CAPITOLO CXI.

Leon X succede a Giulio II; spedizione di La Tremouille in Lombardia; sua sconfitta a Novara; rotta di Bartolommeo d'Alviano all'Olmo; la guerra si rallenta in Italia; negoziazioni; morte di Lodovico XII.

1513 = 1515.

Le rivoluzioni che avevano agitata l'Italia negli ultimi dieci anni, e le crudeli guerre che l'avevano insanguinata, potevano per la maggior parte attribuirsi al violento ed impetuoso carattere di Giulio II, ed a quell'accanimento con cui teneva dietro al compimento de' suoi progetti, o delle sue vendette. Le sue passioni confondevansi a' suoi occhi co' principj da lui adottati, ed egli si era fatti dei doveri conformi alla sua ambizione. Quasi tutti i progetti da lui formati avevano un lato nobile e generoso; abbastanza elevati erano i suoi pensieri, abbastanza disinteressati i suoi desiderj, per giustificare la sua condotta ai proprj occhi; e malgrado le criminose violenze con cui ne affrettò l'esecuzione, Giulio II non era affatto indegno degli elogj che gli furono prodigati dal cardinale Bellarmino, dall'annalista della Chiesa Rainaldi, e dagli altri apologisti della santa sede[312].

Giulio II, che non poteva soffrire veruna opposizione, veruna resistenza, e che spingeva agli ultimi eccessi il dispotismo delle sue volontà, nutriva per altro in massima, rispetto ed amore per la libertà: voleva assicurare quella dell'Italia, non sapeva soffrire l'idea di vedere questa contrada signoreggiata dagli stranieri, ed il suo più ardente desiderio era quello di liberarla dal giogo de' barbari, siccom'egli chiamava tutti gli oltremontani. Conosceva altresì il prezzo della libertà civile: aveva tentato di restituire l'indipendenza alla repubblica di Genova, e di salvare quella di Venezia, sebbene fosse stato egli il primo ad adunare il turbine che l'oppresse: aveva rispettata la libertà di Bologna e delle altre città dello stato della Chiesa, dalle quali avea scacciati i tiranni, ed alle quali avea cominciato a rendere un'amministrazione repubblicana sotto la protezione della santa sede. Vero è che, scontrando in queste città qualche opposizione, la sua collera non aveva più confini; che ravvisava nell'opposizione una ribellione, e puniva all'istante la città rubella, togliendole quella libertà, che le aveva data, e che egli risguardava come il primo de' beni.

Avea concepita un'altissima stima degli Svizzeri, perchè vedeva in essi un popolo libero, guerriero e docile alla sua voce; e siccome le loro montagne cuoprono un'importante parte de' confini dell'Italia, aveva concepito il progetto, degno d'un animo elevato, di costituirli custodi della libertà italiana. Aveva contribuito alla deposizione del gonfaloniere Piero Soderini, perchè nel bollore della sua collera non poteva condonargli nè il suo attaccamento alla Francia, nè l'asilo dato al concilio di Pisa; ma egli non aveva altrimenti acconsentito che i Medici riducessero Firenze in servitù, ed altamente biasimava il cardinale Giovanni d'essere entrato nella sua patria circondato di picche e di alabarde, e d'avere con armi straniere fondata la tirannide della sua casa. Dichiarava di non avere avuto mai intenzione di dar mano allo stabilimento d'una nuova tirannide, e che anzi il voto del suo cuore era di rovesciarle e di distruggerle ovunque si trovavano[313].

Ma sebbene Giulio II fosse riuscito ne' suoi progetti assai più felicemente che non poteva sperarsi dai calcoli ordinarj della politica, e sebbene il suo impetuoso carattere, confondendo i suoi avversarj e prevenendo i loro disegni, gli fosse spesse volte tornato più utile che non la stessa prudenza, di modo ch'egli aveva dilatati i confini della Chiesa più che verun altro de' suoi predecessori, egli era stato non pertanto cagione di tante disgrazie, aveva fatto versare tanto sangue, e chiamate in Italia tante barbare nazioni, nell'istante medesimo in cui pretendeva di combattere per liberarla, che la di lui morte venne risguardata come una pubblica felicità; ed i cardinali, i Romani, gl'Italiani, e tutti i popoli della Cristianità desideravano egualmente che il suo successore non fosse a lui somigliante. Egli era vecchio, e perciò preferivasi un giovane pontefice; era turbolento, impaziente, collerico, e si cercò colui che l'amore per le lettere, per i piaceri, per una vita epicurea, faceva credere d'una tempra affatto diversa da quella di Giulio II. Egli non aveva mai sofferti nè consiglj, nè opposizione, onde si cercò di porre il suo successore prima d'eleggerlo sotto la tutela di tutti gli altri cardinali, e di vincolare la potenza papale coi giuramenti e colle convenzioni. Ma questo tentativo, tante volte rinnovato ne' conclavi, era sempre tornato vano; ed il nuovo papa mai non ommetteva d'abolire colla sua plenipotenza il giuramento emesso quand'era cardinale. Le convenzioni giurate dopo la morte di Giulio II dai venticinque cardinali, adunati per eleggere il suo successore, non ebbero un più felice risultamento, e l'annalista della Chiesa non riputò necessaria cosa il registrarle ne' suoi annali[314].

Terminati i funerali di Giulio II, i ventiquattro cardinali, che si trovavano in Roma si chiusero il 4 di marzo in conclave. Sebbene Giovanni de' Medici fosse immediatamente partito da Firenze, trovandosi egli affetto da un ascesso, e costretto a viaggiare lentamente in lettiga, non giunse a Roma che il giorno 6, e fu l'ultimo ad entrare in conclave. Il cardinale Raffaele Riario, nipote di Sisto IV, essendo inallora decano del sacro collegio, e nello stesso tempo il più ricco e meglio provveduto d'ecclesiastiche dignità, da principio aveva aspirato alla tiara. Ma le sue personali qualità e la memoria dello zio non erano tali da ottenergli molti suffragj; egli fu bentosto escluso.

L'influenza delle famiglie principesche d'Italia aveva fatti introdurre nel sacro collegio alcuni giovani cardinali, i quali, d'ordinario vinti dalla deferenza loro verso il capo della propria famiglia, poca parte aver potevano nelle decisioni del corpo cui appartenevano. Ma la violenza e l'austerità del vecchio Giulio II aveva accresciuto grandemente il credito della gioventù; onde per la prima volta si vide formarsi nel conclave una fazione di giovani cardinali. Alfonso Petrucci, figliuolo del signore di Siena, era uno de' più attivi e zelanti di questo partito, e non tardò ad averne una mala ricompensa. Giovanni de' Medici, che inallora non contava che trentasette anni, era il più giovane di tutti coloro sui quali i giovani cardinali potevano decentemente riunire i loro suffragj. Nè tale scelta ripugnava a molti de' più attempati cardinali, i quali, in mezzo alle turbolenze ed ai pericoli d'Italia, risguardavano come sommamente vantaggioso allo stato della Chiesa l'avere per sovrano il capo della repubblica fiorentina, ed il far causa comune colla Toscana.

Ma il cardinale Soderini, che meritamente godeva grandissima opinione nel sacro collegio opponevasi con tutti i suoi amici all'esaltazione del capo della famiglia de' suoi nemici. Perciò i partigiani del Medici si adoperarono caldamente per riconciliare queste due famiglie. Offrirono al cardinale Soderini, quale prezzo del suo suffragio, di richiamare da Ragusi il gonfaloniere Soderini, di accordargli un asilo in Roma, di riporlo nel godimento di tutti i suoi beni sequestrati in Firenze, e di unire la sua famiglia a quella de' Medici con un matrimonio. Queste proposizioni furono accettate e religiosamente eseguite, e l'elezione del Medici fu assicurata nel conclave di giovedì sera, 10 marzo. Per altro i cardinali non procedettero alla formalità de' suffragj che il giorno 11, ed al cardinale Giovanni fu data l'incumbenza dello spoglio dello scrutinio che lo dichiarava papa. Egli prese il nome di Leone X[315].

Il Medici non era ancora che diacono, e fu d'uopo ordinarlo prete prima di coronarlo come papa; questa cerimonia si eseguì il 15 di marzo; poi fu consacrato il 17, e coronato il 19 in san Pietro. Si dovettero affrettare queste funzioni a motivo della settimana santa; ma Leone X non volle rinunciare ad una più solenne coronazione, la quale richiedeva lunghi apparecchi. Ebbe questa luogo l'11 d'aprile a san Giovanni di Laterano, la quale chiesa viene considerata come la propria vescovile de' papi. Il Medici aveva scelto il giorno anniversario della battaglia di Ravenna, nella quale era stato fatto prigioniero dai Francesi, e montò in questa cerimonia il cavallo di cui si era valso nella battaglia[316].

Si potè conoscere in questa coronazione quanto fosse mutato lo spirito della corte di Roma. Giulio II serbava tutte le entrate dello stato per la guerra, ed aveva ridotti all'estrema economia tutti gli altri rami della pubblica amministrazione; aveva proscritti nella sua corte ogni lusso ed ogni pompa, ed anche in mezzo alla guerra non aveva lasciato di ammassare danaro per l'esecuzione de' più vasti suoi progetti; onde lasciò, morendo, trecento mila fiorini in danaro sonante, che il di lui successore trovò nel tesoro, ottanta mila fiorini che i cardinali spesero o si appropriarono durante l'interregno, oltre le pietre di grandissimo valore, colle quali avea arricchita la mitra, detta il triregno. Per lo contrario Leone X, salendo sul trono, volle sorprendere il popolo collo splendore della sua magnificenza, e poca cura prendendosi della guerra in cui la Chiesa trovavasi allora impegnata, o forse supponendo inesauribili i rinvenuti tesori, consumò cento mila fiorini nelle sole feste della sua coronazione. In questa cerimonia fece portare il gonfalone della Chiesa dal duca Alfonso d'Este, e parve in tal modo presagire la di lui riconciliazione colla santa sede[317].

Tosto che Leon X si trovò seduto sul trono, rivolse le sue prime cure alla propria famiglia, onde arricchirla coi beni della Chiesa. Era morto appunto in quest'epoca, il 9 aprile, Cosimo de' Pazzi, arcivescovo di Firenze. Leone diede quest'arcivescovado a suo cugino Giulio, allora cavaliere di Rodi, e figliuolo naturale del vecchio Giuliano. In settembre lo creò cardinale, e poco dopo legato di Bologna. Accordò in pari tempo la porpora ad Innocenzo Cibo, figliuolo di sua sorella, a Bernardo Bibbiena, suo segretario, ed a Lorenzo Pucci, protonotaro apostolico e creatura de' Medici. Non permettendo i canoni di conferire le alte dignità ecclesiastiche ai bastardi, Leone accordò una dispensa a suo cugino, prima di nominarlo arcivescovo di Firenze; ma quando si trattò di farlo cardinale s'appigliò all'espediente di far deporre con giuramento al fratello della madre di lui e ad alcuni religiosi, ch'ella era stata sposa di Giuliano[318].

La notizia dell'elezione di Leon X venne accolta in Firenze con trasporti di gioja non solo dai partigiani de' Medici, ma ancora dagli antichi repubblicani; o sia che sperassero, che i nuovi progetti che formerebbe Leone, come capo della Chiesa, farebbero diversione al piano che egli aveva di già formato per ridurre in servitù la sua patria, o sia che i vantaggi del commercio ed i favori che potevano sperare dalla corte di Roma, facessero loro dimenticare gl'interessi della libertà. «Io ben intendo,» disse il genovese Lomellini osservando le feste de' Fiorentini, «come voi, non avendo ancora veduto verun vostro cittadino diventare papa, possiate rallegrarvi di questa nuova dignità; ma quando avrete l'esperienza de' Genovesi, saprete quai tristi effetti producano così fatte grandezze nelle città libere[319]

Vero è che inallora Firenze aveva pochi diritti al nome di città libera. Appunto nell'epoca in cui il cardinale de' Medici mettevasi in via per recarsi al conclave in cui fu eletto, una lista coi nomi di diciotto in venti giovani, conosciuti pel loro patriottismo e pel loro amore di libertà, cadde di tasca a Pietro Paolo Boscoli, e fu portata al tribunal criminale, detto la magistratura degli otto. Il tribunale credette di ravvisarvi l'indizio d'una cospirazione per assassinare Giuliano e Lorenzo; tanto più che il Boscoli era già tenuto di vista per alcune imprudenti espressioni. Costui fu posto alla tortura, e così pure Agostino Capponi ed altri molti, il più ragguardevole de' quali era senza dubbio Niccolò Macchiavelli, stato di già spogliato nel precedente novembre dell'impiego di segretario di stato da lui lungo tempo occupato[320].

La violenza de' tormenti inflitti ai prevenuti non istrappò loro di bocca veruna confessione di cospirazione, ma molti confessarono d'avere sparlato del presente governo, e d'averne desiderato lo scioglimento. Tanto bastò per condannare alla morte Boscoli e Capponi, facendo eseguire la sentenza all'indomani della partenza del cardinale verso di Roma. Gli altri, tra i quali contavansi Niccolò Valori, Giovanni Folchi, Guccio Adimari, Niccolò Macchiavelli, Bonciani e Serragli, furono relegati in diversi luoghi[321].

Questi terribili rigori delle creature de' Medici diedero occasione a Leon X di cominciare il suo regno con un atto di clemenza, facendo liberare tutti gli accusati, richiamando tutti gli esiliati per titolo di congiura, e stendendo questo favore a tutti i Soderini ch'erano stati precedentemente rilegati[322]. Nello stesso tempo fece sentire ai Fiorentini i benefici effetti della sua protezione nelle relazioni de' loro vicini. Alcune dispute di confini nelle vicinanze di Barga erano state cagione in luglio ed in agosto del 1513 d'ostilità tra i Fiorentini ed i Lucchesi: Leon X si fece mediatore tra le due repubbliche; ma con arbitramento del 12 ottobre obbligò la più debole a restituire ai Fiorentini Pietra Santa e Mutrone, fortezze che i Lucchesi avevano usurpate in tempo della guerra di Pisa; ed a tale condizione fece sottoscrivere un'alleanza perpetua fra le due repubbliche[323].

Tostocchè si ebbe in Lombardia la notizia della morte di Giulio II, Raimondo di Cardone si era avvicinato a Piacenza, poi a Parma, ed aveva persuase queste due città a darsi al duca di Milano[324]. Sebbene queste fossero state occupate da Giulio II senza verun diritto, Leon X non fu appena salito sul trono pontificio, che ne riclamò la restituzione, determinato a non volere permettere che in tempo della sua amministrazione si smembrassero gli stati della Chiesa, o piuttosto pensando già fin d'allora a formare con queste nuove conquiste della santa sede uno stato per suo fratello Giuliano, o per suo nipote Lorenzo[325]. Finchè non fu che cardinale, erasi mostrato nemico della Francia, ed aveva con tutta la sua attività secondata la lega formata da Giulio II contro quella corona. Perciò generalmente credevasi di vederlo camminare sulle orme del suo predecessore; altronde le negoziazioni cominciate, quando ancora non si prevedeva la morte di Giulio, avevano avuto qualche risultamento prima che Leone avesse potuto decidersi.

Da un canto Ferdinando il Cattolico, il quale era troppo povero per fare la guerra a proprie spese, era sempre inclinato a far cessare le ostilità ai confini della Spagna, perchè non poteva farvi vivere le sue armate a spese de' nemici. Cercava soltanto di lasciare aperta una via alla fortuna; onde il 1.º d'aprile sottoscrisse ad Orthes, nel Bearn, la tregua d'un anno colla Francia riguardo soltanto ai confini della Spagna[326]. Stando al carattere che a Ferdinando attribuisce il Macchiavelli, questo re, più astuto che accorto politico, si affidava alla propria fortuna, e voleva compromettere i suoi alleati per far loro sentire il bisogno che avevano di lui, aspettando intanto consiglio dagli avvenimenti. Non pertanto la tregua da lui conchiusa era totalmente vantaggiosa alla Francia, la quale trovavasi in libertà di ricondurre le sue armate in Italia[327].

D'altra parte venne sottoscritto un trattato d'alleanza tra la Francia e la repubblica di Venezia a Blois, il 24 marzo del 1513, da Andrea Gritti, che di prigioniero era diventato ambasciatore. La negoziazione tra queste due potenze risguardava le rispettive loro pretese sopra province che più non erano possedute dalle parti contraenti, e che trattavasi di togliere di mano ai loro nemici. I Veneziani, in conformità de' primi articoli convenuti e del loro antico trattato colla Francia, domandavano la Ghiara d'Adda e Cremona. I Francesi avrebbero voluto ritenere queste province; ma all'ultimo acconsentirono a prometterne la restituzione, però sotto la segreta condizione di contraccambiarle poscia con Mantova, il di cui marchese fu dalla Francia sagrificato alle convenienze del senato[328]. I Veneziani obbligavansi ad entrare in campagna circa nella metà di maggio con ottocento uomini d'armi, mille cinquecento cavaleggieri, e dieci mila fanti, mentre che Lodovico XII invaderebbe nello stesso tempo la Lombardia con una potente armata[329].

A tale oggetto Lodovico XII fece adunare a Susa, sotto il comando di Lodovico de la Tremouille, mille dugento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, ottomila landsknecht, che aveva condotti Roberto de la Marck, signore di Sedan, ed i suoi due figliuoli, Fleuranges e Jametz, ed otto mila avventurieri francesi. Il re non volle dare il comando di quest'armata al vecchio maresciallo Trivulzio, cui però diede ordine d'accompagnarla, per timore che la di lui manifesta parzialità pei Guelfi non ispaventasse i Ghibellini e li riducesse ad una più ostinata difesa[330]. In pari tempo Bartolommeo d'Alviano era giunto a Venezia dopo essere stato posto in libertà dal re, il quale l'aveva sempre tenuto prigioniere dopo la battaglia della Ghiara d'Adda. Il senato gli diede il comando dell'armata che si adunava a San Bonifacio nello stato di Verona. Per ultimo una flotta francese presentavasi a Genova, ove gli Adorni ed i Fieschi si apparecchiavano ad assecondarla. Mentre che così imponenti forze si accostavano contemporaneamente da tre diversi lati, il vicerè don Raimondo di Cardone sembrava risoluto di non volersi loro opporre: erasi ritirato sulla Trebbia, chiamandovi i pochi soldati che guardavano Tortona ed Alessandria: avea apertamente manifestata la sua intenzione di ricondurre la sua armata nel regno di Napoli; e, datone avviso allo stesso maresciallo Trivulzio, si era infatti di già posto in marcia; ma, avendo tra Piacenza e Firenzuola ricevute nuove lettere da Roma, che per quanto pare lo rassicuravano intorno alle disposizioni del papa, egli ritornò nella sua prima posizione[331].

I soli Svizzeri attaccavano il loro amor proprio nazionale alla difesa della Lombardia. Avevano chiesti al papa i soccorsi promessi dal suo predecessore; ma Leon X non voleva ancora apertamente prendere parte nella guerra, e mandò al cardinale di Sion quarantadue mila fiorini, onde li desse agli Svizzeri come pagamento di un debito anteriore, e non come un sussidio. Non perciò gli Svizzeri si astennero dallo scendere in gran numero dalle loro montagne; si avanzarono fino a Tortona, ove furono raggiunti dal duca di Milano, ed invitarono anche il Cardone ad unirsi a loro coll'armata spagnuola. Avendo quel generale ricusato di farlo, lo Sforza si ritirò coll'armata Svizzera a Novara, mentre che il Trivulzio aveva occupate Alessandria ed Asti: nulla più si opponeva all'armata francese che poteva liberamente portarsi sopra Milano, ed infatti lo Sforza permise ai Milanesi di capitolare colla Francia. Sacramoro Visconti, ch'egli aveva lasciato in Milano con cent'uomini d'armi, fece spiegare sulle mura le bandiere della Francia, ed acconsentì che fosse vittovagliato il castello sempre occupato dai Francesi[332].

L'entusiasmo scoppiato pochi mesi prima alla venuta dello Sforza, erasi di già compiutamente spento. L'incapacità e la miseria del duca, e le vessazioni degli Svizzeri avevano bentosto fatto comprendere ai popoli quanto avessero a torto nudrite troppo lusinghiere speranze: onde le città s'affrettavano d'alzare spontaneamente lo stendardo dell'armata creduta più forte. Per mettere Parma e Piacenza al coperto dell'invasione francese, il Cardone le restituì agli ufficiali del papa. L'Alviano occupò Valeggio, Peschiera e Cremona, ed incaricò Renzo di Ceri di entrare in Brescia, mentre Soncino e Lodi spiegavano le insegne francesi; onde l'armata veneziana fu tosto in comunicazione colla francese. Pure i progressi dell'Alviano non erano in Venezia veduti senza inquietudine: si osservava che egli s'andava troppo allontanando dalle province che più importava di difendere, tanto più che la guarnigione tedesca di Verona aveva ricevuto alcuni rinforzi, ed ottenuti diversi vantaggi alle spalle dell'armata veneziana[333].

I Francesi, che così rapidamente andavano occupando le province perdute nel precedente anno, non avevano per anco combattuto in verun luogo, fuorchè nelle montagne di Genova. Dopo essersi seduto sul trono ducale, Giano Fregoso aveva stretto con ardore l'assedio della Lanterna, nuova fortezza, che nello stesso tempo signoreggiava il porto e la città di Genova, e che i Francesi avevano sempre conservata. Un vascello, uscito dai porti di Normandia, senza avere preso lingua in verun luogo, era giunto in gennajo fino sotto la fortezza per vittovagliarla, e cominciava a scaricare le munizioni che teneva a bordo, quando Emmanuele Caballo, marinajo rinomato per la sua intrepidezza, domandò al doge una galera, sulla quale fece montare i più risoluti volontarj; indi non si curando delle palle di cannone che i Francesi facevano piovere sopra di lui, andò, tostocchè fu a vista della Lanterna, a porsi tra il vascello normanno e la fortezza; venne all'abordaggio della nave nemica, la prese, e la condusse in trionfo nel porto[334].

Ma quando in primavera le truppe di La Tremouille e di Trivulzio cominciarono a dilatarsi nel Piemonte, una flotta francese presentossi in faccia a Genova, mentre i fratelli Antoniotto e Girolamo Adorno, aperti partigiani de' Francesi, si avvicinavano alla città con quattro mila fanti. Il doge, per non trovarsi esposto nello stesso tempo agl'interni ed agli esterni nemici, fece uccidere, mentre usciva di senato, Girolamo Fieschi, il quale aveva di fresco co' suoi discorsi dato a conoscere il suo attaccamento per la Francia. Questo assassinio, che il doge aveva risguardato come un colpo da grande politico, fu invece quello che lo perdette: il senato ed il popolo, risguardandolo oramai con orrore, ricusarono di più difenderlo, ed i suoi soldati furono nelle montagne battuti dagli Adorni. Suo fratello Zaccaria cadde nelle mani de' Fieschi, che lo uccisero per vendicare il loro parente; il signore di Prejan, che aveva il comando della flotta francese, non trovò verun ostacolo per entrare in porto; Giano Fregoso ritirossi colla sua flotta genovese alla Spezia, ed Antoniotto Adorno, riconosciuto da Lodovico XII come suo luogotenente, fu nello stesso tempo proclamato doge dal senato e dal popolo[335].

Genova si era data ai Francesi; l'armata veneziana occupava la metà dello stato milanese; La Tremouille e Trivulzio colle truppe francesi occupavano l'altra, ed in tutto il ducato Massimiliano Sforza altro più non aveva che Como e Novara. In quest'ultima città si era il duca unito all'armata svizzera; ma tutto il mondo, vedendolo colà chiuso, rammentava che i medesimi La Tremouille e Trivulzio avevano assediato in Novara il padre di quel duca Sforza, che vi si difendeva adesso; ch'era egualmente in mano degli Svizzeri, che l'avevano venduto ai Francesi, e che molti di que' capitani e soldati, che circondavano il figlio, avevano contribuito a tradire il padre. Queste vicine memorie stringevano il cuore di spavento a Massimiliano, ed accrescevano fiducia a La Tremouille; onde scriveva a Lodovico XII, che in breve farebbe prigioniere il figlio nello stesso luogo in cui aveva fatto prigioniere il padre[336].

Questa speranza aveva persuaso La Tremouille ad assediare Novara, invece d'attenersi al consiglio d'Andrea Gritti, che avrebbe voluto che i Veneziani uniti ai Francesi cacciassero, prima di null'altro intraprendere, gli Spagnuoli di Lombardia, perciocchè inallora restando gli Svizzeri senza cavalleria, senza artiglieria, senza equipaggi da guerra, non potrebbero tenere lungamente la campagna[337].

Si cominciò l'assedio di Novara, ed il signore de la Fajette, che comandava l'artiglieria, piantò in pieno giorno le batterie contro le mura, ed in quattro ore vi aprì una breccia capace di ricevere cinquant'uomini di fronte; ma per scendere dalla breccia in città, eranvi quindici piedi d'altezza. Intanto il generale svizzero fece dire ai Francesi che non consumassero inutilmente la loro polvere, e che, se pensavano di dare l'assalto, attaccassero pure la porta, poichè egli la lascerebbe aperta. Infatti gli Svizzeri si accontentarono di fare stendere alcuni lenzuoli a guisa di tende sì dietro la porta che dietro la breccia, onde i nemici non vedessero le evoluzioni de' loro soldati, e ricusarono di acconsentire alle inchieste di Silvio Savelli, di Giovanni Gonzaga, d'Alessandro Bentivoglio e di Camillo Montani, principali capitani dell'armata dello Sforza, i quali volevano scavare una fossa dietro la breccia e dietro la porta, oppure fiancheggiare le mura con terrapieni[338].

Massimiliano aveva presso di sè in Novara gli Svizzeri d'Uri, Schwitz ed Underwald, i quali, sotto gli ordini de' loro landamani, erano scesi prima degli altri in Italia senza ricevere nè soldo, nè ingaggio. Si avvicinava un secondo corpo composto delle milizie di Glaritz, Zug, Lucerna e Sciaffusa; ed un altro di circa cinque mila uomini, colle milizie di Berna e di Zurigo, si avanzava sotto gli ordini del capitano Alt-Sax dalla banda de' Grigioni alla volta di Chiavenna[339].

I Francesi, apparecchiandosi a dare l'assalto, avevano di già fatto stare tre giorni e tre notti i loro Landsknecht nella trincea, la quale era finalmente abbastanza profonda per metterli al coperto dell'artiglieria della città, quando furono avvisati dai loro cavaleggieri che avvicinavasi il secondo corpo dell'armata svizzera, e che desso cercherebbe d'entrare in Novara lo stesso giorno. Roberto della Marck consigliava che si andasse ad attaccarlo in aperta campagna, prima che giugnesse il terzo corpo, che non aveva per anco potuto passare il Ticino; ma il Trivulzio giudicò più prudente consiglio d'opporre la lentezza all'impeto degli Svizzeri. Bastava, egli diceva, onde fossero forzati in breve a capitolare, d'intercettare i loro convoglj, d'inquietarli colla cavalleria, di far loro soffrire la fame, e di non venire a battaglia. Persuase a La Tremouille di portare il campo francese due miglia addietro, alla Riotta, presso al fiume Mora, in mezzo a' suoi proprj poderi, ed in un paese che egli conosceva minutissimamente[340].

I Francesi si allontanarono da Novara il 5 di giugno, alla volta del Po, come se avessero voluto andare a Milano per la strada di Abbiategrasso. Lodovico il Moro aveva derivato dall'Agogna un canale, chiamato la Mora, che irrigava quella pianura in cui tutti si trovavano i vasti poderi del Trivulzio; un piccolo bosco stendevasi lungo il canale da Novara fino presso Trecase. I generali francesi si accamparono da principio alla Riotta intorno ad un'abbazìa alquanto elevata; ma i Landsknecht trovavansi su questo piccolo rialto esposti all'artiglieria della città, ed una palla, entrata per la finestra, attraversò la camera stessa in cui si adunava il consiglio di guerra. Perciò i generali scelsero un'altra posizione intorno a Trecase. Il Trivulzio, per salvare questa sua terra, aveva ottenuto che non vi entrassero le truppe. Il signore di Sedan aveva inventata una specie di fortificazione portatile, che suo figlio chiama: «un parco, fatto a guisa di scala, il quale era maravigliosamente buono; dentro il parco stavano cinquecento archibugj a miccia, e se si fosse potuto porre in assetto, forse la bisogna non sarebbe andata come andò;» ma i Francesi in piena sicurezza non pensarono a fortificarsi in quella prima notte[341].

Intanto il secondo corpo degli Svizzeri, condotto dal capitano Jacob Mottino d'Altorfio, e da Graf, borgomastro di Zurigo, entrò in Novara, il 5 di giugno, senza avere trovata opposizione. Questi due capi, informati della ritirata di La Tremouille, e sapendo che nello stesso tempo valicava le Alpi il signore d'Aubignì con un corpo di cavalleria, stimarono non doversi dar tempo ai Francesi d'allontanarsi, o di trarre in lungo la guerra. Rappresentarono ai loro compagni d'armi, che il nemico riposava in seno ad una temeraria sicurezza, e non sospettava ch'essi osassero d'attaccarlo prima che giugnesse il capitano Alt-Sax col terzo corpo; che tutta volta la gloria loro sarebbe più splendida, se ottenevano la vittoria prima dell'arrivo de' loro compatriotti. Tutti i capitani svizzeri, vinti dalle persuasioni di coloro ch'erano venuti di fresco, ordinarono ai loro soldati di mangiare e di riposarsi qualche tempo, e prima che facesse giorno, il 6 giugno del 1513, marciarono verso Riotta e Trecase[342].

Gli Svizzeri, nascosti dalle tenebre della notte e dal bosco che stendevasi tra Novara ed il campo francese, s'avanzarono, contro il loro costume, tacitamente, divisi in tre colonne, e giunsero presso il campo nemico senz'essere scoperti: allora si diressero impetuosamente verso l'artiglieria, senza lasciarsi sgominare da una vigorosa carica fatta da Roberto della Marck alla testa di trecento uomini d'armi, e senza ributtarsi nel vedere caduti molti loro capitani e perfino intere file di soldati sotto il fuoco dell'artiglieria nemica. Avanzando sempre intrepidi in mezzo a tanta strage, s'impadronirono delle artiglierie, e le volsero contro i nemici da loro posti in fuga. La fanteria tedesca, comandata da Fleuranges e Jametz, figliuoli di Roberto della Marck, era il principale oggetto dell'odio e della gelosia degli Svizzeri, perchè essa aveva preso il loro luogo nelle armate francesi: questa, essendo attaccata con maggior furore, e coraggiosamente difendendosi, fece agli Svizzeri grandissimo danno; ma furono altresì uccisi sul campo di battaglia più della metà dei Landsknecht. La cavalleria francese, raffrenata dai fossi, o imbarazzata in luoghi pantanosi, non agiva che pochissimo contro gli Svizzeri; l'artiglieria era di già conquistata, e adoperata contro i Landsknecht, de' quali i pochi superstiti, perduta ogni speranza di salute, dovettero arrendersi alzando le loro lance. Fleuranges e Jametz, gravemente feriti fin dal principio della battaglia, erano ambidue caduti in mano ai nemici. Il loro padre con una furiosa carica de' suoi uomini d'armi sgominò il battaglione che li calpestava, fece rialzare i suoi figliuoli, il primo de' quali non aveva meno di quarantasei ferite, e li fece portare sul collo de' cavalli de' suoi soldati[343].

Gli uomini d'armi francesi, che fino a quest'epoca erano stati risguardati come la più valorosa soldatesca d'Europa, non avevano sofferta altra così vergognosa sconfitta come questa nella battaglia di Novara. La sorpresa, la perdita dell'artiglieria, la notizia divulgatasi nel campo che una delle tre colonne svizzere era penetrata per di dietro nel campo e che stava saccheggiando gli equipaggi, riempirono di terror panico que' cavalieri fin allora così valorosi; non si vergognarono di gettare le armi per non essere impediti nella fuga, e si disse che un solo non aveva conservata la sua lancia dopo passata la Sesia. Se Massimiliano Sforza avesse soltanto avuti dugento uomini d'armi per inseguirli, avrebbe in quel giorno distrutta l'armata francese: ma gli Svizzeri colla sola loro fanteria non potevano nè meno tentarlo. Altronde si accerta, che, arrolandosi sotto le bandiere, giuravano di non far grazia a colui che trovavano armato sul campo di battaglia e di non seguire colui che si ritirava. L'azione non aveva durato che un'ora e mezzo; e gli Svizzeri, dopo essersi tenuti alcune ore in buona ordinanza, onde assicurarsi il possedimento del campo di battaglia, condussero in trionfo in Novara ventidue pezzi d'artiglieria coi loro cavalli d'attiraglio e tutti gli equipaggi. I Francesi perdettero circa dieci mila uomini, la metà de' quali soltanto fu uccisa sul campo di battaglia, e furono tutti Landsknecht. L'altra metà fu uccisa dai contadini, e furono i fanti guasconi, che nella loro fuga, oppressi dalla fatica e dalla fame, e disarmati, e sdrajati ne' campi o presso le siepi, venivano trucidati senza difendersi[344].

I Francesi non osarono fermarsi in Piemonte, e ripassarono immediatamente le montagne, malgrado le istanze d'Andrea Gritti, il quale loro rappresentava, che quest'atto di viltà, assai più funesto che la sconfitta, sarebbe cagione della ruina di tutti i loro amici in Italia. Infatti tutte le città, che avevano spiegate le insegne francesi, si affrettarono di mandare i loro atti di sommissione a Massimiliano Sforza, redimendosi dal commesso errore con somme di danaro, che furono distribuite tra gli Svizzeri. Don Raimondo di Cardone, che aveva ricusato di partecipare ai pericoli della guerra, si affrettò di raccogliere i frutti della vittoria. Staccò tre mila fanti spagnuoli sotto gli ordini del marchese di Pescara per iscacciare, di concerto con Ottaviano Fregoso, i Francesi e gli Adorni da Genova. Ma di già la flotta francese, comandata da Prejean, aveva lasciata Genova; e la flotta genovese, che poche settimane prima erasi ritirata nel golfo della Spezia, si presentò nuovamente in faccia alla città. Gli Adorni non vollero attirare sulla loro patria le calamità d'un assedio; volontariamente rinunciarono alla loro autorità, ed abbandonarono la città, seco portando i ringraziamenti del senato ed i voti del popolo; mentre che Ottaviano Fregoso, ch'era assai più stimato dai suoi compatriotti che non Giano Fregoso, cui egli veniva a rimpiazzare alla testa dello stesso partito, fu eletto doge il 17 di giugno, e fece dai Genovesi pagare ottanta mila fiorini al marchese di Pescara per le spese della sua spedizione[345].

Sacramoro Visconti, il quale aveva preso possesso di Milano a nome del re di Francia, era uscito da quella città con settecento uomini d'armi per raggiugnere il campo francese, ed era arrivato alle rive del Ticino, quando udì il cannone della battaglia di Novara. Non tardò ad avere avviso della sconfitta de' Francesi; onde, allontanandosi rapidamente, andò a raggiugnere a Cremona Bartolomeo d'Alviano e l'armata veneziana. Questi, che trovavasi a fronte degli Spagnuoli, udendo che il vicerè aveva passato il Po il 13 giugno, non volle aspettare che le due armate si riunissero contro di lui, e ritirossi subito sopra Verona colla rapidità usata in tutte le sue operazioni; tentò, passando, d'impadronirsi di quella città, e nello stesso giorno piantò le batterie, aprì una breccia e diede l'assalto; ma non avendo avuto felice riuscita, ritirò i suoi cannoni, continuò la sua marcia, e si accampò a Tomba nel territorio di Vicenza[346].

Intanto Raimondo di Cardone si avanzava senza incontrare opposizione nelle province dall'Alviano abbandonate, e le trattava colla ferocia e coll'avarizia proprie degli Spagnuoli, saccheggiando Cremona, levando enormi contribuzioni sopra Brescia, Bergamo ed altre città, e guastando le borgate ed i villaggi. L'Alviano, che sentiva l'impossibilità di tenere la campagna contro tanti nemici riuniti, si chiuse in Padova, e nello stesso tempo Gian Paolo Baglioni in Treviso, e Renzo di Ceri in Crema; tranne queste tre città, tutto il rimanente della terra ferma veneziana fu abbandonato al dilapidamento de' nemici[347].

Gli Svizzeri, che non avevano verun motivo di nimicizia contro i Veneziani, non si curavano di attaccarli, limitandosi a stabilirsi nel ducato di Milano, e levandovi contribuzioni grandissime; mentre che i generali spagnuoli, facendo la guerra, quasi altr'oggetto non si proponevano che quello di mantenere co' saccheggi i loro soldati. Tra Ferdinando ed i Veneziani non sussistevano nè motivi di nimicizia, nè dichiarazione di guerra; anzi il re di Spagna aveva recentemente offerta la sua mediazione per riconciliare la repubblica coll'imperatore. Leon X aveva ancor esso offerta la sua mediazione accompagnata dalle più affettuose espressioni; ma nè l'uno, nè l'altro aveva ottenuto l'intento, perchè Massimiliano non aveva voluto rinunciare a veruna pretesa, e il senato veneto area sempre ricusato con eroica costanza d'entrare in negoziazione, se l'imperatore non restituiva prima Verona e Vicenza. Ma per lo meno queste amichevoli offerte non dovevano far presumere vicine ostilità; perciò quando Raimondo di Cardone fece avanzare la sua armata per unirla a quella dell'imperatore, e fare la guerra in suo proprio nome, rendette visibile con tale condotta la barbara indifferenza d'un condottiere, che ad altro non pensa che ad arricchire i suoi soldati, senza prendersi pensiero se ciò accada con danno de' nemici o degli amici. Ancora più amara riuscì ai Veneziani la condotta di Leon X, il quale scelse quest'istante di contraria fortuna per mandare i suoi uomini d'armi all'armata spagnuola, sotto gli ordini di Troilo Savelli e di Muzio Colonna, bruttamente dimenticandosi che nel lungo corso delle sue sciagure non aveva mai cessato d'essere beneficato dalla repubblica, e di averle promesso riconoscenza[348].

Raimondo di Cardone andò ad unirsi all'armata imperiale a san Martino presso Verona; e perchè non poteva attaccare i Veneziani che dicendosi ausiliario di Massimiliano, si assoggettò in gran parte all'autorità del cardinale di Gurck, il quale risiedeva in Verona, ed era il solo luogotenente dell'imperatore in Italia. Questi annunciava sempre vastissimi progetti, pei quali chiedeva frequenti sussidj a' suoi alleati, e dissipando il danaro più sollecitamente che non l'aveva ottenuto, trovavasi poi sempre inabilitato a mandare ad effetto ciò che meditava. Le sue truppe mai non erano pagate; nè lo erano meglio quelle di Ferdinando; onde le due armate dovevano vivere a carico delle sventurate province veneziane, dove avevano portata la guerra. Il marchese di Pescara aveva il comando della fanteria spagnuola, che ammontava a quattro mila cinquecento uomini all'incirca; Jacopo Landau, Giorgio di Frundsberg e Giorgio di Lichtenstein erano i capi de' pedoni tedeschi, che erano tre mila cinquecento. La cavalleria, sotto gli ordini di don Pedro de Castro, era composta di circa novecento cavalieri, in gran parte truppa leggiere; e l'artiglieria consisteva in dodici falconetti di bronzo. Tale era la forza di quest'armata, più formidabile pel valore de' veterani ond'era principalmente composta e per la virtù de' suoi capitani, che per il numero de' soldati[349].

Il cardinale di Gurck volle che Cardone attaccasse Padova. Questa città, risguardata dai Veneziani come l'ultimo loro baluardo, era ancora la conquista che più d'ogni altra stava a cuore a Massimiliano; ma egli l'aveva invano tentata con una poderosa armata, e ciò che non aveva potuto ottenere con quasi cento mila uomini, non doveva meglio riuscire ai suoi luogotenenti con otto in nove mila. L'assedio cominciò il 28 di luglio. L'Alviano, per difendere Padova, aveva sotto di lui una numerosa armata; un figlio del doge e molti gentiluomini veneziani vi si erano con lui chiusi, e la città era una delle più forti che allora contasse l'Italia. Il Cardone, esposto in ogni lato al fuoco delle di lui batterie non poteva adunare quanti guastatori bastavano per iscavare le trincee e porsi al coperto; e le malattie che sogliono regnare nelle campagne umide e pantanose cominciavano a incrudelire nella sua armata; onde il 16 agosto si vide costretto a levare l'assedio ed a ritirarsi a Vicenza. Ma questo svantaggio raddoppiò la crudeltà de' soldati, i quali si dispersero in quelle già così ricche campagne, e vi distrussero tutto quanto ancora restava dell'antica loro opulenza[350].

Dopo avere alcun tempo continuati questi guasti, il vicerè volle poter darsi il vanto d'avere diretta la sua artiglieria contro i palazzi di Venezia. Condusse la sua armata fino alle rive della Laguna, vi bruciò Mestre, Marghera e Fusina, e montò in batteria sulla riva alcuni pezzi di cannone, le di cui palle percossero le mura del convento di san Secondo. Questa bravata del generale spagnuolo cagionò ai Veneziani un profondo dolore. Essi vedevano di giorno il fumo, di notte le fiamme de' loro palazzi e de' loro villaggi, che gli Spagnuoli, i Tedeschi ed anche i soldati del papa bruciavano con barbaro accanimento. Chiesero vendetta all'impetuoso Bartolomeo d'Alviano, che a stento aveva acconsentito di chiudersi entro le mura d'una città, e che vedendo i suoi soldati animati dalla stessa sua collera, dal sentimento della loro forza e dalla confidenza ne' loro capitani, si credette sicuro d'ottenerla[351].

Gli Spagnuoli si erano troppo avanzati, eransi lasciati alle spalle la Brenta ed il Bacchiglione coi loro infiniti canali, e due città, ognuna delle quali conteneva un'armata. I contadini, scacciati dalle loro case, spogliati de' loro averi, spesso maltrattati anche nella persona, mostravansi apparecchiati a sagrificare le loro vite in servigio della repubblica contro così feroci nemici. L'Alviano li chiamò a sè; fece loro occupare le rive dei fiumi, le gole delle montagne, mettere ovunque le loro vittovaglie in luoghi sicuri, e fortificare coi loro lavori i varj trinceramenti che faceva occupare alla sua armata. Il Cardone, per tirarsi dalla pericolosa situazione in cui si era posto, aveva presa la strada tra Padova e Treviso. Giunto a Cittadella, poco lontano dalla Brenta, aveva attaccato questo castello, ed era stato respinto. Ebbe la stessa sorte, quando tentò poco al di sotto di passare la Brenta[352].

Finalmente la sua cavalleria leggiere, rinnovando gli attacchi nello stesso luogo, mentre che il Pescara guardava il fiume tre miglia al di sopra, riuscì ad ingannare la vigilanza dell'Alviano. Gli Spagnuoli erano omai giunti sull'opposta riva della Brenta, ma non erano perciò fuori di pericolo. L'Alviano si trovò bentosto sulla loro strada per precluder loro la ritirata sopra Vicenza. Fece occupare Montecchio, lungo la via della Germania, da Gian Paolo Baglioni, che giugneva allora da Treviso. Collocò dell'artiglieria in tutte le vantaggiose posizioni, e col rimanente dell'armata andò ad occupare ad Olmo un piccolo rialto che pareva fortificato dalla natura, e che trovavasi due sole miglia lontano da Vicenza a cavaliere della strada di Verona[353].

Erano gli Spagnuoli circondati da ogni banda; passarono la notte un mezzo miglio lontani dai Veneziani alla portata della loro artiglieria, e furono costretti di spegnere tutti i loro fuochi, perchè non servissero di punto di mira ai nemici. Attaccare la posizione dell'Alviano all'Olmo era un'intrapresa affatto disperata; essi vi rinunciarono dopo averne conosciuti i pericoli; e la mattina del 7 d'ottobre volsero le spalle ai nemici, per prendere a traverso alle montagne la strada di Bassano e di Trento. Di già avevano bruciata una parte dei loro equipaggi, ed erano apparecchiati a perdere il rimanente, e tutti i loro cavalli, riputandosi abbastanza felici, se potevano giugnere colle loro armi in Germania. Siccome erano partiti senza battere il tamburo e senza suonare le trombe, e che una densa nebbia li copriva, l'Alviano tardò alquanto ad avvedersene: ma quando lo seppe, li fece inseguire da Bernardo Antoniola, figliuolo di sua sorella, con un corpo di cavalleria leggiere e due piccoli cannoni. Questi sgominò i Tedeschi, che presero tutti la fuga, e non venne trattenuto che dalla fanteria spagnuola colla quale il Pescara gli fece testa. Gli Stradioti, sparsi in sui fianchi dell'armata, l'andavano stancheggiando nella sua marcia; i contadini a migliaja scendevano dalle montagne, e senza esporsi a verun rischio, ferivano i soldati coi loro archibugj: i carri dell'equipaggio cominciavano ad intralciarsi ed a cagionare disordine nella fanteria; anguste erano le strade, chiuse da fossi da tutti due i lati, e la truppa che ritiravasi non aveva ancora fatte due miglia a passo veloce, sebbene in buon ordine, che vide oltremodo cresciuto il suo pericolo[354].

L'Alviano aveva determinato di non dare battaglia, ma soltanto d'accrescere la confusione dell'armata nemica tenendola tribolata, di spingerla tra le montagne, in luoghi sterili, ove le mancassero assolutamente le vittovaglie, e sforzarla in tal modo a capitolare. Ma Andrea Loredano, provveditore veneziano, che lo accompagnava, si fece a dire, ch'era finalmente giunto l'istante di vendicare tutte le atrocità commesse dagli Spagnuoli nel Padovano, che una vigorosa carica poteva tutta distruggere l'armata nemica, poichè il confine tedesco non era tanto lontano, che colla pazienza e colla sobrietà spagnuola questa stessa armata non potesse arrivarvi anche senza viveri. L'impetuoso Alviano lasciavasi facilmente persuadere, quando trattavasi di combattere. Distribuì con molta intelligenza le sue truppe, e le condusse contro il nemico; ma nè i talenti, nè il coraggio del generale, nè il favore delle circostanze possono bastare, quando i soldati non vogliono esporsi a verun pericolo. I fanti romagnuoli, comandati da Naldo di Brisighella, che dovevano cominciare l'attacco, vennero ricevuti dalla fanteria spagnuola coll'ordinario suo vigore; onde gettarono bentosto le loro picche, e cominciarono a fuggire. Tutto il rimanente dell'armata seguì così vergognoso esempio: lo stesso Alviano fu strascinato dai fuggitivi, ed andò a chiudersi in Padova: la maggior parte aveva contato di ricoverarsi in Vicenza; ma questa città chiuse le sue porte, ed i fuggiaschi vennero uccisi sotto le sue mura, o sulle rive del Bacchiglione, nel quale molti si annegarono volendolo passare a nuoto. Tutti gli equipaggi dell'armata veneziana caddero in mano degli Spagnuoli, come pure non pochi prigionieri, tra i quali Gian Paolo Baglioni, Giulio, figlio di Gian Paolo Manfroni, e Malatesta di Sogliano. Si rinvennero fra gli estinti Alfonso Muto di Pisa, Antonio de' Pii e suo figliuolo Costanzo, Carlo di Montone, Meleagro di Forlì, Francesco Sassatello, Sacramoro Visconti ed Ermes Bentivoglio. Il provveditore Loredano, di già fatto prigioniere, fu ucciso da coloro che vennero a contesa per la sua cattura. La totale perdita de' Veneziani si valutò quattrocento uomini d'armi e quattro mila fanti[355].

Questa sconfitta non ebbe pei Veneziani le disastrose conseguenze che potevano dapprima temerne; o sia perchè gli Spagnuoli, stanchi della precedente campagna, non volessero di nuovo avventurarsi in un paese nemico, o perchè la stagione delle piogge, che s'approssimava, rendesse infatti pericolosa la continuazione della guerra in quelle basse terre. Il Cardone ed il Pescara posero le loro truppe ai quartieri d'inverno in Este ed in Montagnana fra le ridenti colline Euganee, che terminarono di guastare. Prospero Colonna, che senza avere il primo rango nella loro armata, gli aveva colla sua esperienza sottratti a molti pericoli, gli abbandonò per passare nell'armata di Massimiliano Sforza, di cui ebbe il comando; il senato veneto con una irremovibile costanza scrisse all'Alviano di non disperare della salute della repubblica; e nello stesso tempo gli mandò danaro per adunare una nuova armata[356].

Altronde dopo che i più potenti tra i sovrani che si disputavano il possedimento dell'Italia, più non erano gl'Italiani, le principali azioni militari più non erano ristrette al suolo d'Italia. Così ruinato era il paese, che omai trovavansi a stento i viveri per le armate, e riusciva ancora più difficile in sforzare le città a pagare grosse contribuzioni. Il popolo era così calpestato, ed era stato così barbaramente trattato, ch'egli stava sempre apparecchiato a ribellarsi; ogni armata ben sapeva, che se aveva la sventura d'essere disfatta, tutti i fuggiaschi verrebbero uccisi dai contadini. Perciò invece di mandare da lontane parti soldati in Italia, e con loro munizioni, armi, danaro e vittovaglie, le potenze rivali, le quali vedevano che la guerra più non nudriva la guerra, cominciavano a trovare più comodo di combattere in maggiore vicinanza della loro residenza[357].

In questo stesso anno i nemici della Francia l'avevano attaccata ne' suoi proprj confini. Enrico VIII d'Inghilterra, in esecuzione del trattato di Malines, conchiuso il 5 d'aprile col papa, coll'imperatore e col re d'Arragona, aveva nel mese di maggio fatto passare la sua armata a Calè, ed il 17 di giugno aveva assediata Terovane[358]. A quest'assedio diede celebrità una nuova sciagura della Francia. Il duca di Longueville, che comandava l'armata di Lodovico XII, volendo introdurre soccorsi in Terovane, mandò il 16 d'agosto un corpo d'Albanesi a gettare nelle fosse della città alcune munizioni ch'essi avevano caricate sul collo de' loro cavalli, e nello stesso tempo aveva fatti avanzare da un'altra banda i suoi uomini d'armi con ordine di ritirarsi di galoppo, tostocchè vedrebbero gl'Inglesi, onde allontanarli da Terovane. Ma questi cavalieri, che si scontrarono negl'Inglesi più presto che non credevano, eseguirono con tanta sollecitudine l'ordine del loro generale, che gli uni comunicando agli altri il terrore, tutta l'armata fu posta in rotta. Il duca di Longueville, Bajardo, La Faiette e Bussy d'Amboise, furono fatti prigionieri, sebbene non inseguiti che da quattro in cinquecento cavalli. Questa sconfitta senza battaglia conservò il nome di giornata degli speroni; cui il 22 agosto tenne dietro la presa di Terovane, ed il 24 di settembre quella di Tournai[359].

La repubblica di Venezia non solo riceveva danno dalle sventure della Francia, ma risentiva ancora i contraccolpi del disastro del re di Scozia, alleato di Lodovico XII. Questo re, chiamato Giacomo IV, mosso da un sentimento cavalleresco, aveva voluto fare una diversione a favore del re di Francia, che vedeva avere sulle braccia quasi tutta l'Europa; ma nella fatale battaglia di Flowden era stato ucciso il 9 di novembre con mille dugento Scozzesi, tredici lordi, moltissimi baroni ed otto in dieci mila soldati[360].

In pari tempo quindici mila Svizzeri erano entrati in Borgogna accompagnati da Ulrico, duca di Wirtemberga, con un corpo di cavalleria tedesca e di nobiltà della Franca Contea. Essi avevano assediato Digione, ove La Tremouille si era valorosamente difeso sei settimane. Ma quando questo generale conobbe che non poteva più lungamente resistere, e che l'acquisto di Digione aprirebbe agli Svizzeri tutte le province interne della Francia, si fece in settembre a trattare con loro senz'esserne autorizzato dal re. Promise che Lodovico loro pagherebbe quattrocento mila scudi d'oro, ch'egli evacuerebbe tutte le fortezze che ancora occupava in Italia, e rinuncierebbe a tutti i suoi diritti sul ducato di Milano. Per l'esecuzione di tali promesse, che pure non lusingavasi troppo di vedere ratificate dal re, La Tremouille consegnò per ostaggi il proprio nipote, il signore di Mezieres, figlio del cancelliere di Francia, e quattro borghesi di Digione[361].

A tante sventure s'aggiunse ancora la burrasca che il 15 d'ottobre sorprese la flotta francese tra Calè ed Honfleur, e fece perire molte navi[362]; e l'incendio di Venezia, cominciato accidentalmente, il 13 di gennajo, nelle botteghe del ponte di Rialto, e che, spinto da gagliardo vento, si estese sulla più popolata e mercantile parte della città. Furono consumati due mila tra case e magazzini con tutte le ricchezze che contenevano; e la repubblica, di già spossata da cinque anni d'infelice guerra, perdette tanto in una sola notte, quanto avrebbe speso in tutta una campagna[363].

Ma quegli stessi che fin allora avevano lavorato con tanto accanimento per la ruina della Francia, cominciavano ad essere inquieti de' troppo prolungati successi de' suoi nemici. Il papa non ignorava che Lodovico XII aveva più volte proposto a Massimiliano di fare sposare sua figlia Renata ad uno de' di lui nipoti, dandole in dote il Milanese. Di già s'avvicinava l'istante in cui Carlo, il primogenito dei nipoti di Massimiliano, riunirebbe le due immense eredità delle case d'Austria e di Spagna. L'unione di tanti stati, che doveva distruggere ogni indipendenza per la santa sede e per l'Italia, richiamava a dir vero l'attenzione degli uomini assai meno che non sarebbesi creduto; tanto è difficile il trasportarci col pensiero a tempi assolutamente diversi da quelli che si hanno continuamente innanzi gli occhi. Ma senza fissare i loro sguardi sopra un avvenimento così vicino, e che loro sembrava tanto lontano, sentivano i politici dell'Italia, che l'assoluto abbassamento della Francia li lasciava in balìa alla rapacità degli Spagnuoli, alla brutalità dei Tedeschi, ed alla insolenza degli Svizzeri, che, più formidabili di tutti gli altri, si erano di già renduto vassallo il duca di Milano, e che non tarderebbero, vendendo la loro protezione agli altri piccoli stati d'Italia, di tutti ridurli nel medesimo stato di dipendenza[364]. D'altra parte le rivoluzioni accadute nello stesso tempo nell'impero ottomano inspiravano grandissimo terrore a tutta l'Europa: Selim aveva balzato dal trono suo padre, Bajazette II, l'11 aprile del 1512, ed aveva in appresso fatti perire i suoi fratelli e tutti i loro figli. Sapevasi che il nuovo sultano non era meno valoroso che crudele, ch'era amato dai soldati, che desiderava la guerra e che aspirava a conquistare l'Italia, ove i Cristiani colle loro nimicizie si erano inabilitati a resistergli. In fatti, se le provocazioni d'Ismaele Sofì non avessero richiamato sulla Persia il turbine che minacciava l'Europa, è verosimile che in tale epoca l'Italia sarebbe caduta in potere dei Turchi[365].

Finalmente Leone X pensò di proposito a porre l'Italia in sicuro da tanti pericoli. La guerra di Massimiliano colla repubblica di Venezia era il solo pretesto della continuazione delle ostilità: Leone, avendo inutilmente cercato di riconciliare le due potenze, e non potendo ridurre l'imperatore ad acconsentire a moderate condizioni, ottenne per lo meno di essere dalle parti scelto per arbitro. I Veneziani acconsentirono a rinunciare alla restituzione di Verona, purchè i castelli di Gange e di Valeggio fossero loro lasciati, onde conservare una comunicazione colle province situate al di là del Mincio. Dal canto suo Massimiliano promise che si sospenderebbero le ostilità finchè durerebbero le negoziazioni; ma i suoi ufficiali tedeschi, non altrimenti che i generali spagnuoli, lungi dall'osservare la tregua, ne approfittarono, abusandosi della sicurezza che questa inspirata ai contadini, per ricominciare i loro saccheggj: il cardinale di Gurck cercò di attraversare il negoziato, e riusciva farlo andare a monte[366].

In pari tempo Leon X si mostrò disposto a riconciliarsi colla Francia, purchè Lodovico XII rinunciasse allo scisma ed alla protezione del concilio di Pisa. Era questo talmente caduto in dispregio, che il sostenerlo omai più non offriva verun vantaggio politico, mentre che Anna di Bretagna, moglie di Lodovico XII, punto non dubitava che le scomuniche della santa sede non dovessero produrre l'eterna sua dannazione e quella di suo marito. Due de' cardinali che lo avevano convocato, Bernardo Carvajale e Federico di Sanseverino, erano stati fatti prigionieri in Toscana, mentre recavansi al conclave in cui fu creato Leon X. Si erano questi umiliati innanzi a lui, avevano abbjurato lo scisma, ed erano perciò stati ristabiliti nella loro dignità[367]. Pochissimi prelati trovavansi tuttavia adunati in Lione per servire alla politica del re; ma la gran massa de' Francesi gli aveva in conto di scismatici, ed essi stessi si credevano probabilmente colpevoli. Finalmente Lodovico XII acconsentì ad abbandonarli. Con un atto firmato a Corbia, il 26 d'ottobre, e letto nel concilio di Laterano nell'ottava sessione, il 17 di dicembre, Lodovico rinunciò al conciliabolo di Pisa, aderì al concilio di Laterano, e premise che sei de' prelati che avevano seduto tra gli scismatici verrebbero similmente ad abbjurare in Roma a nome di tutta la chiesa gallicana[368].

Tosto che la Francia ebbe rinunciato allo scisma, Leon X si credette autorizzato a riprendere verso di lei il carattere di comun padre de' Cristiani, ed a non dare più soccorso ai di lei nemici. Cercò pure in principio del 1514 di renderle più segnalati servigj, ed in particolare a riconciliarla cogli Svizzeri: rappresentò ai cantoni tutta l'estensione del pericolo cui si esponevano riducendo Lodovico XII a una separata convenzione con Massimiliano, il di cui prezzo sarebbe l'abbandono del ducato di Milano alla casa d'Austria; quanto la lunga nimicizia degli Austriaci renderebbe, rispetto a loro, perniciosa l'unione dell'Italia alla Germania sotto il dominio di quella ambiziosa casa. Dall'altro canto Leon X voleva persuadere Lodovico XII a ratificare la convenzione di Digione, rappresentandogli che se giammai le circostanze diventavano più favorevoli, non troverebbesi imbarazzato a far rivivere sul ducato di Milano i diritti, cui oggi volevasi che rinunciasse[369].

Nello stesso tempo Ferdinando aveva rinnovata per un altro anno la tregua di Orthes tra la Francia e la Spagna; e per tal modo mancava formalmente agl'impegni contratti con suo genero Enrico VIII; lo aveva lusingato colla vana speranza delle conquiste da farsi in Francia, e lo abbandonava poi quando si doveva ridurre la promessa ad effetto. Era la terza volta dopo il cominciamento di questa guerra, che lo ingannava, sagrificandolo alla privata sua ambizione. Enrico VIII, sdegnato di vedersi ingannato così sfacciatamente da suo suocero, si mostrò disposto a pacificarsi colla Francia. Era morta il 9 di gennajo del 1514 Anna di Bretagna: Lodovico XII, rimasto vedovo, fece chiedere in matrimonio Maria, sorella d'Enrico VIII, perchè servisse di arra ad una intera riconciliazione tra la Francia e l'Inghilterra. La negoziazione fu lunga; ma sospese le ostilità fino al 7 agosto del 1514; nel qual giorno due trattati furono sottoscritti in Londra, uno per ristabilire la pace tra la Francia e l'Inghilterra, e in questo la repubblica di Venezia fu nominata tra gli alleati delle due corone, l'altro per regolare le condizioni del matrimonio tra Lodovico XII e la principessa Maria[370].

Così da ogni banda era sospesa la guerra ai confini della Francia: imperciocchè, sebbene gli Svizzeri cercassero d'offendere questa corona col più ingiurioso procedere, non uscivano per altro dalle loro montagne. Lodovico XII, spossato dai rovesci del precedente anno, aveva per questa campagna rinunciato a mandare un'armata in Italia, ancorchè annunciasse gli apparecchi d'una nuova spedizione, per non iscoraggiare del tutto i suoi alleati. Finalmente le fortezze, che i Francesi avevano conservate in Italia, dopo essersi difese con eroico coraggio, furono forzate di capitolare; quelle di Milano e di Cremona in giugno del 1514, e la Lanterna di Genova soltanto il 26 d'agosto. Ottaviano Fregoso, doge di Genova, per ridurre alla resa la guarnigione della Lanterna, che aveva di già consumate le vittovaglie e le munizioni, le pagò ventidue mila scudi di soldo arretrato: fece poscia spianare la fortezza, affinchè nè un principe straniero, nè un altro doge, nè egli stesso, potessero valersene per tenere la patria in ischiavitù[371].

La guerra omai più non facevasi che nel territorio della repubblica di Venezia; ed anche colà l'esaurimento di tutte le potenze l'aveva ridotta ad essere trattata con deboli armate, che mai non conducevano a fine veruna strepitosa azione. Massimiliano, sempre egualmente incoerente, sempre incapace di tener dietro ai suoi progetti con sufficiente costanza per condurli a termine, o per abbandonarli quando vedeva l'impossibilità di eseguirli, si ostinava a non fare la pace coi Veneziani; pure egli non recavasi contro di loro personalmente, e non mandava per questa guerra nè generali, nè soldati, nè munizioni, nè danaro. Dopo la morte di sua moglie aveva formato il progetto d'approfittare della prima vacanza della santa sede per farsi nominare papa. Prometteva in tal caso di rinunciare alla corona imperiale in favore di Carlo, suo nipote, ed impegnava Ferdinando il Cattolico a favoreggiare questa bizzarra ambizione[372]. Nello stesso tempo i suoi vassalli ed i suoi contadini tenevano viva la guerra ai confini dello stato veneto. Alcuni baroni tedeschi, seguiti da alcune migliaja d'uomini levati nelle milizie del vicinato, penetravano ora nel Friuli, ora nella Marca Trivigiana; sorprendevano le piccole città, bruciavano i castelli, guastavano le campagne, e tornavano bentosto ai loro focolari dopo avere accresciuta la miseria e la disperazione degli sventurati agricoltori, senza però in verun modo aver contribuito a terminare la lunga lite del loro padrone[373].

Tra i più attivi e crudeli vassalli di Massimiliano che trattavano questa piccola guerra, si distinse Cristoforo, figliuolo di Bernardino Frangipane; un giorno sorprese un villaggio del territorio di Marano, i di cui abitanti avevano dato singolari prove del loro attaccamento alla repubblica, e fece a tutti cavare gli occhi e tagliare l'indice della mano destra[374]. Verun altro contribuì più di costui alla desolazione del Friuli, veruno lo invase più frequentemente, commettendovi maggiori guasti o crudeltà. D'altra parte diede motivo ad alcuni capitani veneziani d'acquistarsi nome combattendolo, tra i quali ricorderò Girolamo Savorgnano, che difese contro di lui Osofo, e Giovanni Vettori, che all'ultimo lo fece prigioniere[375].

Bartolommeo d'Alviano, che aveva adunata una nuova armata a Padova ed a Treviso, colla quale faceva testa a Raimondo di Cardone ed agli Spagnuoli, otteneva sopra di loro piccoli vantaggi; e colla sua risoluzione, colla prontezza e sagacità delle sue misure, avvezzò nuovamente i soldati ad affrontare il pericolo, e loro ispirò confidenza. Condusse parte della sua armata nel Friuli, sconfisse il Frangipane, e gli fece levare l'assedio d'Osofo, indi tornò alla sua stazione a Padova, prima che gli Spagnuoli avessero potuto approfittare della sua lontananza. Anzi pochi giorni dopo sorprese gli Spagnuoli ad Este, di cui s'impadronì, e nella quale trovò i loro magazzini; all'ultimo sorprese ancora Rovigo, ove smontò quasi tutta la loro cavalleria, facendo loro molti prigionieri. Sebbene schivasse sempre una generale battaglia, dietro espresso ordine del senato, ottenne poco a poco di distruggere quell'armata, ch'era stata si lungo tempo così formidabile[376].

Renzo di Ceri sostenevasi sempre in Crema con una guarnigione veneziana; e non solo vi si difendeva contro tutti gli attacchi de' nemici, contro la fame e la peste, malgrado privazioni d'ogni genere; ma faceva inoltre delle sortite per levare contribuzioni in tutte le vicine piazze, per sorprendere i quartieri delle truppe di Massimiliano Sforza, per occupare la stessa città di Bergamo, che dovette in appresso evacuare per capitolazione; ed in queste province, separate dalla capitale dalle armate nemiche, mantenne l'onore del nome veneziano e la confidenza nella fortuna della repubblica[377].

Fino a tale epoca non si vedeva quale vantaggioso effetto avessero prodotto le negoziazioni che Leon X manteneva tra la repubblica di Venezia e Massimiliano, tra il re di Francia e gli Svizzeri; veruna delle incominciate pacificazioni eransi ridotte a fine, ed omai si cominciava a diffidare della di lui buona fede. In fatti nelle sue lettere confidenziali, egli affrettava tanto più Lodovico XII ad entrare quest'anno medesimo in Italia, quanto meno lo credeva disposto a tale intrapresa[378]; lo assicurava del suo attaccamento agli interessi della Francia, e faceva sposare a suo fratello, Giuliano, Filiberta di Savoja, sorella della madre di Francesco I; insisteva intorno a questo matrimonio, conchiuso il 10 maggio del 1513, ma che non si celebrò in Torino che in febbrajo del 1515[379]; e nello stesso tempo mandava Pietro Bembo in legazione a Venezia per persuadere questa repubblica a staccarsi dalla Francia ed a riconciliarsi coll'imperatore e col re di Spagna[380].

Il nuovo pontefice punto non si rassomigliava al suo predecessore, nulla avendo di quel carattere severo, irascibile, implacabile di lui. Per lo contrario aveva co' suoi familiari maniere affatto amene e graziose; la protezione che accordava alle arti ed alle lettere, i beneficj che a larga mano spargeva sui dotti, sui poeti, sugli artefici venivano celebrati in tutta l'Europa con profusione di lodi. Ma d'altra parte Leone non aveva nè la lealtà, nè l'elevato carattere di Giulio II. Tutte le sue negoziazioni erano associate alla falsità ed alla perfidia; sempre parlando di pace, ovunque soffiava il fuoco della guerra; ed i popoli d'Italia, oppressi da tante barbare armate, non valevano a risvegliare la di lui pietà, nè influivano sulla di lui condotta. La sua ambizione non era minore di quella di Giulio II, e non poteva vestirla agli occhi proprj con così rispettabili titoli. Non erano più l'indipendenza dell'Italia, o la potenza della Chiesa, che dirigevano le azioni del pontefice, ma solamente l'aggrandimento della propria famiglia.

Aveva Leon X promesso a suo fratello Giuliano di formargli un illustre stato, ed a tale condizione lo aveva persuaso a rinunciare a favore di Lorenzo, figlio di Pietro de' Medici, alla direzione della repubblica fiorentina. Aveva intenzione di formare per Giuliano una nuova sovranità cogli stati di Parma e di Piacenza, ai quali voleva aggiugnere Modena e Reggio, spogliandone la casa d'Este; perciocchè sebbene avesse da principio prodigato al duca Alfonso le più lusinghiere promesse, sebbene gli avesse, in occasione del suo coronamento, fatto tenere il gonfalone della Chiesa, non aveva ancora rivocate le sentenze contro di lui pronunciate dal suo predecessore. Gli aveva promessa la restituzione di Reggio entro un determinato tempo; ma due volte era scaduto questo termine, e due volte aveva mancato alla sua promessa. Finalmente aveva fomentata una congiura dei Rangoni, gentiluomini modenesi, che in settembre del 1514 avevano arrestato Vito Fürst, governatore imperiale della loro città; e, mediante il pagamento di quaranta mila fiorini, egli si era dall'imperatore fatto cedere il dominio di quella città[381].

Col mostrarsi affezionato alle case d'Austria e d'Arragona sperava Leon X d'ottenere l'assenso loro per formare a favore di suo fratello una sovranità cispadana, smembrandola dai ducati di Milano e di Ferrara; ma i Veneziani gli facevano sperare l'ajuto della Francia per un progetto di tutt'altra importanza, quello di collocare suo fratello sul trono di Napoli, cacciandone il re d'Arragona. L'universale desiderio degl'Italiani di scuotere il giogo de' barbari poteva in fatti procacciare applausi a questo tentativo, e la vicendevole gelosia delle potenze straniere, le quali non volevano lasciare ai loro rivali ciò ch'esse erano forzate di abbandonare, poteva procurargliene l'appoggio. I Medici portavano le loro speranze non solo a conseguire il regno di Napoli per Giuliano, ma ancora ad avere il ducato di Milano per Lorenzo, ed appoggiavano i loro politici calcoli alle profezie d'un monaco, di cui mostravano una lettera, ch'esso, dicevano, aveva scritta dopo la sua morte[382].

Frattanto Leon X correva rischio di trovarsi preso dalle sue capziose negoziazioni. Lodovico XII lo affrettava a dichiararsi, e ad appoggiarlo nella spedizione che meditava per la campagna del 1515. Gli mostrava come i Veneziani si andavano rialzando colla loro costanza dalle sofferte perdite, mentre Bartolomeo d'Alviano, loro generale, ricuperava con una serie di felici sebbene piccoli avvenimenti quella riputazione che perduta aveva in due grandi sconfitte. Gli ricordava l'alleanza ch'egli aveva recentemente conchiusa con Enrico VIII d'Inghilterra, e che gli assicurava per la vicina spedizione i soccorsi di quella stessa potenza che aveva fatta mancare la precedente. Faceva riflettere al pontefice quanto sarebbe imprudente consiglio l'affidarsi alle promesse di Ferdinando e di Massimiliano, de' quali non era meno nota la povertà che la mala fede. Lo invitava a mettersi in guardia contro l'ambizione di questi due principi, che aspiravano niente meno che al dominio di tutta l'Italia; mentre ne' tempi in cui egli medesimo ne possedeva i due più potenti stati, egli aveva rispettata l'indipendenza di tutti gli altri. Nello stesso tempo non aveva Lodovico XII tenuti segreti gl'inviti fattigli da Leon X di passare in Italia, ed aveva in tal modo renduto il pontefice sospetto agli altri di lui alleati. Pareva giunto l'istante in cui vedrebbesi il papa forzato a dichiararsi scopertamente, e far conoscere chi avesse voluto ingannare, o il re di Francia, o gli Svizzeri, o Massimiliano e Ferdinando, oppure i Veneziani[383].

Ma l'inaspettata morte di Lodovico XII, accaduta il 1.º di gennajo del 1515 ritardò ancora per poco tempo una dichiarazione che sembrava imminente. Lo sproporzionato matrimonio di questo monarca, in età di cinquantaquattro anni, con una bellissima principessa di diciotto, venne risguardato come cagione della sua morte. La breve malattia che conducevalo al sepolcro aveva tutti i caratteri del rifinimento. In tempo delle medesime feste delle nozze fatte in Abeville il 9 ottobre, e continuate in Parigi per sei settimane con giostre e tornei, il re trovavasi così debole, che rimase costantemente sul suo letto di riposo. «A cagione di sua moglie, dice il leale servitore di Bajardo, aveva il re mutata affatto la sua maniera di vivere, perciocchè invece che era solito di pranzare alle otto ore, conveniva che pranzasse a mezzogiorno; invece di porsi a letto secondo il suo costume alle sei ore della sera spesso non si coricava che a mezzanotte, onde cadde infermo in sulla fine di dicembre; dalla quale malattia non potendolo liberare veruno umano rimedio, spirò il primo di gennajo seguente, dopo la mezzanotte[384]

Lodovico XII, che per alcuni mesi venne riconosciuto come re di Napoli, e che regnò più di dieci anni sul ducato di Milano, dev'essere considerato come uno de' sovrani d'Italia; ed il suo carattere non ebbe che troppa influenza sui destini di questa contrada. Fu generalmente accusato d'avarizia; ed infatti alienò gli Svizzeri, e per un risparmio mal inteso e fuori di luogo fece spesso mancare i successi delle sue armate. Pure quest'economia, sebbene eccessiva, fu quasi la sola virtù che gli meritò l'onorato titolo di padre del popolo; perciocchè risparmiò le imposte de' suoi sudditi più ancora che i proprj tesori. Altronde non ravvisavasi in lui veruna di quelle qualità che si ammirano ne' grandi uomini o ne' grandi re. Privo di forza di carattere, e di spirito indeciso, era abitualmente condotto, ed aveva bisogno di esserlo; ma non sapeva prendere per sue guide uomini a lui superiori. I suoi favoriti erano quasi tutti deboli al pari di lui, la loro politica quasi sempre male intesa, ed inoltre quasi sempre senza fede. Non meno ambizioso che se la natura gli avesse dati i talenti d'un conquistatore, mai non cessò di combattere pel possedimento del regno di Napoli e del ducato di Milano, e perdette l'uno e l'altro per propria colpa, dopo avere attirati sopra la Francia i più sanguinosi disastri[385]. Non meno perfido, che se invecchiato fosse nello studio della politica, detta macchiavellica, fu infedele a tutti i trattati, indegnamente tradì l'amicizia de' suoi alleati, i Fiorentini, i Veneziani, il re di Navarra, il duca di Ferrara, i Bentivoglio, i piccoli principi di Romagna, ed il principe di Piombino. Fu il principale autore della lega di Cambrai contro i Veneziani, suoi alleati; e questa perfidia pareggiava quella cui erasi associato contro Federico, re di Napoli. Per altro non era alla ragione di stato ch'egli sagrificava in tal guisa la sua parola ed il suo onore; poichè ognuna di queste violazioni de' trattati non era meno imprudente ed impolitica, che contraria alla buona fede.

Quando Lodovico XII si trovò personalmente alla testa delle sue armate, ed in particolare nella prima campagna contro i Veneziani, diede non dubbie prove di crudeltà. Ma in mezzo alle battaglie i patimenti ed i pericoli personali spengono tutti i più delicati sentimenti; e le atrocità commesse contro il governatore di Peschiera e di suo figliuolo, sono una minor prova della durezza del suo cuore, che il crudele trattamento fatto al suo rivale, Lodovico Sforza. Egli lo tenne dieci anni in una prigione o in una gabbia di ferro; gli negò la consolazione inutilmente invocata d'avere libri e mezzi di scrivere nella sua solitudine, e permise che morisse disperato, senza veruna distrazione, senza verun alleviamento di spirito[386].

Lodovico XII fece nascere lo scisma nella Chiesa. Visse lungo tempo scomunicato, e tenne il suo regno sotto l'interdetto: ciò non pertanto era superstizioso, e dopo di avere lungo tempo sagrificata la religione alla politica, sagrificò l'una e l'altra alla bigotteria. La privata dolcezza del suo carattere non merita maggiori elogj della sua condotta pubblica. Il divorzio della prima moglie fu un insigne esempio d'ingratitudine, di falsità, di disprezzo per ogni decenza. Non ebbe altro motivo che l'amore da lui compito per la seconda, allora moglie di suo cognato; e quando in età avanzata perdette anche quest'ultima, consacrò appena qualche settimana alla di lei memoria, e chiese subito la mano d'una terza sposa nel fiore dell'età, il di cui amore gli costò la vita. Questa dal canto suo, per una specie di rappresaglia, non gli recava che un cuore di già consacrato a Carlo Brandon, duca di Suffolck, che sposò segretamente due mesi dopo la morte di Lodovico XII[387].