CAPITOLO V. GLI AMICI DELLO STUDIO.
Ernesto veniva spesso a casa mia, attiratovi non solo dal babbo, e dai pranzi con dispute. Sin d’allora, mi lusingavo di entrarci un poco anch’io in quella attrattiva, e non tardai molto ad esserne sicura.
Perchè non ci fu mai al mondo un innamorato come Ernesto Everhard. Di giorno in giorno, il suo sguardo e la sua stretta di mano si fecero più sicuri, se è possibile, e la interrogazione che avevo visto spuntare nei suoi occhi diventò sempre più imperativa.
La mia prima impressione era stata sfavorevole, ma poi mi ero sentita attirata. Era seguìto poi un moto di repulsione il giorno in cui aveva insultato la mia classe e me stessa, con sì poco riguardo, ma ben presto mi ero resa conto che egli non aveva per niente calunniato il mondo in cui vivevo, che tutto quanto aveva detto di duro e di amaro era vero; e più che mai mi avvicinai a lui. Diventava il mio oracolo. Secondo me, egli strappava la maschera alla società, e mi lasciava intravedere certe verità tanto incontestabili quanto spiacevoli.
No, non ci fu mai innamorato simile. Una signorina non può vivere sino a ventiquattro anni in una Città Universitaria, senza che le si faccia la corte. Ero stata corteggiata da imberbi studenti del secondo anno, e da professori canuti, senza contare gli atleti della boxe e i giganti del foot-ball. Ma nessuno aveva condotto l’assalto come Ernesto. Mi aveva stretta fra le sue braccia prima che me ne accorgessi, e le sue labbra si erano posate sulle mie prima che avessi avuto il tempo di protestare o di resistergli. Davanti alla sincerità del suo ardore, la dignità convenzionale, e la riservatezza verginale parevano ridicole. Perdevo terreno davanti al suo attacco superbo e irresistibile. Non mi fece nessuna dichiarazione nè impegno formale: mi prese fra le braccia, e considerò come certo il fatto che sarei stata sua moglie. Non ci fu nessuna contestazione in proposito: una sola discussione sorse più tardi, circa la data del matrimonio.
Era inaudito, inverosimile, pertanto; le cose procedevano come il suo spirito di verità; ed io gli confidai la mia vita, e non ebbi a pentirmene. Però, durante i primi giorni del nostro amore, m’impensieriva un po’ l’impetuosità della sua galanteria. Ma erano timori infondati; nessuna donna ebbe la fortuna di avere un uomo più dolce e più tenero. Dolcezza e violenza si confondevano stranamente nella sua passione, con sicurezza e goffaggine nel suo modo di fare. Da quella leggera goffaggine nell’atteggiamento non si liberò mai, ed era grazioso! Egli si comportava nel nostro salotto come un toro che facesse una passeggiata prudente in una bottega di porcellane[38].
Se avevo, talvolta, un ultimo dubbio sulla profondità reale dei miei sentimenti a suo riguardo, era per una titubanza sub-cosciente, che svanì precisamente in quel tempo.
Al Circolo degli «Amici dello Studio», in una notte di battaglia magnifica in cui Ernesto affrontò i padroni del giorno, nel loro rifugio, ebbi la rivelazione del mio amore in tutta la sua pienezza. Il Circolo degli «Amici dello Studio» era il migliore che esistesse sulla costa del Pacifico. Era una fondazione di Miss Brentwood, vecchia zitella, favolosamente ricca, per la quale il circolo faceva le veci del marito, della famiglia e dei divertimenti. I suoi soci erano i più ricchi della società, e le menti più capaci fra i ricchi, compreso, naturalmente, un numero esiguo di uomini di scienza, per dare all’insieme un’apparenza intellettuale.
Il Circolo degli «Amici dello Studio» non possedeva un locale apposito: era un circolo speciale, i cui membri si riunivano una volta al mese, in casa di uno di loro, per sentire una conferenza. Gli oratori erano di solito pagati, ma non sempre. Quando un chimico di New-York aveva fatto una scoperta sul radium, per esempio, gli rimborsavano tutte le spese di un viaggio attraverso il continente americano, e gli davano inoltre una forte somma per indennizzarlo del tempo perduto, e così facevano coll’esploratore che ritornava dalle regioni artiche, e con i nuovi astri della letteratura e dell’arte.
Nessun estraneo era ammesso a quelle riunioni, e «Gli Amici dello Studio» si erano proposti di non lasciar trasparire nulla delle loro discussioni, nella stampa, in modo che perfino gli uomini di Stato, se fossero intervenuti, e ce n’erano stati, e dei più grandi, avrebbero potuto esporre liberamente il loro pensiero.
Ho aperta, qui davanti, la lettera un po’ sciupata che Ernesto mi scrisse vent’anni or sono, dalla quale trascrivo il brano seguente:
«Siccome vostro padre è membro del Circolo «Gli Amici dello Studio», e voi pure potete entrarvi, venite all’adunanza di martedì sera. Vi assicuro che passerete uno dei momenti migliori della vostra vita. Nei vostri recenti incontri coi padroni del giorno, non siete riuscita a smuoverli; io li scuoterò per voi. Li farò ringhiare come lupi. Voi vi siete accontentata di toccare la loro moralità, ma finchè la loro onestà è contestata, essi rimangono alteri e superbi, e assumono delle arie di superiorità e di soddisfazione. Io li minaccerò nella borsa, e ne rimarranno scossi sin nelle radici più profonde della loro natura primitiva. Se verrete, vedrete l’uomo delle caverne, in abito di società, difendere coi denti, con tutte le forze, il suo osso. Vi assicuro un vero pandemonio, e la vista edificante della natura della bestia.
«Mi hanno invitato per demolirmi. L’idea è stata della signorina Brentwood, ma ha commesso la dabbenaggine di lasciarmelo capire, invitandomi. La loro gioia massima è di domare qualche riformatore dall’animo dolce e fidente. La vecchia zitella crede che io assocî all’innocenza d’un gattino, la bontà e la stupidità di un animale colle corna. E devo confessare che ho fatto del mio meglio per convincerla sempre più. Dopo avere prudentemente tastato terreno, ha finito per indovinare il mio carattere docile. Avrò un buon compenso: duecentocinquanta dollari, quanto cioè avrebbero dato a un radicale che avesse posto la sua candidatura al seggio di Governatore. Inoltre, l’abito di società è di rigore: in vita mia non mi sono mai camuffato così, e bisognerà che ne prenda uno a nolo. Ma farò ancora di più per essere sicuro di entrare fra «Gli Amici dello Studio»».
Fu scelta, fra i luoghi possibili per quella riunione, la casa della famiglia Personwaithe. Avevano portato un supplemento di seggiole nella grande sala, e c’erano, di sicuro, duecento «Amici» per sentire Ernesto. Erano i veri principi della buona società. Mi divertii a calcolare mentalmente il totale delle ricchezze che rappresentavano: un centinaio di milioni. E i proprietari non erano di quei ricchi che vivono nell’ozio, ma uomini d’affari che avevano parte importantissima ed attiva nella vita industriale e politica.
Stavamo tutti seduti, quando la signorina Brentwood introdusse Ernesto. Essi andarono subito all’estremità della sala dove egli doveva parlare. Era in abito da sera, ed aveva un portamento meraviglioso, con le sue larghe spalle e la testa regale, e, sempre, quell’inimitabile sfumatura di goffaggine nei suoi movimenti.
Credo che l’avrei amato anche solo per quello. Al solo guardarlo, provavo una grande gioia. Mi sembrava di sentire il battito del suo polso nello stringermi la mano, il contatto delle sue labbra sulle mie. Ed ero così orgogliosa di lui, che ebbi il desiderio di alzarmi e gridare a tutta l’assemblea: «È mio, mi ha stretta fra le sue braccia, e occupo quella mente agitata da sì alti pensieri.»
La signorina Brentwood, giunta in fondo alla sala, lo presentò al colonnello Van Gilbert, al quale, sapevo ch’era assegnata la presidenza della riunione. Il colonnello era un grande avvocato di società anonime; inoltre, era immensamente ricco. Il più piccolo onorario che si degnasse di accettare, era di centomila dollari. Era un Maestro in materia giuridica. La legge era come un burattino di cui egli teneva tutti i fili; e la plasmava come argilla; la torceva e la deformava con un giuoco di pazienza cinese, a seconda dei proprii disegni. I suoi modi e il suo eloquio erano un po’ di vecchio stile, ma la immaginazione, le cognizioni, le risorse, erano a livello degli statuti più recenti. La sua celebrità datava dal giorno in cui aveva fatto annullare il testamento di Skardwell[39]. Solo per questo aveva avuto cinquecentomila dollari, e da quel tempo la sua ascesa era stata rapida come quella di un razzo. Lo si considerava spesso come il primo avvocato del paese, avvocato di società anonime, ben inteso: e tale che non c’era chi non lo considerasse come uno dei tre più grandi avvocati degli Stati Uniti.
Egli si alzò e cominciò col presentare Ernesto, con frasi scelte, che lasciavano intravedere una leggera ironia sottintesa. Certamente vi era una sottile facezia nella presentazione che il colonnello Gilbert faceva di quel riformatore sociale, membro della classe operaia. Scorsi parecchi sorrisetti nell’uditorio, e ne fui urtata. Guardai Ernesto e sentii crescere la mia irritazione. Sembrava che non sentisse risentimento alcuno per quelle punture, anzi, peggio, pareva non accorgersene neppure. Stava seduto, tranquillo, calmo, mezzo assonnato. Aveva veramente un’aria stupida. Un’idea rapida mi attraversò la mente: si lasciava forse intimidire da quello sfoggio imponente di prestigio monetario e cerebrale? Poi sorrisi. Non mi avrebbe ingannata, no: ingannava gli altri, come aveva ingannato la signorina Brentwood.
Costei era seduta in una poltrona, in prima fila, e più volte aveva voltato la testa verso l’una o l’altra delle sue conoscenze per confermare, con un sorriso, le allusioni dell’oratore.
Quando il colonnello ebbe finito, Ernesto si alzò e cominciò a parlare. Cominciò a voce bassa, con frasi semplici e staccate, intramezzate da lunghe pause, con evidente imbarazzo. Narrò della sua nascita nella classe operaia, della sua infanzia trascorsa in un ambiente misero, dove lo spirito e la carne erano ugualmente affamati e tormentati. Descrisse le ambizioni e l’ideale della sua giovinezza, e la sua concezione del paradiso, dove vivevano solo gli uomini delle classi superiori.
— Sapevo, — disse, — che al disopra di me regnava uno spirito di altruismo, un pensiero puro e nobile, una vita altamente intellettuale. Sapevo tutto ciò perchè avevo letto i romanzi della Biblioteca dei bagni di mare[40], in cui tutti gli uomini e tutte le donne, eccettuati il traditore e la avventuriera, pensano cose nobili e parlano un bel linguaggio, e compiono atti gloriosi. Colla stessa fede che mi faceva credere al sorgere del sole, ero certo che sopra di me stava quanto di bello, di nobile e di generoso è al mondo. Ciò che conferiva onore e decenza alla vita, ciò che la rendeva degna di essere vissuta, ciò che compensava gli uomini di tanto lavoro e di tanta miseria.
Parlava in seguito, della sua vita alla filanda, del suo noviziato come maniscalco e del suo incontro, infine, coi socialisti. Aveva scoperto, nelle loro file, delle vere intelligenze e menti superiori, e numerosi ministri del Vangelo, destituiti perchè il loro cristianesimo era troppo generoso in una società di adoratori del vitello d’oro; vi aveva trovato professori fiaccati dalla crudele servitù universitaria alle classi dominanti. Definì i socialisti come rivoluzionari che lottano per rovesciare la società nazionale odierna, per costruire sulle sue rovine la società nazionale dell’avvenire. E disse tante e tante cose che sarebbe troppo lungo trascrivere; ma non dimenticherò mai il modo col quale descrisse la sua vita fra i rivoluzionari. Dal suo eloquio era sparita ogni titubanza: la voce s’elevava forte e fiduciosa, si affermava, splendeva come lui stesso, come i pensieri che versava a fiotti.
— In quei rivoltosi trovai pure una fede ardente nell’umanità, un caldo idealismo, la voluttà dell’altruismo, rinuncia e martirio; tutte le splendide realtà dello spirito, insomma. E la loro vita era pura, nobile, e sentita. Ero in contatto con anime grandi che esaltavano la carne e lo spirito al di sopra dei dollari e dei cents, e per le quali il fioco lamento del bimbo sofferente nei tugurii ha maggiore importanza di tutto il pomposo armamentario dell’espansione commerciale, e dell’impero del mondo. Vedevo ovunque, intorno a me, la nobiltà dello scopo, e l’eroismo della lotta, e le mie giornate erano piene di sole, e le notti stellate. Vivevo nel fuoco e nella rugiada, e davanti ai miei occhi fiammeggiava incessantemente il Santo Graal, il sangue palpitante e umano di Cristo, pegno di soccorso e di salvezza, dopo lunga sofferenza e maltrattamenti.
L’aveva già visto trasfigurato, e questa volta mi parve tale. La sua fronte splendeva della sua divinità interiore, e gli occhi lucevano ancor più in mezzo all’aureola radiosa da cui sembrava avvolto. Ma gli altri non vedevano questa luce, cosicchè attribuii la mia visione alle lacrime di gioia e d’amore che mi riempivano gli occhi.
In ogni modo, il signor Wiekson, che era dietro a me, non appariva, certo, commosso, perchè gli sentii lanciare, con tono ironico, l’epiteto di: «Utopista»[41].
Tuttavia, Ernesto raccontava come si era inalzato nella società, al punto di mettersi in contatto con le classi superiori e di avvicinare uomini aventi alte cariche. Allora era sopravvenuta in lui la delusione, ch’egli espresse con termini poco lusinghieri per l’uditorio. La vita fra loro non gli pareva più nobile e generosa; era spaventato dall’egoismo che incontrava ovunque. Ciò che lo stupiva ancora di più, era l’assenza di vitalità intellettuale. Egli, che aveva abbandonato i suoi amici rivoluzionarii, si sentiva colpito dalla stupidità della classe dominante. Inoltre aveva scoperto che malgrado le loro chiese magnifiche, e i loro predicatori munificamente pagati, quei padroni, uomini e donne, erano esseri volgarmente materialisti. Parlavano bene del loro piccolo ideale, della loro cara piccola morale, ma tolta questa vuota verbosità, il male fondamentale delle loro idee era materialista. Erano privi della moralità vera, della moralità che Cristo aveva predicato e che non si insegna più al giorno di oggi.
— Ho incontrato uomini che nelle loro diatribe contro la guerra invocavano il nome del Dio della pace, mentre distribuivano fucili nelle mani dei Pinkertons[42] per abbattere gli scioperanti nelle officine stesse. Ho conosciuto persone che inveivano contro la brutalità degli assalti di boxe, ma che erano complici di frodi alimentari per le quali muoiono, ogni anno, più innocenti di quanti massacrò Erode dalle mani arrossate di sangue. Ho visto gente autorevole, colonne della Chiesa, che sottoscrivevano somme ingenti a favore delle Missioni straniere, ma che facevano lavorare dieci ore al giorno, nelle loro officine, le giovanette, compensandole con salarii irrisori, incoraggiando, in tal modo, la prostituzione.
«Il tale rispettabile signore, dai lineamenti aristocratici, non era che un fantoccio che dava il suo nome a società il cui scopo segreto era di spogliare la vedova e l’orfanello; il tale altro, che parlava seriamente e posatamente della bellezza dell’idealismo e della bontà di Dio, aveva trascinato e tradito i suoi soci in un grosso affare. Un altro che dotava di nuove cattedre le Università e contribuiva alla costruzione di magnifiche cappelle votive, non esitava a giurare il falso davanti ai tribunali, per questioni di danaro. Tale magnate delle ferrovie rinnegava senza vergogna la parola data come cittadino, come uomo d’onore e come cristiano, concedendo storni segreti... e ne concedeva spesso! Il direttore di quel giornale che pubblicava l’annuncio di rimedii brevettati, mi trattò di demagogo perchè lo sfidai a pubblicare un articolo che dicesse la verità circa quel ritrovato[43]. E quel collezionista di belle edizioni che prendeva a cuore le sorti della letteratura pagava intere botti di vino al reggitore brutale e illetterato d’un’amministrazione municipale. Il tale senatore[44] era lo strumento, lo schiavo, il burattino di un capo politicante dalle folte sopracciglia e dalla bocca enorme; lo stesso accadeva del governatore Caio, e del giudice Tizio alla Corte Suprema. Tutti e tre godevano di viaggi gratuiti in ferrovia; inoltre, quel tale capitalista dalla pelle lucida, untuosa, era il vero padrone della macchina politica, perchè padrone del padrone della macchina politica e delle ferrovie, che concedevano i lascia-passare.
«In questo modo, invece di un paradiso, scoprii l’arido deserto del commercialismo. Non vi trovai che stupidaggine, tranne in ciò che riguarda gli affari. Non incontrai una persona onesta, nobile, attiva, se non della vitalità di cui brulica il marciume. Non trovai altro che un egoismo smisurato di gente senza cuore, e un materialismo gretto e ingordo praticato e pratico.»
Ernesto disse loro molte altre verità riguardanti sia essi che le sue delusioni. Essi l’avevano intellettualmente annoiato; moralmente e spiritualmente disgustato a tal punto, che ritornò con gioia ai suoi rivoluzionarii, che almeno erano retti, nobili, sensibili, che erano tutto ciò che i capitalisti non sono.
Ma devo pur dire che questo terribile atto di accusa li aveva lasciati freddi. Esaminai i loro volti e vidi che conservavano un’aria di superiorità soddisfatta. Ricordai che Ernesto mi aveva avvertita: «Qualunque accusa contro la loro moralità non li potrà scuotere».
Ma osservai però che l’ardire del suo linguaggio aveva colpito la signorina Brentwood, che mostrava un’aria seccata ed inquieta.
— Ed ora vi parlerò di questa rivoluzione.
E cominciò col descrivere l’esercito proletario, e quando espose la cifra delle forze che lo componevano, secondo i risultati ufficiali dello scrutinio nei diversi paesi, l’assemblea cominciò ad agitarsi. Un’espressione di viva attenzione fissò i loro sguardi, e le loro labbra si strinsero. Il guanto di sfida era stato gettato.
Egli descrisse l’organizzazione internazionale che univa un milione e mezzo di socialisti degli Stati Uniti ai ventitrè milioni e mezzo di socialisti sparsi nel resto del mondo.
— Tale esercito della rivoluzione, forte di ventitrè milioni di uomini, può svegliare e tener desta l’attenzione delle classi dominanti. Il grido di questo esercito è: nessuna tregua. Dobbiamo avere ciò che voi possedete. Non ci accontenteremo di meno, assolutamente. Vogliamo prendere le redini del potere, e avere in mano noi il destino del genere umano. Ecco le nostre mani, le nostre forti mani. Vi toglieranno il governo, i palazzi e tutti i vostri comodi dorati, e verrà giorno in cui dovrete lavorare con le vostre mani per guadagnarvi il pane, come fa il contadino nei campi, o il commesso nelle vostre metropoli. Ecco le nostre mani; guardatele: hanno i pugni solidi.
E mentre diceva queste parole, mostrava le sue spalle robuste e allungava le sue grandi braccia, e i suoi pugni di fabbro fendevano l’aria come artigli d’aquila. Sembrava il simbolo del lavoro trionfante, con le mani tese per schiacciare e distruggere i suoi sfruttatori. Scorsi nell’uditorio un movimento d’indietreggiamento, quasi impercettibile, davanti a quella pittura della rivoluzione, così evidente, possente e minacciosa. Certo le donne sussultarono, e la paura apparve sui loro volti. Per gli uomini non fu la stessa cosa: uscì dalle loro gole un grugnito profondo, che vibrò nell’aria un istante, poi tacque. Era il prodromo del ringhio che avrei sentito più volte in quella sera, la manifestazione del bruto che si svegliava nell’uomo e dell’uomo stesso nella sincerità delle sue passioni primitive. E non avevano coscienza di questo loro mormorio, tra il rombo dell’ora, l’espressione e la dimostrazione riflessa di quell’istinto. In quel momento, vedendo i loro volti irrigidirsi, e il lampo della lotta brillare nei loro occhi, capii che non si sarebbero lasciati strappare facilmente il dominio del mondo.
Ernesto continuò il suo attacco; giustificò l’esistenza d’un milione e mezzo di rivoluzionari negli Stati Uniti, accusando di mal governo la classe capitalista. Dopo aver accennato allo stato economico dell’uomo primitivo e dei popoli selvaggi dei nostri giorni, che non avevano nè utensili nè macchine, e possedevano solo mezzi naturali di produzione, espose in sintesi lo sviluppo dell’industria e dell’organizzazione fino allo stato attuale, in cui, il potere produttivo dell’individuo incivilito è mille volte maggiore di quello del selvaggio.
— Bastano cinque uomini, oggi, per produrre il pane per un migliaio di persone. Un uomo solo può produrre tessuti di cotone per duecentocinquanta persone, maglierie per trecento, calzature per mille. Si sarebbe tentati di conchiudere che, con una buona amministrazione della società, l’uomo incivilito moderno, dovrebbe essere in condizioni molto migliori dell’uomo preistorico. Così è infatti? Esaminiamo la questione: Ci sono oggi negli Stati Uniti, quindici milioni di uomini[45] che vivono in povertà, e per povertà intendo quella condizione in cui, per mancanza di nutrimento e di ricovero conveniente, non può essere mantenuta la capacità di lavoro. Oggi, negli Stati Uniti, nonostante le pretese della vostra legislazione del lavoro, sono tre milioni i fanciulli che lavorano come operai[46]. Il loro numero è raddoppiato in dodici anni. Incidentalmente, domando perchè voi, gestori della società, non avete pubblicato le cifre del censimento del 1910? E rispondo per voi: perchè quelle cifre vi hanno spaventati. La statistica della miseria avrebbe potuto affrettare la rivoluzione che si prepara.
«Ma ritorno alla mia accusa: se il potere di produzione dell’uomo moderno è mille volte superiore a quello dell’uomo primitivo, perchè mai ci sono attualmente negli Stati Uniti quindici milioni di persone che non sono nutrite e alloggiate convenientemente, e tre milioni di fanciulli che lavorano? È un’accusa seria. La classe capitalistica si è resa colpevole di una cattiva amministrazione. Di fronte al fatto che l’uomo moderno vive più miseramente del suo antenato selvaggio, mentre il suo potere produttivo è mille volte maggiore, non è possibile altra conclusione diversa da questa: che la classe capitalista ha mal governato; che voi siete cattivi amministratori, cattivi padroni, e che la vostra cattiva gestione è imputabile al vostro egoismo. E su questo punto, questa sera, a faccia a faccia, non potete rispondere a me, come la vostra antica classe non può rispondere al milione e mezzo di rivoluzionarii degli Stati Uniti. Non potete confutarmi, lo scommetto. Ed oso dire, fin d’ora, che non risponderete neppure quando avrò finito di parlare. Su questo argomento la vostra lingua è legata, per quanto agile possa essere, quando tratta di soggetti diversi da questo.
«Voi avete dato prove d’essere incapaci di amministrare; avete fatto della civiltà una bottega da macellaio; avete avuto, e avete tuttora l’audacia di alzarvi, nelle vostre camere legislative, per dichiarare che sarebbe impossibile fare guadagnare senza il lavoro dei fanciulli, dei bimbi. Oh! non crediate perchè ve lo dico io: tutto questo è scritto, registrato contro di voi. Avete addormentato la vostra coscienza con delle chiacchiere sull’ideale, secondo la vostra cara morale. Ed eccovi gonfi di potenza e di ricchezza, inebriati del successo! Ebbene, contro di noi non avete speranza di vittoria maggiore di quanta ne abbiano i calabroni riuniti intorno all’alveare, quando le api operaie si lanciano loro addosso per porre fine a una sazia vita. Avete errato nel guidare la società, e la direzione vi sarà tolta. Un milione e mezzo di uomini della classe operaia sono sicuri di attirare alla loro causa il resto delle masse lavoratrici, e di strapparvi il dominio del mondo. Ecco la rivoluzione, signori: arrestatela se lo potete!
Per un po’, l’eco della sua voce risuonò nella gran sala; poi il profondo mormorio, già sentito prima, si gonfiò, e parecchi uomini si alzarono, urlando e gesticolando per attrarre l’attenzione del Presidente.
Osservai che le spalle della signorina Brentwood si agitavano convulsivamente, e provai un attimo di irritazione, credendo che ridesse di Ernesto. Poi capii che non si trattava di un accesso di riso, ma di nervi. Era terrorizzata di quanto aveva fatto gettando quella torcia ardente in mezzo al suo caro circolo de «Gli Amici dello Studio».
Il colonnello Van Gilbert non si curava degli uomini, che, stravolti dalla collera, volevano che egli concedesse loro la parola; egli stesso si struggeva dalla rabbia. Si alzò di scatto agitando un braccio, e per un momento non potè proferire che suoni inarticolati; poi una grande verbosità scaturì dalla sua bocca. Ma non era il linguaggio dell’avvocato dì centomila dollari, dalla rettorica un po’ antiquata.
— Errore su errore, — esclamò. — In vita mia non ho mai sentito tanti errori in così poco tempo. Inoltre, giovanotto, non avete detto niente di nuovo. Ho imparato tutto ciò in collegio, prima della vostra nascita. E sono già quasi due secoli, dacchè Gian Giacomo Rousseau ha enunciato la vostra teoria socialista. Il ritorno alla terra? Peuh! Una revisione? La nostra biologia ne dimostra l’assurdità. Si ha proprio ragione di dire che una mezza cultura è nociva, e voi ne avete dato una prova questa sera con le vostre teorie sventate! Errore su errore! Non sono mai stato in vita mia così disgustato d’un simile rigurgito di errori! Ecco, guardate come io consideri le vostre affrettate generalizzazioni e i vostri discorsi infantili. — E fece schioccare i pollici con aria di sprezzo, e accennò a sedersi.
L’approvazione delle donne si manifestò con esclamazioni acute, e quella degli uomini con suoni rauchi. Quasi tutti, candidati della difesa, si misero a parlare insieme. Era una confusione indescrivibile, una torre di Babele.
Il vasto appartamento della signora Pertonwaithe non aveva mai veduto simile scena. Come? le fredde menti del mondo industriale, il fior fiore della bella società, erano costituite da quella banda di selvaggi rumorosi e tumultuosi? Per certo, Ernesto li aveva scossi, stendendo le mani verso i loro portafogli, quelle mani, che, agli occhi loro, rappresentavano gli artigli di un milione e mezzo di rivoluzionarii.
Ma egli non perdeva la testa mai, in nessun caso. Prima che il colonnello riuscisse a sedersi, Ernesto fu in piedi e fece un passo avanti.
— Uno per volta! — gridò con tutte le sue forze.
Il grido dei suoi ampi polmoni dominò la tempesta umana, e la semplice forza della personalità di lui impose il silenzio.
— Uno solo per volta, — ripetè con tono più calmo. — Lasciatemi rispondere al colonnello Van Gilbert. Dopo, altri potranno attaccarmi, ma uno per volta, ricordate. Non siamo qui come su un campo di foot-ball.
— Quanto a voi, — continuò rivolgendosi al colonnello, — non avete confutato nulla di ciò che ho detto. Avete semplicemente espresso alcuni apprezzamenti eccitati e dogmatici sul mio equilibrio mentale. È un modo che potrà esservi utile negli affari, ma con me non vale quel tono. Non sono un operaio venuto a chiedervi, col cappello in mano, di aumentare il mio salario o di proteggermi contro la macchina alla quale lavoro. Finchè avrete a che fare con me, non potrete prendere le vostre arie dogmatiche contro la verità. Serbatele nei rapporti coi vostri schiavi salariati che non osano rispondervi perchè avete in vostra mano il loro pane, la loro vita.
«Quanto al ritorno alla Natura di cui pretendete aver avuto sentore in collegio, prima della mia nascita, permettetemi di farvi osservare che sembra non abbiate imparato altro, dopo. Il Socialismo non ha nulla in comune con lo stato di natura, così come il calcolo differenziale non ha rapporti col catechismo! Avevo denunciato la mancanza d’intelligenza della vostra classe, tranne nella trattazione degli affari; voi mi avete fornito, signore, un edificante esempio a sostegno della mia tesi.
Questa terribile lezione fatta al caro avvocato da centomila dollari, superò ogni prova di sopportazione della signorina Brentwood. Il suo accesso isterico raddoppiò di violenza, così che dovettero trascinarla fuori della sala, mentre piangeva e rideva contemporaneamente. Ed era ancora poco, perchè il peggio doveva accadere poi.
— Non credete alla mia parola, — riprese Ernesto dopo questa interruzione. — Le vostre stesse autorità, a voce unanime, riconosceranno la vostra assoluta mancanza d’intelligenza. Gli stessi vostri fornitori di scienza vi diranno che siete nell’errore. Consultate il più umile dei vostri sociologi e chiedetegli la differenza che passa fra la teoria di Rousseau e quella del socialismo. Interrogate i vostri migliori economisti e borghesi, cercate in qualsiasi manuale dormente negli scaffali delle vostre biblioteche sovvenzionate, e da ogni parte vi verrà risposto che non c’è nessun nesso fra il ritorno alla natura e il socialismo, ma che, al contrario, le due teorie sono diametralmente opposte. Vi ripeto, non credete alla mia parola! La prova della vostra mancanza d’intelligenza è là, nei libri, in quei libri che voi non leggete mai. E per quanto si riferisce a questa mancanza di intelligenza, voi siete, avvocato, un campione della vostra classe.
«Siete molto valente in diritto e negli affari, signor colonnello Van Gilbert. Meglio di ogni altro sapete accogliere una sfida e aumentare i dividendi, interpretando a modo vostro la legge. Benissimo; accontentatevi di questa funzione importante. Siete un eccellente avvocato, ma un pessimo storico. Non conoscete l’alfabeto della sociologia, e, in fatto di biologia, sembrate contemporaneo di Plinio il Vecchio.»
Il colonnello si dimenava sulla poltrona; nella sala regnava un silenzio assoluto: tutti gli uditori erano affascinati, erano come di sasso. Quel trattamento fatto al famoso colonnello Van Gilbert era cosa inaudita, inimmaginabile; trattandosi di persona davanti alla quale i giudici tremavano quando si alzava per parlare in tribunale. Ma Ernesto non dava tregua al nemico.
— Questo, naturalmente, non è un biasimo per voi, — aggiunse. — A ciascuno il suo mestiere. Voi fate il vostro, ed io farò il mio. Voi siete specializzato. Quando ai tratta di conoscere le leggi, di trovare il mezzo migliore per sfuggire loro, o di farne delle nuove, in vantaggio delle classi spoliatrici, sono ai vostri piedi, nella polvere. Ma quando si tratta di sociologia, che è materia del mio mestiere, tocca a voi, a vostra volta, giacere ai miei piedi, nella polvere. Ricordatevelo. E ricordate pure che la vostra legge è materia effimera, e che voi non siete esperto nelle materie che durano più d’un giorno. Per conseguenza, le vostre affermazioni dogmatiche e le vostre imprudenti generalizzazioni, sopra soggetti storici e sociologici, non valgono il fiato che sprecate per enunciarle.
Ernesto fece una pausa, e osservò con aria pensosa quel viso oscurato e stravolto dalla collera, quel petto ansante, quel corpo che si agitava, quelle mani che si aprivano e chiudevano convulsamente.
Poi continuò:
— Ma giacchè sembra che abbiate fiato da sprecare, vi offro l’occasione di sprecarlo. Ho incolpato la vostra classe: dimostratemi che la mia accusa è falsa. Vi ho fatto osservare la condizione disperata dell’uomo moderno (tre milioni di fanciulli schiavi negli Stati Uniti, senza il lavoro dei quali ogni guadagno sarebbe impossibile; e quindici milioni di persone mal nutrite, mal vestite e peggio alloggiate); vi ho fatto osservare come, mediante l’organizzazione moderna e l’organizzazione sociale e l’impiego delle macchine, il potere produttivo dell’uomo civile d’oggi sia mille volte superiore a quello del selvaggio abitatore di caverne; ed ho affermato che da questo doppio fatto non si poteva trarre altra conclusione se non questa: il malgoverno della classe capitalista. Di questo vi ho imputato, e chiaramente e a più riprese, vi ho sfidato a rispondermi. Ho detto, anzi, di più. Vi ho predetto che non avreste risposto. Avreste potuto adoperare il vostro fiato per smentire la mia profezia. Avete detto che il mio discorso era una somma di errori. Dimostratemene la falsità, colonnello Van Gilbert; rispondete all’accusa che io ed un milione e mezzo di miei compagni abbiamo lanciato contro la vostra classe e contro voi.
Il colonnello dimenticò completamente che la carica di presidente gl’imponeva di lasciare gentilmente la parola a coloro che la chiedevano: si alzò di scatto, e agitando in tutte le direzioni le braccia, smarrendosi in isfoghi di rettorica e perdendo completamente il sangue freddo, malmenò Ernesto per la sua giovinezza e per la sua demagogia, attaccando selvaggiamente la classe operaia, che cercò di dipingere come priva di capacità e d’ogni valore.
Finita che fu la chiacchierata del colonnello, Ernesto replicò in questi termini:
— Come uomo di legge, siete certo il più riottoso a mantenere il punto di partenza, fra quanti io abbia mai conosciuto. La mia giovinezza non ha niente a che fare con quanto ho detto, nè la mancanza di valore della classe operaia. Ho accusato la classe capitalistica di aver retto male la società. Voi non avete ancora risposto. Non avete neppure tentato di rispondere. Non avete dunque una risposta da dare? Siete il campione di questo uditorio. Tutti qui, me eccettuato, pendono dal vostro labbro. Aspettano da voi la risposta che non possono dare essi stessi.
«Quanto a me, ve l’ho già detto, so che non soltanto non potrete rispondere, ma che non tenterete neppure di farlo.»
— Questo è intollerabile! — esclamò il colonnello. — È un insulto!
— È intollerabile il fatto che voi non rispondiate, — replicò gravemente Ernesto. — Nessun uomo può essere insultato intellettualmente. L’insulto per se stesso è una cosa emotiva. Riacquistate il vostro spirito, date una risposta intellettuale alla mia accusa intellettuale, che cioè la classe capitalistica ha mal governato la società.
Il colonnello rimase muto, e si rinchiuse in una espressione di superiorità accigliata, come chi non voglia compromettersi discutendo con un briccone.
— Non siate avvilito, — gli scagliò addosso Ernesto. — Consolatevi pensando che nessuno mai della vostra classe ha potuto rispondere a questa imputazione.
Poi si volse verso gli altri, impazienti di prendere la parola.
— Ed ecco, ora, l’occasione per voi. Avanti, e non dimenticate che vi ho sfidati tutti, qui presenti, a darmi la risposta che il colonnello Van Gilbert non ha potuto dare.
Mi sarebbe impossibile ripetere tutto ciò che fu detto durante quella discussione. Non avrei immaginato la quantità di parole che si possono dire nel breve spazio di tre ore. In ogni modo, fu uno spettacolo meraviglioso.
Più i suoi avversarii si infiammavano, e più Ernesto gettava olio sul fuoco. Conosceva a fondo, enciclopedicamente, l’argomento, e li pungeva con una parola o con una frase come con un ago adoperato con arte.
Egli sottolineava e correggeva i loro errori di ragionamento. Tale sillogismo era falso, tale conclusione non aveva alcun rapporto con le premesse; tale premessa era un’impostura, perchè era stata avviluppata con arte nella conclusione in vista. Questa era un’inesattezza, quella una presunzione, e quest’altra cosa ancora un’asserzione contraria alla verità sperimentale stampata su tutti i libri.
A volte lasciava la spada per la mazza, e picchiava i loro pensieri a destra e a manca. Pretendeva sempre dei fatti e rifiutava di discutere le teorie. E i fatti, che citava egli stesso, erano disastrosi per loro. Appena attaccavano la classe operaia, replicava:
— È il lesso che rimprovera alla pentola il suo nerume, ma ciò non vi lava la sudiceria dal viso.
E ad ognuno e a tutti diceva:
— Perchè non avete confutato la mia accusa di cattiva amministrazione lanciata contro la vostra classe? Avete parlato d’altro, e d’altro ancora a proposito di ciò, ma non mi avete risposto. Non potete dunque trovare una replica?
Solo alla fine della discussione, il signor Wickson prese la parola. Era il solo che fosse rimasto calmo, e Ernesto lo trattò con una considerazione che non aveva concesso agli altri.
— Non è necessaria risposta alcuna. — disse il signor Wickson, con voluta lentezza. — Ho seguito tutta la discussione con stupore e ripugnanza. Sì, signori, voi membri della mia stessa classe, mi avete disgustato. Vi siete comportati come sciocchi scolari. L’idea di introdurre in una simile discussione i vostri precetti di morale è il fulmine passato di moda del politicante volgare. Non vi siete comportati nè come persone mondane, nè come esseri umani. Vi siete lasciati trascinare fuori della vostra classe, anzi, fuori della vostra specie. Siete stati rumorosi e prolissi, ma avete soltanto ronzato come le zanzare attorno a un orso. Signori, l’orso e là (e additava Ernesto) ritto innanzi a voi, e il vostro ronzìo gli ha solo solleticato le orecchie.
«Credetemi, la situazione è seria. L’orso ha mostrato le zanne, questa sera, per schiacciarvi. Ha detto che vi sono negli Stati Uniti, un milione e mezzo di rivoluzionarii, ed è vero. Ha detto che hanno intenzione di toglierci il potere, i palazzi: e tutto il benessere dorato, ed è vero. È pure vero che un cambiamento, un grande cambiamento si prepara nella società, ma, fortunatamente, potrebbe anche non essere il cambiamento previsto dall’orso. L’orso ha detto che ci schiaccerebbe. Ebbene, signori, e se noi schiacciassimo l’orso?
Il brontolìo gutturale tornava a ingrandirsi nella vasta sala. Da uomo a uomo furono scambiati cenni di approvazione, di ardimento. I visi avevano un’espressione ferma, decisa, di combattenti.
Con freddezza, senza passione, il signor Wickson continuò:
— Ma non con un brontolìo schiaccieremo l’orso: all’orso bisogna dare la caccia. All’orso non si risponde con parole. Gli risponderemo col piombo. Siamo al potere, nessuno può negarlo. In virtù di questo potere stesso, noi rimarremo al nostro posto.
E si voltò verso Ernesto. Il momento era drammatico.
— Ecco dunque la nostra risposta. Non abbiamo parole da perdere con voi. Quando allungherete le mani, di cui vantate la forza, per afferrare i nostri palazzi, il nostro benessere dorato, vi faremo vedere che cos’è la forza. La nostra risposta sarà costituita dai fischi degli obici, dagli scoppî degli shrapnels, dai crepitii delle mitragliatrici[47]. Noi schiaccieremo i vostri rivoluzionarli sotto i nostri piedi, e cammineremo sul loro viso. Il mondo è nostro, ne siamo padroni, e resterà nostro. Quanto all’esercito del lavoro, è stato nel fango dal principio della storia; e, io, che interpreto la storia come si deve, dico che rimarrà nel fango, finchè io ed i miei, e coloro che verranno dopo di noi, resteranno al potere. Ecco la grande parola, la regina delle parole: Potere! Nè Dio, nè Mammone, ma il Potere! Questa parola rigiratela nelle vostre bocche, finchè sia cotta: Il Potere!
— Voi mi avete risposto, — disse tranquillamente Ernesto, — e quest’era la sola risposta che potesse essere data. Il Potere! È quanto predichiamo noi alla classe operaia! Sappiamo, e lo sappiamo a prezzo di un’amara esperienza, che nessun appello al diritto, alla giustizia, all’umanità, potrà commuovervi. I vostri cuori sono duri come i talloni coi quali camminate sul viso dei poveri. Perciò abbiamo intrapreso la conquista del potere. E col potere dei nostri voti, il giorno delle elezioni, vi toglieremo il governo....
— E quand’anche otteneste la maggioranza, una maggioranza schiacciante nelle elezioni, — interruppe il signor Wickson, — supponete che noi rifiutassimo il potere carpito con le urne?
— Abbiamo preveduto anche questo, — replicò Ernesto. — Vi risponderemmo col piombo. Il Potere! Siete voi che avete proclamata questa la regina delle parole! Benissimo. Sarà questione di forza. E il giorno in cui riporteremo la vittoria nello scrutinio, se vi rifiuterete di rimettere nelle nostre mani il governo di cui ci saremo impadroniti costituzionalmente e tranquillamente, ebbene, vi risponderemo del pari, e la nostra risposta sarà costituita dai fischi degli obici, dagli scoppi degli shrapnels e dai crepitii delle mitragliatrici.
— In un modo o nell’altro non potrete scapparci. È vero che avete interpretato bene la storia. È vero che dal principio della storia il lavoro è abbassato nel fango; è ugualmente vero che resterà sempre nel fango, finchè voi e i vostri avrete il potere, voi, i vostri e coloro che verranno dopo di voi. Siamo d’accordo. Il potere sarà l’arbitro. È sempre stato l’arbitro: la lotta delle classi è una questione di forza. Ora, come la vostra classe ha abbattuto la vecchia nobiltà feudale, così sarà abbattuta dalla mia classe, dalla classe dei lavoratori. E se leggerete la biologia e la sociologia con la stessa correttezza con la quale avete letto la storia, vi convincerete che questa fine è inevitabile. Non importa che sia fra un anno, fra dieci o fra mille: la vostra classe sarà abbattuta. E sarà rovesciata dal potere, e le sarà tolta la forza. Noi, dell’esercito del lavoro, abbiamo ruminato questa parola, al punto che ne siamo inebriati. Il Potere! È veramente la regina delle parole, l’ultima parola!
Così ebbe termine la serata de «Gli Amici dello Studio».