CAPITOLO CXII.
Francesco I assume il titolo di duca di Milano; passa le Alpi; batte gli Svizzeri a Marignano e conquista il Milanese; invasione di Massimiliano in Lombardia, e sua ritirata; diversi trattati che pongono fine alle guerre prodotte dalla lega di Cambrai.
1515 = 1517.
Alla morte di Lodovico XII, suo genero il duca d'Angoleme, primo principe del sangue, salì sul trono di Francia sotto il nome di Francesco I. Era egli nato il 12 settembre del 1494, e pronipote dello stesso Lodovico, duca d'Orleans, figlio di Carlo V, di cui Lodovico XII era nipote. Prese nello stesso tempo il titolo di duca di Milano, come erede di Valentina Visconti, sua bisavola, e come nominato nelle investiture accordate da Massimiliano, in conseguenza del trattato di Cambrai[388]. L'Italia fu in qualche modo così avvisata, che il nuovo monarca aspirava a ricuperare colla forza delle armi la sovranità ch'era stata tolta al suo predecessore.
La Francia aveva avuta la felicità di vedere succedersi due monarchi nati in privata fortuna, i quali portavano sul trono virtù, o talenti, che la reale educazione non può sviluppare. Lodovico XII, che, come principe del sangue, si era mostrato uomo debole e mediocre, si conservò quale sempre era stato; ad ogni modo andò debitore alla sua ristretta e spesso contraria fortuna delle abitudini di regolarità, d'economia, di rispetto per la giustizia e di compassione per le miserie del popolo, che gli fruttarono l'amore de' suoi sudditi. Francesco I era stato dalla natura assai più favorito: era egli giovane di bella presenza, e di una forza ed agilità singolari in tutti gli esercizj militari; la sua affabilità, la gentilezza delle sue maniere e la sua generosità gli guadagnavano il cuore di chiunque lo avvicinava. Finalmente era il primo re francese che fosse stato liberalmente educato; amava le lettere, le arti, la poesia, e le coltivava egli stesso non infelicemente. Sebbene Lodovico XII, fuori di speranza d'aver figliuoli, lo risguardasse di già come presuntivo erede della corona, e lo avesse perciò scelto per suo genero, promettendogli Claudia di Francia, sua primogenita, la regina Anna di Bretagna, non aveva permesso finch'ella visse che questo matrimonio avesse effetto. L'odio che costei nudriva contro Luigia di Savoja, madre di Francesco I, stendevasi anche sopra il di lei figliuolo. Il matrimonio non si celebrò che in maggio del 1514[389]; e fino a quest'epoca Francesco sostenne il peso dello sfavore, e quello della necessità d'ubbidire.
Le luminose qualità di Francesco I eccitavano l'attenzione dell'Italia, che sentivasi minacciata dalle sue prime mosse, e rammentavasi che Gastone di Foix, pervenuto alla stessa età con eguali talenti, ma con minore potenza per farli valere, erasi di già renduto famoso con tante vittorie. Frattanto i nemici della Francia, posti in guardia dagli apparecchi di Lodovico XII, credettero di avere per la di lui morte guadagnato, se non altro, una dilazione; sembrava loro affatto inverisimile che il nuovo re volesse intraprendere una guerra straniera ne' primi mesi del suo regno, allontanandosene prima d'avere avuto il tempo di consolidare la propria autorità. Francesco I nulla omise che convalidare potesse questa opinione, e sebbene portasse a quattro mila lance il numero delle sue compagnie d'ordinanza, non annunciò quest'armamento che come una misura di difesa[390].
Infatti prima d'entrare in campagna, Francesco I voleva conoscere la disposizione de' suoi vicini. Trovò ch'Enrico VIII, re d'Inghilterra, non era meno di lui desideroso di rinnovare il trattato di alleanza conchiuso col suo predecessore; e questo nuovo trattato fu soscritto a Londra il 5 di aprile[391]. L'arciduca Carlo, sovrano de' Paesi Bassi, si mostrò egualmente disposto a stipulare in Parigi, il 24 di marzo, un trattato di alleanza in forza del quale prometteva di sposare Renata di Francia, figliuola di Lodovico XII, e cognata di Francesco I, tostocchè questa sarebbe nubile[392].
Ma d'altra parte Ferdinando il Cattolico non volle rinnovare la tregua d'Orthes, se non a condizione che vi si comprendesse il Milanese, al che Francesco non volle acconsentire. Massimiliano ricusò d'entrare in negoziazioni; gli Svizzeri non vollero ricevere gli ambasciatori francesi, quando non fossero apportatori della ratifica della convenzione di Digione; il papa promise di tenersi neutrale, ma nello stesso tempo negoziava segretamente con Massimiliano, con Ferdinando e cogli Svizzeri, ed in luglio sottoscriveva un trattato di guarenzia per il ducato di Milano[393]. I Veneziani dal canto loro riponevano ogni speranza nei soccorsi della Francia; affrettavano il re a scendere in Italia, mentre che l'assistenza loro poteva ancora essere efficace; e rinnovarono con lui, il 27 di giugno, l'alleanza che avevano conchiusa col di lui predecessore[394].
Il doge di Genova, Ottaviano Fregoso, era stato ricondotto in patria dalle armi degli Spagnuoli e del papa, onde la lega contraria alla Francia credeva di poter contare sopra di lui; pure ella non lo accarezzava più di quello che fatto avesse il duca di Milano medesimo, e mentre opprimeva questi colle contribuzioni, e continuamente lo minacciava di cedere i suoi stati ad un altro, gli offriva nello stesso tempo la signoria di Genova, a condizione ch'egli pagasse alla lega una grossa somma di danaro; di modo che il Fregoso non ignorava che, sotto la protezione del papa e del re di Spagna, la sua patria veniva in certo modo posta in vendita al migliore offerente. Accolse dunque con piacere le segrete proposizioni di Francesco I, che chiedeva la sua alleanza. Conchiuse un trattato col contestabile di Borbone, che non doveva essere pubblicato che dopo che le armate francesi sarebbero entrate in Italia; allora il Fregoso doveva aprir loro i passaggi della Liguria, secondarle con un determinato numero di fanti, e deporre il titolo di doge, per assumere quello di perpetuo governatore di Genova a nome del re di Francia[395].
Finalmente a Francesco I restava un ultimo alleato in Italia, ma di tutti il più debole, ed era il marchese di Saluzzo, che, spogliato di tutti i suoi stati per cagione del suo attaccamento alla Francia, altro più non conservava che la città di Revello, che dalla sua posizione per altro alle falde delle montagne era renduta importante[396].
Ma Francesco primo contava meno sopra i suoi alleati che sulle proprie forze della Francia, e sull'entusiasmo con cui questa apparecchiavasi a secondare il suo giovane re nella prima di lui impresa. Volendo Francesco cancellare la vergogna delle sconfitte di Novara e di Guinegattes, ragunava la più poderosa armata che fin allora fosse stata condotta in campagna da un re di Francia. Riunì nel Delfinato duemila cinquecento lance francesi, il fiore di tutta la nobiltà francese; e perchè la gelosia di questa casta teneva in Francia disarmato il terzo stato e lontano da ogni militare esercizio; e perchè d'altra parte le ultime guerre avevano fatta sentire la decisiva importanza dell'infanteria, quand'essa presentava o la massa impenetrabile e coperta di picche degli Svizzeri, o l'agilità unita alla costanza degli Spagnuoli; Francesco I si procurò ventidue mila Landsknecht per far testa agli Svizzeri, e dieci mila Baschi da opporsi agli Spagnuoli. Erano i primi sotto il comando del duca di Gueldria, del capitano Tavannes, la di cui gente, che ammontava a sei mila uomini, chiamavasi la banda nera, del duca di Suffolck, del conte di Volff-Brandeck, e di Michele di Openberg[397]. L'avarizia di Ferdinando, che mai non aveva voluto pagare la taglia del suo illustre capitano Pietro Navarro, fatto prigioniero nella battaglia di Ravenna, somministrò ai Francesi un eccellente capo per formare l'infanteria basca. Il Navarro, stanco di così lunga prigionia, restituì a Ferdinando tutti i feudi che aveva da lui ricevuti, entrò al servigio della Francia, e levò parte nel Bearn e parte nel Delfinato i dieci mila uomini, cui egli diede la forma, la disciplina e le armi colle quali la sua fanteria spagnuola erasi lungo tempo distinta[398].
Raimondo di Cardone, dopo di avere minacciato il Vicentino, e forzato a rinculare Bartolommeo d'Alviano, che aveva dal senato ricevuto espresso ordine di non esporsi a formale battaglia, aveva ricondotta a Verona l'armata spagnuola. Giuliano de' Medici, che suo fratello Leon X aveva nominato gonfaloniere della Chiesa, adunava tra Piacenza e Reggio un'armata composta di truppe pontificie e di truppe della repubblica fiorentina. Finalmente gli Svizzeri si affrettavano soli di prevenire i Francesi, occupando i passi delle Alpi. Avevano stabilito il loro quartiere generale a Susa, ove tenevano di già un'armata di oltre venti mila uomini, la quale custodiva le aperture delle due valli d'Exiles e della Novalese, con tutte le gole del monte Cenisio e del monte Ginevra[399].
D'altra parte l'armata di Francesco I occupava le spalle delle stesse Alpi nel Delfinato, tra Grenoble e Briançon. Il passaggio del monte Ginevra, pel quale i Francesi erano nelle precedenti guerre scesi in Italia, veniva loro chiuso: ed il re giudicava impossibile di sforzare gli Svizzeri in anguste gole, ove la sua cavalleria non poteva agire, e dove il più piccolo ritardo avrebbe esposta la sua armata a perire di fame. In tale stato di cose il maresciallo Trivulzio s'addossò il carico di visitare le montagne, per informarsi da tutti i pastori intorno alle strade per le quali l'armata francese potrebbe passare e prendere alle spalle l'armata svizzera; s'attenne in ultimo a quella, che, dalle rive della Duranza, conduce per Guillestre e per l'Argentiera alle sorgenti della Stura, ed ai piani del marchesato di Saluzzo[400].
Già era il 10 d'agosto, e più non si vedevano nevi nelle gole delle montagne che si dovevano attraversare coll'artiglieria; ma verun'armata non aveva fin allora penetrato in così alpestre valli, sconosciute perfino dai condottieri di merci, e praticate solamente da alcuni cacciatori di camozzi. L'intrapresa di condurvi un treno d'artiglieria, tutti gli uomini d'armi francesi, e trenta mila pedoni, doveva dunque sorprendere l'immaginazione. Da Grenoble l'armata erasi recata ad Embrun per Vizille e la Mura. Colà provvedutasi di vittovaglie per cinque giorni, penetrò nelle montagne pei villaggi di san Clemente e di Crispino. Aveva lasciato a sinistra il monte Genievre, guadata la Duranza, e trovata la sua prima stazione a Gilestre. Di là fu d'uopo aprirsi col ferro una strada a traverso alla rupe di san Paolo, che chiudeva il passaggio: questo si eseguì il secondo giorno, e l'armata andò a passare la notte a Barcellonetta. Il terzo giorno si doveva valicare la catena centrale delle Alpi, quella che, tra Barcellonetta e l'Argentiera, divide le acque che scendono nel Rodano da quelle che vanno nel Po. Qua e là dovevansi far saltare degli scogli per aprirsi la via, o gettar ponti a traverso ai precipizj, o innalzare sull'erta delle montagne lungo i precipizj delle gallerie di legno. Settantadue grossi pezzi d'artiglieria dovevano passare per questa strada colla colonna centrale dell'armata, la cavalleria pesante e gli equipaggi; ed in oltre due mila cinquecento pontonieri e zappatori, raccolti in corpo e pagati come la fanteria, i quali dovevano aprire le strade; ma lo zelo dei semplici soldati era ancora più efficace; essi strascinavano l'artiglieria invece dei cavalli, e mostravano altrettanta avvedutezza e destrezza che coraggio per superare le inudite difficoltà che loro opponeva la natura. La terza stazione dell'armata fu ne' villaggi di Larchia e di Ehergia. L'armata era omai giunta nella valle della Stura; ma la montagna di Piè di Porco gli chiudeva tuttavia il passaggio: essa la superò il quarto giorno, ed il quinto si trovò in Lombardia nelle pianure del marchesato di Saluzzo[401].
Mentre la colonna del centro teneva questa strada, continuamente lottando con pericoli e con difficoltà che verun altro generale non aveva per anco tentato di superare, altre divisioni dell'armata tenevano le strade della Dragoniera, di Rocca Perotta e di Cuneo, senza mai scontrarsi negli Svizzeri, che con tanto vantaggio avrebbero potuto vietarne il passaggio.
Con una di queste divisioni La Palisse era stato incaricato di portarsi da Briançon a Villafranca, e di là per Sestrieres alle sorgenti del Po. Egli formava in tal modo l'ala sinistra di tutta l'armata francese, e siccome colui che trovavasi più vicino agli Svizzeri, era altresì quegli che più particolarmente copriva l'artiglieria. Bajardo, Humbercourt e d'Aubignì camminavano con questa divisione. Bajardo ebbe avviso che Prospero Colonna, capitano generale del duca di Milano, aveva il suo quartiere a Carmagnola, alle falde di quelle stesse montagne, e seppe inoltre che, sebbene la strada di Rocca Sparviera non avesse mai veduti cavalli, era non pertanto praticabile. Bajardo e La Palisse risolsero di sorprendere il generale nemico. Al Colonna riuscì in quest'occasione dannoso il suo circospetto carattere; perchè non potè credere possibile ciò ch'egli medesimo non avrebbe osato di tentare. Infatti egli non aveva verun sospetto dell'avvicinamento de' Francesi; pure era partito da Carmagnola per Pignerolo la mattina medesima del 15 agosto, giorno in cui, attesa la sollecitudine usata, La Palisse e Bajardo avevano sperato di sorprenderlo nella prima di queste due città: ma, avvisati della sua partenza, gli tennero dietro di galoppo. Il Colonna, che aveva con lui trecent'uomini d'armi, alcuni cavaleggieri, e molti cavalli di rimonta, erasi trattenuto a Villafranca per desinare. Non volle dar fede alle sue spie che vennero a partecipargli l'imminente arrivo de' Francesi. Il corpo di guardia, posto all'ingresso di Villafranca, vedendo venire il nemico volle chiudere le porte; ma due uomini d'armi francesi, che avevano preceduta la compagnia, si precipitarono avanti con sì grande impeto, che uno di loro riuscì a cacciare la sua lancia tra le imposte della porta che si chiudeva, ed a tenervela finchè sopraggiunsero i suoi camerata. Prospero Colonna, sorpreso, non potè fare veruna resistenza e fu fatto prigioniere colla maggior parte dei suoi uomini d'armi, e più di settecento cavalli[402].
L'Italia seppe nello stesso tempo la discesa dalle Alpi di un'armata francese tanto formidabile, e la prigionia del suo più riputato generale. Queste notizie scoraggiarono gli alleati, e li fece più diffidenti gli uni degli altri; onde essi volsero tutte le loro cure a cercare separatamente i mezzi di porsi al sicuro dal comune pericolo. Giuliano de' Medici, sorpreso da una pericolosa febbre, aveva abbandonata l'armata, per recarsi a Firenze, lasciandone il comando a suo nipote Lorenzo. Leon X si affrettò di far dire a quest'ultimo di non avanzarsi contro i Francesi, di non violare la neutralità, e di cogliere il pretesto della rivoluzione di Guido Rangoni, per trattenersi nel Modenese all'assedio di Rubiera. Nello stesso tempo spedì il suo confidente, Cinzio di Tivoli, a Francesco I, per iscusare i suoi primi passi, ed intavolare qualche negoziazione; ma questo emissario fu arrestato dagli Spagnuoli, e le carte che gli si trovarono addosso fecero conoscere a Raimondo di Cardone, cui furono rimesse, quanto poco fondamento doveva fare sul papa[403].
Il Cardone aveva concentrato in Verona tutte le forze della Spagna, e stava colà aspettando i soccorsi della Germania, che Massimiliano prometteva sempre e non mandava mai. Altronde egli aveva fin allora mantenute le sue truppe senza danaro a carico del paese ch'esse guastavano, conciossiachè non si può dire che rifacessero la guerra. Ferdinando non mandava verun sussidio; però nell'istante in cui avrebbe dovuto porsi in cammino, il generale non poteva dispensarsi dal pagare ai soldati almeno una parte de' soldi arretrati. Bartolommeo d'Alviano gli si era di nuovo avvicinato, occupando colla sua armata il Polesine di Rovigo; e, senza voler tentare la dubbia sorte di una battaglia, riteneva gli Spagnuoli, loro non permettendo di andare ad unirsi agli Svizzeri[404].
Gli stessi Svizzeri avevano con qualche perturbamento udita la notizia del passaggio di Francesco I: eransi da principio avviati verso Pignerolo con intenzione di liberare Prospero Colonna, ed avevano costretto La Palisse a ripiegarsi sopra Fossano; ma quando seppero che tutta l'armata, e lo stesso re alla testa della medesima avevano passate le Alpi, chiesero una sospensione d'armi per ritirarsi a Vercelli, lo che da Francesco, che ardentemente bramava di riconciliarsi con loro, fu subito accordato. Nella loro ritirata saccheggiarono Chivasso e Vercelli, ed infine si fermarono a Novara[405].
Dopo il cominciamento della guerra gli Svizzeri si trovavano divisi in due fazioni; gli uni, strascinati dal cardinale di Sion, implacabile nemico della Francia, non volevano udire ragionamenti di accordo; gli altri, i di cui principali capi erano Alberto della Pietra e Giovanni di Diesbach, capitani de' Bernesi, e Giorgio di Super-Sax Valesano, desideravano di riconciliarsi con una monarchia, che risguardavano come la naturale amica della loro nazione; e si lagnavano, che si facesse loro versare il più puro lor sangue per una contesa affatto straniera alla svizzera. L'ambizione di coloro che volevano signoreggiare l'Italia ed opprimere la Francia, era sproporzionata affatto colla loro forza, e pareva loro che la Svizzera dovesse essere egualmente perduta, sia che la Francia cessasse di esistere, o sia che la Francia vittoriosa volesse vendicarsi de' suoi più prossimi vicini. Il timore, che inspirava l'armata di Francesco I, consigliava gli Svizzeri a dare orecchio alle persuasioni di Diesbach e di Alberto, che volevano che si accettasse la mediazione loro offerta dal duca di Savoja, e dal bastardo di lui fratello[406].
Ma gli Svizzeri, che il giorno d'una battaglia si assoggettavano ad una rigorosa disciplina, conservavano nelle loro armate, qualunque volta non si trovavano in presenza del nemico, tutte le più focose abitudini democratiche. I ragionamenti de' loro capi gli strascinavano a vicenda ad estremi partiti. Gli uni, di già carichi di preda, desideravano di trasportarla nelle loro montagne, altri domandavano la guerra, perchè non avevano ancora nulla guadagnato; tutti si lagnavano, perchè i quaranta mila ducati al mese, loro promessi dal papa e dal vicerè, mai non giugnevano al campo. In un istante di mal umore saccheggiarono la cassa del commissario pontificio, e di già si ponevano in cammino per tornare nella Svizzera, quando arrivò il danaro. Allora si calmarono, e si accamparono a Gallarate, ove aspettarono venti mila loro compatriotti, che passavano le Alpi per raggiugnerli[407].
Frattanto il bastardo di Savoja ed il signore di Lautrec avevano seguiti gli Svizzeri a Gallarate per continuare le loro negoziazioni; e perchè questi offrivano danaro contante, mentre che gli alleati avevano di già fatta conoscere la loro povertà, la maggior parte dei venti commissarj svizzeri, nominati per trattare con loro, erano disposti ad un accomodamento. Diffatti venne all'ultimo dalle due parti firmato un trattato, in forza del quale gli Svizzeri acconsentivano che il ducato di Milano tornasse alla Francia, non esclusi i piccoli distretti posti al piè delle Alpi ch'essi avevano staccati, a condizione che Francesco Sforza sposasse una principessa del sangue reale di Francia, e ricevesse per appannaggio il ducato di Nemours, oltre una pensione di dodici mila franchi. Dal canto suo il re promise di pagare in diversi termini seicento mila scudi per la capitolazione di Digione, e trecento mila pei villaggi conquistati, che gli Svizzeri restituivano. Ritornò ai cantoni le antiche loro pensioni, e l'alleanza rinnovatasi tra di loro doveva durare tutto il suo regno e dieci anni dopo la sua morte[408].
Francesco I, premuroso di fare un primo pagamento agli Svizzeri, e di porre in tal modo il suggello alla pace, richiese a tutti i principi e gentiluomini di prestargli ciò che avevano in danaro contante ed in vasellame d'oro e d'argento. Ciascuno non si serbò che quanto era necessario pel proprio mantenimento di otto giorni: ed il danaro fu mandato a Buffalora, ove il signore di Lautrec doveva consegnarlo ai deputati della lega. La pace sembrava talmente sicura che il duca di Gueldria, capitano di tutti i Landsknecht, ripartì a tutta fretta per respingere un'invasione dei Brabantesi fatta ne' suoi stati; e quando ebbe a Lione la notizia della battaglia di Marignano, cadde per dispiacere pericolosamente infermo[409].
Frattanto Rosten[410], borgomastro di Zurigo, che per l'età e per la sua sperienza militare era stato da' cantoni nominato generale di tutte le loro truppe in Italia, arrivò da Bellinzona al campo, ch'erasi trasportato a Monza, con una nuova divisione di venti mila uomini. Gli Svizzeri, che prima si sentivano più deboli, credettero allora di avere ricuperata la superiorità. I nuovi venuti non sapevano risolversi a tornare in patria senza combattere; portavano invidia alle ricchezze acquistate dai loro compagni, e dichiararono che giammai i cantoni non acconsentirebbero alla restituzione delle podesterie italiane, secondo portava il trattato. Invano i partigiani della Francia rappresentavano quanto vergognosa cosa sarebbe il violare una convenzione così solennemente stipulata; la maggior parte di quella moltitudine di Svizzeri domandava la battaglia; essi proponevano, con due subiti attacchi, d'impadronirsi del danaro ch'era stato portato a Buffalora, e di sorprendere il re, che colla sua armata erasi avvicinato a poche miglia di Milano. Alberto della Pietra e Giovanni di Diesbach, non volendo prendere parte a quest'atto di mala fede, abbandonarono il campo per tornare in patria, e con loro si posero in cammino sei in sette mila de' loro commilitoni. Il signore di Lautrec, prevenuto a tempo da alcune spie de' progetti degli Svizzeri, partì precipitosamente da Buffalora, e pose in sicuro il danaro a lui affidato[411].
Intanto l'armata francese aveva omai occupata la maggior parte della Lombardia. Aymar di Prie con quattrocento lance e cinque mila fanti erasi avvicinato a Genova, onde sollecitare Ottaviano Fregoso a dichiararsi per la Francia; e questi aveva subito spiegate le bandiere francesi, e rinforzata con quattro mila fanti l'armata d'Aymar di Prie, che occupava tutto il paese a mezzogiorno del Po[412]. Dalla banda settentrionale di questo fiume, il re si era avanzato da Vercelli verso Novara, che non aveva fatto che una debolissima resistenza; indi, passato il Ticino, si trattenne a Buffalora e ad Abbiategrasso, mentre che Pavia gli apriva le porte, e che Gian Giacopo Trivulzio si avanzava fino a quelle di Milano: quest'ultimo veniva incontrato da una deputazione del popolo di questa città, la quale lo supplicava di non compromettere, prima della battaglia, la capitale della Lombardia, che trovavasi tra le due armate, e di astenersi dall'entrarvi per umanità, e per riconoscenza dell'attaccamento dei Milanesi verso la corona di Francia[413].
Il cardinale di Sion trovavasi presso Raimondo di Cardone, che aveva stabilito il suo campo al confluente dell'Adda e del Po. Quando seppe che i suoi compatriotti avevano determinato di continuare la guerra, sollecitò il Cardone ad unire la sua armata alla loro, e non lo potendo ottenere, si recò egli presso gli Svizzeri a Monza, con Muzio Colonna, Luigi di Pitigliano, quattro cento cavaleggieri ed alcuni uomini d'armi. Gli Svizzeri non avevano altra cavalleria nella loro armata[414].
Il Cardone, dopo avere lasciate guarnigioni in Verona ed in Brescia, andò ad unirsi a Piacenza a Lorenzo de' Medici con settecento uomini d'armi, seicento cavaleggieri, e sei mila fanti. Dal canto suo il Medici aveva sotto di sè settecento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri e quattro mila fanti. Queste due armate, riunite alle spalle de' Francesi, erano abbastanza forti per tenerli inquieti; ma intanto l'Alviano aveva passato l'Adige, e, rimontando la sinistra del Po fino a Cremona, era venuto ad accamparsi in faccia al vicerè, che aveva di già apparecchiato il suo ponte di battelli sotto Piacenza. L'armata veneziana, che sotto gli ordini dell'Alviano contava novecento uomini d'armi, mille quattrocento cavaleggieri e nove mila fanti, teneva in dovere tutte le forze della Spagna, del papa e de' Fiorentini, e con così maestro movimento agevolava ai Francesi il modo di sperimentare co' soli Svizzeri la sorte della guerra[415].
Francesco I, per assicurare la sua comunicazione coll'Alviano e per troncare assolutamente quella del campo spagnuolo cogli Svizzeri, era venuto ad accamparsi a Marignano, posto sulla strada di Piacenza a Milano, lontano trenta miglia dalla prima di queste due città, dieci dalla seconda. L'Alviano occupava dieci miglia più in là di Marignano Lodi verso Piacenza; onde il Cardone, dopo avere fatto passare il Po a parte delle sue truppe, conoscendo l'impossibilità di avanzare, aveva ripassato il fiume. Gli avamposti francesi stendevansi fino a tre miglia presso Milano, a san Donato ed a santa Brigida; e gli Svizzeri, dopo l'arrivo del cardinale di Sion nel loro campo di Monza, erano rientrati in Milano in numero di circa trentaquattro mila uomini[416].
Il 13 di settembre il cardinale di Sion fece battere il tamburo per adunare tutti gli Svizzeri sulla piazza del castello di Milano. Egli vi si era fatto innalzare un pulpito dal quale gli arringò, eccitandoli a combattere per la santa Chiesa; conveniva, diceva egli, sorprendere il re, vendicarsi in una sola volta di tutte le offese ricevute, ed aggiugnere nuovi allori a quelli che avevano di già colti a Novara. Nello stesso tempo fece dare un falso allarme da Muzio Colonna, che rientrò precipitosamente in città, e chiese il soccorso di tutta l'armata, come se fosse inseguito dai Francesi. Allora quegli stessi, che fino a tal giorno erano stati per la pace, diedero di piglio alle loro armi col medesimo impeto degli altri, onde non abbandonare i loro compatriotti nell'istante del pericolo[417].
Malgrado la nuova determinazione presa dagli Svizzeri i loro negoziatori e quelli de' Francesi trovavansi tuttavia uniti a Gallarate; ed il re era sempre di sentimento che sarebbesi fatta la pace; quando il tredici di settembre, tre ore dopo mezzogiorno, il maresciallo di Fleuranges, ch'era stato mandato verso Milano per osservare il nemico, e aveva probabilmente cagionato l'allarme da cui il cardinale di Sion seppe tirare partito, vide sortire dalla città tutta l'armata degli Svizzeri al suono delle terribili trombette d'Uri e d'Underwald, che tenevansi in serbo pei giorni di battaglia. Egli corse verso il re per avvisarlo di armarsi e chiamare i Francesi a raccolta. Bartolommeo d'Alviano trovavasi allora in conferenza nella tenda del re, che lo prese per mano, e gli disse: «signor Bartolommeo, io vi prego di recarvi sollecitamente alla vostra armata, e venite colla medesima il più presto che potrete sia di giorno o di notte, dove io sarò, giacchè voi ben vedete qual affare ho sulle braccia[418].»
Il re, che non pensava di essere attaccato, non aveva presa a santa Brigida una vantaggiosa posizione; la strada di Milano, per la quale era ripartito il maresciallo di Fleuranges con dugento uomini d'armi, per fare una carica contro gli Svizzeri, seguiva una retta linea ed era fiancheggiata di fosse da ambedue le parti, di modo che la cavalleria non poteva prendere i nemici di fianco, nè volteggiare intorno a loro. Alcuni corpi di Landsknecht erano disposti al di là della fossa, ma non potevano farvi che un debole servigio; altronde le lunghe negoziazioni ch'essi avevano veduto trattarsi tra il re e gli Svizzeri, li teneva in qualche diffidenza; temendo essi per avventura che il re gli avesse abbandonati a quei formidabili nemici[419].
Gli Svizzeri giunsero agli avamposti francesi quando omai non rimanevano che due ore di giorno. Essi vanzavano sulla fronte dell'armata colla picca abbassata, non ricorrendo a veruno studiato movimento, nè altr'arte militare adoperando che la forza del corpo e la loro intrepidezza. Essi marciavano contro l'artiglieria senza lasciarsi spaventare dalle scariche delle batterie, che prendevano in pieno le loro file; dopo la caduta de' loro commilitoni serravano di nuovo le file ed avanzavano sempre. Gli uomini d'armi si scagliarono contro di loro, condotti dal re alla testa de' gentiluomini della sua guardia. Scriveva egli stesso a sua madre: «Da cinquecento e da cinquecento vi fu fatta una trentina di belle cariche; e al certo più non si dirà che gli uomini d'armi sono lepri armate; perciocchè a non dubitarne essi fecero l'esecuzione[420].» Però questo corpo di cavalleria, che non poteva tenere che la retta linea della grande strada ed attaccare gli Svizzeri di fronte, veniva trattenuto dal bosco di picche, contro le quali esso urtava. A misura che gli squadroni piegavano, gli Svizzeri, che mai non si erano lasciati intaccare, s'avanzavano contro di loro in buon ordine. Alcune migliaja di Landsknecht tentarono di passare la fossa per prendere gli Svizzeri di fianco, ma vi perirono quasi tutti[421].
La prima batteria che venne attaccata dagli Svizzeri non era composta che di sette pezzi di cannone, sotto il comando di Pietro Navarro: era coperta da una larga fossa che veniva difesa da un corpo di fanteria basca e guascona. Fu attaccata dal battaglione svizzero della gioventù perduta, che era un corpo di giovani soldati scelti in tutti i cantoni, che portavano il distintivo di alcune piume bianche sul capo, ed avevano doppio soldo. Questi perdettero nell'attacco moltissima gente, ma all'ultimo s'impadronirono della batteria[422].
La luce del giorno era da molto tempo mancata ai combattenti, ma era stata rimpiazzata da una chiarissima luna, e la pugna continuava. Ciò nulla meno i capì più non potevano discernere l'andamento della battaglia, nè dirigere le cominciate operazioni, e tutti separatamente si battevano contro coloro che accidentalmente si trovavano a fronte. I corpi francesi erano di già separati dagli Svizzeri, ma combattevano ancora per conservare il posto che avevano preso. Dopo quattro ore di notturna battaglia, la stanchezza ed il non conoscere la situazione de' nemici fecero deporre le armi a tutti. Tutti rimasero al proprio luogo, cercando di ricuperare col sonno le perdute forze[423].
«Sopraggiunse la notte, dice Fleuranges, e gli Svizzeri cominciarono a cacciare gli uomini d'armi da un canto e dall'altro; perciocchè più non sapevano dove andassero, e venivano uccisi dovunque si trovavano. Nello stesso stato erano i Landsknecht ed i fanti francesi, tutti smarriti come gli altri. Il re si fermò presso l'artiglieria, e non aveva un uomo a piedi presso di lui; e fece una carica con circa venticinque uomini d'armi, i quali lo servirono maravigliosamente; e poco mancò che il re non impazzisse, e vi giuro in su l'onor mio, che fu uno de' più valorosi capitani della sua armata, non avendo mai voluto abbandonare la sua artiglieria, e facendo intorno a sè ordinare il più di gente che poteva. E gli Svizzeri furono assai vicini all'artiglieria, ma non la videro: ed il detto re fece spegnere un fuoco ch'era vicino alla menzionata artiglieria, perchè trovandosi gli Svizzeri vicini, non la vedessero custodita da così poca gente. Ed il detto signore chiese da bere, essendo molto assetato; e fuvvi un pedone che andò a prendergli dell'acqua ch'era lorda di sangue, la quale fece tanto male al detto signore, ch'era soverchiamente riscaldato, che lo costrinse a rigettare tutto quello che aveva in corpo. Egli si coricò sopra un carro dell'artiglieria per riposarsi alquanto, e sollevare il suo cavallo ch'era malamente ferito. Aveva vicino un trombetta italiano, chiamato Cristoforo, che lo servì assai bene, perchè gli si tenne sempre accanto, ed il suono della sua tromba vinceva quello di tutte le altre del campo; e perciò sapevasi ove stava il re, e la gente si andava ristringendo verso di lui[424].»
E fu in tal modo che durante la notte si ragunarono circa venti mila Landsknecht e tutti gli uomini d'armi nel luogo ove trovavasi il re presso l'artiglieria. I capitani francesi, approfittando del breve intervallo tra l'una e l'altra battaglia, ritiravano le batterie che credevano troppo avanzate, le collocavano vantaggiosamente, rifacevano la loro linea rotta in varj punti, e combinavano gli attacchi che la cavalleria doveva tentare ai fianchi o alle spalle per rompere la falange degli Svizzeri[425].
Questi dal canto loro eransi riuniti al suono de' due corni d'Uri e d'Underwald, che si udirono suonare tutta la notte. Il cardinale di Sion loro aveva fatte portare vittovaglie da Milano, e i loro corpi s'intendevano ancora senza vedersi. Il prelato aveva spediti corrieri in varie parti per annunziare, dietro l'accaduto nel primo attacco, che gli Svizzeri erano vittoriosi e l'armata francese disfatta[426].
«Quando si fece giorno (il venerdì 14 settembre) ognuno si ritirò sotto le proprie insegne, dice Martino di Bellay, e ricominciò la battaglia più furiosa che la sera, di modo che io vidi uno dei principali battaglioni de' nostri Landsknechts rinculare più di cento passi; ed uno Svizzero, passando tutte le linee della battaglia, arrivò a toccare colla mano un pezzo dell'artiglieria del re, ove fu ucciso; e senza la cavalleria, che sostenne gran parte dell'urto svizzero, si era in pericolo[427].» Ma malgrado l'intrepidezza degli Svizzeri, e l'eccellente loro ordinanza, potevasi di già prevedere che il risultato della battaglia non riuscirebbe loro favorevole. L'artiglieria francese faceva orrendi guasti ne' loro battaglioni, ed ogni loro sforzo per impadronirsene tornava vano. I replicati attacchi della cavalleria sui loro fianchi, sebbene non li disordinassero, ne impedivano la marcia, e loro uccidevano molta gente. «E cominciavano, dice Fleuranges, a girare intorno al loro campo da ogni lato per vedere se potevano assalirli; ma non vi riuscivano; cercarono di rompere una banda che si era mossa, ma quando si videro abbassate contro le picche, passarono avanti senza toccarla[428].»
Mentre gli Svizzeri cominciavano già ad essere titubanti, Bartolommeo d'Alviano, ch'era stato a Lodi a prendere la sua truppa e che aveva camminato tutta la notte, giunse sul campo di battaglia con soli cinquantasei cavalieri, prevenendo la sua armata, che avanzavasi più lentamente ordinata a colonne. Ma il grido de' Veneziani Marco! Marco! le loro insegne e la grande opinione che si aveva della rapidità dell'Alviano fecero credere ai due campi che tutta la sua truppa arrivasse con lui. Gli Svizzeri non giudicarono conveniente di aspettarlo; strinsero nuovamente le loro file e ripiegarono verso Milano in buona ordinanza, e con sì fiero contegno, che niun corpo dell'armata francese di fanteria o di cavalleria, ardì molestarli. Soltanto due loro compagnie, che si riposavano ne' granai di un villaggio, perirono tra le fiamme, che vi accesero i cavaleggieri dell'armata veneziana[429].
Il maresciallo Trivulzio, ch'era stato presente a diciotto battaglie campali, non le risguardava che come giuochi da fanciullo a petto di quella terribile di santa Brigida o di Marignano, che aveva costume di chiamare una battaglia di giganti. Si può credere che tra l'una e l'altra armata rimanessero sul campo circa diciotto mila uomini, due terzi de' quali Svizzeri. Ma gli storici delle due parti, per adulare la vanità nazionale, danno intorno al risultamento della battaglia un calcolo assai diverso. Nell'armata svizzera eranvi pochi nomi illustri; in quella dei Francesi moltissimi, e portarono il lutto le più nobili famiglie. Francesco fratello del duca di Borbone, Imbercourt, il conte di Sancerre, il signore di Bussy nipote del cardinale d'Amboise, Giovanni di Muy signore della Meilleraye, il principe Carlo di Talmont, unico figlio di Luigi della Tremouille, il signor di Roye fratello del maresciallo di Fleuranges, ed il giovane conte di Pitigliano, venuto coll'Alviano dall'armata veneziana, rimasero tra i morti[430].
«La sera del venerdì, in cui terminò la battaglia con onore del re di Francia, si fece allegria nel campo e parlossene in più maniere. E si trovò che gli uni avevano fatto meglio degli altri; ma si trovò soprattutto che il buon cavaliere (Bajardo) si era nelle due giornate mostrato tal quale avea costume di essere in tutti i luoghi in casi simili. Il re volle fargli molto onore, ricevendo l'ordine di cavaliere dalle di lui mani. Ed aveva ben ragione, perchè non avrebbe saputo prenderlo da altri migliore di Bajardo[431].» Il re, dopo fatto cavaliere, accordò lo stesso ordine a molti altri gentiluomini, che avevano valorosamente combattuto. «Io ben conosco, disse al maresciallo di Fleuranges, che in quante battaglie vi siete trovato, non avete mai voluto essere cavaliere; io lo fui oggi, e vi prego a volerlo essere ancora voi di mia mano; ciò che il fortunato Fleuranges gli accordò di buon cuore, ringraziandolo dell'onore che gli compartiva[432].»
Bajardo, che aveva ricevuto dal re un così segnalato favore, aveva nella precedente notte corso un grandissimo pericolo. «Il suo cavallo, punto dalle picche e sbrigliato, quando si sentì senza freno si pose a correre, ed a dispetto di tutti gli Svizzeri e delle loro ordinanze, passando oltre, portava a dirittura il buon cavaliere in mezzo ad un corpo di Svizzeri, se non che, entrato in un campo in cui le viti erano tese da un albero all'altro, si dovette fermare. Il buon cavaliere ebbe grande paura, e non senza cagione, perciocchè era senza rimedio morto, se veniva in mano dei nemici. Non si perdette per altro di coraggio, ma scese dolcemente da cavallo, ed in parte si disarmò, e seguendo le rive di una fossa, a quattro gambe si incamminò verso il luogo in cui credeva trovarsi il campo francese, ed ove udiva gridare Francia, Dio gli fece la grazia che vi giugnesse sano e salvo; ed inoltre, ciò che molto gli giovò, che si scontrasse nel gentile duca di Lorena, uno de' suoi signori, che fu sorpreso di vederlo così a piedi. Onde il detto duca gli fece subito allestire un gagliardo cavallo[433].»
Gli Svizzeri rientrati in Milano cercavano un pretesto per ritirarsi da una guerra, da cui non potevano più nulla sperare. Chiesero a Massimiliano Sforza i tre mesi di soldo che questi aveva loro promessi, ma che evidentemente egli più non poteva pagare dopo la perdita di tutti i suoi stati. Dietro il suo rifiuto, malgrado le istanze del cardinale di Sion, cui non davano più tanta credenza dopo la perdita della battaglia, si posero all'indomani in cammino per ritirarsi per la strada di Como ne' loro paesi. Massimiliano Sforza si chiuse nel castello di Milano con Girolamo Morone, suo principale ministro, Giovanni Gonzaga, pochi gentiluomini milanesi, mille cinquecento Svizzeri, e cinquecento Italiani. Suo fratello Francesco Sforza, duca di Bari, passò in Germania col cardinale di Sion, per affrettare i soccorsi dell'imperatore. Gli Svizzeri dal canto loro avevano, partendo, promesso, che non tarderebbero a ritornare in maggior numero per vendicarsi della loro sconfitta, e liberare i loro compatriotti[434].
Però la battaglia di Marignano aveva decisa la sorte del ducato di Milano. Tutte le città si affrettarono d'assoggettarsi a Francesco I, e di manifestare il loro giubbilo d'essere state liberate dall'insolenza e dalla rapacità della soldatesca svizzera. I soli castelli di Milano e di Cremona rimasero in potere di Massimiliano Sforza, e Pietro Navarro si obbligò col re Francesco ad impadronirsi del primo avanti che passasse un mese[435].
Il castello di Milano era abbondantemente provveduto d'ogni maniera di vittovaglie e di munizioni da guerra; la sua guarnigione più numerosa che non richiedevalo l'estensione del suo ricinto; e le sue mura, che avevano di già sostenuti lunghi assedj, si giudicavano presso che inespugnabili. Ma Pietro Navarro, che aveva il primo di tutti portata in Italia l'arte delle mine caricate e che l'aveva perfezionata; che col mezzo loro aveva molti anni avanti presi i tre castelli di Napoli, e che pretendeva non potergli lungamente resistere veruna fortezza, ispirava grandissimo terrore a tutti coloro ch'erano chiusi nel castello di Milano. E più d'ogni altro il duca ed i suoi ufficiali civili temevano di dovere ad ogni istante essere vittime d'una terribile esplosione. Potevano ben essi tenersi lontani da ogni conflitto e dai pericoli inseparabili dalla difesa d'una breccia: ma una mina nella sua esplosione non rispettava più il sovrano del plebeo, e poteva raggiungere il duca ne' suoi più segreti appartamenti, ed in qualunque ora del giorno o della notte seppellirlo sotto le ruine delle mura. Massimiliano Sforza, che non aveva nè coraggio, nè forza di carattere, era desideroso di sottrarsi a qualunque prezzo a tanto pericolo. Egli non aveva un solo istante goduto dell'indipendenza o della ricchezza annessa al sovrano potere. Quando l'uno, e quando l'altro de' suoi alleati, aveva proposto d'abbandonarlo, e di far ricadere i suoi stati o all'imperatore, o al re di Francia. Gli Svizzeri mantenevano il suo potere, ma per tenerlo subordinato alla loro volontà, facendolo ministro d'insopportabili esazioni, per le quali egli si era già renduto odioso a' suoi sudditi. Il 4 ottobre, venti giorni dopo la battaglia, sottoscrisse una capitolazione, colla quale dava in mano del re non solo i castelli di Milano e di Cremona, ma tutti i suoi diritti sul Milanese, obbligandosi a passare il rimanente de' suoi giorni in Francia; mentre che il re dal canto suo gli prometteva d'interessarsi per ottenergli un cappello di cardinale, e d'assegnargli trenta mila scudi di rendita in beni stabili[436]. Nell'atto che sottoscriveva il trattato, Massimiliano gridò, che allora si sottraeva finalmente alla schiavitù degli Svizzeri, alle estorsioni dell'imperatore, ed agl'inganni degli Spagnuoli.
Francesco I non volle fare il suo solenne ingresso in Milano che dopo la capitolazione del castello, credendo sconveniente alla dignità d'un sovrano di Francia l'entrare in una città che non gli apparteneva tutta intera. Queste bizzarre nozioni intorno a ciò che egli chiamava l'onore della sua corona gli fecero più tardi commettere grandissimi mancamenti, ch'ebbero su tutti i suoi destini una fatale influenza. In questa circostanza il ritardo del suo ingresso in Milano era di poca importanza, non gli togliendo il tempo d'approfittare colle armi e colle negoziazioni degli ottenuti vantaggi.
Le negoziazioni erano attivissime: gli alleati nemici del re si andavano vicendevolmente confortando alla costanza; ma ognuno cercava di ritirarsi dalla difficile lotta, lasciandovi implicati i compagni. Il papa era più d'ogni altro spaventato dalla fortuna de' Francesi; perciocchè non solo vedeva essere esposti a così potente nemico gli stati della Chiesa, ma anche per parte di Firenze doversi da un momento all'altro temere una rivoluzione. I Medici erano stati ricondotti in questa repubblica dal Cardone, a nome dell'imperatore e del re di Spagna; onde i patriotti professavano alla Francia il più caldo attaccamento. Per questo attaccamento avevano permesso che si tenesse il concilio di Pisa nel loro territorio, provocando la collera di Giulio II e di Ferdinando, locchè era stato all'ultimo cagione della loro ruina. La politica, d'accordo colla riconoscenza, suggeriva al monarca francese l'obbligo di ristabilire la fedele sua alleata, la repubblica fiorentina, per servire d'avamposto al ducato di Milano: una volgare prudenza lo ammoniva di fidarsi piuttosto a sperimentati amici che a nemici costretti dalla forza a cercare la pace.
L'avversione de' re per le repubbliche, e l'avversione che aveva Francesco I ad entrare in guerra colla Chiesa, gli fecero abbracciare la contraria decisione. Il vescovo di Tricarico ed il duca di Savoja trattavano con lui a nome di Leon X, e lo ridussero a sottoscrivere un trattato preliminare, con cui il re guarentiva l'autorità de' Medici sopra la repubblica fiorentina; onde il papa, omai riavutosi da quel primo terrore che lo aveva invaso, cominciò a muovere difficoltà intorno alla ratifica de' preliminari, perchè aveva avuto notizia degli scrupoli del re. Intanto egli andava indagando cosa potrebbe ottenere da Massimiliano o dagli Svizzeri per continuare la guerra, e se gli sarebbe possibile di staccare i Veneziani dalla Francia. Quando conobbe che da questo canto non poteva riuscire, fece finalmente il 13 ottobre sottoscrivere in Viterbo il suo trattato d'alleanza col re. Egli evacuava Parma e Piacenza, che dovevano di nuovo riunirsi al ducato di Milano, mentre il re prometteva a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici, oltre il mantenimento dell'autorità loro sopra Firenze, onori, pensioni e comando di truppe; obbligandosi inoltre a fare che il ducato di Milano si provvedesse di sali alle saline di Cervia con pregiudizio di quelle de' Veneziani[437].
Gli Svizzeri avevano adunata una dieta in Zurigo, nella quale si declamava altamente contro la Francia, e si parlava intorno ai modi di soccorrere il castello di Milano. Frattanto i loro soldati avevano abbandonate le podesterie italiane, ed altro non conservavano al di qui dei monti che le fortezze di Bellinzona e di Locarno. Raimondo di Cardone, che trovavasi coll'armata spagnuola prima d'ogni altro esposto agli attacchi dell'armata francese, e che non ignorava che l'Alviano era impaziente di vendicarsi di lui, che i soldati spagnuoli avevano eccitato contro di loro l'odio universale in tutti gli abitanti della Lombardia, era premuroso di ricondurre la sua armata nel regno di Napoli; egli chiese ed ottenne d'essere compreso nella negoziazione del papa: e Francesco I acconsentì che senz'essere molestato attraversasse colle sue truppe lo stato della Chiesa[438].
Quattro ambasciatori, i più qualificati personaggi che avesse la repubblica di Venezia per le dignità loro e per i loro impieghi, erano stati mandati a Milano per felicitare Francesco I intorno alla sua vittoria, e per ricordargli le promesse fatte ai Veneziani, di far loro ricuperare tutto ciò che degli stati della repubblica occupava l'imperatore. La conquista dello stato di Milano non poteva risguardarsi come terminata, finchè i Francesi non la venivano assicurando da nuove invasioni dalla banda della Germania, rendendo Verona e Brescia ai Veneziani, siccome dal canto dell'Italia spagnuola, scacciando i Medici da Firenze, e forzando il papa a fare la pace. Se Francesco I avesse saputo approfittare della sua vittoria, avrebbe potuto col solo spavento che inspirava ottenere tutti questi vantaggi senza nuove battaglie: ma la sua politica era troppo personale, perchè potesse comprendere quanto il più delle volte torni in utile proprio il servire vivamente i suoi alleati. Sebbene accogliesse gli ambasciatori veneziani con dimostrazioni di singolare amicizia, e loro si mostrasse pieno di zelo per gl'interessi della repubblica, tardò assai a mandar loro le sue truppe; e queste ancora pareva che affatto avessero dimenticato il valore e l'impeto francese[439].
I Veneziani, abbandonati alle proprie forze, vollero non pertanto tentare di ricuperare le perdute città. Lo spagnuolo Hijar comandava a Brescia, e Marc'Antonio Colonna in Verona. Quest'ultima città aveva una numerosa guarnigione, l'altra una piccolissima; onde l'Alviano ebbe ordine dal senato d'accostarsi a Brescia: ma Hijar, prevedendo il vicino attacco, chiede al Colonna i soccorsi creduti necessarj; e mille fanti partiti da Verona, girando intorno al lago di Garda, entrarono in Brescia prima che l'armata veneziana giugnesse sotto le mura[440].
Bartolommeo d'Alviano, che per la prima volta in sua vita lasciavasi vincere da un altro in celerità, non lo fu che per sopraggiuntagli infermità. Le fatiche sostenute nella battaglia di Marignano, sproporzionate all'età sua ed alla debole sua costituzione, gli avevano cagionata un'ernia: egli si fece trasportare a Ghedo, non molto distante da Brescia, ove morì il 7 d'ottobre dopo avere sofferti acerbissimi dolori. Quest'uomo, che dal rango di semplice soldato, passando per tutti i gradi della milizia, era giunto ad essere supremo comandante d'eserciti, non pareva dalla natura dotato di quelle facoltà che abbisognano per una vita attiva. Era piccolissimo, assai curvo, e d'una quasi deforme bruttezza. Il suo impeto, talvolta imprudente, sembrava piuttosto una qualità conveniente ad un soldato che ad un generale; e sebbene questo l'avesse esposto a sanguinose sconfitte, egli sapeva compensare tale difetto colla sua celerità ed intrepidezza, e coll'arte che aveva di guadagnarsi l'affetto e la confidenza del soldato, anche assoggettandolo alla più rigorosa disciplina. Verun uomo seppe meglio di lui ispirare coraggio alla fanteria italiana, e farle riacquistare la considerazione de' Tedeschi, degli Svizzeri, degli Spagnuoli, cui non vergognavasi di confessarsi inferiore. Morì di sessant'anni, amaramente pianto da' suoi soldati, che, non volendosi privare della sua presenza, lo tennero venticinque giorni alla testa dell'armata, facendogli rendere nella sua tenda gli onori convenienti al loro generale. Essi mai non acconsentirono che si chiedesse un salvacondotto a Marc'Antonio Colonna, comandante di Verona, per far passare il di lui corpo a Venezia, e vollero accompagnarlo armata mano attraverso al territorio nemico. Il senato lo fece seppellire nella chiesa di santo Stefano, ed accordò pensioni alla di lui vedova e figli, che lasciava poveri[441].
Dopo la morte dell'Alviano parve che l'armata veneziana più non avesse il coraggio di misurarsi col nemico; ed i medesimi rinforzi, che le mandava il re di Francia, giugnendo al campo veneziano contraevano in certo modo lo stesso spirito di timidità e d'indisciplina. Gian Giacopo Trivulzio, che le condusse settecento lance francesi e sette mila fanti tedeschi, ed intraprese l'assedio di Brescia, si lasciò intimidire da difficoltà, di cui non sarebbesi preso cura se fosse stato ai servigj del re. I Tedeschi si ammutinarono, dichiarando di non voler servire contro le insegne imperiali che vedevano sulle mura di Verona e di Brescia. Fu d'uopo rimandarli, e chiamare in vece loro cinquemila Biscaini comandati da Pietro Navarro. Una sortita di mille cinquecento soldati tedeschi e spagnuoli della guarnigione di Brescia pose in fuga più di sei mila uomini dell'armata veneziana, togliendo loro dieci cannoni. Le mine cominciate dal Navarro per penetrare sotto le fortificazioni vennero sventate dagli assediati, furono uccisi i minatori, e le gallerie distrutte. Finalmente avendo il Trivulzio cambiato l'assedio in blocco, ridusse colla fame la guarnigione a promettere, che, se non veniva soccorsa entro venti giorni, evacuerebbe la città: ma prima che spirasse il prefinito termine, il barone di Rockandolf[442] adunò otto mila Tirolesi di milizie de' paesi confinanti, ed avanzandosi pel contado di Lodrone e Rocca d'Anfo, che vilmente gli si arrese, vittovagliò Brescia, da cui al suo avvicinamento erasi scostata l'armata nemica. I Veneziani non ottennero in quest'anno verun altro vantaggio dalle vittorie de' loro alleati, che di ricuperare Peschiera, Asola e Lonato, evacuate dal marchese di Mantova[443].
Frattanto Leone X aveva chiesta a Francesco I una conferenza, desiderata ancora da questi per meglio stringere l'alleanza tra di loro conchiusa. I due sovrani convennero di trovarsi in Bologna, ove il papa arrivò l'otto di dicembre, due giorni prima del re. Leon X non aveva torto di confidare nell'influenza che gli darebbero sul giovane monarca la sua accortezza e le sue maniere. Francesco I, negoziando in Viterbo, aveva richiesto a favore del suo fedele alleato, il duca di Ferrara, la restituzione di Modena e di Reggio, a condizione che gli fossero restituiti i quaranta mila ducati pei quali la prima di queste città era stata impegnata. Era questa la sovranità che Leon X aveva destinata a suo nipote; e vedevasi forzato a spogliare la propria famiglia degli stati per lei conquistati sulla destra del Po. Rinunciandovi voleva collocare altrove Lorenzo de' Medici; e gli destinò il ducato d'Urbino, per confiscare il quale a pregiudizio dell'attuale possessore non poteva allegare che il di lui attaccamento verso la Francia. Leone domandò che il duca d'Urbino fosse sagrificato al suo rancore ed alla sua ambizione; e Francesco ebbe la debolezza d'acconsentirvi. Inoltre il papa chiese che si abolisse la prammatica sanzione, che formava la guarenzia della libertà della Chiesa gallicana; e Francesco si lasciò piegare a fissare con lui le basi del concordato, che infatti le venne sostituito nel susseguente mese d'agosto. In contraccambio di così umilianti cessioni e così contrarie alla politica, Francesco ottenne il cappello di cardinale per Adriano di Boisì, fratello del gran maestro di Francia, la promessa d'un soccorso di cinquecento uomini d'armi, ed il soldo di tre mila Svizzeri, per difendere lo stato di Milano qualunque volta fosse attaccato[444].
Prima di recarsi a Bologna aveva Francesco I colla mediazione del duca di Savoja conchiuso cogli Svizzeri un più importante trattato per la difesa dello stato di Milano. Erasi obbligato a pagar loro i seicento mila ducati convenuti nel trattato di Digione; i trecento mila promessi a Gallarate per prezzo delle podesterie italiane, ed inoltre ad accrescere le loro annue pensioni: questi dal canto loro promettevano di restituire al ducato di Milano le podesterie italiane, e di servire la casa di Francia verso e contro tutti, tranne il papa e l'imperatore, con quel numero di truppe che il re troverebbe opportuno d'assoldare. Per tal modo, malgrado la sanguinosa vittoria di Marignano, il re accordava agli Svizzeri press'a poco le medesime condizioni, ch'essi avevano domandate a Gallarate avanti la loro sconfitta; tanto era egli penetrato dell'importanza della loro alleanza per procurare alle sue armate quell'infanteria, che la politica sua non gli permetteva di formare tra i suoi sudditi. Ma il trattato sottoscritto a Ginevra il 7 di novembre non venne ratificato che da otto cantoni, avendo gli altri cinque, che davano un altissimo valore alle podesterie italiane, ricusato di ratificarlo. Francesco, senza aspettare l'assenso degli ultimi, mandò il promesso danaro a tutti i cantoni che avevano approvato il trattato, e gli affezionò così più caldamente al suo partito[445].
Aveva Francesco I concepiti più vasti progetti; pensava a rinnovare le sue pretensioni sopra il regno di Napoli, e ne aveva parlato col papa nella sua conferenza di Bologna. Ma Leon X gli aveva rappresentato che Enrico VIII, re d'Inghilterra, e genero di Ferdinando il Cattolico, si mostrava di già aombrato delle vittorie conseguite dalla Francia, che la cupidigia, o le personali animosità del suo favorito, il cardinale di Wolsey, potevano persuaderlo a rinnovare la guerra; ch'egli aveva il 9 d'ottobre rannodati con più stretti legami la sua alleanza con suo suocero, il re d'Arragona[446]; e che in quest'istante opporrebbe un valido ostacolo alla conquista di Napoli, se attaccava le coste della Francia: che d'altra parte erasi avuto avviso che Ferdinando, di già vecchio assai, era caduto infermo, e che probabilmente non viverebbe ancora molto; che accadendo la di lui morte, il suo successore, Carlo, non potrebbe sperare molto nell'alleanza dell'Inghilterra, e che allora, angustiato dalle difficoltà che accompagnano le successioni contestate, probabilmente cederebbe alla Francia, senza combattere, il regno di Napoli. Il vero ed unico motivo che muoveva Leon X a dare questo consiglio era quello d'acquistar tempo: Francesco I si lasciò facilmente persuadere; onde, licenziata la maggior parte della sua armata per liberarsi da una eccessiva spesa, non si riservò per la difesa del Milanese che settecento lance, sei mila fanti tedeschi e quattro mila baschi ossiano avventurieri francesi[447].
Non tardarono a verificarsi i pronostici intorno alla morte di Ferdinando il Cattolico, il quale spirò a Madrigaleggio il 15 di gennajo del 1516, un mese più tardi del gran capitano Gonsalvo di Cordova che tanto aveva illustrato il di lui regno, e che non pertanto egli lasciava da circa dieci anni languire in esilio. La scaltrezza di Ferdinando, l'ipocrisia e la costante sua prosperità avevano ingannato il volgo, il quale lo risguardava come il più accorto politico del suo tempo, come il monarca che sapeva meglio calcolare tutte le vicissitudini degli avvenimenti, e farle servire a' suoi fini[448]. I preti ed i monaci, da lui costantemente favoriti, portarono ancora più in là i loro encomj; il gesuita Mariana, che termina col di lui regno la storia della Spagna, lo dice «il principe più eccellente di quanti vissero nella Spagna, pel suo amore della giustizia, per la sua prudenza e grandezza d'animo. Ovunque dobbiamo incontrare qualche vizio, tale è l'umana condizione; altronde l'invidia e la malizia sono sempre apparecchiate ad attribuire ai grandi uomini errori di cui non sono colpevoli: ma colla temperata modestia del comando, coll'amore della religione, collo zelo per gli studj, con tutte le qualità di giusto, dolce, benefico e veramente cristiano re, Ferdinando si rendette lo specchio nel quale devono guardarsi tutti i principi, il fondatore della pace, della sicurezza, della gentilezza, della grandezza della Spagna[449].»
Ma quest'uomo così astuto, ingiusto, crudele, che formò la disgrazia di tanti popoli, e che mostrossi costantemente inaccessibile alla pietà, non ingannò già il Macchiavelli nè colla sua prosperità, nè colla sua ipocrisia. Il segretario fiorentino, che raccolse in un corpo di dottrina la pratica de' principi del suo tempo, e che spesso si mostrò indulgente pei delitti loro, quando li trovò utili per istabilire o per corroborare la potenza, altro non vide in Ferdinando che un uomo astuto e fortunato, e non già un uomo savio e prudente; il suo amico Francesco Vettori, svolgendo questa stessa opinione del Macchiavelli, notò in tutte le azioni di Ferdinando dal 1494 in poi un'imprudenza non minore della sua perfidia. Quasi sempre quando ingannava il suo cugino Federico, i suoi alleati, i suoi generali, i suoi popoli, provocava inutili pericoli; e tutt'al più giugneva lentamente per obbliqua via allo scopo cui avrebbe potuto arrivare più onoratamente battendo la strada diretta[450].
Poco tempo prima di morire Ferdinando aveva mandati cento venti mila fiorini a Massimiliano, per porlo in istato di far argine ai Francesi in Italia: ed Enrico VIII, ad istigazione di Francesco Sforza, che pretendeva l'eredità del ducato di Milano dopo che suo fratello, l'ultimo duca, aveva rinunciato a' suoi diritti, aveva pure fatto passare all'imperatore un ragguardevole sussidio. In quest'istante l'Europa teneva tutti gli occhi rivolti alla successione dell'arciduca Carlo, nipote di Massimiliano, alle corone della Spagna, ed all'opposizione che incontrar potrebbe l'arciduca dal canto de' suoi nuovi sudditi; di già Carlo negoziava con Francesco I, e voleva essere sicuro della di lui amicizia prima di recarsi in Castiglia, quando suo avo invase improvvisamente l'Italia. Questi, che mai non aveva saputo porsi in istato d'agire quando era aspettato da' suoi alleati, adunò agevolmente una grande armata nel momento in cui tutte le altre potenze licenziavano le loro. Non avendo avuto abbastanza di tempo per dissipare in oggetti estranei alla guerra tutti i sussidj ricevuti dalla Spagna e dall'Inghilterra, se ne valse per riunire sotto le sue bandiere cinque mila Tedeschi, quindici mila Svizzeri, assoldati ne' cinque cantoni che avevano ricusata l'alleanza della Francia, e dieci mila fanti italiani e spagnuoli[451].
Abbandonando l'Italia, Francesco I aveva lasciato il governo del Milanese al contestabile di Borbone, ed aveva altresì chiamato a Milano il maresciallo Trivulzio, mentre Teodoro Trivulzio, suo nipote, aveva preso il comando dell'armata veneziana, cui erasi unito Odetto di Foix, signore di Lautrec con quasi tutte le forze francesi rimaste in Lombardia. Teodoro e Odetto avevano ricominciato l'assedio di Brescia. Rockandolf era tornato in Germania colla maggior parte de' soldati cui aveva fatto prendere le armi nel precedente anno; Brescia mancava di vittovaglie, ed i soldati trovavansi da lungo tempo senza paga, sebbene gli abitanti fossero stati oppressi da intollerabili contribuzioni per supplire ai bisogni della guarnigione. Hijar in una ribellione de' soldati erasi trovato esposto a gravissimi oltraggi; e la città pareva vicina a capitolare, quando Massimiliano entrò per la strada di Trento in Italia col formidabile esercito che aveva ragunato[452].
Teodoro Trivulzio, generale de' Veneziani, aveva sotto Brescia due mila cinquecento cavalli e sette mila fanti; Lautrec aveva condotti allo stesso assedio quattro mila Guasconi e cinquecento lance, ed il contestabile di Borbone aveva tenuti in Milano ed in altre città del ducato settecento lance e quattro mila fanti parte guasconi e parte italiani. Quando aveva avuto avviso dell'armamento di Massimiliano, aveva mandato ad assoldare sedici mila Svizzeri negli otto cantoni alleati della Francia; ma prima che questi giugnessero, i generali francesi e veneziani non si credettero abbastanza forti per tener testa all'imperatore, onde levarono l'assedio di Brescia, e si stabilirono lungo il Mincio per impedirgliene il passaggio[453].
Desideravano i Veneziani che l'armata loro non si tenesse troppo lontana dalla capitale. Non pertanto i Francesi, all'avvicinarsi del pericolo, andavano perdendo il coraggio, onde rinunciando alla difesa del Mincio, passarono l'Oglio, e ritiraronsi nel Cremonese, ove li raggiunse il contestabile di Borbone col rimanente delle truppe. Il cardinale di Sion, che a motivo dell'ardente suo odio contro i Francesi, aveva presa grandissima parte nell'arrolamento degli Svizzeri comandati da Massimiliano, voleva persuadere l'imperatore a marciare direttamente sopra Milano, approfittando del terrore incusso dalla subita sua apparizione, per terminare la guerra nella capitale. Ma il castello di Asola posto in riva al fiume Chiesa, non lontano dalla foce di questo fiume nell'Oglio, aveva chiuse le porte all'imperatore: e Massimiliano, credendo compromesso l'onor suo se non lo conquistava, consumò molti giorni nel formarne l'assedio, valorosamente sostenuto dal provveditore veneziano Francesco Contarini; Massimiliano, dopo essere stato rispinto innanzi a così piccolo castello, ripigliò il cammino alla volta di Milano[454].
I Francesi avevano abbandonate le rive dell'Oglio, ed in appresso quelle dell'Adda, come eransi prima ritirati da quelle del Mincio, senza tentare di difenderle, e si erano chiusi in Milano dopo averne bruciati i sobborghi, onde l'imperatore non potesse fissarvi i suoi alloggiamenti. Massimiliano, quando si trovò sei miglia lontano dalla città, intimò ai Milanesi di scacciare i Francesi e di aprirgli le porte entro tre giorni, se non volevano essere più severamente trattati che non lo erano stati i loro antenati da Federico Barbarossa. Estremo era il terrore nella città, e debolissimi i mezzi di difesa. Sapevasi, a dir vero, che gli Svizzeri del partito francese si erano posti in cammino; ma sapevasi ancora che la dieta, vergognandosi che i suoi concittadini andassero a battersi gli uni contro gli altri per istraniere cagioni, aveva spedito ordine ai suoi sudditi delle due armate, di ripatriare immediatamente; ma si temeva che quelli ai servigj della Francia s'affrettassero d'ubbidire a quest'ordine, più assai che gli altri, cui avevano poste le armi in mano la focosa eloquenza del cardinale di Sion e la propria animosità. A calmare tanta inquietudine giunse opportunamente in Milano Alberto della Pietra, capitano de' Bernesi con dieci mila suoi compatriotti, che promisero di difendere la città[455].
Trovavansi di già adunati nel Milanese trenta mila Svizzeri divisi tra le due armate; e sebbene fossero gli uni condotti dal cardinale di Sion, gli altri da' suoi più caldi nemici, Alberto della Pietra e Francesco, figlio di Giorgio Supersax, tutti dichiararono ad una voce di non voler combattere contro i loro compatriotti. Vedevansi conferire tra di loro, corrispondere, concertarsi, e scuotere assolutamente l'autorità de' due sovrani cui servivano. Unendosi tra di loro potevano in quell'istante dettare la legge ad ambidue; onde le loro conferenze si rendevano gagliardamente sospette alle due armate. Non avevano i Francesi dimenticato che metà di quegli stessi uomini avevano contro di loro combattuto nel precedente anno nella terribile battaglia di Marignano; che l'intera nazione aveva mostrato un estremo odio contro la Francia, e che negli ultimi anni aveva dato più volte motivo d'accusarla di mala fede. Pure il maresciallo Trivulzio trovò modo di risvegliare più violenti sospetti ancora nello spirito di Massimiliano, facendo cadere tra le di lui mani due sue lettere dirette a Stapffer ed a Goldhill, capitani svizzeri a' servigj dell'imperatore, colle quali gli eccitava a dare senza ulteriore ritardo esecuzione alle loro promesse. Massimiliano non ardiva di far arrestare questi ufficiali in mezzo ai loro soldati, nè di confidare a chicchessia i suoi sospetti, quando Giacomo Stapffer, capitano generale di quegli Svizzeri, gli chiese il soldo arretrato dovuto alla sua truppa. Massimiliano, che, secondo il consueto, non aveva danaro, temendo, se lo palesava, d'essere trattenuto come ostaggio, o d'essere consegnato ai nemici, rispose che recavasi in persona ad affrettare la trasmissione del danaro che aspettava; e presi con lui dugento cavalli, s'avviò subito alla volta di Trento, senza provvedere al comando della sua armata, e senza manifestare a veruno i suoi progetti; era già lontano più di venti miglia dall'armata, quando al campo fu palese la sua fuga[456].
Massimiliano senza trattenersi si fece dare sedici mila ducati dai Bergamaschi, e trenta mila ne ricevette per parte di Enrico VIII, che mandò subito alla sua armata, la quale, per rifarsi degli arretrati, saccheggiò Lodi, poi Sant'Angelo. Mentre ciò accadeva, gli Svizzeri del campo francese e dell'imperiale eseguirono nello stesso tempo gli ordini della dieta, e presero la strada del loro paese. Tre mila fanti, parte tedeschi e parte spagnuoli, abbandonarono le bandiere imperiali per passare sotto quelle de' Francesi, ed il rimanente di quest'armata, che aveva prodotti in Italia così vivi timori, si disperse, arrossendo dell'esito vergognoso della sua spedizione, e dell'instabilità del suo capo[457].
Dopo la partenza dell'imperatore, il duca di Borbone, richiamato da Francesco I, tornò in Francia, e lasciò il comando dell'armata e del paese al signore di Lautrec, col titolo di luogotenente generale in Italia[458]. Questi andò bentosto a raggiugnere sotto Brescia l'armata veneta, che ne avea ricominciato l'assedio. Sette mila Tedeschi, che si avanzavano per soccorrerla, furono dai Veneziani trattenuti a Rocca d'Anfo; onde non restando in Brescia che seicento fanti e quattrocento cavalli, ed essendo loro impossibile di difendersi, il 24 maggio del 1516 la città di Brescia aprì le porte ai Veneziani[459].
Desiderava il senato che la stessa armata passasse sotto Verona, ed eccitava il Lautrec ad intraprendere l'assedio di quella città, la quale, quando fosse ritornata in potere de' Veneziani, avrebbe chiusa l'Italia ai Tedeschi; ma il Lautrec mostravasi inquieto per Parma e Piacenza, dove avea scoperto che il papa ordiva qualche trama per mezzo di Prospero Colonna. Probabilmente altresì voleva aspettare il fine delle negoziazioni che sapeva intavolate a Noyon tra il nuovo re Cattolico e Francesco I, e ritirossi a Peschiera, del qual luogo le sue truppe guastavano i territorj di Verona e di Mantova; mentre Marc'Antonio Colonna, comandante della truppa tedesca in Verona, il 28 luglio avendo sorpresa Vicenza mal guardata dai Veneziani, l'abbandonava al saccheggio[460].
Nella stessa epoca Carlo, nipote di Massimiliano e di Ferdinando, in appresso così celebre sotto il nome di Carlo V, desiderava di riconciliarsi con tutti i suoi vicini, per raccogliere senz'ostacolo la successione del secondo de' suoi avi. Antonio di Croy, signore di Chievres, che l'aveva educato, e che prendevasi tuttavia cura della di lui gioventù, aveva aperte in Noyon delle conferenze con Arturo di Gouffier, signore di Boisì, gran maestro di Francia, ch'era stato il precettore di Francesco I. Questi due plenipotenziarj, che godevano l'intera confidenza de' padroni da loro educati, sottoscrissero, il 13 d'agosto del 1516, un trattato che servì di base alla pace d'Europa. Soltanto due oggetti erano rimasti indecisi tra l'ultimo re Cattolico ed il re di Francia; da un canto i riclami del re di Navarra, spogliato del suo regno a motivo del suo attaccamento ai Francesi; dall'altro i diritti della Francia sopra il regno di Napoli, che, secondo il convenuto nel trattato di Blois nel 1505, dovevano ricadere alla Francia, poichè Germana di Foix non aveva avuto figliuoli da Ferdinando. Il trattato di Noyon non provvedeva alla pendenza della Navarra. Carlo obbligavasi solamente di dare stato entro otto mesi alla regina Catarina, rimasta vedova, in giugno di quest'anno, del re di Navarra; e Francesco I riservossi il diritto di soccorrere lei ed i suoi figliuoli di truppe e di danaro, senza mancare alla pace, se questa dopo gli otto mesi non dichiaravasi paga di quanto le offrirebbe il re di Spagna. I diritti delle due corone sul regno di Napoli si confusero con un maritaggio stabilito preventivamente tra Carlo e la figlia primogenita di Francesco I, che inallora non contava che un anno[461].
Il trattato di Noyon ristabiliva la pace soltanto tra la Francia e la Spagna, e lasciava libero Francesco I di soccorrere i Veneziani contro Massimiliano. Ma se questi voleva esservi compreso, le parti contraenti avevano per lui stipulato, che renderebbe Verona ai Veneziani, ricevendo invece da loro dugento mila ducati, e che conserverebbe Riva di Trento, Roveredo e tutto ciò che aveva acquistato nel Friuli. Per non apportare pregiudizio ai diritti e alle pretese dell'impero, non si dava a queste condizioni che una tregua di diciotto mesi[462].
Erano stati accordati a Massimiliano due mesi per accettare il trattato di Noyon; e perchè Francesco I prevedeva la di lui ripugnanza a rinunciare a veruna delle passate pretese, ordinò al signore di Lautrec d'unirsi all'armata veneziana, per cominciare l'assedio di Verona. Infatti le due armate si presentarono sotto le mura di quella città il 20 agosto, una sulla riva destra, l'altra sulla sinistra dell'Adige; e malgrado la valorosa resistenza di Marc'Antonio Colonna, che conservava tuttavia sotto il suo comando ottocento cavalli, cinque mila fanti tedeschi, e mille cinquecento spagnuoli, avanti la metà d'ottobre furono aperte nelle mura varie breccie assai larghe. Ma il Lautrec desiderava d'evitare ogni effusione di sangue in una guerra che non dubitava doversi in breve terminare con un trattato di pace. Malgrado le istanze del senato di Venezia, ricusò di procedere all'assalto; non volle nemmeno venire a battaglia con Rockandolf, che si avvicinava con una debole armata tedesca, e s'accontentò piuttosto di levare l'assedio, non senza eccitare le lagnanze e i sospetti dei Veneziani. Vero è che questi non tardarono a conoscere, che tale moderazione aveva salvata Verona per loro vantaggio, che questa città sarebbe in breve loro renduta intatta, mentre che, se l'avessero presa d'assalto, non avrebbero guadagnato che ruine[463].
Effettivamente tutte le guerre, tutte le nimicizie eccitate dalla lega di Cambrai sembravano tendere ad un fine comune, e l'anno 1516 fu l'epoca delle paci più importanti. I cinque cantoni svizzeri, che nel precedente anno non avevano voluto accedere al trattato di Ginevra, conchiusero, il 29 novembre del 1516, d'accordo cogli altri cantoni, un nuovo trattato colla Francia, cui fu dato il nome di pace perpetua, trattato che infatti durò quanto la monarchia francese. Regolavasi in esso la pensione che in avvenire la Francia pagherebbe ai tredici cantoni ed ai loro alleati, si lasciava alla decisione d'un arbitramento tutte le differenze che potessero insorgere, ed al re si accordava la facoltà di levare tra gli Svizzeri quante truppe vorrebbe[464].
Fu nello stesso anno che Francesco I stipulò colla corte di Roma il trattato che porta il nome di concordato, sottoscritto il 18 d'agosto del 1516, ed approvato dal concilio di Laterano il 19 di dicembre. Questo trattato, che aboliva la prammatica sanzione e le più preziose libertà della Chiesa gallicana, era stato fatto da due sovrani che reciprocamente si rinunciavano ciò che loro non apparteneva. Il papa accordava al re la collazione de' beneficj del regno, di spettanza de' capitoli e delle comunità: il re cedeva al papa le annate, ossiano l'entrate d'un anno bel beneficio ch'egli conferiva, e che spettava alle pie fondazioni[465].
Il trattato del concordato fu cagione di profondo dolore alla Chiesa francese, e fu un oggetto di trionfo per la corte di Roma. Era la conseguenza della politica di Francesco I, il quale voleva a qualunque prezzo guadagnarsi il papa. Pure il re aveva potuto sperimentare anche recentemente quanto verso di lui implacabile fosse l'odio di Leon X, e quanto poco fondamento dovesse fare sopra i di lui trattati e sopra le di lui promesse. In tempo della spedizione di Massimiliano, che aveva minacciato il ducato di Milano, Leon X, invece di spedire in ajuto de' Francesi i cinquecento uomini d'armi ed i tre mila Svizzeri promessi, aveva anzi mandato il cardinale Bibbiena al campo imperiale per complimentare Massimiliano, e per rendere più intima la di lui alleanza colla santa sede. Inoltre non aveva mai cessato di confortare i Veneziani a staccarsi dalla Francia per entrare nella lega de' di lei nemici, di ravvivare lo sdegno degli Svizzeri, d'attraversare i Francesi in tutte le loro negoziazioni; e lo stesso giorno in cui sottoscriveva il concordato, 18 agosto 1516, metteva il colmo alla ruina d'uno de' più fedeli alleati della Francia, del duca d'Urbino, dando l'investitura del di lui ducato al proprio nipote, Lorenzo de' Medici.
Leon X più non aveva bisogno di pensare a fondar la grandezza di due principi della sua casa: suo fratello Giuliano, che aveva sposata Filiberta di Savoja, sorella minore di molti anni della madre di Francesco I, e che per cagione di questo matrimonio aveva da lui ricevuto il titolo di duca di Nemours, era morto il 17 di marzo del 1516. Giuliano, che durante il suo esilio da Firenze avea trovato asilo alla corte del duca d'Urbino, riconoscente de' ricevuti beneficj, avea difeso finchè era vissuto il duca contro l'ambizione di suo fratello[466]. Ma non fu appena morto Giuliano, che Leon X pubblicò un monitorio contro Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino, nel quale lo accusava dell'assassinio del cardinale di Pavia, del quale delitto era di già stato assolto; lo accusava d'avere negoziato con Lodovico XII, quando ancora viveva Giulio II; d'avere attaccati i soldati dispersi dell'armata spagnuola e pontificia dopo la sconfitta di Ravenna; finalmente d'avere ricusato d'unirsi all'armata di Lorenzo de' Medici contro Francesco I. Per tutte questa cagioni privava Francesco Maria della Rovere de' suoi stati, ed incaricava Lorenzo de' Medici, e sotto i suoi ordini Renzo di Ceri, di dare esecuzione a questa sentenza[467].
Il ducato d'Urbino, col contado di Montefeltro e colle signorie di Pesaro e di Sinigaglia, non dava un'entrata maggiore di venticinque mila ducati. Con così deboli sussidj il duca, abbandonato da tutti i suoi alleati, ed in particolare da quello pel quale erasi compromesso, sprezzando la collera del suo abituale signore, non poteva sperare di resistere a tutte le forze della Chiesa. Quando seppe che Lorenzo de' Medici era giunto al confine de' suoi stati con un'armata composta di truppe fiorentine e pontificie, fuggì a Pesaro, indi passò a Mantova, dove precedentemente aveva mandati la consorte ed il figlio. Il 30 maggio Lorenzo de' Medici entrò in Urbino; e nel termine di quattro giorni gli si arresero tutti i castelli di quel piccolo stato. Poca resistenza opposero ancora le fortezze di Sinigaglia, di Pesaro, di Majuolo di San Leo; quest'ultima, che credevasi inespugnabile, fu presa per iscalata dopo tre mesi[468].
Leon X, costantemente occupandosi intorno all'ingrandimento della sua casa, rompeva per tale cagione i vincoli della riconoscenza che doveano legarlo a Francesco Maria della Rovere, protettore della sua famiglia in tempo del suo lungo esilio. Egli voleva ad ogni modo procurare una sovranità a suo nipote Lorenzo, figlio di Pietro, suo fratello maggiore, e dell'orgogliosa Alfonsina Orsini, le di cui istanze affrettarono, per quanto si dice, cotale decisione. Non dubitò quindi d'accordare il ducato d'Urbino e la signoria di Pesaro a Lorenzo de' Medici, lo stesso giorno in cui la sottoscrizione del concordato sembrava assicurare alla sua famiglia la protezione della Francia. Ottenne che il decreto d'investitura venisse confermato in pieno concistoro da tutti i cardinali, ad eccezione del solo Grimani, vescovo d'Urbino, il quale per questa sua opposizione fu forzato ad abbandonare Roma[469].
La pace tra Carlo e Francesco I, quella tra gli Svizzeri e la Francia, e quella tra il papa e quest'ultima potenza avevano finalmente scossa l'ostinazione di Massimiliano. Egli aveva conosciuto che potrebbe difficilmente continuare solo la guerra, senza i sussidj pecuniarj d'altra potenza, ed il 4 di dicembre aveva dato il suo assenso al trattato di Noyon. Tuttavolta per salvare il suo amor proprio, e non parer di cedere a' suoi nemici, acconsentì soltanto di consegnare la città di Verona a suo nipote il re Cattolico, affinchè questi la consegnasse ai Francesi, i quali poi dovevano darla in mano ai Veneziani. Il vescovo di Trento, incaricato d'eseguire questa commissione, aprì le porte di Verona al signore di Lautrec il 23 di gennajo del 1517, e da lui ricevette a conto dei dugento mila scudi che dovevano pagare i Veneziani, il danaro necessario per pagare il soldo arretrato della guarnigione. Il Lautrec consegnò nello stesso istante le chiavi della città ad Andrea Gritti ed a Giampaolo Gradenigo, provveditori veneziani. Quattrocento uomini d'armi, il fiore dell'armata, e due mila fanti, presero possesso della città, mentre che i generali ed i provveditori veneziani si recarono alla cattedrale in mezzo ad un popolo ebbro di gioja, per rendere grazie al cielo della fine di così orribile guerra, e del ristabilimento in tutta la Venezia della benefica autorità del senato veneziano[470].