CAPITOLO CVIII.
Amministrazione del gonfaloniere Soderini a Firenze. — Concilio di Pisa; alleanza di Ferdinando il Cattolico con Giulio II e coi Veneziani. — La loro armata combinata s'innoltra verso Bologna. — Gastone di Foix la costringe a retrocedere, e ricupera Brescia che si era ribellata.
1511 = 1512.
La maggior parte degli stati italiani erano scomparsi dalla scena del mondo, e quelli che tuttavia conservavano un'ombra d'indipendenza, cercavano salvezza nella propria nullità, mentre tutti i gravissimi interessi della patria si decidevano, bensì in mezzo a loro, ma senza di loro, da quelle potenze la di cui superiorità era tale che sarebbe stato affatto impossibile il volervi far testa. Alle porte dell'Italia il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato non lasciavano di chiamarsi sovrani; ma il re di Francia, diventato duca di Milano ed in pari tempo doge di Genova, li circondava da ogni banda colle sue province; egli faceva continuamente passare per i loro stati le sue armate, si valeva dei loro arsenali, dei loro magazzini, delle stesse loro fortezze, e non credeva omai più necessario di chiedere il loro assenso, o di cercare la loro alleanza ed in tempo di queste guerre, che li ruinavano, questi principi non facevano mai sentire la loro esistenza. Vero è che l'uno e l'altro paese avevano in tale epoca sovrani senza talenti e senza carattere. Guglielmo IX, figlio e successore di Bonifacio V, regnava nel Monferrato. Era salito sul trono nel 1493, in età di soli sette anni, e ne' primi tempi aveva avuta per tutrice sua madre Maria, affatto ligia alla Francia; morta questa, la tutela del giovanetto marchese era passata nelle mani di Costantino Cominate, di lui parente. Quando Guglielmo giunse alla maggiorità, obbligò Costantino ad abbandonare il Monferrato, ed allora quest'uomo intrigante ed accorto si attaccò a Massimiliano ed ebbe una parte attivissima nelle negoziazioni dell'imperatore e del papa. Il giovane marchese per lo contrario non uscì dall'oscurità in cui era stato tenuto fino dall'infanzia: aveva il 31 agosto del 1508 sposata Anna, figlia di Renato, duca d'Alençon, dalla quale ebbe un figlio che gli successe nel 1518, e la figliuola che portò in appresso l'eredità del Monferrato alla casa Gonzaga. Dopo la morte di questa prima moglie, Guglielmo IX sposò Maria, figlia di Gastone IV, conte di Foix. Egli aveva scelta l'una e l'altra sposa tra le signore francesi, come s'egli avesse effettivamente sentito, che, dacchè i possedimenti della Francia lo circondavano da ogni banda, egli più non era un sovrano indipendente, ma soltanto un principe francese.
Nello stesso tempo, e dopo il 1504, Carlo III era succeduto nelle signorie della Savoja e del Piemonte a suo fratello, Filiberto II figlio di Filippo, lungo tempo conosciuto sotto il nome di conte di Bresse. Quando era salito sul trono, aveva trovata la maggior parte de' suoi stati obbligati per gli appannaggi di tre vedove duchesse; onde gli restavano scarsissime entrate e poca autorità. Egli non oltrepassava i diciotto anni, era di carattere debole e tutte le altre sue facoltà non uscivano dall'ordinario. Non era sperabile, che da sè ricuperasse quell'importanza, che gli avvenimenti anteriori al suo regno avevano tolti alla di lui corona. Quindi, finchè potè vivere ignorato ed ozioso nella dipendenza della Francia, preferì alla gloria militare questa tranquilla oscurità. Ma gli avvenimenti della guerra lo chiamarono suo malgrado a figurare tra i sovrani; e fu costretto a scegliere tra due potentati nemici, che trasportarono ne' suoi stati il teatro delle loro battaglie. La sua indecisione fu causa che allora perdesse tutti i suoi stati; ma le sue lunghe calamità non cominciarono che dopo i tempi in cui propriamente perì l'indipendenza d'Italia[134].
Il duca di Ferrara ed il marchese di Mantova, dopo avere con imprudente ambizione preso parte nella lega di Cambrai, avevano perduto, il primo la libertà, l'altro la metà de' suoi stati. Per altro Gian Francesco Gonzaga era riuscito in mezzo al turbine a rientrare nella mal abbandonata neutralità. Per lo contrario Alfonso d'Este sosteneva il più grande sforzo della guerra; pareva che la sorte dell'Italia dipendesse interamente da quella de' suoi stati, tanto era l'accanimento con cui lo trattavano il papa ed i Veneziani. I regni di Napoli e di Sicilia più non appartenevano agl'Italiani; tutti i principi, tutte le repubbliche, che così lungamente avevano conservata l'indipendenza nello stato della Chiesa, erano state spogliate della loro sovranità da Alessandro VI o da Giulio II; quelli che tuttavia conservavano qualche autorità erano scesi al rango di feudatarj ubbidienti e timorosi innanzi al loro abituale signore: ed il duca d'Urbino, generale e nipote del papa, che solo tra tutti sembrava essere stato fin allora risparmiato, era incorso per la morte del cardinale di Pavia in una sentenza di deposizione, che veramente non ebbe mai esecuzione, anzi venne rivocata dopo cinque mesi[135].
In tutta l'Italia omai non restavano altri stati indipendenti, oltre Venezia, la Chiesa, e quelli che abbiamo or ora ricordati, che le tre repubbliche di Toscana, Firenze, Siena e Lucca, tutte tre neutrali e spettatrici inquiete d'una guerra cui erano attaccati i destini della loro contrada; tutte tre si stavano immobili e bramose di far dimenticare colla presente nullità l'attività passata, onde non fossero istigate ad associarsi a qualcuna delle potenze belligeranti. Da lungo tempo Lucca e Siena avevano per la debolezza loro adottato questo sistema. Era più nuovo per Firenze, la quale erasi tanto lungamente risguardata come il centro di tutte le negoziazioni d'Italia: ma senza molti anni di riposo non poteva questa repubblica rifarsi dallo spossamento in cui l'avevano gettata la guerra accesa da Carlo VIII, e la ribellione di Pisa. Il gonfaloniere, Pietro Soderini, il 22 dicembre 1510, rendendo conto della sua amministrazione al gran consiglio, assoggettò all'esame de' suoi concittadini gli stati delle esazioni e delle spese di otto anni, che ammontavano a 908,300 fiorini d'oro, ossia a 10,899,600 franchi; e sebbene questa somma, avuto riguardo al valore del danaro in quell'epoca, fosse ragguardevole, dimostra una grandissima diminuzione delle ricchezze della repubblica, ove si paragoni a ciò che Firenze poteva spendere, senza grave incomodo nelle guerre coi signori della Scala, o co' Visconti[136].
All'indomani dello stesso giorno, in cui il gonfaloniere aveva dato all'Italia il nuovo esempio di chiamare il pubblico ad esaminare la sua contabilità, si scoprì in Firenze una congiura contro di lui tramata per assassinarlo. Si era questa formata in Bologna alla corte del papa, e l'implacabile odio di Giulio II contro chiunque ardiva opporsi alle sue volontà, le aveva dato cominciamento. Non poteva Giulio perdonare al Soderini la sua parzialità verso la Francia: gli è vero che lo vedeva mantenere la sua repubblica nella neutralità, ma lo aveva però sospetto a cagione delle segrete offerte di Lodovico XII e temeva che la repubblica fosse inclinata a dichiararsi contro di lui in una critica circostanza. Il Soderini lo aveva particolarmente offeso accordando salvacondotto ed asilo in Firenze a cinque cardinali che attraversavano la Toscana. Questi prelati eransi spaventati a cagione della morte d'uno de' loro colleghi in Ancona, ed avevano ricusato di raggiugnere il papa a Bologna. Sdegnavasi Giulio II, o di essere sospettato autore della morte del cardinale, o di vedere sottratti alla sua vendetta coloro ch'egli voleva perdere. I cinque cardinali di santa Croce, Cosenza, Bayeux, san Malò e Sanseverino, che, partendo da Firenze presero la strada di Milano, si posero subito nel clero alla testa della fazione contraria a Giulio II, ed abbracciarono tutti gl'interessi della Francia[137].
Giulio II, confondendo nella sua collera il Soderini con Lodovico XII e coi cardinali ribelli alla sua autorità, pensò di spogliarlo d'ogni potere e di cambiare il governo di Firenze. Prinzivalle della Stufa, cittadino fiorentino, dell'età di venticinque anni, figlio di uno zelante partigiano dei Medici, trovavasi in allora a Bologna: egli era abbastanza destro e coraggioso per eseguire le più difficili imprese, e si offrì spontaneamente a servire la collera del papa uccidendo il gonfaloniere. Marc'Antonio Colonna promise di trovargli dieci uomini scelti per assecondarlo, e Prinzivalle partì alla volta di Firenze onde associare al suo attentato alcuni nobili fiorentini. Parlò dapprima a Filippo Strozzi, che aveva sposata una sorella dei Medici, e ch'egli perciò credeva affezionatissimo a quella famiglia; ma lo Strozzi rispose di avere dichiarato ai suoi cognati che tosto rimanderebbe loro la sorella, qualora gli facessero parlare di politica; non volle pure promettere di tenere segreta la confidenza che gli era stata fatta; e Prinzivalle, dopo avere cercato invano d'intimorirlo, fuggì subito a Siena, onde salvarsi dalle indagini de' decemviri, ai quali lo Strozzi lo aveva denunciato. Fu in sua vece tratto in giudizio suo padre, Luigi della Stufa, e rilegato per cinque anni nel vicariato di Certaldo, sebbene non fosse altrimenti provata la sua complicità[138].
Intanto essendosi il 29 dicembre adunato il gran consiglio per eleggere i gonfalonieri delle compagnie, alzossi Piero Soderini, ed informò i suoi concittadini della congiura scopertasi contro di lui. I congiurati, egli disse, avevano trovato difficile l'ucciderlo nel suo appartamento nel pubblico palazzo, pericoloso l'assalirlo in pieno consiglio, e, siccome egli non usciva giammai che colla signoria in occasione delle pubbliche cerimonie, si erano veduti forzati ad aspettare una di queste solennità. La scoperta della loro congiura costringerebbe bensì i nemici a mutare i loro progetti, ma non perciò lusingavasi egli che la sua vita venisse ad essere così posta in sicuro, essendo già per lui apparecchiato il veleno. Egli non affettò nè un coraggio nè un'indifferenza ai quali non era stato predisposto dalla passata sua vita: altamente convinto del proprio pericolo, non vi si rassegnò che con dolore, ed il suo discorso venne spesso interrotto dalle lagrime. Pure lo confortava il testimonio della propria coscienza, di non avere mai meritato l'odio de' suoi concittadini, nè i pugnali da cui vedevasi circondato; e invocò sulla propria condotta il giudizio di tutti i Fiorentini che avevano con lui seduto nella signoria. Più di trecento cittadini erano stati priori durante gli otto anni ne' quali egli era stato capo dello stato: gli scongiurò di dire, se giammai erasi egli proposto altro scopo che il bene della comune loro patria, se giammai aveva seguite private viste, o personali interessi, se aveva mai raccomandato qualche individuo al podestà, ai tribunali, ai corpi di mestieri, per sottrarlo al rigore delle leggi. Non volle per sè chiedere veruna guardia, nè adoperare per la sua difesa che quella stessa dignità di cui il popolo lo aveva rivestito; ma invitò i consiglj a prendersi cura della difesa dello stato popolare, piuttosto che di quella della sua persona. Egli non era già lo scopo principale degli attentati de' nemici, bensì lo erano la libertà, l'eguaglianza, e quello stesso consiglio per via del quale tutti i Fiorentini partecipavano all'amministrazione della repubblica. I partigiani dell'oligarchia miravano a chiudere il gran consiglio; e la sua morte, per la quale avevano cospirato, altro non doveva essere che il segnale di quella più importante rivoluzione ch'essi meditavano[139].
Effettivamente il gran consiglio risguardò l'attentato contro la vita del Soderini, come l'indizio di un progetto tendente a rovesciare lo stato popolare; e perchè il partito vincitore aveva sempre trovato facile di sanzionare una rivoluzione in Firenze coll'adunare un parlamento, il consiglio volle privare i faziosi di questa dannosa facilità, quando ancora riuscissero ne' loro criminosi progetti. Il 20 gennajo del 1511 proclamò una legge, nella quale previde il caso in cui i cospiratori privassero la repubblica del suo gonfaloniere, de' suoi priori, de' suoi colleghi, oppure distruggessero le borse destinate all'estrazione della magistratura, talchè l'autorità delegata dal popolo sembrasse sospesa; volle in tal caso, che, invece di adunare un parlamento, che mai non delibererebbe individualmente e liberamente, fosse al medesimo gran consiglio, o alla parte di questo consiglio che potrebbe adunarsi, devoluto il diritto di formare il nuovo governo della repubblica[140].
Circa lo stesso tempo andava a terminare la tregua convenuta in aprile del 1506 tra Pandolfo Petrucci ed i Sienesi; dessa era stata protratta due anni, mentre ancora durava la guerra di Pisa, ed i Fiorentini avevano acconsentito a non riclamare per tutto quel tempo i loro diritti sopra Montepulciano. Ma oramai niuna ragione giustificava una simile accondiscendenza. Lodovico XII, che bramava di valersi dei Fiorentini contro il papa, loro prometteva potenti soccorsi, e faceva loro sperare l'acquisto non solo di Montepulciano, ma della stessa Siena. Per approfittare del favore del re, il gonfaloniere spedì il Macchiavelli a Siena, incaricandolo di denunciare a questa repubblica la cessazione della tregua, dichiarando in pari tempo, che Firenze non sarebbe mai per rinnovarla, se non venivano restituiti Montepulciano ed il suo territorio. Intanto il gonfaloniere mandò ai confini gli uomini d'armi che teneva nello stato di Pisa[141].
Come i Fiorentini si affidavano alla protezione della Francia, così i Sienesi speravano in quella di Giulio II. Pandolfo Petrucci, che disponeva a voglia sua di questa repubblica, nulla aveva dimenticato per procacciarsi il favore del vecchio pontefice; aveva di fresco riacquistato ed a lui offerto in dono il castello della Suvera, principal luogo e residenza degli antichi conti di Ghiandaroni, nello stato di Siena. Nello stesso tempo la balìa aveva riconosciuto in Giulio II un discendente di quell'estinta famiglia, che portava come lui lo stemma della quercia; ma la loro agnazione non poteva quasi provarsi con altro, che con quella della ghianda della Rovere colle ghiande dei Ghiandaroni. Il papa, che ardentemente desiderava di procacciare lustro alla propria famiglia plebea ed oscura, accolse questo dono con vivissimo piacere; d'allora in poi non ommise di comprendere Siena in tutte le sue alleanze; accordò il cappello di cardinale ad Alfonso, figlio di Pandolfo Petrucci, e si dichiarò il difensore di tutti gl'interessi di quello stato[142].
Non perciò poteva Giulio incoraggiare i Sienesi ad entrare in guerra pel possedimento di Montepulciano. Quanto Lodovico XII desiderava questa guerra per volgere tutte le forze dei Fiorentini contro la Chiesa, altrettanto la temeva il pontefice, perchè apriva un più vasto confine agli attacchi de' Francesi; onde avrebbe dovuto misurarsi con loro non solo nella Romagna, ma ancora in Toscana. Mandò dunque ai Sienesi Giovanni Vitelli e Guido Vaina, per proteggerli, con alcune compagnie d'uomini d'armi e di cavaleggieri; ma in pari tempo si offerse mediatore tra le due repubbliche. Fece sentire a Pandolfo l'estremo pericolo d'introdurre i Francesi in Toscana; ottenne dai Fiorentini un perdono senza eccezione pei ribelli di Montepulciano e la restituzione di tutti i loro privilegj; il 3 di settembre del 1511 fece finalmente soscrivere un trattato d'alleanza tra le due repubbliche per venticinque anni, in forza del quale Montepulciano fu restituito con tutto il suo territorio ai Fiorentini, che dal canto loro si obbligarono a guarentire tutti gli altri possedimenti della repubblica di Siena, ed a mantenervi l'autorità di Pandolfo Petrucci e de' suoi figli[143].
Non perchè avesse adottate più pacifiche disposizioni, ma tutt'al contrario per tener dietro con minori impedimenti ai bellicosi suoi progetti di cacciare, secondo soleva egli ripetere, i barbari dall'Italia, erasi il papa fatto mediatore tra le due repubbliche toscane. La vittoria de' Francesi sotto le mura di Bologna, e la totale dispersione della sua armata, avevano lasciato il papa a discrezione del re di Francia, il quale avrebbe potuto senza trovare ostacolo spingere le sue armate fino a Roma, e colà dettare la pace a Giulio II. Ma Lodovico XII, in mezzo ai suoi prosperi avvenimenti, non lasciava di essere agitato dagli scrupoli di fare la guerra alla Chiesa. Appena ebbe avviso della disfatta dell'armata pontificia, che ordinò a Gian Giacopo Trivulzio di ricondurre le truppe nel Milanese; vietò ogni pubblica dimostrazione di gioja per vittorie di cui si vergognava; e dichiarò, che, sebbene non credesse d'aver commesso errori, era pronto, per ottenere la pace, ad umiliarsi ed a chiedere perdono alla santa sede[144].
Per lo contrario il papa, conoscendo la debolezza del re, non rinunciava alle sue prime domande, e pareva che nelle sue perdite trovasse motivi di accrescere la sua arroganza. Un vescovo Scozzese, ambasciatore del suo re in Roma, aveva offerta la sua mediazione e riaperte le negoziazioni abbandonate dal vescovo di Gurck. Giulio II gli comunicò le sue pretese. Chiedeva che il duca di Ferrara rinunciasse a tutto quanto aveva ricevuto pel suo matrimonio con Lugrezia Borgia; che pagasse alla camera apostolica l'antico tributo; che restituisse Lugo e tutta la Romagna Ferrarese, e ricevesse in Ferrara un visdomino pontificio, invece del visdomino veneziano che vi avea ricevuto in addietro. Lodovico era disposto ad accettare queste condizioni, sebbene gli sembrassero dure; ma in questo tempo Gian Giacopo Trivulzio, dopo avere rioccupata la Mirandola, aveva licenziata la sua armata, ad eccezione di cinquecento lance e di mille trecento fanti tedeschi che aveva mandati a Verona. Quando il papa ebbe di ciò avviso, trovandosi liberato dal timore di quell'armata vittoriosa, mutò linguaggio, e mise in campo nuove condizioni, affatto inammissibili, oltre le già proposte. Voleva che la pace tra Massimiliano ed i Veneziani si conchiudesse nello stesso tempo che la sua colla Francia; che Alfonso d'Este gli pagasse tutte le spese della guerra; e che i Bentivoglio ed i Bolognesi ribellati fossero abbandonati alla sua vendetta. Questi ultimi avevano di già cercato di placarlo, offrendo alla camera apostolica il tributo che pagavano i loro padri ed i loro antenati, e richiamando in palazzo, come luogotenente del papa, il vescovo di Chiusi, prima loro prigioniere. Ma Giulio II aveva corrisposto colle censure alla loro sommissione, ed aveva incaricati due suoi capitani, Marc'Antonio Colonna e Ramazzotto, di guastare senza pietà il territorio bolognese[145].
Lodovico XII aveva sperato che la domanda del concilio, fatta dal clero di Francia, riuscirebbe molesta ad un papa, la di cui elezione era stata così poco canonica, ed il di cui guerriero carattere era cagione di continuo scandalo. Aveva persuaso Massimiliano a concorrere alla convocazione del concilio, e tutti e due avevano invano eccitato Ferdinando ad unirsi a loro. Eransi in appresso rivolti al papa, per intimargli di dare esecuzione al canone del concilio di Costanza, che ordinava la tenuta di un concilio ecumenico ogni dieci anni: gli avevano ricordato il suo proprio giuramento all'atto della sua consacrazione, col quale erasi obbligato sotto pena di spergiuro e di anatema ad adunare, prima che spirassero due anni, un concilio universale. Finalmente lo avvisavano che il conclave da cui era stato eletto, avendo pronunciato che i due terzi dei cardinali avevano il diritto di convocare il concilio, se il papa non lo faceva, essi erano determinati, dietro la sua negativa, di rivolgersi a questi[146].
Tale domanda presentata al papa altro non era che una vana formalità: nè l'imperatore, nè il re di Francia avevano sperato ch'egli se ne farebbe carico; essi pensavano di convocare il concilio di propria loro autorità, o con quella de' cardinali che avevano abbandonato Giulio e si erano ritirati a Milano. Ma li trattenne alcun tempo la scelta della città in cui adunarlo; Massimiliano stava per Costanza, Lodovico XII per Lione, ed i prelati Italiani non volevano uscire d'Italia. I due monarchi risolsero di compiacerli; e, coll'assenso de' Fiorentini, scelsero Pisa, dove un secolo prima, quasi nelle stesse circostanze, era stato tenuto un altro concilio. La vicinanza di Roma, la facilità di andarvi per la via del mare, e la protezione di un governo neutrale, parevano dover togliere al papa ogni pretesto di ricusare d'intervenirvi co' suoi prelati.
Gli ambasciatori dell'imperatore e del re di Francia proposero, il 16 maggio, ai cardinali rifugiati a Milano di convocare a Pisa un concilio ecumenico; questi sotto certe condizioni, tendenti ad assicurare la libertà dell'assemblea, acconsentirono all'inchiesta, e pubblicarono le loro lettere di convocazione pel primo di settembre. Altre ne aveva pubblicate Massimiliano in proprio nome, nella sua qualità di avvocato e di protettore della Chiesa, fin dal 16 di gennajo, ed altre ancora in data del 15 febbrajo Lodovico XII, esortando i vescovi francesi e tedeschi a recarsi a Pisa[147].
Ma per quanto fossero grandi l'autorità dei due monarchi, la sommissione del loro clero, e lo scontento generale della Chiesa, Giulio II nulla arrischiava in questa contesa; ed egli lo vedeva; infatti opponeva l'ardire e l'impeto del suo carattere ai risguardi ed agli scrupoli de' suoi avversarj, che colle loro medesime apologie, col mostrare avido desiderio di entrare in negoziazioni, sembravano confessare di non essere assistiti dalla giustizia. Giulio II, per togliere loro qualunque pretesto, convocò egli stesso con una bolla del 18 luglio un concilio in san Giovanni di Laterano pel 19 aprile del 1512. Pubblicò nello stesso tempo un monitorio contro i cardinali ribelli, per privarli del cardinalato e di tutti i loro beneficj ecclesiastici, qualora entro sessanta giorni non si presentassero a lui per giustificarsi[148].
Gli apparecchj per due concilj vennero tutt'ad un tratto sospesi a cagione della malattia del papa, il quale, essendosi trovato male il 17 di agosto, fu dopo quattro giorni ridotto all'estremo. Cadde in un deliquio che durò più ore; tutti coloro che lo assistevano lo tennero per morto; se ne sparse la voce in città; vennero ovunque spediti corrieri per portarne la notizia; ed i cardinali assenti da Roma, senza eccettuare quelli che avevano convocato il concilio di Pisa, si affrettarono di porsi in cammino per ritornarvi. Frattanto Giulio II, rinvenuto dalla sua letargia, volle ordinare gli affari di sua famiglia, che poteva da un secondo attacco simile essere improvvisamente privata del suo capo. All'indomani adunò un concistoro, nel quale accordò al duca d'Urbino, suo nipote, la grazia per l'omicidio del cardinale di Pavia, rimettendolo nel godimento di tutti i feudi ricevuti dalla Chiesa. Nello stesso tempo pubblicò una bolla intorno all'elezione del nuovo papa, per prevenire o punire colle più severe pene una simonia simile a quella di cui egli stesso erasi renduto colpevole, quando aveva ottenuta la tiara[149].
In pochi giorni Giulio si trovò sano come per lo innanzi, sebbene continuasse a non curarsi de' consigli de' medici, ed a tenere un regime di vita direttamente opposto a quello ch'essi gli prescrivevano. Colle forze andò pure ricuperando il suo ardore guerriero, e sempre più si confermò nel favorito suo progetto di cacciare i barbari d'Italia. Le lagnanze e le miserie dei popoli, oppressi dagli oltremontani, avrebbero somministrati a Giulio i più giusti motivi per quest'impresa, se le sue forze fossero state proporzionate alla lotta in cui voleva entrare.
Frattanto la campagna di quest'anno non aveva prodotto verun'azione clamorosa. Massimiliano, sempre consentaneo a sè medesimo, si andava perdendo in vasti progetti che non era capace d'eseguire. Sebbene i Veneziani fossero assai snervati, non aveva potuto approfittare della diversione fatta dalla Francia per spingere con vigore la guerra contro di loro. Vero è che guastava il territorio friulano, e spargeva la più spaventosa desolazione in quelle contrade; ma, lungi dal conquistare Treviso o Padova, cui non aveva mai voluto rinunciare, non avrebbe pure conservata Verona, senza la guarnigione francese mandata in questa piazza da Lodovico XII. L'imperatore erasi recato ad Inspruck, e si proponeva ancora di marciare colla sua armata fino a Roma, per ristabilire l'impero germanico in tutte le prerogative possedute ai tempi di Carlo Magno o di Ottone il grande; ma le truppe dell'impero, sulle quali egli faceva sempre fondamento, non arrivavano mai, e le proprie non bastavano per tener testa alla repubblica di Venezia. Così passava rapidamente da una smisurata ambizione allo scoraggiamento, e mai non mantenevasi con costanza nell'una o nell'altra disposizione. Talvolta dava orecchio alle proposizioni che gli venivano fatte da Ferdinando il Cattolico, di riconciliarsi coi Veneziani e colla Chiesa, e di attaccare di concerto i Francesi. In uno de' suoi accessi di scoraggiamento, invitò pure i Veneziani a mandargli un inviato per trattare con lui. Il senato fece subito partire alla volta d'Inspruck Antonio Giustiniani, e fece fare in ogni chiesa preghiere pel felice successo della sua missione; ma Massimiliano aveva prima del suo arrivo mutato parere. Ridusse a soli otto giorni il salvacondotto del Giustiniani, e rigettò tutte le proposizioni che gli recava[150]. Non erano ignote a Lodovico XII queste di lui irrisoluzioni, e sapeva che questo alleato, ch'egli pagava, e pel quale doveva combattere, era sempre in procinto di passare nelle file dei suoi nemici[151].
Dal canto suo Giulio II appena degnavasi di contare Massimiliano tra i suoi nemici, sebbene lo avesse veduto prendere parte alla convocazione del concilio; egli fondava le sue speranze nel re d'Arragona, in quello d'Inghilterra e negli Svizzeri, e di già le sue negoziazioni presso queste tre potenze prendevano il più favorevole aspetto. La constante politica di Ferdinando il Cattolico era quella di coprire la propria ambizione colla maschera della religione; onde dacchè il papa erasi dichiarato alleato dei Veneziani, non avea cessato mai di dare a Lodovico XII ipocriti consiglj intorno all'empietà di far guerra al capo della Chiesa. Fino a tale epoca erasi egli occupato intorno alle sue conquiste nell'Africa; il suo generale, Pietro Navarra, gli aveva sottomesse Orano e Bugia; i re di Algeri e di Tremisene si erano dichiarati suoi feudatarj, e pareva che un nuovo impero spagnuolo fosse vicino a stabilirsi al di là dello stretto di Gibilterra[152]. Ma quand'ebbe notizia della disfatta di Bologna, richiamò dall'Africa Pietro Navarra, e lo mandò nel regno di Napoli con tre mila de' suoi migliori fanti spagnuoli, per non lasciare questo regno in balìa di un monarca vittorioso, che vi aveva dei diritti.
Enrico VIII d'Inghilterra, cedendo alle istanze di Giulio II, aveva acconsentito a fare di concerto con Ferdinando calde rimostranze a Lodovico XII intorno allo scisma ch'egli andava a suscitare nella Chiesa, gli aveva domandato pel bene della cristianità di mandare i cardinali ed i prelati del suo regno al concilio di Laterano, e di permettere alla Chiesa di ricuperare la sua città di Bologna. Gonfio d'orgoglio, e fidando nelle immense ricchezze lasciategli da suo padre, egli credevasi l'arbitro dell'Europa, e risguardava tutte le istanze fattegli da questi monarchi, quali omaggi dovuti al suo potere ed ai suoi talenti.
Per altro il papa riponeva negli Svizzeri le principali sue speranze; e l'imprudenza di Lodovico XII lo aveva ancora meglio servito che le proprie negoziazioni. Questo monarca in un movimento d'orgoglio aveva di nuovo ricusato di riconciliarsi cogli Svizzeri e di accrescere le loro pensioni. Aveva giurato di non lasciarsi taglieggiare da paesani, ed aveva proibita l'esportazione delle granaglie dalla Francia e dalla Lombardia ne' paesi Svizzeri. Aveva creduto di ridurli colla carestia a ricevere da lui la legge, ed invece, esasperandoli, gli aveva precipitati nell'alleanza del papa e de' Veneziani[153].
Finalmente i progetti di Giulio II cominciavano a prendere migliore consistenza; ed i nemici, che andava suscitando alla Francia, incoraggiati dalla loro unione, affettavano verso di lei un più minaccioso contegno. Gli ambasciatori d'Inghilterra e d'Arragona fecero unitamente nuove rappresentanze a Lodovico XII rispetto alla protezione da lui accordata al concilio di Pisa ed ai Bentivoglio; il re rispose loro di essere apparecchiato a desistere, purchè i cardinali del suo partito fossero di nuovo rimessi dal papa nella sua grazia, ed i Bentivoglio venissero conservati nella stessa subordinazione feudale, in cui da circa un secolo erano stati tenuti i loro antenati; ma non volendo gli ambasciatori ammettere queste basi di negoziazioni, all'ultimo Lodovico XII dichiarò loro, che non poteva senza scapito dell'onor suo abbandonare la protezione di Bologna, non altrimenti che quella della sua propria città di Parigi[154].
Tosto che seppesi in Roma la risposta di Lodovico XII, il giorno 5 di ottobre si pubblicò solennemente nella chiesa di santa Maria del popolo una confederazione tra il papa, il re cattolico ed il senato di Venezia. Dichiaravano i confederati che gli oggetti della loro alleanza erano: l'unione della Chiesa, minacciata d'uno scisma dal conciliabolo di Pisa; la restituzione alla santa sede di Bologna e di ogni altro feudo, che mediatamente o immediatamente poteva appartenerle, volendo indicare con queste parole lo stato di Ferrara; per ultimo la cacciata dall'Italia con una potente armata di chiunque s'opporrebbe a questo doppio oggetto, vale a dire del re di Francia. Per formare quest'armata il papa prometteva quattrocento uomini d'armi, cinquecento cavaleggieri e sei mila fanti; la repubblica di Venezia ottocento uomini d'armi, mille cavaleggieri ed otto mila fanti; il re d'Arragona mille dugento uomini d'armi, mille cavaleggieri, e dieci mila fanti spagnuoli. Ma ritenendosi il contingente dell'ultimo come sproporzionato alle sue finanze, il papa ed il senato si obbligavano a pagargli ciascheduno venti mila ducati al mese, finchè durerebbe la guerra. L'armata della lega doveva essere comandata da don Raimondo di Cardone, Catalano, vicerè di Napoli. Una flotta, di dodici vascelli catalani e di quattordici veneziani, doveva nello stesso tempo portare la guerra sulle coste della Francia. Tutti quei paesi conquistati dai confederati, che in addietro avessero appartenuto ai Veneziani, dovevano essere loro restituiti. L'imperatore ed il re d'Inghilterra potevano, ove lo desiderassero, essere ricevuti in quest'alleanza. Il papa aveva stipulata questa riserva a favore del primo colla fortuita speranza di staccarlo dalla Francia; ed il cardinale di Yorck, ambasciatore del secondo, ed uno de' negoziatori della lega, non avendo ancora ricevute le opportune istruzioni per sottoscrivere, aveva domandata la stessa riserva pel suo padrone[155].
Fatta quest'alleanza, Giulio II trattò con maggior rigore i prelati disubbidienti. Passato il termine del monitorio, il 24 ottobre dichiarò in concistoro decaduti dalla loro dignità, e soggetti a tutte le pene dalla chiesa inflitte agli eretici ed agli scismatici, i cardinali di santa Croce, di san Malò, di Cosenza, di Bayeux. Pubblicò poi un altro monitorio contro il cardinale di Sanseverino, che aveva risparmiato fin allora, e fulminò l'interdetto e le scomuniche contro i Fiorentini, che avevano permessa ne' loro stati l'adunanza di un conciliabolo scismatico[156].
Il concilio che tanto irritava il papa, era stato convocato per il primo giorno di settembre; ma a tale epoca non eransi presentati a Pisa che un commissario dell'imperatore, uno del re di Francia ed un ecclesiastico, a nome di alcuni prelati ed abati. Questi tre personaggi chiesero la licenza de' magistrati fiorentini, i quali dichiararono di avere ordine di non prendere parte nelle loro operazioni. In appresso i commissarj si recarono alla chiesa cattedrale, ove fecero cantare la messa dello Spirito Santo e le litanie per l'apertura del concilio; immediatamente dopo la quale ceremonia tutti i preti italiani, che si trovavano a Pisa, si ritirarono dalla città per non trovarsi avvolti nell'interdetto fulminato dal papa contro tutti i luoghi in cui si adunerebbe il concilio[157].
I Fiorentini avevano accordata la loro città di Pisa per la celebrazione del concilio, persuasi che, procedendo d'accordo il re di Francia e l'imperatore di Germania, l'assemblea de' vescovi di queste due nazioni sarebbe abbastanza numerosa per inspirare rispetto alla Cristianità e timore al papa. Si trovarono però assai sconcertati, quando videro che il concilio cominciava con tre sole persone, tanto più quando seppero che non si era posto in cammino un solo prelato tedesco, e che i ventiquattro vescovi francesi, che per ordine del re avevano abbandonato le loro diocesi, procedevano assai lentamente e con estrema ripugnanza. Nè il clero italiano si pronunciava anticipatamente contro il concilio con minor forza; di modo che vedevasi impossibile che un'assemblea aperta con tali auspicj acquistasse giammai qualche credito. D'altra parte le censure del papa, le minacce di confisca, la nomina del cardinale dei Medici alle legazioni di Perugia e di Bologna, inspiravano un altissimo terrore alla repubblica. I decemviri della libertà e della balìa il 10 dicembre spedirono il Macchiavelli ai cardinali, che si erano trattenuti a san Donnino, ed al re di Francia, per dissuaderli dal tenere il concilio in Pisa, e persuaderli a trasferirlo in altra città, se non riputavano cosa ancora più conveniente lo scioglierlo e rappacificarsi col papa[158].
Ma il Macchiavelli altro non potè ottenere dal re, che di trasferire il concilio in un'altra città, dopo che avrebbe tenute a Pisa le prime due o tre sessioni. I quattro cardinali non osavano avventurarsi a Pisa senza la protezione di una guarnigione francese; ed i Fiorentini si mostravano difficili a riceverla. All'ultimo i cardinali arrivarono a Pisa con alcuni prelati il primo giorno di novembre. Vollero adunarsi nella cattedrale, ma il popolo ammutinato non vi acconsentì. Recaronsi successivamente ad alcune altre chiese, che furono loro similmente chiuse; finalmente si stabilirono a stento nella chiesa di san Michele per cantarvi la prima messa[159].
I cardinali ed i prelati francesi erano giunti a Pisa protetti da una guardia di cinquanta arcieri, comandati da Odetto di Foix, signore di Lautrec, e da Chatillon; ma, sebbene questa guardia fosse un oggetto di gelosia pei Fiorentini, non era però sufficiente a far rispettare i prelati in Pisa, nè a porli in salvo da un insulto per parte di Roma. Il clero italiano mostrava per loro una smisurata avversione, ricusando loro tutti gli arredi delle chiese, onde non li profanassero; ed il popolo gl'insultava per le strade con amare invettive. Essi medesimi operavano contro la propria coscienza, per quella deferenza verso l'autorità reale che fu così frequentemente la sola conseguenza delle libertà riclamate dalla chiesa gallicana contro la santa sede. Essi desideravano che loro si offrisse qualche motivo di abbandonare una città, ove trovavansi così a disagio, ed approfittarono di un'occasione che male si conveniva alla dignità della loro assemblea. Essendo nata contesa il 13 di novembre tra i loro servitori ed alcuni giovani pisani a cagione di certe prostitute, gli arcieri accorsero in ajuto dei primi, e tutto il popolo in ajuto de' giovani pisani: Lautrec e Chatillon furono feriti nella mischia mentre cercavano di separarli, e, sebbene per le cure loro e degli ufficiali fiorentini si calmasse il tumulto, all'indomani i cardinali abbandonarono Pisa, dopo avere intimata la loro riunione a Milano[160].
La fuga da Pisa de' padri del concilio ammansò alquanto Giulio II contro il gonfaloniere Soderini, e rallentò l'esecuzione de' progetti che formati aveva per levargli la suprema magistratura della repubblica; tanto più che Pandolfo Petrucci gli rappresentò, che, attaccandolo a forz'aperta, avrebbe messe a disposizione della Francia tutte le forze dei Fiorentini, che di presente altro non chiedevano che la neutralità. Giulio, senza portare la guerra nello stato fiorentino, lasciò che avessero libero corso le pratiche del cardinale de' Medici, che egli aveva ravvicinato ai confini della repubblica confidandogli le legazioni di Perugia e di Bologna[161].
Durante la sua amministrazione il gonfaloniere Soderini aveva perduti alcuni suoi partigiani, e si erano accresciuti quelli de' Medici in tempo del loro esilio; o fosse a motivo della naturale disposizione dei popoli di desiderare il tempo passato, che hanno veduto colle illusioni della gioventù, e di perdere più facilmente la memoria de' mali che quella de' beni, sebbene sentano i primi con maggiore vivacità quando sono presenti; o fosse perchè la prudenza del gonfaloniere accompagnata alle volte della debolezza, eccitando l'invidia senza temperarla col timore; o fosse finalmente perchè il cardinale de' Medici aveva ottenuto con molta accortezza e prudenza di cancellare l'animosità eccitata da suo fratello Piero. Egli erasi in ogni occasione mostrato in Roma il protettore de' Fiorentini, manifestando la stessa benevolenza verso coloro che avevano operato contro la sua famiglia, come verso quelli che le si erano mantenuti attaccatissimi. Ascriveva la nimicizia de' primi agli sgraziati errori di suo fratello, e voleva che la memoria loro rimanesse spenta colla di lui morte[162].
Il gonfaloniere, che vedeva avvicinarsi il turbine, non voleva in verun modo, per mettere la repubblica in istato di difesa, chiedere al popolo nuove contribuzioni, onde non fare maggiore il malcontento di lui. Giudicò adunque più conveniente di far portare ai soli ecclesiastici le spese di una guerra eccitata dagli stessi ecclesiastici. Domandò al clero fiorentino una sovvenzione di cento mila fiorini, da pagarsi in quattro termini. Tale somma doveva poi restituirsi ai sovventori entro l'anno, se non vi era guerra colla Chiesa, entro cinque, se la guerra scoppiava. Si ottenne con difficoltà l'approvazione dei consiglj per questo prestito; perciocchè in ogni famiglia trovavasi un prete, che, per difendere le proprie entrate ed i suoi beneficj, faceva valere le censure ecclesiastiche, e tratteneva i suffragj de' suoi parenti[163].
La stagione più propria a tenere la campagna era passata senza che accadesse verun'azione clamorosa. Il re di Francia aveva licenziata la sua armata dopo la battaglia di Bologna, ed altro non teneva in presenza del nemico che un ristretto numero di uomini d'armi di guarnigione a Verona. I Veneziani, compatendo la debolezza del vecchio Lucio Malvezzi, avevano avuta la compiacenza di lasciarlo alla testa delle loro armate, sebbene più non fosse in istato di condurle, perchè non avevano potuto persuaderlo a chiedere la sua dimissione, e non volevano affliggere negli estremi suoi giorni un uomo che in altri tempi aveva ben meritato della repubblica. Questi morì finalmente, e gli fu dato per successore Gian Paolo Baglioni[164]. Massimiliano si era alternativamente fatto vedere in Inspruck, a Trento, a Bruneck. Di là aveva negoziato colla Francia, col papa, con Venezia, e sempre minacciata l'Italia di nuova invasione; ma, quando si credeva imminente la sua comparsa, tutt'ad un tratto si allontanava per una partita di caccia; recavasi in un'altra città, in un'altra provincia, ove non era aspettato, e credeva dar prove di sottile politica, quando rendeva vani tutti i calcoli fatti dagli altri sopra di lui[165].
Intanto le province veneziane e quelle del ferrarese continuavano ad essere guaste con più furore che mai. I borghi ed i castelli venivano presi e ripresi, taglieggiati e saccheggiati, quando potevano sottrarsi all'incendio; le campagne erano affatto spogliate, ed i contadini, ridotti alla disperazione, perivano nella miseria. Massimiliano, cagione di tutti questi mali, non rinunciava ad alcuna delle sue pretese, sebbene non fosse in istato di farle valere. Egli non voleva la pace, e non faceva la guerra. Per lo contrario Lodovico XII voleva la pace, e faceva la guerra per un alleato che non lo assecondava, e che gl'inspirava una giusta diffidenza. Egli dolevasi delle inutili spese che Massimiliano gli cagionava, e, siccome alquanto inclinava all'avarizia, ricusava spesso di sostenere alcune spese, che, riducendo la guerra ad una pronta conclusione, avrebbero prodotta una reale economia. I Veneziani bramavano ardentemente la pace, ma non potevano ottenerla dalla volubilità di Massimiliano; non meno ardentemente la desiderava il duca di Ferrara, ma gli veniva rifiutata dall'ostinazione del papa.
Essendo rimaste senza effetto tutte le negoziazioni per la pace, ed essendosi pubblicata in principio d'ottobre la lega del papa con Ferdinando, Lodovico XII ordinò al signore della Palisse di ragunare di nuovo l'armata francese, d'assoldare la fanteria, e di attaccare la Romagna prima che gli Spagnuoli vi fossero giunti. Proponevasi di scendere egli stesso in Italia nella vegnente primavera con istraordinarie forze, onde finalmente obbligare i suoi nemici a fare la pace. Ma prima che a questi ordini fosse data esecuzione, la Lombardia fu agitata dalla notizia che gli Svizzeri si apparecchiavano ad una seconda invasione.
Lodovico XII non erasi limitato a ricusare agli Svizzeri l'accrescimento di venti mila franchi alla domandata pensione; ma inoltre aveva in ogni occasione parlato di loro con disprezzo, ed offeso il loro orgoglio nazionale. In Lombardia aveva fatto arrestare con umilianti circostanze un corriere de' cantoni di Schwitz e di Friburgo, secondando in tal modo gl'intrighi del papa, che cercava di eccitare quei fieri alpigiani promettendo loro la gloria di scacciare i Francesi dall'Italia. Gli Svizzeri avevano fatto chiedere a Venezia cinquecento uomini di cavalleria ed alcuni pezzi di cannone[166]; avevano pure ricevuto da questa repubblica qualche somma di danaro, ed in principio di novembre valicarono il san Gottardo, e si adunarono a Varese in numero di dieci mila uomini, con un treno di sette piccoli cannoni da campagna e varj grossi archibugj portati dai cavalli. La dieta aveva a quest'armata accordato quello stendardo, che, spiegato nel precedente secolo a Nancì contro il duca di Borgogna, non era più stato dopo quell'epoca portato in guerra. Questo venerato stendardo allettava continuamente nuovi volontarj, onde in breve l'armata si trovò forte di sedici mila uomini. I Francesi non avevano in Lombardia che mille trecento lance e dugento gentiluomini volontarj; inoltre parte di queste truppe servivano a custodire Verona, Brescia e Bologna, onde Gastone di Foix per trattenere gli Svizzeri non aveva con sè che trecento uomini d'armi e due mila fanti[167].
Gli Svizzeri si erano avanzati da Varese a Gallarate, e di là a Busto senza trovare opposizione. Gastone di Foix e Gian Giacopo Trivulzio si tenevano ai loro fianchi per molestarli, ma non osavano dar loro battaglia; intanto Teodoro Trivulzio faceva fortificare Milano, ed i Milanesi, sebbene detestassero il governo francese, temevano ancora più la venuta di questi barbari montanari, ed assoldavano fanti a loro proprie spese per custodire le mura. I generali francesi andavano bensì spargendo di non avere verun timore, ed essere facil cosa il difendere la città; ma si vedevano nello stesso tempo vittovagliare il castello, e fare tali apparecchj, che svelavano la loro intenzione di ritirarvisi.
Gli Svizzeri, non trattenuti nella loro marcia, si avanzarono a sole due miglia dalle porte di Milano; ivi bruscamente piegarono sopra Monza, e, probabilmente conoscendosi incapaci di attaccare le città, non tentarono nemmeno di occupar questa; ma parvero intenzionati di passare l'Adda, le di cui opposte rive venivano dai Francesi cautamente fortificate onde impedire agli Svizzeri di unirsi all'armata veneziana. A Milano si stava tuttavia in grandissimo timore, quando un capitano svizzero, munito di salvacondotto, venne a nome de' suoi compatriotti ad offrire di ritirarsi, purchè loro si pagasse un mese di soldo. Egli ripartì, per informare gli Svizzeri di un'offerta molto inferiore alla loro domanda, e tornò all'indomani con pretese molto più alte. Gastone di Foix aggiunse qualche cosa all'offerta fatta nel precedente giorno, ma non quanto bastava a soddisfare gli Svizzeri, ed il trattato fu rotto; ciò nullameno, con sorpresa di tutta l'Italia, gli Svizzeri presero nel susseguente giorno la via di Como, e ripatriarono[168]. Loro non era stato pagato il danaro che avevano chiesto per l'armata; e se l'inquietudine che loro dava Gastone di Foix, fu, come lo suppone il Giovio, il solo motivo che li persuase a ritirarsi[169], non si sa concepire perchè non abbiano accettata l'ultima offerta. Vero è che altri scrivono che i capitani svizzeri furono corrotti dal danaro che Foix loro fece celatamente pagare, e viene indicato per negoziatore di questo vergognoso contratto un capitano d'Alt-Sax, o di Super-Sax[170].
Per la seconda volta gli Svizzeri avevano delusa la confidenza del papa e de' Veneziani, che gli avevano pagati; e la loro mala fede, o la loro imperizia, andavano scemando quell'alta opinione che si erano acquistata col loro valore nelle guerre in cui avevano combattuto appoggiati dagli uomini d'armi francesi. Per altro la breve loro invasione faceva sentire tutto il pericolo della situazione de' Francesi, coll'armata del papa e di Raimondo di Cardone in faccia, quella de' Veneziani da un lato, Genova sempre agitata dagl'intrighi del papa dall'altro, e gli Svizzeri alle spalle. Lodovico XII spaventato mandò in Italia a Gastone di Foix tutte le truppe di cui poteva disporre; gli ordinò di nulla risparmiare per la leva di un nuovo corpo d'infanteria, ed eccitò i Fiorentini a mostrarsi fedeli alleati della Francia, a mandargli non già trecento lance, secondo l'obbligazione dei trattati, ma tutte le forze che potevano riunire; ricordò loro che la causa per cui gli eccitava a combattere non era meno la sua che la loro propria, poichè, conoscendo essi l'odio di Giulio II e l'ambizione di Ferdinando, non potevano dubitare che questi principi non abusassero della vittoria contro di loro, sia che i Fiorentini prendessero le armi, o si mantenessero neutrali[171].
Il gonfaloniere Soderini sentiva tutta la forza delle ragioni addotte dal re di Francia; era persuaso del principio così spesso ripetuto dal Macchiavelli, che il partito di mezzo è di tutti il più pernicioso; e che, chi non si dichiara per una parte o per l'altra, scontenta sempre entrambe le parti. Vedeva che, dopo avere offeso il papa, si offenderebbe ancora il re di Francia, il quale non troverebbe che si fosse per lui fatto abbastanza, mandandogli soltanto i soccorsi stipulati dal trattato, e che ciò non pertanto sarebbe un'ostilità agli occhi di Ferdinando d'Arragona. Ma il partito, che si opponeva al gonfaloniere con intenzione di perderlo, s'ingrossava in tale occasione di tutti quelli che la debolezza del loro carattere attaccava alle misure di mezzo, e di tutti quelli che un giusto risentimento contro Lodovico XII e la casa di Francia, per le transazioni relative alla guerra di Pisa, rendeva diffidenti verso una famiglia che gli aveva così lungo tempo ingannati. Perciò, malgrado tutti gli sforzi del gonfaloniere, la repubblica si attenne strettamente all'esecuzione del trattato conchiuso con Lodovico XII, e mandò inoltre lo storico Francesco Guicciardini ambasciatore presso Ferdinando, onde scusarsi d'avere dati questi soccorsi al di lui nemico[172].
In sul finire di dicembre l'armata spagnuola e pontificia cominciò ad avanzarsi verso la Romagna. Il vicerè, don Raimondo di Cardone, si trattenne ad Imola per aspettare il rimanente delle sue truppe e la sua artiglieria, e intanto mandò Pietro Navarro, capitano generale della fanteria spagnuola, ad attaccare i possedimenti del duca di Ferrara in Romagna. Tutte le borgate e le fortezze, che il duca possedeva al mezzodì del Po, si arresero a Navarro alla semplice intimazione di un trombetta, tranne la bastia della Fossa Geniolo, ch'era stata attaccata nel precedente anno, ed opportunamente da Bajardo soccorsa. Vestidello Pagano, distinto ufficiale del duca di Ferrara, che vi comandava una guarnigione di cento cinquanta fanti, oppose una gagliarda resistenza agli attacchi di Pietro Navarro fino all'ultimo giorno dell'anno, in cui la bastia fu presa d'assalto. La guarnigione fu passata a fil di spada, e Vestidello, ferito, oppresso dalla fatica e costretto ad arrendersi, fu in seguito ucciso a sangue freddo dai Musulmani, che formavano in allora il grosso della fanteria spagnuola[173].
Il possedimento della bastia di Geniolo era della più alta importanza agli occhi del duca Alfonso per l'attacco o la difesa di Ferrara, perchè questa fortezza signoreggiava la navigazione del Po. Perciò, quando Alfonso seppe che il Navarro era tornato presso al vicerè, e che non vi aveva lasciati che dugento uomini di guarnigione, venne ad attaccarla con nove pezzi di cannone. Le muraglie della bastia erano ancora squarciate dal sostenuto assedio, e gli Spagnuoli non avevano avuto tempo di riparare tutte le brecce; di modo che Alfonso la prese d'assalto lo stesso giorno; ma egli riportò una ferita nel capo, ed i suoi soldati, per vendicar lui e lo sventurato Vestidello, uccisero il capitano e tutta la guarnigione, senza lasciarne un solo che portasse al papa la notizia della rotta. Tutti questi piccoli fatti ottennero un'importanza classica nel poema dell'Ariosto: essi accadevano sotto gli occhi del poeta, erano il principale titolo della gloria del di lui padrone, ed egli gli illustrò coi suoi versi[174].
Frattanto l'armata del re di Spagna e del papa erasi riunita in Imola, e da molto tempo non erasene veduta altra più formidabile. Vi si contavano al soldo di Ferdinando mille uomini d'armi, ottocento cavaleggieri di quei, che gli Spagnuoli chiamavano Ginetti ad esempio de' Mori, ed otto mila fanti spagnuoli. Fabrizio Colonna militava sotto il vicerè, col titolo di governatore generale; Prospero Colonna aveva ricusato di servire sotto il comando di un altro. Lo stesso orgoglio aveva ritratto il duca d'Urbino dall'accettare il comando dell'armata pontificia, la quale doveva essere subordinata a quella di Raimondo di Cardone; il duca di Termini, che Giulio II aveva voluto sostituirgli, era di fresco morto a Cività Castellana; ed era perciò il cardinale legato, Giovanni de' Medici, che comandava l'armata del papa, avendo sotto i suoi ordini Marc'Antonio Colonna, Giovanni Vitelli, Malatesta Baglioni e Raffaello de' Pazzi, con ottocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri ed otto mila fanti[175].
Il più ardente desiderio di Giulio II era quello di ricuperare Bologna, e l'armata combinata cominciò la campagna coll'assedio di quella città. Si accampò il 26 di gennajo del 1512 sul terreno coperto di nevi tra la montagna e la gran strada che va da Bologna in Romagna, mentre che Fabrizio Colonna venne colla vanguardia, composta di settecento uomini d'armi, di cinquecento cavaleggieri e di sei mila fanti, ad appostarsi sulla strada di Lombardia tra Bologna ed il ponte del Reno, occupando nello stesso tempo a sinistra le eminenze di san Michele in Bosco, e di santa Maria del Monte. Gli assedianti cominciarono subito a svolgere i canali, che conducono le acque del Reno e della Savenna nelle fosse di Bologna, ed a formare le loro spianate intorno alla città per appostarvi le batterie[176].
Odetto di Foix, signore di Lautrec, ed Ivone d'Allegre avevano il comando della guarnigione francese di Bologna, composta di dugento lance francesi e di due mila fanti tedeschi. I quattro fratelli Bentivoglio avevano dal canto loro armati tutti i loro partigiani. Pure le antiche fortificazioni di Bologna, che non si aveva avuto tempo di appoggiare con nuove opere, non sembravano tali da potere lungamente resistere all'artiglieria: troppo vasto era il giro delle mura, il popolo atterrito, e molti capi della nobiltà ai Bentivoglio sospetti[177].
Vero è che l'attacco di Bologna non presentava minori difficoltà di quello che la difesa ne presentasse. Gli assedianti avevano avuto avviso che Gastone di Foix era giunto a Finale, a metà strada tra la Mirandola e Ferrara, e ad una breve giornata da Bologna; che la sua armata era di già considerabile assai, e che andava sempre ingrossandosi con nuove truppe. Non potevasi in tanta vicinanza lasciare l'avanguardia di Fabrizio Colonna al di là di Bologna, mentre che il rimanente dell'armata trovavasi dall'altro lato; conveniva dunque richiamarla presso al quartiere generale, o andare a raggiugnerla: nel primo caso lasciavasi la città aperta ai soccorsi che cercherebbero d'introdurvi i Francesi; nel secondo l'intera armata sarebbe esposta a mancare di vittovaglie. Se, come lo consigliava Pietro Navarro, si ordinava a tutti i soldati di provvedersi di viveri per cinque giorni, s'arrischiava ancora che Bologna resistesse più a lungo, o che l'armata, costretta a ritirarsi, provasse, passando in allora sotto le mura della città, tutti gl'inconvenienti ch'erano riusciti così fatali nella rotta di Casalecchio. D. Raimondo di Cardone, incerto fra questi due partiti, non ardiva mettere in batteria la grossa artiglieria, temendo di non avere tempo per ritirarla, se Gastone di Foix veniva a dargli battaglia. D'altra parte il cardinale de' Medici, che non conosceva il mestiere della guerra, non sapendo persuadersi di tutte queste difficoltà, lo andava caldamente eccitando a cominciare l'attacco di Bologna con una insistenza che offendeva i militari spagnuoli[178].
Finalmente il Cardone, avvisato che Gastone di Foix aveva preso a sottomettere Cento, la Pieve ed altri castelli bolognesi dalla parte di Ferrara, mentre si andava ragunando la sua armata, pensò che avrebbe tempo di stringere l'attacco di Bologna; ed aprì le sue batterie verso porta a santo Stefano, che conduce in Toscana, avvicinandosi alla sua vanguardia. In breve tempo fu aperta nelle mura una breccia di più di cento braccia di lunghezza, e la torre della porta fu talmente danneggiata, che gli assediati furono forzati ad abbandonarla. Dopo ciò si sarebbe potuto dare l'assalto con qualche speranza di prospero successo; ma Pietro Navarro volle che si aspettasse l'esplosione di una mina ch'egli faceva scavare sotto la cappella del Barracano, onde attaccare contemporaneamente la città sopra due punti. Intanto Nemours, informato del pericolo di Bologna, vi mandò cent'ottanta lance e mille fanti[179].
La mina apparecchiata da Pietro Navarro era terminata; egli vi appiccò il fuoco; ma non produsse lo sperato effetto: il muro non crollò, e la piccola cappella rimase al suo luogo. Pretesero gli assalitori d'avere veduto nell'istante dell'esplosione la piccola cappella alzata in aria, la città aperta, ed i soldati ordinati in battaglia entro la medesima; ma che ricadendo nello stesso luogo in un solo blocco, dessa cappella aveva riempita esattamente la breccia che aveva prima lasciata. Si prestò fede avidamente a coloro che pretendevano di avere veduto questo miracolo frammezzo ad un denso fumo in un istante di terrore e di pericolo; non si domandò punto al capitano Brisson, banderale del maresciallo di Fleuranges, che difendeva questa stessa cappella, in qual modo non si fosse accorto del prodigio: ed il piccolo santuario si trasformò in un tempio colle offerte dei devoti[180].
Questo miracoloso avvenimento fu seguito da un altro, che non pare meno incredibile. Gli assedianti, informati dei soccorsi che Nemours aveva introdotti in Bologna, supposero ch'egli avesse rinunciato al progetto di avvicinarsi coll'armata alla città, e diventarono più trascurati a guardare la campagna. Frattanto Nemours aveva sentita la necessità di respingere gli Spagnuoli prima che si avanzassero i Veneziani, onde non avere addosso nello stesso tempo le due armate; perciò era partito da Finale la notte del 4 al 5 di febbrajo, con mille trecento lance, sei mila fanti tedeschi, ed ottomila tra francesi ed italiani, per entrare in Bologna. Era stato in viaggio continuamente accompagnato da un vento e da una neve terribili, e non aveva trovato in verun luogo, presso i molti canali che avea dovuto attraversare, nè corpi di guardia, nè scolte; verun contadino per la malvagità del tempo era uscito di casa per portarne notizia al nemico, e due ore prima di notte il Nemours era entrato in Bologna senza aver dato un colpo di lancia. Si era a bella prima determinato ad attaccare gli Spagnuoli la mattina del susseguente giorno, 6 di febbrajo; ma perchè non dubitava che il nemico non fosse informato della di lui venuta, e non isperava di sorprenderlo, facilmente si accomodò al parere di coloro che lo consigliavano di dare un giorno di riposo alle sue truppe dopo una tanto penosa marcia. Ad ogni modo Raimondo di Cardone non ebbe avviso della venuta del Nemours lo stesso giorno, nè all'indomani prima del mezzodì. Quando gliene diede avviso un cavaleggiere, fatto prigioniere dalle sue truppe, egli giudicò subito necessario di ritirarsi. Nella notte del 6 al 7 di febbrajo fece levare i cannoni dalle batterie, e la seguente mattina, appena fatto giorno, si recò ad Imola, lasciando il fiore delle sue truppe in coda dell'armata per respingere gli attacchi dei Francesi[181].
Ma Nemours, mentre faceva levare l'assedio di Bologna, provava le più vive inquietudini sul conto di Brescia. In questa città ed in tutte quelle della Lombardia veneta il governo francese era detestato: i contadini mantenevano il più vivo attaccamento verso la repubblica, l'armata veneziana s'avvicinava ai confini, ed era comandata dal provveditore Andrea Gritti, che alla politica di un senatore veneziano aggiugneva l'attività di un generale. I timori di Nemours non tardarono a realizzarsi; il 3 di febbrajo, due giorni prima dell'ingresso dell'armata francese in Bologna, Andrea Gritti erasi impadronito di Brescia, ed aveva assediata la fortezza[182].
I Francesi avevano pensato di tenere Brescia ubbidiente col rigore. Avevano fatto decapitare il conte Giovan Maria Martinengo; avevano mandati in Francia, come ostaggi, molti altri gentiluomini, ed in una contesa, accaduta tra il conte Gambara ed il conte Luigi Avogaro, avevano mostrato contro il secondo una parzialità che lo avea determinato alla vendetta[183].
L'Avogaro scrisse al consiglio dei dieci a Venezia per offrirgli la sua assistenza e quella di un numeroso partito, onde ricondurre la sua patria sotto l'autorità della repubblica. Egli erasi trattenuto in Brescia per dare esecuzione alla trama che aveva formata; ma al primo avvicinarsi d'Andrea Gritti, la moglie di uno dei congiurati, amica del comandante della fortezza, rivelò a questi la congiura: l'Avogaro appena ebbe tempo di sottrarsi all'arresto ordinato dal comandante. Intanto il Gritti erasi incamminato verso Brescia con trecento uomini d'armi, mille trecento cavaleggieri, e tre mila fanti: aveva passato l'Adige ad Alberé presso Legnago, ed il Mincio tra Goito e Valeggio, e si era presentato nel convenuto giorno alla porta che doveva essergli aperta dal conte Avogaro; ma la fuga d'Avogaro e la scoperta della sua trama, resero vano il tentativo, ed il figlio dell'Avogaro venne dai Francesi posto in prigione[184].
Questa stessa sventura raddoppiò l'attività del conte ed il suo desiderio di vendicarsi. Egli si recò nella val Trompia e nella val Sabbia, tra i fiumi Mella e Chiesa, chiamò alle armi tutti i montanari e gli abitanti delle rive del lago di Garda, ed il giorno 3 di febbrajo rinnovò l'attacco di concerto con Andrea Gritti. Mentre questi richiamava l'attenzione dei Francesi ad una delle porte, una banda di contadini passò sotto le mura attraversando la griglia che chiude il canale del ruscello, detto Garzetta, là dove questo ruscello sbocca fuori dalla città. Bentosto in tutte le contrade si udì gridare: san Marco! san Marco! ed il signore di Lude, che aveva il comando della guarnigione di Brescia, i suoi soldati e i gentiluomini attaccati al partito francese si ripararono nella rocca; le loro case furono dal popolo saccheggiate, come pure gli equipaggi della guarnigione; furono uccisi molti Francesi che si trovarono sparsi per le strade, e demolito il palazzo del conte Gambara rivale dell'Avogaro[185].
Alla sollevazione di Brescia tenne dietro subito quella di tutti i paesi che i Francesi avevano occupati nel territorio della repubblica. Bergamo inalberò lo stendardo di san Marco, e la guarnigione francese si ritirò ne' due castelli che signoreggiavano la città: Orci Vecchi, Orci Nuovi, Pontevico, e tutti i castelli bresciani e bergamaschi aprirono le loro porte ad Andrea Gritti. Cremona e Crema aspettavano ansiosamente che si avvicinasse; ma i Veneziani, che festeggiarono queste conquiste con trasporti di gioja, e all'istante nominarono governatori per tutte le piazze che avevano ricuperate, non adoperarono un'eguale diligenza nello spedir loro i necessarj soccorsi. Per altro ordinarono a Giovan Paolo Baglioni di far avanzare la sua armata per secondare il Gritti, e per attaccare la cittadella di Brescia, le di cui mura erano di già mezzo aperte, e dove il de Lude col capitano Herigoye non avevano che poche vittovaglie[186].
All'indomani della ritirata degli Spagnuoli, Gastone di Foix ricevette a Bologna il messo del signor de Lude, che gli partecipava la perdita di Brescia, e gli chiedeva pronti soccorsi. Egli lasciò trecento lance e quattro mila fanti nella città che aveva liberata, e ripartì subito col rimanente dell'armata, che fece camminare con una sollecitudine fin allora sconosciuta. Per tenere una linea più diritta attraversò il Mantovano, senza chiederne licenza al sovrano, che dopo essere di già entrato nel di lui territorio; a tre miglia d'Isola della Scala sorprese Gian Paolo Baglioni, che non lo sospettava vicino, e che non sapeva adoperare tanta diligenza. Gastone attaccò immediatamente coi pochi uomini d'armi che aveva intorno il Baglioni, il quale sostenne il primo urto assai valorosamente; ma l'armata francese andava sempre ingrossando, ed il Baglioni fu costretto a fuggire dopo avere perduta molta gente. Gastone dopo ciò proseguì il suo viaggio, e giunse innanzi a Brescia il nono giorno dopo la sua partenza da Bologna[187].
La porta esterna ossia del soccorso del castello di Brescia era aperta all'armata francese; la porta interna, che comunicava colla città, non era per anco chiusa che da un terrapieno innalzato in fretta da Andrea Gritti, ma difeso da otto mila uomini di buone truppe. Nemours fece loro intimare la resa della piazza, loro promettendo salve le persone e gli averi. Risposero che la città apparteneva ai Veneziani, e che speravano, coll'ajuto di san Marco, di potergliela conservare. All'indomani, 19 di febbrajo, giorno del giovedì grasso, i Francesi in su lo spuntare dell'aurora scesero dal castello nella corte. «Tutta l'armata del re di Francia, dice il leale servitore, non contava allora più di dodici mila combattenti; ma non eravi da che dire sul poco numero, perchè era tutto fiore di cavalleria[188].» Il capitano Bajardo, avendo domandato d'essere il primo ad attaccare, si pose alla testa della colonna francese colla sua compagnia di cento cinquanta uomini d'armi, che aveva fatti smontare da cavallo; stavano a' suoi fianchi i capitani Molart e Herigoye coi loro Baschi a piedi; venivano in appresso due mila landsknecht del capitano Jacob, ed in ultimo circa settemila fanti francesi sotto i capitani Bonnet, Maugiron ed il bastardo di Cleves. Il duca di Nemours veniva in coda coi suoi uomini d'armi ch'eran pure smontati da cavallo e con Luigi di Breze, gran siniscalco di Normandia, coi cento gentiluomini della casa del re. Ivone d'Allegre era stato lasciato fuori di città con trecento uomini d'armi a cavallo onde custodire la porta di san Giovanni, la sola che i Bresciani non avessero murata[189].
Una leggiera pioggia aveva renduto il terreno sdrucciolevole, e gli uomini d'armi, coperti delle loro pesanti armature, colle quali non erano accostumati a camminare a piedi, sdrucciolavano frequentemente, tanto nello scendere dal castello, che nel salire sul bastione con cui il Gritti aveva chiusa la città. Il duca di Nemours diede a tutti l'esempio di levarsi le scarpe, per tenersi più fermo sul terreno, e la cavalleria francese, avendo l'abitudine dei più duri esercizj, marciava a piedi ignudi con passo più sicuro[190]. L'assalto fu violento; ostinata la resistenza; finalmente Bajardo superò il primo il bastione; ma quando l'ebbe appena oltrepassato ricevette nella parte superiore della coscia un così fiero colpo di picca, che la picca si ruppe, ed il ferro e parte dell'asta rimasero nella ferita. «Ben pensò, al dolore che sentì, di essere mortalmente ferito, e voltosi al signore di Molart, gli disse: compagno, fate avanzare le vostre genti; la città è presa; per me altro non posso fare, perchè io sono morto.» Due de' suoi arcieri, staccando una porta, ve lo posero sopra, e lo portarono in una delle più appariscenti case della città, che la presenza del cavaliere salvò dal saccheggio[191].
La caduta del cavaliere senza paura e senza difetti aveva inspirato ai soldati francesi che lo seguivano un vivo desiderio di vendicarlo. I ripari erano stati superati, ed i Veneziani inseguiti si erano ritirati avanti al palazzo del capitano di giustizia sulla piazza del Broletto. Subito dopo di loro vi giunsero i Francesi, e la battaglia ricominciò con maggiore accanimento. Gli abitanti non si scoraggiavano, e facevano piovere dalle finestre e dai tetti, pietre, tegole, travi infiammati, ed acqua bollente sopra gli assalitori. La truppa veneziana diede sulla piazza del Broletto una seconda battaglia non meno ostinata di quella sostenuta sui bastioni; ma essa venne egualmente respinta, e dopo ciò più non trovò rifugio. I vincitori l'andavano inseguendo di strada in strada per farne un'orribile carnificina. Il Gritti e l'Avogaro speravano tuttavia di fuggire per la porta di san Giovanni; ma appena fecero abbassare il ponte levatojo, che Ivone d'Allegre vi si precipitò, attaccandoli di fronte, mentre che avevano Nemours alle spalle. Ambidue furono fatti prigionieri, e veruno de' loro soldati fu risparmiato. L'uccisione si andò continuando, finchè durò la resistenza in qualche lato; onde i più moderati contano sette in otto mila morti, le Memorie di Bajardo ventidue mila, e quelle di Fleuranges quaranta mila[192].
Il saccheggio non cominciò che quando si cessò di spargere il sangue; ma l'avidità del soldato non fu minore della sua ferocia. Non contento di prendere tutti i mobili delle case, e tutto ciò che aveva qualche valore, fece prigionieri gli abitanti, e li forzò coi tormenti a palesare in qual luogo avessero nascoste parte delle loro ricchezze. Spesse volte, quando non potevano ridurli a manifestare il segreto, o quando sospettavano che quegli sventurati non avessero palesata ogni cosa, li facevano perire sotto la tortura. Tutto ciò ch'era stato deposto nelle chiese e ne' conventi diventò preda de' soldati; le donne più illustri, e le stesse claustrali non si sottrassero alle ultime violenze. Bajardo difese da ogni insulto la signora che lo aveva accolto nella sua casa, e le due di lei figlie, ma la profonda loro riconoscenza provò quanto quest'atto di generosità fosse parso raro. Due interi giorni vennero accordati a tutti gli orrori della militare licenza. Finalmente Gastone di Foix fece cessare il saccheggio, ed uscire le sue truppe dalla città; ma fece decapitare sulla pubblica piazza il conte Avogaro, e poco dopo i di lui due figliuoli. Il sacco di Brescia fu valutato trecento milioni di scudi, e fu osservato che inflisse egli stesso ai vincitori la punizione delle crudeltà che l'avevano macchiato. «Niente è così certo, dice il leal servitore di Bajardo, che la presa di Brescia fu in Italia la ruina de' Francesi; imperciocchè avevano essi tanto guadagnato in questa città, che la maggior parte tornarono in Francia stanchi della guerra, e sarebbero pure stati utili nella giornata di Ravenna siccome voi intenderete tra poco[193].»