CAPITOLO CX.

Sommissione del duca di Ferrara al papa, e sua fuga da Roma. Ingresso degli Spagnuoli in Toscana; sacco di Prato; deposizione del Soderini; richiamo dei Medici al governo di Firenze. Discordie tra i confederati della santa lega; nuove negoziazioni; morte di Giulio II.

1512 = 1513.

Quando osserviamo atti di ferocia, ingiuste e vergognose violenze, macchiare le rivoluzioni colle quali i popoli servi tentarono di ricuperare la propria indipendenza, ci sentiamo spesse volte inclinati a supporre in queste nazioni un odio profondo, inveterato, implacabile contro i loro oppressori, a credere che l'abbiano saputo dissimulare finchè non si era presentata loro l'opportunità di scuotere il giogo, e che al presentarsi di favorevole occasione gli dessero libero sfogo. Sebbene l'odio, o lo spirito di vendetta annoverare non si possano tra i nobili sentimenti dell'uomo, una tal quale involontaria ammirazione si attacca a tutti i vigorosi affetti; la sola loro intensità eccita una specie di simpatia, e sonosi veduti talvolta uomini umani e filosofi scusare, e predicare perfino, quelle vendette popolari che loro sembravano acconce a ravvivare l'energia degli oppressi.

Per altro facevano quasi sempre soverchio onore ad una malvagia azione, attribuendola ad un nobile motivo. La ferocia de' popoli è d'ordinario il sintomo della viltà e della debolezza. L'odio che si manifesta con una così violente esplosione, nasce per l'ordinario solamente nell'istante in cui non si corre verun pericolo nel soddisfarlo. La è una delle cattive inclinazioni della natura, un'inclinazione che si manifesta in ogni occasione negli animali, ne' fanciulli e nel popolo ignorante, quella d'attaccare colui che sembra incapace di difendersi. I timidi uccelli opprimono col becco il compagno ammalato; i cani inseguono con furore l'uomo o l'animale che fugge; i fanciulli insultano l'idiota, lo scemo, che loro dovrebbe ispirare compassione; e la bassa plebe oltraggia con ogni specie d'insulti lo sciagurato esposto alla berlina, quantunque talvolta non ne conosca il delitto. Tostocchè le viene indicata come oggetto della sua collera una setta, un partito, una nazione, la plebe, senza esaminare i loro torti, senza neppure intenderne il nome, s'irrita, si agita e si porta agli estremi oltraggi, ai più sfrenati atti di ferocia, sebbene niun ragionevole motivo abbia potuto eccitare il suo risentimento. A stento un'armata che fugge può sottrarsi alla persecuzione di que' medesimi contadini, che prima della battaglia facevano voti perchè fosse vittoriosa.

I Francesi erano obbligati ad evacuare l'Italia; ognuno credette d'avere contro questi spossessati padroni i più legittimi motivi di malcontento, perchè ognuno volle far uso di tutto il potere che momentaneamente aveva, e perchè, esaltato dall'emozione che sempre comunica la moltitudine, suppose essere un suo proprio sentimento l'effetto delle grida e delle ingiurie che risuonavano alle sue orecchie. Pochi giorni prima l'armata spagnuolo-pontificia era stata sconfitta nella battaglia di Ravenna, ed i fuggitivi, attraversando di nuovo lo stesso stato del papa, erano stati spogliati, maltrattati, uccisi; gl'Italiani dai loro compatriotti, gli Spagnuoli da uomini, che ancora non avevano avuto tempo d'essere da loro vessati. Qualunque volta i Tedeschi erano perdenti nella Marca Trivigiana o nel Friuli, lo scatenamento de' contadini di quelle contrade, che tanto avevano sofferto, era lo stesso contro di loro. Venne la volta loro anche pei Francesi, quando meno se l'aspettavano, e furono esposti come i loro rivali a tutti i furori del popolaccio.

Le quattro straniere nazioni, che in allora guerreggiavano in Italia, avevano tutte dato prova d'insaziabile cupidigia e di terribile ferocia. Gli Spagnuoli, i Tedeschi, gli Svizzeri, i Francesi, non potevano per questo rispetto vicendevolmente nulla rimproverarsi. Soltanto i Francesi non aggiugnevano all'avidità, comune a tutti, l'avarizia degli altri. Tutto quanto si erano fatto dare, od avevano preso, abusando della vittoria, tutto dispensavano in appresso con mano liberale; e dopo pochi giorni si trovavano così privi di danaro, come prima del saccheggio. Nel seguire la vittoria, nel sacco d'una città, nel primo stabilimento de' loro quartieri, pareva che la loro rabbia mai non potesse saziarsi di sangue, e l'arroganza loro non risparmiava chicchessia; ma pochi giorni, e talvolta poche ore bastavano, per istringere domestichezza cogli abitanti presso cui si erano alloggiati: la sociabilità, che così eminentemente li distingue, e che per essi è un bisogno e quasi un istinto, loro faceva bentosto cercare ciò che poteva ravvicinarli ai loro ospiti; desideravano di dissipare sulla fronte loro il mal umore che li rattristava; cercavano di rendere qualche piccoli servigj a coloro che avevano maltrattati; lavoravano con loro intorno alla capanna che doveva tener luogo della casa ch'essi avevano bruciata, e bevevano insieme con tutta la famiglia il vino che aveano rubato nelle di lei cantine. Comunque non conoscessero la lingua de' loro ospiti, pure discorrevano con loro e sapevano indovinare ciò che non poteano capire. Se spesse volte davano motivo di gelosia agli amanti, ai mariti, ai genitori, non era altrimenti colla brutalità d'inesorabili vincitori, ma colle officiose attenzioni d'una militare galanteria.

Gli Spagnuoli, sobrj, taciturni, alteri, vendicativi, non abusavano meno de' Francesi dell'istante della vittoria; non perchè fossero come questi esaltati dalla frenesia delle battaglie, ma perchè rispettavano ancora assai meno la vita degli uomini, e non erano in verun modo sensibili all'altrui dolore. Il soldato spagnuolo quale si era mostrato il primo giorno, tale mostravasi ancora in appresso in tutte le relazioni che potevansi formare con lui. Egli aveva spogliato per avarizia, e quest'avarizia non veniva mai meno, andando sempre egualmente in traccia e di nuovi guadagni e di nuovi risparmj, sebbene talvolta lo stesso uomo spendesse per orgoglio e per sembrare magnanimo in una clamorosa circostanza ciò che aveva con gran pena ammassato in più anni. Quest'orgoglio mai non gli permetteva d'ammettere un forastiere a veruna famigliarità con lui; sempre si manteneva alla stessa distanza dalla famiglia de' suoi ospiti, e sebbene il suo idioma si avvicinasse in modo all'italiano da potere senza troppo studio intendere e apparare quello degli abitanti, mai non lo adoperava che per alcune frasi di cerimonia, cui avvezzava i suoi ospiti; egli loro insegnava i riguardi dovuti ad un senhor soldado, ma non si abbassava a conversare con loro.

Gli Svizzeri ed i Tedeschi, senz'essere considerati come uno stesso popolo, avevano tali rapporti gli uni cogli altri, che gl'Italiani non potevano assegnare un distinto carattere a questi formidabili ospiti. Gli Svizzeri, superbi de' loro prosperi successi negli ultimi vent'anni, avevano un più insolente contegno. Non accostumati a riconoscere verun superiore, più difficilmente degli altri si assoggettavano alla disciplina; e non avendo da lungo tempo militato che come soldati mercenarj, altro fine non vedevano nella guerra che quello di guadagnare danaro; ed a questo fine frequentemente sagrificavano la loro fede ed il loro onore. Altronde le due nazioni erano, a gara l'una dell'altra, feroci rispetto ai vinti, avide ed insaziabili nel saccheggio, ed avare per conservare ciò che avevano acquistato. Ambedue si abbandonavano allo stesso genere d'intemperanza; ed il diritto d'ubbriacarsi loro sembrava il più alto premio della vittoria. Affatto indifferenti pei popoli coi quali vivevano, senza curarsi di conoscerne i costumi o le opinioni, gli Svizzeri ed i Tedeschi, dopo le loro orgie, si abbandonavano ad un indolente riposo: essi non tentavano nè meno di farsi intendere dai loro ospiti, lasciandoli dubitare che potessero, come gli altri uomini, pensare, amare, sentire.

Ravenna fu la prima città in cui i Francesi furono vittima di quell'odio popolare che improvvisamente scoppiava contro di loro. Vero è ch'essi l'avevano crudelmente provocata col saccheggiarla nell'istante in cui i di lei magistrati sottoscrivevano la capitolazione. Giulio Vitelli, vescovo di Città di Castello, che aveva comandato nella fortezza di Ravenna, vi s'avvicinò con un corpo di truppe, quando seppe che l'aveva abbandonata La Palisse. I Francesi offrirono ancor essi di capitolare, ed il vescovo accordò loro un'onorevole capitolazione; ma riserbavasi d'usare odiose rappresaglie per la violazione della precedente capitolazione. Non curandosi della sua parola, abbandonò al popolaccio i quattro principali ufficiali della guarnigione, e permise in onta del suo carattere di vescovo e di luogotenente del papa, che fossero sepolti vivi sotto i suoi occhi in una fossa colla sola testa fuori della terra, e che si lasciassero colà perire in un lungo e crudele supplicio[259].

Nel tempo in cui i Francesi evacuavano la Lombardia, l'accanimento del popolo contro di loro si manifestò con eguale crudeltà. La feccia della plebaglia milanese trucidò tutti i soldati francesi ch'erano rimasti nelle loro caserme o ne' loro spedali dopo la partenza de' capi; attaccò in seguito le botteghe ed i magazzini de' mercanti francesi per saccheggiarle, e si dice che rimasero vittima del popolo furibondo mille cinquecento individui. Gli stessi orrori rinnovaronsi in Como subito dopo evacuata la città. I Francesi nella loro ritirata non potevano scostarsi dal grosso dell'armata; perciocchè tutti coloro che si disperdevano, e che più non erano in istato di difendersi, erano uccisi dai forsennati contadini; onde questa ritirata costò al loro esercito più soldati che una battaglia[260].

Credevano gl'Italiani che tanti oltraggi dovessero restar sempre impuniti: i Francesi altro omai non possedevano in Italia, che Brescia, Crema e Legnago, colle fortezze di Milano, di Novara, di Cremona e della Lanterna di Genova[261]. Altronde venivano occupati al di là dalle Alpi da una potente invasione. Mentre che l'ammiraglio Howard guastava le coste della Bretagna, il marchese di Dorset aveva, il 18 giugno, fatto uno sbarco nella Guipuscoa, ed avendo raggiunto Ferdinando con sei mila fanti inglesi, minacciava nello stesso tempo la Guienna e la Navarra. Non era presumibile che con tali nemici in su le braccia, Lodovico XII potesse, durante tutta la campagna, pensare alla Lombardia[262].

La sorte degli alleati della Francia non era diversa da quella de' soldati che si erano sbandati dall'armata. Il più esposto d'ogni altro era Alfonso d'Este, duca di Ferrara. Egli era stato perseguitato da Giulio II col più fiero accanimento; il suo stato trovavasi inondato da barbari soldati, esauste erano le forze, e perduta la speranza d'ogni esterno soccorso. In tale estremità egli si abbandonò all'amicizia ed alla riconoscenza di Fabrizio Colonna. Dopo aver fatto prigioniero questo generale nella battaglia di Ravenna, aveva costantemente ricusato di cederlo ai Francesi; per sottrarlo alle inchieste ed alle minacce di La Palisse l'aveva mandato a Ferrara, ed all'ultimo liberato senza taglia. Fabrizio chiamò in favore d'Alfonso tutta la sua potente famiglia, e persuase l'ambasciatore del re Cattolico ad intercedere per lui presso il papa, rappresentandogli che Alfonso era figliuolo d'una principessa d'Arragona[263]. Il marchese di Mantova interpose ancor esso i suoi buoni ufficj a di lui favore. Tanti intercessori chiedevano soltanto un salvacondotto pel duca di Ferrara, in forza del quale potesse andare a Roma a gettarsi ai piedi del papa per ottenere perdono. Fu accordato il salvacondotto, e l'ambasciatore d'Arragona con Fabrizio e Marc'Antonio Colonna guarentirono la libertà del duca.

Alfonso d'Este passò a Roma, apparecchiato a sottomettersi alle umiliazioni, nelle quali pareva omai soltanto riposta la conservazione della sua sovranità. Vi arrivò il 4 di luglio, ed il pontefice, contento di questo passo del duca, parve raddolcirsi verso di lui. Sospese le censure contro di lui pronunciate, ed acconsentì che gli fosse data l'assoluzione, non alle porte della Chiesa colla corda al collo, e dopo essere stato battuto con bacchette dal penitenziere, ma nel concistoro de' cardinali. Paride de Grassis, maestro delle cerimonie del papa, ne concertò con lui preventivamente le formalità, e convenne intorno a ciò che direbbe il duca, e che Paride scrisse in appresso nel suo giornale. «Beatissimo e clementissimo padre, gli disse Alfonso, gettandosi a' suoi piedi, io conosco veramente e confesso che ho peccato in molti intollerabili modi sia contro la divina Maestà, sia contro Vostra Santità, vicario di N. S. Gesù Cristo, e contro la santa sede apostolica; e ciò tanto più gravemente, che io stesso ed i miei antenati e fratelli ne avevamo ricevuti i più grandi beneficj; perciò mi trovo pieno di pentimento e di dolore per essermi renduto colpevole d'ingratitudine verso Vostra Santità, e per averle fatto ingiuria.» Dopo aver pronunciate queste parole doveva piangere e sparger lagrime, poi ripigliare così: «Per tal cagione io mi prostro supplicante ai piedi di Vostra Beatitudine, ed abbraccio le sue ginocchia, implorando la mia grazia per la divina misericordia, e la pietà della Santità Vostra. Prometto che in avvenire non commetterò verun mancamento contro Vostra Santità, e mi dichiaro apparecchiato ad espiare quelli che ho commessi, sopportando nella mia persona, nel mio principato, nella mia fortuna, tutte le pene che Vostra Santità vorrà infliggermi nella sua misericordia.» Il papa, rispondendo, riepilogò in un lungo discorso tutti i delitti d'Alfonso d'Este; gli rinfacciò di non umiliarsi anche in allora che per forza, ma terminò coll'assolverlo[264].

In appresso furono nominati da Giulio II sei cardinali per conchiudere con Alfonso il trattato di pace; ma pochi giorni dopo costoro dichiararono che il papa aveva determinato di far rientrare Ferrara sotto l'immediato dominio della Chiesa. Soltanto, siccome Giulio pretendeva che tutto il paese posto a mezzogiorno del Po appartenesse alla santa sede, desso contava di farsi restituire la città d'Asti, occupata dai coalizzati, e di darla ad Alfonso in compenso dell'antico ducato. Questa proposizione fu pel duca di Ferrara un colpo di fulmine: vi ravvisò la malizia d'Alberto Pio, conte di Carpi, suo personale nemico, ed uno de' privati consiglieri del papa. Seppe bentosto che Reggio aveva aperte le porte alle truppe della Chiesa, e che la Garfagnana era stata conquistata dal duca d'Urbino: temette che Ferrara, di cui aveva affidata la guardia al cardinale Ippolito, suo fratello, fosse attaccata in tempo della sua assenza, e domandò il suo congedo per tornare a casa sua. Il papa lo ricusò con isdegno; ma l'ambasciatore d'Arragona ed i Colonna dichiararono che non soffrirebbero in verun modo che si abusasse del loro nome per sedurre il loro raccomandato, e violare una parola di cui si erano dichiarati essi garanti. All'indomani Fabrizio e Marc'Antonio Colonna condussero Alfonso alla vicina porta di san Giovanni di Laterano; e sebbene vi fosse stata posta doppia guardia, essi la forzarono, e condussero armata mano il loro ospite al proprio castello di Marino, di dove trovarono poi modo di farlo passare ne' suoi stati[265].

La santa lega provava di già la sorte di tutte le confederazioni. I suoi membri si erano creduti d'accordo, quando non trattavasi che di difendersi, ma non avevano prevedute le conquiste che la fortuna poneva nelle loro mani; i prosperi avvenimenti avevano fatto germogliare una nuova ambizione in petto a tutti gli alleati. Il papa, prima d'ogni altro, aveva, sotto certi rispetti, rotto il legame dell'associazione, occupando Parma e Piacenza; egli così violava i diritti riclamati dall'imperatore sopra tutta la Lombardia, e quelli del nuovo duca di Milano, Massimiliano Sforza, che la lega aveva promesso di rimettere sul trono, e quelli dei popoli, che vedevano con rincrescimento lo sfasciamento in piccole parti del loro antico ducato. Il papa, per giustificare l'inaudita estensione che voleva dare all'esarcato di Ravenna, comprendendovi tutti i paesi posti a destra del Po, pretese che la loro subordinazione alla Chiesa aveva durato fino al 1272; pure in quest'epoca, ch'egli stesso indicò al suo maestro delle cerimonie[266], non era in Lombardia accaduto verun fatto che cambiasse o ristringesse il potere del papa; soltanto il vicariato dell'Impero, che la Chiesa romana pretese d'esercitare in tempo del lungo interregno che tenne dietro alla morte di Federico II, e che terminò nel 1273 colla elezione di Rodolfo d'Apsburgo, lasciò forse negli archivj della Chiesa alcune confuse memorie, che Giulio II suppose comprovanti il diritto di sovranità[267].

Le pretese di Massimiliano non erano meno di quelle del papa contrarie alle precedenti convenzioni passate tra i confederati. Questo vano monarca, che mai non aveva misurati i suoi progetti colle sue forze, e che, dopo la conchiusione della lega di Cambrai, mai non aveva soddisfatti i suoi obblighi in veruna delle guerre nelle quali aveva strascinati i suoi alleati, non voleva, mutando partito, rinunciare a veruna delle speranze che aveva una volta concepite. Egli era entrato nella lega de' Veneziani, ma senza rinunciare alla pretesa che questi gli abbandonassero tutti i loro stati di terra ferma: altronde egli non voleva restituire a Massimiliano Sforza, suo cugino, il ducato di Milano, ch'era stato per lui conquistato. Ma gli Svizzeri, che occupavano tutt'intero questo ducato, e Giulio II, che voleva scacciare dall'Italia i barbari di qualunque nome, insistevano per lo ristabilimento dello Sforza sul trono de' suoi maggiori[268].

Raimondo di Cardone aveva nuovamente adunata l'armata spagnuola ai confini del regno di Napoli, e voleva avanzarsi in Lombardia per far vivere le sue truppe a carico di que' paesi, e per avere maggiore influenza nella ripartizione degli stati occupati dalla santa lega. Perciò chiedeva al papa ed ai Veneziani di pagargli i sussidj di quaranta mila ducati al mese, che si erano obbligati di corrispondergli finchè i Francesi fossero scacciati da tutta l'Italia, e pretendeva che non si potessero dire scacciati finchè le loro guarnigioni occupavano Brescia, Crema e molte altre piazze. Dall'altro canto il papa ed i Veneziani non desideravano di tirare in quelle province una nuova armata, o di caricarsi di così ragguardevole dispendio. Intanto gli Svizzeri continuavano a mettere a contribuzione il ducato di Milano. Essi avevano persuaso Carlo III, duca di Savoja, a sottoscrivere con loro a Bade nel mese di maggio un'alleanza difensiva per venticinque anni, e ne approfittavano per istaccarlo interamente dalla Francia e dal marchese di Saluzzo[269]. I Veneziani, senza partecipazione dei loro alleati, fecero alcuni tentativi contro Crema e Brescia, che non ebbero effetto. Gli alleati si accusavano a vicenda, e si lagnavano gli uni degli altri; e l'universale diffidenza annunciava il prossimo scioglimento di una lega cui inaspettati successi non permettevano di conservarsi unita.

Soltanto in una cosa i confederati sembravano consentire, cioè nell'abusare della superiorità delle loro forze contro la repubblica fiorentina. Eppure questa non aveva offeso veruno di loro; non aveva mancato a nessuno de' suoi obblighi, ed altri soccorsi non aveva dati al re di Francia che quelli cui erasi obbligata con un trattato negoziato di concerto con Ferdinando il Cattolico: altronde ella si era scrupolosamente confermata, con tutte le altre potenze, ai doveri di buon vicinato; ai soldati fuggitivi dell'armata rotta a Ravenna aveva accordato un asilo, invano da' medesimi cercato negli stati del papa. Vero è che la di lei politica era stata timida e vacillante. Per timore d'attirare sopra di sè l'attenzione delle altre potenze e di compromettersi, non erasi unita con tutte le sue forze ai Francesi; non gli aveva nè pure abbandonati, accettando le proposizioni del re d'Arragona, nè aveva cercato di far rispettare la sua neutralità ponendosi in istato di difesa. Erasi conservata neutrale senza che veruno gli sapesse buon grado della sua neutralità. Ma la sorte d'uno stato debole il più delle volte è affatto indipendente dai suoi prudenti o mal accorti consiglj; il risentimento di Giulio II, le pratiche dei Medici e la cupidigia dei generali influirono assai più nella ruina di Firenze, che la politica del Soderini.

Il papa e l'imperatore, facendo sentire alla repubblica il loro scontento, parvero offrirle sì l'uno che l'altro una via per sottrarsi al turbine. Il papa le mandò in luglio il suo Datario per chiederle di deporre il Soderini, d'unirsi alla santa lega contro i Francesi, e di richiamare tutti gli esiliati, offrendole a tale prezzo di ridonarle la sua amicizia. Dopo tre giorni di deliberazioni, i consiglj di Firenze ricusarono di assoggettarsi a queste condizioni[270]. D'altra parte Matteo Lang, vescovo di Gurck, e segretario di Massimiliano, che veniva a rappresentare il suo padrone in un congresso delle potenze della lega convocato a Mantova, offeriva ai Fiorentini di prenderli sotto la protezione imperiale mercè una contribuzione di quaranta mila fiorini; ma conoscendo questi quanto potevano fare poco fondamento sulle promesse dell'imperatore, non seppero risolversi a privarsi del loro danaro per acquistare una così debole garanzia[271].

Frattanto i Fiorentini spedirono il giureconsulto Vittore Soderini, fratello del gonfaloniere, alla dieta di Mantova per difendere i loro interessi, e farli comprendere nella universale pacificazione. Giuliano de' Medici, il terzo de' figliuoli del magnifico Lorenzo, si presentò alla stessa dieta, per domandare il ristabilimento della sua famiglia in Firenze. Il suo esilio, e tutte le sue sventure, egli disse, erano l'opera de' Francesi; non potevasi perciò dubitare dell'attaccamento della casa Medici al partito dell'imperatore e della Spagna, nè per conseguenza di quello dei democratici fiorentini ai Francesi; e se le armate della lega abbisognavano di danaro, i Medici ne saprebbero ragunare a Firenze assai più per compiacere i loro amici, che non poteva offrirne il partito popolare per calmare i suoi nemici. In fatti il danaro era il solo convincente argomento sullo spirito degli alleati. Raimondo di Cardone trovavasene affatto sprovveduto; aveva fatto avanzare l'armata spagnuola fino a Bologna, ma questa ricusava di andare più in là se non era pagata. Massimiliano desiderava che entrasse in Lombardia per contenere gli Svizzeri e spaventare i Veneziani; ed ambidue avrebbero preferito il danaro contante de' Fiorentini alle lontane promesse dei Medici. Si fece di nuovo sentire a Gian Vittore Soderini, che per quaranta mila fiorini poteva salvare la repubblica; ma invece di appigliarsi rapidamente a questo partito, egli si credette obbligato a giustificare la sua patria, a provare che nulla doveva, e che non aveva commesso verun fallo: si lasciò fuggire l'occasione, e la dieta risolse di far marciare l'armata spagnuola ed il cardinale de' Medici, legato di Toscana, sopra Firenze, per mutarne il governo[272].

Una mal intesa economia, ed il timore di richiamare sopra di loro l'attenzione de' vicini, avevano impedito ai Fiorentini d'armarsi nel momento in cui le violenti convulsioni che provava l'Italia ne faceva loro un dovere di prudenza. Essi avevano somministrati trecento uomini d'armi al re di Francia, parte de' quali trovavansi in allora chiusi in Brescia, mentre gli altri, svaligiati dai Veneziani, tornavano scoraggiati, e perciò soli dugento allora ne rimanevano loro, i di cui capi non avevano veruna riputazione. Le milizie dell'ordinanza non avevano nè disciplina, nè pratica di guerra, nè confidenza in sè medesime. Si erano sollecitamente assoldate alcune migliaja di fanti stranieri; ma perchè non si aveva avuto tempo di sceglierli, non potevano stare a fronte di quelli de' Veneziani o del papa, meno ancora dei Tedeschi e degli Spagnuoli[273].

Nè le forze con cui il vicerè don Raimondo di Cardone andava ad attaccare i Fiorentini erano molto ragguardevoli. Egli non aveva che dugento uomini d'armi, due cannoni presi a Bologna e veruno degli equipaggi necessarj ad un'armata. Ma il Cardone contava nella sua cinque mila di quegli Spagnuoli che avevano così ostinatamente combattuto a Ravenna, e dopo avere distrutta una considerabile parte della fanteria tedesca e francese, eransi gloriosamente ritirati senza cedere alle cariche ripetute di tutta la cavalleria vittoriosa. Nell'attraversare gli Appennini con questa piccola armata il vicerè non trovò verun ostacolo[274]: giunto a Barberino, lontano quindici miglia da Firenze, mandò a dichiarare ai Fiorentini, che non era intenzione sua, nè della lega, d'attaccare le loro proprietà, le loro leggi o la loro libertà; che non domandava che due cose, l'allontanamento dei gonfaloniere Soderini, ch'era sospetto a tutti i confederati, e l'accettazione de' Medici in Firenze, non come principi, ma come semplici cittadini[275].

Il gonfaloniere in tempo della sua amministrazione aveva date frequenti testimonianze della moderazione del suo carattere e del suo amore per la libertà; ma non aveva egualmente fissata la stessa opinione rispetto a quella risolutezza e fermezza di carattere, che nelle difficili circostanze sono necessarie ai capi dello stato. Adunò il gran consiglio per fargli parte delle domande de' nemici, e dichiarò, che lungi dal volere che per la sua difesa si esponesse la repubblica, era apparecchiato non solo a sagrificare la sua dignità, ma la libertà e la vita per la salvezza della medesima: invitò soltanto i suoi concittadini a considerare, se potrebbero contenere sotto l'autorità delle leggi i Medici ricondotti in Firenze da un'armata straniera; e nel supposto che ne conoscessero l'impossibilità, li supplicò a non risparmiare nè le loro sostanze, nè il sangue de' soldati, nè quello de' cittadini, per salvare la loro libertà, il più prezioso di tutti i beni. «Niuno di voi si persuada, aggiunse egli, che i Medici siano adesso per governare come avanti la loro cacciata. Allora erano essi stati allevati in mezzo di noi, come cittadini, in privata condizione; grandissime erano le loro ricchezze, niuno gli aveva offesi, ed essi contavano sull'universale benevolenza. Essi associavano ai loro consiglj i principali cittadini, e lungi dal volere far pompa della loro potenza, si sforzavano di coprirla sotto il manto delle leggi. Ma oggi che da tanti anni vivono fuori di Firenze, che contrassero nuove straniere costumanze, che mal conoscono quelle della nostra patria, che d'altro non si ricordano che dell'esilio e dei rigori contro di loro esercitati, oggi che la personale loro ricchezza è distrutta, che sentonsi offesi da tante famiglie, che sanno che la maggior parte, e quasi la totalità della nazione, ha in orrore la tirannide, più non potranno fidarsi ad alcuno. La povertà ed il sospetto li renderanno proclivi a tutto riferire a sè medesimi, a sostituire in ogni cosa la forza e le armi alla benevolenza ed all'amore, di modo che questa città si troverà in breve tempo ridotta alla condizione di Bologna ne' tempi de' Bentivoglio, a quella di Siena o di Perugia. Ho voluto richiamare tutte queste cose a coloro che danno così smisurate lodi al governo di Lorenzo de' Medici: era ancora quella una tirannide, ma più dolce assai di tutte le altre; ed a petto di quella che ci viene minacciata, sarebbe un'età dell'oro. Oramai s'aspetta a voi il risolvere con prudenza, mentre che le mie parti saranno o di rinunciare con costanza e con gioja a questa magistratura, o se voi giudicate altrimenti, di coraggiosamente provvedere alla conservazione ed alla difesa della vostra patria[276]

L'inquietudine che cagionava l'avvicinamento dell'armata spagnuola, e più ancora lo stato ostile di tutta l'Europa, disponeva tutti i cittadini a porgere orecchio alle moderate proposizioni fatte dal vicerè; ma quando si fecero a riflettere allo stato in cui troverebbesi la repubblica, perdendo il suo capo appunto nell'istante medesimo in cui la città sarebbe obbligata di ricevere entro le sue mura ambiziosi esiliati, che ravviverebbero le pretese di tutto un partito; quando pensarono che l'armata nemica, introdotta dai Medici nel seno della loro patria, sarebbe sempre ai loro ordini per ischiacciare ogni libertà; che gli stranieri desideravano il consolidamento della tirannide, affinchè desse ai nuovi principi il diritto di levare più ampie contribuzioni, ed in appresso di prodigar loro i tesori de' Fiorentini, tutti i Fiorentini sentirono un'eguale avversione per le proposizioni del vicerè. Il grande consiglio si divise in sedici sezioni, sotto la presidenza di sedici gonfalonieri di compagnia, e dopo una lunga deliberazione tutte le sezioni unanimamente dichiararono che acconsentirebbero al ritorno de' Medici, purchè soltanto il gonfaloniere rimanesse alla testa dello stato, e che non si facesse mutazione nel loro governo o nelle loro leggi[277].

Frattanto il vicerè era giunto sotto Prato: i Fiorentini avevano posto in quella città il condottiere Luca Savelli, che invecchiando tra le armi non vi aveva acquistata nè esperienza, nè riputazione; egli aveva sotto il suo comando cento uomini d'armi di quegli svaligiati in Lombardia, e due mila fanti quasi tutti presi nell'ordinanza o milizie di campagna. Non si aveva avuto tempo di provvedere la città di munizioni di bocca, e di artiglieria; ma non pertanto credevasi in istato di sostenere l'attacco degli Spagnuoli, e di fare una vigorosa resistenza. Il Cardone giunse in faccia alla porta di Mercatale, e cercò di sfondarla colla sua artiglieria, o di atterrare la vicina muraglia; ma da questo lato le fortificazioni si trovavano in buono stato, e dopo poche ore gli assalitori cessarono di far fuoco, riconoscendone l'inutilità[278].

Il vicerè non era totalmente persuaso che fosse vantaggioso al suo re il ristabilimento dei Medici a Firenze; onde il suo principale oggetto era quello di atterrire i Fiorentini, per ridurli al pagamento di una contribuzione: offrì dunque nuovamente di trattare, ma a condizione che fossero somministrate le vittovaglie alla sua armata, finchè continuerebbero le negoziazioni, perchè la campagna era deserta, ed i contadini avevano trasportati i raccolti nelle terre murate. O sia che in quest'occasione il gonfaloniere si rendesse più ardito che non comportava l'abituale suo carattere, lusingandosi che la mancanza dei viveri forzasse quest'armata a ritirarsi, o sia che avesse malamente provveduto al trasporto delle vittovaglie al campo spagnuolo, il fatto sta che gli Spagnuoli cominciarono bentosto a provare la fame, e i soldati impazienti di soffrire ricominciarono i loro attacchi contro Prato, ov'erano certi di trovare abbondanti viveri. Nella notte del 29 al 30 cambiarono gli alloggiamenti e vennero ad accamparsi innanzi alla porta del Serraglio, ove aggiustarono di nuovo i loro due cannoni in batteria. Nelle prime scariche uno si ruppe, e continuarono a battere le mura con un solo. In poche ore vi fecero una breccia larga venti piedi, molto alta dal suolo, ma alla quale per altro un rialto di terra attiguo al muro ne agevolava l'ingresso. Alcuni soldati spagnuoli salirono su quest'apertura, ed uccisero due fanti che vi stavano di guardia; ciò bastò per atterrire tutti gli altri; e sebbene vi fosse al di là del muro un corpo di fucilieri e di uomini armati di picche, i quali avrebbero potuto difenderlo con estrema facilità, non appena videro gli Spagnuoli sulla breccia, che cominciarono tutti a fuggire.

I vincitori, sorpresi da tanta viltà, entrarono in Prato da ogni banda, e fecero bentosto sentire ai fuggitivi quanto la paura sia peggiore consigliere che il coraggio. Appena qualche centinajo di loro sarebbero periti sostenendo anche il più sanguinoso assalto, mentre la fuga li diede quasi tutti in preda alla morte senza difesa. In quest'occasione gli Spagnuoli vinsero di lunga mano in crudeltà gli oppugnatori di Brescia e di Ravenna. La maggior parte degli storici porta a cinque mila il numero di coloro che senza combattere, senza difendersi, senza avere provocato, furono inumanamente uccisi: tutte le case, tutte le chiese vennero saccheggiate con eccessivo rigore; e gli abitanti, spogliati d'ogni cosa, furono inoltre assoggettati ad orrende torture, onde i loro amici e parenti, mossi a compassione, si ridussero a redimerli. Soltanto la cattedrale, dove si erano rifugiate molte donne, fu sottratta a questi orrori da una salvaguardia che aveva per quella chiesa ottenuta il cardinale de' Medici[279].

La notizia della presa e dell'uccisione di Prato empì Firenze di spavento e di costernazione. Stavano adunati in città sedici mila uomini dell'ordinanza; ma i loro compagni avevano data una tale prova di viltà, che non potevasi riporre in loro la più leggiere speranza. La grande maggiorità de' cittadini non desiderava un cambiamento, ma mancava d'ogni coraggio militare; non si sentiva abbastanza forte per respingere il nemico, e non voleva esporre la capitale alle sciagure di Prato. Il vicerè non aveva rotta ogni negoziazione; ma essendosi sottratto al bisogno, ed avendo trovati in Prato danari e viveri in abbondanza, aveva ingrandite assai le sue pretese, e non chiedeva meno di cento cinquanta mila fiorini. Tutta la città trovavasi in uno stato di terribile fermento; la signoria era scoraggiata e lo stesso gonfaloniere, che più non dissimulava il suo terrore, aveva offerto di abdicare[280].

In questi frangenti, venticinque in trenta giovani delle più illustri e ricche famiglie di Firenze, che da lungo tempo avevano costume di adunarsi negli orti, diventati per essi famosi, di Bernardo Rucellai, onde intrattenervisi intorno alle cose delle lettere e delle arti, risolsero di procedere essi medesimi a mutare il governo; o perchè risguardassero l'intera libertà de' loro antenati come contraria al loro gusto per la poesia e pei godimenti del lusso, o perchè, giudicando necessario di cedere dolcemente alla burrasca, volessero, dirigendo essi la rivoluzione, salvare il gonfaloniere. Essi erano ben persuasi, che, se non venivano assecondati dai loro concittadini, non troverebbero neppure presso di loro opposizione. Erano alla loro testa Bartolommeo Valori, che aveva sposata la nipote del Soderini, e che veniva da lui risguardato come suo genero, Paolo Vettori, Anton Francesco degli Albizzi, i Rucellai, Capponi, Tornabuoni e Vespucci, che quasi tutti avevano strette relazioni colla famiglia del Soderini e co' suoi aderenti[281].

I giovani congiurati, che pochi mesi prima avevano avute segrete corrispondenze con Giulio de' Medici, entrarono nel palazzo pubblico la mattina del 31 agosto all'indomani della presa di Prato. Arrivarono senza incontrare resistenza fino all'appartamento del gonfaloniere, che non aveva presa veruna misura per difendersi, e che si abbandonava alla sorte. Lo minacciarono di morte se non usciva subito di palazzo, e per lo contrario promisero di salvarlo, se prestavasi ai loro desiderj. Tutta la città erasi posta in movimento alla notizia di cotale intrapresa; ma ne' diversi attruppamenti, che si andavano formando nelle strade, udivansi pochissime voci accusare il gonfaloniere, e niuno eravi che ardisse prenderne le difese. I congiurati trassero il gonfaloniere nella casa di Paolo Vettori, posta sul lung'Arno, ove lo tennero quella notte. Nello stesso tempo fecero adunare la signoria, i collegj, i capitani di parte guelfa, i decemviri della libertà, gli otto della balìa, ed i conservatori delle leggi. Domandarono a quest'assemblea di deporre il gonfaloniere; tuttavolta di quasi settanta membri presenti, nove soli votarono per la deposizione del Soderini. Francesco Vettori allora prese a dire ad alta voce: «concittadini! coloro che oggi credono salvare il gonfaloniere, votando a suo favore, rendono sicura la sua perdita, perchè i suoi nemici lo uccideranno se non possono farlo deporre.» Questa minaccia ottenne il desiderato effetto, ed il Soderini fu legalmente privato della sua dignità; fu poi fatto partire di notte per la strada di Siena alla volta di Roma, ma avendo egli udito per istrada che il papa aveva fatti confiscare i suoi beni, piegò subito verso Ancona di dove passò a Ragusi[282].

Furono all'istante mandati ambasciatori al vicerè, per avvisarlo che la repubblica si era uniformata ai voto da lui espresso, e per conoscere quali fossero le sue intenzioni. Il Cardone prima di tutto chiese danaro: volle ottanta mila fiorini per l'armata spagnuola, quaranta mila per l'imperatore, venti mila per sè, e volle che Firenze per pegno del suo attaccamento alla santa lega prendesse al suo soldo il marchese della Palude, e lo ricevesse entro le sue mura con dugento uomini d'armi spagnuoli. Rispetto ai Medici chiese soltanto che fossero ricevuti nella patria loro come cittadini, ed avessero la facoltà di riacquistare i loro beni ch'erano stati confiscati; di modo che sembrava lasciar la speranza di conservare l'antica libertà[283].

I Fiorentini e gli stessi capi della rivoluzione accolsero avidamente questa speranza, e trovarono nel dolce e conciliante carattere di Giuliano de' Medici molta condiscendenza per una nuova sistemazione, che pareva soddisfare tutti i partiti. Giuliano, senz'aspettare che una sentenza de' magistrati annullasse la sua precedente condanna, era entrato in città il 2 di settembre, ed aveva preso alloggio nella casa degli Albizzi, in allora i più caldi suoi partigiani, sebbene i loro antenati fossero stati per molto tempo i rivali della sua famiglia. Una nuova legge, fatta di suo consenso, venne presentata al gran consiglio il 7 di settembre per modificare la democrazia senza affatto distruggerla. Le funzioni di gonfaloniere, invece di essere perpetue, venivano ridotte ad un anno; il gran consiglio doveva essere rimpiazzato da una balìa, incaricata della maggior parte delle elezioni; ma questo consiglio, di cui si ristringevano le attribuzioni, non era per altro soppresso: finalmente Giambattista Ridolfi veniva proposto ai suffragj de' concittadini per essere sostituito al Soderini. La legge fu sanzionata dal gran consiglio, e di mille cinquecento suffragj, il Ridolfi ne riunì a suo favore mille cento tre. Era prossimo parente dei Medici; ma durante l'amministrazione del Savonarola erasi mostrato zelante per la libertà e per lo stato popolare, ed i suoi concittadini apprezzavano la sua prudenza e la sua fermezza[284].

I più zelanti partigiani de' Medici non erano soddisfatti di tanti riguardi, avendo sperata una più compiuta rivoluzione; e finchè non era affatto soppresso il gran consiglio, finchè un amico della libertà era capo del governo, temevano sempre che il partito che godeva il favore del popolo non riacquistasse la primiera autorità, tostochè si fosse allontanata l'armata spagnuola, e forse non procedesse di nuovo all'esilio dei Medici. Si addirizzarono al cardinale Giovanni, e gli esposero i pericoli della soverchia condiscendenza di suo fratello Giuliano. Lo trovarono apparecchiato a spingere più in là i suoi vantaggi, approfittando per compiere la rivoluzione della permanenza in Toscana dell'armata spagnuola. Fin allora il cardinale erasi trattenuto a Prato, al quartiere generale degli spagnuoli: all'ultimo fece il suo ingresso in Firenze il 14 di settembre; ma invece di presentarsi, nella sua qualità di legato della Toscana, con un corteggio di preti e di cittadini, volle avere un accompagnamento tutto militare, e lo compose di uomini d'armi e di fanti spagnuoli e bolognesi. Andò a smontare al palazzo de' Medici, ove ricevette le visite de' principali cittadini dello stato; e soltanto due giorni dopo recossi al palazzo pubblico cogli ambasciatori del papa e del vicerè, per visitare la signoria[285].

Il Ridolfi, ch'erasi sempre mostrato di un partito contrario al Soderini, aveva licenziata l'antica guardia che faceva il servizio presso il gonfaloniere e presso la signoria, ma non aveva avuto il tempo di formarne un'altra, di modo che il palazzo pubblico non era difeso. Il corteggio che aveva accompagnato il cardinale de' Medici vi entrò con lui, e se ne impadronì senza trovare opposizione[286]. Allora i partigiani dei Medici fecero risuonare la piazza di minacciose grida; e Giuliano, presentandosi al consiglio degli ottanta, chiese a questo ed alla signoria di chiamare il popolo a parlamento.

Da lungo tempo queste tumultuose assemblee erano il segno di una rivoluzione; onde, formando il gran consiglio, che comprendeva tutti i cittadini, si aveva avuto di mira di abrogare in certo modo i parlamenti. La signoria ed i collegj resistettero qualche tempo alle domande dei Medici; ma finalmente dovettero cedere alla forza; e la maggior campana suonò per adunare il popolo. I cittadini non si recarono che in piccolo numero sulla piazza, ed i Medici ebbero l'accortezza di farla riempire di soldati e di gente straniera, che risposero colle loro grida a nome del popolo fiorentino. Due ore avanti notte la signoria si presentò alla balaustrata destinata ad arringare il popolo, e colà lesse le nuove proposizioni, delle quali i Medici chiedevano l'approvazione. Dovevano essere abolite tutte le leggi emanate dopo il 1494; doveva per un anno essere investita una nuova balìa di tutti i poteri appartenenti al popolo di Firenze; e questa balìa doveva essere composta del gonfaloniere, degli otto nuovi priori, di dodici membri scelti in cadauno dei quattro quartieri, i di cui nomi indicati dai Medici furono pure letti al popolo, finalmente di undici arruoti, ossia aggiunti, i quali, dopo essere stata fatta la prima nomina dal segreto comitato de' Medici, avevano per singolar favore ottenuto di venire compresi nello stesso corpo. Questa balìa, cui si accordò il diritto di assumere nuovi membri, doveva pure avere quello di protrarre d'anno in anno la propria autorità; ed infatti fu lo stesso corpo, che oramai abbracciando i poteri di tutta la repubblica, continuò le sue funzioni, senza nuova missione, fino al 1527, quando i Medici furono per l'ultima volta espulsi da Firenze. La stessa balìa doveva delegare sotto il nome di accoppiatori un determinato numero de' suoi membri, cui era accordata la facoltà di eleggere oramai arbitrariamente il gonfaloniere ed i priori. Rispetto a quello che in allora sedeva, Giambattista Ridolfi, fu invitato il primo di novembre a dimettersi dalle proprie funzioni[287].

Tale fu la stretta e vergognosa oligarchia, che venne sostituita al libero e costituzionale governo della repubblica. Il parlamento sanzionò la rivoluzione; perchè i soli cittadini apparecchiati ad approvare ogni cosa si recarono sulla pubblica piazza, in mezzo ai soldati che facevano violenza alla loro patria. La nuova balìa pronunciò poche condanne, ma abolì quasi tutte le magistrature protettrici della libertà; inoltre licenziò il 18 settembre l'ordinanza, ossia milizia fiorentina, e fece disarmare il popolo. Un governo stabilito dagli stranieri colla violenza deve temere ogni forza nazionale, e per mantenersi disarmare ed avvilire la soggetta nazione[288].

Riusciva non agevole cosa il trovare subito il danaro necessario per soddisfare gli alleati. Il 23 di settembre la balìa fu forzata di aprire un prestito forzato di ottanta mila fiorini, col di cui prodotto furono pagati gli Spagnuoli[289]. Ogni membro della balìa fu in appresso autorizzato ad indicare otto cittadini del suo quartiere tra coloro che si credevano più affezionati ai Medici, e più contrarj ai principj popolari. La lista di costoro, che montava a cinquecento quarantotto cittadini, fu ridotta a dugento da uno scrutinio segreto; e questi furono considerati come formanti la rappresentazione nazionale o il consiglio della repubblica, che fu poi detto il consiglio degli arruoti. I Medici, formando questo consiglio, ebbero particolar cura di non lasciarvi entrare veruno degli antichi partigiani di Savonarola, i quali eransi proposti di volere ad un tempo guarentire la libertà e riformare la Chiesa. Di tutti i partiti che conoscevansi in Firenze questo fu il più rigorosamente escluso da qualunque carica governativa[290].

Il primo gonfaloniere, eletto il 2 di novembre da' venti accoppiatori della balìa, per succedere a Giambattista Ridolfi, fu Filippo Buondelmonti allora in età di settantatre anni. Niun membro di questa così antica famiglia, il di cui nome ricordava le prime contese dei Guelfi coi Ghibellini, non era stato per anco onorato del gonfalone, perchè tutti i suoi antenati, ed egli medesimo avevano in ogni tempo professate opinioni aristocratiche, e mostrato grande disprezzo per il popolo. Tale elezione riuscì perciò oltremodo spiacevole agli amici della libertà; e nella stessa signoria si fece più volte sentire al Buondelmonti che non aveva la confidenza de' suoi concittadini[291].

Il risultamento di questa rivoluzione fu quello di far rientrare in Firenze il cardinale Giovanni de' Medici e suo fratello Giuliano, ambidue figliuoli del magnifico Lorenzo, Giulio, cavaliere di Malta, e priore di Capoa, figliuolo naturale di Giuliano fratello del Magnifico, e Lorenzo II, figlio di Piero, il primogenito de' tre figli del Magnifico, il quale si era annegato nel Garigliano. Conducevano inoltre con loro due fanciulli, Ippolito, figliuolo naturale di Giuliano II, e Giuliano, figliuolo naturale di Lorenzo II, ne' quali si spense l'antica stirpe de' Medici, niuno dei capi della quale aveva legittimi figli[292].

Appena i Medici si trovarono di nuovo capi del governo, che si vide sorgere nella repubblica una classe di cortigiani, che sembravano stranieri agli antichi costumi ed al di lei carattere. Molti dipendevano da famiglie rendute illustri dal loro amore per la libertà: ma la vanità, il gusto del piacere, e la speranza di ristabilire col favor di una corte la loro cadente fortuna, loro facevano preferire il servigio de' principi alla partecipazione della sovranità in uno stato libero. Vantavano essi allora l'inalterabile loro fedeltà alla casa de' Medici, e sebbene si fosse fatta la rivoluzione colle armi straniere, davano ad intendere d'averla preparata colle loro segrete pratiche, ed agevolata co' loro tradimenti. Dicevano d'avere essi dato in mano degli Spagnuoli i passi dell'Appennino, Campi e Prato, e d'avere impedito che queste città si approvigionassero. Avevano, dicevano essi, tenuta viva una lunga corrispondenza con Giulio de' Medici, il principale agente del cardinale suo cugino, e le loro lettere senza addirizzo e senza sottoscrizione erano poste in un buco della muraglia del cimitero di santa Maria Novella, ove un messo deponeva in seguito le risposte, senza conoscere il nome, la dimora o la figura di chi manteneva la corrispondenza. In premio di queste lunghe pratiche contro la loro patria riclamavano da' Medici alcuni favori; ma i loro sforzi non ottennero che d'indicarli al disprezzo de' loro concittadini e delle età future[293].

Il vicerè, don Raimondo di Cardone, era ripartito da Prato il 18 di settembre, ed aveva raggiunto coll'armata spagnuola i Veneziana che assediavano Brescia. Il signor d'Aubignì, che difendeva quella città, e che aveva poca speranza di potervisi tenere lungamente, dopo aver ricusato di arrendersi ai Veneziani, offrì di capitolare col Cardone, per gettare in tal modo semi di malcontento tra gli alleati della santa lega; egli ottenne onoratissime condizioni. Peschiera aprì egualmente le porte agli Spagnuoli, Legnago al vescovo di Gurck, ministro di Massimiliano, e la sola Crema si assoggettò ai Veneziani[294].

Il vescovo di Gurck andò in appresso a Roma, attraversando Firenze; e giammai ambasciatore, nè prelato alcuno, fu ricevuto nella capitale della cristianità con tanti onori e contrassegni di rispetto[295]. Il papa, che vedeva la lega divisa da sorde nimicizie, e vicina a sciogliersi, voleva assicurarsi la gratitudine di questo segretario dell'imperatore, che sembrava il solo che si fosse guadagnata la di lui confidenza: gli accordò il cappello di cardinale, di cui lo andava lusingando da oltre un anno, e cercò col suo mezzo di unirsi più intimamente con Massimiliano[296].

Si adunava in Roma un congresso delle potenze della lega per regolare i destini dell'Italia, e terminare le controversie ch'erano di già scoppiate in Mantova. Una generale gelosia pareva armare tutti gli alleati gli uni contro gli altri. Lagnavasi il papa che Ferdinando avesse promessa la sua garanzia a Firenze, Siena, Lucca e Piombino, e richiedeva per la libertà della santa sede che il sovrano di Napoli non si arrogasse veruna autorità sopra la Toscana. D'altra parte gli Spagnuoli volevano estendere la loro protezione non solo su questa contrada, ma ancora sopra Fabrizio e Marc'Antonio Colonna, i quali dopo l'evasione del duca di Ferrara erano caduti nella disgrazia del papa. In pari tempo essi riclamavano il sussidio di quaranta mila fiorini al mese, loro promessi dal trattato della santa lega, e che da qualche tempo loro non erano più pagati. Gli Svizzeri, che il papa aveva proclamati i difensori della libertà ecclesiastica, loro mandando una bandiera, una spada, ed un caschetto da lui benedetti, volevano che il ducato di Milano fosse restituito a Massimiliano Sforza, che loro assai importava d'avere vicino piuttosto che un grande potentato; e volevano consegnargli essi medesimi le chiavi di Milano, per dare ad intendere ch'essi soli lo avevano conquistato. L'imperatore Massimiliano pretendeva di avere per sè medesimo il Milanese, e ricusava al cugino l'investitura ed il titolo di duca. Lo stesso Massimiliano, d'accordo cogli Spagnuoli, lagnavasi del pontefice, che aveva occupata Piacenza, Parma e Reggio, in pregiudizio dei diritti dell'impero[297].

Ma più complicate di tutte e più difficili a conciliarsi erano le contese tra Massimiliano ed i Veneziani. Il primo, che occupava sempre Verona, chiedeva ancora Vicenza, e non si accontentava di lasciare ai Veneziani il possesso di Padova, Treviso, Brescia, Bergamo e Crema, ch'egli riclamava sempre come terre dell'impero, se non mediante il pagamento di dugento mila fiorini d'investitura ed un annuo tributo di trenta mila. D'altra parte i Veneziani non potevano acconsentire, nè di rinunciare all'alta signoria di cui avevano goduto per più d'un secolo, nè di fare un così enorme sagrificio di danaro nello stato di esaurimento in cui si trovavano le loro finanze, nè di perdere ogni comunicazione colle province, che loro si rendevano al di là del Mincio, ed il di cui possedimento sarebbe in conseguenza sempre stato per loro precario[298].

Giulio II adoperò tutto il suo ascendente, tutta la sua attività per conciliare così opposte pretese; offrì ai Veneziani di sovvenire loro parte del danaro domandato dall'imperatore; gli andò vivamente esortando a cedere per la pace dell'Europa; ma non potendo persuaderli, li minacciò coll'abituale suo impeto di rovesciare sopra di loro tutte le pene ecclesiastiche, se protraevasi per colpa loro la pace d'Italia, e subito dopo conchiuse coll'imperatore, e pubblicò il 25 novembre una nuova alleanza, cui gli ambasciatori d'Inghilterra e di Arragona ricusarono d'intervenire. In forza di questa Massimiliano aderì al concilio di Laterano, annullò tutti gli atti per i quali erasi unito al concilio di Pisa, promise di non soccorrere in verun modo nè Alfonso d'Este, nè i Bentivoglio, e di richiamare i Tedeschi che trovavansi ai servigj del primo. Dal canto suo Giulio si obbligò ad impiegare le armi spirituali e temporali per mettere l'imperatore eletto in possesso di tutte le province che gli erano state date per sua parte nella lega di Cambrai. La persecuzione di Giulio contro i Colonna, ed i contraddittorj diritti dell'Impero e della Chiesa sopra Parma, Piacenza e Reggio, dovevano rimanere sospesi fino alla fine della guerra[299].

Tuttavolta il papa non ruppe le sue negoziazioni colla repubblica; sperava ancora di sottrarla a nuove ostilità, e non voleva attaccare Ferrara avanti il ritorno della bella stagione. In questo intervallo di pace, il cardinale di Gurck, quello di Sion, ed il vicerè di Napoli, si recarono a Milano per dare a Massimiliano Sforza il possesso della sua capitale: il cardinale di Sion gli consegnò le chiavi alle porte della città, il 29 di dicembre, a nome della confederazione elvetica. I Milanesi, dopo avere tanto sofferto, speravano di trovare sotto un sovrano italiano e sotto il nipote del grande Francesco Sforza tutta la felicità degli andati tempi: la memoria dello stesso Lodovico il Moro era loro diventata cara pel contrapposto del dominio degli stranieri; e la capitolazione della fortezza di Novara contribuì ad abbellire le feste della inaugurazione del nuovo duca. Ai Francesi null'altro omai restava in Italia che i castelli di Milano, Cremona, Trezzo, e la Lanterna di Genova[300].

Ma intanto Lodovico XII non rinunciava altrimenti al Milanese, la di cui conquista era stato l'oggetto dell'ambizione di tutta la sua vita. Ritirando le sue truppe dall'Italia, le aveva portate sui Pirenei, aggiungendovi nuovi corpi di uomini d'armi francesi, e Landsknecht della bassa Germania; e prima che terminasse l'anno aveva ricuperata ai confini della Spagna una grande superiorità di forze a fronte del suo avversario Ferdinando. Ma la campagna del 1512 era stata fatale al suo fedele alleato Giovanni d'Albret, re di Navarra. I generali francesi, che lo difendevano, avevano commessi errori sopra errori; ed egli medesimo, prendendosi maggior cura delle cerimonie della chiesa che degli affari dello stato, passava gran parte del tempo ascoltando messe, sebbene fosse scomunicato come scismatico, ed una bolla pontificia lo privasse del suo piccolo regno. Ferdinando ne riconobbe la conquista, piuttosto che dal valore delle sue truppe e dall'abilità del suo generale, il duca d'Alba, dagli artificj con cui ritenne a Fontarabia il marchese di Dorset cogl'Inglesi, in modo di fare in suo favore una potente diversione[301]. Quando finalmente il regno di Navarra fu perduto, questo stesso rovescio lasciò la libertà a Lodovico XII di far riprendere alla sua armata la strada della Lombardia; e nel principio del 1513 cercò con nuove negoziazioni di sciogliere la lega che gli aveva tolto il Milanese, e di procurarsi in Italia nuovi alleati.

La lega trovavasi di già talmente divisa da opposti interessi, che in certo modo Lodovico XII era padrone di scegliere a suo piacimento i suoi nuovi alleati. Ferdinando, che in ogni sua azione coprivasi sempre ipocritamente col manto della religione, gli aveva mandati in Francia due monaci per trattare con lui, proponendogli o una pace generale, o una parziale alleanza; ma perchè la prima proposizione di Ferdinando richiedeva che Lodovico XII abbandonasse la Navarra, questi rispose che l'onor suo voleva che soccorresse un re che si era gettato nel pericolo soltanto per attaccamento verso di lui[302]. Dall'altro canto la regina Anna di Bretagna aveva fatto fare delle aperture di negoziazione al cardinale di Gurck, che erano state accettate; e Massimiliano aveva in cambio fatto proporre a Lodovico di unire in matrimonio il suo piccolo nipote, l'arciduca Carlo, colla seconda figlia del re, purchè questa gli portasse in dote i diritti della Francia sul Milanese e sui regno di Napoli. Chiedeva inoltre che la giovane principessa si mandasse immediatamente alla corte imperiale per essere colà educata fino all'epoca del matrimonio, e che il re secondasse Massimiliano nel suo progetto di ruinare affatto i Veneziani[303]. La regina Anna non volle acconsentire alla separazione di sua figlia, ed i consiglieri di Lodovico XII lo dissuasero dal contrarre alleanza con un imperatore, che non era mai di buona fede nelle sue promesse, e che, quand'anche lo fosse, e quand'anche avesse perdonate alla Francia le diciassette offese che diceva avere da questa ricevute, si poneva sempre nell'impossibilità di soddisfare ai suoi impegni[304].

Lodovico XII non ignorava le funeste conseguenze della sua malintelligenza cogli Svizzeri, ed ardentemente desiderava di riconciliarsi, ma questa negoziazione presentava maggiori difficoltà che non le altre. Sapeva essere stato sottoscritto un trattato tra gli ambasciatori svizzeri e Massimiliano Sforza, in forza del quale la confederazione prendeva sotto la sua protezione la casa Sforza, permettendole di levare per la difesa del Milanese quante truppe le piacesse; ed il duca prometteva cento cinquanta mila ducati nell'atto di entrare in possesso de' suoi stati, e per venticinque anni quaranta mila ducati all'anno. Lodovico caldamente desiderava di fare in modo che la dieta non ratificasse questo trattato, lo che non era fin allora accaduto. Soltanto per ottenere che i suoi ambasciatori potessero presentarsi a questa dieta, cedette agli Svizzeri le fortezze di Lugano e di Locarno: ed a tale condizione il signore de la Tremouille ebbe la licenza di portarsi a Lucerna, ov'era adunata l'assemblea. Vi si recò nello stesso tempo ancora Gian Giacopo Trivulzio, sotto pretesto di trattarvi alcuni suoi particolari interessi; ma subito gli Svizzeri gli proibirono di comunicare con la Tremouille, ed alla presenza dell'uno e dell'altro ratificarono la convenzione conchiusa collo Sforza, e ricusarono al re di Francia ogni leva di soldati, ed ogni altra domanda[305].

Nello stesso tempo Lodovico XII avea preso a negoziare coi Veneziani col mezzo del Trivulzio e di Andrea Gritti, che trovavasi tuttavia prigioniere dopo la battaglia di Ghiara d'Adda, e che il re aveva fatto venire alla sua corte. Ma sebbene queste pratiche si continuassero segretamente, Massimiliano n'ebbe qualche sentore, e per romperle si mostrò disposto a recedere dalle sue pretese, rinunciando alla restituzione di Vicenza. Risposero i Veneziani al cardinale di Gurck, che non tratterebbero, se non a condizione che fosse loro restituita Verona, senza la quale città il loro territorio si trovava diviso in due parti; soltanto offrirono in compenso all'imperatore d'accrescere il tributo loro domandato. Il che non avendo potuto essi ottenere, sottoscrissero col segretario del Trivulzio, mandato segretamente a Venezia, un trattato d'alleanza colla Francia. Servì di base a questo nuovo trattato quello del 1499 tra le due medesime potenze, in forza del quale davansi ai Veneziani Cremona e la Ghiara d'Adda[306], e a Lodovico XII tutto il restante del ducato di Milano.

Il segretario del Trivulzio, che aveva redatto questo trattato per la Francia, aveva fatta l'espressa riserva, che terrebbesi come non avvenuto, qualunque volta non fosse dal re ratificato entro un determinato tempo. Perciò fin allora nulla era conchiuso, e ciascuno tirava avanti nelle sue contraddittorie negoziazioni. Lodovico XII aveva mandato a Massimiliano il signore d'Asparoth, fratello di Lautrec, per continuare le negoziazioni relative alle proposizioni del matrimonio di madama Renata di Francia. Dall'altro canto Ferdinando confortava caldamente Massimiliano a cedere Verona ai Veneziani e ad accettare invece dugento cinquanta mila ducati d'investitura, e cinquanta mila di annuo censo. Gli proponeva di adoperare questo danaro per portare la guerra in Borgogna, e prendersi larghi compensi in Francia alle conquiste che abbandonava in Italia. Egli aveva impegnato il cardinale di Gurck, ch'era perfettamente entrato nelle sue viste, a recarsi in Germania per appoggiarle, e lo aveva fatto accompagnare da don Pedro di Urrea, suo ambasciatore, e dal conte di Cariati, suo ministro presso la repubblica di Venezia. Per dare più largo tempo a tutte queste negoziazioni, si stipulò una tregua a tutto marzo tra i Tedeschi ed i Veneziani[307].

Il più attivo in queste così complicate negoziazioni era però sempre Giulio II. Stava con impazienza aspettando la buona stagione per attaccare Ferrara, il di cui duca, abbandonato da tutti i suoi alleati, non poteva opporgli lunga resistenza. Aveva segretamente pel prezzo di trenta mila ducati acquistati da Massimiliano i diritti dell'impero sopra Siena, e contava di farne un dono a suo nipote, il duca d'Urbino: mercè un'altra somma di quaranta mila ducati Massimiliano doveva pure consegnargli Modena in pegno. Egli minacciava i Lucchesi, ai quali voleva togliere la Garfagnana, che avevano conquistata sopra Alfonso d'Este in tempo delle sue calamità. Era scontento dei Medici, che trovava più attaccati alla corte di Spagna che a lui, e meditava di mutare nuovamente la costituzione di Firenze. Aveva tolta al cardinale di Sion la legazione di Milano, e lo aveva richiamato a Roma, per gastigarlo delle concussioni colle quali questo prelato erasi formata in Lombardia un'entrata di trenta mila ducati. Apparecchiavasi a scacciare da Perugia Giovanni Baglioni, per sostituirgli Carlo Baglioni, e a far deporre Giano Fregoso, doge di Genova, per far eleggere in sua vece Ottaviano Fregoso. I soli Svizzeri continuavano a parergli degni della sua stima e dell'amor suo. Col loro soccorso egli sperava di terminare di cacciare i barbari d'Italia, secondo la favorita sua espressione, e di disfarsi un giorno degli Spagnuoli; ed il cardinale Grimani avendo detto in sua presenza che il regno di Napoli rimaneva sempre in mano degli stranieri, Giulio II, battendo sul suolo col suo bastone, disse, che se il cielo gli dava vita non tarderebbe a liberare anche i Napolitani dal giogo che gli opprimeva[308]. Finalmente nell'implacabile sua collera contro la Francia trasferiva con una bolla al re d'Inghilterra il titolo di Cristianissimo, privava Lodovico del regno di Francia, e lo accordava al primo occupante[309].

Tutti questi progetti fermentavano nello stesso tempo nel capo di Giulio II, quando una leggiere ma ostinata febbre, cui ben tosto s'aggiunse la dissenteria, gli fece sentire che poco gli rimaneva a vivere. Chiamò presso di sè i cardinali in concistoro, e fece loro confermare la bolla contro la simonia, ch'egli aveva pubblicata dopo la sua prima malattia. Fece loro dichiarare, che i cardinali scismatici sarebbero esclusi dal conclave, al quale, e non già al concilio adunato, lasciò l'elezione del suo successore; persuase di nuovo i cardinali a confermare il vicariato di Pesaro a suo nipote, il duca d'Urbino, in vista che questa era la sola grazia ch'egli accordava alla propria famiglia. Infatti non si presentò nella storia una sola occasione di parlare di Madonna Felicia, sua figlia, maritata a Gian Giordano Orsini. Egli mai non le aveva accordato verun favore; ed un giorno ch'ella caldamente gli chiedeva il cappello di cardinale per Guido di Montefalco, suo fratello per parte di madre, glielo rifiutò aspramente, dichiarando che non erane degno. Giulio II conservò fino all'ultimo istante la stessa fermezza, la stessa costanza, tutto il vigore della sua anima e tutto il suo discernimento. Ricevette i sacramenti della Chiesa, e morì dopo più giorni di patimenti nella notte del 21 febbrajo nel 1513[310][311].