CAPITOLO II. SFIDE.

Appena gli invitati se ne furono andati, mio padre si lasciò cadere su una poltrona, e si abbandonò all’allegria d’una pantagruelica risata.

Mai, dalla morte della mamma, lo avevo visto ridere così di cuore.

— Scommetterei che il dottor Hammerfield non ha mai affrontato nulla di simile in vita sua — disse fra l’uno e l’altro scoppio di risa. — La cortesia delle dispute ecclesiastiche! Hai osservato che ha cominciato come un agnello, parlo di Everhard, per mutarsi subito in un leone ruggente? Ha una mente disciplinata meravigliosamente. Sarebbe diventato uno scienziato di prim’ordine se la sua energia fosse stata orientata in tal senso.

Occorre confessare che Ernesto Everhard mi interessava molto: non soltanto per quanto aveva detto, e per il modo con cui l’aveva detto, ma per se stesso, come uomo. Non ne avevo incontrato mai di simile, e credo che per questo, a ventiquattro anni suonati, non ero ancora sposata. Comunque, sentii che mi piaceva e che la mia simpatia era dovuta non alla sua intelligenza nella discussione, ma ad altra cosa. Nonostante i suoi bicipiti e il torace di boxeur, mi pareva un giovanotto d’animo puro. Sotto l’apparenza di chiacchierone intellettuale, indovinavo uno spirito delicato e sensibile.

Le sue impressioni mi erano trasmesse in modo che non posso definire altrimenti, se non come per intuito femminile. C’era nel suo dire tonante qualcosa che mi era andato al cuore: e mi sembrava sempre di udirlo e desideravo udirlo ancora. Sarei stata lieta di vedere nei suoi occhi quel lampo di gaiezza che smentiva l’impassibilità del resto del viso.

Altri sentimenti vaghi, indistinti, ma più profondi si agitavano in me. Lo amavo già quasi. Pertanto, se non lo avessi più riveduto, suppongo che questi sentimenti indefiniti si sarebbero cancellati ed avrei dimenticato facilmente.

Ma non era nel mio destino non rivederlo più: l’interesse che prendeva mio padre, da un po’ di tempo, alla sociologia, ed i pranzi che dava regolarmente, escludevano una simile possibilità. Il babbo non era un sociologo. La sua specialità scientifica era la fisica, e le sue ricerche in questo campo erano state fruttuose. Il matrimonio lo aveva pienamente soddisfatto, ma dopo la morte della mamma, le ricerche che egli faceva non riuscivano a colmare l’orribile vuoto. Si occupò di filosofia con poco interesse dapprima, poi con maggiore attrattiva, e fu trascinato verso l’economia politica e le scienze sociali, e siccome possedeva un vivo sentimento di giustizia, non tardò ad appassionarsi e a volere la riparazione dei torti. Osservai con somma gioia questi indizî d’un rinascente interesse per la vita, senza immaginare dove la nostra vita potesse indirizzarsi.

Il babbo, con l’entusiasmo degli adolescenti, si immerse in nuove ricerche senza chiedersi menomamente dove l’avrebbero condotto.

Abituato da tempo al laboratorio, trasformò la sala da pranzo in un laboratorio sociale: persone di ogni specie e condizione vi si trovavano riunite, scienziati, politicanti, banchieri, commercianti, professori, capi d’officina, socialisti ed anarchici. Ed egli li spingeva a discutere fra loro, poi esaminava le loro idee sulla vita e sulla società. Aveva conosciuto Ernesto poco tempo prima della «serata dei predicatori». Dopo la partenza degli ospiti, mi raccontò come l’avesse incontrato. Una sera, in una via, si era fermato ad ascoltare un uomo che, salito sopra una cassa di sapone, parlava a un gruppo di operai. Era Ernesto. Molto apprezzato dalla Direzione del partito socialista, costui era considerato come uno dei capi del partito, e riconosciuto tale dai dottrinarî del socialismo. Possedendo il dono di presentare in forma semplice e chiara anche le questioni più ardue, questo educatore nato, non credeva di avvilirsi salendo su di una cassa di sapone per spiegare l’economia politica ai lavoratori.

Mio padre si fermò per ascoltarlo, si interessò al discorso, stabilì un convegno con l’oratore, e, fatta la presentazione, lo invitò al pranzo dei reverendi. E solo in seguito mi rivelò alcune informazioni che aveva potuto raccogliere su di lui.

Ernesto era figlio di operai, quantunque discendesse da un’antica famiglia stabilitasi da più di duecento anni in America[16]. All’età di 10 anni era andato a lavorare nelle officine, e più tardi aveva imparato il mestiere del maniscalco. Era un autodidatta, aveva studiato, da solo, il francese e il tedesco, e in quell’epoca si guadagnava modestamente la vita, traducendo delle opere scientifiche e filosofiche per una casa precaria di edizioni socialiste di Chicago. A questo stipendio egli aggiungeva i diritti di autore provenienti dalla vendita, ristretta, delle opere sue.

Ecco ciò che seppi di lui prima di coricarmi, e stetti a lungo sveglia ascoltando, con la mente, il suono della sua voce. Mi spaventai dei miei stessi pensieri. Assomigliava così poco agli uomini della mia classe! Sembrava così estraneo a tutti, e così forte! La sua padronanza mi piaceva e mi spaventava insieme, e la mia fantasia galoppava tanto, che mi sorpresi a considerarlo come innamorato e come marito. Avevo sempre sentito dire che la forza in un uomo è un’attrattiva irresistibile per le donne; ma egli era troppo forte.

— No, no! — esclamai, — è impossibile, è assurdo! — E il giorno dopo, svegliandomi, sentii in me il desiderio di rivederlo, di assistere alla sua vittoria in una nuova discussione, di vibrare ancora al suo tono di combattimento, di ammirarlo nella sua sicurezza e nella sua forza, quando spezzava la loro albagia e distoglieva il loro pensiero dal solito circolo vizioso. Che cosa importavano le sue smargiassate? Secondo quanto aveva detto egli stesso, esse trionfavano in realtà, raggiungevano la mèta. Inoltre, erano belle a sentirle, eccitanti come un principio di lotta.

Passai parecchi giorni a leggere i libri di Ernesto, che il babbo mi aveva prestato. La sua parola scritta era come quella parlata, chiara e convincente. La sua semplicità assoluta vi convinceva mentre dubitavate ancora. Aveva il dono della lucidità. L’esposizione dell’argomento era perfetta. Ciò nonostante, malgrado il suo stile, molte cose mi spiacevano. Dava troppa importanza a ciò che chiamava la lotta di classe, all’antagonismo fra lavoro e capitale, al conflitto degli interessi.

Il babbo mi riferì allegramente l’apprezzamento del dottor Hammerfield su Ernesto: «Un insolente bòtolo, gonfiato di boria da un sapere insufficiente», e come non avesse punto voglia di rivederlo.

Invece, il vescovo di Morehouse si era interessato molto di Ernesto e desiderava vivamente avere una nuova conversazione con lui. «Un giovanotto forte», aveva dichiarato, e «vivace, molto vivace, ma troppo sicuro di sè, troppo sicuro!».

Ernesto ritornò un pomeriggio, con papà. Il vescovo di Morehouse era già arrivato, e sorbivano il thè sulla veranda. Devo dire che la prolungata assenza di Ernesto a Berkeley si spiegava col fatto che egli seguiva dei corsi speciali di biologia all’Università, e anche perchè lavorava molto a un’opera nuova intitolala: «Filosofia e Rivoluzione».[17]

Quando Ernesto entrò, la veranda sembrò improvvisamente rimpicciolita: non perchè egli fosse straordinariamente alto (era alto un metro e settantadue) ma perchè sembrava irradiare un’atmosfera di grandezza. Fermandosi per salutarmi, mostrò una leggera esitazione, in istrano contrasto con i suoi occhi arditi e la sua stretta di mano ferma e sicura. I suoi occhi non erano meno sicuri, ma, questa volta, sembravano interrogare, mentre mi guardavano, come il primo giorno, indugiando un po’ troppo.

— Ho letto il vostro libro: «Filosofia delle classi lavoratrici», — gli dissi, e vidi i suoi occhi brillare di contentezza.

— Naturalmente, — rispose, — avrete tenuto conto dell’uditorio al quale la conferenza era rivolta.

— Sì, ed è appunto su ciò che vorrei interrogarvi.

— Anch’io, — disse il vescovo di Morehouse, — ho una questione da definire con voi.

A questa doppia sfida, Ernesto alzò le spalle, con aria di rassegnato buon umore, e accettò una tazza di thè.

Il vescovo s’inchinò per darmi la precedenza.

— Voi fomentate l’odio di classe, — dissi a Ernesto. — E mi pare che sia uno sbaglio, un delitto, fare appello a tutto ciò che vi è di ristretto e di brutale nella classe operaia. L’odio di classe è anti-sociale, e mi sembra anti-socialista.

— Mi difendo, pur essendo innocente, — rispose Ernesto. — Non c’è odio di classe nè nella parola, nè nello spirito di nessuna mia opera.

— Oh! — esclamai in tono di rimprovero.

Presi il libro e lo apersi.

Egli beveva il suo thè, tranquillo e sorridente mentre io sfogliavo il volume per trovare il punto che cercavo:

— Pagina 132 — lessi ad alta voce: «Così la lotta delle classi si produce nelle attuali condizioni di sviluppo sociale, fra la classe che paga i salarii, e le classi che li ricevono».

Lo guardai con aria di trionfo.

— Non si tratta di odio di classe, là dentro, — mi disse sorridendo.

— Ma voi dite «lotta di classe».

— Non è affatto la stessa cosa. E credetemi, noi non fomentiamo l’odio. Noi diciamo che la lotta delle classi è una legge dello sviluppo sociale. Non ne siamo responsabili. Non siamo noi a farla. Ci limitiamo a spiegarla, come Newton spiegava la gravitazione. Noi esaminiamo la natura del conflitto d’interessi, che produce la lotta di classe.

— Ma non dovrebbe esserci conflitto di interessi! — esclamai.

— Sono del vostro preciso parere, — rispose. — E noi socialisti tendiamo all’abolizione di questo conflitto di interessi. Scusate, lasciatemi leggere un altro punto. — Prese il libro e ne voltò alcuni fogli. — Pagina 126: «Il ciclo della lotta di classe, cominciato con la dissoluzione del comunismo primitivo della tribù e la nascita della proprietà individuale, finirà con l’abolire la proprietà individuale dei mezzi dell’esistenza sociale».

— Ma non sono d’accordo con voi, — interruppe il vescovo, dal pallido volto d’asceta, leggermente arrossato dall’intensità dei suoi sentimenti. — Le vostre premesse sono false. Non esiste conflitto d’interessi fra il lavoro e il capitale, o almeno, non dovrebbe esistere.

— Vi ringrazio, — disse gravemente Ernesto — di avermi restituito le mie premesse, con la vostra ultima proposizione.

— Ma perchè ci sarebbe conflitto? — domandò il vescovo, con calore.

Ernesto alzò le spalle:

— Perchè siamo fatti così, suppongo.

— Ma non siamo fatti così!

— Parlate forse dell’uomo ideale, divino, privo di egoismo? — chiese Ernesto, — ma ce n’è tanto pochi, che si ha il diritto di considerarli inesistenti, oppure parlate dell’uomo comune, ordinario?

— Parlo dell’uomo ordinario.

— Debole, fallibile, e soggetto ad errare?

Il vescovo fece un segno di consenso.

— E meschino, egoista?

Il pastore rinnovò il gesto.

— State attento, — dichiarò Ernesto. — Ho detto egoista.

— L’uomo ordinario è egoista. — affermò calorosamente il vescovo.

— Che vuole avere tutto ciò che può avere?

— Vuole avere il più possibile. È deplorevole, ma è vero.

— Allora ci siete. — E la mascella di Ernesto scattò come una molla.

— Consideriamo un uomo che «lavora sui tranvai».

— Egli non potrebbe lavorare se non ci fosse il capitale, — interruppe il vescovo.

— È vero, e voi sarete con me nell’ammettere che il capitale perirebbe se la mano d’opera non facesse guadagnare i dividendi.

Il vescovo non rispose.

— Non siete del mio parere? — insistette Ernesto.

Il prelato acconsentì col capo.

— Allora le nostre due proposizioni si annullano reciprocamente, e ci ritroviamo al punto di partenza. Ricominciamo: I lavoratori dei tranvai forniscono la mano d’opera, e gli azionisti il capitale. Da quest’unione del lavoro col capitale nasce il guadagno[18]. I due fattori si dividono questo guadagno: la parte che tocca al capitalista si chiama dividendo, la parte che tocca al lavoro si chiama salario.

— Benissimo, — interruppe il vescovo. — Ma non c’è motivo perchè questa divisione non avvenga amichevolmente.

— Avete già dimenticato le premesse, — replicò Ernesto. — Eravamo già d’accordo nell’ammettere che l’uomo ordinario è egoista; l’uomo ordinario così com’è. Voi svisate la questione se volete fare una distinzione fra quest’uomo e gli uomini come dovrebbero essere, ma come non sono in realtà. Ritorniamo al soggetto: il lavoratore, essendo egoista, vuole avere quanto più può nella divisione; il capitalista, essendo egoista, vuole, del pari, avere tutto ciò che può prendere. Quando una cosa esiste in quantità limitata, e due uomini vogliono averne ciascuno il massimo, nasce un conflitto d’interessi. È il conflitto che esiste fra capitale e lavoro, ed è una lotta senza possibilità di conciliazione. Finchè esisteranno operai e capitalisti, litigheranno per la divisione del guadagno. Se foste stato a S. Francisco, questo pomeriggio, sareste stato obbligato ad andare a piedi: neppure un tranvai girava per le vie.

— Un altro sciopero?[19] — chiese il vescovo, preoccupato.

— Sì, litigano per l’equa divisione dei guadagni delle ferrovie urbane.

Il vescovo si stizzì.

— Hanno torto! — esclamò. — Gli operai non vedono di là dal loro naso. Come possono sperare di conservare la nostra simpatia?...

— Quando ci obbligano ad andare a piedi — disse maliziosamente Ernesto.

E il vescovo, concluse, senza badargli:

— Il loro punto di vista è troppo angusto. Gli uomini devono agire da uomini e non da bruti. Ci saranno ancora violenze ed uccisioni, e vedove ed orfani addolorati. Il capitale e il lavoro dovrebbero essere uniti, dovrebbero procedere insieme, per il reciproco interesse.

— Eccovi di nuovo nelle nuvole, — osservò freddamente Ernesto. — Vediamo, ridiscendete sulla terra, e non perdete di vista la nostra asserzione: l’uomo è egoista.

— Ma non dovrebbe esserlo! — esclamò il vescovo.

— Su questo punto sono d’accordo con voi: non dovrebbe essere egoista, ma lo sarà sempre finchè vivrà secondo un ordinamento sociale fondato su una morale da porci.

Il dignitario della Chiesa ne fu spaventato, mentre il babbo si torceva dal ridere.

— Sì una morale da porci. — riprese Ernesto, senza rimorso. — Ed è l’ultima parola del vostro sistema capitalista, è ciò che sostiene la vostra Chiesa, ciò che voi predicate ogni qualvolta salite sul pulpito: un’etica da porci, non c’è altro nome da darle.

Il vescovo si voltò come per appellarsi a mio padre, ma questi alzò la testa ridendo.

— Credo che il nostro amico abbia ragione — disse. — È la politica del laissez-faire, dell’ognuno per sè e che il diavolo trascini l’ultimo. Come disse l’altra sera il signor Everhard, il compito vostro di gente di Chiesa consiste nel mantenere l’ordine stabilito, e la Società è fondata su tale principio!

— Ma non è la dottrina di Cristo. — esclamò il vescovo.

— Oggi la Chiesa non insegna la dottrina di Cristo. — rispose Ernesto. — Perciò gli operai non vogliono avere a che fare con essa. La Chiesa approva la terribile brutalità, la forza selvaggia con la quale il capitalista tratta le masse dei lavoratori.

— Non l’approva affatto. — obbiettò il vescovo.

— Ma non protesta neppure. — replicò Ernesto; — e perciò approva, perchè non bisogna dimenticare che la Chiesa è sostenuta dalla classe capitalistica.

— Non avevo mai considerato le cose da questo punto di vista — disse innocentemente il vescovo. — Ma credo che sbagliate. So che sono molte le tristezze e le brutture del mondo; so che la Chiesa ha perduto il... ciò che voi chiamate proletariato[20].

— Non lo avete mai avuto il proletariato, — esclamò Ernesto. — Esso si è sviluppato fuori della Chiesa, e senza di essa.

— Non afferro più il vostro pensiero, — disse debolmente il vescovo.

— Vi spiego. Dopo l’introduzione delle macchine e delle officine, verso la fine del sec. XVIII, la grande massa dei lavoratori fu distolta dalla terra, e l’antico modo di lavorare, mutato. I lavoratori, tolti dai loro villaggi, si trovarono rinchiusi nelle città industriali: le madri e i fanciulli furono impiegati a servizio delle nuove macchine; la vita di famiglia ne fu infranta, e le condizioni divennero atroci. È una pagina di storia scritta col sangue e con le lagrime.

— Lo so, — interruppe il vescovo, con espressione angosciosa. — Fu terribile, ma ciò avvenne in Inghilterra, un secolo e mezzo fa.

— Così un secolo e mezzo fa, nacque il proletariato moderno, — continuò Ernesto. — E la Chiesa stava muta, ed oggi conserva la stessa inerzia. Come dice Austin Lewis[21], parlando di quell’epoca, coloro che avevano ricevuto il comandamento: «Pascete agnelli miei», videro, senza protestare, quegli agnelli venduti e mortalmente sfruttati[22]. Prima di continuare vi prego di dirmi sinceramente se siamo o non d’accordo. La Chiesa ha protestato o no, a quel tempo?

Il vescovo Morehouse esitò: come il dottor Hammerfield, non era abituato a quel genere di offensiva a domicilio, secondo l’espressione di Ernesto.

— La storia del secolo XVIII è scritta, — suggerì questi. — Se la Chiesa non è stata muta, si devono trovare le tracce della sua protesta, in qualche libro.

— Disgraziatamente credo che sia stata muta, — confessò il dignitario della Chiesa.

— E rimane muta anche oggi.

— In questo non siamo più d’accordo.

Ernesto tacque, guardò attentamente il suo interlocutore e accettò la sfida.

— Benissimo, — disse, — vedremo. Ci sono, a Chicago, delle donne che lavorano tutta la settimana per novanta cents. Protesta forse la Chiesa?

— È una novità per me, — fu la risposta. — Novanta cents? È orribile!

— La Chiesa ha forse protestato? — insistette Ernesto.

— La Chiesa lo ignora. — E il prelato appariva penosamente agitato.

— Eppure la Chiesa ha ricevuto il comandamento: «Pascete, agnelli miei!», — disse Ernesto, con amara ironia. Poi, riprendendosi:

— Scusatemi queste parole acri, Monsignore, ma potete essere sorpresi se perdiamo la pazienza con voi? Avete forse protestato con le vostre congregazioni capitalistiche per l’impiego dei fanciulli nelle filature di cotone del Sud?[23]. Bimbi di sei o sette anni lavorano tutte le notti, in isquadre, per dodici ore: non vedono mai la santa luce del giorno, e muoiono come le mosche. I dividendi sono pagati col loro sangue. E con quel danaro si costruiscono chiese magnifiche nella Nuova Inghilterra, e i vostri simili predicano in esse delle piacevoli frasi davanti le pance ripiene e lucenti dei salvadanai dei dividendi.

— Non sapevo, — mormorò il vescovo, con un filo di voce, e con viso pallido, come per effetto di nausea.

— Così, non avete protestato, vero?

Il pastore fece un debole cenno di diniego.

— Così la Chiesa è muta oggi come lo era nel secolo XVIII.

Il vescovo non rispose, e per una volta tanto, Ernesto non insistette oltre.

— E non dimenticatelo: tutte le volte che un membro del clero protesta, lo si congeda.

— Vedo che non è giusto.

— Protestereste voi? — chiese Ernesto.

— Fatemi vedere, nella vostra comunità, dei mali come quelli di cui mi avete parlato, e farò sentire la mia voce.

— Mi metto a vostra disposizione per farveli vedere, — disse tranquillamente Ernesto, — e vi farò fare, un viaggio attraverso l’inferno.

— Ed io protesterò!... — Il pastore si era raddrizzato nella poltrona, e sul suo dolce viso apparve un’espressione di durezza battagliera. — La Chiesa non starà muta.

— Sarete licenziato, — lo avvertì Ernesto.

— Vi fornirò la prova del contrario, — replicò l’altro. — Vedrete se tutto ciò che dite è vero, e se la Chiesa non abbia sbagliato per ignoranza; se tutto quanto v’è di orribile nella società industriale non sia dovuto all’ignoranza della classe capitalistica. Essa rimedierà al male appena riceverà il messaggio che la Chiesa avrà il dovere di comunicarle.

Ernesto si mise a ridere, d’un riso così brutale, che mi sentii indotta a prendere le difese del vescovo.

— Ricordate, — gli dissi, — che voi vedete un solo lato della medaglia. Benchè non ci crediate capaci di bontà, sappiate che c’è molto di buono in noi. Il vescovo Morehouse ha ragione. I mali dell’industria, per quanto terribili sieno, sono dovuti all’ignoranza. Le diversità di condizioni sociali sono troppo profonde.

— L’Indiano selvaggio è meno crudele e meno implacabile della classe capitalistica, — rispose l’altro, e in quel momento sentii d’odiarlo.

— Voi non ci conoscete; non siamo nè crudeli nè implacabili.

— Provatelo, — diss’egli, in tono di sfida.

— Come posso provarlo... a voi?...

Cominciavo ad adirarmi.

Egli scosse il capo.

— Non pretendo che lo proviate a me; vi domando di provarlo a voi stessa.

— So che cosa pensare in proposito.

— Non sapete proprio nulla, — rispose egli brutalmente.

— Andiamo, andiamo, figlioli, — disse il papà, con tono conciliante.

— Me ne infischio... — cominciai indignata; ma Ernesto mi interruppe.

— Credo che abbiate dei capitali impiegati nelle filature della Sierra, o che vostro padre ne abbia; il che è lo stesso.

— Che cos’ha di comune questo, con la questione di cui si tratta? — esclamai.

— Oh, poco, poco, — diss’egli lentamente. — tranne il fatto che l’abito che avete, è macchiato di sangue. Le travi del tetto che vi ripara, gocciolano del sangue di fanciulli e di giovani validi e forti. Basta che chiuda gli occhi per sentirlo scorrere a goccia a goccia, intorno a me.

E accompagnando con la parola il gesto, si arrovesciò sulla poltrona e chiuse gli occhi.

Io scoppiai in lacrime, dalla mortificazione, e per vanità ferita. Non ero mai stata trattata così duramente in vita mia. Anche il vescovo e mio padre erano imbarazzati e turbati. Essi cercarono di sviare la conversazione rivolgendola verso un argomento meno scottante, ma Ernesto aprì gli occhi, mi guardò e volse altrove lo sguardo. La sua bocca era severa, il suo sguardo pure; non c’era nei suoi occhi il minimo riflesso di gaiezza.

Che cosa stava per dire? Quale nuova crudeltà mi avrebbe inflitta? Non potei immaginarlo, perchè in quell’istante un uomo che passava sul marciapiede si fermò a guardarci. Era un giovanotto robusto e vestito poveramente, che portava sulla schiena un pesante carico di cavalletti, dì casse, scrigni di bambù e lana cotonata. Guardava le casa come se non osasse entrare per tentar la vendita della merce.

— Quell’uomo si chiama Jackson, — disse Ernesto.

— Forte com’è, — osservai seccamente, — dovrebbe lavorare, anzichè fare il merciaio ambulante[24].

— Osservate la sua manica sinistra, — mi disse Ernesto dolcemente.

Gettai uno sguardo e vidi che la manica del giovane era vuota.

— Anche da quel braccio scorre un po’ del sangue che sentivo gocciolare dal vostro tetto, — continuò, con lo stesso tono dolce e triste. — Ha perduto il braccio nella filanda della Sierra, e voi l’avete gettato sul lastrico, a morirvi, come un cavallo mutilato. Dicendo voi, intendo il vice direttore e le altre persone impiegate da voi e gli altri azionisti che fanno funzionare le filande in nome vostro. La disgrazia avvenne per lo zelo di quell’operaio nel far risparmiare qualche dollaro alla Società. Il suo braccio fu preso dal cilindro dentato della cardatrice. Avrebbe potuto lasciar passare il sassolino che aveva intravisto fra i denti della macchina e che avrebbe spezzato una doppia fila di punte; volle, invece, toglierlo ed ebbe il braccio preso e spezzato, dalla punta delle dita alla spalla. Era notte: nella filanda si facevano ore supplementari di lavoro. In quel trimestre fu pagato un forte dividendo. Quella notte Jackson lavorava da molte ore e i suoi muscoli avevano perduto la solita vivacità: ecco perchè fu afferrato dalla macchina. Ha moglie e tre bambini.

— E che cosa fece la Società per lui? — chiesi.

— Assolutamente nulla. Oh! scusate, ha fatto, sì, qualche cosa. È riuscita a far rigettare l’istanza che l’operaio aveva presentata per danni e interessi quand’egli uscì dall’ospedale. La Società ha degli avvocati abilissimi.

— Non avete detto tutto, — feci con convinzione. — e forse non conoscete tutta la storia. Forse quell’uomo era un insolente.

— Insolente! ah! ah! — Il suo riso era mefistofelico. — Gran Dio, insolente col braccio sfracellato! Era un servitore dolce e umile, e nessuno mai ha detto che fosse un insolente.

— Ma in tribunale, — insistetti, — la sentenza non gli sarebbe stata contraria, se non ci fosse in quest’affare qualche cosa d’altro oltre quanto ci avete detto.

— Il principale avvocato consulente della Società è il colonnello Ingram, un uomo di legge, molto abile.

Ernesto mi guardò seriamente, per un momento, poi continuò:

— Voglio darvi un consiglio, signorina Cunnigham; potreste fare un’inchiesta privata sul caso Jackson.

— Avevo già presa questa risoluzione, — risposi freddamente.

— Benissimo, — diss’egli raggiante. — E vi dirò dove potrete trovare il nostro uomo. Ma fremo al pensiero di tutto ciò che proverete, circa il braccio di Jackson.

Così, il vescovo ed io accettammo la sfida di Ernesto.

I due ospiti se ne andarono insieme, lasciandomi scossa per l’ingiustizia fatta alla mia casta e a me stessa. Quel giovanotto era un bruto. Lo odiavo, in quel momento, e mi consolavo al pensiero che la sua condotta era quale poteva aspettarsi da un uomo della classe operaia.