CAPITOLO CXIII.

Rivoluzione e guerra d'Urbino: cospirazione de' cardinali contro il papa: ambizione di Leon X. Sua alleanza con Carlo V contro Francesco I. Le loro armate conquistano il Milanese; morte di Leon X.

1517 = 1521.

Nell'istante in cui la repubblica di Venezia ricuperò, contro ogni speranza, il possedimento di quasi tutto lo stato di terra ferma, che le aveva fatto perdere una sola battaglia, e pel quale aveva in appresso combattuto otto anni contro le principali potenze d'Europa, il senato scelse due de' suoi più illustri membri, Andrea Gritti e Giorgio Cornaro, per visitare tutte le città e le province della repubblica, conoscere i loro bisogni, consolare la loro miseria, rassodare la loro fedeltà, e loro promettere più felici tempi. I due deputati percorsero tutta la terra ferma veneziana; esaminarono le fortificazioni di Salò, di Peschiera, Bergamo, Brescia, Crema, Verona, Padova, Treviso, Rovigo, Udine e di tutte le piazze del Friuli[471]; mentre che dal canto loro tutte le città spedirono deputati al senato per rinnovare il loro giuramento di fedeltà, ed offrirgli le loro felicitazioni. La repubblica, che aveva resistito alla più formidabile lega che si fosse mai formata dopo la caduta dell'impero romano, che aveva contemporaneamente provati tutti i disastri nell'interno delle sue città, nelle sue armate, nelle sue flotte, e che non aveva in fine di così lunga ed acerba guerra perdute che alcune poco importanti città della Romagna, ed alcuni porti che teneva in pegno nel regno di Napoli, poteva credersi sicura della sua immortalità. Ella aveva trovati inesauribili mezzi, e spiegata una tale costanza ed energia, che non sarebbersi forse trovate in verun altro stato della Cristianità, ed il senato pareva avere fondamento d'esortare i suoi sudditi a riporre ogni loro fidanza nella fortuna di san Marco.

Non pertanto la guerra della lega di Cambrai aveva essiccate molte parti vitali della repubblica, e dopo quest'epoca più non si vide ricuperare il primiero vigore. Aveva supplito all'enorme dispendio cui era stata forzata di soggiacere per lo spazio d'otto anni, non solo con prestiti che le assorbivano per molti anni tutte le pubbliche entrate, ma ancora col vendere al migliore offerente quasi tutte le principali cariche dello stato. Allorchè fu ristabilita la pace, i consiglj posero fine a questa vergognosa maniera di distribuire gl'impieghi della repubblica, ma non potevano impedire che i corpi risguardati fin allora come il fiore della nazione non fossero stati formati a prezzo d'oro, e che molti impieghi non venissero occupati da persone portate ai medesimi dalle sole ricchezze[472].

Il commercio aveva fondata la potenza veneziana, ma questo commercio aveva sofferto in tutte le sue parti. Quasi tutte le officine delle manifatture stabilite nel territorio veneto erano state distrutte dalla guerra: Giulio II aveva sforzati i Veneziani a dividere coi direttori delle sue saline di Cervia il monopolio dei sali, lungo tempo esercitato esclusivamente dai primi in tutta l'Italia. Selim, imperatore dei Turchi, aveva conquistato il Cairo ed Alessandria, e distrutto l'impero dei Mamelucchi[473]. L'Egitto, ch'egli aveva occupato, era uno di que' paesi in cui i Veneziani esercitavano il più lucrativo commercio; ed il regime de' Turchi, più oppressivo che quello del soldano, lo fece bentosto languire, e annullò tutti gli utili, sebbene il senato non avesse ommesso di mandare subito un'ambasciata a Selim per felicitarlo intorno alle sue conquiste, rinnovare con lui i trattati di commercio e pagargli il tributo del regno di Cipro, antico feudo del soldano[474].

In pari tempo la navigazione dei Portoghesi intorno al capo di Buona Speranza dava una nuova direzione al commercio delle Indie; il quale, invece di farsi soltanto per gli scali del mar Rosso e d'Alessandria, paesi ne' quali i Veneziani, per l'influenza loro, s'erano procurato una specie di monopolio, era venuto in mano de' mercanti di Lisbona, che andavano direttamente a cercare le spezierie alle Molucche e ne approvvigionavano tutta l'Europa. Finalmente il commercio de' Veneziani coll'Africa e colla Spagna aveva ricevuto un funesto colpo dall'imprudente avidità de' ministri del nuovo re Cattolico. Una flotta veneziana faceva regolarmente ogni anno il giro del Mediterraneo per fare tutti i cambj tra i diversi porti di questo mare. Le galere ond'era composta, e che dicevansi galere del traffico, partivano da Venezia per Siracusa in Sicilia; davano in appresso fondo a Tripoli, all'isola di Gerbi presso alle Sirti, a Tunisi, a Tremizene, a Orano, e ad altri porti dei regni di Fez e di Marocco: giugnevano in cadauno di questi porti nell'epoca di fiera annuale, cui i Mori recavano la loro polvere d'oro, per cambiarla coi metalli lavorati e colle stoffe dell'Europa. Questa stessa polvere d'oro veniva in seguito portata dalle galere del traffico ne' porti spagnuoli d'Almeria, Malaga e Valenza, dove serviva a comperare sete, lane e frumento. Queste mercanzie ne' tempi di Ferdinando erano state assoggettate ad un diritto d'esportazione del dieci per cento del loro valore, lo che aveva danneggiato l'interesse de' produttori, senza far torto al commercio. I ministri del successore di Ferdinando duplicarono l'imposta, e ne posero un'altra simile sopra l'importazione delle merci recate dai Veneziani; e, credendo in tal modo di quadruplicare le loro entrate, distrussero invece il commercio e l'agricoltura della Spagna; ma in pari tempo fecero cessare uno de' più ricchi traffichi de' Veneziani[475].

In mezzo a queste difficoltà, il senato occupavasi incessantemente intorno ai mezzi di ristabilire la passata prosperità del territorio della repubblica, col richiamare ai campi gli agricoltori, alle officine i dispersi operaj; col rialzare le dighe abbattute, ristaurare i canali d'irrigamento e di navigazione, accrescere ovunque le fortificazioni che difendevano il paese, e particolarmente quelle di Verona e di Padova, di cui voleva formare i baluardi dello stato. Per ultimo riaprì l'università di Padova, la quale era stata chiusa otto anni, chiamandovi i più celebri professori, i quali vi attirarono di nuovo la folla degli scolari[476].

Le numerose armate che l'imperatore, il re di Francia e la repubblica licenziavano nel medesimo istante, potevano in tempo di pace apportare alle province d'Italia una nuova calamità colle ruberie delle milizie sbandate. Pareva difficile di assoggettare tutto ad un tratto all'autorità delle leggi uomini da lungo tempo accostumati a disprezzarle, che lasciavansi senza mezzi di sussistenza, ed erano persuasi d'aver essi la forza in mano. Non dobbiamo perciò maravigliarci che il senato ed il luogotenente del re in Lombardia, favoreggiassero un tentativo del duca d'Urbino, che li liberava da questi formidabili avanzi delle armate, ed addensava la burrasca, che gli aveva minacciati, sopra gli stati d'un sovrano, di cui avevano lungo tempo sperimentata l'inimicizia e la mala fede.

Francesco Maria della Rovere si era lasciato spogliare senza fare resistenza del ducato d'Urbino, persuaso che in tempo d'una guerra generale, le potenze, che cercavano l'alleanza del papa, lo avrebbero sagrificato alla sua ambizione. Appena fatta la pace, la loro gelosia verso la corte di Roma, lungo tempo compressa, poteva rinascere, o per lo meno non era presumibile che per cagion della santa sede volessero ricominciare le ostilità; ed altro non domandava al rimanente dell'Europa, che di lasciare che si misurasse colle sole sue forze contro le sole forze della Chiesa. Quando si licenziavano le armate adunate sotto Verona, propose loro di seguirlo in una spedizione somigliante a quelle delle antiche compagnie di ventura. Federico di Bozzolo, cadetto della casa di Gonzaga, che si era acquistato nome militando per la Francia, e ch'era personalmente nemico di Lorenzo de' Medici, offrì di porsi alla testa dell'armata. Si unirono sotto le sue bandiere cinque mila fanti spagnuoli comandati dal capitano Maldonato, ed ottocento cavaleggieri in gran parte albanesi. Andrea Bua, Costantino Boccali, il brabantese Zucker e molti altri ufficiali, che si erano acquistata celebrità nella precedente guerra, si attaccarono all'armata del duca d'Urbino. I talenti dei capitani e lo sperimentato valore de' soldati formavano tutta la forza del duca, poichè egli non aveva nè danaro, nè artiglieria, nè munizioni, nè equipaggi di guerra. Pure partì dalle vicinanze di Mantova colla sua piccola armata il 23 di gennajo del 1517, lo stesso giorno in cui Verona fu consegnata ai Francesi[477].

Leone X, informato dell'aggressione diretta contro suo nipote, vi ravvisò la mano di Francesco I. Egli sapeva con quanti segreti raggiri, con quante piccole perfidie aveva provocata la di lui collera. Ad ogni modo volle chiedere soccorso a lui medesimo, accusando Lautrec solo, suo luogotenente, d'avergli suscitato contro un nuovo nemico in mezzo alla pace. Ma quando si rivolse nello stesso tempo al re di Spagna ed all'imperatore per avere la loro assistenza, rappresentò loro l'aggressione, ond'era minacciato, come opera dello stesso Francesco[478]. Nello stesso tempo incaricò suo nipote Lorenzo di adunare in Romagna tutte le truppe della repubblica fiorentina e della Chiesa, per chiudere la strada ai nemici.

Ma perchè Lorenzo non conosceva l'arte militare, il papa gli aveva dati per consiglieri Renzo Orsini di Ceri, Giulio Vitelli di Città di Castello, e Guido Rangoni di Modena, tutti tre assai distinti ufficiali. Altronde gli aveva particolarmente raccomandato di non si esporre alle vicissitudini d'una battaglia, persuaso che prolungando la guerra, il più ricco dei due rivali non poteva restare perdente. Lorenzo de' Medici si fece prestare dai cittadini fiorentini cinquanta mila fiorini d'oro; fece marciare alla volta della Romagna dieci mila uomini presi nella milizia della campagna; provvide di guarnigioni le città, e lasciò libero il passo al duca d'Urbino, che si presentò il 5 di febbrajo innanzi alla sua capitale. Il duca sconfisse lo stesso giorno Francesco del Monte, che voleva tenerlo lontano dalle mura della città, e nel susseguente giorno fu ricevuto dagli abitanti con trasporti di gioja. Questi gli professavano lo stesso attaccamento come ai tempi del duca Borgia, e non sapevano accomodarsi all'alterigia ed al duro carattere di Lorenzo de' Medici[479].

Tutto il ducato d'Urbino aveva rialzate le bandiere dell'antico loro padrone; ma in mezzo all'insurrezione, Lorenzo de' Medici si era accampato su due montagne poste sopra Pesaro ed in faccia ad Urbino, e vi riceveva i rinforzi che Leon X aveva domandati ai sovrani. Il conte di Potenza gli aveva condotte quattrocento lance dal regno di Napoli per conto del re Carlo. Dal canto suo Francesco I faceva marciare trecento lance francesi; e somministrando al papa questo soccorso gli chiedeva in contraccambio la restituzione tante volte promessa di Modena e di Reggio al duca di Ferrara[480]. Senza contare questi uomini d'armi francesi cui il papa non permise di giugnere sul teatro della guerra, Lorenzo aveva di già adunati mille uomini d'armi, mille cavaleggieri e quindici mila fanti. Ma i soldati, entrando ai servigj del papa, parevano rinunciare al loro antico punto d'onore ed al loro valore: sapendo i capitani che nè il sovrano, nè il generale non potevano giudicare de' loro mancamenti, essi cercavano di non recar danno a' loro avversarj, e di tirare in lungo la guerra per prolungare i loro profitti. L'armata pontificia si lasciò fuggire tutte le occasioni d'ottenere qualche vantaggio contro il duca d'Urbino fino al 4 d'aprile, in cui Lorenzo de' Medici fu ferito nella testa all'assedio del castello di Mondolfo da un colpo d'archibugio[481].

Lorenzo II de' Medici, erede di tutto l'orgoglio di sua madre Alfonsina Orsini, aveva passata la sua giovinezza nell'esilio, inteso a procacciare nemici ai Fiorentini, od a cercare colle sue pratiche i mezzi di ricuperare un'autorità, cui credeva d'avere ereditarj diritti. Aveva con ciò offesi in mille modi i suoi compatriotti, ed era da loro detestato, siccome egli in segreto li detestava. Allorchè fu ferito, avendogli i suoi medici ordinato il silenzio ed il riposo, niuno fu ammesso a visitarlo in Ancona, dove si era fatto trasportare; ed i Fiorentini si persuasero bentosto che fosse morto. Accertavano che Lorenzo era spirato nella notte del venerdì al sabbato santo; che il di lui feretro era già stato deposto a nostra Signora di Loreto, e che lo aveva detto un ossesso, la di cui asserzione si preferiva a quella de' testimonj oculari[482]. I consiglj, con una segreta gioja, nominarono tre commissarj della repubblica per dirigere l'armata durante l'assenza del di lei capo: ma Leon X, che ravvisò in questa nomina, consentanea agli antichi usi, il progetto di ricuperare un'autorità ch'egli si arrogava tutta intera, vietò ai commissarj di recarsi al quartiere generale[483].

Soltanto dopo quaranta giorni, Lorenzo de' Medici, risanato dalla sua ferita, andò a Firenze per disingannare coloro che lo credevano morto, e per calmare un movimento che poteva farsi pericoloso. Rientrò bruscamente in patria la domenica, 24 di maggio, ed all'indomani girò per le strade onde tutti potessero vederlo: ma la voce della di lui morte si era talmente accreditata, che molti cittadini andavano dicendo non essere il principe che loro si mostrava adesso, che un corpo privo di vita, animato da uno spirito maligno[484].

Invece dei commissarj della repubblica, Leone X spedì il cardinale di Bibbiena ad assumere il comando dell'armata abbandonata dal nipote. Questo favorito del papa, cui andiamo debitori del rinnovamento della commedia, e che tra i letterati ed i cortigiani aveva grandissima riputazione d'uomo dotato di squisito gusto, di amenità e di erudizione, era ben lontano dall'avere la stessa riputazione presso i soldati; e la sua campagna fu ancora più infelice che quella del suo predecessore. Una contesa insorta nel suo campo tra i soldati spagnuoli e tedeschi, dopo essergli costata più di cento soldati, lo costrinse a dividere in due campi l'armata. Francesco Maria della Rovere seppe approfittarne: sebbene da circa tre mesi non avesse più potuto pagare i suoi soldati, persuase i Baschi ed i Tedeschi, che militavano per il papa, e che si vergognavano d'essere subordinati al comando dei preti, di unirsi a lui; altrettanto avevano fatto molti Spagnuoli; e si vide quasi tutta un'armata abbandonare il sovrano, che generosamente e puntualmente la pagava, per seguire quegli che non poteva offrirle che le eventualità della guerra. Il cardinale di Bibbiena, sorpreso ne' suoi quartieri a Monte imperiale, dopo avere perduta molta gente, si ritirò a Pesaro[485].

Frattanto il duca d'Urbino, avendo raddoppiata la sua armata senza accrescere i suoi proventi, sentì la necessità di portarla a vivere in paese nemico. La condusse perciò in Toscana per predare le vittovaglie e gli armenti, che il popolo senza verun sospetto lasciava sparsi nelle campagne; sforzò Giampaolo Baglioni a redimere Perugia da un attacco con una contribuzione di dieci mila ducati; minacciò città di Castello e Siena; e dopo avere arricchiti i suoi soldati col saccheggio, li ricondusse rapidamente nel ducato d'Urbino, per cacciarne il cardinale di Bibbiena, che vi era penetrato durante la di lui lontananza. Leone X scrisse il 16 ed il 17 di maggio al Baglioni ed alla repubblica di Siena per ringraziarli della buona condotta da loro tenuta, ed esortarli alla costanza[486]. Di que' dì all'incirca, le genti della Chiesa trovando più facile il vincere il duca d'Urbino colle cospirazioni che colle armi, avevano comperati de' traditori nel di lui campo. Maldonato, Soares e due altri capitani spagnuoli promisero di dare Francesco Maria nelle mani del cardinale di Bibbiena o di assassinarlo. Il duca ebbe sentore delle loro trame; e li denunciò ai loro compatriotti adunati, che chiamò a giudici di tanta perfidia; gli Spagnuoli sdegnati li condannarono alla morte, ed eseguirono essi medesimi tale sentenza contro i quattro capitani che avevano tentato di tradire il principe cui servivano[487].

Non contento di avere cacciato fuori de' suoi stati il cardinale di Bibbiena, il duca d'Urbino lo inseguì nella Marca d'Ancona; ma perchè aveva poca artiglieria e pochissime munizioni da guerra, non vi potè occupare veruna città. Ripassando l'Appennino, estese i suoi guasti nello stato fiorentino tra borgo San Sepolcro ed Anghiari; ma la sua armata non pagata si era renduta formidabile non meno agli amici che ai nemici, e la sua situazione rendevasi ogni giorno più difficile; verun alleato aveva voluto assumersi di proteggerlo, mentre che tutte le grandi potenze spedivano soccorsi al papa, e che lo stesso Francesco I mostravasi sollecito di terminare questa guerra[488]. All'ultimo Francesco Maria perdette la speranza di potersi più lungo tempo difendere, ed accettò la mediazione che gli offriva il signore di Lescuns, fratello di Lautrec, inviato dal re di Francia presso il papa. In agosto o in settembre del 1517 venne sottoscritto un trattato, in forza del quale Leon X si obbligava di pagare all'armata del duca d'Urbino tutti i soldi arretrati, che ammontavano a più di cento mila ducati; lo assolveva da tutte le censure ecclesiastiche; accordava un'intera amnistia, che poi non osservò, a coloro che si erano dichiarati per il duca; e permetteva a Francesco Maria di far trasportare a Mantova, ove si ritirò, la sua artiglieria e la bella biblioteca raccolta in Urbino da suo avo, Federico di Montefeltro[489].

Non era ancora terminata la guerra d'Urbino, quando la corte di Roma venne agitata dalla scoperta di una congiura contro il papa, ed in appresso dal supplicio di uno de' principali dignitarj della Chiesa. Il capo di tale congiura era quello stesso cardinale Alfonso Petrucci che si era adoperato con tanto zelo nella nomina di Leone, e che lo aveva poi annunciato al popolo con sì vivo trasporto di gioja, gridando: vivano i giovani! Pandolfo Petrucci, suo padre, aveva governata la repubblica di Siena con prudente accortezza, rispettando le abitudini de' cittadini, de' quali aveva abolite le leggi, e si era acquistata così fama tra i più grandi politici del suo secolo. Morì Pandolfo di sessantatre anni, il 21 maggio del 1512[490], lasciando tre figli; Borghese, il primogenito, che non aveva più di vent'anni; Alfonso, il secondo, ch'era stato creato cardinale nel 1509 in età di appena sedici anni; ed il terzo, Fabio, che non era per anco giunto all'adolescenza. Niuno di loro aveva ereditati i talenti nè la forza di carattere del padre, sebbene il primogenito gli succedesse nell'autorità presso la repubblica di Siena, e venisse riconosciuto capo della balìa, e comandante della guardia[491].

In questa stessa famiglia de' signori di Siena Leon X aveva un favorito, Raffaello Petrucci, vescovo di Grosseto, persona a lui devota e fedele, ma illetterato, e di depravati costumi. Il papa lo aveva nominato castellano di castel sant'Angelo; ed in appresso pensò di metterlo alla testa del governo di Siena, affinchè questa repubblica, chiusa fra gli stati della Chiesa e de' Fiorentini, fosse da lui dipendente non meno che gli stati che la circondavano. Vitello Vitelli condusse a Siena il vescovo di Grosseto con dugento cavalli e due mila fanti, e lo installò il 10 marzo del 1515 nella signoria, mentre che Borghese Petrucci uscì di città senza avere il coraggio di fare uno sforzo per conservare la sua autorità. Il nuovo signore richiamò alcuni emigrati, ed in iscambio esiliò tutti coloro che avevano avuto molta parte nell'ultimo governo; in breve rendette la sua tirannide odiosa a tutti i Sienesi[492].

Il cardinale Alfonso Petrucci non poteva perdonare a Leon X l'ingratitudine di cui si vedeva vittima. Suo padre Pandolfo era stato il più costante alleato dei Medici; aveva preso parte per favorirli nelle più pericolose guerre, aveva loro dato asilo in quella stessa patria da cui i Medici scacciavano i suoi figliuoli, confiscandone i beni. In un inconsiderato impeto di gioventù, Alfonso si lasciava talvolta uscire di bocca, ch'era tentato di gettarsi in concistoro sopra Leon X con un pugnale in mano, per disfarsi di lui in mezzo al sacro collegio. Aveva pure pensato di guadagnare il chirurgo Battista di Vercelli, perchè avvelenasse un'ulcera che obbligava Leon X a farsi medicare ogni giorno. Per altro questo chirurgo, invece d'essere al servigio del papa, non trovavasi neppure in Roma, ed esercitava la sua professione in Firenze; tutte le pratiche di Petrucci per eseguire questo progetto, se realmente vi aveva fatto entrare il Vercelli, si ristringevano all'avere raccomandato inutilmente questo chirurgo, per farlo ricevere nella corte del papa[493].

Ma il Petrucci aveva preso in odio il soggiorno di Roma, ov'erasi renduto sospetto co' suoi violenti discorsi. Se ne allontanò, e vi fu richiamato. In tempo della guerra d'Urbino si pronunciò vivamente favorevole a Francesco Maria della Rovere, e si allontanò di nuovo. Vennero sorprese certe sue lettere dirette al suo segretario Antonio Nino: esse esprimevano i medesimi sentimenti o i medesimi progetti di vendetta; e Leone X le trovò sufficienti per servire di fondamento ad un processo criminale. Bisognava con inganno assicurarsi della di lui persona, prima di tradurlo in giudizio; ed il papa gli scrisse un'affettuosa lettera per richiamarlo, mandandogli un salvacondotto. Nello stesso tempo diede di propria bocca parola all'ambasciatore di Spagna, che il Petrucci, ritornando, non si esponeva a verun pericolo. Infatti Alfonso tornò a Roma, e presentossi al palazzo del pontefice col suo amico il cardinale Bandinello Sauli di Genova, che aveva pure assai contribuito all'elezione di Leon X. L'uno e l'altro, invece di essere introdotti all'udienza del papa, furono arrestati ed immediatamente condotti in castel sant'Angelo. L'ambasciatore di Spagna si lagnò che il papa violasse il salvacondotto e la parola a lui data; ma rispose Leon X che tutte queste sicurezze erano distrutte da un'accusa di lesa maestà e di avvelenamento. Con tale risposta impegnava in certo modo anche l'ambasciatore a trovare gli accusati colpevoli[494].

Colla processura usata in quel secolo niun uomo poteva lusingarsi di far apparire la propria innocenza, se i giudici erano determinati di trovarlo colpevole, poichè tutta l'informazione era tenuta in un profondo mistero. I due cardinali vennero assoggettati ad una rigorosa tortura. Pocointesta di Bagnacavallo, ch'era stato sotto il Petrucci comandante della guardia di Siena, e Battista di Vercelli ch'era stato arrestato in Firenze, furono egualmente posti alla tortura, e fu loro estorta la confessione di un progetto d'avvelenamento. Furono arrestati altri cardinali, siccome colpevoli d'avere uditi i violenti detti e le minacce del Petrucci senz'averne dato avviso; cioè Raffaello Riario, decano del sacro collegio, già cardinale da oltre quarant'anni, il più prudente, il più circospetto de' capi della Chiesa, che tutti avanzava in dignità, in lusso ed in ricchezze; Adriano, cardinale di Corneto, e Francesco Soderini, cardinale di Volterra, l'uno e l'altro tra' più ricchi prelati della Chiesa[495].

Quando fu terminata l'informazione del procuratore fiscale, e letta nel sacro collegio, Petrucci e Sauli furono degradati e consegnati al braccio secolare. Il primo fu strozzato in prigione il 21 giugno, ventiquattr'ore dopo la sentenza. Allo stesso supplicio fu condannato anche Bandinello Sauli, ma Leon X mutò la sentenza di morte in perpetuo carcere: e perchè il prigioniere fece offrire una grossa somma di danaro per avere la libertà, Leon X gli mandò il suo maestro delle cerimonie, Paride de' Grassi, per accettare l'offerta e condurre il cardinale penitente in concistoro, a condizione che non cercherebbe di giustificarsi, e che per lo contrario confesserebbe tutte le colpe ond'era stato accusato[496]. Il Sauli si assoggettò alla proposta condizione; fu posto in libertà, ma morì poco tempo dopo, non senza sospetto, come corse voce, che prima di rilasciarlo il papa gli avesse fatto somministrare un lento veleno per sbarazzarsi di lui. Il cardinale Riario, dopo essere stato degradato, fu rimesso nella pristina dignità mercè il pagamento d'una grossa somma di danaro. I cardinali di Corneto e di Volterra avevano, stando inginocchiati in pieno concistoro, confessato d'aver udito le parole minacciose d'Alfonso Petrucci, e che, attribuendole alla sua leggerezza di mente, non le avevano denunciate. Leon X li fece porre in libertà dopo averli obbligati a pagare venticinque mila ducati. Questa somma doveva essere divisa fra loro due, ma le spese della guerra d'Urbino avendo sconcertate le finanze del papa, egli pretese che tale somma doveva essere da entrambi pagata individualmente. Allora i due cardinali fuggirono: non si seppe più nulla d'Adriano di Corneto, che venne senza dubbio assassinato; il Soderini si ritirò a Fondi sotto la protezione di Prospero Colonna, e vi stette fino alla morte del papa: Vercelli, Mino e Pocointesta perirono in mezzo ad orrendi supplicj[497].

Il sacro collegio era oppresso dallo spavento; non essendosi da lungo tempo trattati i suoi membri con tanto rigore. I condannati, e non escluso lo stesso Petrucci, non erano colpevoli che d'imprudenti parole; e quando Leon X non faceva grazia agli antichi suoi amici, ed a coloro che avevano contribuito alla sua elezione, gli altri non potevano sperare un migliore trattamento; di già si sentivano ai suoi occhi colpevoli, poichè le loro preghiere a pro de' colpevoli eransi risguardate come un'offesa. Il quinto concilio di Laterano, che trovavasi adunato nell'epoca dell'assunzione al pontificato di Leon X, non poteva più mettere limiti al di lui dispotismo; desso era stato da Leone terminato il 16 marzo del 1517, cinque anni dopo la sua convocazione. In così lungo spazio di tempo non aveva tenute che dodici sessioni, quasi d'altro non occupandosi che di vane formalità e di sermoni di etichetta. Non aveva giammai riuniti più di sedici cardinali e di novanta o cento vescovi ed abati mitrati; e niuno doveva infatti lusingarsi di vederne di più in un'assemblea, che il papa cercava di spogliare d'ogni autorità reale[498].

Dopo la congiura del Petrucci non rimanevano nel sacro collegio che dodici cardinali, e Leon X seppe approfittare del loro terrore per fare in una sola volta una promozione di trentuno cardinali, che metteva il loro concistoro sotto assoluta di lui dipendenza. Una nomina così numerosa e così sproporzionata col corpo ch'essa riempiva, era senz'esempio. I cardinali atterriti dal fresco supplicio de' loro colleghi, sebbene si vedessero in tal modo rigettati in una impotente minorità, non osarono di fare veruna rimostranza. La lista si chiuse il 26 di giugno, e fu pubblicata il 1.º di luglio[499]. In quest'occasione Leon X collocò nel senato della Chiesa due figli delle sue sorelle, e varie altre creature che non vantavano altro titolo per così sublime dignità che il favore del pontefice: ma nello stesso tempo accordò il cappello cardinalizio a molti gentiluomini romani, che la politica dei suoi predecessori aveva studiosamente esclusi dal sacro collegio; innalzò pure alla stessa dignità molti celebri letterati, che illustrarono il nome di Leone per riconoscenza della protezione loro accordata; per ultimo vendette questa dignità a danaro contante a tutti gli altri, e la fece pagare perfino a coloro ch'era più inclinato a favorire; ma il prezzo cresceva in ragione inversa del minor merito che il candidato aveva per così alta dignità[500].

Nelle ultime sessioni del concilio non erasi parlato che di progetti di lega contro i Turchi. Pareva che l'Europa si apparecchiasse ad una nuova crociata, ed infatti la guerra sacra che predicava il papa, sembrava una necessaria misura per difendere e salvare la Cristianità. Selim colla conquista dell'Egitto e colle vittorie riportate sopra il Sofì di Persia aveva quasi raddoppiata l'estensione del suo impero ed i suoi mezzi d'attacco. Era noto il suo odio verso i cristiani, la sua passione per nuove intraprese, la sua dissimulazione, la sua crudeltà. Le stesse coste dell'Italia cominciavano ad essere esposte agli sbarchi de' Turchi. Leone scriveva a Massimiliano, ch'erano venuti a saccheggiare successivamente Recanati ed Ostia[501]. Francesco, Carlo e Massimiliano sottoscrissero a Cambrai, l'undici marzo del 1517, un trattato d'alleanza contro l'impero ottomano: tutto era preventivamente convenuto; il numero delle truppe che ognuno somministrerebbe, la maniera con cui ogni monarca eseguirebbe il proprio attacco e l'assistenza che chiederebbero alle altre potenze. Pareva che i principi cristiani cercassero di superarsi l'un l'altro colle più splendide promesse per difesa della patria e dell'incivilimento. Ma il più leggiere vicino vantaggio bastava, perchè più non si pensasse ad un pericolo creduto lontano; e Leon X, che sembrava tanto zelante per la lega cristiana, fu facilmente quegli che contribuì più d'ogni altro ad impedire che si adunasse[502].

Mentre Francesco I rinnovava l'8 di ottobre la sua alleanza colla repubblica di Venezia, Leon X aveva cercato di unirsi più strettamente con questo monarca; Carlo era passato dai Paesi Bassi nella Spagna, e sembrava che dovesse trovarvisi lungamente occupato nel ricondurre i popoli all'ubbidienza. Massimiliano, di già vecchio, non era mai stato un alleato in cui si potesse fare fondamento, e Leon X, sempre pensoso della grandezza di sua famiglia, giudicò di non la potere meglio assicurare che per mezzo dell'alleanza colla Francia. In gennajo del 1518 ottenne per suo nipote Lorenzo, duca d'Urbino, la mano di Maddalena, figliuola di Giovanni della Tour, conte d'Alvergna e di Boulogne, e di una sorella di Francesco di Borbone, conte di Vendome. Con tale matrimonio univa Lorenzo alla casa di Francia, e per onorarlo maggiormente, Francesco lo scelse per padrino d'un figlio che gli era nato nel mese di febbrajo. Dopo il battesimo, celebrato il 25 d'aprile con molta pompa, Francesco restituì a Lorenzo la carta sottoscritta da Leon X, colla quale si obbligava a tornare al duca di Ferrara le città di Modena e di Reggio. In contraccambio il papa non fu meno generoso delle altrui proprietà verso il re. Gli concesse di disporre liberamente delle decime che aveva levate sul clero francese per fare la guerra ai Turchi, dando così il primo esempio di abbandonare quel progetto della crociata per l'esecuzione del quale aveva tanto insistito[503].

Leon X ebbe la felicità di associare il suo nome alla più splendida epoca delle lettere e delle arti in Italia: salito sul trono nell'istante in cui tutte le carriere erano corse nello stesso tempo da uomini di straordinario ingegno, formati prima di lui, egli distribuì fra di loro, colla prodigalità che adoperava in tutte le altre cose, i tesori della Chiesa, i ricchi beneficj de' quali aveva la collazione in tutta la cristianità, e le prodigiose somme ricavate dal commercio delle indulgenze. I poeti, gli storici, gli artefici, arricchiti dalle di lui beneficenze, hanno per gratitudine celebrato il di lui nome, ascrivendogli tutto il merito de' lavori di cui, mercè le di lui largizioni, avevano l'ozio d'occuparsi. Ma e come pontefice e come sovrano Leon X non era propriamente degno di tante lodi. Nel precedente anno, di fresco terminato, Martino Lutero aveva in Germania cominciato ad alzarsi contro lo scandaloso traffico delle indulgenze, e si era gradatamente condotto, esaminando la propria fede, a gittare i fondamenti di quella riforma, ch'egli in appresso condusse a fine con tanta gloria[504]. Era in allora egli stesso ben lontano dal prevedere le conseguenze cui lo condurrebbe l'esame della dottrina della Chiesa. La riforma non poteva essere che un'opera progressiva, e non era che successivamente, che uno spirito religioso poteva portare la fiaccola dell'esame intorno a tutte le credenze lungo tempo ricevute come fondamentali. Non è maraviglia che Leon X sia morto senz'avere avuto sospetto della rivoluzione, che durante il suo regno si era in Germania eseguita negli spiriti, poichè in tutto il tempo abbracciato da questa storia, ed anche molto tempo dopo, dessa non fu in Italia ben conosciuta, e poichè l'atto energico, con cui la ragione infranse il giogo che aveva portato, fu dalla corte di Roma confuso colle oscure eresie, che tante volte aveva vedute nascere e morire ne' conventi. Ma Leon X mancò di prudenza, di penetrazione e di filosofia, non apprezzando meglio il suo secolo, lasciando temerariamente crescere in un'età abbondante di lumi tutti gli abusi che non s'erano potuti tollerare che in quella della più barbara ignoranza, e incoraggiando finalmente con una improvvida cupidigia lo scandaloso traffico delle cose sacre, onde ricompensar poscia col profitto medesimo di così vergognoso commercio i letterati ed i filosofi che dovevano in appresso spezzare le catene della superstizione.

Infatti Leon X, giunto alla più sublime dignità umana, da quell'istante risguardò la sua vita come un continuo carnovale, nel quale ad altro pensare non doveva che a godere. Egli divideva il suo tempo tra i banchetti e la caccia; amava la compagnia de' buffoni, ch'egli si compiaceva di tormentare e di coprire del più vile ridicolo; fomentava la vanità di coloro che di già conosceva vanissimi; e sotto coperta d'accordar loro nuove onorificenze, gli esponeva all'universale dileggio. Egli non temeva di spingere fino alla pazzia con questo crudele dileggiamento uomini di merito, o rispettabili vecchi. La riputazione di continenza che si era acquistata, essendo cardinale, non aveva sostenuto un più severo esame, e la sua famigliarità co' suoi paggi dava luogo a vergognosi sospetti. La di lui liberalità, che stendevasi su tutti coloro che lo avvicinavano, e ch'era più proporzionata al suo buon umore ed alla riuscita della caccia che al merito dei beneficati, altro infine non era che una disposizione egoistica: egli voleva vedersi intorno visi ridenti, voleva raccogliere le benedizioni di coloro che lo avvicinavano, e punto non curavasi del modo con cui ammassava, sia colle gravose gabelle sui popoli, sia col rendere venale tutto quanto era dalla Chiesa riputato più sacro, i tesori che poi dissipava con tanta prodigalità[505].

La tregua che i Veneziani avevano conchiusa con Massimiliano, e che spirava dopo diciotto mesi, fu prolungata, in agosto del 1518, coll'intervento della Francia per cinque anni alle medesime condizioni. L'imperatore avrebbe inoltre di buon grado acconsentito a cambiarla in una perpetua pace; ma vi ostò Francesco I, per timore che i Veneziani, trovandosi senza sospetto, non allentassero i legami co' quali la Francia li teneva sotto la sua clientela[506]. La corte di Francia adombravasi di ogni potere che in Italia sembrasse aspirare all'indipendenza: conservando l'alleanza de' Veneziani, cautamente impediva che non accrescessero in Lombardia il numero de' loro partigiani. Il maresciallo Trivulzio, che avevale renduti così segnalati servigj, le si era fatto sospetto pel suo attaccamento ai Veneziani. Egli era il capo del partito guelfo; e Lautrec, per mortificarlo, colmava di onori Galeazzo Visconti capo dell'opposta fazione. Il Trivulzio, per non trovarsi in balìa degli avvenimenti, domandò ed ottenne la nazionalità de' cantoni svizzeri; ma con ciò non fece che somministrare nuove armi a' suoi nemici. Accusato alla corte, risolse, malgrado l'avanzata sua età, di passare i monti e di presentarsi a Francesco I per giustificarsi. Il re lo accolse duramente, lo rimproverò di godere di una non meritata riputazione, e lo costrinse a ritornare agli Svizzeri le sue lettere di cittadinanza. Poco dopo il Trivulzio infermò a Chartres, ove morì, ludibrio fino alla fine della sua lunga carriera della incostanza della fortuna; al che faceva allusione l'epitaffio scelto da lui medesimo. «Qui riposa Gian Giacopo Trivulzio, che mai non riposò[507]

Negoziazioni che dovevano decidere non solo della sorte dell'Italia, ma di tutta l'Europa, tenevano in allora occupati tutti gli spiriti. Massimiliano, sentendo finalmente gli effetti della vecchiaja, avrebbe voluto assicurare a suo nipote la dignità imperiale; ma, per le costituzioni dell'impero, non poteva farlo eleggere re de' Romani, finchè egli medesimo non avesse ricevuto la corona d'oro dalle mani del papa: onde pensava o di andare a cercarla a Roma, o di ottenere che Leon X gliela mandasse in Germania per mezzo di un legato, ed intanto cercava di guadagnare i suffragj degli elettori. Malgrado le inquietudini de' principi dell'impero, la gelosia della Francia, e gli artificj della corte di Roma, non avrebbe tardato ad ottenere l'intento. Ma la morte venne a rompere inaspettatamente i suoi disegni, sorprendendolo a Lintz il 19 gennajo del 1519, mentre occupavasi caldamente della caccia, cercando di sbarazzarsi da una leggiere febbre con inopportuni rimedj[508].

La morte di Massimiliano, accaduta prima che fosse eletto un re de' Romani, apriva la porta a tutti i candidati che potevano aspirare a questa prima dignità del mondo cristiano. Pure non la chiesero che i due più potenti monarchi dell'Europa, il re di Spagna ed il re di Francia. Il primo, come arciduca d'Austria e come sovrano de' Paesi Bassi, era di già membro dell'impero; il secondo gli era assolutamente straniero, ma, se avesse ottenuta la corona, avrebbe compromessa quella indipendenza della monarchia francese, cui i Francesi apprezzavano con ragione così altamente, rendendola dipendente per meglio unirla all'impero. Rappresentavano i ministri dei due principi, che in questo momento era necessario alla cristianità un potente monarca, onde mettere argine alle conquiste de' Turchi, che opprimevano l'Ungheria, e minacciavano la Germania. Frattanto tutti i principi e tutti gli stati indipendenti della Germania e dell'Italia tenevano una contraria opinione; vedevano con inquietudine la corona imperiale perpetuarsi nella casa d'Austria fin dal 1438 per via delle successive elezioni d'Alberto II, di Federico IV, e di Massimiliano, e del lungo regno degli ultimi due. Temevano l'assoluta sovversione delle loro libertà, quando l'erede di questi monarchi, che di già non le avevano abbastanza rispettate, sarebbe inoltre sovrano di tutte le Spagne, delle Indie, de' Paesi Bassi e delle due Sicilie. L'elezione di Francesco I, per le abitudini ch'egli porterebbe d'una assoluta monarchia in una monarchia elettiva e limitata, non sembrava meno pericolosa per l'indipendenza di tutti i piccoli stati: e per tal modo mentre i due monarchi facevano girare d'una in altra corte della Germania splendide ambasciate, accompagnate da corpi d'uomini d'armi e di convogli di danaro, onde apertamente guadagnarsi i suffragj, tutti gli amici del loro paese e della libertà europea facevano voti perchè questi due fossero rigettati. Vero è che molti, capo de' quali era Leon X, fingevano di essere attaccati a Francesco I, per impiegare il danaro ed il credito di lui contro il di lui competitore; ma fidavansi al nazionale orgoglio de' Tedeschi, che mai non permetterebbe ad un re di Francia di salire sul primo trono della Germania[509].

Mentre Leon X cercava di tener la bilancia in bilico tra due così potenti principi, l'ultimo legittimo erede della sua propria famiglia moriva in Firenze. Lorenzo de' Medici, duca d'Urbino, vi aveva condotta sua moglie Maddalena de Latour d'Alvergna; ma le aveva comunicata la vergognosa malattia di cui era egli stesso affetto. Maddalena morì il 23 di aprile nel dare alla luce la troppo famosa Caterina de' Medici; e cinque giorni dopo, il 28 aprile, soggiacque ancora Lorenzo alla malattia che lo andava già da gran tempo distruggendo[510]. Altro discendente non restava di Cosimo de' Medici, padre della patria, che papa Leon X, Caterina, di lui pronipote, varie femmine maritate in diverse case fiorentine, e tre bastardi; cioè, Giulio di già cardinale, Ippolito ed Alessandro tuttavia in età fanciullesca. I discendenti di Lorenzo de' Medici, fratello di Cosimo, che vent'anni prima avevano rinunciato al loro nome per prendere quello di Popolani, e che nelle rivoluzioni di Firenze si erano mostrati partigiani del popolo e della libertà, erano in allora divisi in due rami, nel cadetto de' quali Giovanni de' Medici, figliuolo di Caterina Sforza, cominciava a farsi nome nelle armi. In questo stesso anno gli nasceva un figliuolo, il giorno 11 di giugno del 1519, destinato a ridurre un giorno la sua patria in servitù, ed a portare il primo, col nome di Cosimo, il titolo di gran duca di Toscana[511].

Gli ambiziosi disegni di Leon X per la sua famiglia, cui aveva sagrificata la gloria e l'indipendenza della sua patria, più avere non potevano esecuzione; perciò alcuni cittadini ebbero il coraggio di supplicarlo a rendere a Firenze una libertà che pregiudicare non poteva alla grandezza di lui o della di lui casa: la sorte del cardinale Giulio, gli dicevano essi, era stabilita nella Chiesa, mentre che i due fanciulli, Alessandro ed Ippolito, da Leone X appena riconosciuti, non sembravano inspirargli veruno interesse[512]. Ma Leone nel suo lungo esilio aveva contratto l'odio della libertà: suppose che conserverebbe la Toscana in una maggiore dipendenza dalle sue volontà sostituendo a Lorenzo il cardinale Giulio suo cugino; perciò lo fece subito partire alla volta di Firenze, quand'ebbe notizia della malattia del primo. Giulio, ch'era corucciato con Lorenzo, non entrò nel palazzo Medici finchè non fu morto suo cugino. In allora annunciò ai magistrati che non era sua intenzione di seguire le pedate del suo predecessore; che non era per appropriarsi in sul di lui esempio le nomine a tutti gli ufficj lucrativi; ma che anzi si farebbe debito di rispettare la pubblica libertà: infatti i Fiorentini, sollevati dal giogo che avevano portato, credettero di trovare sotto il cardinale Giulio un immagine della repubblica; e si affezionarono a questo prelato, che si trattenne fra di loro fino al mese di ottobre, e che, ripartendo alla volta di Roma, lasciò nel palazzo de' Medici Goro Gheri di Pistoja, vescovo di Fano, ed il cardinale di Cortona, per governare in vece sua[513].

Dopo estinta la casa Medici, il ducato d'Urbino avrebbe dovuto ricadere alla santa sede. Leon X non volle restituirlo all'antico signore, malgrado il desiderio degli abitanti; anzi per tenerlo sottomesso ne fece smantellare le città. Ma mentre incorporò il ducato d'Urbino all'immediato dominio della Chiesa, accordò la fortezza di san Leo, ed il contado di Montefeltro, che viene formato da una sessantina di castella o villaggi murati, alla repubblica fiorentina in pagamento di cento cinquanta mila fiorini, dovutile a saldo delle somme sovvenute alla santa sede in occasione della guerra d'Urbino[514].

Frattanto le rivalità fra i due pretendenti all'impero si erano continuate con un aspetto di galanteria e di vicendevole rispetto. Francesco I aveva detto agli ambasciatori di Spagna, ch'egli ed il loro padrone dovevano risguardarsi come due innamorati che corteggiano la stessa amante, non già come nemici[515]. Il re di Francia aveva creduto di guadagnare i voti degli elettori, profondendo il danaro: i suoi tre ambasciatori, l'ammiraglio Bonnivet, d'Orval e Fleuranges «avevano sempre, dice l'ultimo, quattrocento mila scudi con loro che gli arcieri portavano in certe loro valigie, ed avevano i detti ambasciatori con loro quattrocento cavalli tedeschi al soldo del re, che li conducevano; ed il fortunato (Fleuranges) aveva inoltre con lui quaranta cavalli, la maggior parte pure tedeschi, tutti vestiti di verde, con i suoi colori ad una manica, i quali rendettero importanti servigj[516]

Ma il danaro di Carlo fu più utilmente adoperato nell'adunare un'armata, che improvvisamente si avvicinò a Francoforte sotto colore di proteggere la libertà degli elettori. Le quattro voci di Magonza, di Colonia, di Sassonia e del conte palatino, gli furono date dopo che l'elettore di Sassonia ricusò l'offerta della corona; venne in seguito quella di Boemia; e finalmente gli elettori di Brandeburgo e di Treveri furono gli ultimi ad abbandonare gl'interessi del re di Francia; Carlo, che di que' tempi si trovava in Ispagna, fu proclamato imperatore eletto il 28 giugno del 1519, e si fece chiamare Carlo Quinto[517].

In questo stesso tempo la storia d'Italia è povera di avvenimenti. Le province guastate in tempo della guerra cercavano col riposo e coll'economia di rifarsi da tanti disastri. Il marchese di Mantova, Francesco Gonzaga, che nelle guerre della fine del precedente secolo si era acquistata grandissima riputazione, morì il 20 di febbrajo. Gli successe Federico, il maggiore de' suoi tre figli; Ercole fu fatto cardinale; e don Fernando, in appresso duca di Molfetta e di Guastalla, fu uno de' più illustri capitani del secolo[518].

Il duca di Ferrara, don Alfonso d'Este, in novembre dello stesso anno, fu sorpreso da pericolosa malattia, che per alcuni giorni fece credere disperata la sua guarigione. Suo fratello, il cardinale Ippolito, disgustato del soggiorno di Roma, trovavasi in Ungheria nel suo arcivescovado di Strigonia. Alfonso aveva pagati gli enormi debiti contratti in tempo delle sue lunghe guerre; aveva inoltre adunato un ragguardevole tesoro, ma coll'opprimere d'insopportabili imposte i suoi sudditi. In ogni altra cosa avarissimo, spendeva senza misura nel fortificare Ferrara, e nel fare nuove artiglierie e provvedere munizioni da guerra. Aveva ridotta la sua capitale a città quasi inespugnabile; ma aveva a carissimo prezzo acquistato tale vantaggio, cioè perdendo l'amore de' suoi popoli, ruinati dalle imposte e da' suoi monopolj. Dopo la pace aveva licenziate le sue truppe, credendo di non aver più nulla a temere, quando nella stessa epoca in cui cadde infermo, un'inondazione rovesciò ottanta piedi delle mura di Ferrara, e lo espose a nuovi pericoli[519].

Leon X non aveva rendute ad Alfonso d'Este le due città di Modena e di Reggio, nemmeno dopo la morte del nipote, che aveva troncati tutti i disegni d'ingrandimento ch'egli aveva formati a pro della sua famiglia. Lungi di essere da quest'avvenimento richiamato a più moderati sentimenti, Leone quand'ebbe avviso della malattia d'Alfonso e della caduta delle mura della capitale, risolse di approfittarne per privarlo del suo ultimo asilo. A tale oggetto sovvenne dieci mila ducati ad Alessandro Fregoso, vescovo di Ventimiglia, figlio di quel cardinale Paolo Fregoso, il di cui bellicoso carattere aveva suscitate tante rivoluzioni nel precedente secolo. Trovavasi costui in Bologna, perchè suo cugino Ottaviano lo aveva esiliato da Genova. Col danaro del papa assoldò gente nelle terre della Chiesa e della Lunigiana[520], dando voce di voler tentare una rivoluzione in Genova, ciò che facilmente era da tutti creduto. Quando seppe che suo cugino Ottaviano erasi posto in guardia contro i suoi attentati, simulò di esserne afflitto, quasi vedesse contrariati i suoi progetti, ed offrì a Federigo da Bozzolo di ajutarlo colle sue truppe, assoldate già per un mese, in certa lite che aveva con Gian Francesco Pico della Mirandola intorno al possedimento di Concordia. Sotto questo pretesto avvicinossi al Po, sperando di poterlo passare senza ostacolo, e di marciare improvvisamente sopra Ferrara. Un agente del papa gli aveva apparecchiate alcune barche dove la Secchia mette foce in Po; ma, sentendo avvicinarsi questa piccola armata, il marchese di Mantova fece ritirare tutte quelle barche; scoprì i veri disegni del vescovo di Ventimiglia, e ne diede avviso al duca di Ferrara, il quale si pose bentosto in su le difese. Perduta ogni speranza di sorprenderlo, Alessandro Fregoso licenziò le truppe: il duca lo accusò al papa per averlo voluto attaccare in tempo di pace, e Leon X non esitò ad incolpare dell'accaduto il suo agente[521].

Ma l'alta dignità del papato non lascia quasi mai coloro che trovansene rivestiti esposti a soffrire i danni de' proprj mancamenti: le loro provocazioni non sono esposte alle rappresaglie; se commettono una perfidia, si teme di pubblicarla, e non si ardisce attaccare la loro riputazione. Questa specie d'impunità non può a meno di non corromperli. Quando un papa si è una volta abbandonato all'ambizione di dilatare i suoi stati, non si lascia scoraggiare dal cattivo esito di un attentato; anzi una perdita gli dà motivo di rinnovare i suoi sforzi. Alessandro VI aveva cominciata la guerra contro i feudatarj della Chiesa, ed aveva spogliati tutti quelli della Romagna, per ingrandire a loro spese suo figliuolo. Giulio II, con una più generosa ambizione, si era volto contro più potenti principi: aveva cacciati i Bentivoglio da Bologna, espulsi i Veneziani dalla Romagna, e cominciata la guerra contro il duca di Ferrara; ma non aveva spogliati del loro potere coloro che assoggettandosi senza riserva alla Chiesa; altro realmente così non erano che suoi vicarj, come ne avevano il titolo, e non comandavano che in suo nome.

Giampaolo Baglione, signore di Perugia, era il più illustre di questi ultimi. Dopo avere fatta la sua pace con Giulio II, lo aveva servito in tutte le guerre, mostrandosi il più fedele vassallo de' pontefici. Era stato invitato dai Veneziani a comandare le loro armate in tempo della lega di Cambrai, e vi si era acquistato grandissimo nome di capitano prudente, conoscitore de' luoghi e degli uomini, e dell'arte della guerra; di modo che, malgrado molti disastri, i Veneziani non lo privarono della loro confidenza. Dopo la pace era tornato a Perugia. Il papa aveva da prima approvato il suo contegno, quando il duca d'Urbino s'era avvicinato a Perugia colla sua armata: ma in appresso gli rinfacciò una cotale segreta intelligenza col duca, persuaso che il Baglioni non potesse vedere di buon occhio la ruina di quest'ultimo feudatario della Chiesa, suo amico e suo vicino.

Il Baglioni teneva in Perugia un rivale della sua stessa famiglia, chiamato Gentile: Giampaolo lo scacciò nel 1520, e fece perire alcuni di lui partigiani, accusati di avere ordito trame a pro di Gentile. Il papa si fece a difendere Gentile, e citò Giampaolo a presentarsi personalmente a Roma. Giampaolo, ammalato trovandosi, o infingendosi tale, mandò Malatesta, suo figlio, in vece sua, per giustificarsi. Leon X lo accolse graziosamente; ma gli dichiarò di volere che comparisse personalmente a trattare la propria causa il signore di Perugia: e per togliergli qualunque sospetto gli mandò un salvacondotto di proprio pugno, dando in pari tempi parola a Camillo Orsini, genero del Baglioni, e ad altri di lui potenti amici, che non sarebbe esposto a verun pericolo. L'Orsini, dopo avere ottenute queste assicurazioni, cercò di persuadere il suocero ad ubbidire. Il Baglioni vi prestò fede; ed all'indomani del suo arrivo in Roma andò in castel sant'Angelo, ove il papa era andato ad alloggiare; ma invece di essere ammesso all'udienza, fu arrestato dal castellano, e dai carnefici posto alla tortura. Non fu interrogato intorno ad un solo delitto; ma gli si domandò una confessione generale di tutti i falli commessi in vita sua. La sua vita era ben lontana dall'essere irreprensibile; egli confessò varj atti di crudeltà commessi per conservare la tirannide, molte scandalose dissolutezze, e tra queste un incesto con sua sorella, ch'egli non si era curato gran fatto di dissimulare. Dietro tali confessioni, dopo due mesi di prigionia, fu per ordine di Leon X decapitato. La di lui moglie ed i figliuoli si rifugiarono a Padova sotto la protezione de' Veneziani, e Perugia venne interamente assoggettata all'autorità della santa sede[522].

Nello stesso anno Leon X, che aveva preso al suo servigio Giovanni de' Medici, figlio della celebre Caterina Sforza di Forlì e del suo secondo marito, vedendo in questo giovinetto svilupparsi di già quell'ardore marziale, e quell'impeto che gli diedero in appresso tanta riputazione, lo incaricò di scacciare da Fermo Luigi Freducci, che comandava in questa città. Il Freducci era tenuto in concetto di buon capitano, ma non aveva che dugento uomini d'armi, coi quali non poteva sperare di resistere a mille cavalli e quattro mila fanti, che contro di lui conduceva Giovanni de' Medici. Tentò di fuggire da Fermo colle sue due compagnie d'uomini d'armi; ma sopraggiunto dal Medici e circondato da ogni banda, perì combattendo con più di cento suoi soldati, prima che gli altri avessero potuto ottenere quartiere. La morte del Freducci atterrì tutti i piccoli signori o tiranni delle Marche; gli uni fuggirono senza venire all'esperimento dell'armi; altri passarono a Roma per implorare la clemenza del pontefice. Leon X li fece tutti imprigionare, indi assoggettare alla tortura per avere da loro una confessione generale. Non eravi tra costoro chi potesse vantarsi innocente; ed alla confessione loro teneva dietro immediatamente il supplicio. Così Amadei, tiranno di Recanati; Zibicchio, capo di partito a Fabbriano; Ettore Severiani, capo di partito a Benevento, furono appiccati dopo essere stati assoggettati alla tortura, sebbene fossero volontariamente venuti a gettarsi tra le braccia del pontefice, e non fossero stati accusati di verun delitto[523].

Ma di tutte le sovranità dipendenti dalla santa sede, quella di Ferrara più d'ogni altra solleticava l'ambizione di Leone: egli aveva cercato indarno nel precedente anno d'impadronirsene per sorpresa; e nel presente non si vergognò di adoperare più odiosi mezzi. Uberto Gambara, protonotaro apostolico, che poi fu cardinale, venne incaricato di sedurre Rodolfo Hello, tedesco, capitano della guardia del duca. Uberto diede a Rodolfo due mila ducati, e gli fece più larghe promesse, tanto che il tedesco promise di assassinare Alfonso, e di aprire la porta di castel Tealdo, cittadella di Ferrara, alle truppe della Chiesa, le quali arriverebbero da Modena e da Bologna. Era stato fissato il giorno dell'esecuzione; e lo storico Guicciardini, che comandava in Modena, e Guido Rangone, che comandava in Bologna, avevano avuto ordine di far avanzare le truppe pontificie fino alle porte di Ferrara. Ma fino dal principio Rodolfo Hello aveva palesate al duca le profferte fattegli, e con di lui intelligenza aveva mostrato di entrare nella congiura. Quando il duca ebbe in sue mani tutte le lettere del Gambara, e che gli furono aperti tutti i disegni di Leone X, ne fece fare autentico processo cogli interrogatorj di più complici, e lo depose unitamente alle lettere originali del Gambara negli archivj di casa d'Este, ove furono letti dal Muratori; poscia il duca troncò quest'affare, onde schivare, se ancora fosse possibile, di romperla irremissibilmente con Leone X[524].

Questo pontefice, in preda alla mollezza ed ai piaceri, passava la vita in continue feste, occupandosi di musica, di commedie, delle ridicole pompe de' suoi buffoni, inebbriato dalle lodi de' poeti e degli oratori, cui prodigava le sue ricchezze, senza prendersi quasi verun pensiero della burrasca che contro di lui andava addensando in Germania Lutero, e senza parere desiderare una nuova guerra. Le sue prodigalità avevano in breve dissipati in tempo di pace gl'immensi tesori ragunati da Giulio II in mezzo a continue guerre; onde per soddisfare al suo inconsiderato lusso era costretto d'accrescere continuamente lo scandaloso traffico delle indulgenze, e di rendere più aperti que' disordini contro i quali i primi riformatori osavano finalmente d'alzare la voce[525].

Ma una vaga inquietudine di spirito facevagli desiderare nuove scene e nuovi argomenti d'adulazione per i suoi cortigiani; e perchè più non aveva famiglia alla quale tramandare potesse la grandezza che voleva acquistare, invidiava la gloria di Giulio II, che aveva illustrato il suo pontificato colle conquiste fatte per la santa sede; egli ancora si lasciò prendere dal chimerico progetto di cacciare i barbari d'Italia, armando l'uno contro l'altro i due principi rivali; e non rifletteva che colui ch'egli ajuterebbe a vincere, rimarrebbe più ingagliardito dalla vittoria, che indebolito dagli sforzi sostenuti per ottenerla.

Il trattato di Noyon aveva lasciati molti semi di nuove dissensioni tra Carlo V e Francesco I. L'ultimo non aveva ottenuta soddisfazione pel suo alleato, il re di Navarra. Metteva in campo nuove pretese sul regno di Napoli, prendendo argomento dall'antica costituzione de' papi, i quali, fino dai tempi in cui avevano tolto questo regno a Manfredi per darlo alla casa d'Angiò, avevano richiesto che non potesse essere posseduto dal capo dell'impero. Carlo V aveva egli stesso giurato di non riunire le due corone, e poichè doveva abdicare quella di Napoli, credeva il re Francesco d'avere diritto di ripeterla. Carlo, dal canto suo, voleva far rivivere le sue pretese sopra il ducato di Milano e su quello di Borgogna. Tutti e due i re, opponendo gl'imprescrittibili diritti della legittimità alle convenzioni ed ai trattati, si fondavano sopra una dottrina, che, se fosse ammessa, sbandirebbe per sempre la pace e la buona fede di frammezzo agli uomini. La naturale gelosia tra due giovani sovrani, ambiziosi, potenti e rivali di gloria, aguzzava i loro risentimenti, e li rendeva più fermi nelle vicendevoli loro pretese. Ma fin allora le insurrezioni della Spagna, e la guerra della Germania tra la lega di Svevia ed il duca di Virtemberga, avevano dato troppo di che fare a Carlo V, perchè potesse nello stesso tempo avventurarsi a cominciare le ostilità contro la Francia.

Erasi il re Francesco riservata la facoltà di prestare soccorsi al re di Navarra per ricuperare i suoi stati, senza perciò rompere la pace generale conchiusa tra le due corone. Questi soccorsi furono dalla Francia mandati in principio del 1521[526]. Nello stesso tempo un'altra piccola guerra si era accesa nelle Ardenne e nel ducato di Lussemburgo tra Roberto della Marck, signore di Sedan, secondato da suo figliuolo il maresciallo di Fleuranges, e madama di Savoja, governatrice de' Paesi Bassi a nome di Carlo V[527]. Gli è vero che nulla ancora presagiva una diretta guerra tra i due monarchi, e che inoltre questi non poteva estendersi all'Italia, finchè il papa tenevasi neutrale. Gli stati della Chiesa e quelli di Firenze, coprivano il regno di Napoli contro gli attacchi de' Francesi, i quali dall'altro canto non avevano nulla a temere per il Milanese, i di cui confini, dalla banda della Germania, erano coperti dalla loro alleanza colla repubblica di Venezia e da quella che avevano conchiusa a Lucerna cogli Svizzeri, il 5 maggio del 1521[528].

Ma la pace aveva cessato di piacere a Leon X, e le sue negoziazioni, non meno presso Carlo V, che presso Francesco I, tendevano ad armarli l'uno contro l'altro. Il papa pendeva tuttavia incerto a quale dei due si unirebbe. Facendo la guerra ai Francesi poteva loro togliere Parma e Piacenza, ch'era pentito d'avere perduto, dopo che il suo predecessore le aveva conquistate; attaccando l'imperatore, poteva levargli alcune province del regno di Napoli, che ugualmente gli si confacevano. Faceva a vicenda profferte all'uno ed all'altro, mentre che Antonio Pucci, vescovo di Pistoja, aveva per lui assoldati sei mila Svizzeri, ai quali Lautrec aveva senza veruna difficoltà accordata licenza d'attraversare in marzo la Lombardia, siccome a quelli che credeva destinati contro il regno di Napoli. Leon X, che non aveva ancora deciso da qual parte si porrebbe, gli accantonò nella Marca d'Ancona, ove gli Svizzeri, trovandosi oziosi, disertarono quasi tutti[529].

All'ultimo i negoziatori di Leon X convennero con quelli di Francesco I in un trattato d'alleanza, in virtù del quale il papa ed il re si obbligavano ad attaccare di concerto il regno di Napoli. Fattane la conquista, tutto il paese posto tra Roma ed il Garigliano doveva essere riunito alla Chiesa; ed il rimanente doveva formare un regno pel secondo figliuolo di Francesco I. Ma perchè questo secondo figliuolo era inallora ancor fanciullo, tutto il regno, fino alla di lui maggiorità, doveva essere governato da un legato pontificio. Inoltre Francesco I si obbligava a non accordare più la sua protezione al duca di Ferrara, nè a verun altro feudatario della Chiesa; di modo che la conquista di quel ducato era pure uno degli utili che il papa ritrarrebbe da tale alleanza[530].

Questi preliminarj erano stati sottoscritti prima che cominciassero le ostilità nella Navarra, che Asparoth, fratello di Lautrec, conquistò in poco tempo. La sollevazione degli Spagnuoli contro i consiglieri fiamminghi di Carlo V, e la violenza delle guerre civili tra i partigiani del dispotismo e quelli della libertà, ne' due regni di Castiglia e d'Arragona, sembravano dare ai Francesi una favorevole occasione per portare assai più in là questi primi prosperi avvenimenti. In tali circostanze il trattato conchiuso con Leon X venne presentato alla ratifica del consiglio del re. Desso venne esaminato con estrema diffidenza, perciocchè il papa aveva date tante prove della sua nimicizia, che il consiglio non era disposto a credere, che volesse ristabilire i Francesi a Napoli, mentre che dava a conoscere di soffrirli a stento nel Milanese. Temevasi dai più che dopo avere tirata la loro armata nella Campania non si unisse all'imperatore per distruggerla, ed in appresso attaccare il ducato di Milano, rimasto senza difensori. In tanta incertezza, Francesco I non mandava la sua ratifica. Leon X, di già scontento di Lautrec e del vescovo di Tarbes, ambasciatore a Roma, perchè avevano ricusata l'autorità della corte pontificia in tutti gli affari beneficiarj del ducato di Milano, si accostò subito all'imperatore, col quale non aveva mai lasciato di trattare, e con lui l'8 maggio del 1521 sottoscrisse un trattato, con cui i confederati si obbligavano a stabilire nel ducato di Milano Francesco Sforza, secondo figlio di Lodovico il Moro; dopo avere staccato da questo ducato Parma e Piacenza, che unitamente al ducato di Ferrara farebbero parte degli stati della santa sede. Il papa sciolse Carlo V dall'impedimento di possedere nello stesso tempo il regno di Napoli e l'impero, chiedendo in compenso un feudo nel regno di Napoli per Alessandro de' Medici, figliuolo naturale di Lorenzo già duca di Urbino[531].

Francesco Sforza, che i confederati volevano collocare sul trono di Milano, trovavasi allora a Trento, ov'era stato raggiunto da Girolamo Morone, ch'era stato il principale confidente e ministro di suo fratello, e che, dopo averlo persuaso a cedere per capitolazione il castello di Milano, si era accorto d'essere caduto in sospetto ai Francesi, e non dover rimanere lungamente sicuro ne' loro stati. Morone, il più intrigante, il più destro, il più scaltrito, il più doppio degl'Italiani de' suoi tempi, manteneva segreto intelligenze con tutti i malcontenti di Lombardia, moltiplicati a dismisura dai duri ed altieri modi del signore di Lautrec. Aveva il Morone promesso al papa, che una simultanea insurrezione sorprenderebbe i Francesi in tutte le città, prima che questi potessero levare alcuna fanteria o farla venire d'oltremonti; ed i mille uomini d'armi francesi accantonati in Lombardia non si giudicavano sufficienti a difendere questa provincia, neppure per pochi giorni, contro gli attacchi combinati del popolo, del papa e dell'imperatore. L'attivissima cooperazione di questo capo di faziosi fu probabilmente il principale motivo che persuase Leon X a domandare il ristabilimento dello Sforza sul trono di Milano[532].

La lega tenevasi coperta con tutto il segreto d'una congiura; ed infatti doveva, a guisa d'una cospirazione, scoppiare nelle province, nelle quali l'insurrezione era disposta contemporaneamente, dalle montagne comasche fino a Parma. Gli alleati risguardavano inoltre come cosa di maggiore importanza l'operare una rivoluzione a Genova, onde aprire al re di Spagna tutte le comunicazioni per mare colla Lombardia. Girolamo Adorno doveva entrare nel porto di quella città con nove galere, mentre che suo fratello Antoniotto giugnerebbe attraverso alle montagne fin presso alle mura. Affinchè il loro attacco riuscisse più inaspettato, fecero in modo d'intercettare per venti giorni tutti i corrieri che andavano a Genova; ma quest'eccesso di precauzione riuscì loro pernicioso. Ottaviano Fregoso, che governava la Liguria per il re, insospettito da questo universale silenzio, si pose in guardia con più vigilanza che mai; Girolamo Adorno non potè entrare in porto, e sbarcò le sue truppe a Chiavari ed a Recco per unirle a quelle di suo fratello, che s'avanzava dalla banda di Pietra Santa. Tentarono inutilmente d'eccitare una sollevazione tra i loro partigiani; verun Genovese non prese per loro le armi, veruna terra murata aprì loro le porte, talmente che dovettero passare in Lombardia con circa tre mila fanti spagnuoli, dopo d'avere rimandata la flotta a Napoli[533].

Il signore di Lautrec si trovava inallora alla corte di Francia, ed aveva lasciato in suo luogo, per governare la Lombardia, suo fratello, il signore di Lescuns, che, secondo scrive il signor di Fleuranges, «aveva lasciata la berretta rotonda, e da principio era vescovo di Tarbes, ma si sentiva troppo gentil compagno per correre la carriera ecclesiastica; ed io vi accerto che era tale[534].» Lescuns fu avvisato che il Morone era subitamente partito da Trento per passare, deviando dalle più frequentate strade, a Reggio, ove allora era governatore lo storico Guicciardini. Seppe che moltissimi emigrati milanesi eransi adunati nella stessa città, e supponendo che fossero intenzionati di sorprendere Parma si recò immediatamente egli stesso a Reggio, per far che il governatore gli desse schiarimento intorno alle intenzioni del papa, e pretendere da lui che cacciasse gli emigrati, ai quali aveva dato asilo contro il prescritto de' trattati e le regole di buona vicinanza. Frattanto, per dare maggior forza alle sue istanze con un poco di timore, e forse, avendone il destro, per sorprendere la città, prese con sè quattrocento lance, ed ordinò a Federigo di Bozzolo di tenergli dietro a non molta distanza con mille fanti[535].

Il Guicciardini faceva buona guardia, e Reggio non temeva la visita del signore di Lescuns. Questi domandò al governatore una conferenza, che si tenne il 24 di giugno nel rivellino della porta che conduce a Parma. Mentre ch'essi ragionavano delle cose loro, gli emigrati milanesi, ch'erano accorsi sulle mura, credendo, o fingendo di credere che alcuni soldati francesi avessero voluto entrare per forza, fecero fuoco sulla scorta del signore di Lescuns, ed uccisero Alessandro Trivulzio, uno de' capi della fazione contraria alla loro. Vi fu allora una mischia, nella quale lo stesso Lescuns sarebbe rimasto ucciso, se il Guicciardini non lo avesse preso sotto la sua protezione, facendolo entrare in Reggio. Gli uomini d'armi francesi lo supposero fatto prigioniere e si sbandarono; ma perchè non erano inseguiti, e perchè incontrarono per istrada Federico di Bozzolo, che veniva in loro ajuto, si riebbero bentosto dal loro terrore, ed all'indomani il Guicciardini permise al signore di Lescuns di raggiugnere la sua gente[536].

I progetti che il Morone aveva formati sovra Parma, e che dovevano eseguirsi dagli emigrati adunati a Reggio, non ebbero effetto, ed ancora più funesto fine ebbero quelli di Manfredi Palavicini sopra Como. Questo gentiluomo, in addietro partigiano de' Francesi, ma che Lautrec aveva disgustato, erasi associato ad un cotale Giovanni, capo di facinorosi notissimo in quelle montagne, chiamato il matto dei Brizzi, il quale si era obbligato di condurre a Como quattrocento soldati tedeschi ed altrettanti italiani, mentre che i loro amici in città dovevano atterrare un pezzo di muraglia per farli entrare. Ma Graziano delle Guerre, che teneva il comando di Como, sebbene avesse soli dugent'uomini sotto i suoi ordini, supplì col coraggio, colla vigilanza, coll'attività alle deboli sue forze. Sorprese la truppa che veniva per sorprenderlo, e la disperse; fece prigioniere il Palavicini ed il matto dei Brizzi, e li mandò a Milano. Volendo il governo atterrire i suoi nemici, li fece squartare, e condannò allo stesso orribile supplicio molti gentiluomini milanesi, ch'erano stati consapevoli de' loro progetti[537].

Leon X non aveva ancora confessata la sua alleanza coll'imperatore, nè i suoi bellicosi progetti, ma mostrò d'adirarsi fieramente, quando seppe che il signore di Lescuns aveva a mano armata violato il territorio di Reggio. Annunciò al concistoro che i Francesi più non rispettavano i possedimenti della Chiesa, e che, per reprimere la loro audacia, vedevasi forzato ad allearsi coll'imperatore, onde poter cacciarli dall'Italia. Diede il comando delle sue truppe a Federico Gonzaga, marchese di Mantova, che, accettandolo, ritornò al re di Francia la collana dell'ordine di san Michele, di cui era stato decorato. Francesco Guicciardini doveva servirlo, come consigliere, col titolo di commissario generale. Il marchese di Pescara comandava la fanteria spagnuola; e Prospero Colonna fu posto alla testa dell'armata combinata del papa e dell'imperatore, la quale era composta di seicento uomini d'armi della Chiesa o di Firenze, e d'altrettanti dell'imperatore; di quattro mila fanti spagnuoli, di sei mila italiani e di sei in otto mila tedeschi, grigioni o svizzeri. In principio d'agosto quest'armata andò ad accamparsi in sulla Lenza, a sole cinque miglia da Parma[538].

Quando il Lautrec, ch'era a Parigi, ebbe avviso della pubblicazione della lega del papa e dell'imperatore, non tardò ad annunciare al re che il Milanese era perduto se non si affrettava a mandarvi quattrocento mila scudi, onde assoldare una fanteria svizzera che bastasse a difenderlo. Lodovico XII aveva trattato il Milanese come un antico stato ereditario, cui era affezionato; ma Francesco I non lo avea considerato che come una ricca provincia che poteva pagare più delle altre. Gli abitanti erano ad un tempo oppressi da ruinose contribuzioni, da continui alloggi di soldati, dall'insolenza e dai capricci de' comandanti, dalla crudeltà de' tribunali, che punivano con atroci supplicj i malcontenti e le persone sospette. «Riputavasi, dice il signor Martino di Bellay, il numero di coloro che il signore di Lautrec aveva sbanditi da Milano, non minore di quello de' rimasti; e dicevasi che la maggior parte di costoro erano stati esiliati per leggieri motivi, o per usurparne le sostanze; lo che ci procurava molti nemici, i quali in appresso si adoperarono per iscacciarci da Milano, onde riavere i loro beni. Prima che il detto maresciallo di Foix venisse luogotenente del re nel ducato di Milano, essendo, come detto abbiamo, tornato in Francia il signore di Lautrec, rimase in questo frattempo luogotenente del re nel detto ducato il signore di Telignì, siniscalco di Rouergue, il quale colla sua saviezza e gentili maniere aveva guadagnato il cuore de' Milanesi, onde il paese era affatto tranquillo; ma essendo tornato il signore di Lescuns, e partitone il siniscalco, le cose cambiarono aspetto, e così l'opinione degli abitanti[539]

Parve che Francesco I sentisse tutta l'estensione del pericolo rappresentatogli dal Lautrec, in un paese attaccato da una potente armata, circondato di nemici da ogni banda, e desideroso di rivoluzione. Il dissipamento della sua corte, e lo sfrenato gusto del monarca per i piaceri, avevano di già estremamente disordinate le finanze, di modo che, malgrado molte vaghe promesse, un generale poteva temere di non ricevere a tempo i sussidj che gli venivano promessi; ma il signore di Semblancey, soprintendente delle finanze, si obbligò per espresso ordine del re a far trovare a Lautrec quattrocento mila scudi in Milano lo stesso giorno in cui egli vi arriverebbe. Lautrec partì, e giunto a Milano non trovò il danaro; onde per fare un primo pagamento agli Svizzeri, che cominciavano a ragunarsi sotto le sue bandiere, obbligò tutti i ricchi particolari di Lombardia con minacce e con intollerabile rigore a mandargli tutto il denaro che loro riuscirebbe d'avere anche a credito[540].

Grandissima era l'esperienza di Prospero Colonna nelle cose della guerra, ma la sua tattica era lenta e timida, e la grave età sua lo rendeva ancora più lento e diffidente. Prima d'entrare nel paese nemico volle aspettare i sei mila fanti tedeschi che Ferdinando, fratello dell'imperatore, aveva adunati nella Carinzia, ed i tre mila Svizzeri assoldati dal papa. I Veneziani non poterono chiudere il passaggio a queste truppe, ed il Colonna, poichè le ebbe ricevute nel suo campo, e dopo d'avere perduti tredici giorni sulle rive della Lenza, venne finalmente ad aprire le sue batterie contro Parma, dalla banda de' sobborghi di Codiponte, sulla sinistra del fiume[541].

Il Lautrec aveva affidata la difesa di Parma a suo fratello, il signore di Lescuns; gli aveva promesso d'accorrere bentosto in suo soccorso; ed aveva inoltre fatto sapere ai Veneziani che potenti rinforzi valicavano allora le montagne per raggiugnerlo: per altro le sue truppe si andavano assai lentamente ragunando, e non giugneva mai il danaro che gli era stato così solennemente promesso. Aveva con sè cinquecento lance, sette mila Svizzeri e quattro mila fanti francesi sotto gli ordini del signore di Saint-Valier: l'armata veneziana, comandata da Teodoro Trivulzio e dal provveditore Andrea Gritti, era, dietro sua dimanda, venuta a raggiugnerlo nel Cremonese con quattrocento lance e quattro mila fanti; ma finchè non arrivavano altri sei mila Svizzeri, che tuttavia aspettava, il Lautrec non voleva porsi in luogo ove potesse venire obbligato a combattere[542].

La città di Parma viene divisa dal fiume che porta lo stesso nome, che lascia a sinistra, dalla banda di Piacenza, un quartiere, detto Codiponte, la metà meno considerabile di quello che ha dalla banda destra. L'un quartiere e l'altro era fortificato verso il letto del fiume, che, spesso non avendo che un rigagnolo d'acqua in mezzo ad un largo piano coperto di ghiaja, avrebbe senza di ciò lasciato un libero ingresso al nemico fin nel centro della città. Soltanto il 29 agosto Prospero Colonna aveva attaccato il sobborgo o quartiere di Codiponte, ed in due giorni le sue batterie avevano fatto nelle mura una breccia abbastanza larga perchè il signore di Lescuns conoscesse l'impossibilità di più lunga difesa. Nella notte del 1 al 2 di settembre Lescuns ritirò tutte le sue truppe sulla riva destra; onde gli abitanti, abbandonati a loro medesimi, s'affrettarono di aprire le porte all'armata di Prospero Colonna, esprimendo la loro gioja di poter tornare sotto l'autorità pontificia: ma questa gioja fu di breve durata, perciocchè i soldati, senza farsi caso delle loro buone disposizioni, li saccheggiarono con estrema crudeltà[543].

La stessa notte successiva a tale avvenimento Prospero Colonna ebbe avviso che il duca di Ferrara, per mostrarsi fedele all'alleanza della Francia, aveva attaccato Finale e san Felice con cento uomini d'armi, dugento cavaleggieri e due mila fanti, e che Lautrec era giunto fino al Taro. Trovò pericoloso il continuare l'assedio di Parma con due armate nemiche così vicine; e sebbene il marchese di Mantova, per non macchiare i suoi primi fatti d'armi con un atto di debolezza, rimostrasse come il Lautrec ed il duca di Ferrara erano fuori di stato d'attaccarlo, e quanto fosse vergognosa cosa l'abbandonare in sui loro occhi una città più che a metà presa; sebbene il Guicciardini e Francesco Moroni lo andassero confortando a terminare ciò che aveva così ben cominciato, Prospero Colonna fu inflessibile: il marchese di Pescara fu del medesimo sentimento, dichiarando di volere conservare i suoi soldati per una sicura vittoria; e l'armata si ritirò in riva alla Lenza, per aspettarvi nuovi ordini da Roma e nuovi rinforzi[544].

Questo avvenimento poteva avere per la lega le più funeste conseguenze. I generali del papa erano disposti a credere che quelli dell'imperatore non avevano abbandonata una quasi terminata conquista all'avvicinamento di forze inferiori alle loro, che perchè invidiavano al pontefice l'acquisto di Parma: dal canto suo il Colonna sospettava che Leon X volesse ritirarsi dalla guerra, e lasciare di concorrere al mantenimento dell'armata, tostocchè avrebbe ricuperate Parma e Piacenza, che gli erano state assegnate nel trattato. L'armata della lega si tenne un mese stazionaria, e divisa da una segreta diffidenza. Ma Leon X, più che mai allettato dalla speranza di far nuove conquiste, aveva incaricato il cardinale di Sion di levare per suo conto nuove genti nella Svizzera. Queste arrivarono successivamente nel Modenese; e Prospero Colonna, incoraggiato a riprendere le sue operazioni con nuova attività, passò il Po il primo ottobre per portare la guerra nel Cremonese. Dal canto suo il Lautrec, avendo ricevuti considerabili rinforzi, si lasciò fuggire di mano una bella occasione di batterlo nel passaggio del fiume[545].

L'armata di Lautrec, ingrossata da quasi venti mila Svizzeri, superava di forze quella ch'era venuta ad attaccarla; e sebbene la sua corte lo lasciasse sempre senza danaro, s'egli avesse spinta la guerra ad una pronta decisione, come tutti i suoi capitani lo consigliavano di fare, avrebbe cavato buon servigio da' suoi Svizzeri in una battaglia; ma sgraziatamente egli attaccava la sua vanità a non seguire mai i suggerimenti che gli venivano dati; e per mostrare di saperne più che tutti gli altri, credeva necessario di scostarsi sempre dalla comune opinione. Questa caparbietà gli fece perdere un'occasione unica di distruggere l'armata di Prospero Colonna, che si era imprudentemente acquartierata a Rebecco, in riva all'Oglio, e sotto il cannone della fortezza veneziana di Pontevico, posta sull'altra riva. Il Pescara, conoscendo il pericolo della sua situazione, ed approfittando della lentezza del generale francese, ritirò durante la notte le sue genti da Rebecco, senza lasciar loro conoscere il pericolo in cui si erano trovate. Il Lautrec aveva voluto differire fino all'indomani l'attacco consigliatogli dal duca d'Urbino e da Andrea Gritti; ma all'indomani il suo nemico erasi posto in sicuro[546].

Il Lautrec aveva nella sua armata quasi venti mila Svizzeri; ed il cardinale di Sion ne aveva condotti quasi altrettanti all'armata del papa. La dieta elvetica vedeva con ribrezzo i suoi concittadini sul punto di versare il sangue gli uni degli altri per una causa straniera. Spedì loro perciò l'ordine di rientrare ne' loro focolari, minacciando soprattutto di castigare coloro che, in disprezzo dell'alleanza di fresco conchiusa colla Francia, eransi ridotti a servire contro di lei; ma l'autorità de' magistrati era assai meno potente degl'intrighi di Mattia Schiner, cardinale di Sion, e dell'accortezza del cardinale Giulio de' Medici, che Leon X aveva spedito all'armata in qualità di legato. Altronde l'animosità nazionale, così vivamente eccitata in tempo delle guerre di Lodovico XII, non era stata del tutto spenta nell'ultima pace. Gli Svizzeri dell'armata francese erano offesi dall'alterigia e dalla diffidenza di Lautrec, erano intiepiditi dalla sua lentezza, e non prendevano fiducia ne' suoi talenti. Lagnavansi soprattutto di non essere pagati malgrado le promesse, che mai non si eseguivano. I quattrocento mila scudi, così solennemente promessi al generale per la difesa del Milanese, non erano stati mandati dalla Francia; ed una sovranità veniva sagrificata per un intrigo di corte dalla stessa madre del re, che aveva destinato ad altri usi questo danaro[547].

In breve la diserzione diminuì rapidamente il numero degli Svizzeri che formavano il nervo principale dell'armata di Lautrec. Non si trovando più in istato di tenere la campagna tra l'Oglio ed il Po, egli si ritirò sull'Adda con intenzione di difenderne il passo e di coprire il Milanese. Alzò frequenti ridotti lungo la sponda del fiume, indi pose il suo quartiere a Cassano per tenere d'occhio tutta la linea. Prospero Colonna, giunto in faccia a lui a Rivolta, diede a credere di voler gettare un ponte in questo medesimo luogo, e richiamò così l'attenzione dell'armata nemica. Il Lautrec aveva fatte levare o distruggere tutte le barche del fiume; ma Francesco Moroni, uno degli emigrati milanesi, ne scoprì tre nel Brembo, che si getta poco al di sopra nell'Adda. Con queste cominciò a far passare il fiume ad alcune compagnie italiane a Vaprio, cinque miglia al di sopra del quartiere generale di Lautrec. Questo passaggio non poteva eseguirsi che con estrema lentezza, adoperando le tre piccole barche, ed i fanti italiani, quantunque rinforzati bentosto dagli Spagnuoli del Pescara, a stento potevano sostenersi nel luogo in cui erano sbarcati sulla diritta dell'Adda, prima contro Ugone de' Pepoli, poi contro Lescuns, dal fratello incaricato di respingerli nel fiume. Passarono ben quattordici ore, prima che ricevessero quanta gente bastava per non aver più nulla a temere. Il Lautrec, a cagione della sua lentezza, si lasciò per la terza volta fuggire l'occasione che gli era offerta di conseguire la vittoria, e si ritirò coll'armata scoraggiata in Milano[548].

Le pratiche presso gli Svizzeri dei cardinali di Sion e de' Medici erano così felicemente riuscite, che al Lautrec di venti mila Svizzeri più non restavano che quattro mila. Pure Lautrec risolse di difendere il circondario dei sobborghi di Milano, mentre che Prospero Colonna, invece d'avanzarsi direttamente verso la capitale si trattenne a Marignano, irrisoluto se passerebbe o no a prendere i quartieri d'inverno a Pavia. Le continue piogge avevano totalmente guastate le strade, e tenevano in dietro l'artiglieria; finalmente tre giorni dopo il passaggio dell'Adda, il 19 di novembre, l'avanguardia dell'armata di linea si presentò verso sera alle mura del sobborgo di Milano tra porta Romana e porta Ticinese, che da' Veneziani, incaricati di difenderle furono vilmente abbandonate senza nessuna resistenza. Il marchese di Pescara salì il primo con soli ottanta fucilieri spagnuoli sul bastione di terra recentemente innalzato, gli tenne subito dietro tutta la sua infanteria, ed approfittando dell'avuto vantaggio, entrò in città colla stessa facilità con cui era entrato nel sobborgo, essendogli stata aperta la porta dalla fazione ghibellina[549].

Il Lautrec ancora non sapeva che l'armata della lega avesse abbandonato Marignano, credendo che le piogge cadute continuamente avessero impedito al nemico di far avanzare le artiglierie; e passeggiava disarmato per città in piena sicurezza mentre questa era già presa, e mentre suo fratello Lescuns, oppresso dalle fatiche del precedente giorno, dormiva ancora. La loro negligenza fu cagione della loro ruina; supposero senza rimedio un avvenimento contro cui non eransi apparecchiati; invece di contrastare il terreno, come ancora potevano fare, contro un'armata sorpresa della propria vittoria, e divisa tra la città, il sobborgo e la campagna, abbrividita per essere stata tutto il dì sotto una fredda pioggia, ed inquieta di doversi alloggiare in istrada che non conosceva, in mezzo ai nemici e ad una profonda oscurità, Lautrec e suo fratello si ritirarono quella stessa notte a Como, di dove passarono in seguito a Lonato nel territorio di Brescia, prendendo per quell'inverno i loro quartieri nel territorio veneziano, ove si credevano al coperto da ogni attacco[550].

La sorte del ducato di Milano sembrava un'altra volta decisa piuttosto da una rivoluzione che da una conquista. Lodi e Pavia, e bentosto Piacenza e Cremona si affrettarono di aprire le loro porte ai vincitori. Cremona, a dir vero, fu ripresa dal Lautrec; ma nello stesso tempo i Francesi avevano per di lui ordine evacuata Parma, e vi era entrato Alessandro Vitelli, uno de' capitani pontifici. Il marchese di Pescara aveva occupato Como per capitolazione, ed erasi obbligato inverso il signore di Vandenesse, che ne aveva il comando, a far rispettare le proprietà de' soldati e degli abitanti; ma l'infanteria spagnuola forzò le guardie poste sulla breccia, e saccheggiò la città con quella ferocia ch'era diventata un carattere nazionale, strappando di bocca ai ricchi cittadini con inauditi tormenti la confessione delle loro ricchezze, e lasciando che molti morissero fra le pene della tortura. Il Pescara, che voleva ad ogni costo guadagnarsi l'affetto degli Spagnuoli, chiuse gli occhi su tanta atrocità, ed ischivò la disfida del signore di Vandenesse, che gli chiedeva soddisfazione di cotale mancamento di fede[551].

Ma in mezzo a queste zuffe un inaspettato avvenimento rendette dubbioso l'esito d'una guerra cominciata con così brillanti successi. Il 24 di novembre Leon X, trovandosi alla sua villa della Malliana, ricevette la notizia della presa di Milano; e Castel sant'Angelo festeggiò tutto il giorno questa vittoria col cannone. Leone mostravasi pieno di giubbilo, e si proponeva d'adunare un concistoro, onde partecipare ai cardinali questa fausta notizia, ed ordinare rendimenti di grazie in tutte le chiese: ma entrato nella sua camera, cominciò dopo poche ore a sentirsi alquanto incomodato[552]. Si fece trasportare a Roma, senza per altro credere di trovarsi in pericolo della vita, non manifestandosi la sua malattia che come una febbre catarrale: ma tutt'ad un trattò peggiorò, e morì contro l'universale aspettazione il giorno 1.º di dicembre, dopo avere regnato otto anni, otto mesi e diciannove giorni, ed essere giunto al suo quarantasettesimo anno. Esausto affatto era il suo tesoro, ed avrebbe in breve dovuto lottare contro insormontabili difficoltà per continuare la guerra; ma egli conobbe i prosperi avvenimenti delle sue armi e non le difficoltà che li dovevano seguire. In tempo della sua malattia ricevette la notizia della presa di Piacenza, e lo stesso giorno in cui morì quella dell'acquisto di Parma. Era questo l'avvenimento che più caldamente desiderava: ed aveva detto al cardinale de' Medici, che l'avrebbe volentieri comperato anche a prezzo della propria vita[553].

Questa inaspettata morte d'un papa, che aveva tanti nemici non andò esente da sospetto di veleno. Il suo coppiere, Bernardo Malaspina nel giorno che precedette la di lui malattia gli aveva presentato mentre cenava un nappo di vino, dopo bevuto il quale, il papa si era a lui rivolto pieno di sdegno, chiedendogli dove avesse preso un vino così amaro. Essendo morto Leone la notte del primo di dicembre, lo stesso coppiere volle all'indomani uscire da Roma in sul far del giorno con de' cani come se andasse a caccia. Le guardie della porta di san Pietro, maravigliandosi che un servitore del papa volesse andare a divertirsi la stessa mattina della morte del suo padrone, lo arrestarono su questo solo indizio; ma raccontano il Giovio, il Nardi e Paride Grassi, che il cardinale Giulio de' Medici, tornato a Roma, lo fece porre in libertà, e non volle permettere che si praticassero ricerche intorno all'accusa di veleno, per timore che il nome di qualche gran principe non vi si trovasse implicato, e si rendesse in tal modo l'implacabile nemico della sua famiglia[554].

FINE DEL TOMO XIV.

[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO XIV.]

Capitolo CVI. I Veneziani riprendono e difendono Padova: loro guerra nel Ferrarese e loro sconfitta alla Polisella. Giulio II gli assolve dalla scomunica. Campagna del principe d'Anhalt nello stato veneziano, e sue crudeltà. 1509-1510 [pag. 3]
1509 Il senato veneto scioglie tutti i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà [3]
Tale risoluzione da taluno si ascrive a timore, da altri a fina politica [4]
Motivi d'estremo scoraggiamento nelle circostanze [5]
I sudditi conobbero per esperienza che i nemici sono sempre nemici [6]
Non avendo a rimproverarsi verun atto di ribellione, furono più solleciti di tornare sotto l'autorità della repubblica [8]
Gli alleati cominciarono più presto a disunirsi a motivo della divisione delle spoglie de' Veneziani [8]
Sotto quali diversi aspetti gli alleati risguardavano la guerra [9]
Bajazette II offre di soccorrere i Veneziani [10]
Estremo orgoglio ed insultanti pretese di Giulio II [11]
Vana attività di Massimiliano, che non aveva adunata un'armata [11]
I nobili padovani eransi dichiarati partigiani dell'Austria, ma il popolo si conservava fedele alla repubblica [12]
17 di luglio. Andrea Gritti sorprende Padova, e vi rialza la bandiera della repubblica [13]
Salva quella città dal saccheggio [15]
Luglio. Sollevazione a favore della repubblica in tutto il Padovano [16]
9 agosto. Il marchese di Mantova viene fatto prigioniere all'isola della Scala [17]
Lodovico XII vede senza dispiacere le perdite di Massimiliano [18]
Lascia La Palisse ai confini del Veronese per soccorrerlo [19]
Conchiude ad Abbiategrasso un nuovo trattato col papa [20]
Arrivo del principe d'Anhalt nel Friuli e ferocia de' Tedeschi [21]
I Veneziani fanno entrare tutta la loro armata in Padova [22]
Vi si rifuggiano pure coi loro raccolti e gregge gli abitanti delle campagne [23]
Nuove fortificazioni aggiunte al ricinto di Padova [24]
I figli del doge con 176 gentiluomini si chiudono in Padova [24]
Massimiliano prende le rocche dello stato di Padova [25]
15 settembre. Viene ad assediare Padova [26]
Prodigiosa armata di Massimiliano, la più numerosa che da più secoli avesse servito nelle guerre d'Italia [27]
Per l'attività di Massimiliano in cinque giorni le batterie giuocano su tutta la linea [28]
Primo assalto dato al bastione di Codalunga con cattivo esito [29]
Il bastione viene preso in un secondo assalto, ma i Veneziani lo fanno saltare con tutti gli assalitori [29]
Gli assedianti sono molestati dagli Stradioti [30]
Gli uomini d'armi francesi ricusano di salire la breccia in compagnia de' Landsknecht [31]
3 di ottobre. Viene levato l'assedio di Padova [32]
Massimiliano invita inutilmente il Chaumont ad attaccare Legnago [32]
Giulio II si stacca dai Francesi, e si accosta ai Veneziani [34]
Massimiliano accorda ai Fiorentini l'investitura di tutti i loro feudi imperiali per quaranta mila fiorini [35]
16 novembre. Vicenza si solleva, ed apre le porte ai Veneziani [35]
Il vescovo di Trento contiene a stento Verona coll'ajuto de' Francesi [36]
Risentimento de' Veneziani contro Alfonso duca di Ferrara [37]
La flotta d'Angiolo Trevisani guasta il Ferrarese [38]
Il Trevisani si afforza colla sua flotta alla Polisella [39]
22 dicembre. La flotta del Trevisani bruciata o presa dal cardinale Ippolito d'Este [40]
Gli alleati non approfittano della disfatta della Polisella [41]
Sospensione delle ostilità tra Venezia e Ferrara [42]
1510 Fine di febbrajo. Morte di Niccola conte di Pitigliano [43]
24 febbrajo. Il papa accorda l'assoluzione ai Veneziani [44]
Giulio II disprezza Massimiliano e detesta Lodovico XII [45]
23 di marzo. Maneggi di Giulio con Enrico VIII, che soscrive un nuovo trattato colla Francia [46]
Mala intelligenza de' Francesi cogli Svizzeri fomentata da Giulio II [46]
Cominciamento delle vertenze tra Giulio II ed il duca Alfonso [48]
Lodovico XII protegge il duca [49]
Ordina al Chaumont di rientrare nel territorio di Venezia [50]
I Veneziani offrono il comando della loro armata al marchese Gonzaga [51]
La sua consorte non acconsente a dare i figli in ostaggio [51]
I Veneziani nominano Gian Paolo Baglioni governatore generale della loro armata [52]
Il Baglioni si ritira alle Brentelle, e vi si afforza [52]
I Vicentini chiedono perdono al duca d'Anhalt che loro lo rifiuta [53]
Abbandonano tutti la città, e si ritirano a Padova [54]
Grotta di Masano che serve di rifugio ai contadini [54]
I corpi franchi francesi vi soffocano dentro quanti vi si trovavano [55]
Furti e crudeltà de' Tedeschi in Verona [57]
Il Chaumont occupa Legnago ed il suo porto [57]
25 di maggio. Colà riceve la notizia della morte del cardinale d'Amboise suo zio [58]
Scandalosa ricchezza acquistata dal cardinale nelle finanze [60]
Altre conquiste del Chaumont nel Vicentino [61]
Massimiliano ottiene soccorsi da Ferdinando il Cattolico [62]
Odio degli abitanti verso l'imperatore, e loro attaccamento alla repubblica [63]
I Tedeschi attaccano e prendono Monselice [64]
Massimiliano vuole ridurre il Chaumont ad attaccare Treviso [66]
Questi si ritira nel Milanese [66]
Capitolo CVII. Giulio II fa attaccare i Francesi a Genova, a Ferrara e nel Milanese. Dirige l'assedio della Mirandola ed entra in questa città per la breccia. È costretto a fuggire da Bologna, e la sua armata viene dispersa a Casalecchio. 1510-1511 [67]
1510 L'età, il ministero e l'educazione de' papi dovrebbero renderli meno irascibili [67]
L'inflessibilità di carattere spesso osservata in loro procede forse dal credersi infallibili [68]
Giulio II, più che verun altro, si credè l'organo di Dio e si adirò contro ogni opposizione alle sue volontà che credeva divine [69]
1510 In origine le sue opinioni ed i suoi progetti erano quasi tutti generosi [70]
Odio di Giulio II verso Lodovico XII, e paura che aveva di lui [71]
9 agosto. Giulio II scomunica Alfonso, duca di Ferrara [73]
7 luglio. Investitura di Napoli accordata a Ferdinando il Cattolico, restringendo la sua alleanza colla santa sede [74]
Giulio II fa imprigionare due cardinali francesi [75]
Manda una flotta contro Genova per sollevarla, onde dare la corona ducale ad Ottaviano Fregoso [76]
I Genovesi difendono il governo francese, e la flotta papale si ritira senza aver nulla operato [78]
Attacco del duca d'Urbino nella Romagna ferrarese [79]
Agosto. Modena data al cardinale di Pavia che ne prende possesso a nome del papa [79]
Negoziazioni di Giulio II cogli Svizzeri per muoverli ad attaccare la Lombardia [80]
Settembre. Gli Svizzeri entrano per la strada di Bellinzona in Lombardia [81]
Dopo una breve comparsa, rientrano nelle montagne [83]
Sospetti concepiti in tale occasione contro gli Svizzeri e contro il Chaumont [83]
I varj attacchi contro i Francesi non ebbero effetti perchè fatti in diversi tempi [84]
1510 Lucio Malvezzi, coll'armata veneziana, rientra in Vicenza e si avvicina a Verona [85]
Una vigorosa sortita de' Tedeschi lo sforza a ritirarsi [86]
Il re d'Ungheria minaccia la repubblica di Venezia [86]
Concilio di Tours della Chiesa gallicana che approva la guerra di Lodovico XII contro il papa [88]
Giulio II rigetta tutte le aperture di negoziazione fatte a nome di Lodovico XII [89]
22 settembre. Giulio viene a dimorare in Bologna mentre la sua armata si innoltra nel Ferrarese [90]
Il marchese di Mantova posto in libertà dietro le istanze del papa e di Bajazette II [91]
L'alleanza del marchese di Mantova cercata nello stesso tempo dai Veneziani e dai Francesi [91]
12 ottobre. Il Chaumont, con un'armata francese, minaccia il papa a Bologna [93]
Terrore de' cortigiani romani, che affrettano il papa a negoziare [94]
Giulio, sebbene infermo, fa armare le milizie di Bologna e le eccita a difendersi [95]
Proposizioni di Chaumont al papa per un trattato [96]
13 d'ottobre. Le truppe veneziane entrano in Bologna, ed il papa rompe con fierezza le trattative [97]
1510 Giulio si lagna con tutti i re cristiani dell'attacco de' Francesi [98]
Giulio fa attaccare Sassuolo e lo prende [99]
Vuole spogliare Francesco della Mirandola de' suoi feudi [100]
Alla metà di dicembre, l'armata pontificia occupa Concordia [101]
1511 2 gennajo. Il papa va in persona all'assedio della Mirandola [102]
Imboscata tesa al papa dal cav. Bajardo [103]
Il Chaumont, per gelosia del Trivulzio, non vuole liberare la Mirandola [105]
20 gennajo. La Mirandola si arrende per capitolazione [106]
Giulio entra nella Mirandola per la breccia [106]
Abbassamento della riputazione del Chaumont [107]
Contro il parere del Trivulzio risolve di attaccare l'armata veneziana al Bondeno [109]
È forzato ad abbandonare il progetto nell'atto dell'esecuzione [110]
Non può ridurre il marchese di Mantova a rinunciare alla neutralità [111]
Tenta di sorprendere Modena: ma Giulio II la consegna al deputato dell'imperatore [112]
11 di febbrajo. Il Chaumont muore oppresso dai dispiaceri, e tormentato dai rimorsi d'avere fatta la guerra al papa [113]
Il duca di Ferrara sospettato d'aver voluto far avvelenare il papa [114]
Massimiliano ascolta le proposizioni di pace fattegli da Ferdinando [116]
1511 Marzo. Apertura d'un congresso in Mantova per trattare la pace [116]
26 di marzo. Matteo Langio, vescovo di Gurck, va all'armata di Giulio II per trattare a nome dell'imperatore [118]
Arroganza di questo intimo segretario di Massimiliano [119]
16 aprile. Il papa scomunica gli aderenti del re di Francia [120]
Esorbitanti inchieste del vescovo di Gurck ai Veneziani [121]
25 di aprile. Le conferenze rotte dall'impetuoso carattere di Giulio II [122]
Principio di maggio. Il Trivulzio riprende Concordia, e fa prigioniere Gian Paolo Manfrone [123]
Il Trivulzio ed il duca d'Urbino, in presenza l'uno dell'altro al ponte di Casalecchio sul Reno [124]
Un terrore senza motivo succede alla temerità di Giulio II [125]
Esorta i quaranta senatori di Bologna a difendersi [127]
Lascia il governo di Bologna al cardinale di Pavia [128]
I capitani della milizia scelti dal cardinale sono amici dei Bentivoglio [129]
20 maggio. Il legato, spaventato dalla insubordinazione delle milizie, fugge da Bologna [130]
21 maggio. I Bentivoglio rientrano in possesso di Bologna [131]
Rotta dell'armata del duca d'Urbino a Casalecchio. Giornata degli asini [131]
I Bolognesi atterrano la statua del papa [133]
1511 La Rocca di Bologna è presa e distrutta dal popolo [134]
Il cardinale di Pavia ed il duca d'Urbino si accusano a vicenda di questi rovesci [135]
Il duca d'Urbino uccide a pugnalate, in mezzo alle sue guardie, il cardinale di Pavia [136]
Ritirata del papa a Roma e suo risentimento [136]
Capitolo CVIII. Amministrazione in Firenze del Gonfaloniere Soderini. — Concilio di Pisa; alleanza di Ferdinando il Cattolico con Giulio II e coi Veneziani. — La loro armata combinata si avanza verso Bologna. — Gastone di Foix la costringe a ritrocedere, e ricupera Brescia che si era ribellata. 1511-1512 [138]
1511 Nullità dei piccoli stati d'Italia [138]
1493-1518 Regno di Guglielmo IX, marchese di Monferrato [139]
1564-1553 Regno di Carlo III, duca di Savoja [140]
Il marchese di Mantova, il duca di Ferrara e quello d'Urbino [141]
Le tre repubbliche della Toscana [142]
1510 22 dicembre. Conto della sua amministrazione renduto dal Soderini [143]
Collera di Giulio II contro il Soderini [144]
Congiura di Prinzivalle della Stufa contro il Soderini fomentata da Giulio II [145]
29 dicembre. Il Gonfaloniere dà conto al gran consiglio della congiura tramata contro di lui [146]
1511 20 gennajo. Legge che trasferisce in ogni evento dal parlamento al gran consiglio il diritto di riorganizzare la repubblica [148]
1511 Spira la tregua tra Firenze e Siena [148]
Giulio II accorda la sua protezione a Pandolfo Petrucci ed ai Sienesi [150]
3 settembre. Trattato di pace e di alleanza tra Siena e Firenze, e restituzione di Montepulciano ai Fiorentini [151]
Desiderio di Lodovico XII di riconciliarsi col papa, cui fa nuove offerte [152]
Esorbitanti pretese del papa prima di acconsentire alla pace [153]
Massimiliano e Lodovico XII chiedono a Giulio II di adunare un concilio [154]
16 maggio. S'addirizzano ai cardinali rifugiati a Milano per domandare la convocazione d'un concilio a Pisa [155]
18 luglio. Giulio II intima egli stesso un concilio a san Giovanni di Laterano pel susseguente anno [157]
20 agosto. Letargo del papa per cui ovunque si sparge la notizia della di lui morte [157]
Giulio II, ricuperando la salute, riprende il progetto di cacciare i barbari d'Italia [158]
Guerra di Massimiliano ai confini del Friuli [159]
Sua irrisoluzione e negoziazioni con Ferdinando e col papa [160]
Negoziazioni di Giulio II con Ferdinando il Cattolico [161]
Enrico VIII d'Inghilterra si fa pure a proteggere Giulio II [162]
1511 Gli Svizzeri si disgustano con Lodovico XII e si attaccano al papa [163]
Lodovico XII ricusa agli ambasciatori d'Inghilterra e di Arragona di abbandonare Bologna alle vendette del papa [163]
5 ottobre. Confederazione del papa col re Cattolico ed il senato di Venezia, nominata la santa lega, contro la Francia [164]
24 ottobre. Il papa degrada i cardinali che avevano convocato il concilio di Pisa [166]
1 settembre. Deboli cominciamenti del concilio a Pisa [166]
Inquietudine de' Fiorentini quando vedono cominciare il concilio con così poca riputazione [167]
10 settembre. I Fiorentini spediscono il Macchiavelli a Lodovico XII per chiedere di traslocare il concilio [168]
1.º novembre. Arrivo dei cardinali a Pisa e prima sessione del concilio [169]
Cattiva accoglienza fatta dal popolo ai padri del concilio [169]
13 novembre. Abbandonano Pisa in disordine a motivo d'una contesa per cagione di alcune prostitute [170]
Il Soderini avea perduta la sua popolarità e l'aveano guadagnata i Medici [171]
Il Soderini chiede una sovvenzione ai preti dello stato fiorentino [172]
La campagna aveva avuto fine senza grandi avvenimenti militari [173]
Patimenti e desolazione delle province venete [174]
1511 Lodovico XII ordina a La Palisse di attaccare la Romagna [175]
Novembre. Scesa degli Svizzeri in Lombardia per Varese [176]
Gli Svizzeri si accostano a due sole miglia da Milano [177]
Si ritirano nelle loro montagne senza apparente motivo [178]
Inquietudine di Lodovico XII intorno alla sua armata e soccorsi che domanda ai Fiorentini [180]
I nemici del Soderini non permettono che la repubblica dia potenti ajuti alla Francia [181]
Arrivo in Romagna dell'armata spagnuola e pontificia [182]
31 dicembre. Presa della bastia di Fossa Geniolo [183]
1512 Forza dell'armata adunata ad Imola sotto Raimondo di Cardone [184]
26 gennajo. Quest'armata intraprende l'assedio di Bologna [185]
Difficoltà nell'attacco di Bologna sotto gli occhi di Gastone di Foix, arrivato a Finale coll'armata francese [186]
Le mura di Bologna battute in breccia [188]
Preteso miracolo della cappella di Barracano fatta saltare da una mina e ricaduta nello stesso luogo [189]
5 febbrajo. Gastone di Foix, duca di Nemours, entra in Bologna colla sua armata senza che gli assedianti se ne accorgano [190]
7 febbrajo. Raimondo di Cardone leva l'assedio e ritirasi ad Imola [191]
1512 Inquietudini del duca di Nemours per Brescia [191]
Il conte Lodovico Avogaro vuole dar Brescia ai Veneziani [192]
3 febbrajo. Entra in Brescia coi montanari delle rive del lago di Garda e colle truppe d'Andrea Gritti [193]
Sollevazione di Bergamo, degli Orci, di Pontevico e di tutti i castelli [194]
Diligenza di Gastone per soccorrere la rocca di Brescia [195]
Incontra per via, e sconfigge Gian Paolo Baglioni [195]
19 febbrajo. Gastone di Foix attacca Brescia dalla banda della rocca [196]
Bajardo pericolosamente ferito nel passaggio del bastione [197]
Presa di Brescia, uccisione della guarnigione e degli abitanti [198]
Sacco di Brescia e sue funeste conseguenze [200]
Capitolo CIX. Battaglia di Ravenna. — Morte di Gastone di Foix ed indebolimento dell'armata francese. — Giulio II si ostina a ricusare la pace; dissimulazione di Massimiliano; irritamento degli Svizzeri, i quali unisconsi ai Veneziani e scacciano i Francesi dall'Italia. 1512 [202]
1512 La violenza dello spirito di partito travia il giudizio morale dei popoli [202]
Influenza dell'opinione pubblica sui giudizj della coscienza [203]
Ogni partito crede di sentire un'opinione pubblica che dirige la sua coscienza [204]
Il conte Lodovico Avogaro venne dai suoi partigiani risguardato qual martire del patriottismo [205]
1512 I Francesi lo risguardarono, ed indicarono, come un traditore [206]
Apparente ferocia militare nel carattere di Gastone di Foix [206]
Dessa deve ascriversi agl'insensati applausi accordati alle vittorie dei guerrieri [207]
Rari talenti di Gastone di Foix per la guerra [208]
1511 17 di novembre. Alleanza di Ferdinando con Enrico VIII per attaccare la Guienna e la Navarra [209]
1512 4 febbrajo. Enrico VIII pubblica il suo progetto d'attaccare la Francia per difendere il papa [211]
Inquietudine che dà a Lodovico XII la condotta di Massimiliano [212]
Debolezza degli alleati di Lodovico XII in Italia [212]
Gastone di Foix aduna la sua armata al Finale di Modena [213]
26 marzo. S'incammina alla volta della Romagna [214]
Raimondo di Cardone occupa vantaggiose posizioni, e schiva di venire a battaglia [215]
4 aprile. L'ambasciatore di Massimiliano sottoscrive un armistizio di dieci mesi coi Veneziani, e vuol far ritirare i Tedeschi dal campo francese [216]
Gastone piega sopra Ravenna per tirarvi Raimondo di Cardone [218]
9 aprile. Gastone dà l'assalto alle mura di Ravenna [219]
1512 Raimondo di Cardone lascia Faenza per accostarsi a Ravenna [220]
10 aprile. Si avanza sull'opposta riva del Ronco in faccia ai Francesi [221]
11 aprile. Nemours fa passare il Ronco alla sua armata per venire a battaglia [222]
Disposizione dell'armata di Nemours e sua arringa alla truppa [224]
Disposizione dell'armata spagnuola nei suoi trincieramenti [225]
Cannonamento di due ore tra le due armate [227]
Il duca di Ferrara scopre una nuova batteria che prende al lungo tutta la linea spagnuola [228]
Gli uomini d'armi del Colonna maltrattati dal fuoco sortono per attaccare i Francesi [230]
Gli uomini d'armi spagnuoli sono rotti, ed il Colonna è fatto prigioniere dal duca di Ferrara [231]
Furioso attacco tra i landsknecht e la fanteria spagnuola [233]
Gli uomini d'armi francesi costringono l'infanteria spagnuola a ritirarsi [233]
Gastone di Foix viene ucciso in un'ultima carica contra la fanteria spagnuola [234]
Spaventosa carnificina della battaglia di Ravenna [235]
Afflizione dei Francesi per la perdita di Nemours e funeste conseguenze della sua morte [237]
Gli Spagnuoli malmenati nella loro fuga dai contadini [238]
Ravenna presa e saccheggiata dai Francesi [239]
1512 I cardinali stringono il papa a fare la pace [240]
Gli ambasciatori arragonesi e veneti lo incoraggiano a non cedere [241]
Ascolta le proposizioni fattegli a nome del re di Francia [242]
Premure di Lodovico XII di trattare la pace col papa [243]
Il papa si rassicura e più non ode consiglj di pace [244]
3 maggio. Il papa fa l'apertura del concilio di Laterano, e fa che i suoi cardinali lo consiglino a proseguire la guerra [245]
La dieta di Zurigo accorda al papa di levare sei mila uomini ne' cantoni [246]
Massimiliano accorda agli Svizzeri il passaggio onde unirsi ai Veneziani prima di entrare nel Milanese [247]
Motivi di Massimiliano per entrare nella lega contro la Francia [247]
Gli Svizzeri si adunano a Coira in numero di venti mila [250]
Difficoltà in cui trovasi La Palisse per far testa a tanti nemici, ed indisciplina della sua armata [250]
La Palisse riunisce a Pontoglio la sua armata assai più debole che non quella degli alleati [253]
Dopo essersi riuniti nel Veronese a G. P. Baglioni, gli Svizzeri risolvono d'incamminarsi verso Milano [253]
La Palisse distribuisce una metà della sua armata nelle terre murate della Lombardia [254]
Fine di maggio. Tutti i Tedeschi dell'armata di La Palisse richiamati da un ordine dell'imperatore [255]
1512 5 di giugno. Gli Svizzeri prendono possesso di Cremona a nome di Massimiliano Sforza, duca di Milano [256]
I Francesi abbandonano Milano, ed il cardinale de' Medici fugge loro di mano [256]
La Palisse costretto dagli Svizzeri ad evacuare Pavia si ritira in Piemonte [257]
I Bentivoglio lasciano Bologna, e questa città è dal papa castigata [258]
29 giugno. Giano Fregoso nominato doge di Genova dopo la ritirata del governatore francese [259]
Gli Svizzeri taglieggiano il ducato di Milano senza avere riguardo al loro alleato Massimiliano Sforza [260]
Giulio II riunisce Parma e Piacenza alla santa sede [261]
Capitolo CX. Sommissione del duca di Ferrara al papa, e sua fuga da Roma. Ingresso degli Spagnuoli in Toscana; sacco di Prato; deposizione del Soderini; richiamo dei Medici al governo di Firenze. Discordia tra i confederati della santa lega; nuove negoziazioni; morte di Giulio II. 1512-1513 [262]
1512 Le vendette popolari non sono prova d'un odio lungamente contenuto [262]
Cattiva inclinazione naturale al popolo, d'attaccare quegli che è troppo debole per difendersi [263]
Tutte le armate in ritirata sempre inseguite dai contadini [264]
Carattere de' soldati francesi nelle guerre d'Italia [265]
1512 Carattere degli Spagnuoli [266]
Carattere de' Tedeschi e degli Svizzeri [267]
Vendette popolari esercitate contro i Francesi a Ravenna [268]
Le stesse vendette in Milano ed in tutta la Lombardia [269]
8 giugno. Sbarco degl'Inglesi in Guipuscoa, che richiama le armi di Lodovico XII verso la Guienna e la Navarra [270]
Pericoli che corre Alfonso d'Este dopo la ritirata de' Francesi [271]
Fabrizio Colonna gli procura un salvacondotto per andare a Roma [272]
4 luglio. Alfonso d'Este giugne a Roma per impetrare la sua assoluzione [272]
Discorso d'Alfonso al papa nell'atto d'ottenere l'assoluzione [273]
Non potendo Alfonso ottenere la licenza di ritirarsi, i Colonna sforzano le porte di Roma per porlo in sicuro [276]
Discordia della santa lega per la divisione delle conquiste [276]
Pretese del papa sugli stati di Parma e Piacenza [276]
Pretese di Massimiliano sullo stato veneto e sul ducato di Milano [277]
Pretese degli Spagnuoli, degli Svizzeri e de' Veneziani [278]
Tutti i confederati d'accordo per opprimere la repubblica di Firenze [279]
Luglio. Condizioni sotto le quali il papa offre la sua protezione ai Fiorentini [280]
Condizioni loro offerte dall'imperatore [280]
1512 Giuliano dei Medici chiede alla dieta degli alleati, adunata in Mantova, di ristabilire la sua famiglia in Firenze [281]
I Fiorentini non avendo voluto redimersi, la lega li fa attaccare dall'armata spagnuola [282]
I Fiorentini avevano avuto l'imprudenza di tenersi disarmati [283]
20 agosto. Raimondo di Cardone attraversa l'Appennino coll'armata spagnuola [284]
Il Gonfaloniere consulta il gran consiglio intorno alle domande de' nemici [285]
Fa il confronto del carattere de' Medici, prima dell'esilio, con quello che avrebbero dopo la loro tornata [286]
I Fiorentini non acconsentono al ritorno dei Medici che a condizione di non cambiar nulla nel loro governo [288]
Gli Spagnuoli giungono sotto Prato [289]
Nuove trattative tra gli Spagnuoli ed il Gonfaloniere [290]
30 agosto. Gli Spagnuoli danno l'assalto e prendono Prato [291]
Orribili crudeltà esercitate dagli Spagnuoli in Prato [291]
Spavento de' Fiorentini quando hanno notizia della presa di Prato [292]
Bartolomeo Valori e i suoi amici vogliono cambiare il governo [293]
31 agosto. Arrestano il Gonfaloniere nel palazzo pubblico [294]
Il Gonfaloniere deposto si ritira a Ragusi [295]
1512 Contribuzioni imposte dal vicerè ai Fiorentini [296]
2 settembre. Giuliano dei Medici rientra in Firenze, e mostra di acconsentire alla conservazione della libertà [297]
7 di settembre. La nuova legge che modifica la costituzione senza distruggerla. Il Ridolfi eletto gonfaloniere [297]
Il cardinale dei Medici ed i suoi amici non sono soddisfatti della nuova legge [298]
14 di settembre. Il cardinale fa il suo ingresso in Firenze in apparato militare [298]
16 di settembre. Il suo corteggio occupa il palazzo pubblico, e chiede l'assemblea del parlamento [299]
Il parlamento investe della sovranità una balìa scelta dai Medici [300]
Formazione d'una stretta oligarchia per governare sotto i Medici [301]
18 di settembre. La balìa licenzia la milizia e disarma il popolo [301]
2 di novembre. Filippo Buondelmonti nominato gonfaloniere [303]
Enumerazione degl'individui della casa dei Medici che rientrano in Firenze [304]
Cortigiani dei Medici che si vantano di avere tradita la patria [304]
18 settembre. L'armata spagnuola lascia Prato per passare in Lombardia [305]
25 novembre. Il vescovo di Gurck, segretario di Massimiliano, viene festeggiato in Roma e nominato cardinale [306]
Congresso di Roma. Vicendevoli lagnanze degli alleati [307]
1512 Pretese di Massimiliano contro i Veneziani [308]
25 di novembre. Nuova alleanza del papa coll'imperatore [309]
29 dicembre. Il cardinale di Sion consegna le chiavi delle porte di Milano al nuovo duca Massimiliano Sforza [311]
L'alleato di Lodovico XII, Giovanni d'Albret, spogliato da Ferdinando del regno di Navarra [312]
1513 Lodovico XII fa retrocedere la sua armata verso l'Italia e vi cerca nuovi alleati [313]
Ferdinando il Cattolico e Massimiliano offrono la loro alleanza a Lodov. XII [313]
Sforzi di Lodovico XII per riconciliarsi cogli Svizzeri, ed impedire la loro alleanza col duca di Milano [314]
Trattative di Lodovico XII coi Veneziani [316]
Trattato tra Lodovico XII ed i Veneziani [316]
Trattative contraddittorie di tutte le potenze [317]
Attività di Giulio II, sue negoziazioni e suoi progetti per iscacciare tutti i barbari d'Italia [318]
Cade pericolosamente infermo [319]
21 febbrajo. Morte di Giulio II [320]
Capitolo CXI. Leon X succede a Giulio II; spedizione di La Tremouille in Lombardia; sua sconfitta a Novara; disfatta di Bartolomeo d'Alviano all'Olmo; la guerra in Italia si tratta debolmente; negoziazione; morte di Lodov. XII. 1513-1515 [322]
1513 Giulio II erasi fatti dei doveri conformi alle sue passioni [322]
Aveva amore per la libertà, e la rispettava a Genova, a Venezia e nelle città dello stato della Chiesa [323]
Sua stima per la libertà bellicosa degli Svizzeri [324]
Accusava i Medici d'avere rapita la libertà alla loro patria [324]
Molestia che avea cagionato l'impetuoso carattere di Giulio II [325]
Desiderio universale che il suo successore non gli rassomigliasse [325]
4 marzo. Venticinque cardinali si chiudono in conclave [326]
Il partito dei giovani porta sulla santa sede il card. Gio. de' Medici [327]
Riconciliazione de' Medici coi Soderini [328]
11 di marzo. Giovanni de' Medici eletto papa sotto il nome di Leon X [328]
11 di aprile. Solenne coronazione di Leon X a san Gio. di Laterano [329]
Contrapposto tra il risparmio di Giulio II e la prodigalità di Leon X [330]
Leon X conferisce l'arcivescovado di Firenze a suo cugino Giuliano [331]
Festa dei Fiorentini per l'elezione di Leon X [331]
Supposta cospirazione a Firenze, per la quale il Macchiavelli è posto alla tortura [332]
Leon X fa riporre in libertà i prevenuti salvatisi dal supplicio [334]
12 di ottobre. Costringe i Lucchesi a restituire Pietra Santa e Mutrone ai Fiorentini [334]
1513 Raimondo di Cardone occupa Parma e Piacenza, e Leone ripete queste due città [335]
1.º d'aprile. Tregua d'Ortes nel Bearnese tra la Francia e la Spagna [336]
24 marzo. Trattato d'alleanza di Blois tra la Francia e Venezia [337]
Armata del re di Francia sotto gli ordini di La Tremouille e di Trivulzio [338]
Bartolomeo d'Alviano si avanza coll'armata veneziana, e Raimondo di Cardone si ritira [339]
Gli Svizzeri vengono a difendere il duca di Milano, e si afforzano a Novara [340]
Milano si sottomette ai Francesi; sollevazione di tutta la Lombardia [341]
Tentativi de' Francesi per vittovagliare la Lanterna di Genova [342]
Maggio. Antoniotto Adorno, coll'ajuto de' Francesi, scaccia i Fregosi da Genova, ed è riconosciuto doge [343]
Massimiliano Sforza assediato in Novara da que' medesimi generali che avevano fatto prigioniere suo padre [344]
Ardire degli Svizzeri che lasciano aperte le porte di Novara [345]
4 giugno. Avvicinamento di altri corpi di Svizzeri [346]
5 giugno. I Francesi si ritirano a Riotta ed a Trecase, e trascurano di afforzarvisi [348]
6 giugno. Gli Svizzeri, appena entrati nel Novarese, vanno ad attaccare i Francesi [349]
Prendono l'artiglieria che voltano contro i landsknecht [350]
1513 Vergognosa fuga degli uomini d'armi francesi [351]
L'armata francese non osa fermarsi in Piemonte, e ripassa le Alpi [353]
17 di giugno. Gli Adorni si ritirano da Genova e viene eletto doge Ottaviano Fregoso [354]
13 giugno. Il Cardone cogli Spagnuoli passa il Po, e Bartolomeo d'Alviano si ritira nel Vicentino [355]
Egli si chiude in Padova, il Baglioni in Treviso, Renzo di Ceri in Crema ed i Veneziani abbandonano il resto del paese [356]
Gli Spagnuoli e Leon X attaccano i Veneziani senza essere provocati [356]
Il cardinale di Gurck, luogotenente dell'imperatore, prende la direzione della guerra [358]
28 luglio. Il Cardone, dietro le istanze del cardinale, assedia Padova [359]
16 agosto. È costretto a levare l'assedio [360]
Dirige la sua artiglieria contro i palazzi di Venezia [360]
6 ottobre. L'Alviano esce di Padova per tagliare la ritirata agli Spagnuoli [361]
Gli aspetta all'Olmo lontano due miglia da Vicenza [362]
7 di ottobre. Gli Spagnuoli cercano di ritirarsi verso Bassano e Trento [363]
Pericolo della loro armata tribolata dagli Stradioti e dai contadini [364]
L'Alviano, importunato dal provveditore Loredano, risolve di attaccare gli Spagnuoli [364]
1513 Viene battuto a motivo dell'estrema viltà della sua fanteria [365]
Gli Spagnuoli prendono i quartieri d'inverno ne' monti Euganei [366]
La guerra si trasporta sopra un altro teatro fuori d'Italia [367]
16 agosto. Giornata degli Speroni, fuga de' Francesi presso Terovane [368]
9 settembre. Battaglia di Flowden, in cui Giacomo IV di Scozia, alleato della Francia, resta sconfitto ed ucciso [369]
Settembre. Gli Svizzeri assediano Digione; capitolazione di La Tremouille [370]
15 di ottobre. Flotta francese distrutta ad Honfleur dalla burrasca [371]
1514 3 gennajo. Incendio del più ricco quartiere di Venezia [371]
I nemici della Francia cominciano a temere di averla soverchiamente abbassata [371]
Terrore che cagiona all'Italia il nuovo sultano Selim [373]
Leon X cerca di negoziare la pace tra l'imperatore ed i Veneziani [373]
Riconcilia la Francia alla santa sede [374]
1513 17 dicembre. Lodovico XII abjura lo scisma ed il concilio di Pisa [375]
1514 Leon X vuole rappattumare la Francia cogli Svizzeri [376]
Ferdinando rinnova la tregua colla Francia, ed offende in tal modo il re d'Inghilterra [377]
7 agosto. Pace tra la Francia e l'Inghilterra, terzo matrimonio di Lodovico XII [377]
1514 26 agosto. La Lanterna di Genova si arrende ad Ottaviano Fregoso, che la fa spianare [378]
Massimiliano non vuole fare la pace con Venezia [379]
Cristoforo Frangipane guasta il Friuli [380]
Il Frangipane battuto da Girolamo Savorgnano e dall'Alviano [381]
Vantaggi ottenuti dall'Alviano ad Este e Rovigo contro gli Spagnuoli [382]
Bella difesa di Renzo di Ceri a Crema [382]
Falsità di Leon X nelle sue negoziazioni [383]
La politica del nuovo pontefice meno nobile di quella di Giulio II [384]
Settembre. Occupa Modena e vuole formare una sovranità cispadana per Giuliano de' Medici, suo fratello [385]
Pensa pure a collocarlo sul trono di Napoli [386]
Lodov. XII lo affretta a dichiararsi [387]
1515 1.º gennajo. Morte di Lodov. XII cagionata dal matrimonio [388]
La somma sua economia fu la principale sua virtù [390]
Sua debolezza e mala fede [390]
Sua crudeltà in guerra e verso Lodovico Sforza [391]
Sua condotta domestica colle tre mogli [392]
Capitolo CXII. Francesco I assume il titolo di duca di Milano; passa le Alpi; batte gli Svizzeri a Marignano e conquista il Milanese. — Invasione di Massimiliano in Lombardia e sua ritirata. — Diversi trattati che pongono fine alle guerre prodotte dalla lega di Cambrai. 1515-1517 [394]
1515 1.º di febbrajo. Successione di Francesco I al regno di Francia, ed al titolo di duca di Milano [394]
Successione di due monarchi nati in privata condizione [395]
Qualità brillanti sviluppate in Francesco I da una privata educazione [395]
Gl'Italiani credono che Francesco I differisca un anno l'annunciata spedizione d'Italia [396]
24 di marzo, 5 d'aprile. Francesco rinnova i trattati di alleanza con Carlo d'Austria e con Enrico VIII [397]
Ferdinando, Massimiliano, gli Svizzeri ed il papa ricusano di entrare in trattative di pace [398]
27 di giugno. Francesco I rinnova l'alleanza della Francia colla repubblica di Venezia [398]
Trattato d'Ottaviano Fregoso, doge di Genova, colla Francia [399]
Francesco I raguna un'armata nel Delfinato [400]
Pietro Navarro passa al suo servigio, e forma per lui un corpo di fanteria basca [401]
Gli Svizzeri s'innoltrano fino a Susa per chiudere il passaggio delle montagne ai Francesi [402]
Il maresciallo Trivulzio cerca un passaggio per circondare l'armata svizzera [403]
10 di agosto. L'armata francese s'interna tra le giogaje e le anguste valli dell'Argentiera [404]
1515 14 di agosto. Giugne nelle pianure del marchesato di Saluzzo, in riva alla Stura [405]
La Palisse e Bajardo formano l'ala destra dell'armata, e passano per Sestiere [406]
15 di agosto. Sorprendono Prospero Colonna a Villafranca, e lo fanno prigioniere [407]
Giuliano de' Medici cede il comando dell'armata pontificia a suo nipote Lorenzo [408]
Leon X fa dire a suo nipote di non attaccare i Francesi [408]
Il Cardone coll'armata spagnuola è tenuto di vista da Bartolomeo d'Alviano e dai Veneziani [409]
Gli Svizzeri domandano ed ottengono una sospensione di armi per ritirarsi a Novara [409]
Un partito francese tra gli Svizzeri vuol trattare con Francesco I [410]
Gli Svizzeri, scontenti di non ricevere i promessi sussidj, saccheggiano la cassa del commissario pontificio [411]
Negoziazioni e trattato conchiuso a Gallarate per mezzo del bastardo di Savoja e di Lautrec [412]
Francesco spedisce il suo danaro contante a Buffalora, onde fare un primo pagamento agli Svizzeri [413]
Arrivo di venti mila nuovi Svizzeri a Monza, che non vogliono accettare la pace [414]
Sette mila Svizzeri, non volendo ricominciare la guerra, tornano nella loro patria [415]
1515 L'armata francese occupa tutta la Lombardia fino alle porte di Milano [415]
Il cardinale di Sion riconduce quattrocento cavalli all'armata svizzera [416]
Bartolomeo d'Alviano prende posto a Lodi; ed il Cardone con Lorenzo de' Medici a Piacenza [417]
Francesco I colloca la sua armata in faccia a Marignano, a san Donato e a santa Brigida [418]
13 di settembre. Il cardinale di Sion eccita gli Svizzeri alla battaglia [418]
Escono da Milano per sorprendere il re tre ore prima di notte [420]
Il re affretta l'Alviano a condurre l'armata veneziana in suo soccorso [420]
Gagliardo attacco degli Svizzeri contro il campo francese, che trovasi in cattiva situazione [421]
Gli Svizzeri s'impadroniscono delle batterie del Navarro [422]
La battaglia dura quattr'ore al lume della luna [423]
Durante la notte i Francesi si raccolgono intorno al re, rimasto quasi solo presso all'artiglieria [424]
Ristabiliscono le loro batterie, e prendono una migliore posizione [425]
14 di settembre. Si rinnova la battaglia, e gli Svizzeri provano la peggio [426]
Bartolomeo d'Alviano giunge al campo di battaglia, e gli Svizzeri, credendolo seguito da tutte le sue genti, si ritirano [427]
1515 Spaventosa carnificina della battaglia di Marignano [428]
Il re si fa armare cavaliere da Bajardo [429]
Arma egli stesso Fleuranges e molti altri [429]
Pericolo corso di Bajardo durante la notte [430]
15 di settembre. Gli Svizzeri lasciano Milano per tornare nel loro paese [431]
Massimiliano Sforza non conserva che i castelli di Milano e di Cremona [432]
Pietro Navarro intraprende l'assedio del castello di Milano colle mine cariche [433]
4 di ottobre. Il duca spaventato capitola, ed acconsente a vivere in Francia, rinunciando ai suoi diritti [433]
Francesco non vuole entrare in Milano che dopo la capitolazione del castello [435]
Abbandona il partito de' patriotti a Firenze per trattare col papa [436]
13 di ottobre. Convenzione di Viterbo tra Francesco I e Leon X [437]
Gli Svizzeri evacuano le podesterie italiane, e Cardone la Lombardia [437]
Gli ambasciatori veneziani chiedono a Francesco I i promessi soccorsi [438]
Il comandante di Brescia riceve i rinforzi prima che l'armata di Venezia giunga sotto le sue mura [439]
7 di ottobre. Morte di Bartolomeo di Alviano a Ghedo [440]
1515 Gian Giacopo Trivulzio intraprende l'assedio di Brescia [442]
Rockandolf con 8,000 Tirolesi costringe i Francesi ed i Veneziani a levare l'assedio di Brescia [442]
10-15 dicembre. Conferenza di Francesco I e di Leon X a Bologna [443]
Francesco sagrifica al papa il duca di Urbino e la libertà della Chiesa gallicana [444]
7 di novembre. Trattato di Ginevra tra la Francia e gli otto cantoni svizzeri [445]
Francesco sospende l'esecuzione dei suoi progetti sul regno di Napoli fino alla morte di Ferdinando il Cattolico [446]
1516 Gennajo. Francesco I licenzia la sua armata e parte alla volta della Francia [447]
15 di gennajo. Morte di Ferdinando il Cattolico [448]
Ritratto che di questo re fa il gesuita Mariana [448]
Cosa ne pensavano il Macchiavelli ed il suo amico Fr. Vettori [449]
Ferdinando, prima di morire, ed Enrico VIII mandano danaro a Massimiliano [450]
Marzo. Questi aduna un grande esercito per attaccare l'Italia [451]
Il contestabile di Borbone lasciato governatore a Milano [451]
Il Trivulzio ed il Lautrec levano l'assedio di Brescia all'avvicinarsi dell'imperatore [452]
1516 Massimiliano si trattiene ad assediare Asola, che non può prendere [454]
I Francesi si chiudono in Milano e ne bruciano i sobborghi [454]
I Francesi ricevono un rinforzo di dieci mila Svizzeri [455]
Conferenze fra gli Svizzeri delle due armate, ed inquietudine che cagionano ai due generali [456]
Il maresciallo Trivulzio accresce artificiosamente il terrore di Massimiliano, che teme che gli Svizzeri non lo consegnino ai Francesi [456]
Massimiliano abbandona il suo campo improvvisamente e torna in Germania [457]
Il Lautrec succede al duca di Borbone nel governo di Milano [458]
24 maggio. La città di Brescia capitola, e torna ai Veneziani [458]
Il Lautrec ricusa d'assediare Verona, e si pone d'accantonamento presso Peschiera [459]
28 luglio. Vicenza presa e saccheggiata dai Tedeschi [459]
13 agosto. Trattato di Noyon, tra Carlo re di Spagna e Francesco I [460]
Condizioni alle quali Massimiliano poteva accedere al trattato [461]
20 agosto. L'armata francese e veneta intraprende l'assedio di Verona, e lo leva all'avvicinarsi di Rockandolf [462]
29 novembre. Trattato di pace perpetua tra gli Svizzeri e la Francia [463]
1516 18 agosto. Trattato del concordato tra la Francia e la corte di Roma [464]
Imprudenza dei sacrificj con cui Francesco cercava di riconciliarsi con Leon X suo implacabile nemico [464]
17 marzo. Morte di Giuliano de' Medici, che mette in libertà il papa di pubblicare un monitorio contro il duca d'Urbino [466]
30 maggio. Francesco della Rovere spogliato dal papa del ducato d'Urbino [467]
4 dicembre. Massimiliano accede al trattato di Noyon [469]
1517 28 gennajo. Verona è renduta ai Veneziani, e la pace ristabilita in Italia [469]
Capitolo CXIII. Ribellione e guerra d'Urbino. Cospirazione dei cardinali contro il papa. Ambizione di Leon X. S'unisce a Carlo V contro Francesco I. Conquista del Milanese colle armate riunite. Morte di Leon X. 1517-1521 [471]
1517 I Veneziani consolano, e danno incoraggiamento ai sudditi che vengono loro renduti [471]
La guerra della lega di Cambrai aveva attaccato le parti vitali della loro repubblica. Venalità [472]
Ruina delle manifatture, del monopolio del sale, del traffico d'Egitto [473]
Concorrenza dei Portoghesi al traffico delle Indie [474]
Ruina del commercio d'Affrica e di Spagna tenuto vivo inaddietro dalle galere del traffico [475]
1517 Il senato si occupa del ripristinamento dell'agricoltura, del commercio, dell'università di Padova [476]
Cerca d'allontanare i soldati licenziati che trovavansi in grosso numero ai confini dello stato [477]
Il duca d'Urbino si offre a questi soldati per condurli contro la Chiesa, e riavere i suoi stati [477]
23 gennajo. Si pone in cammino con un'armata somigliante alle compagnie di ventura [478]
Leon X invoca il soccorso della Francia, della Spagna, dell'impero [479]
Spedisce Lorenzo de' Medici per arrestare il duca in Romagna [479]
5 febbrajo. Il duca d'Urbino rientra nella sua capitale [480]
Incapacità di Lorenzo de' Medici, e viltà delle sue truppe [481]
4 aprile. Lorenzo è ferito nel capo all'assedio di Mondolfo [482]
Gioja de' Fiorentini che lo credono morto [482]
24 maggio. Lorenzo entra in Firenze per disingannarli [483]
Il cardinale di Bibiena incaricato in di lui assenza del comando dell'armata, è abbandonato da' suoi soldati [483]
10-15 maggio. Il duca d'Urbino minaccia Siena e Perugia [484]
Scuopre una cospirazione nel suo campo e fa punire i cospiratori dai loro commilitoni [485]
Nuove invasioni del duca d'Urbino nella Marca d'Ancona ed in Toscana [486]
1517 Agosto. Il duca d'Urbino tratta col papa e si ritira a Mantova [486]
Irritamento del cardinale Alfonso Petrucci contro Leon X [488]
1515 10 marzo. Leon X avea scacciati i fratelli Petrucci da Siena [489]
1517 Discorsi minaccianti dal Petrucci, e suo incerto progetto per far avvelenare Leon X [490]
Egli s'allontana da Roma, e Leon X lo richiama mandandogli un salvacondotto [491]
Torna; viene imprigionato e posto alla tortura [492]
21 giugno. È strozzato in prigione, ed altri cardinali vengono condannati a varie pene [493]
Giugno. Spavento del sacro collegio pei rigori usati contro i loro membri [495]
16 marzo. Ultima sessione del quinto concilio di Laterano [495]
1.º luglio. Promozione di trentuno cardinali in una sola volta [496]
11 marzo. Alleanze delle grandi potenze d'Europa contro i Turchi [497]
8 ottobre. Rinnovamento dell'alleanza tra la Francia e Venezia [499]
1518 Gennajo. Matrimonio di Lorenzo de' Medici con una cugina del re di Francia [500]
Riputazione data dai letterati e dagli artisti a Leon X [501]
Leone si prende poco pensiero delle prediche di Lutero, e continua lo scandaloso traffico delle indulgenze [502]
1518 Non si occupa che de' suoi piaceri, ed anche la sua liberalità è del tutto egoistica [503]
Agosto. I Veneziani prolungano per cinque anni la tregua con Massimiliano [504]
Disgrazia e morte del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio [505]
1519 19 di gennajo. Morte di Massimiliano a Lintz [506]
Rivalità di Francesco I e di Carlo per la corona dell'impero [506]
Desiderio del papa e delle più deboli potenze, perchè sia data ad altri [507]
28 aprile. Morte di Lorenzo de' Medici, ultimo maschio legittimo tra i discendenti del vecchio Cosimo [508]
Leon X destina il cardinale Giulio de' Medici al governo di Firenze [510]
Riunisce il ducato d'Urbino alla Chiesa, e cede Montefeltro alla repubblica fiorentina [511]
Sforzi degli ambasciatori francesi per corrompere col danaro gli elettori dell'impero [512]
28 giugno. Carlo V eletto imperatore [513]
20 febbrajo. Morte di Francesco Gonzaga; successione di Federico II al marchesato di Mantova [514]
Caduta delle mura di Ferrara in tempo dell'infermità del duca Alfonso [515]
Tentativo di Leon X per sorprendere Ferrara col mezzo del vescovo di Ventimiglia [515]
Leon X pensa a spogliare altri feudatarj della Chiesa [517]
1520 Cita Giovan Paolo Baglioni a Roma, ed in pari tempo gli manda un salvacondotto [518]
Fa perire il Baglioni ed occupa Perugia [519]
Fa attaccare ed uccidere Lodovico Freducci, signore di Fermo [520]
Fa perire altri signori ch'erano venuti a porsi tra le sue mani [521]
Tenta di sedurre il capitano delle guardie del duca di Ferrara, per far avvelenare il suo padrone [522]
Cerca di riaccendere la guerra, sperando di scacciare i barbari d'Italia [524]
Principj di dissensione tra Carlo V e Francesco I [524]
1521 Indirette ostilità nella Navarra e nelle Ardenne [526]
5 maggio. Nuova alleanza della Francia cogli Svizzeri conchiusa in Lucerna [527]
Il papa assolda degli Svizzeri prima di avere deciso con quale de' rivali monarchi vorrà unirsi [527]
Preliminarj d'alleanza del papa con Francesco I [528]
Scontento del papa perchè Francesco I tarda a ratificarla [529]
8 maggio. Il papa fa alleanza coll'imperatore contro la Francia [529]
Gli alleati promettono il ducato di Milano a Francesco II Sforza [530]
Apparecchiano una congiura contro i Francesi in tutta la Lombardia [531]
Fanno attaccare Genova dai due Adorni, che sono respinti [532]
1521 Il signore di Lescuns, fratello del Lautrec, governava in sua assenza Milano [533]
24 di giugno. Si presenta sotto Reggio armata mano, e viene arrestato dal Guicciardini, poi rimesso in libertà [534]
Manfredo Pallavicini vuole sorprendere Como, e vi è fatto prigioniere, indi mandato al supplicio [535]
1.º agosto. Leon X dichiara la guerra alla Francia, e fa avanzare la sua armata fino alla Lenza [536]
Malcontento de' Milanesi cagionato dalle vessazioni di Lautrec [540]
Lautrec torna a Milano, e non vi trova il danaro promessogli dal re [541]
Lentezza di Prospero Colonna, generale della lega, prima d'attaccare i Francesi [542]
29 d'agosto. Apre le sue batterie contro Parma [542]
1.º settembre. Occupa il sobborgo di Codiponte [544]
2 settembre. Si ritira all'avvicinamento di Lautrec e del duca di Ferrara [545]
Reciproca diffidenza tra i capitani del papa e dell'imperatore [546]
1.º ottobre. Prospero Colonna passa il Po, e porta la guerra nel Cremonese [546]
Il Lautrec lascia fuggire l'occasione di battere Prospero Colonna a Rebecco [547]
Malcontento e diserzione degli Svizzeri dell'armata di Lautrec [548]
16 novembre. Prospero Colonna sforza il passaggio dell'Adda [550]
1521 19 novembre. Il Colonna ed il Pescara entrano in Milano [551]
Lautrec si ritira nello stato di Brescia per isvernarvi [553]
Lodi, Pavia, Piacenza e Parma si danno agli alleati [553]
Il Pescara lascia saccheggiar Como, a dispetto della capitolazione [553]
24 di novembre. Gioja di Leon X seguita immediatamente da una malattia [554]
1.º dicembre. Leon X muore in un modo inopinato [555]
Sospetti d'avvelenamento posti in tacere da suo cugino il cardinale de' Medici [556]

Fine della Tavola.