CAPITOLO CIX.
Battaglia di Ravenna; morte di Gastone di Foix, ed indebolimento dell'armata francese; Giulio II si ostina a ricusare la pace; dissimulazione di Massimiliano; irritamento degli Svizzeri; questi si uniscono ai Veneziani e scacciano i Francesi d'Italia.
1512.
Uno dei più grandi mali cagionati dalla violenza delle passioni popolari, è quello di distruggere nel cuore umano le primitive nozioni del giusto e dell'ingiusto, di confondere ciò che è onesto con ciò che è turpe. Quando giudichiamo con calma la condotta de' partiti e dei loro corifei, ci sorprende e ci affligge per l'umana natura il vedere interi popoli applaudire a rivoltanti azioni, individui distinti per le loro belle qualità macchiarsi senza rimorso con atti di ferocia e di perfidia che oltraggiano l'umanità. Noi saremmo a tal vista tentati di dubitare dell'universale potere della coscienza, primaria legge della nostra esistenza, se non volgessimo lo sguardo alla prepotente influenza, che gli altrui giudizj esercitano sopra di noi. L'amore del bello e del giusto è dato ad ogni uomo; ma la conoscenza di ciò che è bello, di ciò che è giusto non è rapida abbastanza per andare innanzi all'istruzione che gli viene offerta dagli altri. La lentezza del suo spirito, e più di tutto la sua infingardaggine, hanno bisogno d'essere diretti dalla pubblica opinione; ed il più delle volte l'universale consenso ha segnata quella linea morale, che cadauno separatamente avrebbe potuto a stento determinare. E per tal modo la coscienza diventò quasi sempre l'eco della voce popolare; ed anche l'uomo d'eminente intelletto, non avendo tempo di esaminare partitamente tutte le quistioni della morale, abbraccia per lo più il giudizio suggeritogli dagli altri, ma ch'egli crede dovuto ad affezioni od a ripugnanze innate in un cuore onesto.
Ma quando lo spirito di parte, impadronendosi d'una società, la divide in due, ogni parte ammette una credenza, che per coloro che la seguono, presentasi con tutti i caratteri della pubblica opinione, e diventa in sua vece il regolatore ed il supplimento della coscienza individuale. La violenza dello spirito di parte si attacca quasi sempre a quistioni morali, che vengono decise dal pregiudizio, ed intorno alle quali la ragione rimane in sospeso. Tali sono, l'origine del potere e la sua legittimità, i doveri de' sudditi, i diritti de' cittadini, la fedeltà che i primi credono dovuta al loro monarca, che i secondi credono di potere pretendere dal loro governo. L'esame di cadauna di tali quistioni, da cui può dipendere la condotta dell'uomo d'onore, nelle più importanti occasioni, spaventa colla sua difficoltà: ma gli uomini di partito non si curano di esaminarle; adottano il pro o il contro con una cieca fede, che poi risguardano come il loro sentimento morale, come la voce della loro coscienza; accusano di mala fede coloro che hanno abbracciato il contrario sistema, e, sentendosi appoggiati dall'assenso de' soli uomini con cui essi parlano, disprezzano i loro avversarj, e non vedono che colpevoli in tutti coloro che essi combattono. Il solo filosofo conosce quanto difficile sia lo stabilire principj nelle astratte quistioni della politica, e sotto quanti differenti aspetti esse si presentino ai migliori ingegni: per tal modo egli abbraccia tutte le opinioni, tutte le scuse, ed altro non vede nelle politiche dissensioni che vincitori e vinti.
Il conte Luigi Avogaro, ed il numeroso partito da lui strascinato nella ribellione, potevano giustificare la loro causa con tutti i nomi tra gli uomini più sacri. Quando l'Avogaro volle ristabilire nella sua patria quella stessa autorità della repubblica veneta, sotto la quale egli era nato, e sotto la quale vissuto era suo padre, prendeva le armi per ciò che gli uomini hanno convenuto di chiamare legittimo potere: nello stesso tempo combatteva per la libertà, che l'Italia credeva di vedere nel governo repubblicano di Venezia; combatteva per l'indipendenza italiana contro il giogo d'una nazione straniera; finalmente combatteva per la religione e per la Chiesa, perciocchè il papa aveva abbracciata la difesa di Venezia, ed i suoi avversarj erano macchiati col nome di scismatici. Pure uno degli eroi della Francia, Gastone di Foix, condannò l'Avogaro al supplicio coi due suoi figli; cercò d'infamarlo col nome di traditore; non credette di sagrificarlo alla politica, ma alla giustizia, e volle egli stesso trovarsi presente ad un'esecuzione, di cui pareva gloriarsi. Un poeta francese, risguardando l'Avogaro quale uomo abbandonato all'infamia, non si fece scrupolo di calunniarlo con perfide supposizioni; e quanto più ristretto è in Francia il numero delle tragedie storiche, tanto più l'odioso carattere che Du Belloy ha dato al conte Avogaro, ha lasciata contro di lui una gagliarda impressione popolare[194]. Finalmente gli storici francesi, lungi dal vergognarsi della carnificina di Brescia, sonosi compiaciuti di esagerarne le conseguenze. Non vi scorsero che fatti gloriosi per Lodovico XII, il padre del popolo, e per Nemours, l'idolo dell'armata; ed hanno coperto col loro disprezzo quelli che erano stati vinti dai loro compatriotti, senza farsi carico de' nobili sentimenti che loro avevano poste le armi in mano.
La riputazione ed il carattere di Gastone di Foix, duca di Nemours, sono altri esempi dell'influenza dei pregiudizj di partito. Questo principe, nato il 10 dicembre del 1489, e che di poco era entrato nel suo ventesimo terzo anno, ove si debba giudicare dalla sua gloria, è uno de' più grandi uomini che producesse la Francia, ove poi si esaminino le azioni sue, sembra uno de' più feroci capi d'esercito. Durante la battaglia, egli eccitava continuamente i suoi soldati alla carnificina, e poche volte dava quartiere ai nemici; verun capitano trattò con maggiore asprezza i popoli delle città conquistate, o gli assoggettò a più pesanti contribuzioni: nel suo campo, in cui la negligenza del signore di Chaumont aveva permesso che s'introducesse l'indisciplina, non era stato da altro generale rimesso l'ordine con una più costante severità e con più inflessibile rigore: per ultimo niuno risparmiava meno di lui la vita dei soldati, che strascinava con rapidissime marcie a traverso ai pantani o tra le profonde nevi, e teneva le intere notti a cielo aperto in mezzo ai ghiacci nel più rigoroso inverno.
Ma un generale, più ancora che un politico, è l'opera del suo secolo e di quel potente pregiudizio che copre di tanta gloria le militari fortunate imprese. È cosa ingiusta il rendere un individuo risponsabile d'un'opinione popolare, cui forse cadauno di noi ha contribuito. Gli applausi che i più deboli diedero in ogni occasione ai forti, quell'entusiasmo che il più timido sesso sente per il valore, quella corona di gloria onde i poeti cinsero la fronte de' vincitori, furono altrettante offese fatte all'umanità. La pubblica opinione si compiacque d'inebbriare i guerrieri per iscatenarli in appresso contro la società; riserbò tutti i suoi allori per le loro vittorie, senza farsi da costoro rendere conto nè dei motivi delle guerre, nè de' mezzi adoperati per ottenere la vittoria; ella rimane sola risponsabile della formidabile frenesia de' conquistatori. Questi non sono che ciò che li fa il mondo; e Gastone di Foix, uno forse degli uomini che recarono maggior danno alla umanità, in proporzione della sua breve carriera, per l'elevazione della sua anima e per i singolari suoi talenti, era meritevole della stima che gli fu accordata.
Gastone di Foix, che di ventidue anni aveva ottenuto l'importantissimo comando della Lombardia, aveva date nella sua prima gioventù tali prove di talenti militari, che pochi vecchi guerrieri pareggiarono. Circondato da nemici, tutti egualmente pericolosi, aveva nel cuore dell'inverno fatto testa a tutti successivamente colla stessa armata; e sempre gli aveva sopraggiunti in una perfetta sicurezza, mentre lo supponevano in faccia ad altre armate. Dal mese di novembre in poi aveva inquietati gli Svizzeri scesi in Lombardia, e forzatili a rientrare nelle loro montagne; aveva costretta l'armata del re di Spagna e del papa a levare l'assedio di Bologna, ed a ritirarsi in Romagna; aveva battuto Gian Paolo Baglioni coi Veneziani tra l'Adige ed il Mincio, e finalmente aveva ripresa Brescia, distruggendovi l'armata del Gritti e dell'Avogaro. Dopo quest'ultima vittoria Gastone pareva abbandonarsi ai piaceri, non d'altro occupandosi che delle feste del carnovale; ma frattanto la sua armata era in cammino, ed apparecchiavasi a nuove intraprese; e per tirarlo da questo apparente dissipamento non abbisognavano gli eccitamenti di Lodovico XII, che gli pervennero uno dietro l'altro, affrettandolo di correre alla battaglia[195].
Lodovico XII vedeva finalmente addensarsi sul proprio capo tutti i turbini che Giulio II da tanto tempo andava preparando. Aveva Ferdinando saputo approfittare della sua influenza sul suo genero, il re d'Inghilterra, per persuaderlo a firmare in Londra, il 17 novembre del 1511, un'alleanza il di cui oggetto manifesto era quello di far ricuperare all'Inghilterra il possedimento della Guienna, mentre Ferdinando contava di approfittarne per riconquistare egli stesso la Navarra. Giovanni d'Albretto, re di Navarra, era ciecamente entrato in tutti gli interessi della Francia: per far cosa grata a Lodovico XII aveva riconosciuto il concilio di Pisa, e si trovava colpito dalle scomuniche fulminate contro i fautori di Lodovico. Ferdinando non credeva d'abbisognare di verun altro pretesto per invadere i suoi stati; ma conveniva rendere altrove necessarj i soccorsi che avrebbe potuto dargli la Francia. A tale oggetto Ferdinando persuadeva Enrico VIII ad attaccare la Guienna, e gli offriva per ajutarlo a conquistarla cinquecento uomini d'armi, mille cinquecento cavaleggieri e quattro mila fanti[196].
Enrico VIII tenne per qualche tempo segreto il trattato che sottoscritto aveva con Ferdinando; negò a Lodovico XII, che ne aveva avuto qualche sentore, l'esistenza del medesimo; ed il 9 di dicembre ricevette da questi l'ultimo pagamento de' sussidj, che il re di Francia aveva promesso di dargli pel mantenimento della pace[197]. Ma in occasione dell'apertura del parlamento, il 4 febbrajo 1512, partecipò a quest'assemblea il suo progetto di attaccare la Francia, per isciogliere il concilio di Pisa, e far restituire Bologna alla Chiesa. Ottenne dal parlamento considerabili sussidj per l'esecuzione di tali progetti, che pure sembravano affatto stranieri all'Inghilterra[198]. Una nave del papa, la prima che spiegasse bandiera pontificia nelle acque del Tamigi, giunse a Londra carica di vini greci e di frutta del mezzogiorno, che il papa mandava in dono ai prelati, ai lordi ed ai membri della camera dei comuni: questo nuovo inaudito onore sedusse non meno gl'Inglesi che il loro re; e l'intera nazione si associò con entusiasmo ad una guerra senza motivo[199].
Lodovico XII doveva temere l'attacco degl'Inglesi su tutte le coste, quello di Ferdinando su tutta la linea de' Pirenei, quello degli Svizzeri sulla Borgogna o in Italia. Nella quale ultima contrada il papa, il vicerè di Napoli ed i Veneziani, minacciavano di nuovo il suo luogotenente, il duca di Nemours, mentre che Massimiliano, il suo solo alleato, pel quale erasi fin allora esaurito di uomini e di danaro, non solo non lo assecondava, ma inoltre gli faceva ad ogni istante temere di porsi coi suoi nemici. Massimiliano gli aveva nuovamente promessa la continuazione della sua amicizia, ma l'aveva accompagnata con tali esorbitanti domande, con lagnanze tanto ingiuste e ridicole, che facevano presagire una vicina rottura[200]; e siccome egli non manifestava i suoi segreti a verun confidente, non si sa accertare se fin d'allora avesse intenzione d'ingannare Lodovico XII, o se cedesse senza un premeditato progetto alla sua abituale instabilità.
I medesimi Fiorentini vacillavano nell'alleanza colla Francia; i loro soccorsi non giugnevano all'armata; il termine dell'alleanza andava a spirare entro pochi mesi, ed essi ricusavano di rinnovarla; intanto negoziavano con Ferdinando e con don Raimondo di Cardone, ed avevano ottenuto dal papa l'assoluzione della scomunica contro di loro pronunciata. Egli è vero che il duca di Ferrara ed i Bentivoglio mantenevansi fedeli a Lodovico XII; ma la loro alleanza era piuttosto un carico che un beneficio; incapaci di difendersi da sè medesimi, non isperavano salvezza che dalla Francia. Ogni speranza di Lodovico XII era riposta nell'armata di Gastone di Foix; la quale, se batteva Raimondo di Cardone, poteva inspirare a Giulio II tanto terrore da ridurlo a sottoscrivere la pace[201].
Quando Gastone di Foix seppe che l'armata era giunta a Finale di Modena, si affrettò di raggiugnerla: aveva ricevuto rinforzi dalla Francia, ed aveva a sua disposizione mille seicento lance, cinque mila fanti tedeschi, cinque mila Guasconi ed ottomila tra Italiani e Francesi. Il duca di Ferrara gli condusse pure cent'uomini d'armi, dugento cavaleggieri, ed un treno d'artiglieria, il più bello che allora si vedesse presso verun principe d'Europa. Il cardinale di Sanseverino, che dal concilio di Pisa trasferitosi a Milano, si era fatto dare il titolo di legato di Bologna, aveva raggiunta l'armata con militare apparato, trovandosi felice di poter abbandonare un'assemblea che non riceveva che mortificazioni, perciocchè i prelati non erano stati più favorevolmente ricevuti a Milano, di quello che lo fossero stato a Pisa. Il popolo li caricava d'ingiurie nelle strade, ed il clero, assoggettandosi all'interdetto pronunciato dal papa, aveva sospeso i divini ufficj[202].
Il 26 di marzo Gastone partì da Finale di Modena per innoltrarsi nella Romagna. Quant'egli desiderava di venire a battaglia, altrettanto Raimondo di Cardone cercava di schivarla. Aveva questi sotto i suoi ordini mille quattrocento uomini d'armi, mille cavaleggieri, sette mila fanti spagnuoli, e tre mila Italiani: aspettava inoltre sei mila Svizzeri, che il cardinale di Sion aveva promesso di condurgli a spese comuni del papa e de' Veneziani. Frattanto Ferdinando gli avea ordinato di non esporsi ad una battaglia, per aspettare che l'invasione degl'Inglesi obbligasse Lodovico a richiamare dall'Italia la sua armata. Perciò si andava Raimondo ritirando in faccia all'armata francese, occupando sempre vantaggiose posizioni, ove non poteva essere attaccato che con grande svantaggio[203].
Gastone tentò da principio di penetrare tra Castel Guelfo e Medicina, al levante di Bologna, e gli Spagnuoli presero posto in distanza di quattro miglia, sotto le mura d'Imola. Gastone andò a cercarli, avvicinandosi fino ad un miglio dall'armata nemica; ma conoscendone la posizione quasi inattaccabile, continuò a marciare verso Forlì. Mentre le due armate erano vicine, gli Spagnuoli credendosi in sul punto di essere attaccati si andavano affollando intorno al legato Giovanni dei Medici, per ottenere l'assoluzione de' loro peccati. Avevano un così vivo desiderio di toccare le sue vesti, che, abbandonando le loro insegne e le loro file per affollarsi intorno a lui, eccitarono ne' loro capitani la più viva inquietudine. Intanto, racconta Giovio, che il legato piangeva di gioja, vedendo come questi tanto feroci Spagnuoli, dediti alla rapina ed alle stragi, nudrivano nello stesso tempo così religiosi sentimenti. Il Medici si recò fra di loro con una croce d'argento, pronunciò la loro assoluzione, loro promettendo l'eterno premio, se venivano uccisi per la difesa dell'autorità papale; ma nello stesso tempo gli scongiurò a non uscire dalle loro file, finchè il nemico si trovava così vicino[204].
Ne' susseguenti giorni Nemours cercò con accorte marcie di tirare gli Spagnuoli fuori della loro posizione; ma questi tenevano appoggiata la loro sinistra all'Appennino, e trovavano sempre vantaggiosi accampamenti, tenendo quest'ala per perno; mentre i Francesi, che si avanzavano in una pianura bassa e tagliata da frequenti canali, mai non trovavano una posizione in cui potessero con vantaggio dare battaglia[205].
Mentre i due generali spiegavano la loro cognizione militare in questi movimenti, Gastone di Foix ricevette da Lodovico XII un corriere per affrettarlo a venire a battaglia. Il re aveva penetrato che Massimiliano coll'intervento del papa aveva conchiusa una tregua di dieci mesi coi Veneziani, a condizione che questi gli pagherebbero 50,000 fiorini, e che l'una e l'altra potenza conserverebbero ciò che possedevano. Nello stesso tempo Girolamo Cavanilla, ambasciatore del re d'Arragona, aveva domandata l'udienza di congedo, lo che sembrava annunciare un vicino attacco dalla banda de' Pirenei. Lo stesso Gastone aveva ricevute notizie tali che accrescevano la sua impazienza di combattere, ma che teneva cautamente celate a tutti i suoi ufficiali. Il capitano de' suoi landsknecht, Giacomo von Embs, o Empser, trovavasi da molto tempo al servigio della Francia; era stato ben trattato dal re, e, sebbene non parlasse l'idioma francese, aveva un onorato grado nella milizia. L'8 di aprile, il giorno susseguente alla venuta di Bajardo al campo, Empser ricevette un ordine dall'ambasciatore dell'imperatore Massimiliano a Roma, diretto a tutti i Tedeschi che militavano nell'armata francese, col quale veniva loro ingiunto a nome dell'imperatore di abbandonare immediatamente l'armata e di ricusare di combattere contro le truppe del papa o del re d'Arragona. Giacopo Empser, senza comunicare quest'ordine a chicchessia, lo portò a Bajardo, chiedendogli consiglio. Bajardo lo condusse al duca di Nemours; e tutti due persuasero il capitano Giacomo a promettere di tenere la cosa segreta: ma un secondo corriere poteva recare un somigliante ordine ad altri capitani tedeschi; e se questi ubbidivano, se i loro compatriotti, che formavano il terzo dell'armata francese, si ritiravano, quest'armata era perduta senza combattere[206]. Tali motivi consigliarono Nemours a volgersi bruscamente verso Ravenna, persuaso che Raimondo di Cardone non acconsentirebbe che fosse presa sotto i suoi occhi una così importante città, e accorrendo per difenderla gli offrirebbe la bramata occasione di tentare la sorte d'una battaglia[207].
Infatti il Cardone risolse di difendere Ravenna; vi mandò Marc'Antonio Colonna con sessanta uomini d'armi, cento cavaleggieri e seicento fanti spagnuoli; ma per ridurre Marc'Antonio a chiudersi in quella città convenne che il vicerè, il legato, Fabrizio Colonna e Pietro Navarro, obbligassero la loro fede a soccorrere Ravenna, se i Francesi l'assediavano.
I due primi fiumi che scendendo dagli Appennini mettono foce in mare e non nel Po, il Ronco ed il Montone, passano uno a destra, l'altro a sinistra di Forlì, a non molta distanza dalla città, e, riunendosi sotto le mura di Ravenna, si gettano in mare tre miglia più abbasso. Il Nemours erasi avanzato fra questi due fiumi, vi aveva preso e saccheggiato il forte castello di Russi, indi aveva segnato il suo accampamento innanzi a Ravenna, appoggiando l'ala destra al Ronco, e la sinistra al Montone ed aveva aperte le sue batterie. Di già cominciavano a mancargli le vittovaglie; i suoi saccomanni dovevano fare sette o più miglia di strada per trovare qualche cosa da prendere in campagna, ed i Veneziani, padroni del Po, gli toglievano ogni comunicazione con Ferrara[208].
Conveniva ad ogni modo uscire bentosto da così pericolosa situazione, ed il Nemours, avendo colla sua artiglieria aperta nelle mura di Ravenna una breccia larga trenta braccia, risolse di dare l'assalto, sebbene detta breccia fosse alta tre braccia, e non vi si potesse giugnere che colle scale. Per risvegliare l'emulazione tra le nazioni che servivano insieme nella sua armata, la mattina del 9 aprile, giorno del venerdì santo, fece marciare separatamente all'assalto i Tedeschi, gl'Italiani ed i Francesi. Avanti ad ogni corpo marciavano a piedi dieci uomini d'armi compiutamente armati, e scelti fra tutta la cavalleria. Gli assalitori montarono infatti sulla breccia colla maggiore intrepidezza, e vi si mantennero sotto il fuoco dei nemici con grandissima ostinazione; ma l'apertura fatta nella muraglia era così angusta e di così difficile accesso, che dava ai suoi difensori tutto il vantaggio. Gli Spagnuoli si mantennero immobili al loro posto, ed i Francesi furono respinti. Francesco di Beusserailhe, signore de l'Espì, comandante dell'artiglieria, e Chatillon, furono mortalmente feriti; Federico di Bozzolo, cadetto della casa Gonzaga, che in appresso si rendette così famoso, fu ancor esso ferito; e rimasero sul campo di battaglia, morti dall'una e dall'altra parte, circa mille cinquecento uomini[209].
L'armata spagnuola stava sotto Faenza, fuori della porta che mette a Ravenna: quand'ebbe avviso dell'intrapresa di Gastone di Foix, si avanzò immediatamente, passò il Montone a Forlì, e dopo d'avere camminato alcun tempo fra i due fiumi, passò di nuovo il Ronco, e si avanzò sulla sua riva destra. Voleva Fabrizio Colonna che l'armata facesse alto in distanza di tre miglia dal campo di Nemours, onde tenere così i Francesi in timore. Se questi prendevano Ravenna, siccome il loro generale non avrebbe potuto impedire che gli avventurieri si disperdessero per saccheggiare, gli Spagnuoli sarebbero piombati sopra di loro in quel momento di disordine, e facilmente gli avrebbero compiutamente disfatti[210]. Se poi si restavano inattivi, la mancanza delle vittovaglie non poteva tardare a riuscir loro molesta, ed a ridurli agli estremi. Ma il Navarro non approvava giammai gli altrui consiglj; egli desiderava una battaglia, nella quale dar prova della superiorità della sua fanteria, e persuase Raimondo di Cardone ad avanzare; infatti il 10 d'aprile il Cardone presentossi tutto ad un tratto innanzi all'armata francese sull'altra riva del Ronco, mentre che questa stava esaminando le proposizioni che facevano, per arrendersi, gli abitanti di Ravenna[211].
Il Nemours fece subito ritirare i cannoni dalle batterie per dirigerli contro l'armata spagnuola; adunò nello stesso tempo un consiglio di guerra per iscegliere tra i diversi partiti che si offrivano. Se permettevasi agli Spagnuoli d'entrare in Ravenna, perduta era ogni speranza di prendere quella città, e la ritirata poteva riuscire pericolosa e vergognosa; per fermarli rendevasi necessario di passare il Ronco sotto i loro occhi, ed attaccarli nella loro marcia; ma, anche ciò facendo, non potevasi impedir loro di giugnere, se volevano, alla pinaja che stendesi fino al mare, e di arrivare alle porte della città senza venire a battaglia[212].
L'errore o la presunzione del Cardone trasse il duca di Nemours dall'imbarazzo in cui si trovava. Il primo, invece d'entrare in Ravenna, come avrebbe potuto farlo, segnò il suo campo in faccia ai Francesi, tre miglia distante dalla città, con intenzione di metterli tra due fuochi; ed impiegò tutta la notte nel coprire con una larga e profonda fossa la fronte della sua armata. Il Nemours, avvisato di ciò che stava facendo il generale nemico, fece sentire al suo consiglio di guerra che non dovevasi ritardare l'attacco de' nemici, malgrado i loro trinceramenti. Fece perciò in tempo di notte gettare dei ponti sul Ronco e spianare gli argini che lo contengono in tempo di piena; in appresso in sullo spuntare del giorno, la domenica di Pasqua, 11 aprile del 1512, fece passare il ponte alla sua fanteria tedesca, mentre il restante dell'armata guardava il fiume. Lasciò soltanto sulla sinistra del Ronco Ivone d'Allegre con quattrocento lance e l'infanteria della retroguardia, per tenere in dovere la guarnigione di Ravenna; e diede a due capitani italiani, i fratelli Scotti, mille fanti, per guardare il ponte del Montone, e tenere aperta, in caso di sinistro successo, la strada su cui avrebbe dovuto ritirarsi l'armata[213].
Il Nemours dispose la sua armata in semicerchio; appoggiò al fiume l'estremità dell'ala destra, colla quale voleva cominciare l'attacco, rinculò il suo centro, ed avanzò di nuovo l'ala sinistra. Aveva collocata sulla diritta l'artiglieria comandata dal duca di Ferrara, e settecento uomini d'armi francesi; dopo di questi veniva la fanteria tedesca; indi otto mila fanti, parte Guasconi e parte Picardi, formavano il corpo di battaglia; per ultimo cinque mila Italiani, comandati da Federico di Bozzolo, componevano l'ala sinistra, la quale era coperta da tre mila arcieri o cavaleggieri. La Palisse aveva il comando d'una retroguardia di seicento lance, collocate in riva al fiume, e con lui trovavasi il cardinale Sanseverino, legato del concilio, che si era coperto da capo a piedi di lucidissima armatura, ed era a motivo della gigantesca sua statura conosciuto a molta distanza[214].
Gastone di Foix non aveva preso il comando di verun corpo in particolare, per trovarsi in libertà di andare con un certo numero di gentiluomini, ove lo chiamasse il bisogno. «Ed il detto signore Nemours, dice il maresciallo di Fleuranges, era solito, per amore della sua dama, di non portare armatura dal gomito fino alla manopola, e di tenere coperta colla sola camicia questa parte del braccio. Egli pregava tutta la compagnia d'uomini d'armi, loro dolcemente parlando e caldamente scongiurando, che volessero in questo giorno prendersi cura dell'onore della Francia, del suo e del loro, e che volessero seguirlo. Soggiunse, che vedrebbero ciò che in quel giorno farebbe per amore della sua dama; ed all'istante partì, e fu il primo uomo d'armi che ruppe la sua lancia contro i nemici»[215].
Così consigliato da Pietro Navarro, Raimondo di Cardone non aveva attaccati i Francesi mentre passavano il fiume; ma si era afforzato nel suo campo, coperto da un canto dal fiume Ronco, dall'altra dal fosso ch'egli aveva fatto scavare. Questo fosso era verso il mezzo interrotto da un'apertura di quaranta piedi di larghezza, che aveva lasciata per poter far uscire la sua cavalleria; ma aveva collocati di dietro dell'apertura una ventina di carri, armati di lance e carichi di grossi archibugi, che compivano la fortificazione. All'angolo formato dal fiume colla fossa trovavasi Fabrizio Colonna, che comandava la sinistra con ottocento uomini d'armi, e sei mila fanti; veniva dopo di lui il corpo di battaglia, composto di seicento lance e di quattro mila fanti, sotto gli immediati ordini del vicerè e del marchese della Palude. Vi si trovava pure il cardinale de' Medici; ma o sia che la sua corta vista lo tenesse lontano da ogni esercizio militare, o che considerasse detto esercizio come contrario ai doveri del suo stato, egli aveva conservato in mezzo alla battaglia il pacifico abito di prelato. La retroguardia finalmente, che formava ancora la diritta dell'armata, e che aveva egualmente alle spalle il fiume e avanti la fossa, era composta di quattrocento uomini d'armi e di quattro mila fanti comandati da Carvajale. L'estremità della diritta era poi coperta da un corpo di cavaleggieri sotto gli ordini del giovane Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, che faceva allora i primi fatti d'armi. Tutta la fronte era guarnita d'artiglieria[216] consistente in venti pezzi, tra cannoni e lunghe colombrine, e in circa dugento archibugi a miccia, posti sopra carri armati di spontoni, i quali tenevano il di mezzo tra i moschetti ed i cannoni[217].
L'armata francese aveva passato il Ronco circa due miglia al di sotto del campo di Cardone, e vedendo che gli Spagnuoli non uscivano dai loro trinceramenti, si avviò verso di loro, conservando la sua ordinanza, senza che la sua diritta abbandonasse la riva del fiume, e tenendo sempre la forma d'una mezza luna. Quando si trovò a quattrocento passi distante dal fosso, fece alto, e cominciò il cannonamento. L'infanteria francese era quasi affatto scoperta, ed esposta ad un fuoco terribile: ma quella degli Spagnuoli per ordine di Navarro si era buttata col ventre per terra dietro la linea del fiume, e non soffriva quasi nulla dall'artiglieria nemica. Il grande Fabiano, uno de' migliori capitani della fanteria tedesca fu la prima vittima del cannone. Giacopo Empser ed il signore di Molart si posero a sedere sotto il fuoco alla testa della loro truppa e si fecero recare da bere, ma l'uno e l'altro furono uccisi. Di quaranta capitani d'infanteria francesi ne rimasero sul campo di battaglia trentotto; e questa fanteria aveva di già perduti sei mila uomini, quando gli altri, più non potendo soffrire tanta carnificina, vollero dare l'assalto alle batterie di Pietro Navarro. Colà fu ucciso il signore di Maugiron sopra una carretta che voleva prendere. Dopo avere perduti più di mila dugento uomini in quest'attacco, i Francesi furono respinti; ma quando gli Spagnuoli vollero inseguirli, furono a vicenda respinti da un corpo di Landsknecht e di Picardi, che non avevano avuto parte nell'azione: indi ciascuno rientrò nel suo posto, e continuò il cannonamento[218].
Intanto il duca di Ferrara aveva rapidamente fatta passare una parte de' suoi cannoni dietro la linea francese dall'ala destra, ove si trovavano prima, all'estremità dell'ala sinistra. Colà egli vedeva perfettamente scoperto il fianco degli Spagnuoli, e questa nuova batteria colpiva longitudinalmente tutta la loro linea. Le palle giugnevano pure fino all'ala destra francese, e vi fecero non poco guasto. Fu detto, che, volendo taluno per questo rispetto far sospendere il fuoco, Alfonso gridasse a' suoi cannonieri: «coraggio amici! non importa sapere chi sia colpito, sono tutti stranieri, e perciò tutti agl'Italiani nemici»[219]. La fanteria spagnuola, sempre appiattata per terra, non era molto esposta ai colpi dei cannoni; ma lo erano assaissimo gli uomini d'armi, ch'erano più alti, ed occupavano una superficie maggiore. Bentosto il campo di battaglia si vide coperto delle sparse membra de' soldati e de' cavalli. Pietro Navarro, che aveva egli stesso formata la fanteria spagnuola, e che tutta riponeva in questa la sua confidenza, vedeva con perfetta indifferenza la distruzione de' suoi uomini d'armi italiani; pensava che i Francesi non soffrirebbero minor danno, e calcolava che quando gli uomini d'armi delle due armate sarebbero stati egualmente distrutti dall'artiglieria, la fanteria spagnuola, che egli aveva conservata intatta, non mancherebbe di far presto a pezzi la fanteria tedesca e francese[220].
Ma gli uomini d'armi erano sotto il comando de' più illustri personaggi dell'armata, e di coloro che meno degli altri rassegnarsi potevano a vedersi sagrificati alla salvezza di un corpo ch'essi disprezzavano. Fabrizio Colonna mandò messi sopra messi al vicerè per chiedergli licenza di uscire dai suoi trinceramenti e di caricare il nemico. Non lo potendo ottenere, nè più oltre contenere i suoi uomini d'armi, gridò: «Non s'aspetta a noi altri il morire vergognosamente a cagione dell'ostinazione e della gelosia d'un malcreato Marrano. Non vogliamo sagrificargli più in là l'onore della Spagna e dell'Italia. Sortiamo; e se dobbiamo morire, si cada per lo meno vendendo a caro prezzo la nostra vita ai Francesi.» Trasse così senz'averne ricevuto l'ordine la sua truppa al di là della fossa, e caricò i nemici. Questo movimento costrinse Pietro Navarro a seguirlo, il quale fece alzare la sua fanteria spagnuola, fin allora rimasta col ventre per terra, e la condusse con furioso impeto contra la fanteria tedesca[221].
Gli uomini d'armi di Fabrizio Colonna, anche prima della battaglia, non erano stimati eguali ai Francesi; ma dopo la spaventosa perdita che avevano sofferta sotto il fuoco dell'artiglieria, più non potevano venire con questi alle mani con qualche speranza di buon successo. Mentre si avanzavano contro l'artiglieria del duca di Ferrara, furono assaliti di fianco da Ivone d'Allegre, che al romore dell'artiglieria era giunto con tutta la retroguardia, e malgrado la più ostinata difesa furono rotti, rovesciati o posti in fuga. Fabrizio, circondato da un branco di cavalieri, si andava ancora difendendo, quando Alfonso d'Este gli si avvicinò e gli disse: «Romano, non ti fare uccidere per la tua ostinazione; riconosci che la battaglia è perduta, e renditi a me. — Chi sei tu, rispose Fabrizio, tu che mostri di conoscermi? Io sono Alfonso d'Este; da me non puoi nulla temere. — Io mi arrendo volentieri a così generoso nemico, ma a condizione che tu non mi darai nelle mani dei Francesi, nemici della mia famiglia.» Alfonso alzò la mano per prometterlo, ed in quell'istante ebbe cominciamento un'amicizia, che non molto dopo salvò il duca di Ferrara dalla prigionia[222].
Il vicerè e Carvajale, dopo il primo urto della cavalleria, presero la fuga troppo presto per l'onor loro, e mentre la vittoria potev'essere ancora contrastata. Antonio de Leyva, che serviva tuttavia in oscura condizione, gli scortò nella loro ritirata. Il marchese della Palude, che aveva condotta alla carica la seconda battaglia di già assai maltrattata dall'artiglieria, fu fatto prigioniere dopo avere perduto un occhio; non ebbero miglior sorte i cavaleggieri, ed il loro capo, il giovane Pescara, destinato in appresso a tanta gloria, cominciò la sua carriera militare colle ferite e colla prigionia[223].
La pugna dell'infanteria non fu così presto decisa. I fanti spagnuoli avevano attaccati i Tedeschi: la loro armatura non era eguale. I Landsknecht portavano una picca di sedici a diciotto piedi di lunghezza, ed una sciabola al fianco. Il loro petto era coperto da un corsaletto di ferro, e non avevano nè scudo, nè altra arma difensiva. Per lo contrario gli Spagnuoli non avevano per armi offensive che la spada ed il pugnale; ma essi portavano lo scudo, e la loro testa, le gambe, le braccia e tutto il corpo erano difesi da un'intera armatura[224]. Al primo urto i Tedeschi, avanzandosi colla picca abbassata, rovesciarono molti Spagnuoli; ma questi non per ciò si sgomentarono, e spingendosi innanzi, riuscirono all'ultimo a penetrare fra le picche. Allora i Tedeschi, in certo modo disarmati, trovaronsi esposti a tutti i colpi; le picche, invece di servir loro di difesa, loro impedivano di muoversi, e le loro stesse sciabole, quando le sguainavano, richiedevano spazio e tempo per ferire di taglio, mentre che gli Spagnuoli li ferivano di punta, e penetravano facilmente ove mancava l'armatura. Spaventosa fu la carnificina, ed i Tedeschi sarebbero tutti periti sotto i colpi de' fanti spagnuoli, che spesso s'introducevano, chinandosi a terra, tra le loro gambe e li ferivano col pugnale, se Ivone d'Allegre e subito dopo Gastone di Foix non sopraggiugnevano in loro soccorso con tutta la cavalleria francese, cui dalla spagnuola era stato abbandonato il campo di battaglia[225].
Ivone d'Allegre aveva nel precedente anno perduto Melilot, uno de' suoi figliuoli in una scaramuccia presso Ferrara; l'altro, il signore Viverots, fu ucciso sotto i suoi occhi nella battaglia di Ravenna, nell'istante in cui attaccava gli Spagnuoli. D'Allegre, non volendo sopravvivere a quest'ultima sventura, si gettò in mezzo ai nemici, bramoso soltanto di vendetta, e non di salvare la propria vita, e cadde traforato da mille colpi. La fanteria spagnuola si andava non pertanto ritirando in buon ordine, lentamente e sempre combattendo, lungo la sponda del fiume, tra le acque e l'argine. Gastone di Foix, irritato dalla spaventosa carnificina che questa aveva fatto della sua gente, non volle permetterle la ritirata senza cercare di avvilupparla. La caricò in persona colla sua cavalleria, e cadde ferito da cavallo. Lautrec, che stava al suo fianco, invano gridava al soldato spagnuolo, che lo aveva gittato a terra: «non l'uccidete, egli è il nostro vicerè, il fratello della vostra regina.» Lo spagnuolo gl'immerse la sua spada nel seno. Anche Lautrec fu lasciato per morto carico di venti ferite. La cavalleria francese, atterrita per la caduta de' suoi capi, si fermò, e la fanteria spagnuola continuò la sua ritirata senz'essere molestata[226].
In questo secolo, insanguinato da tante battaglie, niuna aveva ancora uguagliato in accanimento quella di Ravenna: in niuna non avevano preso parte all'azione tutti i corpi di così grosse armate, nè il campo di battaglia era rimasto coperto di tanti morti. Quasi tutti gli storici ne contano diciotto in venti mila, due terzi de' quali appartenevano all'armata alleata; il solo Guicciardini, più moderato ne' suoi calcoli, li porta in tutto a dieci mila[227]. Gli equipaggi, le insegne e l'artiglieria dei vinti caddero in potere dei vincitori. Il cardinale de' Medici, legato del pontefice, che pochi mesi dopo doveva essere papa, fu fatto prigioniero da alcuni Stradiotti di Federico da Bozzolo, e condotto al cardinale di Sanseverino, legato del concilio. Fabrizio Colonna, Pietro Navarro, i marchesi della Palude, di Bitonto e di Pescara, con moltissimi ufficiali d'importanza, contavansi tra i prigionieri; mentre i Francesi piangevano la perdita di Gastone di Foix, d'Ivone d'Allegre, dei capitani della fanteria guascona e tedesca, Molard e Giacomo Empser, e di molti altri distinti ufficiali o capi appartenenti alla più illustre loro nobiltà[228].
«Ognuno seppe la morte di così virtuoso e nobile principe, il gentil duca di Nemours, onde cominciò nel campo francese un così maraviglioso rammarico, ch'io punto non dubito, se fossero giunti due mila uomini freschi e dugento uomini d'armi, che non avessero tutto disfatto, tanto per la pena, che per la fatica sostenuta in quel giorno»[229]. Infatti la morte di Nemours era in quelle circostanze il più fatale avvenimento che accadere potesse all'armata francese. S'egli fosse vissuto, non vi ha dubbio, che seguendo l'ordinaria sua rapidità, e valendosi dell'entusiasmo che inspirare sapeva ai suoi soldati, non si fosse allontanato dal luogo in cui aveva combattuto, per indebolire la memoria di tante perdite; e che, spingendo a Roma la sua vittoriosa armata, non avesse colà dettata la pace al papa, indi distrutta la potenza spagnuola a Napoli, ove non era apparecchiata veruna resistenza, e forse conquistato quel regno per sè medesimo: perciocchè era comune opinione che Lodovico XII gli avesse ceduti quegli stessi diritti, che in un precedente trattato avea trasferiti alla di lui sorella, Germana di Foix, in allora regina di Spagna[230]. Ma i Francesi, piangendo il duca di Nemours, non erano disposti ad ubbidire a verun altro; il loro rammarico e le numerose perdite che avevano fatto ispiravano loro quasi tanto scoraggiamento, come se fossero stati vinti. Il cardinale di Sanseverino contrastava a la Palisse il comando dell'armata; e non potendo accordarsi, erano stati costretti di ricorrere al re di Francia per chiedere nuovi ordini. Intanto l'amministratore delle finanze, che portava il titolo di generale di Normandia, e che comandava a Milano, non consultando che una sordida economia, aveva, secondando le inclinazioni del re, licenziata tutta la fanteria italiana, e gran parte della francese[231].
I fuggiaschi dell'armata della lega avevano presa la strada di Cesena, di dove in appresso si sparsero nelle vicine province. Il vicerè si fermò solamente in Ancona, ove giunse accompagnato da pochi cavalieri. Gli altri cadevano quasi tutti nelle mani de' contadini sollevati, e sempre apparecchiati ad opprimere ed a spogliare i vinti. Per altro la repubblica fiorentina protesse coloro che si erano rifugiati nel suo territorio, mentre che il duca d'Urbino, dopo d'aver fatto per mezzo del conte Baldassare Castiglioni, celebre autore del Cortigiano, la sua pace parziale col re di Francia, inseguì egli stesso i fuggitivi[232].
Marc'Antonio Colonna, perduta ogni speranza di poter difendere Ravenna, dopo la rotta dell'armata che veniva per soccorrerlo, si ritirò nella cittadella. Gli abitanti chiesero subito di capitolare; ma mentre si trattavano le condizioni, Jacquin, capitano degli avventurieri, s'avvide che più non eravi chi custodisse la breccia, e condusse i suoi camerata all'assalto ed al saccheggio. Jacquin, accusato d'avere in tal modo macchiato l'onore francese, venne appiccato per ordine del signore della Palisse; ma il comando de' capi più non poteva contenere i soldati; e la città fu saccheggiata con una barbarie incredibile dai soldati, resi più feroci dalle perdite fatte nella battaglia[233]. Il quarto giorno Marc'Antonio Colonna rese la fortezza; bentosto le città d'Imola, di Forlì, di Cesena, di Rimini, e molte delle loro fortezze, mandarono la loro sommissione al campo francese; ed il cardinale legato di Sanseverino prese possesso di tutte a nome del concilio di Milano[234].
La notizia della disfatta di Ravenna era stata portata a Roma in quarantotto ore da Ottaviano Fregoso e vi aveva sparsa la costernazione. I cardinali, affollandosi intorno al papa, lo avevano supplicato d'approfittare delle pacifiche disposizioni manifestate da Lodovico XII, per salvare Roma e la Chiesa da una invasione che omai niuna umana forza più non poteva impedire. Gli rappresentavano che lo stesso suo nipote era d'accordo coi Francesi; che tra i baroni romani, Roberto Orsini, Pompeo Colonna, Antonio Savelli, Pietro Margano, Renzo de Ceri, avevano ricevuto danaro dal re per assoldar gente, e si apparecchiavano a raggiugnere l'armata; all'ultimo che doveva risguardare come un giudizio di Dio la sconfitta che rovesciava i suoi progetti per l'indipendenza d'Italia. Dall'altro canto gli ambasciatori del re d'Arragona e de' Veneziani gli andavano ricordando i mezzi che ancora gli restavano, ed i soccorsi che doveva ripromettersi dagli Svizzeri e dal re d'Inghilterra. Ravvivavano la sua collera contro il concilio di Pisa, ed in particolare contro i cardinali di Sanseverino e di Carvajale: gli facevano calde istanze perchè non tardasse a porsi colla sua corte in luogo sicuro, o nel regno di Napoli, o nello stato di Venezia, e gli rappresentavano che l'occupazione di Roma non sarebbe in ultimo che la disgrazia d'una città, mentre che la pace trarrebbe seco la perdita dell'autorità pontificia[235].
Giulio II, abbandonandosi alternativamente al terrore o alla collera, non prendeva verun partito, ed a tutti rispondeva quasi sempre con ingiuriose parole. Coloro avidamente ascoltava che gli facevano travedere qualche mezzo di resistenza; ma l'idea di abbandonare Roma, e farsi dipendente da un'altra potenza, gli riusciva oltremodo odiosa. Aveva fatto venire a Cività Vecchia il genovese Biascia, capitano delle sue galere, affinchè la flotta fosse pronta a riceverlo qualunque volta fosse costretto a fuggire; ma poco dopo lo rimandò senza manifestare quale partito avesse preso. Acconsentì finalmente a dare orecchio alle proposizioni di pace che erano incaricati di fargli, a nome di Lodovico XII, i cardinali di Nantes e di Strigonia. Queste condizioni erano state mandate prima che la corte di Francia avesse notizia della battaglia di Ravenna; e sapendo quanto il re desiderasse la pace, i cardinali non credettero di doverle cambiare, sebbene fossero vantaggiosissime pel papa. Lodovico XII offriva lo scioglimento del concilio di Pisa, la restituzione di Bologna, la cessione di Lugo e di tutti i possedimenti di casa d'Este in Romagna, finalmente la rinuncia al diritto di far sale in Comacchio, e non chiedeva in contraccambio che la revoca dell'interdetto e di tutte le sentenze ecclesiastiche, e la restituzione dei loro beni ai Bentivoglio. Il papa, dopo le reiterate preghiere de' suoi cardinali, acconsentì di trattare su queste basi, e ne diede la commissione al cardinale di Finale ed al vescovo di Tivoli, che risedevano in Francia; ma non gli autorizzò a conchiudere; anzi dichiarò agli ambasciatori d'Arragona e di Venezia, che questa apparente condiscendenza non era che uno stratagemma per disarmare la Francia e guadagnar tempo[236].
Infatti Lodovico XII, lungi dall'invanirsi per la vittoria di Ravenna, di fidarsi alle proteste di Massimiliano che prometteva di non ratificare l'armistizio con Venezia, segnato senza suo ordine, o di riposarsi sull'alleanza che i Fiorentini avevano rinnovata nel primo terrore della vittoria de' Francesi, non manifestava che maggior ardore per riconciliarsi col papa. Accettò la mediazione offerta dai Fiorentini, e mandò loro il presidente del parlamento di Grenoble colla sua accettazione delle proposizioni che gli erano state fatte[237].
Ma intanto il papa, avendo saputo da Giulio de' Medici, mandatogli dal cardinale legato, in quale disordine si trovava l'armata francese, si andava alquanto rassicurando. Aveva Ferdinando promesso di rimandare in Italia il gran capitano Gonsalvo di Cordova, il di cui solo nome rianimava le speranze di tutto il suo partito, e di già vi aveva mandato Solis con due mila soldati spagnuoli, ed Ugone di Moncade, vicerè di Sicilia[238]. Il duca d'Urbino aveva domandato ed ottenuto di rientrare in grazia del papa, suo zio; gli aveva promessi dugento uomini d'armi e quattro mila fanti, ed era stato nuovamente dichiarato generale dell'armata pontificia[239]. I baroni romani, che avevano trattato colla Francia, eransi di nuovo accomodati col papa, ed avevano convenuto di tenere il danaro ricevuto, dispensandosi dalle contratte obbligazioni[240]. Finalmente La Palisse, sulla vociferazione di una prossima invasione degli Svizzeri, erasi ravvicinato a Milano, e non aveva lasciato al cardinale di Sanseverino per proteggere la Romagna che trecento lance, trecento cavaleggieri e sei mila fanti[241]. Allora il papa, deponendo ogni pacifica disposizione, scrisse a Venezia al cardinale di Sion, che invece di levare per lui sei mila Svizzeri, ne levasse dodici mila, o pure che accettasse al suo servigio tutti coloro che si fossero presentati[242].
Era giunta l'epoca annunciata per l'apertura del concilio di Laterano, e, malgrado la guerra, molti prelati d'Italia, di Spagna, d'Inghilterra e d'Ungheria, eransi adunati in Roma. Tre settimane dopo la battaglia di Ravenna, il giorno 3 di maggio, Giulio II potè fare la solenne apertura del concilio; e trovaronsi alla prima sessione ottantatre vescovi[243]. Sentendosi appoggiato dalla Chiesa adunata, volle Giulio ispirare coraggio ai cardinali, che fin allora lo avevano consigliato alla pace. Fece leggere in pieno concistoro le proposizioni di Lodovico XII; ma il cardinale di Ebora, suddito del re d'Arragona, e quello di Jorck, suddito del re d'Inghilterra, chiesero ambidue la parola, per rappresentargli che sarebbe cosa vergognosa il trattare col comune nemico senza tutti gli alleati. Il papa mostrò d'acquietarsi al consiglio che si era fatto suggerire; e per dare a conoscere che aveva rinunciato ad ogni pensiere di pace, pubblicò un monitorio contro il re di Francia, per ordinargli, sotto tutte le pene che può pronunciare la Chiesa, di mettere in libertà il cardinale de' Medici, da lui tenuto prigioniere[244].
Agli Svizzeri appoggiava Giulio II le principali sue speranze, ed aveva trovato nel cardinale di Sion un agente presso di loro, nè meno impetuoso, nè meno costante di lui ne' suoi odj. La contesa degli Svizzeri colla Francia, cominciata per avarizia, era per loro diventata un affare d'orgoglio. Non erano più le ricusate pensioni, ma il tuono insultante del re, era il disprezzo di lui per gente di contado ed ignobile, che loro mettevano le armi in mano. I partigiani della Francia avevano, finchè era stato loro possibile, resistito nella dieta di Zurigo al torrente dell'odio popolare, ed avevano prevenuta una dichiarazione di guerra; ma non avevano potuto impedire che non si desse licenza al papa di levare ne' cantoni dieci mila uomini; ed in appresso il cardinale di Sion aveva facilmente potuto aumentare questa leva a suo piacere[245].
Malgrado i riclami della Francia, la prima unione di quest'armata si fece a Coira. I Grigioni dichiararono, che tra la loro alleanza coi cantoni e quella colla Francia, doveva preferirsi la prima siccome la più antica. L'esperienza degli ultimi due anni aveva provato, che gli Svizzeri, per tenere la campagna, non potevano dispensarsi dall'avere un corpo d'uomini d'armi e di cavaleggieri. Perciò vedevano la necessità di unirsi ad un'armata veneziana o pontificia, prima di entrare nel territorio nemico. La più breve strada per giugnere nello stato veneto era quella che attraversa il vescovado di Trento, ed ottennero da Massimiliano la licenza di toccare il suo territorio.
Si può dubitare se la condotta di Massimiliano debba attribuirsi all'instabilità del suo carattere o alla sua perfidia; ad ogni modo i risultamenti furono quelli della più insigne mala fede. La città di Verona era sempre stata custodita da una guarnigione francese, qualunque fosse stato il bisogno in cui si fosse trovato Lodovico XII di valersi altrove delle sue truppe. Massimiliano aveva in proprio nome convocato il concilio di Pisa, ed in appresso non erasi curato di farlo riconoscere sia nell'impero che nei suoi stati ereditarj, lasciando a Lodovico XII tutta l'odiosità d'avere eccitato uno scisma. In Roma il suo ambasciatore aveva sottoscritta, il 6 d'aprile, una tregua di dieci mesi coi Veneziani, non solo senza comprendervi il suo alleato, che in allora trovavasi attaccato da potenti nemici, ma cercando inoltre di levargli parte delle sue truppe. Massimiliano aveva giurato di non ratificare questa tregua, e mercè una nuova gratificazione di dieci mila fiorini la ratificava, ma celatamente. Nascondendo a Lodovico XII tale transazione, ne accresceva il pericolo per la Francia. Finalmente accordando agli Svizzeri un passaggio a traverso ai proprj stati per attaccare i Francesi, passava, senz'esserne provocato, da un'intima alleanza ad un aperto atto d'ostilità.
L'accortezza di Ferdinando il Cattolico, il più falso ed il più versipelle monarca d'Europa, aveva diretta la condotta, e mutate tutte le disposizioni di Massimiliano. Questi, anche nel tempo della sua più intima unione colla Francia, non aveva giammai deposto l'antico suo odio contro quella corona: altronde egli formava sempre giganteschi progetti, che poi abbandonava prima di dar loro esecuzione. Ferdinando, per consolarlo di non aver terminata la conquista dello stato di Venezia, e di non avere in seguito condotta in trionfo un'armata tedesca a Roma ad oggetto di prendervi la corona imperiale, gli propose di scacciare i Francesi da tutta la Lombardia, di far valere sui paesi ch'essi occupavano i diritti dell'impero, da gran tempo dimenticati, finalmente di restituire il ducato di Milano al cugino germano di sua moglie, a Massimiliano Sforza, figliuolo di Lodovico il Moro, che da molto tempo erasi rifugiato alla di lui corte. In tal modo, risvegliando la di lui ambizione e vanità, lo ridusse ad associarsi alla santa lega, cui poteva riuscire utile[246].
Sei mila Svizzeri al soldo del papa, ed altrettanti al soldo de' Veneziani, dovevano adunarsi a Coira; ma sebbene il primo per avarizia, gli altri per la povertà cui erano stati ridotti da lunga guerra, non mandassero che lentamente il danaro necessario alle reclute, sebbene queste due potenze non pagassero per l'arrolamento che un fiorino del Reno per uomo, mentre i Francesi avevano sempre data un'assai maggior somma; nondimeno tale era l'odio del popolo per questi ultimi, ed il furore con cui gli Svizzeri prendevano parte in una guerra che risguardavano come nazionale, che l'armata adunata in Coira si trovò numerosa di venti mila uomini, e nella sua marcia pel vescovado di Trento e pel Veronese soffrì senza lagnarsene il ritardo della paga, la mancanza delle vittovaglie ed ogni genere d'incomodità[247].
La condizione del signore de La Palisse, che comandava l'armata francese, era diventata estremamente difficile. Poco d'accordo col cardinale di Sanseverino, legato del concilio, che gli contrastava l'autorità, non lo era meglio col generale di Normandia incaricato della civile amministrazione del ducato di Milano, il quale, risguardando la guerra con occhio da finanziere, piuttosto che da uomo di stato, dopo la vittoria si era affrettato di licenziare l'infanteria italiana, e che poscia, quando diede a Federico da Bozzolo l'ordine di levare di bel nuovo sei mila uomini, si trovò senza danaro per pagare il loro arrolamento, e senza credito a motivo del rapido cambiamento della fortuna. Altronde La Palisse non era che generale interinale, e non abbastanza elevato di rango per far tacere tutte le gelosie de' suoi subordinati, o per soddisfare pienamente al loro orgoglio; perciò non poteva ottenere da loro l'ubbidienza mostrata a Gastone di Foix. Gli uomini d'armi francesi davano agli altri corpi l'esempio dell'indisciplina: stanchi di così lunga guerra, e con poca speranza di prosperi successi, desideravano la perdita del ducato di Milano, per potersi ritirare in Francia. Altronde le censure della Chiesa, e la vergogna di combattere per sostenere uno scisma, facevano impressione sullo spirito de' soldati. Erasene avuta manifesta prova quando il cardinale de' Medici era stato condotto prigioniere a Milano; egli era stato, sotto gli occhi del concilio nemico, ricevuto con infinito rispetto; e siccome Giulio II gli aveva accordata l'autorità di sciogliere dalle censure ecclesiastiche que' soldati che si fossero obbligati a non servir più contro la Chiesa, e d'accordare ai moribondi la sepoltura in luogo sacro, un'avida folla gli stava sempre intorno per ottenere tali grazie, ed i generali francesi, malgrado le rimostranze del concilio, non si opponevano alla distribuzione delle medesime[248].
Per formare l'armata da opporre al re d'Inghilterra Lodovico XII aveva richiamati in Francia i dugento gentiluomini, e gli arcieri della sua guardia, come pure dugento lance: d'altra parte aveva riclamati dai Fiorentini i trecento uomini d'armi ch'erano obbligati a somministrargli. Non restavano a La Palisse, che mille trecento lance francesi, e dieci mila fanti; ma anche queste truppe trovavansi disperse sopra una vasta estensione di paese, in Romagna, al Finale di Modena, a Parma ed ai confini del Veronese. Ordinò a tutti d'adunarsi a Pontoglio, per essere a portata d'osservare e di fermare gli Svizzeri; e per questo motivo fu costretto a lasciare scoperta Bologna, per difendere la quale i Francesi avevano fin allora fatti così grandi sagrificj[249].
Gli Svizzeri, scesi pel vescovado di Trento nel Veronese, avevano trovato a Villafranca presso Verona Gian Paolo Baglioni, generale de' Veneziani, con quattrocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, sei mila fanti ed una buona artiglieria. Nel mentre che dopo tale unione erano incerti se dovessero o no incamminarsi verso Ferrara, fu loro portata una lettera del signore de La Palisse al generale di Normandia, che loro fece conoscere l'impossibilità in cui trovavansi i Francesi di difendere Milano, onde risolsero di volgere da quella banda le loro armi. La Palisse si era da prima avanzato da Pontoglio a Castiglione delle Stiviere, poi a Valeggio sul Mincio; ma disperando di conservarsi in questa posizione, ripiegò sopra Gambara, poi sull'Oglio a Pontevico. Intanto l'armata spagnuola e pontificia, cui erasi lasciato tutto il tempo di potersi rifare, aveva ricuperato Rimini, Cesena, Ravenna, con tutte le fortezze e tutte le piazze della Romagna; e già minacciava Bologna, per difesa della quale, La Palisse, cedendo alle istanze dei Bentivoglio, aveva fatto avanzare le trecento lance lasciate a Parma. Sotto gl'immediati suoi ordini La Palisse non aveva a Pontevico che mille lance francesi, e tutt'al più sei in sette mila fanti; il rimanente trovavasi distribuito nelle piazze di Brescia, di Peschiera e di Legnago[250].
La Palisse seppe bentosto che l'armata del Baglioni e degli Svizzeri aveva passato il Mincio sulle terre del marchese di Mantova, il quale non poteva ricusare il passaggio a chicchefosse. Il suo consiglio di guerra giudicò cosa impossibile il far testa ai nemici in altra maniera, che distribuendo l'armata nelle piazze forti, per istancheggiare l'impeto degli Svizzeri, ed esaurire le finanze del papa e de' Veneziani. Per tale oggetto mandò due mila fanti a Brescia con centocinquanta lance francesi, e cento uomini d'armi fiorentini; a Cremona cinquanta lance e mille fanti; a Bergamo cento uomini d'armi e mille fanti, e più non gli rimasero a Pontevico che settecento lance, due mila fanti francesi e quattro mila tedeschi. Non aveva appena fatta questa distribuzione, che un araldo d'armi di Massimiliano venne ad intimare a tutti i Tedeschi, che si trovavano nell'armata francese, d'abbandonarla e d'astenersi dal combattere contro il papa. I Tedeschi, quasi tutti Tirolesi ed immediati sudditi dell'imperatore, ubbidirono immediatamente, contenti di separare la sorte loro da quella d'un'armata che si andava ritirando, e che cominciava a provare le avversità. La loro partenza lasciò La Palisse nell'impossibilità di difendere il ducato di Milano; onde la sua armata abbandonò Pontevico con movimento tumultuoso, per ritirarsi a Pizzighettone sull'Adda[251].
Gli Svizzeri andavano sempre avanzando; passarono l'Oglio, e giunsero il 5 di giugno avanti Cremona, che il movimento retrogrado di La Palisse aveva lasciata scoperta. La guarnigione ritirossi subito nella cittadella, e la città offrì di capitolare; ma i Veneziani pretendevano che fosse loro consegnata, e gli Svizzeri volevano prenderne possesso a nome di Massimiliano Sforza, duca di Milano: i Veneziani cedettero agli Svizzeri, che temevano di disgustare, e fu in Cremona rialzata la bandiera del duca di Milano; nello stesso tempo Bergamo si sollevò senza straniero soccorso, ed aprì le sue porte ai Veneziani[252].
Avendo La Palisse richiamate le trecento lance francesi che occupavano Bologna, passò l'Adda a Pizzighettone, e recossi in due giorni a Pavia. Milano trovavasi allora affatto scoperto. Gian Giacopo Trivulzio, il generale di Normandia, Antonio Maria Palavicino, Galeazzo Visconti e tutti i Francesi partirono per salvarsi in Piemonte. Condussero con loro il cardinale de' Medici; ma nel tempo che questi stava per passare il Po, tra Pieve del Cairo e Bassignano, alcuni de' suoi amici sommossero i contadini del vicinato, e levatolo di mano alle guardie che lo custodivano, lo posero in libertà. I fuggitivi avanzi del concilio di Pisa avevano abbandonato Milano pochi giorni prima. Quest'assemblea dividendosi pronunciò con ridicola millanteria una sentenza di scomunica contro Giulio II, dichiarandolo sospeso dall'amministrazione spirituale e temporale della Chiesa[253].
Credeva La Palisse di potersi mantenere a Pavia, mentre che il Trivulzio ed il generale di Normandia gli rappresentavano che, in un paese apparecchiato a sollevarsi in ogni luogo, non potrebbe senza fanteria lottare contro un'armata così formidabile quale era quella che lo attaccava. Stavano ancora disputando, quando l'armata della lega, avendo occupato Lodi senza trovare resistenza, si presentò sotto Pavia, e cominciò a tirare contro il castello. I Francesi, che temevano di vedersi preclusa ogni ritirata, evacuarono Pavia, collocando nella retroguardia i pochi fanti tedeschi ch'erano loro rimasti; ma gli Svizzeri entrarono in città prima che gli altri ne fossero usciti, e scaramucciarono per tutta la lunghezza delle strade. L'armata, che si ritirava, dopo essere uscita di Pavia per il ponte di pietra sul Ticino, doveva ancora passare sopra un ponte di legno il ramo dello stesso fiume, chiamato Gravellone. Nella precipitosa marcia, l'artiglieria, i cavalli, gli equipaggi si affollarono sul ponte che si ruppe sotto il soverchio peso, e tutta quella parte della retroguardia ch'era rimasta sull'altra riva fu uccisa o fatta prigioniera[254].
Il Gravellone ed il Po impedirono che l'armata francese fosse più inseguita dai nemici, onde continuò a ritirarsi senz'essere molestata; ma tutti i paesi che si lasciava addietro mutavano subito governo. I Bentivoglio erano fuggiti da Bologna, che fu subito occupata dal duca d'Urbino colle truppe della Chiesa. Il papa, non potendo ai Bolognesi perdonare gli oltraggi che avevano fatti alla sua statua, li privò della nomina de' loro magistrati e di tutti i loro privilegj, condannò i principali cittadini a grosse ammende, e stette alcun tempo incerto se dovesse spianare la città e trasportarne gli abitanti a Cento[255].
Giulio II non aveva abbandonato il suo progetto di liberare Genova, sua patria; ed incaricò dell'esecuzione di tale progetto Giano Fregoso, che in allora stava al soldo de' Veneziani. Ma ricordandosi i Genovesi troppo vivamente de' mali sofferti a cagione della loro ultima ribellione contro la Francia, erano intenzionati di non fare verun movimento, ed inoltre dichiararono al loro governatore, Francesco della Rochechouart, che lo seconderebbero con tutte le loro forze. Questi per altro sapeva troppo bene quanto per le sue vessazioni si fosse renduto odioso, onde volersi fidare sulle loro promesse. Quando intese che Giano Fregoso s'avvicinava, rifugiossi nella fortezza della Lanterna colla sua guardia, e non volle uscirne, malgrado le più calde istanze de' Genovesi. La città si tenne tre giorni senza governo fino alla venuta di Giano Fregoso, che il 29 di giugno del 1512 fu finalmente nominato doge per acclamazione. L'indipendenza della repubblica venne riconosciuta dagli alleati, mediante il pagamento di dodici mila ducati fatto nelle mani del cardinale di Sion per conto degli Svizzeri; ed il nuovo doge Fregoso s'affrettò d'assediare le due fortezze occupate dai Francesi. Quella del Castelletto capitolò dopo otto giorni, ma quella della Lanterna tenne ancora molto tempo[256].
Il cardinale di Sion, il quale dal pontefice era stato nominato legato presso l'armata alleata, prendeva possesso di tutte le città della Lombardia a profitto della santa lega, ed il figlio di Lodovico il Moro, Massimiliano Sforza, che era proclamato duca di Milano, e sotto il di cui nome ottenevansi tali vittorie, vedevasi taglieggiato o tradito da tutti i suoi pretesi alleati; sorte altrettanto giusta quanto inevitabile d'ogni sovrano, che, per risalire sul trono, adopera armi straniere, e vuole regnare a prezzo di tutte le sciagure del suo paese. Gli Svizzeri opprimevano i suoi sudditi con ruinose contribuzioni; avevano imposta a Milano una taglia di sessanta mila ducati, di quaranta mila a Pavia, di trenta mila a Lodi, di venti mila a Parma e d'altrettanti a Piacenza[257]. Era appena terminata la dieta di Zurigo, che nuovi corpi di truppe svizzere avevano valicate le montagne, non per soccorrere i loro compatriotti, che non ne abbisognavano, ma per dividere con loro le spoglie della Lombardia. Non contenti delle contribuzioni, occuparono la città di Locarno ed il suo territorio; i Grigioni, Chiavenna e la Valtellina; ed il papa, con un'assai più patente violazione de' diritti del suo alleato, riunì alla Chiesa Parma e Piacenza coi loro territorj, sotto pretesto che queste città, che avevano volontariamente aperte le loro porte alla sua armata, avevano appartenuto in altri tempi all'esarcato di Ravenna, accordato da Carlo Magno alla Chiesa; di modo che il diritto della santa sede alla loro sovranità era di lunga mano anteriore alle pretese degl'imperatori tedeschi ed alla fondazione del ducato di Milano[258].