CAPITOLO X. IL VORTICE.

Dopo quel pranzo di uomini di affari, avvenimenti terribilmente importanti si successero come lampi; e la mia piccola vita, trascorsa sempre nella calma della nostra Città Universitaria, fu trascinata, come tutte le mie avventure personali, nel vasto vortice delle avventure mondiali. Fu il mio amore per Ernesto a far di me una rivoluzionaria, o il chiaro punto di vista sotto il quale egli mi aveva fatto considerare la società nella quale vivevo? Non so bene; so che divenni rivoluzionaria e mi trovai coinvolta in un caos di incidenti che mi sarebbero sembrati impossibili tre mesi prima.

I turbamenti del mio destino coincisero con grandi crisi sociali. Prima di tutto, mio padre fu congedato dall’Università. Oh! non fu congedato, nel senso vero della parola: gli chiesero di dare le sue dimissioni, ecco tutto. La cosa in se stessa non aveva grande importanza. Per vero dire, mio padre ne fu entusiasta. Il suo congedo, affrettato dalla pubblicazione del suo libro: «Economia ed Educazione», non faceva che rafforzare la sua tesi. Si poteva forse fornire una miglior prova di fatto, che l’istruzione pubblica era dominata dalla classe capitalistica?

Ma questa conferma non vide mai la luce: nessuno seppe che era stato obbligato a ritirarsi dall’Università. Egli era uno scienziato così eminente, che una simile notizia, pubblicata col motivo delle dimissioni forzate, avrebbe fatto rumore nel mondo intero. I giornali gli furono prodighi di onori, congratulandosi con lui pel fatto che aveva rinunciato alla fatica delle lezioni per consacrare il tempo alle ricerche scientifiche.

Il babbo dapprima rise, poi si indignò secondo la sua dose tonica di arrabbiatura! Poi venne la soppressione del suo libro; soppressione in forma così clandestina, che sulle prime non ci capimmo niente. La pubblicazione dell’opera aveva subito causato un po’ di emozione nel Paese; papà era stato gentilmente malmenato dalla stampa capitalistica; in generale si esprimeva il dispiacere che un così grande scienziato avesse abbandonato il terreno delle sue ricerche per avventurarsi in quello della sociologìa, che gli era affatto sconosciuto, e dove non aveva tardato a smarrirsi.

Questo durò una settimana, durante la quale il papà scherzava dicendo che aveva toccato un punto delicato del capitalismo. Poi, improvvisamente, i giornali e le riviste di critica non parlarono più del volume; e in modo non meno improvviso, il libro sparì dalla circolazione. Impossibile trovarne il minimo esemplare presso tutti i librai. Il babbo scrisse agli editori e gli fu risposto che le lastre erano state incidentalmente rovinate. Ne seguì una corrispondenza confusa. Messi con le spalle al muro, gli editori finirono col dichiarare che non vedevano la possibilità di ristampare l’opera, ma che erano dispostissimi a cedere ogni diritto su di essa.

— In nessun paese troverete un’altra casa editrice che acconsenta a pubblicare il vostro libro, — disse Ernesto. — Se fossi in voi, mi metterei subito al sicuro. Perchè questo è solo un saggio di quanto vi riserba il Tallone di Ferro.

Ma mio padre era prima di tutto uno scienziato, e non si credeva autorizzato ad arrivare subito alla conclusione. Per lui un’esperienza di laboratorio non meritava quel nome finchè non era stata seguita fin nei minimi particolari. Così intraprese pazientemente un giro presso tutti gli editori. Essi gli esposero una quantità di pretesti, ma nessuno volle incaricarsi del libro.

Quando fu ben convinto che la sua opera era stata soppressa, tentò d’informarne il pubblico, ma i suoi comunicati alla stampa non ricevettero risposta alcuna. A una riunione politica socialista alla quale assistevano numerosi corrispondenti, credette di aver trovato il momento buono per rompere il silenzio. Si alzò e raccontò la storia di questo sopruso. Leggendo i giornali del giorno dopo, prima ne rise, ma poi si infuriò terribilmente, oltre ogni dose tonica. Nessuno parlava del suo libro, ma travisavano la sua condotta in modo piacevole. Avevano trasformato le sue parole e le sue frasi, trasformato le sue sobrie e misurate osservazioni in un discorso di anarchico sbraitante. Tutto ciò era fatto con molta abilità. Ricordo specialmente un esempio: Il babbo aveva adoperato il termine «rivoluzione sociale», e il corrispondente aveva semplicemente omesso l’aggettivo qualificativo. La campagna contraria fu condotta in tutto il paese, per mezzo di informazioni dell’Associazione della Stampa, e da ogni parte si elevarono alte grida di protesta. Mio padre fu considerato come un anarchico, un nichilista. Fu largamente distribuita una caricatura che lo rappresentò con in pugno una bandiera rossa, alla testa di una torma irsuta e selvaggia, armata di torce, di coltelli e di bombe di dinamite.

La sua supposta anarchia fu assalita dalla Stampa con una terribile campagna, fatta mediante lunghi articoli di fondo, seminati di insulti ed allusioni alla sua decadenza mentale.

Ernesto ci disse che questa tattica della Stampa capitalistica non era cosa nuova, poichè era abitudine di essa mandare i suoi corrispondenti a tutte le riunioni socialiste, con l’ordine di alterare e svisare ciò che veniva detto, per spaventare la classe media e distoglierla da ogni idea di una possibile unione col proletariato. Ernesto insistette molto perchè il babbo abbandonasse la lotta e si mettesse al riparo.

La stampa socialista, pertanto, raccolse il guanto, e tutto il partito della gente operaia che legge i giornali seppe che il libro era stato soppresso; ma quest’informazione non oltrepassò la cerchia dei lavoratori. In seguito, una grande casa editrice socialista, «Il Richiamo alla Ragione», si accordò con mio padre, per pubblicare il suo libro. Il babbo ne fu entusiasta, ma Ernesto, invece, si turbò.

— Vi dico che siamo alle porte dell’ignoto. Avvengono attorno a noi cose enormi e segrete. Noi le sentiamo, infatti; non ne conosciamo la loro natura, ma in loro presenza è certa. Tutta la compagine sociale ne freme. Non chiedetemi di che cosa si tratti veramente perchè non ne so niente. Ma in questo movimento, c’è una realtà concreta che sta prendendo forma, sta cristallizzandosi. La soppressione del vostro libro ne è una prova. Quanti altri sono stati soppressi? Lo ignoriamo e non potremo mai saperlo; siamo nel buio. Voi potete aspettarvi la soppressione della stampa e delle case editrici socialiste. Temo anzi che sia imminente. Stiamo per essere soffocati.

Ernesto, meglio degli altri, sentiva il corso degli avvenimenti, perchè, meno di due giorni dopo, fu scatenato il primo assalto. «Il Richiamo alla Ragione» era un settimanale diffuso fra il proletariato, e aveva una tiratura di settecento cinquantamila copie; inoltre, pubblicava spesso delle edizioni speciali, da due a cinque milioni di esemplari, pagati e distribuiti dal piccolo esercito volontario dei lavoratori raggruppati attorno al «Richiamo». Il primo colpo fu diretto contro queste edizioni straordinarie, e fu un colpo di mazza. L’Amministrazione delle Poste decise, con un regolamento arbitrario, che quelle edizioni non facevano parte della solita circolazione del giornale, e con questo pretesto rifiutò di riceverle nei suoi treni postali.

Una settimana dopo, il Ministero delle Poste decretò che il giornale stesso era sedizioso e lo escluse definitivamente dai suoi trasporti. Era un terribile attacco alla propaganda socialista. «Il Richiamo» era in una condizione disperata, e immaginò un disegno per pervenire ai suoi abbonati, per mezzo delle società dei treni espressi, ma queste rifiutarono il loro aiuto. Era il colpo di grazia, non il definitivo, però.

«Il Richiamo» voleva continuare le sue imprese editoriali. Ventimila esemplari del libro di papà erano in rilegatura, e altrettanti in istampa. Una sera, senza che nulla lo facesse prevedere, una banda di malfattori uscita non si sa da dove, agitando una bandiera americana e cantando canzoni patriottiche, incendiò i vasti locali della tipografia del «Richiamo», che furono totalmente distrutti.

È da osservare che la piccola città di Girard, nel Kansas, era una località assolutamente tranquilla dove non erano mai accaduti disordini di operai. Il «Richiamo» pagava i suoi impiegati secondo le tariffe dei sindacati e, di fatto, costituiva l’ossatura della città, perchè occupava centinaia di uomini e donne. La folla che aveva distrutto la tipografia non era formata da abitanti di Girard. Gli autori della sommossa sembravano usciti di sotterra, ed esservi rientrati dopo aver compiuto le loro gesta.

— Ernesto vedeva la cosa sotto una cattivissima luce.

— Le Centurie Nere[67] si stanno organizzando negli Stati Uniti, — diceva. — Questo è solo il principio. Vedremo di ben altro. Il Tallone di Ferro prende ardimento.

Così fu distrutto il libro di papà. In seguito dovevamo sentir parlare molto delle Centurie Nere. Di settimana in settimana, altri fogli socialisti venivano privati dei mezzi di trasporto, e, in parecchi casi accadde che le Centurie Nere distruggessero i macchinarî.

Naturalmente, i giornali del paese sostenevano la politica delle classi dominanti, e la stampa assassinata fu calunniata e vilipesa, mentre i componenti le Centurie Nere furono dipinti come i veri patrioti, i salvatori della società. Quei falsi rapporti erano così convincenti, che alcuni ministri del Culto fecero, dal pulpito, l’elogio delle Centurie Nere, pur deplorando la necessità della violenza.

La Storia si scriveva rapidamente. Le elezioni di autunno si avvicinavano, ed Ernesto fu designato dal partito socialista come candidato al Congresso. Le sue probabilità di riuscita erano delle migliori. Lo sciopero dei tranvai di San Francisco era fallito, com’era fallito uno sciopero, dichiarato in conseguenza al primo, dei carrettieri. Queste due sconfitte erano state disastrose per l’organizzazione dei lavoratori.

La Federazione della Gente di Mare con i suoi alleati, gli operai dei cantieri, aveva sostenuto i carrettieri, e tutto l’edifizio a fatica eretto era crollato senza vantaggio e senza gloria. Lo sciopero fu cruento. La polizia ferì a colpi di mazza moltissimi lavoratori, e la lista dei morti s’accrebbe in seguito all’azione di una mitragliatrice.

Per conseguenza, gli uomini erano cupi, ebbri di sangue e di vendetta. Battuti sul terreno scelto da essi stessi, erano pronti a dare una risposta sul terreno politico. Mantenevano la loro organizzazione sindacale; ciò che dava loro forza e coraggio per la lotta ricominciata.

Le probabilità di Ernesto si facevano sempre più serie. Di giorno in giorno, nuove Unioni decidevano di sostenere i socialisti, ed egli stesso non potè fare a meno di ridere quando seppe la entrata in linea degli Ausiliarî delle Pompe Funebri e degli Spennatori di Volatili.

I lavoratori diventavano cocciuti. Mentre si affollavano con vero entusiasmo nelle riunioni socialiste, restavano insensibili alle trovate dei politicanti del vecchio partito. Gli oratori del vecchio partito si dimenavano di solito davanti alle sale vuote, ma ogni tanto dovevano affrontare sale rigurgitanti di gente dove venivano a tal punto malmenati che più di una volta era stato necessario l’intervento delle forze della Polizia.

La Storia precipitava il corso degli eventi: l’aria vibrava di avvenimenti attuali o imminenti. Il Paese entrava in un periodo di crisi[68], dovuta a una serie di anni prosperosi, durante i quali era diventato sempre più difficile collocare all’estero l’eccesso della produzione. Le industrie lavoravano a orario ridotto; molte grandi fabbriche non lavoravano neppure, aspettando lo smercio delle riserve, e da ogni parte avvenivano riduzioni di salario.

Un altro grande sciopero falliva. Duecentomila meccanici, coi loro cinquecentomila alleati metallurgici, erano stati vinti nella lotta più sanguinosa che abbia sconvolto gli Stati Uniti.

In seguito a vere battaglie contro i nuclei di crumiri[69] armati dall’associazione dei padroni, le Centurie Nere erano comparse nelle località più distanti le une dalle altre, distruggendo grandi proprietà; per conseguenza, erano stati mandati centomila uomini dell’esercito regolare degli Stati Uniti per decidere la cosa con la forza.

Un gran numero di capi operai furono giustiziati, molti altri imprigionati, e migliaia di scioperanti rinchiusi nei parchi bestiame[70] e trattati in modo esecrabile dalla soldatesca.

Si pagavano cari gli anni della passata prosperità. Tutti i mercati, carichi di roba, cadevano nel crollo generale dei prezzi; quello del lavoro cadeva prima degli altri.

Il paese era soggetto a una crisi industriale. Da una parte e dall’altra gli operai scioperavano, e se non si mettevano in isciopero, erano scacciati dagli stessi padroni. I giornali riferivano numerosi fatti di violenza e di sangue. E in tutto questo c’entravano le Centurie Nere. Sommosse, incendî, distruzioni a destra e a manca, queste erano le loro funzioni che esse adempivano con serenità di cuore. Tutto l’esercito era in moto, chiamato dalle violenze delle Centurie Nere[71].

Tutte le città e i paesi, sembravano accampamenti militari; gli operai erano fucilati come cani. I crumiri erano reclutati fra la massa dei disoccupati, e quando avevano la peggio coi membri dei sindacati, comparivano le truppe regolari sempre a tempo per difenderli e schiacciare questi. Inoltre, c’era la milizia. Sin allora non era stato necessario ricorrere alla legge segreta sulla milizia; solo la sua parte regolarmente organizzata entrava in azione e operava ovunque. In ultimo, in questo tempo di terrore, l’esercito regolare fu aumentato di centomila uomini dal Governo.

Mai il mondo del lavoro aveva ricevuto una lezione così severa. Questa volta i grandi capi industriali, gli oligarchi, avevano gettate tutte le loro forze nella breccia aperta dalle associazioni dei padroni battaglieri. Costoro appartenevano, in realtà, alla classe media. Stimolati dalla durezza dei tempi, dal crollo dei mercati, e sostenuti dai Capi dell’Alta Finanza, inflissero all’organizzazione del lavoro una terribile e decisiva sconfitta. La lega era potentissima, ma era una specie di alleanza del leone con l’agnello; e la classe media non doveva tardare molto ad accorgersene.

La classe lavoratrice manifestava idee sanguinose di vendetta, ma era annientata. Pure, la sua sconfitta non pose fine alla crisi. Le banche, che erano da sole importanti forze dell’oligarchia, continuavano ad accettare i risparmi dei lavoratori. Il gruppo di Wall Street[72] trasformò la Borsa in un turbine dove tutti i valori del Paese scesero quasi a zero.

E sui disastri e sulle rovine, s’inalzò la forza della nascente oligarchia: imperturbabile, indifferente e sicura di sè. Questa serenità e sicurezza erano terrificanti. Per ottener lo scopo, essa non adoperava soltanto la sua potenza, ma quella del Tesoro degli Stati Uniti.

I capi dell’industria si erano poi volti contro la classe intermedia. Le associazioni dei padroni, che li avevano aiutati a lacerare l’organizzazione del lavoro, erano alla loro volta lacerate dai loro antichi alleati. In mezzo al crollo dei piccoli finanzieri ed industriali, i trusts resistevano magnificamente. Non solo erano solidi, ma attivi. Seminavano vento, senza paura nè sosta, perchè essi soli sapevano il modo di raccogliere tempesta e trarne profitto, e quale profitto! quali immensi beneficî! Abbastanza forti per tener testa all’uragano che avevano contribuito largamente a scatenare, si scatenavano essi pure e saccheggiavano ciò che turbinava attorno a loro. I valori erano pietosamente e incredibilmente abbassati e i trusts allargavano i loro possedimenti in proporzioni non meno incredibili: le loro imprese comprendevano numerosi campi nuovi, e sempre a spese della classe media.

Così, l’estate del 1912 vide l’assassinio virtuale della classe intermedia.

Ernesto stesso fu stupito della rapidità con la quale fu dato ad essa il colpo di grazia. Alzò la testa con aria di cattivo augurio e vide, senza illusioni, le elezioni dell’autunno.

— È inutile, — diceva, — siamo sconfitti anticipatamente. Il Tallone di Ferro è là. Avevo poste tutte le mie speranze in una vittoria tranquilla, ottenuta mediante le urne. Ho avuto torto. Wickson aveva ragione. Saremo spogliati delle poche libertà che ci rimangono. Il Tallone di Ferro camminerà sui nostri volti; non c’è più nulla da aspettarsi fuorchè da una rivoluzione sanguinosa della classe operaia. Naturalmente avremo la vittoria, ma fremo al pensiero di quello che ci costerà.

Da allora, Ernesto sperò nel vessillo della Rivoluzione. Su questo punto, anzi, era più evoluto del suo partito. I suoi compagni socialisti non riuscivano a seguirlo, e persistevano a credere che la lotta avrebbe potuto essere vinta con le elezioni. Non che fossero storditi dal colpo ricevuto; non mancavano nè di sangue freddo nè di coraggio: erano increduli, ecco tutto. Ernesto non riusciva a ispirare loro un vero timore dell’oligarchia; riusciva a commuoverli, ma essi erano sempre troppo sicuri della loro forza. Non c’era posto per l’oligarchia, nella loro teoria dell’evoluzione sociale; per conseguenza, l’oligarchia non poteva esistere.

— Vi manderemo al Congresso, e tutto si appianerà, — gli dissero in una delle nostre riunioni segrete.

— E quando mi avranno strappato dal Congresso, messo con le spalle al muro e fatto saltar le cervella, — chiese freddamente, — che cosa farete?

— Allora ci solleveremo con tutta la nostra forza, — risposero una dozzina di voci, immediatamente.

— Allora guazzerete nel vostro stesso sangue, — fu la replica. — Conosco quest’antifona; l’ho sentita cantare dalla classe media. E dov’è ora la classe media, con tutta la sua forza?