarsi di una rivoluzione, si risvegliavano le loro antiche fazioni, ed i Guelfi ed i Ghibellini erano a vicenda lusingati dalla speranza di essere protetti dal vincitore. I gentiluomini veneziani, incaricati del comando delle piazze, vedevansi esposti ad inevitabile prigionia, che avrebbe ruinate le loro famiglie per le esorbitanti taglie che da loro esigeva il re di Francia. Tutto pareva perduto; ogni cosa disperata; ed è perciò probabile che la maggior parte de' senatori, scoraggiati da tanta sciagura, piegassero in faccia ad un turbine cui credevano di non poter resistere.

Ma se per lo contrario i più abili politici tra i pregadi avevano calcolate le conseguenze della sommissione, i risultamenti non ingannarono la loro aspettazione. Più d'uno stato venne distrutto dal funesto errore dei popoli, che speravano di migliorare la loro sorte per l'invasione degli stranieri. Il peso de' mali presenti, l'illusione di un nuovo avvenire, persuasero spesse volte le città ad aprire le loro porte ai pretesi liberatori. La è cosa utilissima il non lasciar ignorare ai popoli che il nemico è sempre nemico. Se questo popolo non manca di virtù correggerà egli medesimo i vizj del proprio governo; ove ne manchi, li soffra pazientemente, riflettendo che non deve aspettare la riforma dal nemico. Tosto che questi avrà occupata la città, ed avrà in sua mano la provincia, non tarderà a far sentire quanto il suo giogo sia più duro e più vergognoso che non quello de' suoi compatriotti. In allora i traditori che lo avevano chiamato, e che si davano vanto d'un amore ipocrita per il popolo, perdono ogni credito presso i loro partigiani, e sono l'oggetto dell'orrore e del disprezzo de' loro concittadini. Di quanti vantaggi il senato veneto potè sperare dal subito abbandono di tutte le sue fortezze, fu questo il primo che raccolse. Non erano ancora passate sei settimane da che le truppe francesi e tedesche erano entrate nelle città veneziane, che i capi di parte, che le avevano chiamate, più non ardivano sostenere lo sguardo de' loro compatriotti.

Per lo contrario se i Veneziani avessero voluto ostinarsi in una inutile resistenza, il delitto d'avere chiamati i nemici, che non attribuivasi che a pochi individui, sarebbe stato quello di tutti gli abitanti. Da Bergamo fino a Padova tutte le città sarebbersi rendute colpevoli di ribellione per evitare gli orrori d'un assedio, e tutte sarebbersi in conseguenza trovate costrette dalla loro ribellione a difendere i nuovi possessori per sottrarsi alla vendetta degli antichi padroni. Sciogliendole tutte dal giuramento di fedeltà, il senato diede loro licenza di cedere alle circostanze senza rimorsi e senza timore dell'avvenire. Si scaricò egli stesso di tutta l'odiosità della guerra; ed oltre al non avere ancora loro chiesto verun doloroso sagrificio, cercava pure di salvarle nell'istante medesimo in cui da loro si separava; lasciando così sulle spalle de' nemici tutte le vessazioni inseparabili dagli assedj e dalle ostili conquiste.

Questa politica otteneva pure un utile risultamento sia presso le potenze nemiche che presso le neutrali. La coalizione di tutti contro un solo, quand'è offensiva, è sempre imprudente ed impolitica. Giugne tosto o tardi l'istante in cui ogni potenza sente il pericolo d'avere rovesciato l'equilibrio degli stati. Altronde ognuna, cominciando a dare esecuzione ai suoi progetti, vede sorgere imprevedute difficoltà ed ostacoli, e la divisione delle spoglie del debole diventa la prima cagione della divisione tra i forti. Finchè Venezia conservava una parte delle province destinate ad altri dal trattato di Cambrai, si andava dilazionando ogni discussione intorno alla nuova divisione, e la lega, intenta solamente a vincere rimaneva sempre unita. Ma evacuando le armate veneziane tutta la terra ferma, chiamarono gli alleati a dare immediata esecuzione al trattato di Cambrai, e permisero che si manifestassero tutte le gelosie ed i timori che quel trattato dovea produrre. Frattanto il senato avea il vantaggio di avere tra le lagune un sicuro asilo, ove la sede del governo, il tesoro, l'armata e la flotta potevano tenersi senza sospetto, aspettando che le vessazioni dei nemici dessero nuovi alleati alla buona causa.

Mentre Massimiliano, che nulla aveva fatto, nè attenuta veruna promessa, proponeva di spingere ancora più in là quei successi, cui egli non aveva contribuito, di prendere la stessa città di Venezia, di dividerla in quattro giurisdizioni, fabbricando in ognuna una fortezza, e dandone una in guardia ad ogni potenza alleata[2], Ferdinando il Cattolico, pago d'avere ricuperati i suoi porti di mare, cominciava di già a desiderare il ristabilimento della potenza veneziana; Lodovico XII, che aveva acquistato tutto quanto eragli assegnato dal trattato di Cambrai, e che non aspirava ad occupare altri paesi, aveva licenziata la sua formidabile armata, e ritornava in Francia; finalmente Giulio II si rimproverava di avere schiacciata la Custode delle porte d'Italia, e di avere introdotti i barbari in seno a così bel paese. Le potenze neutrali tremavano per la funesta preponderanza ottenuta dagli stati condividenti, e quelle stesse, che per debolezza e per timore avevano preso parte all'alleanza, facevano voti per vederla disciolta.

Andrea Foscolo, ambasciatore della signoria a Costantinopoli, scrisse al senato che il sultano Bajazette II gli aveva manifestato il dolore con cui udì i disastri della repubblica, ed il suo rincrescimento che i Veneziani non fossero a lui ricorsi, quando si videro minacciati da così potente lega; aggiugneva d'essere apparecchiato ad assisterli con tutte le sue forze di terra e di mare, come buono e fedele alleato e vicino. Questa notizia giunse a Venezia quasi contemporaneamente alle prime lettere degli ambasciatori mandati a Roma, che davano parte dell'estremo orgoglio con cui erano stati ricevuti da Giulio II, e delle insultanti sue inchieste. Aveva domandato che la repubblica abbandonasse a Massimiliano tutti i suoi stati di terra ferma; che rinunciasse alla sovranità del golfo Adriatico, ed a tutte le sue immunità ecclesiastiche, ed umilmente confessasse d'avere peccato contro la santa sede. Lorenzo Loredano, figlio del doge, propose alla signoria di domandare immediatamente gli ajuti del sultano contro Giulio, certo meno papa che carnefice de' Cristiani; ma i più savj senatori, che conoscevano il carattere di Giulio II, pensarono che si dovesse qualche cosa condonare alla di lui alterigia ed impetuoso temperamento, e che quando non si rompessero con lui le negoziazioni, si ridurrebbe in breve ad abbracciare con calore gl'interessi di quella stessa repubblica ch'egli sembrava ancora perseguitare[3].

Massimiliano tenevasi sempre ai confini dell'Italia, continuando a passare da un luogo ad un altro, senza che i suoi più favoriti cortigiani ne sapessero mai il motivo. Credeva con tale profondo segreto d'acquistarsi nome di grande politico, come colla incessante sua attività quello di sommo capitano. Intanto l'armata, ch'egli avrebbe dovuto ragunare, ancora non trovavasi in verun luogo, e le città che gli si erano volontariamente date non avevano guarnigione bastante per tempi di pace. Leonardo Trissino con trecento fanti tedeschi e Brunoro di Serego con cinquanta cavalieri occupavano Padova, sebbene questa città, vicinissima a Venezia, fosse una delle più esposte. I gentiluomini padovani avevano quasi tutti abbracciato il partito imperiale, ed eransi tra di loro divisi i palazzi ed i poderi che avevano i Veneziani nel loro territorio[4]. Avevano sperato, dichiarandosi per l'imperatore, che otterrebbero distinzioni alla sua corte, e che col di lui appoggio otterrebbero di stabilire il sistema feudale nelle belle pianure della Lombardia. Desideravano ardentemente di far rientrare i borghesi ed i contadini di Padova in quello stato di abbietta sommissione, in cui tenevano i loro vassalli e servi i gentiluomini dell'Austria e dell'Ungheria. I Tedeschi non avevano comandato in Padova che quarantadue giorni, e la nobiltà di quella terra aveva di già avuto il tempo di far sentire a tutti i loro compatriotti quella arroganza che andava crescendo in ragione che la patria era più umiliata; ma quanto più la nobiltà rendevasi ligia all'Austria, la repubblica poteva avere maggiore fiducia nell'attaccamento di tutti i contadini e di quasi tutti i borghesi[5].

Per altro il doge Loredano non credeva ancora giunto l'istante di riprendere l'offensiva; ma il senatore Molino comunicò ai senatori il coraggio di ricominciare le battaglie. L'armata francese era licenziata, Giulio II e Ferdinando lasciavano sperare che potrebbero staccarsi dalla lega: il Molino giudicò quest'istante opportuno per azzuffarsi con Massimiliano, e ritorgli colla forza ciò che gli era stato ceduto senza resistenza. Il provveditore Andrea Gritti s'incaricò di sorprendere Padova, ove teneva segrete intelligenze. Era cominciato il raccolto de' secondi fieni, ed ogni mattina entravano in città carichi di questa derrata tanti carri, che impedivano ai landsknechts, che stavano di guardia alle porte, di vedere a qualche distanza. La mattina del 17 di luglio Andrea Gritti fece avanzare per la porta di Coda Lunga un grosso convoglio di carri di fieno; ma tra il quinto ed il sesto carro trovavansi sei uomini d'armi veneziani, con sei pedoni dietro di loro. Nell'istante in cui trovaronsi entro la porta, ognuno uccise un landsknecht, indi suonarono il corno per chiamare i rinforzi. Il Gritti, che li seguiva a poca distanza, occupò la porta con quattrocento uomini d'armi, due mila cavaleggieri e tre mila fanti, prima che gli imperiali avessero potuto apparecchiarsi alle difese. Nello stesso tempo Cristoforo Moro, l'altro provveditore, con trecento fanti e due mila contadini, faceva un falso attacco al portello per deviare l'attenzione de' nemici[6].

Padova era in allora, come lo è presentemente, una vastissima ma deserta città, i di cui quartieri sono separati dalle mura, e formano altrettante diverse città. In quelle strade senza abitatori la stessa notizia dell'attacco non aveva potuto diffondersi, ed era presa la città prima che la metà dei Padovani sapessero d'essere minacciati. Il Trissino ed il Serego si ordinarono in battaglia colla loro poca truppa in sulla piazza, sperando d'essere bentosto raggiunti dai gentiluomini, ch'eransi mostrati così zelanti per la loro causa; ma niuno si mosse per soccorrerli. I Tedeschi furono respinti con perdita nella fortezza, la quale non essendo provveduta di vittovaglie dovette arrendersi dopo poche ore. Non fu possibile di contenere i contadini, i quali saccheggiarono i palazzi di ottanta gentiluomini i più parziali per gli alleati, ed il quartiere degli Ebrei. La folla dei contadini del vicinato accorreva per aver parte al saccheggio; e per lo stesso oggetto partivano numerose barche da Venezia e rimontavano la Brenta ed il Bacchiglione; finalmente prima di sera arrivò l'intera armata del Pitigliano: ma i provveditori fecero bandire che cessasse il sacco sotto pena di morte; ed in tal modo sottrassero Padova al totale esterminio. All'indomani la fortezza capitolò, ed i suoi comandanti furono mandati prigionieri a Venezia[7].

Il giorno in cui fu ricuperata Padova si consacrò dal senato ad una solenne festa di rendimento di grazie: ed infatti in questo giorno potè fissare l'epoca del risorgimento della repubblica. Tutto il territorio di Padova seguì immediatamente la sorte della sua capitale. Vicenza, che pure trovavasi in sul punto di sollevarsi, fu a stento contenuta da Costantino Cominates, che v'introdusse tutte le truppe imperiali che gli riuscì di raccogliere. Legnago colle sue fortezze aprì le porte ai Veneziani, e diede loro un punto d'appoggio per essere a portata di attaccare come loro meglio piacesse o Vicenza, o Verona. La torre Marchesana, lontana otto miglia da Padova, che apriva l'ingresso del Polesine di Rovigo, non fu salvata che dai pronti soccorsi mandati dal cardinale d'Este[8].

Il vescovo di Trento, che si era incaricato della difesa di Verona, non aveva in quella città che dugento cavalli e settecento fanti: temeva di vedersela tolta ad ogni istante, e chiamò in suo ajuto il marchese di Mantova. Questi, essendosi avanzato in sui confini del Veronese fino all'isola della Scala, terra aperta in riva al Tartaro, press'a poco ad eguale distanza tra Mantova e Verona, entrò in negoziazione con alcuni Stradioti, che sperava di far disertare dall'armata veneziana; ma essi lo ingannavano con un doppio trattato. Avevano avvisato Lucio Malvezzi e Zittolo di Perugia, ch'eransi segretamente recati a Legnago con dugento cavalli ed ottocento pedoni, e che investirono la Scala la notte del 9 agosto. Gli Stradioti, avvicinandosi, andavano ripetendo il grido di guerra del marchese, onde non eccitare la diffidenza delle sue guardie: altronde i contadini erano tutti per loro, e loro se ne aggiunsero bentosto più di mille cinquecento. Boissì, luogotenente del marchese, e nipote del cardinale d'Amboise, venne arrestato nel suo letto e fatto prigioniere con tutti i suoi soldati; il Gonzaga fuggì in camicia fuori da una finestra, e si nascose in un campo di miglio turco; ma, scoperto dai contadini che ricusarono con inaudito disinteresse le prodigiose somme loro promesse per la sua liberazione, lo consegnarono alla signoria, che lo tenne in prigione nella torre del palazzo pubblico[9].

Erasi da principio creduto che questi due così subiti rovesci avuti dalla lega, tratterrebbero Lodovico XII, che trovavasi tuttavia a Milano, e non gli permetterebbero di tornare in Francia; ma questo monarca, dopo d'avere conquistate le province altra volta milanesi, solo oggetto della sua ambizione, cominciava ad avvedersi d'avere con un fallace calcolo sagrificata la sicurezza del totale all'acquisto d'una parte. La volubilità di Massimiliano gli faceva sentire quanto poco potesse fidarsi d'un tale alleato, e malgrado la diffidenza che in allora mantenevasi viva tra questo monarca e Ferdinando, l'avanzata età dell'ultimo faceva prevedere vicino l'istante in cui il loro comune nipote riunirebbe sul di lui capo le corone della Germania a quelle della Spagna: allora quella stessa casa d'Austria, la di cui alleanza era sì poco utile, diventerebbe una pericolosa nemica, ed il possedimento delle province venete, che la Francia aveva poste in sua mano, comprometterebbero il ducato di Milano.

Lodovico XII non desiderava, nè la vittoria de' Veneziani, troppo giustamente contro di lui irritati, nè quella di Massimiliano, che porrebbe tutta l'Italia a discrezione de' Tedeschi. L'imperatore chiedeva ragguardevoli soccorsi d'uomini e di danaro, e non era prudente consiglio il rifiutarli, perciocchè l'incostanza del suo carattere, e la conosciuta disposizione delle altre potenze, rendevano possibile agli occhi del re di Francia una alleanza di Massimiliano coi medesimi Veneziani, colla Chiesa e con Ferdinando, per iscacciare i Francesi d'Italia. Fra tanti dubbj e timori, accresciuti da così luminose vittorie, Lodovico XII risolse di lasciare ai confini del Veronese la Palisse con cinquecento lance, cui si unirono Bajardo e dugento gentiluomini volontarj; loro ordinò di soccorrere, in caso di bisogno, l'imperatore; ma egli tornò subito in Francia per togliersi ad ulteriori istanze di più potenti ajuti. Sperò che l'imperatore ed i Veneziani s'anderebbero reciprocamente consumando con una ruinosa guerra, e che Massimiliano in circostanze d'estremo bisogno gli venderebbe Verona, colla quale acquisterebbe la chiave dell'Italia dalla banda del Tirolo[10].

Prima d'abbandonare la Lombardia aveva Lodovico XII conchiuso ad Abbiategrasso un nuovo trattato d'alleanza col cardinale di Pavia, legato di Giulio II. Il papa ed il re si obbligavano reciprocamente a difendere gli stati l'uno dell'altro, riservandosi l'uno e l'altro la libertà di trattare con chiunque volessero, purchè ciò non tornasse in pregiudizio d'una delle due parti contraenti; ma il re prometteva dal canto suo di non accettare la protezione di veruno mediato o immediato feudatario della Chiesa, espressamente annullando qualunque protezione di tale natura cui potesse inaddietro essersi obbligato. Distruggeva in tal modo i solenni trattati che aveva stipulati coi duchi di Ferrara, alleati ereditarj della casa di Francia. Il papa si riservava la nomina ai beneficj attualmente vacanti in tutti gli stati del re; ma accordava a Lodovico la nomina di quelli che si renderebbero in appresso vacanti[11].

Pareva finalmente che Massimiliano cominciasse ad arrossire dell'estrema sua negligenza; egli risguardava la perdita di Padova come un affronto personale, e le sue truppe, tanto tempo aspettate, arrivavano finalmente ai confini. Rodolfo, fratello del regnante principe d'Anhalt, entrò nel Friuli con dieci mila uomini. Dopo avere attaccato invano Montefalcone, occupò Cadore[12], di cui uccise la guarnigione; mentre i Veneziani s'impadronivano di Serravalle[13] e di Belluno. Dall'altro canto il duca di Brunswick dovette abbandonare l'assedio di Udine, poi strinse Cividale del Friuli, che Giovanni Paolo Gradenigo, provveditore di quella provincia, valorosamente difese con cinquecento pedoni. In Istria Cristoforo Frangipani, generale ungaro al servizio di Massimiliano, dopo avere battuti i Veneziani presso Verme, occupò Castelnuovo e Raprucchio, mentre che Angelo Trevisani, capitano delle galere della repubblica, riprendeva Fiume ed attaccava Trieste. Tutte le quali province, diventate il teatro della guerra, erano ridotte nella più spaventosa desolazione, perciocchè la stessa città, lo stesso castello, erano in pochi giorni presi e ripresi, ed ogni volta saccheggiati. I soldati delle due armate erano egualmente barbari, egualmente stranieri al paese in cui combattevano, e la loro cupidigia nella vittoria non veniva contenuta da veruna disciplina. I Tedeschi, non contenti di tormentare i contadini che cadevano nelle loro mani, aveano ammaestrati certi cani per discoprire le donne ed i fanciulli appiattati ne' campi[14].

Non dubitavano i Veneziani, che quando fosse tutta unita l'armata dell'imperatore, non attaccasse Padova; onde nulla ommisero per porla in istato di resistere lungamente. Vi fecero entrare il conte di Pitigliano, loro generale, con tutta la sua armata. Bernardino del Montone, Antonio de' Pii, Lucio Malvezzi e Giovanni Greco, comandavano la loro cavalleria, composta di seicento uomini d'arme, di mille cinquecento cavaleggieri e di mille cinquecento Stradioti. Erano alla testa di dodici mila fanti, i migliori dell'Italia, Dionigi Naldo, Zittolo di Perugia, Lattanzio di Bergamo e Saccoccio di Spoleti; tutti i quali capitani eransi acquistato gran nome nelle lunghe guerre d'Italia. Inoltre il senato aveva mandati a Padova dieci mila fanti, schiavoni, greci o albanesi, levati dalle galere della repubblica, che sebbene inferiori agli Italiani chiamati Brisighella, erano pure capaci di rendere importanti servigj[15].

I capitani veneziani avevano condotto a Padova un magnifico treno d'artiglieria; ed avevano approfittato dei due fiumi che attraversano la città per introdurvi tutte le munizioni necessarie in un lunghissimo assedio. I contadini di tutta la provincia, temendo il vicino arrivo de' Tedeschi, eransi affrettati di trasportare in Padova le messi in allora raccolte, e vi si erano rifugiati ancor essi colle loro famiglie e colle loro gregge: di modo che così vasta città, che d'ordinario era quasi deserta, aveva potuto raccogliere entro le sue mura una popolazione quasi quattro volte maggiore della consueta. Nè tanta gente erasi tenuta oziosa, perciocchè coll'ajuto di tante braccia si aggiunsero ogni giorno nuove fortificazioni al ricinto della città. Le fosse eransi riempiute d'acqua fin quasi al livello del terreno, le porte furono tutte coperte da opere avanzate, ed alle cortine, giudicate troppo lunghe, erano stati aggiunti nuovi bastioni. Tutte queste opere esteriori erano minate, e caricate le mine, onde poterle far saltare quando gli assediati fossero forzati ad abbandonarle. Le mura venivano sostenute in tutta la loro estensione da un largo terrapieno, dietro al quale erasi cavata una seconda fossa larga sedici braccia, ed altrettanto profonda, ed internamente difesa da casematte. Finalmente, al di dietro di questa fossa, cingeva tutta la città un nuovo baluardo ancor esso armato d'artiglieria. In tal modo veniva Padova difesa da una triplice linea di fortificazioni, che presentava quasi l'immagine di quelle che costumansi nell'età presente[16].

Affinchè la costanza degli assediati fosse proporzionata agli immensi apparecchj destinati a sostenere l'assedio, i Veneziani vollero dare una luminosa prova ai Padovani ed all'armata, ch'essi associavano la salvezza della repubblica a quella di questa città, e che perduta questa non si riserbavano altre speranze. Le leggi e le costumanze della repubblica escludevano i gentiluomini veneziani dal servigio delle armate di terra, mentre gli avevano in ogni tempo incoraggiati a servire sulle flotte. Ma in un'assemblea del senato il venerabile doge, Leonardo Loredano, persuase i suoi compatriotti a deviare da quest'antica costumanza, ed a permettere ai giovani gentiluomini di dar prove del loro zelo, ovunque il loro valore potrebbe riuscire utile alla patria, dichiarando che i suoi due figli, Luigi e Bernardo, anderebbero a chiudersi in Padova con cento fanti da loro assoldati. Il suo esempio eccitò una nobile emulazione, e cento sessanta nobili veneziani andarono a rinforzare la guarnigione di Padova, tutti conducendo un numero di militari proporzionato alla ricchezza della loro famiglia[17].

Finalmente Massimiliano aveva raggiunta la sua armata, e stabilito il suo quartiere generale al ponte della Brenta, tre miglia lontano da Padova; mentre stava colà aspettando l'artiglieria che gli doveva essere condotta dalla Germania, aveva attaccati i castelli dei Monti Euganei: Este e Monselice furono presi d'assalto, e Montagnana capitolò. In appresso Massimiliano occupò Limena, dove una fortezza protegge la divisione delle acque della Brenta, facendone scorrere una parte verso Padova, e l'altra per Vico d'Arzere al mare. Di già i suoi zappatori avevano atterrata porzione dell'argine che impedisce al fiume di scorrere con tutte le sue acque pel letto naturale, quando il lavoro venne d'ordine dell'imperatore improvvisamente interrotto, senza che mai si potesse penetrarne il motivo; e fu lasciato in tal modo ai Padovani il godimento delle loro acque. Massimiliano aveva inoltre tentato d'impadronirsi del divisorio delle acque del Bacchiglione a Longara, ma gli Stradioti, che battevano la campagna, mai non permisero a' suoi guastatori di terminare i loro lavori[18].

Quando giunse l'artiglieria tedesca, Massimiliano stabilì il suo campo in faccia alla porta di santa Croce; e perchè vi si trovava troppo esposto al fuoco degli assediati, lo trasportò avanti a quella del Portello, che conduce a Venezia, tra la Brenta ed il Bacchiglione. Colà pose il suo quartiere generale soltanto il giorno 15 di settembre, dopo avere guastato tutto il paese vicino, ma dopo avere altresì dato ai Veneziani tutto il tempo necessario per terminare i loro apparecchj di difesa[19].

Trovavansi sotto gli ordini di Massimiliano, La Palisse con settecento lance francesi, Luigi Pico della Mirandola con dugento lance di papa Giulio II, il cardinale Ippolito d'Este con altrettante del duca di Ferrara, il cardinale Gonzaga con un numero simile di Mantova, e seicento uomini d'arme italiani al soldo dell'imperatore sotto diversi condottieri. L'infanteria consisteva in diciotto mila fanti tedeschi, ossia landsknecht, in sei mila Spagnuoli, in sei mila avventurieri di varie nazioni, ed in due mila Ferraresi. Eransi condotti dalla Germania centosei pezzi d'artiglieria montati sulle loro ruote; sei bombarde erano così grosse, che non si erano potute collocare sui loro carri; quando erano poste al loro luogo rimanevano immobili, e non potevano tirare più di quattro volte al giorno. Erano giunti da Milano e da Ferrara due altri treni d'artiglieria, ed in tutto contavansi nel campo dell'imperatore dugento cannoni sui loro carri. Da più secoli non eransi impiegate mai tante forze nell'attacco e nella difesa di una città. L'armata di Massimiliano ammontava dagli ottanta ai cento mila uomini, e sebbene non fosse quasi mai pagata, il soldato, che amava la bravura e la prodigalità dell'imperatore, che sapeva di essere da lui amato, e che si rifaceva sopra gli sventurati abitanti della mancanza di danaro del suo generale, non pensava ad abbandonarlo[20].

Fin allora l'imperatore non avea dato agl'Italiani che lo spettacolo della sua versatilità, della sua mancanza di fede e delle sue prodigalità; ma ne' primi giorni dell'assedio di Padova, dispiegò ai loro occhi quell'attività, quell'intelligenza militare e quel valore personale, che rendettero ai Tedeschi tanto cara la di lui memoria. Egli aveva il suo alloggio nel convento di sant'Elena, lontano un quarto di miglio dalle mura; il suo campo, che occupava tre miglia d'estensione, trovavasi in quasi tutta la sua linea sotto al fuoco della piazza; e Massimiliano vi si esponeva continuamente. Vedevasi sempre in mezzo agli operaj per dirigere ed affrettarne i lavori; ed infatti colla sua attività le batterie si aprirono su tutta la linea nel termine di cinque giorni[21].

Quattro giorni dopo che le batterie giuocavano, furono aperte nelle mura diverse brecce praticabili, onde all'indomani Massimiliano ordinò in battaglia l'esercito per dare l'assalto; ma durante la notte i Padovani avevano potuto introdurre nuove acque nelle fosse, e l'attacco venne giudicato impraticabile, finchè non fossero diminuite. Convenne impiegare ventiquattr'ore per farle scolare, dopo di che Massimiliano attaccò il bastione che cuopre la porta di Coda Lunga; ma fu respinto; risoluto però di voler prenderlo ad ogni modo, fece avanzare da questa banda l'artiglieria francese, che allargò notabilmente la breccia, e dopo due altri giorni diede un secondo assalto. I fanti tedeschi e spagnuoli, incoraggiati dall'emulazione fra le due nazioni, penetrarono all'ultimo per la breccia dopo una furiosa zuffa, nella quale perdettero moltissima gente, e si stabilirono sul bastione. Ma non l'ebbero i Veneziani appena abbandonato, che diedero fuoco a tutte le mine, la di cui esplosione fece perire la maggior parte de' vincitori, tra i quali i più distinti compagni d'armi e soldati della scuola di Gonsalvo di Cordova[22]. Nello stesso tempo gli imperiali costernati vennero furiosamente attaccati da Zittolo di Perugia, e scacciati da tutte le opere che avevano con tanto loro danno occupate[23].

Questa rotta scoraggiò tutta l'armata, ed intiepidì l'ardore di Massimiliano. Gli assediati non tenevansi chiusi entro le mura; e gli Stradioti, che avevano voluto mantenersi ne' sobborghi, battevano continuamente la campagna. Vero è che non mancavano agli assedianti le vittovaglie, perciocchè, malgrado tutta l'autorità del governo veneziano e lo zelo dei contadini, non era stato possibile di spogliare affatto così ricca campagna; onde i saccomanni non ebbero mai bisogno di allontanarsi più di sei miglia dal loro quartiere per trovare munizioni da bocca. Ma se l'assedio si fosse protratto ancora alcun tempo, le truppe avrebbero all'ultimo provate le conseguenze della loro indisciplina e della povertà del loro capo[24].

Prima che i Veneziani avessero chiusa la breccia per la quale erano entrati gli Spagnuoli ed i Tedeschi, e dove tanto avevano sofferto, Massimiliano fece proporre alla Palisse di far mettere piede a terra ai suoi uomini d'armi per montare all'assalto coi landsknecht. Ma, così consigliato da Bajardo, La Palisse rispose, che questo corpo francese era tutto composto di gentiluomini, e che non sarebbe cosa onesta il farli combattere in compagnia dei pedoni tedeschi, ch'erano ignobili. Se l'imperatore, soggiunse, voleva far mettere piede a terra a' suoi principi ed alla sua nobiltà tedesca, la nobiltà francese loro mostrerebbe la strada della breccia. Massimiliano comunicò questa provocante risposta ai Tedeschi, i quali risposero che non combatterebbero che come si conveniva a gentiluomini, cioè a cavallo. Massimiliano impazientato abbandonò il campo, allontanandosi quaranta miglia in sulla strada della Germania, e lasciando ordine ai suoi luogotenenti di levare l'assedio[25]. Questi ritirarono la loro artiglieria il tre di ottobre, sedici giorni dopo l'apertura della trincea, e portarono il quartiere generale a Limena, lungo la strada di Treviso. Dopo pochi giorni Massimiliano li ricondusse a Vicenza, ove poi ch'ebbe ricevuto da quel popolo solenne giuramento di fedeltà, congedò la maggior parte del suo esercito[26].

Con questo inutile tentativo aveva Massimiliano perduta gran parte della sua riputazione, e Chaumont era venuto nel Veronese per conferire con lui. L'imperatore gli disse: che ove il re di Francia non gli desse potenti ajuti, troverebbesi in breve esposto ancor esso a perdere le sue conquiste; che i Veneziani di già pensavano ad attaccare Cittadella e Bassano; che non mancherebbero di portare in appresso le loro armi contro di Este, Monselice e Montagnana, e che il solo mezzo di tenerli a freno era quello di attaccare Legnago colle forze riunite francesi e tedesche. Ma il governo francese non era altrimenti disposto ad incaricarsi solo delle spese e dei pericoli di una guerra, i di cui vantaggi non erano suoi; e quando Massimiliano, dopo molte irrisoluzioni, prese la strada di Trento, La Palisse ritirò le sue truppe dal territorio veronese per rientrare nello stato di Milano[27].

Le armate di questa lega, in addietro così formidabile, eransi ritirate da tutte le bande. Omai i Veneziani, invece di temere per sè medesimi, minacciavano coloro che avevano invase le loro province; ed inoltre la malintelligenza cominciava ad introdursi tra i loro nemici. Lagnavasi Massimiliano d'essere stato abbandonato dai suoi confederati, incolpandoli de' suoi infelici successi. Il re di Francia si doleva del papa, che, fondandosi sulla circostanza che il vescovo di Avignone era morto nella corte di Roma, aveva conferito quel vescovado, invece di lasciarne la nomina al re; ed il risentimento del re si spinse tant'oltre, che furono per suo ordine confiscate tutte le entrate degli ecclesiastici romani nel ducato di Milano[28].

Finalmente cedette Giulio II, ma suo malgrado: altero, impetuoso e ad un tempo diffidente, verun altro sentimento più omai non nodriva per la corte di Francia, che la malevolenza ed il desiderio di vendicarsi: fondavasi sul religioso rispetto dei popoli e sulle forze della Chiesa, e non voleva essere spalleggiato da verun confederato: s'alienava nello stesso tempo da tutti, e, se pure prendeva tuttavia qualche parte nella guerra, era in favore dei Veneziani. Pure non gli aveva per anco assolti; voleva preventivamente farli rinunciare alla giurisdizione del loro Visdomino in Ferrara, come cosa indecente in un feudo della Chiesa, ed all'esclusivo diritto che si arrogavano della navigazione e del commercio nel mare Adriatico[29].

I Fiorentini, accecati a dismisura dalla loro gelosia contro Venezia, desideravano prosperi successi alla lega di Cambray, ed avevano mandato ambasciatori a Massimiliano, quando era entrato in Italia, per regolare con esso lui tutte le pretese della camera imperiale, rispetto alla quale non avevano potuto andare d'accordo un anno prima. Massimiliano avanti che lasciasse Verona accolse questi ambasciatori, tra i quali trovavasi Pietro Guicciardini, padre dello storico. Le sue finanze erano affatto esauste, urgenti i suoi bisogni, e perciò le sue domande furono assai più moderate di quelle fatte a Macchiavelli nel 1508. Mercè il pagamento di quaranta mila fiorini, da farsi in quattro termini avanti la fine di febbrajo, assolse i Fiorentini da tutti i censi non pagati, e da tutte le investiture di cui potessero andargli debitori; riconfermò i loro privilegj su tutti i feudi imperiali ch'essi possedevano, ed inoltre si obbligò a non turbare, nè ad attaccare giammai il loro governo[30].

Intanto le armate Veneziane andavano facendo rapidi progressi. Il provveditore, Andrea Gritti, si accostò a Vicenza, e la vista delle insegne di san Marco cagionò subito una sollevazione in quella città, di cui gli furono aperte le porte il 26 di novembre. Il principe d'Anhalt, che ne aveva il comando, ritirossi nella cittadella con Fracassa di Sanseverino, ma dopo tre giorni fu costretto a capitolare[31]. Se, invece di perdere un tempo troppo prezioso nell'assedio di questa fortezza, il Gritti si fosse immediatamente recato sotto Verona, questa città, che di già tumultuava, gli avrebbe pure aperte le porte. Il vescovo di Trento, cui Massimiliano l'aveva data in guardia, ebbe tempo di farvi entrare trecento lance francesi sotto gli ordini di Daubignì, ed un grosso corpo d'infanteria spagnuola e tedesca. Non pertanto tutte queste truppe appena bastavano a contenere gli abitanti, i quali, minacciati, insultati, saccheggiati a vicenda dai soldati di tutte le nazioni che alloggiavano nelle loro case, ardentemente desideravano il paterno governo degli antichi padroni. L'armata veneziana, dopo un mal diretto attacco sopra Verona, si divise in due corpi, uno de' quali ricuperò Bassano, Feltre, Cividale e Castelnovo del Friuli, l'altro riprese Monselice, Montagnana ed il Polesine di Rovigo[32].

Questo corpo d'armata, teneva ordine di dare esecuzione contro la casa d'Este ad una vendetta che sommamente stava a cuore alla repubblica. I Veneziani non sapevano perdonare al debole loro vicino, che aveva tanto tempo vissuto sotto la loro protezione, d'essersi approfittato dei loro disastri per attaccarli, quando si trovavano oppressi da tutti i loro nemici; l'insulto de' piccoli, che abusano del momentaneo trionfo de' loro alleati, eccita assai più profondi risentimenti che le più gravi ingiurie de' potenti. Il primo uso che far voleva il senato delle sue forze tendeva a dimostrare che non era poi caduto in così basso stato da non potersi far rispettare da un duca di Ferrara. Angelo Trevisani, che aveva il comando della flotta, dopo avere incendiato Trieste proponevasi d'attaccare Ancona, Fano o le città di Ferdinando nella Puglia; ma la signoria lo richiamò, e malgrado la sua ripugnanza ad innoltrarsi nel letto di un fiume, gli ordinò di andare, di concerto coll'armata di terra, a punire il duca Alfonso nella sua stessa capitale[33].

La flotta veneziana entrò in Po per la foce delle Fornaci, bruciò Corbola, e si avanzò fino a Lago Scuro, bruciando lungo le due rive da lei percorse i palazzi, i castelli ed i villaggi. Lago Scuro è il porto di Ferrara sul Po; non è discosto più di due miglia dalla città; ed i cavaleggieri veneziani ch'erano venuti a porsi sotto la protezione della flotta, partivano da Lago Scuro per portare la desolazione in tutto il territorio ferrarese. Il gusto che aveva Alfonso, duca di Ferrara, per le arti meccaniche, gli aveva procurata la più bella artiglieria dell'Europa. La fonderia dei cannoni era stata il suo maggior divertimento, l'oggetto principale del suo lusso, ed ora giovò alla sua difesa. Egli innalzò le sue batterie a Lago Scuro, sulle rive del fiume, e costrinse la flotta del Trevisani a ritirarsi fin sotto a Polisella, ov'ella gettò l'ancora dietro una piccola isola[34].

Per porre in tale situazione i suoi vascelli in sicuro, il Trevisani alzò due bastioni sulle due rive del fiume, e gli unì con un ponte. Il 30 dicembre Alfonso tentò di sorprendere questi trinceramenti, e fu respinto con grave perdita. In questa zuffa fu fatto prigioniero dagli schiavoni Ercole Cantelmo, emigrato di Napoli, e figlio del duca di Sora; e perchè non potevano fra di loro accordarsi gli schiavoni rispetto alla divisione di così ricca preda, uno di loro gli troncò il capo con un colpo di sciabola. L'Ariosto invocò la compassione delle future età per questo giovine, uno de' più distinti cortigiani del duca, e l'amico del poeta[35].

Frattanto Chaumont, non volendo lasciar perire il duca di Ferrara, venne a Verona, e diede voce di marciare sopra Vicenza, con che sforzò l'armata veneziana ad allontanarsi dalla flotta per difendere gli stati della repubblica; il cardinale d'Este, approfittando della circostanza che il Trevisani non era più padrone della campagna intorno alla Polisella, fece di notte trasportare un grosso treno d'artiglieria in faccia alla flotta. Le acque del fiume erano in modo cresciute per le dirotte piogge, cadute in que' giorni, che le navi sorgevano quasi a livello delle dighe. Il cardinal d'Este fece in queste praticare alcune aperture, e collocarvi con grandissimo silenzio parecchi cannoni al dissopra ed al dissotto della flotta. Il rumore delle acque, che in allora scorrevano impetuose oltre l'usato, celarono i lavori del nemico al Trevisani, il quale non aveva altronde preveduto che il subito innalzamento del fiume permetterebbe di collocare l'artiglieria a fior d'acqua. Il 22 dicembre allo spuntare del giorno fu risvegliato dal continuo fuoco di queste batterie a lui ignote, ed alle quali le sue navi non potevano sottrarsi nella lunghezza di tre miglia. Non avendo sufficienti truppe da sbarco per attaccarle ed impadronirsene, perdette il senno, ed in cambio di far tagliare la diga del fiume, per la quale operazione, spargendosi le acque sul territorio ferrarese, sarebbersi in modo abbassate nell'alveo del fiume, che la flotta non sarebbe stata così esposta al fatal fuoco della batteria, egli, credendo la cosa affatto disperata, fuggì sopra una piccola barca in principio dell'azione. Quasi tutti gli equipaggi de' vascelli seguirono l'esempio del loro capo, quando videro una galera bruciata e due altre colate a fondo. Quasi due mila persone perirono sotto i colpi del nemico, o furono sommerse; e furono dal cardinale d'Este condotte in trionfo a Lago Scuro quindici galere, molte piccole navi, e sessanta bandiere. Il Trevisani avrebbe dovuto pagare colla sua testa tanta imprudenza e tanta viltà; ma così grande era il numero dei gentiluomini che avevano prevaricato nell'ultima campagna, che formavano un partito nello stato, e reciprocamente si difendevano, onde il Trevisani non fu punito che coll'esilio di tre anni[36].

Per tal modo la campagna del 1509 terminava pei Veneziani con una disfatta quasi egualmente strepitosa quanto quella che avevano avuta in principio. Ma la distruzione della flotta alla Polisella non ebbe le funeste conseguenze di quella dell'armata di terra a Vailate. Da niun canto trovavansi avere addosso nemici in istato di trarne vantaggio. I Francesi vendevano la loro protezione a Massimiliano, e si facevano cedere il castello di Valleggio sul Mincio, che solo mancava alla loro linea di difesa. Spedivano inoltre a Verona soldati e danaro per pagare la truppa tedesca, a condizione però che occuperebbero le principali fortezze di quella città; ma nemmeno con tali sussidj i generali tedeschi erano in grado di tenere la campagna. Bajardo, che coi Francesi era entrato in Verona, non sapeva trovare pascolo alla sua attività che combattendo cogli stratagemmi e colle sorprese il suo antagonista Gian Paolo Manfrone; ed intanto macchiava la sua gloria con frequenti crudeltà, ricordate con ostentazione dal suo leale servitore, perchè non venivano esercitate che sopra soldati ignobili, ai quali i gentiluomini non credevano dovuta niuna compassione[37].

Il duca di Ferrara era ancora meno degli altri a portata di approfittare dei suoi vantaggi: il papa, che non perdeva veruna occasione di far sentire che questo duca era feudatario della Chiesa, e che di già pensava a riconciliarlo coi Veneziani, da loro chiese ed ottenne, che non spingerebbero più oltre le loro vendette contro Ferrara, e che restituirebbero ad Alfonso la città di Comacchio presa e bruciata il 4 di settembre. Il duca si riputò felicissimo di potere a tal prezzo sospendere le ostilità[38].

In principio del seguente anno 1510, i Veneziani perdettero il supremo comandante delle loro armate, che tanto si confaceva col suo pacato e cauto carattere alla prudenza del senato, sebbene a motivo della sua lentezza e diffidenza potesse forse accagionarsi della disfatta di Vailate. Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, sfinito dalle fatiche sostenute nella difesa di Padova, si era fatto portare a Lonigo, nel territorio di Vicenza, ove morì di lenta febbre in sul finire di febbrajo in età di sessantott'anni. La signoria fece trasferire il suo cadavere a Venezia, e gl'innalzò un magnifico mausoleo con statua equestre nella Chiesa de' santi Giovanni e Paolo[39].

Frattanto i Veneziani avevano acconsentito a tutto quanto loro chiedeva il papa: avevano rinunciato all'appello al concilio generale; promesso di non frapporre ne' loro stati ostacoli alla giurisdizione ecclesiastica; rinunciato al diritto di nominare un visdomino in Ferrara, e per ultimo dato licenza a tutti i sudditi della Chiesa di navigare e di commerciare liberamente nel mare Adriatico[40]. Avevano mandata a Roma un'ambasciata composta di sei de' più riputati cittadini della repubblica, ed il pontefice loro accordò il 24 febbrajo del 1510, seconda domenica di quaresima, l'assoluzione dalle censure, senza imporre ai loro ambasciatori altra penitenza che quella di visitare le sette basiliche di Roma; levò inoltre dal ceremoniale d'assoluzione i colpi di bacchetta, che il papa ed i cardinali in tempo della recita del Miserere dovevano dare agli scomunicati, colpi che in alcune fresche circostanze eransi scambiati in dura flagellazione sulle spalle de' penitenti spogliati di tutte le loro vesti[41].

Gli ambasciatori di Massimiliano e di Lodovico XII eransi caldamente adoperati per impedire questa riconciliazione de' Veneziani colla Chiesa; ma Giulio II non si lasciava facilmente svolgere dalle sue risoluzioni; egli aveva concepito un sommo disprezzo per Massimiliano, che giudicava incapace di mai eseguire ciò che aveva premeditato; invece Lodovico XII gli si era renduto estremamente sospetto; il papa non temeva meno il di lui potere che la di lui debolezza, e condiscendenza a tutte le volontà del cardinale d'Amboise, ch'egli risguardava sempre come apparecchiato a contrastargli il pontificato. Perciò Giulio II si adoperava caldamente per distruggere la grande autorità che Lodovico XII erasi nell'ultima guerra acquistata in Italia: e cercava nello stesso tempo di fargli muovere guerra dall'Inghilterra, di disgustarlo cogli Svizzeri e di staccarlo dal duca di Ferrara.

Enrico VII, re d'Inghilterra, era morto il 21 aprile del 1509; e sebbene, morendo, avesse caldamente raccomandato a suo figliuolo, Enrico VIII, di tenersi in pace colla Francia, questi, potendo disporre di un ragguardevole tesoro, e vedendo ricercarsi avidamente la sua alleanza da tutte le potenze d'Europa, era montato in tanto orgoglio, che credeva di avere in suo potere la bilancia del continente. Nelle feste di Pasqua del 1510, Giulio II gli mandò la rosa d'oro, regalo in allora spedito ogni anno dalla santa sede a quel sovrano di cui maggiormente apprezzava la protezione[42]. Non pertanto, nell'istante medesimo in cui Giulio II gli faceva queste aperture per ridurlo ad attaccare la Francia, Enrico VIII soscriveva in Londra il 23 marzo del 1510 un nuovo trattato di pace con Lodovico XII, non riservandosi che il diritto di potere difendere la Chiesa quando fosse dal re di Francia attaccata[43].

Miglior fine ebbero le pratiche di Giulio II cogli Svizzeri. Orgogliosi costoro per tutte le vittorie ottenute in Italia da Carlo VIII e da Lodovico XII, volevano che tutta la gloria ne fosse data alla loro fanteria; si persuadevano che le armate francesi non potessero combattere senza di loro, e pretendevano un prezzo assai maggiore alla loro alleanza. Perciò ricusavano di rinnovare il trattato, omai giunto al suo termine, quando la Francia non acconsentisse di accrescere di sessanta mila franchi l'annua pensione che loro pagava, oltre molti altri particolari stipendj agli uomini più autorevoli di ogni cantone. Lodovico XII, irritato da tale inchiesta, dichiarò che in verun modo non assoggetterebbe la corona di Francia all'insolenza di un'aggregazione di contadini e di montanari. Fece una parziale convenzione coi Valesani e coi Grigioni, e pensò di non aver bisogno de' soccorsi de' cantoni. Dall'altro canto Giulio II si era guadagnato Matteo Schiner, che nel 1500 era stato promosso al vescovado di Sion, e che sempre erasi fatto conoscere accanito nemico de' Francesi. Colla di lui interposizione trattò colla confederazione: promise ad ogni cantone una pensione di mille fiorini del Reno; li persuase ad accettare la protezione degli stati della chiesa, facendosi accordare il privilegio di levare nella Svizzera, e per conto della santa sede, tutti i soldati di cui potesse avere bisogno[44].

Giulio II erasi lusingato di essersi obbligato senza limiti il duca di Ferrara, facendogli restituire la città di Comacchio, e non lasciando che i Veneziani lo attaccassero durante l'inverno. Era questi il solo feudatario della Chiesa cui avesse mostrato de' riguardi, e perciò se ne riprometteva un'illimitata ubbidienza: ma estrema fu la di lui collera, quando vide il duca di Ferrara stringere sempreppiù i legami che aveva colla Francia, e rendere la sua politica subbordinata a quella di Lodovico XII. Siccome il papa era tuttavia in pace con questo monarca, e non si dipartiva dal trattato di Cambray, non poteva ascrivere a delitto ad Alfonso un'alleanza, che a niente l'obbligava che contrario fosse ai suoi doveri verso la santa sede. Andò perciò in traccia di altri torti: gli fece proibire di far sale a Comacchio in pregiudizio delle saline pontificie stabilite a Cervia. Rispose Alfonso, che quando i Veneziani possedevano Cervia, lo avevano per forza obbligato ad una convenzione, che gli vietava di raccogliere il sale che la natura formava sul di lui territorio; ma che non era stretto dalla stessa obbligazione verso la Chiesa, e che Comacchio, ove raccoglieva il sale, non era altrimenti un feudo della santa sede, ma dell'impero. Voleva Giulio II annullare nuovamente il contratto dotale fatto da Alessandro VI pel matrimonio di sua figlia; chiedeva che l'annuo censo pagato da Ferrara fosse portato dai cento fiorini ai quattro mila, e che i varj castelli di Romagna, recati da Lucrezia Borgia in dote ad Alfonso, fossero renduti alla Chiesa. Rispondeva il duca che il suo trattato con Alessandro VI era della stessa natura di tutti quelli che stipulava la Chiesa; ch'era stato sanzionato colle medesime autorità, e che, non avendolo egli violato, non era giusto che l'altra parte contraente si sciogliesse dalle sue obbligazioni[45].

Lodovico XII prendeva le difese del duca di Ferrara, in virtù del trattato con cui erasi obbligato a proteggerlo pel prezzo di trenta mila ducati. Ma questo stesso trattato era un nuovo delitto agli occhi del papa, perchè contrario alla lega di Cambray ed alla posteriore convenzione di Abbiate Grasso. Lodovico XII, che temeva di romperla affatto coll'impetuoso pontefice, cercava invano espedienti per conservare la sua influenza sul ducato di Ferrara, risguardato come importantissimo alla sicurezza del Milanese, e per soddisfare Giulio II riconciliandolo con Alfonso[46].

Non avendo avuto effetto queste negoziazioni, Lodovico XII giudicò conveniente di stringere più intimamente la sua alleanza con Massimiliano, e di ricominciare la guerra contro Venezia con forze abbastanza considerabili da intimidire il papa, e troncare tutte le di lui pratiche. Chaumont entrò nel Polesine di Rovigo con mille cinquecento lance, e dieci mila fanti di diverse nazioni. A questi aggiunse Alfonso dugento uomini d'armi, cinquecento cavaleggieri, e due mila fanti; dal canto suo il principe d'Anhalt trasse fuori da Verona l'armata imperiale, composta di trecento lance francesi, di dugento uomini d'armi, e di tre mila fanti tedeschi; e dopo essersi unito a Chaumont tutta l'armata si avanzò alla volta di Vicenza[47].

Per fare testa a quest'invasione, i Veneziani erano impazienti di dare un successore al conte di Pitigliano. I diversi condottieri che si erano separatamente obbligati al loro servigio, non erano subbordinati gli uni agli altri, e tale era la vicendevole gelosia, che, dando la preferenza ad alcuno di loro, il senato temeva di dare motivo a tutti gli altri di ritirarsi. D'uopo era, per soddisfare al loro amor proprio, che il generalissimo fosse principe sovrano. Questa difficoltà consigliò la signoria a dare il comando delle sue truppe a Francesco Gonzaga, duca di Mantova, ch'ella teneva allora in prigione. Il doge lo fece venire in palazzo e gli comunicò quest'inaspettata disposizione, che fu ricevuta colla più alta riconoscenza. Il doge si limitò soltanto a chiedergli un pegno della sua più che dubbiosa fedeltà; Gonzaga offrì tosto in ostaggio suo figlio Federico, e scrisse subito alla consorte di consegnarlo ai Veneziani. Ma la Marchesana ed il suo consiglio erano affatto devoti alla Francia, e, non volendo esporsi al risentimento de' Francesi e de' Tedeschi, che da ogni banda circondavano lo stato di Mantova, ricusarono di consegnare il figlio, e Francesco Gonzaga restò prigioniere[48].

In allora i Veneziani cercarono un generale tra i feudatarj della Chiesa, a ciò il papa acconsentendo. Avevano essi assoldati due Vitelli di città di Castello, nipoti di quel Vitellozzo, che Cesare Borgia aveva fatto perire: a Lorenzo Orsini, signore di Ceri, che ottenne poi tanta celebrità sotto il nome di Lorenzo di Ceri, avevano dato il comando di tutta la loro infanteria; ed all'ultimo risolsero di dare il bastone di generalissimo a Gian Paolo Baglioni di Perugia, che, per le sue aderenze colla repubblica fiorentina, aveva dato luogo a molti dubbj intorno alla sua fedeltà, e che non pertanto si mostrò degno della confidenza in lui dal senato riposta[49]. L'armata, che la repubblica gli affidava, era in allora composta di seicento uomini d'armi, di quattro mila cavaleggieri e Stradioti, e di otto mila fanti; e non trovandosi abbastanza forte per resistere all'armata combinata de' Francesi e degl'imperiali, si andò sempre ritirando, abbandonando il Vicentino ai nemici fino alla Brentella, ove si afforzò. Era in tal luogo coperta da tre fiumi, dalla Brenta, dalla Brentella e dal Bacchiglione, mentre che faceva custodire Treviso e Mestre da sufficienti guarnigioni[50].

Gli sventurati Vicentini trovavansi esposti a tutta la ferocia de' loro nemici. I Veneziani non avevano creduta la loro città in istato di tenere lungamente, ove fosse assediata, e non vollero esporsi a perdere la guarnigione che avrebbe dovuto difenderla. I Vicentini spedirono una deputazione al principe d'Anhalt, generale di Massimiliano, per impetrare grazia. Ma il principe, che stava in Vicenza quando si era sollevata la città, rispose che i Vicentini erano colpevoli di ribellione contro il loro legittimo sovrano l'imperatore; che altro partito loro non restava che quello di porre a sua discrezione i loro beni, l'onore e la vita, senza lusingarsi ch'egli chiedesse così assoluta sommissione soltanto per dare maggiore risalto alla sua magnanimità, loro perdonando; che anzi dichiarava di volerli a sua discrezione, perchè Vicenza fosse al mondo miserando esempio del castigo che merita la ribellione[51].

I deputati Vicentini non riportarono ai loro compatriotti che questa desolante risposta; ma l'insolente barbarie dei Tedeschi contribuì ad ingannare la loro cupidigia. Fin dal principio della guerra i Vicentini avevano dovuto affaticarsi sempre nel salvare le loro ricchezze dal saccheggio. Non essendo la città loro lontana più di diciotto miglia da Padova, aveva colà poste in sicuro le loro donne, i figli, ed i migliori effetti. Il corso del Bacchiglione aveva facilitato il trasporto delle cose loro: onde quando si avvicinarono i Tedeschi, gli uomini seco trasportarono anche gli oggetti di minore importanza che tuttavia restavano in Vicenza; e questa città, abbandonata dal principe d'Anhalt al saccheggio, non satollò in verun modo la cupidigia dei suoi soldati[52].

Parte de' Vicentini e degli abitanti delle vicine campagne avevano scelto un altro luogo di rifugio. Ne' monti, alle di cui falde è posta Vicenza, trovasi un vasto sotterraneo, chiamato la grotta di Masano o di Longara, scavata dalla mano degli uomini per levarne le pietre che servirono a fabbricare Vicenza e Padova. Assicurasi che si stende a molta profondità, formando un labirinto, i di cui scompartimenti non comunicano gli uni cogli altri che per mezzo di angusti passaggi, e che talvolta sono pure occupati dalle acque.

Non avendo questo sotterraneo che un angusto ingresso, può facilmente essere difeso, e nella precedente campagna aveva servito di rifugio agli abitanti del vicinato. Vi si erano ritirati coi loro effetti sei mila sventurati; le donne ed i fanciulli occupavano il fondo della grotta, gli uomini ne custodivano l'ingresso. Un capitano di avventurieri francese, chiamato l'Herisson, scoprì questo ritiro, ed invano cercò di penetrarvi colla sua truppa; vietandoglielo l'oscurità e gli andirivieni del luogo; ma risolse di soffocarvi tutti coloro che vi si trovavano, e perciò riempì di fascine la parte che aveva occupata, e vi appiccò il fuoco. Alcuni gentiluomini Vicentini, che trovavansi tra i rifugiati, supplicarono allora i Francesi, che fosse loro permesso di redimere con una taglia sè stessi, le loro mogli e figli, e tutti coloro che appartenevano a nobil sangue. Ma i contadini, loro compagni d'infortunio, gridarono che tutti dovevano assieme perire o salvarsi. Frattanto tutta la caverna ardeva, e la sua bocca rassomigliava quella di una fornace. Gli avventurieri aspettarono che il fuoco avesse terminati i suoi guasti, prima di visitare il sotterraneo e di estrarne la preda acquistata con tanta crudeltà. Tutti i miseri rifugiati erano periti soffocati, ad eccezione di un giovinetto, che, trovandosi vicino ad uno spiraglio, riceveva un poco d'aria. Verun corpo era stato danneggiato dal fuoco, ma la sola loro attitudine faceva conoscere le angosce che sofferte avevano prima di morire. Molte donne gravide avevano partorito fra que' tormenti, ed i loro figliuoli erano morti colle madri. Quando gli avventurieri portarono la loro preda al campo, e raccontarono come l'avevano conquistata, eccitarono l'universale indignazione: il cavaliere Bajardo recossi alla caverna col carnefice dell'armata, e fece appiccare in sua presenza, in mezzo a questa scena d'orrore, due di que' miserabili che avevano acceso il fuoco. Ma nè pure questo castigo potè presso gl'Italiani cancellare la memoria di tanta inumanità[53].

Altronde la negligenza di Massimiliano nel mandare il soldo alle sue truppe esponeva le città, in cui queste soggiornavano, alle più crudeli vessazioni: la sola Verona, dice il Fleuranges, ch'era presente, fu saccheggiata tre volte in una settimana dai Landsknecht, che non avevano nè viveri, nè denaro[54]. Massimiliano sempre loro annunciava l'imminente suo arrivo, ma omai cominciavasi a non prestar fede alle sue parole, o alle sue promesse, ed i soldati Tedeschi, impazienti di aspettare inutilmente, partivano senza congedo.

Il Chaumont, gran maestro di Francia e governatore di Milano, era oramai stanco di continuar solo una guerra, i di cui frutti non erano raccolti dal suo padrone. Prima per altro di ritirarsi, trovò conveniente di porre in sicuro le precedenti sue conquiste, impadronendosi della città e del porto di Legnago, che, posto in su le due rive dell'Adige, dava ai Veneziani grandissima facilità di portare la guerra su quello de' vicini stati che meglio amassero di attaccare.

La guarnigione di Porto Legnago aveva avuta la precauzione d'inondare tutto all'intorno il paese posto sulla sinistra dell'Adige; ma il capitano Molard, entrando co' suoi avventurieri, che formavano la vanguardia di Chaumont, nell'acqua fino al petto, sloggiò la fanteria italiana, la pose in fuga, e la inseguì con tanta rapidità, ch'entrò insieme alla medesima in Porto Legnago. Tentarono i fuggiaschi di attraversare l'Adige, ma vi si annegarono quasi tutti. La guarnigione della città, posta sulla destra del fiume, non tenne miglior contegno. Carlo Marino, provveditore veneziano, fu il primo ad abbandonare vilmente il suo posto, per salvarsi nella cittadella, ch'egli rese bentosto per capitolazione, restando così prigioniere de' Francesi con tutti i gentiluomini veneziani, mentre i soldati furono rimandati senz'armi[55].

Il piacere che poteva dare a Chaumont la conquista di Legnago, venne amareggiato dalla notizia, che colà ricevette della morte di suo zio, il cardinale d'Amboise, al di cui favore andava egli debitore della sua rapida fortuna. Giorgio d'Amboise, che aveva esercitato il più assoluto impero sul suo padrone, e che, dopo la coronazione di Lodovico XII, aveva solo diretta la politica francese, era morto a Lione il 25 di maggio del 1510. Sebbene i suoi talenti non si sollevassero oltre la mediocrità, la di lui perdita fu universalmente compianta: egli, se non altro, intendeva gli affari, e conosceva le potenze con cui la Francia doveva trattare, ed i varj loro interessi; invece Lodovico XII, il quale, dopo la morte del suo favorito, pretese di governare da sè solo, non aveva nè conoscenza degli uomini e delle cose, nè memoria, nè applicazione. Diventato geloso della propria autorità, più non permise che i ministri operassero in di lui nome, senza consultarlo; e non osando questi ricordargli ciò che poteva riuscirgli spiacevole, la negligenza e la dimenticanza facevano andare a male i migliori progetti. Florimondo Robertet che successe al cardinale nella direzione delle finanze e degli affari esteri, non dissimulò egli stesso a Niccolò Macchiavelli, che in allora trovavasi legato della repubblica fiorentina in Francia, il danno grandissimo che la morte del suo predecessore cagionerebbe agli affari[56].

Al cardinale d'Amboise devono ascriversi quel buon ordine nelle finanze e que' riguardi pei popoli nella percezione delle imposte, che rendettero cara la memoria di Lodovico XII, malgrado la debolezza del suo spirito, e le sciagure del suo regno. Ma questo ministro economo e ordinato non era altrimenti disinteressato. Lasciò un'eredità di undici milioni di lire, equivalenti a cinquantacinque milioni della moneta presente, acquistati in dodici anni d'un'amministrazione di cui non rendeva verun conto. Col suo testamento dispose per trecento mila scudi in legati; Giulio II pretese che tali somme derivassero dai beni della Chiesa, de' quali il cardinale d'Amboise non aveva diritto di disporre, e li riclamò per la camera apostolica. Questa bizzarra inchiesta non fece che accrescere la malintelligenza tra la Chiesa e la Francia[57].

Stando ancora a Legnago il Chaumont ricevette l'ordine di licenziare la fanteria de' Grigioni e del Valese che teneva sotto i suoi ordini; di lasciare cento lance e mille fanti nella terra di nuovo conquistata, e di ricondurre il rimanente dell'armata nello stato di Milano: per altro pochi giorni dopo ebbe un contr'ordine ottenuto dalle pressanti istanze di Massimiliano. Il re gli ordinava di continuare ad assecondare i Tedeschi per tutto il mese di giugno, ed infatti in sul declinare di questo mese prese Cittadella, Marostica e Bassano, indi Scala e Covolo[58]. Ma Lodovico XII era ad ogni modo determinato di non voler tenere in campagna un'armata tanto ragguardevole senza proprio vantaggio, e sperava, minacciando ogni giorno di richiamare il Chaumont, di ridurre all'ultimo Massimiliano a cedergli Verona e la sua provincia. Per lo contrario l'imperatore credevasi sempre vicino all'esecuzione de' suoi progetti, e mai non rinunciava alle sue speranze, sebbene fosse sempre incapace di ridurle ad effetto. Chiese un secondo dilazionamento di un mese, promise che nel termine di un anno rimborserebbe i cinquanta mila ducati, che in questo mese costerebbe al re l'armata di Chaumont; che inoltre rimborserebbe altri cinquantamila ducati, di cui era precedentemente debitore, e che, non facendolo, lascerebbe Verona e tutto il suo territorio per pegno nelle mani del re di Francia[59].

Massimiliano aveva trattato con Ferdinando il Cattolico per avere la sua cooperazione in questa campagna, nella quale riponeva le sue vaste speranze; gli aveva a tale oggetto abbandonata senza riserva l'amministrazione della Castiglia, eredità del comune loro nipote, ed il cardinale d'Amboise era stato il mediatore di questo trattato così poco conforme agl'interessi della Francia. Per ottenere che Massimiliano desistesse dalla tutela di Carlo, Ferdinando aveva promesso tutto quanto gli si era chiesto, con ferma intenzione di fare in appresso nascere ostacoli all'esecuzione delle promesse. Erasi riservata l'alternativa di spedire all'armata imperiale nel Veronese o truppe o danaro; e perchè Massimiliano, sempre mancante di danaro, desiderò piuttosto danaro che gente, appunto per tale ragione Ferdinando mandò i soccorsi in natura. Il duca di Termini si pose in viaggio con quattrocento lance spagnuole per raggiugnere l'armata; ma si avanzò così lentamente, che non arrivò al quartier generale prima della fine di giugno[60].

L'armata combinata cominciò poi a mancare di vittovaglie, perchè si era condotta con tanta barbarie ed indisciplina in queste due campagne, che aveva assolutamente spogliato d'ogni cosa questo paese de' più ricchi e fertili del mondo; oltre di che aveva provocato contro di sè il più implacabile odio de' contadini, e reso più tenace il loro attaccamento per la repubblica. Erano questi affezionati con tanto entusiasmo al governo della loro patria, che nè le minacce, nè le promesse, nè l'aspetto del patibolo stesso potevano ridurli ad abiurare san Marco, ed a gridare viva l'imperatore! Il vescovo di Trento ne fece appiccare molti in Verona, onde punire così nobile costanza[61]. L'assistenza de' contadini rendeva facili e sicure le spedizioni degli Stradioti. Essi intercettavano i convogli ed i carrettieri, e sorprendevano i corpi staccati: in una di queste occasioni cadde nelle loro mani Soncino Benzone di Crema, e, sebbene questo capo di parte si trovasse in allora ai servigi del re di Francia, Andrea Gritti lo fece immediatamente appiccare, perchè, essendo gentiluomo veneziano ed incaricato di un comando in Crema, sua patria, aveva data per tradimento questa città ai Francesi[62].

Il castello di Monselice era uno dei principali asili degli Stradioti per le scorrerie loro alle spalle dell'armata nemica: desso è posto sopra una delle più elevate cime de' monti Euganei, che s'innalzano essi medesimi in mezzo ad un piano formato e livellato dalle acque, tra Vicenza, Padova, Rovigo e Legnago: era circondato quel castello da tre ricinti, il più basso de' quali richiedeva per lo meno due mila uomini per difenderlo, ed i Veneziani non ne tenevano in Monselice che sette cento sotto gli ordini di Martino di Borgo san Sepolcro. Non pertanto questi sortirono con estrema audacia per attaccare un corpo di landsknecht. Ma oppressi dal numero, vivamente inseguiti, essi soggiacquero alla fatica; vennero forzati nel primo ricinto, ed inseguiti con tanta rapidità che non ebbero tempo di chiudersi nel secondo; non valsero a difendersi nel terzo, sebbene le mura si andassero ristringendo, come richiede la forma della montagna a guisa di pane di zucchero: e la stessa torre, posta in sulla sommità del colle, non valse a salvarli. Invano offrirono d'arrendersi; salva soltanto la vita; i Tedeschi non vollero dar quartiere; appiccarono il fuoco alle legne ammucchiate nel fondo della torre, e ricevettero sulla punta delle picche quegli sciagurati che tentavano di fuggire per le feritoje. Con eguale furore i Tedeschi distrussero tutte le case di quella grossa borgata, una delle più ridenti dell'Italia[63].

Malgrado le tante volte ripetute promesse, Massimiliano non giugneva mai all'armata. Dopo la perdita fatta nel precedente anno sotto Padova, più non lusingavasi di avere quella piazza, ma faceva istanza a Chaumont d'attaccare Treviso, che credeva di poter occupare con maggior facilità. Gli rispondeva il Chaumont: che quella città era egualmente difesa da una forte armata; ch'egli non vedeva ingrossarsi la sua colle promesse truppe tedesche, e senza le quali nulla poteva intraprendere; ch'era stato di già forzato a staccare il duca Alfonso d'Este e Chatillon, per difendere lo stato di Ferrara pel quale cominciava ad essere inquieto; che tutta la campagna all'intorno di Treviso era guastata, onde l'armata non vi troverebbe vittovaglie, e difficilmente vi farebbe giugnere i convogli, perchè gli Stradioti battevano la campagna, ed erano secondati con zelo da tutti i contadini. Ma mentre ancora duravano queste dispute tra Chaumont e Massimiliano, il primo ebbe dal suo signore espresso ordine di lasciare all'armata imperiale Preci con quattrocento lance e mille cinquecento fanti spagnuoli, che teneva al suo soldo, e di ricondurre con sollecitudine il resto dell'armata nel ducato di Milano, dove lo rendevano necessaria inaspettati pericoli[64].