CAPITOLO IV. GLI SCHIAVI DELLA MACCHINA.
Più pensavo al braccio di Jackson, e più ero scossa. Mi trovavo di fronte ad un caso concreto; per la prima volta vedevo la vita. La mia giovinezza passata all’Università, l’istruzione e l’educazione che vi avevo ricevuto, restavano fuori della vera vita. Avevo imparato solo delle teorie sull’esistenza della società, cose che fanno un bellissimo effetto sulla carta; ma ora soltanto vedevo la vita come essa è, in realtà.
Il braccio di Jackson era un fatto, e nella mia coscienza ricordavo l’apostrofe di Ernesto: «È un fatto, compagno, un fatto irrefragabile».
Ma che tutta la nostra società fosse fondata sul sangue, mi sembrava mostruoso, impossibile. Pertanto Jackson si rizzava davanti a me e non potevo sfuggirgli, il mio pensiero ritornava continuamente a lui, come la calamita verso il polo. Era stato trattato in modo abominevole. Non gli avevano pagato la sua carne, per poterne ricavare un più grosso interesse. Conoscevo una ventina di famiglie prosperose e soddisfatte, che, avendo avuto i loro dividendi, ingrassavano, per la loro parte, col sangue di Jackson. Ma se la società poteva seguire il suo corso senza curarsi dell’orribile trattamento inflitto ad un uomo, non era dunque ammissibile che molti altri fossero stati trattati ugualmente? Ricordavo ciò che Ernesto aveva detto delle donne a Chicago, che lavoravano per novanta cents la settimana, e dei fanciulli, schiavi nelle filande di cotone del Mezzogiorno. E mi sembrava di vedere le loro povere mani scarne, logorate nel tessere la stoffa di cui era fatto il mio abito; poi, ritornando col pensiero ai filatoi della Sierra ed agli interessi divisi, vedevo il sangue di Jackson sulle mie mani. Non potevo sfuggire a quell’uomo: egli era oggetto di tutte le mie meditazioni...
In fondo all’animo, avevo l’impressione di essere sull’orlo di un precipizio; mi aspettavo qualche nuova terribile rivelazione della vita. E non ero la sola: tutti i miei famigliari stavano per rimanerne sconvolti; prima di tutti, mio padre. L’influsso di Ernesto su di lui, mi era visibile. Poi, il vescovo Morehouse, che l’ultima volta che l’avevo veduto mi era parso un uomo malato. Era in uno stato di estrema tensione nervosa ed i suoi occhi manifestavano un orrore indefinibile. Le sue brevi parole mi fecero capire che Ernesto aveva mantenuto la promessa di fargli fare un viaggio attraverso l’inferno; ma non riuscii a sapere quali scene diaboliche gli fossero passate davanti agli occhi, perchè era troppo agitato per parlarne.
Ad un certo punto, colpita dallo svolgimento del mio piccolo mondo, e dell’universo intero, pensai che Ernesto era la causa.
Eravamo così felici e tranquilli prima della sua venuta! Ma subito dopo capii che quest’idea era un tradimento alla realtà.
Ernesto mi parve trasfigurato in messaggero di verità: Con gli occhi scintillanti e la fronte intrepida d’un arcangelo dichiarante guerra per il trionfo della luce e della giustizia, per la difesa dei poveri, degli abbandonati, dei diseredati della sorte. E davanti a me si rizzò un’altra visione: quella di Cristo. Anche Lui aveva preso le difese dell’umile e dell’oppresso contro i poteri riconosciuti, dei preti e dei farisei. Ricordai la Sua morte sulla croce, e il cuore mi si strinse di angoscia al pensiero di Ernesto. Egli pure era destinato al martirio; lui, col suo accento di lotta, e la sua bella virilità?
E immediatamente capii che l’amavo. Il mio essere si struggeva dal desiderio di consolarlo. Pensavo alla sua vita sordida, meschina e dura. Pensai a suo padre che per lui aveva mentito e rubato, e si era affaticato sino alla morte. Ed egli stesso aveva cominciato, sin da dieci anni, a lavorare nella filanda. Il mio cuore si gonfiava dal desiderio di prenderlo fra le braccia, di posare la sua testa sul mio petto, la sua testa stanca di tanti pensieri, e di dargli un istante di riposo, un po’ di conforto e di oblìo, un attimo di tenerezza.
Incontrai il colonnello Ingram ad un ricevimento di ecclesiastici. Conoscevo da anni il colonnello; e feci in modo di attirarlo dietro alcune casse di alte palme e alberelli di gomma, in un angolo, dove, senza che potesse sospettare, si trovava come preso in una trappola. Il nostro discorso incominciò con le solite galanterie e spiritosaggini d’uso. Era sempre stato un uomo di modi piacevoli, pieno di diplomazia, di tatto, di riguardo, e, dal punto di vista esteriore, la persona più distinta della nostra società. Perfino il venerabile preside dell’Università sembrava meschino e artificioso vicino a lui.
Nonostante queste qualità, scopersi che il colonnello Ingram era nelle stesse condizioni dei meccanici analfabeti, coi quali avevo avuto a che fare. Non era un uomo padrone delle sue azioni: anch’egli era legato alla ruota. Non dimenticherò mai la trasformazione che si operò in lui quando avviai il discorso sul caso Jackson. Il suo sorriso gaio svanì come per incanto, ed un’espressione spaventosa sfigurò all’istante i suoi lineamenti d’uomo ben educato. Sentii lo stesso timore provato davanti all’accesso di collera di James Smith. Il colonnello non bestemmiò: ecco l’unica differenza fra lui e l’operaio. Godeva la fama di uomo di spirito, ma per il momento il suo spirito era in rotta. Inconsciamente egli cercava, a destra e a sinistra, una via d’uscita per scappare, ma io lo tenevo come in trappola.
Oh, quel nome: Jackson, lo faceva soffrire! Perchè avevo avviato un simile discorso? Lo scherzo gli sembrava privo di spirito. Era segno di cattivo gusto e di mancanza di tatto da parte mia. Non sapevo forse che nella sua professione i sentimenti personali non hanno alcun valore? Egli li lasciava a casa, andando in ufficio, e dentro l’ufficio non ammetteva che i sentimenti professionali.
— Jackson avrebbe dovuto avere un’indennità? — gli chiesi.
— Certamente... almeno il mio parere personale è che ne aveva diritto. Ma ciò non ha nessun rapporto col punto di vista legale della cosa.
Cominciava a riafferrare il suo spirito smarrito.
— Ditemi, colonnello, la legge non ha alcun rapporto col diritto, la giustizia, il dovere?
— Il dovere... il dovere... Bisognerebbe cambiare la prima sillaba della parola.
— Capisco; è col potere che avete a che fare?
Egli annuì con un gesto di approvazione.
— Pertanto, la legge è, si dice, fatta per renderci giustizia?
— E il più paradossale è che ce la rende.
— In quest’istante esprimete un’opinione professionale, non è vero?
Il colonnello Ingram avvampò; arrossì, certo, come uno scolaro; di nuovo cercò una via di scampo, ma io chiudevo la sola via d’uscita possibile, e non facevo atto di muovermi.
— Ditemi, — continuai, — quando si abbandonano i propri sentimenti personali per i sentimenti professionali, non si compie un atto che potrebbe essere definito come una specie di mutilazione spirituale volontaria?
Non ebbi risposta alcuna. Il colonnello era scappato, senza gloria, rovesciando un palmizio nella fuga.
In seguito feci tentativi presso i giornali, senza passione di sorta, con calma e moderazione. Scrissi un semplice resoconto dell’affare Jackson. Mi astenni dall’esporre le persone con cui avevo parlato, e perfino di fare i loro nomi. Raccontavo i fatti come erano accaduti, ricordavo i lunghi anni durante i quali Jackson aveva lavorato all’officina, il suo sforzo per evitare un guasto alla macchina, la disgrazia accaduta e la miserabile condizione attuale di lui. Con solidarietà perfetta, i tre quotidiani ed i due settimanali del luogo rifiutarono il mio articolo.
Feci in modo di poter mettere le mani su Percy Layton, un giovine uscito dall’Università, che voleva far carriera nel giornalismo come corrispondente del più autorevole dei tre quotidiani. Egli sorrise quando gli chiesi perchè i giornali avessero soppresso ogni allusione a Jackson ed al suo processo.
— Politica editoriale, — disse. — Non ne sappiamo nulla, noi: sono affari del Direttore.
— Ma perchè questa politica?
— Noi formiamo un gruppo compatto con le corporazioni. Anche pagando il prezzo di un annuncio, anche pagando dieci volte tanto la tariffa ordinaria, non potrete fare pubblicare quella informazione su nessun giornale; l’impiegato che volesse farla passare di nascosto, perderebbe il posto.
— E se si parlasse della vostra politica? Mi sembra che la vostra funzione sia di deformare la verità, secondo gli ordini dei vostri padroni, che, alla loro volta, ubbidiscono ai capricci delle corporazioni.
— Non ho niente a che vedere in ciò...
Sembrò sulle spine per un istante, poi il suo viso si rischiarò: aveva trovato una scappatoia.
— Personalmente, non scrivo mai nulla che non sia vero. Sono in regola colla mia coscienza. Naturalmente capitano molte cose ripugnanti nel corso di una giornata di lavoro, ma, tutto ciò, capirete, fa parte della monotonia solita, quotidiana, — concluse con logica infantile.
— Però, sperate di assidervi, in seguito, su un seggio direttoriale e seguire una politica, non è vero?
— Allora, sarò indurito.
— Poichè non siete ancora indurito, ditemi che cosa pensate, ora, della politica editoriale in genere.
— Non penso nulla. — rispose con vivacità. — Non bisogna dare calci di traverso, se si vuole riuscire nel giornalismo. Ho sempre imparato ciò, se non altro. — E alzò la testa con aria di saggezza giovanile.
— Ma dove mettete voi la rettitudine?
— Voi non capite il trucco del mestiere. Tutti sono naturalmente corretti, perchè tutto finisce sempre bene; non è vero?
— È molto incerta la vostra asserzione, molto indefinita, — mormorai.
Ma il mio cuore sanguinava per quella giovinezza, e avrei voluto invocare soccorso e scoppiare in lagrime. Cominciavo a rompere le apparenze superficiali di quella società nella quale ero sempre vissuta, e scoprivo la terribile realtà nascosta. Una tacita cospirazione era stata ordita contro Jackson, e sentivo un fremito di simpatia perfino per l’avvocato piagnucolone che aveva sostenuto in modo così miserevole la causa.
E quella tacita organizzazione era singolarmente estesa, e non mirava solo contro Jackson: era diretta contro tutti gli operai mutilati nella filanda. E, se così era, perchè non contro tutti gli operai di tutte le officine e delle industrie in genere?
Se le cose stavano così, la società era bugiarda. Mi ritraevo inorridita davanti alle mie stesse conclusioni. Era troppo abominevole, troppo terribile, per essere vero. Eppure erano veri Jackson e il suo braccio, e quel sangue che colava dal mio tetto e macchiava il mio abito. E c’erano molti Jackson, ce n’erano centinaia nella filanda, com’egli stesso aveva detto. Il braccio fantasma non mi lasciava più in pace.
Andai a trovare il signor Wickson e il signor Pertonwaithe, i due maggiori azionisti, ma, come gli operai, al loro servizio, non riuscii a commuoverli. Mi accorsi che professavano un’etica superiore agli altri, che si potrebbe chiamare la morale aristocratica, la morale dei padroni[32]. Parlavano in termini larghi della loro politica, della loro capacità, che identificavano con la probità. Si rivolgevano a me con un tono paterno, con delle arie protettrici rivolte alla mia giovinezza inesperta.
Di tutti coloro che avevo avvicinato nel corso della mia inchiesta, questi erano i più immorali e i più incurabili. E rimanevano convintissimi della giustizia della loro condotta; non c’era nè dubbio nè discussione possibile su questo soggetto. Si credevano i salvatori della società, convinti di formare la felicità della massa; rappresentavano un quadro patetico delle sofferenze che la classe operaia avrebbe subito senza gli impieghi che essi stessi, essi soli, potevano loro procurare.
Uscita dalla casa dei due padroni, incontrai Ernesto e gli raccontai quanto avevo esperimentato. Mi guardò con un’aria soddisfatta.
— Benissimo, — disse. — Cominciate a scoprire la verità da voi stessa. Le vostre conclusioni, dedotte dal generalizzare le vostre esperienze, sono esatte. Nel meccanismo industriale nessuno è libero delle proprie azioni, eccettuato il grosso capitalista, e ancora non lo è completamente se si può adoperare questo giro di frase irlandese[33]. I padroni, lo vedete, sono perfettamente sicuri di avere ragione agendo come fanno. Questa è l’assurdità che corona tutto l’edificio. Sono così legati dalla loro natura umana, che non possono fare una cosa senza crederla buona. Abbisognano di una sanzione per le loro azioni. Quando vogliono intraprendere qualsiasi cosa, di affari, s’intende, devono aspettare che nasca nel loro cervello una specie di concezione religiosa, filosofica o morale della bontà di questa cosa. Allora la realizzano senza accorgersi che il desiderio è padre del pensiero avuto. E così finiscono per sanzionare qualsiasi progetto. Sono casisti superficiali, gesuiti sono. Si sentono perfino giustificati di fare il male purchè ne risulti un bene. Uno dei più ridicoli dei loro assiomi, è che si proclamano superiori al resto dell’umanità, per saggezza ed efficacia. Partendo da questo punto di vista, si arrogano il diritto di ripartire pane e companatico a tutto il genere umano. Hanno perfino risuscitata la teoria del diritto divino dei re, dei re del commercio in modo speciale[34].
«Il punto debole della loro posizione consiste nel fatto che sono semplicemente uomini d’affari. Essi non sono filosofi, non sono dei biologi nè sociologi: se lo fossero, tutto procederebbe meglio, naturalmente. Un uomo d’affari che fosse, nello stesso tempo, versato in queste due scienze, sarebbe approssimativamente ciò che occorre all’umanità. Ma anche tolte dal loro dominio commerciale, queste genti sono stupide. Conoscono solo gli affari. Non comprendono nè il genere umano, nè il mondo, e non pertanto si erigono arbitri della sorte di milioni di affamati e di tutta la massa umana. La storia, un giorno, farà a loro spese una risata omerica.
Preparata com’ero ad affrontare la signora Wickson e la signora Pertonwaithe, la conversazione che ebbi con esse non mi riserbò alcuna sorpresa. Erano signore della migliore società[35].
Abitavano in sontuosi palazzi e avevano parecchie altre residenze, un po’ dappertutto: in campagna, in montagna, sulle rive dei laghi e del mare. Una vera folla di servitori si affaccendava attorno a loro, e la loro attività sociale era straordinaria. Patrocinavano le università e le Chiese, e i pastori, particolarmente, erano pronti a piegare le ginocchia davanti ad esse.[36] Quelle due donne erano due vere potenze, con tutto quel danaro a loro disposizione. Esse possedevano a un grado considerevole il potere di sovvenzionare il pensiero, come dovetti capire ben presto, grazie agli insegnamenti di Ernesto.
Imitavano i loro mariti, e parlavano con gli stessi termini generali della politica da seguire, dei doveri e delle responsabilità che incombono ai ricchi. Si lasciavano governare dalla stessa etica dei loro mariti, dalla morale di classe, e ripetevano certe frasi sensazionali che non capivano neppure.
Inoltre, si irritarono quando dipinsi loro la deplorevole condizione della famiglia di Jackson; e siccome mi stupii perchè non avevano fissato un fondo di riserva in suo favore, esse dichiararono che non avevano bisogno che si insegnasse loro i doveri sociali; quando chiesi, poi, apertamente di soccorrerlo, rifiutarono non meno apertamente. Il più strano si è che espressero il loro rifiuto con parole quasi uguali, benchè fossi andata da loro separatamente, e l’una ignorasse che ero andata dall’altra. La loro comune risposta fu, che esse erano felici di avere l’occasione di dimostrare, una volta per sempre, che non avrebbero mai concesso delle sovvenzioni alla negligenza e che non volevano, pagando le disgrazie, spingere i poveri a ferirsi volontariamente[37].
Ed erano sincere quelle signore. Il doppio convincimento della loro superiorità di classe e della loro autorità personale, le inebriava. Trovavano nella loro morale di casta una sanzione per tutte le azioni che compivano.
Ritornata in carrozza alla porta dello splendido palazzo della signora Pertonwaithe, mi voltai per contemplarlo, e ricordai la frase di Ernesto: che anche quelle donne erano avvinte alla macchina, ma in modo tale che sedevano proprio in cima.