CAPITOLO III. IL BRACCIO DI JACKSON.
Non immaginavo punto la parte importante che il braccio di Jackson avrebbe rappresentato nella mia vita. Il protagonista, quando riuscii a trovarlo, non mi fece grande impressione. Abitava in vicinanza della baia, sulla sponda della palude, una casupola indescrivibile, circondata da pozzanghere d’acqua verdastra che esalavano un odore fetido. Era veramente la persona umile e bonaria che mi avevano descritto; e intento a lavorare una latta, lavorava senza tregua, mentre parlavo con lui. Nonostante la sua rassegnazione, afferrai nella sua voce come un senso di amarezza nascente, quando mi disse:
— Avrebbero potuto impiegarmi come guardiano notturno, almeno[25].
Non potei cavarne gran che: aveva un’aria ebete che male si addiceva alla sua abilità nel lavoro. Questo mi suggerì una domanda:
— In qual modo il vostro braccio è stato preso nella macchina?
Egli mi guardò come trasognato, riflettendo, poi scosse il capo.
— Non so, non so come sia accaduto.
— Per un po’ di negligenza, forse?
— No, non direi, per negligenza: facevo delle ore supplementari, e credo che fossi stanco. Ho lavorato diciassette anni in quella officina, ed ho osservato che le disgrazie capitano proprio poco prima del fischio della sirena[26]. Scommetterei che ne accadono più nell’ora che precede l’uscita, che nel resto della giornata. Un uomo non è così vigile quando ha sfaccendato per parecchie ore senza fermarsi mai. Ho veduto abbastanza casi, per saperla lunga; bravi operai tagliati a pezzi, o presi nella piallatrice o schiacciati.
— Ne avete visti tanti?
— Cento e cento; e dei fanciulli anch’essi vittime.
Tranne alcuni particolari orribili, il racconto dell’accidente era perfettamente conforme a quanto avevo già udito. Siccome gli domandavo se avesse mancato a qualche norma regolamentare circa il funzionamento della macchina, alzò la testa.
— Ho fatto saltare la correggia con la destra ed ho voluto levare il sasso colla sinistra. Non ho guardato bene se la correggia fosse tutta staccata: credevo che con la destra avessi fatto il necessario, e allungai il braccio sinistro... e, siccome la correggia era staccata solo a metà, il mio braccio fu preso e schiacciato.
— Avete dovuto soffrire atrocemente, — dissi, con simpatia.
— Perdio, lo schiacciamento delle ossa... non è divertente!
Le sue idee erano un poco confuse circa la richiesta del pagamento dei danni e interessi. La sola cosa chiara per lui era che non avevano voluto dargli il minimo compenso. Secondo lui, la decisione contraria del tribunale era dovuta alla testimonianza dei capi-operai e del vice-direttore che, secondo la sua espressione, non avevano detto ciò che avrebbero dovuto dire. E risolvetti di andare da loro.
Il fatto positivo in tutta questa faccenda era che Jackson era ridotto in una condizione pietosa. Sua moglie era malaticcia, e quel mestiere di merciaio ambulante non gli permetteva di guadagnare abbastanza da mantenere la sua famiglia. Era in arretrato nel pagamento della pigione; e il figlio maggiore, un ragazzo di undici anni, lavorava già nella filanda.
— Avrebbero ben potuto darmi il posto di guardiano notturno, — furono le sue ultime parole, mentre me ne andavo.
Dopo un colloquio con l’avvocato che aveva patrocinato la causa di Jackson, e con il vice-direttore e i due capi-operai sentiti come testimoni del fatto, cominciai a rendermi conto che le affermazioni di Ernesto erano ben fondate.
A prima vista giudicai l’avvocato un essere debole ed inetto, e non mi stupii come Jackson avesse perduto la causa.
Il mio primo pensiero fu che aveva avuto ciò che si meritava per avere scelto un difensore simile. Poi mi ritornarono alla mente le dichiarazioni di Ernesto: «La Società ha degli avvocati abilissimi», e l’altra: «Il Colonnello Ingram è un uomo di legge molto abile». Pensai allora che la Società era in grado di pagarsi difensori migliori di quelli che potesse scegliere un povero diavolo di operaio come Jackson, ma questo particolare mi sembrava secondario, e a mio avviso ci doveva essere qualche buona ragione se Jackson aveva perduto la partita.
— Come mai avete perduto il processo? — chiesi.
L’avvocato sembrò, per un attimo, perplesso e seccato, e fui presa da pietà per quella povera creatura. Poi cominciò a lamentarsi. Credo che sia nato piagnucolone, e appartenga alla razza dei vinti, fin dalla culla. Si lamentò dei testimoni che avevano reso deposizioni favorevoli solo alla parte avversaria. Egli non aveva potuto strappare loro una parola in favore di Jackson. Sapevano bene da qual parte avere benefizii. Quanto a Jackson, era stupido: si era lasciato intimidire e confondere dal colonnello Ingram. Costui eccelleva nei contraddittori. Aveva confuso Jackson con le sue domande, e gli aveva strappato delle risposte compromettenti.
— Come mai le sue risposte potevano essere compromettenti, se aveva dalla parte sua il diritto? — chiesi.
— Che c’entra in tutto questo il diritto? — chiese egli, a sua volta. E mostrandomi i numerosi volumi disposti negli scaffali del suo povero studio: — Vedete tutti questi libri? leggendoli ho imparato a distinguere il diritto dalla legge. Chiedetelo a qualsiasi avvocato. Bisogna andare alla scuola della Domenica per sapere ciò che è giusto; ma bisogna rivolgersi a questi libri, per imparare ciò che è legale.
— Volete dirmi, con ciò, che Jackson aveva il diritto dalla sua parte e che, non pertanto, è stato vinto? — gli chiesi esitando. — Volete insinuare che non c’è giustizia alla corte del giudice Caldwell?
Il piccolo avvocato spalancò gli occhi un istante e poi ogni traccia di combattività si cancellò dal suo volto.
Ricominciò a lamentarsi.
— La partita non era uguale per me. Si sono fatti beffe di Jackson, e di me con lui. Quale probabilità di riuscita avevo? Il colonnello Ingram è un grande avvocato. Se non fosse un giurista di prim’ordine, credete voi che avrebbe in mano le Filande della Sierra, del Sindacato Fondiario di Erston, della Berkeley Consolidée, dell’Oakland, della S. Leandro e della Società Elettrica Pleasantos? È un avvocato delle corporazioni, e questi avvocati non sono pagati per essere stupidi. Perchè mai le Filande della Sierra, esse sole gli dànno ventimila dollari l’anno? Perchè, capirete bene, agli occhi degli azionisti vale quella somma. Io, non volgo tanto. Se valessi tanto, non sarei uno spostato, un morto di fame, obbligato ad assumere degli affari come quello di Jackson. Che cosa credete che avrei guadagnato se anche avessi vinto il processo?
— Penso che l’avreste spogliato[27].
— Naturalmente, — esclamò irritato. — Bisogna pure che io viva[28].
— Ma egli ha moglie e figli.
— Io pure ho moglie e figli. E non c’è nessuno al mondo, me eccettuato, che si preoccupi che non muoiano di fame!
Il suo viso si addolcì improvvisamente. Egli aprì la cassa dell’orologio e mi fece vedere le fotografie di sua moglie e di due bimbette.
— Guardate, eccole! Ne abbiamo viste! Le posso ben dire. Avevo intenzione di mandarle in campagna se avessi vinto quel processo. Non stanno bene qui, ma non ho i mezzi per farle vivere altrove.
Quando mi alzai per congedarmi, ricominciò il suo piagnisteo:
— Non ho avuto la più piccola fortuna! Il colonnello Ingram e il giudice Caldwell sono amicissimi. Non dico che quell’amicizia avrebbe influito sulla causa se avessi ottenuto una deposizione come si deve, all’esame dei testi, ma devo aggiungere, però, che il giudice Caldwell e il colonnello Ingram frequentano la medesima loggia, lo stesso circolo. Abitano nello stesso quartiere, dove non posso vivere io. Le loro mogli sono sempre insieme. E fra loro è uno scambio di partite di Whist, ed altri trastulli del genere.
— E voi credete, pertanto, che Jackson avesse il diritto dalla parte sua?
— Non lo credo: ne sono sicuro. In principio credetti, persino, che avesse probabilità di riuscita; ma non l’ho detto a mia moglie per non darle un’inutile speranza. Era ossessionata dall’idea di un soggiorno in campagna. È stata abbastanza delusa, anche così.
A Pietro Donnelly, uno dei capi-operai che avevano deposto al processo, domandai: — Perchè non avete richiamato l’attenzione sul fatto che Jackson era stato ferito perchè aveva cercato di evitare un guasto alla macchina?
Riflettè a lungo prima di rispondermi; poi si guardò attorno, con aria sospetta e dichiarò:
— Perchè ho una moglie e i tre più bei bimbi che si possa immaginare.
— Non capisco.
— In altre parole, perchè sarebbe stato imprudente parlare così.
— Volete dire...
M’interruppe con foga:
— Voglio dire quello che dico. Da lunghi anni lavoro come filatore. Ho incominciato da piccolo, e in seguito non ho più smesso di lavorare. A forza di lavoro, sono giunto alla mia posizione attuale, che è un impiego privilegiato. Sono capo operaio. E mi chiedo se ci sarebbe un solo uomo all’officina, tale da porgermi la mano per impedirmi di annegare. Un tempo facevo parte dell’Unione, ma sono stato in servizio della Società durante due scioperi, e mi hanno tacciato di «krumiro». Guardate le cicatrici sulla mia testa; sono stato lapidato a colpi di tegola. Oggi non c’è uomo che voglia bere un bicchiere con me se lo invitassi, e non c’è un apprendista che non maledica il mio nome. Il mio solo amico è la Società. Non è mio dovere sostenerla, ma essa è il mio pane, il mio companatico e la vita dei miei bambini. Ecco perchè non ho detto nulla.
— Jackson era forse da biasimare? — gli chiesi.
— Avrebbe dovuto ottenere il pagamento dei danni. Era un buon operaio che non aveva mai dato noia a nessuno.
— Non eravate dunque libero di dire tutta la verità? — aggiunsi in tono solenne.
Il suo viso si contrasse ancora; ed egli lo sollevò, non verso di me, ma verso il cielo.
— Mi lascerei bruciare anima e corpo, a fuoco lento, nell’inferno eterno per amore dei miei piccoli, — rispose.
Enrico Dallas, il vice-direttore, era un individuo dal volto di lepre, che mi squadrò con insolenza e rifiutò di parlare. Non potei cavargli una parola concernente il processo e la deposizione resa.
Ebbi miglior fortuna con l’altro capo-operaio James Smith. Era un uomo dall’espressione dura, così che provai una stretta al cuore avvicinandolo. Egli pure mi fece capire che non era libero, e durante la conversazione mi accorsi che oltrepassava, per mentalità, la media degli uomini della sua specie. D’accordo con Pietro Donnelly, diceva che Jackson avrebbe dovuto avere almeno i danni. Disse di più, e qualificò una fredda crudeltà il fatto di aver gettato sul lastrico, dopo un accidente che lo privava di ogni capacità, quel povero lavoratore. Raccontò egli pure, che avvenivano frequenti casi dolorosi nella filanda, e che era tattica costante della Società, opporsi ad oltranza alle istanze sporte in tali casi.
— Rappresentano migliaia di dollari l’anno per gli azionisti, — disse.
Allora mi ricordai dell’ultimo dividendo dato al babbo, che aveva servito per comperare un bell’abito a me, e dei libri a lui. Ricordai l’accusa di Ernesto quando mi aveva detto che il mio vestito era macchiato di sangue, e sentii la mia carne fremere sotto gli abiti.
— Nella vostra deposizione non faceste rilevare che Jackson fu vittima di quell’accidente perchè volle evitare un guasto alla macchina?
— No, — rispose, e strinse le labbra amaramente. — Ho testimoniato che Jackson era stato ferito in seguito a negligenza e noncuranza, e la Società non era responsabile nè da biasimare.
— C’è stata dunque negligenza da parte di Jackson?
— Si può chiamare negligenza se si vuole, si può adoperare qualunque altro termine. Il fatto è che un uomo è stanco quando ha lavorato parecchie ore consecutive.
Cominciavo ad interessarmi di quell’individuo. Era certamente un tipo meno comune.
— Siete più istruito della maggior parte degli operai, — gli dissi.
— Ho frequentato le scuole secondarie, — rispose. — Ho seguito i corsi, coprendo la carica di portinaio. Il mio sogno era di farmi iscrivere all’Università, ma mio padre è morto e sono venuto a lavorare nella filanda. Avrei voluto diventare un naturalista, — aggiunse timidamente, come se avesse confessato una debolezza. — Adoro gli animali. Invece sono entrato in un’officina. Promosso capo-operaio, mi sposai, poi la famiglia è venuta e... non fui più padrone di me stesso.
— Che cosa intendete dire?
— Voglio spiegare perchè ho testimoniato, come ho fatto, al processo, perchè ho seguito le istruzioni datemi...
— Date da chi?
— Dal colonnello Ingram... Fu lui a suggerire la deposizione che dovevo fare.
— E che ha fatto perdere il processo a Jackson.
Egli fece un cenno affermativo e arrossì.
— E Jackson aveva moglie e due bambini da sostenere.
— Lo so. — disse tranquillamente, ma il suo viso si oscurò ancora di più.
— Ditemi, — continuai, — è stato facile a voi, quale eravate quando frequentavate i corsi della scuola secondaria, trasformarvi in un uomo capace di una cosa simile?
La sua pronta collera mi spaventò. Vomitò[29] una bestemmia formidabile, e strinse il pugno come per battermi.
— Scusatemi. — disse dopo un momento. — No, non è stato facile... Ed ora credo che fareste meglio ad andarvene. Avete saputo da me tutto quello che volevate sapere. Ma lasciate che vi avverta di una cosa, prima che partiate. Non vi gioverà a nulla ripetere ciò che vi ho detto. Lo negherei, e sapete che non ci sono testimoni. Negherò fino all’ultima parola, e se fosse necessario, negherei anche sul banco dei testimoni, con un giuramento.
Dopo questo colloquio, andai a trovare mio padre nel suo studio nel reparto della chimica, dove incontrai Ernesto. Era una sorpresa inaspettata: ma egli mi si fece incontro con i suoi occhi arditi e la sua stretta di mano forte e sicura, e con quello strano miscuglio di sicurezza e di goffaggine che gli era famigliare. Sembrava che avesse dimenticato la nostra ultima riunione e la sua atmosfera burrascosa; ma io non ero disposta a lasciar svanire quel ricordo.
— Ho approfondito l’affare Jackson, — gli dissi bruscamente.
Immediatamente, la sua attenzione e il suo interesse si concentrarono su quanto stavo per dire, e indovinavo intanto ne’ suoi occhi la sicurezza che le mie convinzioni precedenti erano scosse.
— Mi sembra che sia stato molto maltrattato, lo confesso, e credo che un poco del suo sangue arrossisca effettivamente il pavimento della mia casa.
— Naturalmente, — rispose, — se Jackson e tutti i suoi compagni fossero trattati più umanamente, i dividendi sarebbero minori.
— Non potrò più gioire mettendomi un bel vestito, — aggiunsi.
Mi sentivo umile e contrita, ma sentivo ch’era molto dolce per me immaginare Ernesto come una specie di confessore. In quel momento, come sempre, la sua forza mi seduceva. Mi sembrava che essa risplendesse come una promessa di pace e di protezione.
— Sarebbe lo stesso se vi vestiste con abiti di tela di sacco, — disse gravemente. — Ci sono, come sapete, filande di juta, dove succedono le stesse cose. Dovunque è lo stesso. La vostra vantata civiltà è fondata sul sangue, imbevuta di sangue, e nè voi, nè alcuno può sfuggire alla macchia rossa. Con quali uomini avete parlato?
Gli raccontai tutto quanto mi era occorso.
— Nessuno di loro è libero delle proprie azioni. Tutti sono incatenati all’implacabile macchina industriale. E il più doloroso in questa tragedia è che sono vincolati da legami di cuore: per mezzo dei bambini, sempre per questa giovane vita che per istinto essi devono proteggere; e questo istinto è più forte della loro morale. Mio padre stesso ha mentito, ha rubato, ha commesso ogni sorta di azioni disonoranti per dare alle nostre bocche un pezzo di pane; a me, ai miei fratelli e sorelle. Era uno schiavo della macchina, che gli ha infranto la vita, lo ha fatto morire.
— Ma voi almeno. — interruppi, — siete un uomo libero.
— Non del tutto, — replicò. — Non sono vincolato da legami di cuore. Ringrazio il Cielo di non avere bambini, quantunque li ami alla follìa. Se però mi sposassi, non oserei averne.
— È certo una cattiva teoria, — esclamai.
— Lo so, — disse tristemente. — Ma è una dottrina opportunista. Sono rivoluzionario, ed è una vocazione pericolosa.
Mi misi a ridere con aria incredula.
— Se tentassi di penetrare di notte nella casa di vostro padre per rubargli i dividendi della Sierra, che farebbe?
— Dorme tenendo una rivoltella sul tavolino da notte, vicino al letto. Probabilmente vi sparerebbe contro.
— E se io e qualche altro conducessimo un milione e mezzo di uomini[30] nelle case di tutti i ricchi, ci sarebbe uno scambio vivace di fucilate, non è vero?
— Sì, ma voi non lo fate.
— È precisamente ciò che vogliamo fare. E la nostra intenzione è di prendere non solo le ricchezze che sono nelle case, ma le fonti di quelle ricchezze, tutte le miniere, le ferrovie, le officine, le banche e i negozi. Ecco la vera rivoluzione. È una cosa sommamente pericolosa. E temo che il massacro sarà più grande di quanto immaginiamo. Ma, come dicevo, nessuno è oggi perfettamente libero. Siamo tutti presi nell’ingranaggio della macchina industriale. Avete scoperto che eravate presa anche voi nell’ingranaggio, come tutti gli uomini ai quali parlavate. Interrogatene altri, andate dal colonnello Ingram, perseguite i giornalisti che non hanno voluto pubblicare il caso Jackson sui giornali, e i direttori medesimi dei giornali, e scoprirete che tutti sono schiavi della macchina.
Un poco più tardi, durante la nostra conversazione, gli feci una domanda semplice circa i rischi di accidenti incorsi dagli operai, ed egli mi fece una vera e propria conferenza infarcita di statistica.
— Ma ciò si trova in tutti i libri, — disse. — Si sono confrontate le cifre, ed è formalmente provato che le disgrazie, relativamente rare nelle prime ore del mattino, si moltiplicano con crescente progressione a mano a mano che gli operai si stancano e perdono le loro energie muscolari e mentali. Può darsi che voi ignoriate come vostro padre abbia una probabilità tre volte maggiore di un operaio, di conservare la sua vita e le sue membra intatte. Ma le società di assicurazione lo sanno[31]. Esse pretenderanno da vostro padre quattro dollari e qualcosa di premio annuale per una polizza di mille dollari, per la quale essi chiederanno invece quindici dollari a un lavoratore manuale, a un operaio.
— E voi? — chiesi. E nel momento stesso in cui gli rivolgevo questa domanda, mi rendevo conto che provavo per lui un’inquietudine più che ordinaria.
— Oh! io, — rispose con noncuranza, — come rivoluzionario, ho circa otto probabilità su una, di essere ucciso o ferito. Ai chimici esperti che manipolano gli esplosivi, le società di assicurazione chiedono otto volte di più di quanto chiedono agli operai. Credo che non vorrebbero assicurarmi affatto. Perchè mi chiedete questo?
Le mie palpebre batterono, e sentii una vampa salirmi al viso, non perchè egli avesse osservato la mia ansia, ma perchè io stessa l’avevo sentito.
Proprio in quel momento entrò mio padre e si preparò per uscire con me. Ernesto gli restituì dei libri che aveva in prestito e uscì per primo. Sulla soglia si voltò e mi disse:
— Oh! a proposito, poichè state turbando la vostra tranquillità di spirito, mentre io faccio lo stesso col vescovo, potete andare a trovare le signore Wickson e Pertonwaithe. Sapete, credo, che i loro mariti sono i due principali azionisti della filanda. Come tutto il resto dell’umanità, quelle due donne sono vincolate alla macchina, ma avvinte in modo eccezionale.