CAPITOLO XI. LA GRANDE AVVENTURA.
Il signor Wickson non aveva fatto nulla per vedere mio padre. Si incontrarono per caso sul piroscafo che porta a San Francisco: così che l’avvertimento che gli diede non fu premeditato. Se il caso non li avesse fatti incontrare, non ci sarebbe stato avvertimento alcuno; ma del resto, il risultato sarebbe stato uguale. Il babbo discendeva dal vecchio e solido ceppo del Mayflower[73]; e buon sangue non mente.
— Ernesto aveva ragione — mi disse rincasando. — Ernesto è un giovane straordinario, al punto che preferirei vederti sua moglie anzichè sposa del Re d’Inghilterra, o dello stesso Rockefeller.
— Che è successo? — chiesi con ansia.
— L’Oligarchia ci schiaccia. Wickson me lo ha fatto chiaramente capire. È stato molto gentile, quale oligarca. Mi ha offerto di rientrare all’Università. Che ne dici, tu? Lui, Wickson, quel sordido spilorcio, ha il potere di decidere se insegnerò o no nell’Università di Stato? Ma mi ha offerto di meglio ancora: mi ha proposto di farmi nominare Rettore d’un grande Istituto di scienze fisiche, che si sta progettando. Bisogna pure che l’oligarchia si liberi dei suoi valori esuberanti, in un modo o nell’altro, non è vero?
Ed ha soggiunto:
— Ricordate ciò che dissi a quel socialista innamorato di vostra figlia? Gli ho detto che avremmo calpestato la classe operaia. Orbene, lo faremo. Quanto a voi, sapete che vi ho, come scienziato, in gran rispetto, ma se voi unite le vostre sorti con quelle del proletariato, ebbene, state attento. Non posso dirvi altro. Poi, mi ha voltato le spalle, e se n’è andato.
— Segno che dovremo sposarci prima del tempo fissato — tale fu il commento di Ernesto, quando gli narrammo la cosa.
Non potei afferrare subito la logica di quel ragionamento, ma non tardai a capirla. In quel tempo fu pagato il dividendo trimestrale delle Filande della Sierra..., o cioè avrebbe dovuto essere pagato, perchè mio padre non ricevette il suo.
Dopo parecchi giorni di attesa, egli scrisse al Segretariato, e ottenne una risposta immediata nella quale gli si comunicava come nessuna entrata nei libri della Società indicasse che papà possedeva dei fondi, e si chiedeva, gentilmente, maggiori notizie.
— Darò delle spiegazioni esplicite, a quel villano là — dichiarò il babbo avviandosi alla Banca per ritirare i suoi titoli dalla cassaforte.
— Ernesto è un uomo eccezionale — disse al ritorno, mentre l’aiutavo a togliersi il soprabito. — Lo ripeto, figlia mia; il tuo fidanzato è un giovane eccezionale.
Sapevo, sentendolo parlare così, che dovevo prepararmi a qualche nuova sventura.
— Mi hanno già calpestato. Non ci sono più i titoli, la mia cassaforte è vuota. Dovete sposarvi al più presto.
Il babbo, sempre fedele al suo metodo scientifico, si querelò, e riuscì a far comparire la Società davanti ai tribunali, ma non riuscì a farvi comparire i libri dei suoi conti. La Sierra, non lui, dominava i tribunali: questo spiegava tutto. Non solo fu rigettata la sua istanza, ma la legge sanzionò quella spudorata spoliazione.
Poichè si tratta d’un avvenimento lontano, mi viene da ridere al ricordo del modo con cui papà fu battuto. Avendo incontrato per caso Wickson in una via di San Francisco, egli trattò costui da vile birbante.
Per questo fatto fu arrestato per provocazione, condannato dal tribunale di semplice polizia ad un’ammenda, e dovette promettere, previa cauzione, di starsene quieto. Era una cosa così ridicola che egli stesso non potè fare a meno di riderne. Ma che scandalo nella stampa regionale! Vi si parlava con gravità del bacillo della violenza che infestava tutti coloro che abbracciavano il socialismo, e papà, nonostante la sua lunga vita pacifica, era citato come un esempio dello sviluppo di quel microbo della violenza. Più di un giornale insinuava che la mente di lui era indebolita per i troppi studî scientifici, e lasciava capire che si sarebbe dovuto chiuderlo in una casa di salute. E non erano parole vane: annunciavano un pericolo imminente. Fortunatamente, il babbo fu abbastanza intelligente per accorgersene. L’esperienza del vescovo Morehouse era stata una buona lezione, ed egli l’aveva ben capita. Non si mosse sotto quel diluvio di ingiustizie: e credo che la sua pazienza sorprendesse gli stessi nemici.
In seguito, fu la volta della nostra casa, la nostra vecchia abitazione. Fecero apparire una grossa ipoteca, e dovemmo abbandonare la nostra dimora. Naturalmente non c’era la minima ipoteca, e non c’era mai stata: tutto il terreno di costruzione era stato comperato e la casa pagata appena costruita, e casa e terreno erano sempre stati liberi da ogni vincolo. Ciononostante, fu creata un’ipoteca falsa, redatta e firmata regolarmente e legalmente, con le ricevute degli interessi versati durante un certo numero di anni. Il babbo non protestò. Come gli avevano rubato il danaro, gli rubavano ora la casa: così che non era possibile far ricorso. Il meccanismo della Società era nelle mani di coloro che avevano giurato di rovinare mio padre. Ma siccome, in fondo, era un filosofo, il babbo, ormai, non s’indignava più.
— Sono condannato ad essere schiacciato — mi diceva. — Ma non è questa una buona ragione perchè io non cerchi di essere fracassato il meno possibile. Le mie vecchie ossa sono fragili, e la lezione è stata per me un buon insegnamento. Lo sa Iddio se tengo a passare gli ultimi giorni in un manicomio.
Questo mi fa ricordare che non ho ancora raccontato la storia del vescovo. Ma prima devo dire del mio matrimonio. Siccome la sua importanza è pari a quella di tanti altri avvenimenti simili, così ne dirò solo due parole.
— Ora diventeremo veri proletarî — disse il babbo, quando fummo scacciati dalla vecchia casa. — Ho spesso invidiato al tuo futuro marito la perfetta conoscenza del proletariato; ma ora potrò osservare e rendermene conto direttamente.
Il babbo doveva avere nel sangue il desiderio dell’avventura, perchè considerava sotto questo aspetto la nostra catastrofe. Nè collera, nè amarezza potevano su di lui: era troppo filosofo e troppo semplice per essere vendicativo; e viveva troppo nel mondo dello spirito, per rimpiangere gli agi materiali che avevamo dovuto abbandonare. Quando andammo a stabilirci a San Francisco, in quattro miserabili camere del quartiere basso, al sud di Market Street, egli seguì la nuova via con la gioia e l’entusiasmo di un bimbo, però secondo la visione chiara e la vasta comprensione d’una mente di prim’ordine. Sfuggiva così a ogni cristallizzazione mentale e a ogni falso apprezzamento dei valori, giacchè quelli dichiarati tali dall’usanza o dalla convenzione, non avevano senso alcuno per lui; i soli che riconoscesse erano i fatti matematici e scientifici. Mio padre ero un essere eccezionale; aveva una mente ed un’anima come solo hanno i grandi uomini. In certi punti era perfino superiore a Ernesto, che era pertanto il più grande che io avessi mai conosciuto.
Io pure provai qualche conforto in quel cambiamento di vita, e cioè la gioia di sfuggire all’ostracismo metodico e progressivo al quale eravamo sottoposti nella nostra città universitaria, coll’inimicizia della nascente oligarchia. A me pure quella vita nuova sembrò un’avventura, e la più grande di tutte, perchè era un’avventura d’amore. La nostra crisi finanziaria aveva affrettato il nostro matrimonio; cosicchè andai ad abitare come sposa il piccolo appartamento di Pell Street, nel quartiere basso di San Francisco.
Ma di tutto ciò ecco quanto rimane: ho fatto felice Ernesto. Sono entrata nella sua vita agitata, non come un elemento di disordine, ma come un coefficiente di pace e di riposo. Gli ho portato la calma: fu il mio dono d’amore per lui, e per me il sogno infallibile divenuto realtà. E per dimenticare miserie, o suscitar la luce della gioia in quei poveri occhi stanchi: ecco la mia gioia. E poteva essermi riservata una maggiore?
Quei cari occhi stanchi! Egli li prodigò sempre come pochi uomini hanno fatto, e spese tutta la sua vita per gli altri. Tale fu la misura della sua virilità. Era un umanitario, una creatura di amore. Con la sua mente battagliera, il suo corpo di gladiatore, e il suo genio d’aquila, era dolce e tenero con me, come un poeta, ma un poeta che viveva i suoi canti nell’azione. Fino alla morte cantò la canzone umana, la cantò per puro amore di questa umanità per la quale diede la sua vita e fu crocifisso.
E tutto questo, senza la minima speranza d’un premio futuro. Nella sua concezione del mondo, non c’era possibilità di vita futura. Egli, che fiammeggiava d’immortalità, la negava a se stesso; e quest’era il più gran paradosso della natura. Quello spirito ardente era dominato dalla filosofia nera e fredda del monismo materialista. Quando tentavo di confutare le sue idee, dicendogli che vedevo la sua immortalità nel volo della sua anima, e che mi occorrevano secoli, per conoscerla a fondo, egli rideva, e le sue braccia si stendevano a me, e mi chiamava la sua dolce metafisica, e ogni stanchezza spariva dai suoi occhi; io intravedevo in essi quella fiamma d’amore che, da sola, era una nuova e sufficiente affermazione della sua immortalità.
Altre volte mi chiamava la sua cara dualista e mi spiegava il modo come Kant, per mezzo della ragione pura, aveva abolito la ragione per adorare Dio. Stabiliva un parallelo, e mi accusava di seguire lo stesso procedimento. E quando, colpevole, difendevo quella maniera di pensare perchè profondamente razionale, egli mi stringeva solo più forte e rideva come solamente potrebbe farlo un amante eletto da Dio.
Rifiutavo di ammettere che la sua originalità e il suo genio fossero spiegabili secondo l’eredità e l’ambiente, o che gli aridi tentativi della scienza riuscissero ad afferrare, analizzare e classificare la fuggevole essenza che si nasconde nella formazione stessa della vita. Sostenevo che lo spazio è un’apparenza obbiettiva di Dio, e l’anima una proiezione della sua natura soggettiva.
E quando Ernesto mi chiamava la sua dolce metafisica, io lo chiamavo il mio immortale materialista; e ci amavamo ed eravamo pienamente felici. Io gli perdonavo il suo materialismo in grazia dell’opera immensa compiuta nel mondo senza darsi pensiero del progresso personale; in grazia anche di quell’eccessiva modestia spirituale che gli impediva di insuperbire e perfino di avere coscienza del suo animo veramente eccezionale.
Pertanto aveva una sua particolare fierezza. Come potrebbe non averla un’aquila? «Sentirsi divino», diceva, «sarebbe bello in un dio, senza dubbio; ma non è ancora meglio nell’uomo, molecola infima e destinata a perire?». In questo modo esaltava se stesso e proclamava la sua mortalità. Si compiaceva di declamare alcuni brani di un poema che non aveva letto per intero, e del quale non aveva mai potuto sapere l’autore.
Trascrivo questo brano, non solo perchè egli lo prediligeva, ma perchè è una prova del temperamento paradossale di lui. L’uomo che recitava, fremendo d’entusiasmo, i versi seguenti, poteva essere solo un po’ di fango inconsistente, un’energia fuggitiva e una forma effimera?
Gioie e gioie di meglio in meglio[74]
Mi sono destinate dalla nascita
E voglio gridare con tutte le forze
Dei miei giorni luminosi l’elogio
Fino all’estremo limite del tempo;
Dovessi soffrire ogni morte umana.
Almeno avrò bevuto, fino a perderne il respiro
E avrò vuotato il mio calice ricolmo
Del vino delle mie gioie, in ogni tempo e in ogni luogo
Avrò assaporato tutto: la femminilità dolce
E il sale del potere, e l’orgoglio e la sua spuma.
Berrò pure la feccia in ginocchio, perchè l’emozione
Della bevanda è buona e mi dà il desiderio
Di bere alla morte, di bere alla vita;
Quando un giorno la mia vita sarà tolta
Passerò il mio calice nelle mani di un altro io.
L’essere che tu scacciavi dal giardino di delizia
Ero io, Signore! Ero là bandito,
E quando crolleranno i vasti edifici
Della terra e del cielo, sarò là, benedetto,
In un mondo mio, di profonda bellezza,
In un mondo ove sono i nostri cari dolori,
Dal primo grido del bimbo che nasce
Alle nostre sere di amore, alle nostre notti di desiderio.
Il mio sangue generoso e tiepido è un’onda
Dove batte il polso d’un popolo increato ma reale:
Sempre agitato dal desiderio di un mondo
Spegnerebbe il fuoco del tuo inferno crudele.
Sono l’uomo! umano per la mia carne tutta
E per lo splendore dell’anima nuda e fiera
Dalla mia tiepida notte nel grembo materno
Fino al ritorno fecondo del mio corpo in polvere.
Questo mondo, ossa delle nostre ossa, e carne della nostra carne
Sobbalza al ritmo, sul quale suoniamo la nostra canzone,
E dall’Eden maledetto la sete insaziata
Fino alle sue profondità sconvolge la vita.
Quando avrò vuotato la mia coppa di miele
Di tutti i raggi luminosi del suo arcobaleno,
L’eterno riposo d’una notte senza fine
Non basterà a soffocare il mio sogno.
Ernesto si occupò troppo, tutta la sua vita. Era sostenuto solo dalla robusta costituzione che, però, non cancellava la stanchezza dello sguardo. I suoi cari occhi stanchi! Non dormiva più di quattro ore e mezza per notte, e nonostante questo, non trovava mai il tempo di fare tutto quello che avrebbe dovuto. Neppure un istante interruppe la sua opera di propaganda: ed era sempre impegnato in anticipo, per le conferenze da tenere alle organizzazioni operaie. Poi venne la campagna elettorale alla quale si dedicò quanto è umanamente possibile. La soppressione delle case editrici socialiste lo privò del frutto dei suoi diritti di autore, e lo affaticò molto per trovare da vivere: perchè, oltre tutti gli altri lavori, doveva darsi da fare per guadagnarsi la vita. Traduceva molto per delle riviste scientifiche e filosofiche; rincasava tardi la notte, già stanco per la lotta elettorale, e si dedicava a quella occupazione fino alle prime ore del mattino. E sopratutto coltivava i suoi studi! Li continuò fino alla morte; e studiava pazzamente.
Nonostante questo, trovava il tempo di amarmi e farmi felice. Io fondevo tutta la mia vita con la sua. Imparai la stenografia e la dattilografia e diventai la sua segretaria. Mi diceva spesso che ero riuscita ad alleggerirlo di metà del lavoro; e io mi misi di nuovo ad imparare per capire bene le sue opere. Ci interessavamo l’uno all’altro, lavoravamo insieme e giocavamo insieme.
E poi avevamo i minuti di tenerezza rubati al lavoro; una semplice parola, una rapida carezza, uno sguardo d’amore; e questi minuti erano tanto più dolci, quanto più furtivi. Vivevamo sulle cime, dove l’aria è viva e frizzante, dove l’opera si compie per umanità, dove non potrebbe respirare il sordido egoismo. Amavamo l’amore, che per noi si coloriva delle tinte più belle. È certo, insomma che non ho fallito il mio scopo. Ho dato un po’ di riposo a quella creatura che si affaticava tanto per gli altri, ho dato la gioia al mio caro mortale dagli occhi stanchi!