CAPITOLO CVII.
Giulio II fa attaccare i Francesi a Genova, a Ferrara e nel Milanese. — Dirige l'assedio della Mirandola, ed entra in questa città per la breccia; è costretto a fuggire da Bologna; e la sua armata viene dispersa a Casalecchio.
1510 = 1511.
La maggior parte de' papi ottiene il pontificato in un'età, che d'ordinario ammorza le passioni, spegne un'ambizione di cui non rimane il tempo di raccogliere i frutti, e che fa desiderare un riposo, renduto quasi necessario dall'indebolimento degli organi. Inoltre l'educazione avuta dagli ecclesiastici d'ordinario non è tale da sviluppare una grande energia; e la religione, che forma la parte principale de' loro studj, deve loro inspirare moderazione e tolleranza, piuttosto che violenza o determinazione di tutto assoggettare alla loro volontà. Non pertanto molti papi, da Gregorio VI fino a Sisto V, manifestarono nel loro carattere un'ostinazione invincibile, un irritamento contro tutto ciò che non cedeva alla loro volontà, uno sdegno contro coloro che gli avevano offesi, sconvenienti alla loro età, alla loro educazione, al loro ministero. E spesso quest'inflessibile carattere non si manifestò in loro, che quand'ebbero ricevuta la tiara, e di uomini dolci e modesti, quali erano stati fin allora creduti, diventarono dopo il loro innalzamento implacabili vendicatori delle più leggieri offese, e crudeli persecutori degli antichi loro amici.
Questo cambiamento del loro carattere sarebbe forse una conseguenza della persuasione dell'infallibilità delle loro decisioni, comune ai papi ed a tutti i loro fedeli[65]? Tale credenza viene in ajuto di un'inclinazione di già anche troppo naturale all'uomo. Chiunque può riconoscere la superiorità d'un altro sopra di sè medesimo per conto delle facoltà dello spirito; ma siccome altra misura egli non ha del giudizio che il suo proprio giudizio, non accade mai, a suo credere, che un altro abbia il giudizio più retto di lui. Dietro il suo proprio istinto, pargli sempre di potere rettificare il giudizio degli altri; e sotto qualsiasi modesto nome ch'egli indichi in sè medesimo questa facoltà, sotto quello di senso comune o di buon senso, è sempre al suo tribunale che assoggetta tutte le umane opinioni.
Ammesso il principio che la consacrazione di un papa apporti seco tutti i doni dello Spirito Santo, viene in certo modo a santificarsi in chi la riceve quest'interno ed universale pregiudizio. Il presentimento, che fin allora non era stato da lui risguardato che come un felice istinto, sebbene creduto infallibile, è per lui diventato il linguaggio stesso della divinità. Il proprio raziocinio, cambiasi a' suoi occhi in evidenza, le sue decisioni più non vanno soggette a dubbj o ad incertezza, e coloro che ardiscono opporsi alle volontà ch'egli esprime di conformità a questa eterna sapienza da cui credesi inspirato, gli sembrano ribelli, che disprezzano ad un tempo tutte le autorità divine ed umane.
Oramai il carattere di Giulio II era dominato da questo stesso irritamento contro tutti coloro che prontamente non accorrevano ad assecondare i suoi disegni. Tutto ciò ch'egli aveva una volta determinato, parevagli talmente conforme ai dettami dell'eterna giustizia, ch'era sempre apparecchiato a punire come nemici del cielo coloro che frapponevano qualche ostacolo all'esecuzione de' suoi progetti. Le sue impetuose volontà eccedevano quasi sempre i confini che avrebbero dovuto contenere l'uomo di Dio; ma egli poteva sempre rendere testimonianza a sè medesimo, che le sue risoluzioni non erano figlie di personali interessi, e che, formandole, non aveva ascoltata che una certa elevazione, una certa grandezza d'animo ed ancora un certo dettame di giustizia a lui naturale. Ne' primi tempi del suo regno aveva cercato di ricuperare alla Chiesa il suo patrimonio scandalosamente dilapidato dai suoi predecessori. Aveva conseguito cotale intento coi piccoli feudatarj; ma i soli Veneziani avevano fatto argine ai suoi progetti, ed avevano eccitato il suo risentimento. Allora aveva creduto che la gloria della stessa Chiesa richiedesse di castigarli, e gli aveva infatti severamente castigati; ma dopo averli ridotti ad un'umile penitenza, voleva che gli altri imitassero il di lui esempio e gli perdonassero: voleva che i disastri dell'Italia terminassero ad un suo cenno, come avevano ad un suo cenno cominciato. Lo irritavano le personali viste, la cupidigia, la crudeltà de' suoi antichi alleati; e dopo di avere adoperato il braccio dei Barbari per castigare gl'Italiani, credevasi dalla propria conscienza e dal patriottismo italiano obbligato a scacciare questi stessi Barbari dall'Italia.
Ferdinando il Cattolico, che per interesse seguiva quella stessa politica che Giulio aveva adottata in conseguenza dei suoi principj, non dissentiva da lui; e Massimiliano, che per propria colpa aveva perdute le conquiste che le vittorie dei Francesi avevano poste in di lui potere, non eccitava che il suo disprezzo. Giulio altamente accusava la di lui incapacità e la di lui instabilità, e lo contava tra i suoi nemici senza temerlo. Di affatto diversa natura era il sentimento del papa verso Lodovico XII, l'odiava e lo temeva, sebbene non lo stimasse. Conosceva il debole carattere e la poca abilità di questo monarca; ma d'altra parte non ignorava quale fosse l'irresistibile valore delle armate francesi, il cieco attaccamento al loro governo, la virtù de' loro ufficiali, e l'attività con cui giugnevano al loro scopo qualunque volta i falli de' loro re non cagionavano la loro ruina. Sapeva che Lodovico XII aveva saputo farsi amare in Francia dal suo popolo, onde poteva disporre a posta sua di tutte le forze di così vasta monarchia; ch'era padrone di Milano e di Genova, e che la metà del rimanente dell'Italia cercava la sua alleanza. Conosceva dunque che per vincerlo aveva bisogno di riunire contro di lui le forze di quasi tutta l'Europa, e non osò attaccarlo che con una dissimulazione, che non pareva conveniente al suo focoso carattere.
Lodovico XII, sinceramente pio, rispettava la santa sede; inoltre era dominato dagli scrupoli di Anna, sua consorte, onde risguardava una rottura col papa come un grande disastro. Cercava però tutti i mezzi di soddisfare Giulio II rispetto agli affari di Ferrara, ch'egli credeva essere il solo oggetto di controversia tra di loro. Ma in questo stesso tempo il papa stava contro di lui preparando un triplice attacco a Ferrara, a Genova e sui laghi di Lombardia, e negoziava per unire al suo partito Ferdinando d'Arragona ed Enrico VIII d'Inghilterra. Siccome ben tosto conobbe l'impossibilità di nascondere tutte queste pratiche, fece se non altro in modo che quelle che potrebbero essere scoperte dai suoi avversarj, si attribuissero al progetto ch'egli dissimulava meno degli altri, dell'attacco di Ferrara.
Lodovico XII aveva fatte a Giulio II alcune proposizioni relativamente alla protezione da lui accordata al duca di Ferrara, le quali avrebbero dovuto piacere al pontefice, se questi non avesse portate le sue mire molto al di là degli antichi feudi della Chiesa. Vero è che il re di Francia aveva scelto per quest'affare un cattivo negoziatore, cioè Alberto Pio, conte di Carpi, il quale, avendo egli stesso motivo di temere il duca di Ferrara per la conservazione del suo piccolo feudo, fu accusato di avere pregiudicato presso la corte pontificia quello che aveva ordine di proteggere[66]. Non erano per anco rotte le negoziazioni, quando il 9 agosto del 1510 Giulio II fulminò una bolla contro Alfonso d'Este. Lo chiamava figlio d'iniquità ed allievo di perdizione; gli rimproverava la sua ingratitudine verso la santa Chiesa, la sua disubbidienza, le imposte estorte al popolo, le immunità ecclesiastiche violate, il sale che faceva in Comacchio a pregiudizio delle saline di Cervia, e in ultimo l'ambita protezione del re di Francia. A motivo di tanti delitti lo dichiarava decaduto da tutti gli onori, da tutte le dignità, da tutti i feudi dipendenti dalla santa sede, scioglieva i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, i suoi soldati dall'ubbidienza; inoltre loro ingiungeva di prendere le armi contro di lui per darlo in mano alla giustizia di Dio, lo scomunicava, ed assoggettava alla stessa sentenza tutti i preti che avrebbero con lui comunicazione[67].
Un mese prima di questa ostile denuncia Giulio II aveva stretta intima alleanza con Ferdinando il Cattolico: gli aveva il 7 di luglio accordata l'investitura del regno di Napoli, che fin allora non aveva voluto dargli, fissandone l'annuo tributo su quello che erano soliti pagare i re arragonesi; aveva dichiarato che annullava la clausola del trattato di Blois, in forza della quale la riversione dell'Abruzzo e della Campania veniva accordata alla corona di Francia, qualora Germana di Foix, moglie di Ferdinando, morisse senza prole: in ricompensa delle quali concessioni aveva obbligato il re d'Arragona a promettergli per difendere la Chiesa trecento uomini d'armi, che desso re farebbe marciare ad ogni richiesta del papa. Lusingavasi Giulio II che queste truppe ausiliarie farebbero l'effetto di strascinare la Spagna in una guerra colla Francia, e si compiaceva dell'animosità che risvegliava annullando di propria autorità il trattato di Blois: imperciocchè Lodovico XII non dava colpa di quest'atto arbitrario al solo papa, ma accusava pure Ferdinando d'averlo impetrato, incaricando i suoi ambasciatori di farne espressa doglianza alle Cortes d'Arragona[68].
Tutti gli andamenti del papa davano apertamente a conoscere la di lui animosità contro la Francia; di già egli risguardava i cardinali francesi come ostaggi o prigionieri alla sua corte. Il cardinale d'Auch era uscito da Roma il giorno di san Pietro per andare alla caccia con cani e reti, ed il papa, supponendo che volesse fuggire in Francia, lo fece arrestare e custodire nelle prigioni di castel sant'Angelo. Pochi giorni dopo obbligò il cardinale di Bayeux a giurare che non si allontanerebbe dalla corte di Roma, ed a riconoscere che, facendolo, perderebbe con questo solo atto la dignità cardinalizia[69].
Ma sebbene più non fosse dubbiosa l'inimicizia del papa, Lodovico XII non sapeva prevedere il punto in cui eseguirebbe il primo attacco. Giulio non aveva mai saputo perdonargli il crudele trattamento fatto ai Genovesi in onta alla sua raccomandazione; era egli stesso originario della riviera di Genova, e la sua famiglia apparteneva al partito popolare oppresso dal re; perciò aveva accolti alla sua corte moltissimi esiliati liguri, e cercava per mezzo delle sue corrispondenze di ravvivare la speranza di tutti coloro che bramavano l'antica libertà[70]. Volendo giovarsi del loro odio, pensò di dirigere contro Genova le prime ostilità. Promise ad Ottaviano Fregoso, uno degli emigrati che stavano presso di lui, la corona ducale che avevano portata suo padre e suo zio; con tutti gli altri rifugiati lo mandò a bordo di una galera pontificia, che unì per questa spedizione ad undici galere veneziane; fece in pari tempo passare nello stato di Lucca Marc'Antonio Colonna, ch'egli aveva persuaso a lasciare il servizio de' Fiorentini; gli fece adunare cento uomini d'armi, settecento fanti e molti emigrati genovesi, dando a credere che meditasse di attaccare Ferrara; poi tutt'ad un tratto gli fece attraversare tutta la riviera di Levante per accamparsi nella valle di Bisagno, mentre la flotta, della quale niuno in Italia aveva avuto sentore, venne nel principio di luglio ad ancorarsi alla foce del fiume d'Entello affatto vicina al porto di Genova[71].
Ma per quanto inaspettato riuscisse quest'attacco, non ebbe i prosperi successi che si ripromettevano il papa e gli emigrati genovesi, o perchè la vista delle bandiere veneziane risvegliasse l'antica gelosia de' patriotti di Genova, o perchè sembrasse ai cittadini in quel punto troppo grande la potenza francese per poterne trionfare. Le città di Sarzana e della Spezia, attraversate dall'armata di terra, e quelle di Sestri, Chiavari e Rapallo, occupate dalla flotta, cedettero alla forza senza dar segno di entusiasmo per coloro che si vantavano loro liberatori. Il figlio di Gian Luigi del Fiesco ed il nipote del cardinale di Finale, avevano ambidue condotti in Genova sette in ottocento fanti per difendere il governo francese ed impedire ogni movimento; nello stesso tempo il signor Prejan entrò in porto con sei galere provenzali, senza che Ottaviano Fregoso o Grillo Contarini, che comandavano la flotta veneziana, potessero trattenerlo. Questi due capi della spedizione perdettero allora ogni speranza di buon successo; Marc'Antonio Colonna s'imbarcò a Rapallo con circa sessanta cavalieri, ma gli altri vollero ritirarsi coll'infanteria per la strada di terra, e furono in cammino spogliati dai contadini irritati pei loro rubamenti. La flotta, ritirandosi, venne inseguita dalla flotta francese fino a Monte Argentaro sulle coste della Sardegna, e rientrò senz'essersi battuta in Cività Vecchia[72].
Intanto una più grossa armata pontificia, sotto gli ordini del nipote del papa, Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino, avanzavasi per attaccare il duca di Ferrara, e togliergli la piccola provincia della Romagna Ferrarese cedutagli da Alessandro VI. Entrò senza incontrare opposizione in Lugo ed in Bagnocavallo; ma mentre stringeva d'assedio la fortezza di Lugo ebbe notizia che si avvicinava il duca Alfonso, e fuggì disordinatamente abbandonando parte della sua artiglieria. Vero è che si riunì di nuovo ad Imola, e riprese subito l'offensiva; e mentre tutta a sè richiamava l'attenzione del duca di Ferrara, Gherardo e Francesco Maria Rangoni, gentiluomini di Modena, aprirono le porte di quella città al cardinale di Pavia, che si era avanzato da Bologna a Castelfranco. Probabilmente sarebbe stato occupato nella stessa maniera anche Reggio, ed invasa la metà degli stati della casa d'Este, se il signore di Chaumont non si fosse affrettato a mandarvi dugento lance[73].
Ma Giulio II aveva apparecchiato un terzo attacco, sul quale fondava più che negli altri le sue speranze. Una dieta adunata a Lucerna, offesa dal costante rifiuto di Lodovico XII di accrescere le pensioni dei cantoni, e strascinata dall'attività e dall'animosità di Matteo Schiner, vescovo di Sion, aveva risoluto di attaccare i Francesi in Lombardia. Il Chaumont per difendersi contro di loro aveva posti cinquecento uomini d'armi ad Ivrea; aveva dal debole Carlo III, duca di Savoja, ottenuta la promessa di non lasciar passare gli Svizzeri per la valle d'Aosta; finalmente aveva fatte ritirare tutte le barche dei laghi che sono alle falde delle montagne, rompere tutti i ponti, riporre tutte le vittovaglie nelle terre murate, e distruggere tutti i mulini[74].
Per lungo tempo gli Svizzeri avevano formata la sola buona fanteria delle armate francesi; onde inspiravano grandissimo terrore agli uomini d'armi, accostumati ad averli per loro appoggio. Ma gli Svizzeri medesimi non avevano meno bisogno per poter tenere la campagna degli uomini d'armi cui erano stati sempre associati, e contro i quali portavano adesso le armi. Gli Svizzeri avevano de' buoni contestabili di reggimento, ma non uno sperimentato generale; onde avevano posto alla testa di quest'impresa il vescovo di Sion[75]: mancavano di ponti, di battelli e d'artiglieria, e poca era la loro cavalleria. Quando passarono il san Gottardo, in principio di settembre, con un corpo di sei mila uomini, non avevano che quattrocento cavalli, metà carabinieri. Due mila cinquecento de' loro fanti erano armati di fucile, cinquanta di lunghi archibugi, gli altri di picche o di alabarde[76].
Gli Svizzeri, essendo usciti dal loro territorio per la strada di Bellinzona, s'impadronirono del ponte della Trezza, mal difeso contro di loro da seicento fanti francesi; poi fecero alto a Varese, aspettandovi un altro corpo di quattro mila uomini, che non si fece lungamente aspettare. Chaumont, che li teneva di vista con cinquecento lance e quattro mila pedoni, aveva determinato di non attaccarli, ma di andarli stancheggiando con piccole scaramucce e con continui movimenti. Mancando loro bentosto i viveri che avevano trovato a Varese, piegarono a sinistra verso Castiglione attraverso di un paese disuguale, marciando a grossi distaccamenti con ottanta o cento uomini di fronte, e coi fucilieri in coda. Si avanzarono con tale ordinanza senza mai lasciarsi avviluppare dalla cavalleria, che s'aggirava sui loro fianchi, bastando loro il far uscire dalla linea cento o cento cinquanta soldati per respingere la cavalleria, indi riprendere il loro luogo.
Il primo giorno l'armata svizzera si trattenne ad Appiano; il secondo attraversava, alla volta di Cantù, il ridente paese che i Milanesi chiamano i Monti di Brianza. Quand'ebbe fatto la metà del cammino, abbandonò la prima direzione per accostarsi alle montagne; restò un giorno nei sobborghi di Como, ed un altro a Chiasso. Tuttavia credevano i Francesi che gli Svizzeri fossero intenzionati di attraversare l'Adda sopra zattere, dov'esce dal lago di Lecco; ma tutt'ad un tratto essi tornarono verso la Trezza, di dove erano venuti, e rientrarono nelle loro montagne, o perchè sentissero l'impossibilità di penetrare senza barche in un paese attraversato da tanti fiumi, o perchè la mancanza de' viveri, e della cavalleria per andare a prenderne a qualche distanza, facesse loro temere la fame, o perchè, come alcuni vogliono, ricevessero settanta mila scudi dal re e dal signore di Chaumont per rinunciare ad un'impresa, per fare la quale ne avevano ricevuti altrettanti dal papa. La loro riputazione di lealtà era totalmente perduta, e più non guerreggiavano che a prezzo d'oro; e se la massa dell'armata non era partecipe di questi vergognosi contratti, la condotta de' condottieri non li liberava da ogni sospetto[77].
Il piano di tutti questi simultanei attacchi era stato da Giulio II assai ben concertato, ma i diversi loro capi non avevano saputo agire nello stesso tempo. Il tentativo sopra Genova aveva preceduto quello di Ferrara e di Modena; in appresso si fece la spedizione degli Svizzeri, e quando questi rientravano nelle loro montagne, l'armata veneziana, sotto gli ordini di Lucio Malvezzi, approfittò della lontananza de' Francesi per avanzarsi. Ricuperò in pochi giorni senza combattere Este, Monselice, Montagnana, Marostica e Bassano; rientrò in Vicenza, che i Tedeschi nè meno tentarono di difendere, e giunsero finalmente presso Verona, incalzando da vicino il duca di Termini, Andrea di Capoa, che si ritirò coll'armata imperiale, da lui comandata dopo la morte del principe di Anhalt accaduta pochi dì prima, e che ebbe l'accortezza di non lasciarsi avviluppare[78].
Poi ch'ebbe ragunate in Verona tutte le sparse guarnigioni, il duca di Termini si vide alla testa di trecento lance spagnuole, di cento lance tedesche o italiane, di quattrocento lance francesi e di quattro mila e cinquecento pedoni. Contavansi nell'armata veneziana ottocento uomini d'armi, tre mila cavaleggieri, quasi tutti Stradioti, e dieci mila fanti. Furono poste in batteria le artiglierie contro le mura della fortezza di san Felice, situata sulla sinistra riva dell'Adige, e dopo pochi giorni avevano aperte larghe brecce e fatto tacere il fuoco degli assediati. Di già i Veneziani si apparecchiavano all'assalto con grandissima probabilità di buon successo, quando mille ottocento soldati tedeschi, sostenuti da alcuni uomini d'armi francesi, fecero di mezza notte una sortita, inchiodarono due cannoni, ruppero la fanteria italiana ed uccisero Zittolo di Perugia, uno de' suoi migliori capitani. Il Malvezzi, trovando all'indomani i suoi soldati scoraggiati, abbandonò l'assedio di Verona e tornò all'antico quartiere di san Martino, lontano cinque miglia[79].
Dopo queste brevi spedizioni, ogni spirito d'intrapresa parve da tutti abbandonato, fuorchè dal pontefice: il senato di Venezia fu alcun tempo in qualche agitazione per l'imperiosa domanda fattagli dal re d'Ungheria di tutte le terre della Dalmazia, che gli venivano accordate nel trattato di Cambrai; ma diversi magnati si affrettarono di rassicurare l'ambasciatore veneziano, protestando che il loro re non procederebbe più in là dell'intimazione, fatta soltanto per compiacere a Massimiliano ed a Lodovico XII, e che la nazione ungara non somministrerebbe danaro per attaccare la repubblica[80]. I comandanti, francesi, tedeschi, spagnuoli, ferraresi, guastavano il paese all'intorno delle loro stazioni, ma non intraprendevano veruna cosa d'importanza. Soltanto Giulio II pareva accendersi di nuovo ardore ad ogni disfatta, ed il di lui irritamento veniva maggiormente esacerbato dalle pratiche di Lodovico XII presso il clero di Francia.
Il re risguardava come crudeli ingiurie i non preveduti attacchi che il pontefice avea contro di lui provocati a Genova, in Lombardia e nel Ferrarese; aveva palesato al Macchiavelli, che trovavasi in legazione presso di lui, l'ardente suo desiderio di vendicarsi esemplarmente; aveva perciò voluto persuadere i Fiorentini ad entrare in guerra contro il papa, facendo loro sperare il possedimento di Lucca o del ducato d'Urbino. Voleva ad ogni modo levare questo ducato al nipote di Giulio II, per fargli sentire nella propria famiglia gli amari frutti della guerra[81]; ma nello stesso tempo voleva combattere contro il papa colle armi spirituali, e ne' primi giorni di settembre adunò a Tours un concilio della Chiesa Gallicana, al quale denunciò questo papa, eletto con mezzi così poco canonici, e che col suo bellicoso temperamento turbava in così crudele maniera tutta la Cristianità. Il concilio francese autorizzò il re a respingere le armi del papa colle armi, ed a portare innanzi ad un concilio ecumenico, convocato di concerto coll'imperatore, le sue lagnanze contro il capo della Chiesa[82].
Queste pratiche di Lodovico XII accrebbero a dismisura l'odio di Giulio contro la Francia ed il suo desiderio di vendicarsene, onde ricominciò i suoi attacchi. Da un canto rimandò in faccia a Genova la sua flotta, unita a quella dei Veneziani, per suscitarvi a forza aperta la rivoluzione che poc'anzi aveva invano tentato di eccitare per sorpresa: la cosa non ebbe effetto, ed egli avrebbe ben dovuto prevederlo[83]. D'altra parte risolse di recarsi in persona fino a Bologna, per ridurre Ferrara sotto il diretto dominio della Chiesa. Egli non aveva abbandonato i suoi progetti coll'imperatore, con Enrico VIII e con Ferdinando il Cattolico, che sempre lusingavasi di potere scatenare contro la Francia, ma ripromettevasi di potere, anche senza il loro ajuto, fare coi Veneziani la riconquista di Ferrara; dal canto loro i Veneziani, senza spingere tant'oltre le loro speranze, credevano vantaggioso di assecondarlo con tutte le loro forze, per tenerlo fermo nella loro alleanza. Giulio II aveva con insolita fierezza, che ogni giorno facevasi sempre maggiore, rigettate le proposizioni fattegli dalla Francia per una separata pace. Lodovico XII lasciò travedere che non rinuncierebbe alla protezione del duca di Ferrara; ma pretese subito il pontefice che rinunciasse ancora ad ogni sovranità sopra Genova. Il Macchiavelli fu incaricato da Robertet di persuadere la repubblica di Firenze ad offrire la sua mediazione, ma il papa la rifiutò disdegnosamente. Per lo stesso motivo venne ancora più maltrattato un segretario d'ambasciata del duca di Savoja. Giulio II lo accusò di spionaggio, lo fece gettare in prigione, e poco dopo sottomettere alla tortura[84].
Il 22 di settembre Giulio II fece il suo solenne ingresso in Bologna con tutta la sua corte, mentre che la sua armata si avanzava nel Ferrarese fino al Po. Per compiacerlo i Veneziani nello stesso tempo facevano rimontare il fiume a due loro flotte, una per la bocca delle Fornaci, l'altra per il Po di Primaro. I soldati veneziani e pontificj guastavano senza riguardo il territorio ferrarese, ma senza mai avvicinarsi alla città; il papa era stato ingannato intorno alla qualità ed al numero de' soldati ch'egli pagava; e la sua armata non aveva bastanti forze per intraprendere un assedio di tanta importanza[85].
I Veneziani avevano più di un anno tenuto in prigione il duca di Mantova; ma lo avevano di fresco rilasciato dietro le riunite istanze del papa e dell'imperatore de' Turchi, Bajazette II. Fino dal principio del suo regno Giovanni Francesco Gonzaga aveva cercato di guadagnarsi la grazia del gran signore, gli aveva mandati diversi regali, ed aveva avuta cura d'intrattenere con lui una non interrotta corrispondenza: e Bajazette, riconoscente di questa lunga confidenza, avvalorò le sue istanze pel marchese di Mantova con tali minacce, che non permisero al senato di discutere l'affare[86]. Ad ogni modo i Veneziani rilasciarono al papa il loro prigioniere, poichè per una singolare circostanza egli aveva inallora eccitata la compassione del papa e del sultano; e Giulio II, che aveva solennemente privato il duca di Ferrara del titolo di gonfaloniere della Chiesa, accordò tale dignità al Gonzaga, sperando in tal modo di vincolarlo irrevocabilmente alla sua lega coi Veneziani. Il marchese di Mantova trovavasi in una difficilissima posizione tra la politica e la riconoscenza. I Veneziani lo avevano ancor essi nominato capitano generale della loro armata col soldo di cento uomini d'armi e di mille dugento fanti; pure s'egli si attaccava alla lega, in cui volevano strascinarlo il papa ed il senato veneto, i suoi stati erano i più esposti agli attacchi de' Francesi. Infatti questi colsero tale istante per invadere il Mantovano, ed il Gonzaga, che forse aveva fatto istanza al signore di Chaumont di somministrargli questo pretesto, abbandonò le altre dignità che gli erano state accordate, per occuparsi della difesa de' suoi sudditi[87].
Intanto il pontefice era caduto gravemente infermo, e si curava contro il parere di tutti i medici, come trattava la guerra contro il sentimento di tutti i militari. Egli non voleva essere consigliato, le difficoltà non lo scoraggiavano, e sempre affrettava l'attacco de' nemici[88]. Ma la discordia tra il duca d'Urbino ed il cardinale di Pavia, che dividevano tra di loro il comando dell'armata, rendeva questo attacco pericolosissimo. Il duca d'Urbino, in un primo impeto di collera, fece arrestare e condurre a Bologna il cardinale di Pavia, per esservi giudicato come colpevole di tradimento; ma il cardinale seppe così pienamente giustificarsi presso al papa, che ricuperò maggior credito ed autorità che prima non aveva[89].
Finalmente il duca d'Urbino aveva potuto far sentire al papa, che prima di attaccare Ferrara doveva aspettare che si unissero all'armata le truppe veneziane composte di trecento uomini d'armi, di molta cavalleria leggiere e di quattro mila fanti, ch'eransi avanzati sul Po fino a Ficheruolo ed erano secondati da alcune galere. Alfonso d'Este precludeva la strada a questa truppa: attaccava separatamente con molta attività le galere veneziane, e faceva loro sentire a quanto rischio si esponessero, avanzandosi nel letto dei fiumi[90]. Mentre Alfonso non permetteva alle galere di rimontare più alto verso Ferrara, il signore di Chaumont, così consigliato dai Bentivoglio, risolse di portarsi rapidamente sopra Bologna, e di sforzare Giulio II alla pace. Prese, cammino facendo, Spilimbergo e Castelfranco, che non si difesero che un giorno, ed il 12 di ottobre si accampò a Crespolano, lontano dieci miglia da Bologna, con intenzione di presentarsi all'indomani sotto le mura della città.
Non si trovavano allora in Bologna che pochi e mal disciplinati soldati pontificj: vero è che il papa aspettava trecento uomini d'armi, che il re d'Arragona doveva mandargli, e l'armata veneta trattenuta a Ficheruolo; ma non sembrava probabile che potesse sostenersi fino all'arrivo degli uni e degli altri, tanto più che i partigiani dei Bentivoglio cominciavano a darsi qualche movimento, e che la massa del popolo, dimenticando tutti i vecchi torti, si andava attaccando al loro partito per quella cieca affezione che lega tutti gli uomini al tempo passato. I prelati ed i cortigiani, accostumati soltanto agli agi ed alle delicatezze di Roma, lagnavansi amaramente che il papa gli avesse seco strascinati in così pericolosa situazione per le sostanze loro e per la gloria della santa sede. Con caldissime istanze, che prima d'allora Giulio II non avrebbe in verun modo tollerate, lo andavano affrettando a provvedere alla comune sicurezza con una pronta ritirata, o trattando con Chaumont a quelle condizioni che potesse ottenere più sopportabili[91].
Giulio II, senza promettere di seguire i loro consiglj, chiamò gli ambasciatori veneziani e dichiarò loro che se all'indomani prima di sera non riceveva in Bologna un rinforzo, staccato dalle truppe ch'essi avevano nel campo della Stellata, tratterebbe coi Francesi. Adunò in appresso il consiglio ed i collegj di Bologna, loro dipinse con vivissimi colori l'antica tirannide dei Bentivoglio, dalla quale gli aveva egli sottratti; gli esortò a difendere il paterno governo della Chiesa e la libertà di cui godevano; loro raccomandò di procurarsi vittovaglie per sostenere un assedio, accordando per questa circostanza esenzione di gabelle alle porte. Ma Giulio II, malgrado la debolezza dell'età e della malattia, era il solo uomo che in quel momento di pericolo conservasse il vigore dell'animo. Fece venire sulla pubblica piazza tutti i Bolognesi che avevano promesso di combattere, e venne assicurato che non v'erano meno di quindici mila pedoni e di cinque mila cavalli. Giulio II stava in allora a letto, preso da un accesso di febbre; tosto che udì le grida del popolaccio, balzò dal letto, si affacciò alla finestra, diede alle truppe la benedizione nelle forme adoperate quando marciano alla battaglia, ed, abbandonandosi ad un trasporto di gioja, gridò ch'era di già vittorioso dell'armata francese[92].
Ma intanto questa gente, che aveva salutato il papa colle sue grida, non prendeva le armi per combattere. I cortigiani si mostravano sempre più atterriti; gli ambasciatori dell'imperatore, del re Cattolico, dell'Inghilterra, pressavano Giulio II ad entrare in negoziazione. All'ultimo si lasciò vincere, e mandò a domandare a Chaumont un salvacondotto pel conte Francesco Pico della Mirandola, che voleva incaricare di trattare con lui. Nello stesso tempo fece partire alla volta di Firenze i più preziosi giojelli della Chiesa, e tra questi la mitra giojellata, che chiamasi il triregno[93].
Sapeva il Chaumont che Lodovico XII era tormentato dagli scrupoli, combattendo contro il papa, e che quasi ad ogni patto avrebbe con lui fatta la pace; perciò accondiscese di buon grado a trattare. Domandò l'assoluzione di tutte le censure pronunciate contro Alfonso d'Este, i Bentivoglio e loro aderenti; la restituzione ai Bentivoglio de' loro beni, a condizione ch'essi starebbero per lo meno ottanta miglia lontani da Bologna; domandò che fossero rimesse al giudizio di arbitri le difficoltà tra il papa ed il duca di Ferrara; che fosse deposta Modena tra le mani dell'imperatore, e finalmente sospese le ostilità per sei mesi, nel corso de' quali ognuno conserverebbe ciò che possedeva[94].
Tali condizioni sembravano a Giulio II infinitamente dure; lagnavasi a vicenda dell'insolenza de' Francesi e della lentezza de' Veneziani; contro il suo costume ascoltava le istanze de' cardinali, ma non prendeva verun partito, e lasciava passare il tempo, quando poco prima di sera del giorno 13 d'ottobre Chiappino Vitelli entrò in Bologna con seicento cavaleggieri veneziani, e con un corpo di cavalleria turca in servigio della repubblica, e ritornò al papa la perduta audacia e la consueta alterigia.
Erasi il Chaumont innoltrato fino al ponte del Reno, a tre miglia da Bologna; aveva accettata la mediazione degli ambasciatori dell'imperatore, del re di Spagna e del re d'Inghilterra; ma la vegnente mattina tutto aveva mutato faccia; il papa più non voleva discendere a verun accordo, gli amici dei Bentivoglio non avevano in Bologna fatto alcun movimento, un secondo corpo di Stradioti doveva prima di notte entrarvi per una porta, mentre che Fabrizio Colonna vi condurrebbe per un'altra parte degli uomini d'armi spagnuoli e della cavalleria leggiere; onde Chaumont poteva credersi ancor esso in pericolo. Vergognoso e disperato d'essere stato uccellato dal vecchio pontefice, ritirossi lentamente verso Castel Franco, poi sopra Rubiera. Giulio gli aveva fatto sapere che non darebbe orecchio a verun trattato, se per condizione preliminare la Francia non rinunciava alla difesa del duca di Ferrara; ed intanto non sapeva darsi pace che i suoi generali non avessero inseguita e distrutta l'armata francese. Tanto dispetto aggravò in modo la di lui malattia, che il 24 di ottobre disperavasi della sua vita[95].
Quando cominciava appena a riaversi scrisse una circolare a tutti i principi cristiani. Accusò il re di Francia d'avere fatta avanzare la sua armata contro il papa ed i suoi cardinali con una esecranda sete del sangue del romano pontefice. Dichiarò che non darebbe orecchio a veruna negoziazione, se prima non gli veniva consegnata Ferrara; ed affrettò caldamente i Veneziani ad unire la loro armata alla sua per istringere di assedio quella città[96].
Infatti l'armata pontificia si unì in Modena a quella de' Veneziani, ma stavano ambedue aspettando il marchese di Mantova che aveva avuto il titolo di capitano generale, e che fece loro perdere un tempo prezioso, senza mai assumere il comando. Nello stesso tempo la flotta veneziana venne attaccata a Bondeno dal duca di Ferrara e dal signore di Chatillon, e fu costretta ad abbandonare con perdita il Po. Finalmente si mosse l'armata pontificia, ed intraprese l'assedio di Sassuolo; e il pontefice ebbe il conforto di udire, stando nella sua camera, il rumore della propria artiglieria, ed espresse la sua gioja colla stessa vivacità con cui pochi dì prima aveva manifestato il suo malcontento udendo l'artiglieria de' nemici a Spilamberto. Dopo due giorni Sassuolo capitolò; e Giulio II, rinunciando all'attacco di Ferrara, fece avanzare l'armata contro la Mirandola. Questo castello e quello della Concordia formavano il piccolo feudo o principato della famiglia dei Pichi, tanto illustre nella storia delle lettere. Il conte Lodovico Pico della Mirandola aveva sposata la figliuola del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, chiamata Francesca: era costei rimasta vedova, ed erasi senza riserva abbandonata alla direzione di suo padre, che aveva fatto della Mirandola una piazza d'armi francese, mentre che il conte Giovan Francesco Pico, cugino di Lodovico, il quale pretendeva l'eredità di questo feudo, erasi interamente dedicato al papa[97].
Il duca di Ferrara trovavasi spossato dai lunghi sforzi che aveva dovuto fare; omai più non aveva che poche truppe nella sua capitale, e Chaumont non era in troppo buono stato per poterlo soccorrere; onde dovette ascrivere a sua somma ventura che l'armata del papa si volgesse contro la Mirandola, e non contro di lui. Si credette pure che il cardinale di Pavia fosse stato segretamente guadagnato da lui o dalla Francia, quando consigliò il papa ad attaccare la Mirandola. Frattanto il Chaumont mandò Marino di Montchenu e Chantemerle, nipote del signore di Lude, con cento fanti e due cannonieri a rinforzare la guarnigione della Mirandola, ove la contessa Francesca e suo cugino, Alessandro Trivulzio, si apparecchiavano a sostenere un assedio[98].
L'armata pontificia era lenta in tutte le sue operazioni, e sempre esposta ai raggiri di coloro che volevano celatamente attraversare l'esecuzione dei disegni del papa, onde non potè avvicinarsi a Concordia che circa nella metà di dicembre. La piazza fu presa lo stesso giorno in cui si aprirono le batterie, la cittadella capitolò, e l'armata pontificia passò ad assediare Mirandola.
Non cominciò il fuoco contro la Mirandola che quattro giorni dopo l'arrivo dell'armata. L'impaziente Giulio II non sapeva accomodarsi a tanta lentezza; altronde diffidava di tutti; accusava ora l'uno ora l'altro de' suoi capitani, e lo stesso suo nipote, il duca d'Urbino, di incapacità, o di perfidia. Finalmente nei primi giorni del 1511 risolse di dare al mondo uno spettacolo non meno scandaloso che inaspettato: il due di gennajo si fece portare in lettiga da Bologna al campo sotto Mirandola coll'accompagnamento di tre cardinali[99]. Si alloggiò nella piccola casa di un contadino, distante soltanto due tiri di balestra dalle mura, ed esposta al fuoco del cannone della piazza; colà, senza lasciarsi atterrire dalle continue nevi, indispettito dalla viltà degli operaj che faceva adunare e che fuggivano ad ogni scarica d'artiglieria, o perchè mancavano le vittovaglie, cominciò egli stesso a dirigere i lavori a far mettere sotto i suoi occhi i cannoni in batteria, e ad affrettare il fuoco. Dopo aver tenuto dietro ai suoi lavoratori nell'eccessivo freddo di un rigorosissimo inverno con un'attività che non sarebbesi mai aspettata da un vecchio infermo, non che da un papa, tornò a Concordia, quando tutte le batterie furono aperte, per sentirne l'effetto. Ma sebbene non si trovasse che poche miglia lontano dal campo, per la sua impazienza era tuttavia troppo lontano, e tornò il quarto dì ad alloggiarsi a canto alle sue batterie ancora più vicino alle mura, di quel che lo fosse la prima volta. In allora, tutto abbandonandosi all'impeto del suo carattere, rampognava quando l'uno e quando l'altro de' suoi capitani, tranne Marc'Antonio Colonna; visitava in seguito l'armata, castigava alcuni soldati, altri incoraggiava, e a tutti prometteva di non capitolare, per lasciare che i soldati saccheggiassero la piazza[100].
Il cavaliere Bajardo trovavasi in allora nel campo del duca di Ferrara presso il Po: ebbe avviso che il papa, che passava quella notte nel castello di san Felice, doveva ripartire all'indomani per tornare alla Mirandola. Bajardo sapeva trovarsi su questa strada a due miglia da san Felice ed a quattro dalla Mirandola due o tre case abbandonate a motivo della guerra; andò prima di giorno ad appostarvisi con cento uomini d'armi. «Domattina, disse al duca di Ferrara, quando il papa sloggierà da san Felice, sono informato che non ha che i suoi cardinali, vescovi e protonotarj, e circa cento cavalli di guardia; uscirò dalla mia imboscata, e non mi fuggirà dalle mani.» Il progetto del cavaliere senza paura e senza difetti fu altamente approvato, e tutto puntualmente si eseguì a seconda de' suoi ordini. Di già i primi chierici del corteggio del papa erano passati oltre l'imboscata, da cui uscì Bajardo per caricarli ed inseguirli. «Ma il papa, che era partito ultimo, fu appena pochi passi lontano da san Felice, che cominciò a cadere la più aspra ed impetuosa neve che si fosse veduta da cent'anni in qua.» Prima che i fuggiaschi, sottrattisi all'imboscata, fossero giunti fino al papa, il cardinale di Pavia lo aveva di già persuaso a rientrare nel castello per lasciar passare il cattivo tempo. «Quando il buon cavaliere giugneva a san Felice, il papa rientrava appunto nel castello, ed, udendo le grida de' soldati, ebbe tanto spavento che subitamente e senza che persona lo ajutasse uscì di lettiga, ed egli stesso ajutò ad alzare il ponte; ed in ciò mostrossi uomo di molto spirito, perchè se avesse tanto ritardato quanto abbisogna di tempo per dire un Pater noster, era preso.... Il papa, rimasto nel castello di san Felice, tremò tutto il giorno di febbre per la paura che aveva avuta, e la notte mandò a darne avviso a suo nipote, il duca d'Urbino, il quale venne a prenderlo con quattro cento uomini d'armi e lo condusse all'assedio[101].»
Alessandro, nipote del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, difendeva la Mirandola. Aveva sotto il suo comando quattrocento fanti stranieri, e mostrava tanta maggiore ostinazione e coraggio, quanto tenevasi più sicuro di essere soccorso dal signore di Chaumont: ma questi, che detestava il maresciallo Trivulzio, non vedeva con dispiacere che la figlia del suo rivale perdesse l'eredità, e non curavasi di accorrere in suo soccorso.
Una palla di cannone aveva traforata la casa in cui alloggiava il papa ed uccisi due uomini nella sua cucina; ma quest'accidente non fece che accrescere la collera di Giulio II. Finalmente il violento freddo agghiacciò le fosse della Mirandola in tal modo che l'acqua che dovea servire a difenderla aprì per lo contrario un passaggio onde giugnere fino sulla breccia. Vide allora Alessandro Trivulzio l'impossibilità di sostenere un assalto, e capitolò il 20 di gennajo. Pagò una contribuzione di sei mila ducati per salvare la Mirandola dal saccheggio; ed il papa, cedendo alle istanze di tutti i suoi cortigiani, l'accettò. Alcuni ufficiali restarono prigionieri di guerra, mentre il rimanente della guarnigione potè ritirarsi libera; e perchè le porte della città, che erano state afforzate per di dietro con terrapieni, non erano più praticabili, il vecchio pontefice non fu abbastanza paziente per aspettare che si sgombrassero: montò per una scala sulla breccia, e dopo aver fatto in tal maniera il suo ingresso in questa città, ne diede il possesso al conte Giovan Francesco Pico, parente del conte Lodovico, sebbene suo nemico[102].
Dopo la presa della Mirandola il papa ed i Veneziani tentarono di nuovo d'impadronirsi della Bastia sul basso Po, onde impedire il trasporto dei viveri a Ferrara; ma mentre assediavano questo castello vi furono sorpresi dal duca Alfonso d'Este, in conseguenza di un piano datosi dal cavaliere Bajardo, e perdettero tanta gente che più non pensarono all'assedio di Ferrara[103].
Intanto Lodovico XII, disperando omai di ridurre colle negoziazioni a pacifici pensieri un papa, che in tutte le sue azioni annunciava tanta violenza, ordinò al signore di Chaumont di attaccarlo vivamente e di fargli sentire quale fosse la potenza di un re di Francia. Chaumont, che dalla sola protezione di suo zio, il cardinale d'Amboise, riconosceva l'alta riputazione di cui godeva, dopo la morte dello zio veniva giudicato secondo il vero suo merito. Non gli si attribuivano nè singolare ingegno, nè bastante perizia dell'arte della guerra, nè la debita deferenza all'avviso di coloro che l'avevano meglio di lui studiata, nè la necessaria attenzione pel mantenimento della disciplina, che omai più non era osservata nel campo francese. Gli si rimproverava un'eccessiva gelosia verso il maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, il quale avrebbe condotta la guerra a più felice fine, se Chaumont avesse più frequentemente seguiti i suoi consiglj. Non è questi, a dir vero il carattere che gli attribuisce il maresciallo di Fleuranges, che lo chiama: «il più savio uomo dabbene in ogni stato che io mi ricordi d'avere mai veduto, e della più grande diligenza, e del più raro spirito.» Ma Fleuranges era nipote di Chaumont, e gli doveva in parte il suo avanzamento[104].
Il Trivulzio tornava appunto dalla corte di Francia, quando fu presa la Mirandola; fu chiamato ad un consiglio di guerra in cui doveva essere deciso il piano di attacco da seguirsi contro il papa. L'armata veneziana erasi fortificata al Bondeno sul Panaro[105] presso alla sua foce in Po. Questa posizione nello stato di Ferrara veniva renduta quasi inattaccabile a cagione delle inondazioni e de' numerosi canali. Proponeva il Trivulzio di non cercare di forzarla; di piegare a mezzodì, minacciando Modena e Bologna; di sorprendere queste città se non venivano difese, e, se l'armata veneziana abbandonava la sua forte posizione per accorrere in difesa di quella città, di tentare di distruggerla in una battaglia. Ma bastò agli occhi di Chaumont e de' suoi adulatori, che questo consiglio fosse uscito di bocca al Trivulzio, per seguirne uno contrario. Egli rappresentò, che Alfonso d'Este non doveva lasciarsi più lungamente esposto alla desolazione del suo paese; che se non accorrevasi prontamente in suo soccorso, Ferrara avrebbe dovuto arrendersi; che per quanto fosse forte la posizione de' Veneziani al Bondeno, il valore francese e la superiorità dell'artiglieria francese avrebbero trionfato di tutto; finalmente che, avvicinandosi agli stati di Mantova, trarrebbe il marchese Gonzaga dalla sua lunga irrisoluzione e si unirebbe alle armate francesi, come ne aveva fatto celatamente conoscere il desiderio[106].
Infatti l'armata francese si pose in movimento lungo la destra riva del Po, e giunta che fu a Sermidi in riva a questo fiume, il Chaumont si avanzò con alcuni ufficiali fino alla Stellata per avere una conferenza col duca Alfonso. Questi gli fece meglio conoscere lo stato del paese fino al Bondeno, e di là fino a Finale ed a Cento, ove trovavansi alloggiati i soldati della Chiesa e gli Spagnuoli. Erano state rotte tutte le dighe dei fiumi, tutto il piano inondato, ed era lungo lo stretto argine, che sostiene le acque dei canali o quelle del Panaro, ch'era forza avvicinarsi al nemico. Questi argini erano stati in più luoghi tagliati e guarniti di truppe e d'artiglieria. Vero è che Alfonso, il quale sospirava di sbarazzarsi di ospiti che facevano più compiuta la sua ruina, sforzavasi di provare colle carte degli ingegneri che la disposizione del terreno sarebbe sempre vantaggiosa all'artiglieria francese. Ma in un secondo consiglio di guerra, tenuto a Sermidi, il Trivulzio dimostrò l'estrema imprudenza di avventurare un'intera armata, in mezzo ad un paese inondato, sopra l'angusta linea di una diga, ove il più piccolo accidente accaduto all'artiglieria o ai carri delle munizioni poteva rompere ogni comunicazione dalla testa alla coda della colonna, e il più piccolo ritardo farla perire per mancanza di vittovaglie. Questo progetto, accarezzato più lungo tempo che non conveniva, fu dunque abbandonato nell'istante in cui volevasi eseguire[107].
Nè il Chaumont fu più felice nel persuadere il marchese di Mantova ad uscire dalla sua neutralità. Questi seppe contenersi con molta destrezza tra le due parti. Supplicava i Veneziani di non obbligarlo a dichiararsi, finchè il suo paese trovavasi circondato da tante armate nemiche, che non avrebbe potuto unirsi a loro senza abbandonare tutto il territorio mantovano al guasto dei Francesi. Supplicava egualmente il Chaumont a pazientare ancora poche settimane, mentre stava trattando col papa per levargli dalle mani suo figlio che gli avea dato in ostaggio. Così mostrandosi cogli uni e cogli altri disposto ad abbracciare la causa loro, obbligava gli uni e gli altri a rispettare la sua neutralità[108].
Il cardinale Ippolito d'Este pretendeva d'avere delle corrispondenze in Modena, e faceva istanza al signore di Chaumont di attaccare quella città per tornarla alla sua famiglia. Ma frattanto le negoziazioni del re d'Arragona avevano provveduto alla sua difesa. Ferdinando vedeva di mal occhio la potenza francese estendersi verso il mezzogiorno d'Italia; e cercava con ogni mezzo di separare gl'interessi di Massimiliano da quelli di Lodovico XII. Alfonso d'Este teneva Modena in feudo dall'impero, e Massimiliano aveva giusti titoli di lagnarsi del papa, perchè avesse occupata una città totalmente dipendente dall'imperatore. Ferdinando si sforzò di persuadere a Giulio II che lasciando questa città in deposito nelle mani del capo dell'impero, provvederebbe più efficacemente alla sua difesa, e getterebbe semi di divisione tra Lodovico XII e Massimiliano. Per determinare Giulio II a rinunciare alle pretese che cominciava a formare sovra Modena, fu d'uopo che concepisse timore dell'avvicinamento dell'armata francese; egli non cedette che quando il pericolo si fece urgentissimo, e per sottrarvisi consegnò Modena a Witfrust, ambasciatore di Massimiliano presso di lui[109].
Soltanto dopo di avere inutilmente tentato di sorprendere Modena, e dopo avere provata l'impossibilità di far avanzare la sua artiglieria, implicata ne' profondi fanghi di Carpi, il Chaumont acconsentì a riconoscere il depositario imperiale, a condizione che questi dal canto suo si obbligasse a tenersi neutrale nella guerra tra il suo re ed il papa. Questa serie di cattivi successi aveva fatta perdere a Chaumont la confidenza dell'armata e della corte; si teneva per cosa certa che avesse lasciata prendere la Mirandola a cagione del suo odio verso il maresciallo Trivulzio, e si fosse per incapacità lasciata fuggire di mano l'occasione di ricuperare Modena o di liberare Ferrara. Egli stesso si accorgeva che la sua riputazione andava declinando, e che aveva omai perduto il favore del suo padrone; oltre a che era tormentato dai rimorsi di dover combattere contro il papa. L'eccesso del cordoglio lo rese infermo; un accidente che lo rovesciò da un ponte nell'acqua, mentre trovavasi assai riscaldato, contribuì pure ad accrescere le sue infermità; ma egli stesso si credette avvelenato e lo disse a suo nipote Fleuranges, congedandosi da lui. Si fece portare a Coreggio, e da quell'istante non ebbe più altro pensiere che di ottenere dal papa l'assoluzione per avere portate le armi contro di lui. Quest'assoluzione gli fu di fatti accordata, ma Carlo di Chaumont d'Amboise, gran maestro di Francia, e governatore di Milano, era di già morto, l'undici febbrajo del 1511, quando arrivò ai suoi amici[110].
Tutti i nemici del papa non avevano la coscienza così timorata; il cavaliere Bajardo non erasi fatto scrupolo di tendergli un'imboscata; e se dobbiamo credere al suo leale servitore, che scrisse le sue memorie, il duca Alfonso d'Este andò ancora più in là: egli sedusse un segretario del papa, chiamato Agostino di Guerlo, che gli era stato mandato per distaccarlo dall'alleanza coi Francesi, e lo persuase a promettergli di avvelenare Giulio II; ma avendo il duca comunicato il suo progetto a Bajardo, questi gli rispose: «Ah, monsignore, io non crederò mai che un così gentil principe, come voi siete, acconsenta a così grande tradimento; e quando io lo sapessi, vi giuro sull'anima mia, che prima che fosse notte ne darei avviso al papa.» — «Poichè voi non l'approvate, disse il duca, la cosa non si farà; ma se Dio non vi provvede voi ed io dovremo pentircene.» Dobbiamo per altro dire per la riputazione del duca di Ferrara, che si può spesse volte dubitare della veracità dei racconti del servitore di Bajardo, che ha scritte queste memorie[111].
Alla morte di Chaumont prese il comando dell'armata il maresciallo Trivulzio, in aspettazione degli ordini del re; ma finchè non seppe se gli restava o no il comando, non volle tentare un'impresa che non era sicuro di poter condurre a termine. Accordò dunque ai suoi soldati un riposo, di cui le altre potenze approfittarono per entrare in attive negoziazioni.
Massimiliano, sempre dominato dal suo risentimento contro i Veneziani, aveva fin allora continuato nella sua alleanza colla Francia, ed aveva mostrata un'insolita costanza. Era vivamente entrato nei progetti di Lodovico XII per la riforma della Chiesa nel capo e nelle membra, ed aveva convocata in Augusta un'adunanza di vescovi tedeschi, onde persuaderli a domandare un concilio: ma nella sua nazione aveva trovata una più gagliarda opposizione che non credeva[112]. Soltanto in allora diede orecchio al re d'Arragona che lo consigliava ad assicurarsi con un trattato di pace di quanto possedeva in Italia, e di ciò che ancora pretendeva, e di mettere fine a tutte le controversie che aveva col papa, persuadendosi che i Veneziani si accomoderebbero alle volontà del loro solo alleato.
Dietro questo consiglio Massimiliano mandò Matteo Lang, vescovo di Gurck, suo segretario intimo, a Mantova, per tenervi un congresso; ed invitò il papa, il re di Francia e quello di Arragona a mandarvi i loro ambasciatori. Giulio II colse avidamente quest'apertura, credendo di potere disporre dei Veneziani a suo piacimento; e, quando potesse riconciliarli con Massimiliano, punto non dubitava di potere inimicare questi colla Francia, contro la quale nudriva un odio implacabile. Dall'altro canto Lodovico XII accolse quest'invito con estrema diffidenza; conosceva la volubilità del suo alleato, e temeva che il papa glielo togliesse, o coll'offrirgli il Milanese, oppure col dare al vescovo di Gurck la dignità cardinalizia, e colmarlo de' favori della Chiesa. Nè Lodovico temeva meno rispetto a Ferdinando, i di cui ipocriti avvisi intorno ai pericoli di turbare la pace della Chiesa con un concilio, di distrarre lui medesimo dalla sua santa spedizione contro gl'infedeli dell'Africa, probabilmente celavano qualche pernicioso progetto[113].
Malgrado questi sospetti Lodovico XII mandò il vescovo di Parigi, prelato assai versato nel diritto, al congresso di Mantova, sia per iscoprire gli andamenti dei nemici, sia per non essere accusato di volere solo la guerra. Questo vescovo vi arrivò nel mese di marzo, pochi giorni dopo il vescovo di Gurck e don Pedro d'Urrea, ambasciatore del re d'Arragona alla corte dell'imperatore. Vi arrivò non molto tempo dopo anche Girolamo di Vich di Valenza, ambasciatore di Ferdinando presso la santa sede; ma a solo fine di persuadere Matteo Lang a visitare subito Giulio II a Ravenna, onde disporlo favorevolmente a suo pro, rendendogli nello stesso tempo un omaggio che il papa aveva diritto di ripromettersi per parte di un vescovo incaricato di trattare con lui. Il segretario di Massimiliano, uomo arrogante ed altero, contrastò lungo tempo rispetto alla condiscendenza che gli si domandava, sebbene gli si facesse travedere che sarebbe probabilmente ricompensata con alcuna delle principali dignità della Chiesa. Finalmente partì il 26 di marzo per incontrare il papa; e Giulio II, che voleva ad ogni costo guadagnarsi questo favorito, lusingarne l'orgoglio e risvegliarne l'ambizione, risolse di andargli incontro fino a Bologna; locchè eseguì dopo d'avere nominati in pieno concistoro otto nuovi cardinali, tra i quali trovavasi l'accanito nemico de' Francesi, Francesco Mattia Schiner, vescovo di Sion, e dopo avere dichiarato, col consenso del sacro collegio, che teneva il nono in petto, onde poter offrire quest'esca al vescovo di Gurck[114].
L'ingresso del vescovo di Gurck in Bologna, ch'ebbe luogo tre giorni dopo l'arrivo del papa, venne celebrato colla pompa che poteva convenire ad un sovrano. Assumeva il titolo di luogotenente dell'imperatore in Italia, ed era seguito da molti signori e gentiluomini, che spiegavano ne' loro equipaggi la più grande magnificenza. Nè meno magnifico era l'accoglimento che gli veniva preparato; lo stesso ambasciatore di Venezia alla corte pontificia si frammischiò modestamente ancor esso tra coloro che volevano fargli onore; ma Matteo Lang protestò con estrema insolenza che riputavasi offeso, vedendo presentarsi innanzi a lui l'ambasciatore dei nemici del suo padrone. Il papa gli accordò una pubblica udienza in pieno concistoro, nella quale il vescovo di Gurck dichiarò alla presenza di tutti i cardinali, che Massimiliano lo mandava in Italia, perchè preferiva di riacquistare ciò che gli apparteneva piuttosto colla pace che colla guerra, ma che non tratterebbe che a condizione di ricuperare dai Veneziani tutto ciò che gli avevano usurpato, o del territorio dell'impero o dei dominj di casa d'Austria, pel quale si fosse titolo[115]. Parlò colla medesima arroganza nella privata udienza del pontefice; e maggiore insolenza dimostrò finalmente all'indomani; perchè avendo saputo che il papa aveva delegati per conferire con lui i tre cardinali di san Giorgio, di Reggio e de' Medici, risguardò come cosa indegna del suo rango il trattare con tutt'altri che col sommo pontefice, e deputò tre de' suoi gentiluomini per conferire con loro[116].
Il papa era troppo orgoglioso perchè non gli sembrasse cosa dura l'arroganza di questo subalterno; pure pazientava, sperando di riuscire con questa negoziazione ad inimicare l'imperatore coi Francesi. Il suo odio contro di loro andava sempre rinforzandosi, e ne diede una prova colle scomuniche fulminate il giorno di Pasqua, leggendo la bolla In cœna Domini. Sebbene le negoziazioni fossero attualmente aperte, vi comprese, indicandoli nominativamente, Alfonso d'Este, Gian Giacopo Trivulzio, ed i magistrati di Milano e delle altre città di Lombardia, che ajutavano il re a percepire le imposte, di cui questo monarca faceva uso contro la Chiesa. Fu compreso, ma implicitamente, lo stesso Lodovico XII tra coloro che avevano posto ostacolo alla giurisdizione ecclesiastica, ed ammesse le opinioni degli scomunicati[117].
Stando alle proteste del vescovo di Gurck, Massimiliano non avrebbe acconsentito di lasciare ai Veneziani Padova e Treviso, unici avanzi di tutto il loro territorio, a meno che non pagassero dugento mila ducati per una prima investitura di queste due città, obbligandosi in appresso ad un annuo tributo di cinquanta mila ducati. I Veneziani, vedendosi dal papa abbandonati, furono costretti di accondiscendere a trattare sulla base di così esorbitanti domande, ed offrirono di pagare in varie rate a lunghi termini i dugento mila ducati. Ottennero una diminuzione dell'annuo censo che loro si domandava; e più non restava altro titolo di contesa che il patriarcato d'Aquilea, che pretendevano di conservare[118], quando il vescovo di Gurck domandò al papa una seconda udienza per trattare egualmente intorno alle differenze del re di Francia e del duca di Ferrara colla santa sede. Gli dichiarò che Lodovico XII, mosso dal più ardente desiderio di fare la pace, era apparecchiato di acconsentire al sagrificio di molti de' più cari interessi della casa d'Este; ma Giulio II non potè soffrire di ascoltarlo più oltre. Egli disse che non alcune concessioni, ma soltanto un intero abbandono poteva renderlo soddisfatto; perciocchè era determinato di esporre senza riserva la sua tiara ed anche la vita per castigare il duca di Ferrara. Soggiunse di non comprendere come mai Massimiliano non approfittava dell'occasione, che gli veniva offerta, di vendicarsi colle armi e col danaro altrui delle ingiurie senza numero ricevute dai Francesi; che tale essere doveva lo scopo di tutti i trattati, ed il prezzo de' sagrificj ch'egli imponeva ai Veneziani per riconciliarli all'impero.
Il vescovo di Gurck disputò alcun tempo intorno a queste proposizioni, ma sentivasi che non le aveva prevedute; in breve conobbe l'impossibilità di conciliare le pretese di Giulio II colle affatto diverse istruzioni che aveva ricevute dal suo padrone. Allora, atterrito dall'impeto del pontefice, dichiarò di voler partire all'istante; ed infatti, appena terminata l'udienza, partì da Bologna il 25 d'aprile alla volta di Modena, amaramente lagnandosi del papa, ed intimando agli ambasciatori di Spagna di far ritirare le trecento lance che il re Cattolico, come sovrano di Napoli, aveva fin allora tenute al servigio della santa sede[119].
Il maresciallo Gian Giacopo Trivulzio era stato raffermato nel comando dell'armata francese in Italia, ma nello stesso tempo aveva avuto ordine di non disturbare le conferenze per la pace. Quando furono rotte per la partenza del vescovo di Gurck, risolse di mostrare il partito che un vecchio capitano poteva tirare dai mezzi che fin allora erano stati trascurati dagl'inesperti e prosontuosi luogotenenti di Lodovico XII. Si mosse in principio di marzo con mille dugento lance e sette mila fanti, e nel primo giorno s'impadronì di Concordia[120]. Non volle egualmente attaccare la Mirandola, onde non mostrarsi soltanto sollecito degli stati tolti a sua figlia; ma, diretto dalla di lui esperienza, Gastone di Foix, duca di Nemours, arrivato all'armata nel precedente anno, fece prigioniero a Massa di Finale Gian Paolo Manfroni, distinto capitano de' Veneziani, che colà si trovava con trecento cavaleggieri[121].
Aveva il papa mandato a Genova Alessandro Fregoso, vescovo di Ventimiglia, per tentare di farvi nascere una ribellione. Questo prelato venne arrestato per la vigilanza del Trivulzio, e fu condotto a Milano, ove confessò tutti gl'intrighi di cui era incaricato[122]. Il Trivulzio risolse di tirarne vendetta. Dopo avere rimontato il Panaro, sempre in vista dell'armata nemica, lo passò finalmente a guazzo tra Spilamberto e Piumaccio, e venne ad acquartierarsi in quest'ultimo villaggio, lontano tre sole miglia dall'armata ecclesiastica. Questa, più non si trovando coperta dal fiume, e non volendo avventurare una battaglia, ritirossi al ponte di Casalecchio dietro al Reno, tre miglia sotto Bologna, in un luogo forte, e reso famoso in principio del precedente secolo da una grande battaglia[123].
Giorgio di Frondsberg, che in appresso acquistossi tanta riputazione nelle guerre d'Italia, aveva raggiunto il Trivulzio con due mila cinquecento landsknecht, che gli conduceva da Verona[124]; il Trivulzio, dopo avere occupato Castelfranco, venne ad appostarsi sulla grande strada tra questa fortezza e la Samoggia, irrisoluto intorno al partito che prenderebbe. Giudicava pericoloso l'attaccare l'armata pontificia nella forte posizione da lei occupata, e credeva ancora meno sicuro il tentare un colpo di mano sopra Bologna, malgrado le istanze dei Bentivoglio, che promettevano di eccitare nello stesso tempo una sollevazione per mezzo de' loro partigiani. Il Trivulzio accordava poca fede alle speranze degli emigrati, di cui il Chaumont aveva di fresco sperimentata la vanità; ma la notizia che Giulio II aveva abbandonata Bologna, troncò tutto ad un tratto le sue irrisoluzioni.
Il coraggio de' preti, siccome quello delle donne, è d'ordinario il risultato dell'ignoranza del pericolo; così poche volte trovasi proporzionato alla circostanza; talvolta sorprende colla sua temerità, e talora si smentisce, quando uno spirito più tranquillo, o meglio istrutto non vedrebbe ragione alcuna di turbarsi. Sentendo Giulio II che il Trivulzio si era mosso, egli partì alla volta della sua armata, onde colla sua presenza persuadere i suoi capitani a venire a battaglia. Il duca di Urbino vi si era fin allora sempre rifiutato, e la ritirata degli Spagnuoli, dopo la rottura delle negoziazioni col vescovo di Gurck, lo teneva fermo in quest'opposizione, malgrado tutte le lettere del papa. Aveva questi intenzione d'alloggiare il primo giorno a Cento; ma fu costretto di trattenersi alla Pieve, perchè mille fanti, che occupavano Cento, non volevano uscirne, se non se gli pagava il loro soldo. Irritato dalla loro ostinazione, tornò all'indomani a Bologna; egli fu colà che nuove particolarità intorno alla marcia del Trivulzio gli inspirarono tutto ad un tratto quella paura, che pareva non avere fin allora conosciuta. Pensò di ritirarsi a Ravenna in sicuro dai pericoli della guerra; ma prima di partire, chiamò presso di sè il senato de' quaranta di Bologna. Fece sentire ai senatori ch'egli era stato quello che gli aveva liberati da dura schiavitù, che loro aveva accordate molte esenzioni, distribuite grazie pubbliche e private, che loro aveva abbandonata la nomina de' loro magistrati e l'amministrazione delle pubbliche entrate, che il legato che loro dava altro non era in Bologna che un monumento dell'alta signoria della Chiesa, perciocchè limitatissimo era il di lui potere, e sempre regolavasi a seconda de' loro consiglj. Che in fatto dopo che Bologna era tornata sotto l'autorità della santa sede, il suo commercio aveva prosperato, le manifatture eransi fatte più attive, e molti dei suoi concittadini avevano ottenute le più sublimi dignità della gerarchia. Che il tempo era venuto di mostrare se sapevano apprezzare così grandi vantaggi, difendendo la città loro con energia contro quest'improvviso attacco. Che dal canto suo non si prenderebbe minor cura della difesa di Bologna, di quello che farebbe della stessa Roma; che aveva dato ordine ai Veneziani di gettare un ponte a Sermidi sul Po, e di venire a raggiugnere la sua armata; che aveva mandato danaro agli Svizzeri per farne scendere dieci mila in Lombardia; che dimandava soltanto ai Bolognesi di dirgli francamente se volevano o non volevano difendere la loro città. Il priore del senato dei quaranta riepilogò nella sua risposta tutte le espressioni di riconoscenza, di fedeltà, di divozione, di coraggio, che gli somministrava lo studio della rettorica; e Giulio II partì senza muovere alcun dubbio intorno alla bella difesa che farebbero i Bolognesi[125].
Sebbene il pontefice fosse scortato dalle trecento lance spagnuole che tornavano nel regno di Napoli, non osò prendere la diritta strada di Ravenna, e passò per Forlì. Giulio II confidava oltremodo nel cardinale di Pavia, cui aveva lasciato il comando di Bologna col titolo di legato. Per altro questo prelato, signore di Castello del Rio, discendente dell'antica famiglia degli Alidosi, ch'era stata sovrana d'Imola, aveva invano domandato a Giulio II di rimettere i suoi nipoti nell'antico loro principato, che da lungo tempo loro era stato tolto, ed i suoi nemici pretesero, che, offeso dai rifiuti di Giulio, avesse fin d'allora segretamente cercato tutti i mezzi di vendicarsi. Di concerto col senato dei quaranta aveva il cardinale di Pavia fatto scelta dei venti capitani della milizia sotto i quali tutta la gioventù di Bologna era stata inscritta; e sia per imprudenza, o sia per infedeltà aveva acconsentito che si prendessero quasi tutti tra i partigiani dei Bentivoglio. La fazione, che richiamava questi antichi signori, e che si rallegrava, vedendoli avvicinarsi nel campo del Trivulzio, erano in allora assecondati dai ricchi proprietarj di terre che temevano che l'armata francese guastasse le loro campagne, dai mercanti che temevano ancora più pei loro magazzini e per le loro botteghe, in ultimo da tutti coloro che senza avere precisamente sofferto sotto Giulio II sentivansi umiliati dal governo de' preti. Costoro non tardarono ad avvedersi d'essere in Bologna il partito più numeroso, e siccome per l'imprudenza del legato trovavansi armati e padroni delle porte, questi non aveva verun mezzo di farli ubbidire[126].
Quando il cardinale si avvide tutto ad un tratto della cattiva disposizione delle milizie, volle far credere che il duca d'Urbino gli avesse dato l'ordine di spedirle a Casalecchio: ma le milizie ricusarono di uscire di città; volle in appresso far entrare mille uomini di fanteria, comandati da Ramazzotto, ma gli stessi capitani delle milizie non vollero ammetterli.
Questa doppia disubbidienza atterrì il cardinale di Pavia, il quale sapeva di avere molti nemici e tra la nobiltà e tra il popolo; e che di fresco aveva fatti ingiustamente perire tre o quattro distinti cittadini. Quando fu notte, uscì travestito dal palazzo per rifugiarsi nella fortezza, e così grandi erano il suo terrore e la sua precipitazione, che dimenticò perfino di prendere il suo danaro ed i suoi giojelli. Li mandò a cercare quando si vide in luogo di sicurezza, ed appena ebbe ricevuta la sua cassetta uscì dalla fortezza per la porta esterna, e si ritirò ad Imola con i cento cavalli che gli erano rimasti per la sua guardia[127].
Quando si seppe in Bologna il 21 di maggio la fuga del legato, Lorenzo Ariosti e Francesco Rinucci, due de' capitani della milizia, conosciuti pel loro attaccamento ai Bentivoglio, attaccamento ch'era divenuto maggiore per via delle persecuzioni sofferte, accorsero alle porte di san Felice e di Lame, le atterrarono a colpi di scure, e le consegnarono ai Bentivoglio, cui il Trivulzio aveva dato cento lance per occuparle.
Il campo del duca d'Urbino stendevasi da Casalecchio fino alla porta chiamata Saragozza. Bentosto si ebbe avviso della fuga del legato e della sollevazione del popolo bolognese; ed un panico terrore s'impadronì all'istante del generale e dei soldati. Il duca d'Urbino ordinò la ritirata, sebbene fosse già notte avanzata; le truppe si posero in marcia con estremo precipizio, abbandonando tutte le loro tende, i loro equipaggi, ed i loro commilitoni, che stavano di guardia sull'opposta riva del fiume, ove non ricevettero verun ordine. I Bolognesi osservavano dalle loro mura questo movimento dell'armata pontificia, ed i Bentivoglio ne diedero avviso al Trivulzio. Il popolo, sempre ardito contro coloro che fuggono, fece un'impetuosa sortita per attaccare i soldati della Chiesa che passavano lungo le mura. Nello stesso tempo i paesani scesero dalle montagne con ispaventose grida per partecipare al saccheggio del campo. L'oscurità che accresce il terrore e diminuisce il sentimento della vergogna, l'impensata rivoluzione de' cittadini e dei contadini, il timore dell'armata francese, diedero bentosto alla ritirata l'aspetto della fuga. Se Raffaello de' Pazzi, che aveva il comando delle truppe lasciate sull'altra riva del Reno non avesse al ponte di Casalecchio opposta ai Francesi una ostinata resistenza, pochi o niun soldato del duca avrebbero potuto salvarsi. All'ultimo la di lui posizione fu forzata, ed egli fatto prigioniere; allora gli uomini d'armi francesi, inseguendo l'armata fuggiasca, raggiunsero bentosto gli equipaggi e ricondussero al loro campo tante bestie da soma cariche di bottino, che chiamarono questa disfatta, ottenuta senza combattere, la giornata degli asini. Vennero in potere dei Francesi ventisei pezzi di cannone, quindici de' quali di grosso calibro, la bandiera del duca d'Urbino e molte altre, parte degli equipaggi dell'armata della Chiesa, e quasi tutti quelli dell'armata veneziana. Furono fatti prigionieri Orsino da Mugnano, Giulio Manfrone e molti altri capitani, e fu dispersa quasi tutta l'infanteria: il solo Ramazzotto, che con un corpo dell'armata veneziana occupava la montagna di san Luca, riuscì, sebbene fosse assai tardi avvisato della disfatta de' suoi compagni d'armi, a condurre a traverso alle montagne le sue truppe fino in Romagna, senza perdere un solo uomo[128].
Quando Giulio II ebbe avviso a Ravenna della presa di Bologna, ne fu oltremodo dolente, perchè attaccava a quella conquista grandissima importanza, risguardandola la più gloriosa impresa del suo pontificato. La condotta del popolo bolognese lo afflisse ancora di più; egli, a dir vero, non vi aveva sparso sangue, nè fatta violenza a veruna persona della nobiltà o del popolo, ma furono riservati a lui solo tutti gli oltraggi: la sua statua colossale di bronzo, lavoro di Michelangelo Buonarotti, ch'era stata innalzata sulla facciata della chiesa di san Petronio fu dal popolo atterrata in mezzo agli insulti ed al disprezzo, ed i Bentivoglio la fusero per formarne un doppio cannone, col quale il quinto giorno dopo la rivoluzione tirarono contro la fortezza[129]. Era questa assai vasta e ben fortificata, ma nel momento del bisogno si trovò sprovveduta di guarnigione, di vittovaglie, ed in particolare di munizioni da guerra, di modo che il vescovo Giulio Vitelli, che ne aveva il comando, fu costretto ad arrendersi dopo una settimana. I Bentivoglio, i quali temevano che il re di Francia mettesse guarnigione nella cittadella, indussero il popolo a spianarla. Il duca di Ferrara, approfittando della ritirata dell'armata pontificia, avea ricuperato Cento, Pieve, Cotignola, Lugo, e le altre piazze della Romagna toltegli dal papa. Il Trivulzio avrebbe pure potuto occupare Imola; ma volle aspettare gli ordini della corte di Francia, prima di spingere più oltre una guerra, che ripugnava alla coscienza del re, e più ancora a quella della regina Anna di Bretagna[130].
Francesco degli Alidosi, vescovo e cardinale di Pavia, e legato di Bologna, poteva essere accusato come cagione di tanto disastro; la di lui amministrazione aveva eccitato l'odio dei Bolognesi contro la Chiesa, la sua imprudenza sollevata la città, e la sua viltà fatto perdere e Bologna e l'armata che doveva difenderla. Tutti gli ufficiali, che si erano sottratti alla disfatta di Casalecchio, rigettavano tutta sopra di lui la vergogna del loro terrore e della loro fuga; ed il duca di Urbino, suo antico nemico, l'accusava più scopertamente degli altri. Dal canto suo il cardinale per giustificarsi accusava il duca d'Urbino di tradire il papa, perchè sua moglie Eleonora Gonzaga era figliuola d'Isabella d'Este, sorella d'Alfonso, che aveva sposato il marchese di Mantova. Il duca, egli diceva, non cercò mai di buona fede di spogliare lo zio della sua sposa; ed infatti lo stesso Fleuranges replica più volte, che il duca d'Urbino era di cuore francese, e che desiderava la pace[131].
L'Alidosi si portò a Ravenna per giustificarsi, e Giulio II, che lo amava, ed a lui ciecamente fidavasi, lo accolse con piacere, e lo invitò a pranzare lo stesso giorno con lui. Infatti mentre tornava a palazzo, scortato da suo cognato Guido Vaina, capitano della sua guardia, fu incontrato dal duca d'Urbino. Questa pompa militare nel momento in cui le disgrazie dell'armata procedevano tutte da lui, accrebbe oltremodo la collera del duca; egli innoltrossi in mezzo ai soldati del legato, che per rispetto gli facevano luogo, e lo pugnalò in sugli occhi di tutti. Quando pochi istanti dopo fu dato avviso al papa di tale violenza, egli si abbandonò a furibonde e disperate grida. Non dolevasi soltanto della morte d'un cardinale, a lui tanto caro, ma ancora dell'offesa recata alla dignità ecclesiastica, cui in tutto il corso del suo pontificato aveva in ogni modo cercato di rendere più venerabile e sacra, e cui adesso vedeva così sfacciatamente oltraggiata sotto i suoi proprj occhi, ed inoltre dal suo proprio nipote. Lo stesso giorno, sempre oppresso dal più angoscioso dolore, ripartì da Ravenna per tornare a Roma[132]; ma era di poco giunto a Rimini, che per colmo di amarezza seppe che in tutti i luoghi pubblici, a Modena, a Bologna ed in molte altre città, si affiggevano cedole di convocazione di tutti i prelati ad un concilio generale in Pisa per il giorno primo di settembre; e che veniva citato egli stesso a recarvisi, affinchè la Chiesa fosse riformata nel suo capo e nelle sue membra[133].