CAPITOLO XIII. LO SCIOPERO GENERALE.

Ernesto venne eletto alla fine del 1912. Era naturale, in seguito alla enorme attrattiva verso il socialismo, determinata, in gran parte dalla soppressione di Hearst.[77] L’eliminazione di questo colosso dai piedi di argilla, era stata un gioco da bimbi, per la plutocrazia. Hearst spendeva diciotto milioni di dollari l’anno per sostenere i suoi innumerevoli giornali; ma questa somma gli era rimborsata, e più che rimborsata, in forma di piccola pubblicità, dalla classe media. Tutta la sua forza finanziaria era alimentata da quest’unica sorgente, perchè i trusts non avevano niente a che fare con la réclame.[78]

Per abbattere Hearst, bastava, dunque, togliergli la pubblicità.

La classe media non era ancora totalmente sterminata: conservava un’ossatura massiccia, ma inerte. I piccoli industriali e gli uomini di affari che si ostinavano a sopravvivere, privi di potere, di anima economica o politica, erano in balìa della plutocrazia. Appena l’alta finanza fece loro cenno, essi tolsero la pubblicità alla stampa di Hearst. Costui si dibattè valorosamente: fece stampare i suoi giornali in pura perdita, rimettendoci di tasca sua un milione e mezzo di dollari al mese; e continuò a pubblicare annunzî che non gli erano pagati. Allora, per nuovo ordine della plutocrazia, la sua meschina clientela lo soffocò di avvertimenti ingiungendogli di smettere la pubblicità gratuita. Hearst si ostinò. Gli fecero delle intimazioni, e siccome persisteva nel suo rifiuto di obbedienza, fu castigato con sei mesi di prigione, per offesa verso la Corte, mentre veniva spinto al fallimento da un diluvio di azioni per danni e interessi. Non aveva nessuna speranza di salvezza. L’alta Banca lo aveva condannato; ed essa aveva in mano sua i tribunali che dovevano confermare la sentenza. Con lui, crollò il partito democratico che egli aveva da poco irretito.

Questa doppia disfatta pose davanti ai suoi aderenti solo due vie: l’una che metteva capo al Partito Socialista, l’altra al Partito Repubblicano. Perciò noi raccogliemmo i frutti della propaganda, così detta socialista, di Hearst; giacchè la grande maggioranza dei suoi fedeli venne ad ingrossare le nostre file.

L’espropriazione dei fittavoli, che ebbe luogo in quel tempo, ci avrebbe procurato un altro serio rinforzo, senza la breve e futile vita del Partito delle Fattorie. Ernesto e i capi socialisti fecero sforzi disperati per conciliare i fittavoli; ma la distruzione dei giornali e delle case editrici socialiste costituiva un ostacolo formidabile, e la propaganda orale non era ancora sufficientemente organizzata. Avvenne dunque che politicanti del genere del signor Calvin, che non erano altro che fittavoli, da lungo tempo espropriati, sì impadronissero dei contadini, sciupandone la forza politica, in una campagna assolutamente vana.

— Poveri fittavoli! — esclamava Ernesto, con un riso sardonico. — I trusts li comandano, all’entrata e all’uscita.

Queste parole dipingevano bene quello stato di cose. I sette consorzî, agendo insieme, avevano fusi i loro enormi avanzi, e costituito un partito delle Fattorie. Le ferrovie, padrone delle tariffe e dei trasporti, i banchieri e gli speculatori di Borsa, padroni dei prezzi, avevano da tempo dissanguato i fittavoli costringendoli a indebitarsi fino al collo. Dall’altra parte, i banchieri, e gli stessi trusts, avevano prestato grosse somme ai campagnoli; perciò questi erano nella rete. Non rimaneva altro che gettarli a mare; e la Lega delle Fattorie vi si preparò.

La crisi del 1912 aveva già prodotto un terribile crollo di prezzi nel mercato dei prodotti agricoli, prezzi che furono ancora deliberatamente ridotti a prezzi di fallimento, mentre le ferrovie, con tariffe proibitive, spezzavano la spina dorsale al cammello del contadino. In questo modo, i fittavoli erano obbligati a contrarre prestiti e impossibilitati a pagare vecchi debiti. Allora fu decretata l’esclusione generale delle ipoteche e il ricupero obbligatorio degli effetti sottoscritti; in modo che i fittavoli furono costretti dalla necessità di cedere le loro terre al trust. Quindi furono ridotti a lavorare per conto del trust, come gerenti, sopraintendenti, capomastri e semplici operai, e tutti salariati. In una parola, diventarono schiavi, servi della gleba, avendo in cambio un salario bastante solo pel nutrimento.

Non potevano abbandonare i loro padroni che appartenevano tutti alla plutocrazia, nè andare a stabilirsi in città, dove essa regnava ugualmente. Se abbandonavano la terra, non avevano altra via se non quella dei girovaghi, ossia la libertà di morire di fame. E questo espediente fu loro impedito da leggi draconiane, votate contro il vagabondaggio e applicate rigorosamente.

Naturalmente, qua e là, ci furono fittavoli e interi paesi che sfuggirono all’espropriazione, per favore di circostanze eccezionali; ma furono casi sporadici che non avevano alcun valore, e che l’anno dopo, in un modo o nell’altro, subirono la sorte comune[79].

Si spiega così lo stato d’animo dei socialisti, nell’autunno del 1912. Tutti, tranne Ernesto, erano convinti che il sistema capitalistico fosse alla fine. L’intensità della crisi, e la moltitudine di gente senza impiego, la soppressione dei fittavoli e della classe media, la sconfitta decisiva inflitta su tutta la linea ai Sindacati, giustificavano le più ampie ipotesi circa la rovina imminente della plutocrazia e il loro atteggiamento rispetto ad essa. Ahimè! come ci ingannavamo sulla forza dei nostri nemici! Ovunque, i socialisti, dopo un’esposizione esatta dello stato delle cose, proclamavano la loro prossima vittoria alle urne. La plutocrazia accettò la sfida e, pesate e valutate le cose, ci inflisse la sconfitta, dividendo le nostre forze. Essa, mediante i suoi agenti segreti, fece dire ovunque che il socialismo era una dottrina sacrilega e atea: e, attirando nelle sue file le varie Chiese, specialmente la Chiesa Cattolica, ci privò di un buon numero di voti di lavoratori. Essa, sempre per mezzo dei suoi agenti segreti, incoraggiò il Partito delle Fattorie, e gli fece propaganda fin nelle città e negli ambienti della classe media soccombente.

Il movimento d’attrazione del socialismo si produsse però ugualmente, ma invece del trionfo che ci avrebbe assicurato buoni posti ufficiali, e la maggioranza in tutti i corpi legislativi, ottenemmo solo la minoranza. Cinquanta dei nostri candidati furono eletti al Congresso, ma quando presero possesso del loro seggio, nella primavera del 1913, si trovarono completamente esautorati. Erano un poco più fortunati dei contadini, i quali, pur avendo conquistato una dozzina di seggi, non poterono neppure esercitare le loro funzioni, perchè i titolari in carica rifiutarono loro di cedere il posto, e le Corti erano nelle mani dell’Oligarchia. Ma non bisogna anticipare gli avvenimenti, per non tralasciare i disordini dell’inverno del 1912.

La crisi nazionale aveva provocato un’enorme riduzione di consumi, giacchè i lavoratori, senza impiego, senza denaro, non facevano acquisti. Per conseguenza, la Plutocrazia era più che mai ingombra di un avanzo di mercanzia, era obbligata a smerciarlo all’estero, ed aveva bisogno di fondi per attuare i suoi disegni giganteschi. I suoi sforzi animosi per buttare questo avanzo sul mercato mondiale, la misero in competizione di interessi con la Germania. I conflitti economici degenerarono quasi sempre in conflitti armati: e anche questa volta s’avverò la regola. Il grande guerriero tedesco si tenne pronto, e gli Stati Uniti si prepararono dal canto loro.

Questa minaccia di guerra era sospesa come una nube temporalesca, e tutto era predisposto per una catastrofe mondiale; perchè tutto il mondo era teatro di crisi, di torbidi dei lavoratori, di rivalità d’interessi ovunque periva la classe media, ovunque sfilavano eserciti di scioperanti, ovunque rumoreggiava la rivoluzione sociale[80].

L’Oligarchia voleva la guerra con la Germania, per molte ragioni; perchè aveva molto da guadagnare negli avvenimenti varî che avrebbe suscitato una simile mischia, in quello scambio di carte internazionali e nella firma di nuovi trattati di alleanza. Inoltre, il periodo delle ostilità doveva apportare un consumo notevole del soprappiù nazionale, ridurre le fila degli scioperanti che minacciavano tutti i paesi, e dare all’Oligarchia il tempo di maturare i suoi disegni e attuarli. Un conflitto di quel genere l’avrebbe messa virtualmente in possesso di un mercato mondiale. Le avrebbe dato un esercito permanente che non avrebbe ormai più dovuto congedare. Infine, nella mente del popolo, il motto: «America contro Germania» avrebbe dovuto sostituire l’altro: «Socialismo contro Oligarchia».

E veramente, la guerra avrebbe dato tutti questi frutti, se non ci fossero stati i socialisti. Una adunanza segreta dei capi dell’Ovest fu convocata nelle nostre quattro camerette di Pell Street. In essa fu esaminato prima l’atteggiamento che il Partito doveva assumere. Non era la prima volta che veniva discussa la possibilità d’un conflitto armato[81]. Ma era la prima volta che si faceva agli Stati Uniti. Dopo la nostra riunione segreta, entrammo in contatto con l’organizzazione nazionale, e ben presto furono scambiati marconigrammi attraverso l’Atlantico, fra noi e l’Ufficio Internazionale.

I socialisti tedeschi erano disposti ad agire con noi. Erano più di cinque milioni, di cui molti appartenenti all’esercito regolare, e in buoni rapporti con i Sindacati. Nei due paesi, i socialisti lanciarono una fiera protesta contro la guerra e una minaccia di sciopero generale, e nello stesso tempo si prepararono a quest’ultima eventualità. Inoltre, i partiti rivoluzionarii di tutti i Paesi, proclamarono altamente il principio socialista che la pace internazionale doveva essere mantenuta a tutti i costi, anche contro le rivoluzioni locali e nazionali.

Lo sciopero generale fu l’unica grande vittoria di noi americani. Il 4 Dicembre, il nostro ambasciatore fu richiamato da Berlino. Quella stessa notte, la flotta tedesca attaccò Honolulu, affondò tre incrociatori americani e una cacciatorpediniera, e bombardò la capitale: il giorno dopo era dichiarata la guerra fra Germania e Stati Uniti, e in meno di un’ora i socialisti avevano proclamato lo sciopero generale nei due Paesi.

Per la prima volta, il dio tedesco della guerra, affrontò gli uomini della sua nazione, coloro che ne sostenevano l’impero e senza i quali egli stesso non avrebbe potuto sostenerlo. La novità di quello stato di cose stava nella passività della loro rivolta. Essi non combattevano; non facevano nulla, e la loro inerzia legava le mani al loro Kaiser. Cercava solo un pretesto per sguinzagliare i suoi cani di guerra e dare addosso al suo proletariato ribelle, ma il pretesto non venne mai. Non potè nè mobilitare l’esercito per la guerra contro lo straniero, nè scatenare la guerra civile per punire i suoi sudditi recalcitranti. Nessun ordigno funzionava nel suo impero: nessun treno viaggiava, nessun telegramma attraversava lo spazio, perchè i telegrafisti e i macchinisti avevano smesso il lavoro, come il resto della popolazione.

Lo stesso avvenne negli Stati Uniti: i lavoratori organizzati avevano finalmente imparato la lezione: sbaragliati sul terreno da essi scelto, i lavoratori lo abbandonarono e passarono sul terreno politico dei socialisti, perchè lo sciopero generale era uno sciopero politico. Ma gli operai erano stati tanto crudelmente maltrattati, che ormai non facevano più cerimonie, e si unirono, nello sciopero, per pura disperazione. Gettarono i loro utensili e abbandonarono il lavoro a migliaia. I meccanici specialmente si distinsero: le loro teste erano ancora insanguinate, la loro organizzazione apparentemente distrutta, eppure marciarono compatti con i loro alleati, i metallurgici.

Perfino i semplici manovali e tutti i lavoratori liberi interruppero le loro opere. Nello sciopero generale tutto era organizzato in modo che nessuno potesse lavorare. E le donne furono le più attive propagandiste del movimento. Esse fecero fronte alla guerra. Esse, non volevano lasciar andare al macello i loro uomini. Ben presto l’idea dello sciopero generale s’impadronì dell’anima popolare e vi risvegliò la vena umoristica: da quel momento sì propagò con rapidità contagiosa. I fanciulli di tutte le scuole scioperarono, e i professori andati a scuola per fare lezione trovarono le aule deserte. Lo sciopero nazionale prese l’aspetto d’un gran trattenimento nazionale. L’idea della solidarietà nel lavoro, messa in rilievo sotto quella forma, colpì l’immaginazione di tutti. Infine, non si correva nessun pericolo in quella colossale monelleria. Chi si poteva punire quando tutti erano colpevoli? Gli Stati Uniti erano paralizzati.

Nessuno sapeva ciò che accadeva all’estero: non viaggiavano più nè giornali, nè lettere, nè telegrammi. Ogni comunità era isolata dalle altre come se delle miglia deserte l’avessero separata dal resto del mondo. Praticamente, il mondo aveva cessato di esistere, e rimase in quello strano modo per tutta una settimana. A San Francisco ignoravano perfino ciò che accadeva dall’altro lato della baia, a Oakland o a Berkeley.

L’impressione prodotta sulle nature sensibili era fantastica, opprimente: sembrava che fosse morto qualcosa di grande, che una forza cosmica fosse scomparsa. Il polso del paese non batteva più, la Nazione giaceva inanimata. Non si sentiva più correre i tramvai, nè i camions per le vie: non si udiva nè il fischio delle sirene, nè il ronzio dell’elettricità nell’aria, nè il grido dei giornalai: niente, tranne il passo furtivo di persone isolate che di tanto in tanto scivolavano come fantasmi con un incedere come indeciso e irreale in quel grande silenzio.

Durante quella lunga settimana silenziosa, l’Oligarchia imparò la lezione e l’imparò molto bene. Lo sciopero era un avvertimento. E non avrebbe dovuto più ricominciare; l’Oligarchia lo avrebbe aiutato per questo. Alla fine degli otto giorni, com’era stabilito prima, i telegrafisti di Germania e degli Stati Uniti ripresero il loro posto. Per mezzo loro, i capi socialisti dei due Paesi presentarono il loro ultimatum ai dirigenti. La guerra doveva essere dichiarata nulla e come non avvenuta; altrimenti, lo sciopero sarebbe continuato. E ben presto si trovò un accomodamento. La dichiarazione di guerra fu revocata, e i popoli dei due paesi si rimisero al lavoro.

Questo ritorno allo stato di pace, determinò un patto di alleanza fra la Germania e gli Stati Uniti. In realtà, quest’ultimo trattato fu conchiuso fra l’Imperatore e l’Oligarchia, per poter far fronte al comune nemico: il proletariato rivoluzionario dei due Paesi. Quest’alleanza fu poi rotta proditoriamente, in seguito, dall’Oligarchia, quando i socialisti tedeschi si sollevarono e scacciarono il loro imperatore dal trono. Ora, precisamente, lo scopo che si era proposto l’Oligarchìa in tutto questo affare, era di distruggere la sua grande rivale sul mercato mondiale. Messo da parte l’Imperatore, la Germania non avrebbe più avuto merce esuberante da vendere all’estero, perchè, per la natura stessa d’uno Stato socialista, la popolazione tedesca avrebbe consumato tutto ciò che avrebbe prodotto. Naturalmente, avrebbe seguitato a scambiare con l’estero alcuni prodotti che questo paese non lavora o non produce, ma questo non avrebbe avuto alcun rapporto col soprappiù non consumato.

— Scommetto che l’Oligarchìa troverà una giustificazione, — disse Ernesto quando seppe del suo tradimento verso la Germania. — Come sempre, sarà persuasa di aver agito lealmente e bene.

Infatti, l’Oligarchia disse che aveva agito nell’interesse del popolo americano, scacciando dal mercato mondiale l’aborrita rivale, e permettendo così di disporre del nostro soprappiù nazionale.

— Il colmo dell’assurdità, — diceva Ernesto, a questo proposito, — è che siamo ridotti a tale impotenza, che quegl’idioti dispongono liberamente dei nostri interessi. Ci hanno messo nella condizione di vendere di più all’estero: il che significa che saremo obbligati a consumare meno, qui, in patria.