CAPITOLO XII. IL VESCOVO.

Poco tempo dopo il mio matrimonio, ebbi la sorpresa d’incontrare il vescovo Morehouse. Ma devo raccontare i fatti con ordine.

Dopo il suo sfogo nell’adunanza del I.P.H., il venerando e dolce prelato, cedendo alle insistenze dei suoi amici, era partito in vacanza, ma era ritornato più deciso che mai a predicare il messaggio della Chiesa. Con grande costernazione de’ suoi fedeli, la sua prima predica fu in tutto e per tutto simile al discorso che aveva pronunziato davanti all’Assemblea. Ripetè, con numerosi esempi e pericolosi particolari, che la Chiesa si era smarrita allontanandosi dagli insegnamenti del Maestro, e che il vitello d’oro era stato inalzato al posto di Cristo.

Finì che, per amore o per forza, fu condotto in una casa di salute privata, mentre i giornali pubblicavano articoli patetici sulla sua crisi mentale, lodando la santità del suo carattere. Entrato nel sanatorio, vi fu tenuto prigioniero. Mi presentai più volte, ma mi si rifiutò sempre di lasciarmelo avvicinare. Fui impressionata tragicamente per la sorte di quel sant’uomo, assolutamente sano di corpo e di mente, schiacciato dalla volontà brutale della Società. Giacchè il vescovo era un essere normale, quanto puro e nobile. Come diceva Ernesto, la sua sola debolezza dipendeva da un’erronea conoscenza della biologia e della sociologia, così che non aveva saputo scegliere bene il modo per presentare le cose secondo il giusto valore.

Ciò che mi esasperava, era l’impotenza a difendersi di quel dignitario della Chiesa. Se continuava a proclamare la verità così come la vedeva, era condannato all’internamento perpetuo; e ciò senza poter protestare. Nè il suo patrimonio, nè la sua posizione, nè la coltura potevano salvarlo. Le sue idee costituivano un pericolo per la Società, la quale non poteva concepire che delle conclusioni così pericolose potessero emanare da uno spirito sano: a giudicare dall’attitudine generale.

Ma il vescovo, che, sebbene mite e d’animo puro non mancava di acume, capì chiaramente i pericoli della sua situazione, si vide preso in una rete, e cercò di scappare. Non potendo contare sull’aiuto dei suoi amici, come quello che papà, Ernesto ed io gli avremmo volentieri dato, era ridotto a lottare con le sue sole risorse. Nella solitudine forzata del sanatorio, riprese coscienza di sè; ricuperò la salute. I suoi occhi cessarono di contemplare le visioni; la sua mente si purgò della fantastica idea che il dovere della società fosse quello di nutrire le pecorelle del Signore.

Come già detto, diventò sano, pienamente sano, e i giornali e la gente di chiesa salutarono il suo ritorno, con gioia. Assistetti ad una celebrazione. La predica fu dello stesso tenore di quelle tenute un tempo, prima del suo accesso di visionario. Ne fui delusa e scossa. La lezione inflittagli l’aveva forse ridotto all’obbedienza? era dunque un vile? aveva abiurato per paura? Oppure la pressione era stata troppo forte, ed egli si era lasciato schiacciare dal carro di Juggernaut[75], dell’ordine stabilito?

Andai a visitarlo nella sua meravigliosa abitazione: lo trovai tristemente mutato, dimagrito, col volto solcato da rughe, come non lo avevo veduto mai. Fu chiaramente sconcertato dalla mia visita. Parlando, si tirava nervosamente le maniche della veste; i suoi occhi inquieti giravano da tutte le parti per evitare i miei; la sua mente sembrava preoccupata; la conversazione, interrotta da pause strane, da bruschi cambiamenti di soggetto, era così incoerente, da imbarazzare. Era proprio l’uomo calmo e sicuro di sè che avevo un tempo paragonato a Cristo, con i puri occhi limpidi, lo sguardo diritto, senza debolezza, come la sua anima?

Era stato maneggiato dagli uomini, e da essi domato; il suo spirito era troppo mite; non era abbastanza forte per far fronte alla società organizzata.

Mi sentivo invasa da una tristezza indicibile. Le sue spiegazioni erano equivoche, egli paventava tanto visibilmente ciò che io avrei potuto dire, che non ebbi cuore di rivolgergli la minima domanda. Mi parlò della sua malattia con abbandono; parlammo apertamente della Chiesa, delle riparazioni dell’organo, e delle scarse opere di carità. Alla fine, mi vide partire, con tale piacere, che ne avrei riso se il mio cuore non fosse stato gonfio di lacrime.

Povero debole eroe. Se avessi saputo, però! Egli combatteva come un gigante, e non ne dubitavano nemmeno. Solo, interamente solo in mezzo a milioni di suoi simili, combatteva a modo suo. Sospeso fra l’orrore del manicomio e la sua fedeltà verso la verità e la giustizia, si aggrappava disperatamente a quest’ultima ma era così solo che non aveva neppure osato fidarsi di me. Aveva imparato troppo bene la lezione!

Non passò molto, che rimasi invece edificata. Un bel giorno il vescovo sparì, senza aver avvertito nessuno della sua partenza. Le settimane passavano senza che tornasse: corsero sul suo conto molte dicerìe; si disse persino che si era ucciso in un accesso di pazzia. Ma queste voci tacquero quando si seppe che aveva venduto tutto quello che possedeva, la sua casa in città, quella di campagna, a Menlo Park, i suoi quadri e le collezioni artistiche e perfino la sua cara biblioteca. Aveva, evidentemente, liquidato tutti i suoi beni segretamente, prima di partire.

Tutto questo accadde mentre eravamo noi pure in preda alle disgrazie. Solo quando fummo stabiliti nella nuova casa, avemmo il tempo di chiedere di lui. Improvvisamente tutto si chiarì.

Una sera, sull’imbrunire, mentre c’era ancora un po’ di chiaro, attraversai la strada per comperare delle costolette per la cena di Ernesto. Perchè, nel nostro nuovo ambiente, chiamavamo cena l’ultimo pasto del giorno.

Proprio mentre uscivo dal macellaio, un uomo varcava la soglia della drogheria vicina, che faceva angolo con la strada. Uno strano sentimento di familiarità mi spinse a guardarlo meglio. Ma l’uomo aveva già voltato l’angolo, e camminava frettolosamente. C’era, nell’insieme delle spalle e nella corona dei capelli argentei che si intravedevano fra il colletto e il cappello dall’ala rialzata, un non so che, che risvegliava in me vaghi ricordi. Anzichè riattraversare la via, seguii quell’uomo. Affrettai il passo, cercando di contenere le idee che si formavano, involontariamente, nella mia mente. No, era impossibile, non poteva essere lui, vestito a quel modo, con un vestito di tela usata, coi calzoni troppo lunghi, sfilacciati in fondo.

Mi fermai, ridendo di me stessa, e sul punto di abbandonare quel folle inseguimento. Ma quella schiena e quei capelli d’argento mi erano troppo noti. Lo raggiunsi, e, sorpassandolo, gettai uno sguardo di sbieco, sul suo viso, poi mi voltai bruscamente e mi trovai a faccia a faccia con «il vescovo».

Anch’egli si fermò pure bruscamente, attonito. Un grande sacco di tela che aveva in mano cadde sul marciapiede rompendosi, e una grande quantità di patate si sparse ovunque. Mi guardò con sorpresa e spavento, poi, sembrò vinto: le sue spalle si abbassarono ed egli trasse un profondo sospiro.

Gli stesi la mano, egli la prese; la sua era madida. Tossiva con aria imbarazzata, e la sua fronte s’imperlava di grosse gocce di sudore. Evidentemente, era molto turbato.

— Le patate — mormorò con voce spenta — sono preziose! — Le raccattammo e le rimettemmo nel sacco rotto, che egli teneva, ora, con cura, nel cavo del gomito.

Cercai di fargli capire quanto fossi felice di rivederlo, e l’invitai a venire subito a casa con me.

— Papà sarà contento di vedervi — gli dissi. — Abitiamo a due passi da qui.

— Impossibile — rispose. — Devo andarmene, arrivederci. — Si guardò attorno con aria inquieta, come se temesse di essere riconosciuto e fece l’atto d’incamminarsi. Poi, vedendomi decisa a seguirlo, per non perderlo di vista, aggiunse:

— Datemi il vostro indirizzo, e verrò a trovarvi più tardi.

— No — risposi con fermezza. — Bisogna venire subito.

Egli guardò il sacchetto delle patate che gli dondolava dal braccio e i pacchetti che aveva nell’altra mano.

— Sinceramente, non posso — disse. — Scusate la mia scortesia. Se sapeste!

Credetti che cedesse alla mia emozione, ma un istante dopo era ritornato padrone di sè.

— E poi ci sono queste vettovaglie — continuò. — Si tratta di un caso pietoso, terribile. Si tratta di una vecchia donna, alla quale devo portare subito questo. Ha fame, bisogna che corra da lei. Capite? Verrò dopo. Ve lo prometto.

— Lasciatemi venire con voi — dissi. — È lontano?

Sospirò e cedette alla mia domanda.

— Ancora due file di case, più in là — disse. — Affrettiamoci.

Accompagnata dal vescovo, feci la conoscenza del quartiere in cui abitavo. Non avrei mai supposto che contenesse delle miserie così grandi! Naturalmente, la mia ignoranza proveniva dal fatto che non mi occupavo di carità. Ero convinta che Ernesto avesse ragione quando paragonava la beneficenza a un cauterio su una gamba di legno, e la miseria ad un’ulcera che bisognava levare, invece di mettervi su un impiastro. Il suo rimedio era semplice. Dare all’operaio il prodotto del suo lavoro, ed una pensione a coloro che sono invecchiati lavorando; e non ci sarà più bisogno di elemosine. Persuasa della bontà di questo ragionamento, io cospiravo con lui per la rivoluzione, e non spendevo la mia energia per sollevare le miserie sociali che nascono, costantemente, dall’ingiustizia del sistema sociale.

Seguii il vescovo in una piccola camera, lunga dodici piedi e larga dieci. Vi trovammo una povera vecchietta tedesca, di sessantaquattro anni, a quanto mi disse. Essa fu sorpresa di vedermi, ma mi fece un cenno cordiale senza smettere di cucire un paio di calzoni da uomo, che teneva sulle ginocchia. In terra, vicino a lei, ce n’erano una quantità di simili. Il vescovo, accortosi che non c’erano più nè legna nè carbone, uscì per comperarne.

— Sei cents, signora — disse, scotendo leggermente la testa, seguitando a cucire. Cuciva lentamente, ma senza smettere un istante. La sua consegna sembrava questa: cucire, cucire ancora, sempre cucire.

— Per tutto questo lavoro, pagano sei cents? — chiesi stupita. — Quanto tempo vi impiegate?

— Sì, tanto mi danno, — rispose. — Sei cents per la finitura, e ciascuno richiede due ore di lavoro. Ma il padrone non sa questo — soggiunse vivamente, lasciando trasparire il timore di avere delle noie. — Non sono svelta: ho i reumi alle mani. Le giovani sono molto più abili di me: impiegano metà del tempo, per finire ogni pezzo.

«L’imprenditore è un brav’uomo: mi lascia portare il lavoro a casa, ora che sono vecchia e il rumore delle macchine mi stordisce. Se non fosse così gentile, morrei di fame...

«Sì, quelle che lavorano all’officina hanno otto cents. Ma che volete? Non c’è abbastanza lavoro per le giovani, e non si ha bisogno delle vecchie!... Spesso ho solo un paio di calzoni da finire; a volte, come oggi, ne ho otto da finire prima di notte.

Le chiesi quante ore lavorasse, e mi disse che dipendeva dalla stagione.

— In estate, quando le ordinazioni affluiscono, lavoro dalle cinque del mattino fino alle nove di sera. Ma d’inverno fa troppo freddo, non riesco a sgranchirmi le mani. Allora bisogna lavorare di più, qualche volta fin dopo la mezzanotte.

«Sì, la stagione estiva è stata cattiva. I tempi sono duri. Il buon Dio deve essere in collera. È il primo lavoro che il padrone mi abbia dato in tutta la settimana. E non si può mangiare molto quando non c’è lavoro! Ma sono abituata. Ho cucito tutta la vita; nel mio vecchio paese, un tempo, poi qui, a San Francisco, da trent’anni...

«Quando si può guadagnare il denaro per l’alloggio, tutto va bene. Il proprietario è molto buono, ma pretende l’affitto alla scadenza. Vuole solo tre dollari per questa camera. Non è caro. Eppure, ci si affatica a mettere insieme tre dollari tutti i mesi!

S’interruppe, senza smettere di cucire, tentennando il capo.

— Dovete limitare molto le vostre spese, dato il guadagno.

Essa fece un cenno di approvazione.

— Quando ho pagato l’affitto, non c’è male. Naturalmente non posso comperare la carne, nè il latte per il caffè. Ma faccio sempre un pasto al giorno, e qualche volta due.

Aveva pronunziato le ultime parole con una punta di orgoglio, con un vago senso di vittoria. Ma mentre continuava a cucire in silenzio, vidi addensarsi ne’ suoi occhi buoni, una grande tristezza, e gli angoli della bocca abbassarsi. Il suo sguardo vagava lontano. Poi pulì vivamente i vetri appannati che non le permettevano di vedere bene.

— No, non è la fame che mi spezza il cuore, — spiegò. — Ci si abitua. Piango per mia figlia, uccisa dall’officina. È vero che lavorava molto, ma non posso capire come abbia potuto morire, perchè era robusta. Era giovane, aveva solo quarant’anni, e lavorava da trent’anni. Aveva cominciato presto, è vero, ma mio marito era morto, per lo scoppio di una caldaia. Che potevamo fare? Aveva solo dieci anni, ma era molto sviluppata, per la sua età. E la macchina da cucire l’ha uccisa; lei che lavorava più presto di tutte le altre. Ho pensato tanto a questo, e so tutto, perciò non posso più andare all’officina: la macchina da cucire mi fa male, mi pare che mi dica: l’ho uccisa io, l’ho uccisa io! Canta questo ritornello tutto il giorno. Allora penso a mia figlia e non posso assolutamente lavorare.

I suoi occhi stanchi si erano velati di nuovo, e dovette asciugarli prima di riprendere il lavoro.

Intesi il vescovo inciampare lungo la scala, ed aprii la porta. In quale stato era! Portava sulle spalle un mezzo sacco di carbone, e, sopra, della legna. Il suo viso era coperto di fuliggine, e il sudore, dovuto allo sforzo che egli faceva, gli sgocciolava dalla fronte. Lasciò cadere il carico in un angolo vicino alla stufa, e si asciugò la faccia con un fazzoletto di tela grossolana. Stentavo a credere ai miei occhi. Il Vescovo, nero come un carbonaio, aveva una camicia di cotone, a buon mercato, alla quale mancava perfino un bottone, e un abito simile a quello dei facchini. Era quanto di più incongruo vi potesse essere, nel suo insieme, quel vestito sdrucito in fondo, e trattenuto alla vita da una cintura di cuoio.

Se però il vescovo aveva caldo, le mani gonfie della povera vecchia, erano intirizzite dal freddo. Prima di lasciarla, il vescovo accese il fuoco, mentre io sbucciavo le patate e le mettevo a bollire. Dovevo imparare poi, col tempo, che c’erano molti casi simili al suo, e molti anche peggiori nascosti nelle orribili profondità delle case del quartiere. Rientrando, trovammo Ernesto in pensiero per la mia assenza. Passata la prima sorpresa dell’incontro, il vescovo si sdraiò in una poltrona, allungò le gambe coperte di tela azzurra, e mandò, certamente, un sospiro di sollievo. Eravamo, disse, i primi tra i suoi vecchi amici che rivedesse dopo la sua partenza: durante le ultime settimane, la solitudine gli era pesata enormemente. Ci raccontò molte cose, ma soprattutto espresse la gioia che provava nel compiere i precetti del suo Divino Maestro.

— Perchè ora veramente, — disse. — nutro le Sue pecorelle. Ed ho imparato una gran cosa: non si può curare l’anima finchè lo stomaco non è soddisfatto. Le pecorelle devono essere nutrite con pane e burro, patate e carne; solo in questo modo le loro menti sono pronte a ricevere un nutrimento elevato.

Mangiò volentieri il pranzo che avevo fatto cuocere. Non aveva mai avuto tanto appetito, alla nostra mensa. Parlammo dei giorni passati, ed egli ci dichiarò che in vita sua non era mai stato tanto bene come nella sua nuova condizione.

— Vado sempre a piedi, ora. — disse, e arrossì al ricordo del tempo in cui scorrazzava in vettura, come se fosse stato un peccato difficile a farsi perdonare.

— La mia salute è buonissima, — aggiunse vivamente, — e sono felicissimo, veramente felicissimo. Ora, finalmente, ho coscienza di essere un eletto del Signore.

Eppure, il suo viso serbava un’impronta continua di tristezza, perchè ora si era caricato dei dolori del mondo. Vedeva la vita sotto una luce cruda ben diversa da come l’aveva intravista nei libri della sua biblioteca.

— E siete voi il responsabile di tutto questo, giovanotto, — disse rivolto ad Ernesto.

Questi sembrò imbarazzato e seccato.

— Vi avevo... vi avevo avvertito — balbettò.

— Non avete capito, — rispose il vescovo. — Non è un rimprovero, ma un ringraziamento che vi faccio. Vi sono grato d’avermi mostrato la mia vita. Dalle teorie sulla vita, mi avete condotto alla vita stessa. Avete squarciato i veli, e strappato le maschere. Avete portato la luce nella mia notte, ed ora io pure vedo la luce del giorno. E sono felice, a parte... — esitò dolorosamente, e come un velo di sofferenza gli oscurò lo sguardo, — tranne questa persecuzione. Non faccio male a nessuno. Perchè non mi lasciano in pace? Ma non si tratta neppure di questo, ma soprattutto del genere di persecuzione. Accetterei persino di essere scorticato sotto la sferza, bruciato su una graticola, o crocifisso con la testa in giù: ma il manicomio: mi spaventa! Pensate: in una casa di pazzi! È ripugnante! Ho veduto qualche caso, al sanatorio; erano pazzi furiosi. Mi si gela il sangue al solo pensarci. Essere rinchiusi per tutta la vita, fra urli e scene violenti! No, no, questo sarebbe troppo!...

Era commovente: le mani gli tremavano: tutto il corpo rabbrividiva e si contraeva, al pensiero della scena evocata. Ma ben presto riacquistò la calma.

— Scusatemi, — disse semplicemente, — sono i miei nervi. E se a tanto dovesse condurmi il servizio di Dio, sia fatta la Sua volontà. Chi sono mai, per avere il diritto di lagnarmi?

Guardandolo, quasi esclamavo: «Oh! grande e buon pastore, eroe! eroe di Dio!»

Durante la sera, ci diede nuovi schiarimenti sui suoi fatti e sulle sue gesta.

— Ho venduto la mia casa, o meglio le mie case, e tutti i miei possedimenti. Sapevo di doverlo fare di nascosto, altrimenti mi avrebbero preso tutto. Sarebbe stato terribile. Sono spesso meravigliato, per la gran quantità di patate, pane, carne, carbone e legna che si può comperare con una somma che va dai due ai trecentomila dollari.

E si rivolse a Ernesto:

— Avete ragione, giovanotto: il lavoro è pagato con un prezzo molto inferiore al suo valore. Non ho mai fatto il più piccolo lavoro in vita mia, tranne quello di esortare i farisei. Credevo di predicar loro il messaggio divino... e valevo mezzo milione di dollari. Non sapevo ciò che significasse quella somma prima d’aver visto quante vettovaglie si potessero con essa comperare. Allora ho capito qualche cosa di più: ho capito che tutti quei prodotti mi appartenevano, e che non avevo fatto mai niente per produrli. Mi sembrò chiaro, allora, che altri avevano lavorato per produrli e ne erano stati spogliati poi. E quando scesi in mezzo ai poveri, trovai coloro che erano stati derubati, coloro che erano affamati e miserabili in seguito a tale furto.

Lo riconducemmo alla sua storia.

— Il denaro? L’ho depositato in molte banche diverse e con nomi diversi. Non potranno mai togliermelo, perchè non lo scopriranno mai. Ed è tanto utile il danaro! Serve per comperare tanti cibi! Ignoravo completamente, un tempo, a che cosa potesse servire il denaro!

— Vorrei averne un poco per la propaganda, — disse Ernesto, pensoso; — potrebbe fare molto bene.

— Lo credete? — disse il vescovo. — Non ho molta fiducia nella politica: temo di non capire nulla in materia.

Ernesto era molto delicato in simili casi. Non insistette, quantunque vedesse chiaramente le difficili condizioni nelle quali si dibatteva il partito socialista, per mancanza di fondi.

— Vivo in una camera a buon mercato, — continuò il vescovo, — ma ho sempre paura, e non sto a lungo nello stesso posto. Ho pure in affitto due camere in case operaie, in quartieri diversi della città. È un’originalità, lo so, ma è necessario fare così. Rimedio in parte cucinando da me; ma a volte trovo da mangiare per poco, nei caffè popolari. Ed ho fatto una scoperta, ossia, che i «Tamales»[76] sono eccellenti quando fa fresco, la sera. Soltanto, sono cari; ho scoperto una casa dove se ne possono avere tre per dieci soldi; non sono buoni come negli altri caffè ma riscaldano ugualmente. Ed ecco finalmente trovata la mia missione nel mondo, e lo debbo a voi, giovanotto. Questa missione è quella del mio Divino Maestro.

Mi guardò, con occhi lucenti:

— Voi mi avete sorpreso mentre stavo nutrendo una pecorella, lo sapete: naturalmente, manterrete il segreto, tutti e due.

Diceva questo con tono disinvolto che rivelava però, in fondo, un vero timore. Promise di ritornare da noi.

Ahimè! la settimana dopo, i giornali c’informavano del triste caso del vescovo Morehouse che era stato rinchiuso in un manicomio di Napa; pareva, però, che il suo stato lasciasse qualche speranza.

Inutilmente cercammo di vederlo, inutilmente facemmo pratiche perchè fosse sottoposto a un nuovo esame, o perchè il suo caso fosse oggetto di un’inchiesta. Non potemmo aver altre notizie di lui, se non replicate dichiarazioni che non bisognava assolutamente contare sulla sua guarigione.

— Cristo aveva ordinato al giovanetto ricco di vendere tutto ciò che possedeva, — disse Ernesto con amarezza. — Il Vescovo ha ubbidito al comando, ed è stato rinchiuso in un manicomio. I tempi sono cambiati dall’epoca di Cristo! Oggi il ricco che dà tutto al povero è un insensato. Non c’è da discutere su questo. È il verdetto della Società.