CAPITOLO IX. LA MATEMATICA DI UN SOGNO.
Fra la costernazione provocata dalla sua rivelazione, Ernesto riprese la parola:
— Una dozzina di voi, questa sera, ha proclamato impossibile il socialismo. Poichè avete dichiarato ciò che è inattuabile, permettetemi ora di dimostrarvi ciò che è inevitabile: ossia, la scomparsa non solo di voi piccoli capitalisti, ma anche di grossi capitalisti e perfino dei trusts, a un certo momento. Ricordate che il progresso dell’evoluzione non permette ritorni al passato. Senza riflusso, essa procede dalla rivalità all’associazione, dalla piccola cooperazione alla grande, dalle vaste combinazioni alle organizzazioni colossali, sino al socialismo che è la più gigantesca di tutte le organizzazioni.
«Voi mi dite che sogno. Benissimo! Vi esporrò i dati matematici del mio sogno. Anzi, vi sfido in anticipo a dimostrare la falsità dei miei calcoli. Voglio esporre davanti a voi il carattere fatale del crollo del sistema capitalistico, e dedurre, matematicamente, la causa della sua fatale decadenza. Coraggio, e abbiate pazienza se il punto di partenza è un po’ lontano dall’argomento.
«Esaminiamo, dapprima, i procedimenti di un’industria privata, e non esitate ad interrompermi se dico cosa che voi non potete ammettere. Prendiamo, ad esempio, una fabbrica di scarpe. Questa fabbrica compera il cuoio e lo trasforma in scarpe. Ecco del cuoio per cento dollari, che passa in fabbrica e ne esce in forma di scarpe, per un valore di cento dollari, supponiamo. Che cos’è avvenuto? È stato aggiunto al valore del cuoio un altro valore di cento dollari. Come mai? Il capitale e il lavoro hanno aumentato il valore iniziale.
«Il capitale ha procurato la fabbrica, la macchina e ha pagato le spese. La mano d’opera ha dato il lavoro, lo sforzo combinato del capitale e del lavoro ha incorporato un valore di cento dollari al valore della merce. Siamo d’accordo?
Le teste si curvarono, affermativamente.
— Il lavoro e il capitale, avendo prodotto cento dollari, si danno da fare per la ripartizione della somma. Le statistiche che trattano delle divisioni di questo genere, segnano sempre numerose frazioni: ma ora noi, per maggiore comodità, ci accontenteremo di un’approssimazione poco rigorosa, ammettendo che il capitale prenda per sè cinquanta dollari e che il lavoro riceva, come salario, una somma uguale. Non litigheremo per questa divisione[58], qualunque siano i contratti, si finisce sempre col mettersi d’accordo, a un tasso o a un altro. E non dimenticate che ciò che io dico per un’industria, si applica a tutte. Mi seguite?
I convitati approvarono.
— Ora supponiamo che il lavoro, avendo ricevuto la sua quota di cinquanta dollari, voglia ricomperare delle scarpe. Potrà comperarne solo per cinquanta dollari, non è vero?
«Passiamo ora da questa operazione particolare a tutte le operazioni che si compiono negli Stati Uniti, non soltanto col cuoio, ma con tutte le materie grezze, coi trasporti, e col commercio in generale. Diciamo, in cifra tonda, che la produzione annuale della ricchezza, negli Stati Uniti, è di quattro miliardi di dollari. Il lavoro riceve dunque, come salario, una somma di due miliardi l’anno. Dei quattro miliardi prodotti, il lavoro può riscattarne due. Non c’è nessuna discussione in proposito, ne sono sicuro: la mia valutazione è molto larga. A causa di ingerenze capitalistiche d’ogni sorta, il lavoro non ottiene la metà del prodotto totale.
«Ma sorvoliamo su ciò, ed ammettiamo che il lavoro ottenga i due miliardi. È evidente, allora, che il lavoro può consumare solo due miliardi, mentre bisogna render conto degli altri due miliardi che il lavoro non può nè riscattare nè consumare.
— Il lavoro non consuma neppure i suoi due miliardi, — dichiarò il signor Kowalt. — Se li spendesse, non avrebbe depositi nelle Casse di risparmio.
— I depositi nelle Casse di risparmio, sono una specie di fondo di riserva, che può essere speso in fretta, come in fretta è stato accumulato. Sono le economie messe da parte per la vecchiaia, le malattie, gli accidenti e le spese dei funerali. Sono il boccon di pane conservato nella madia, per il domani. No, il lavoro assorbe la totalità del prodotto che può riscattare con i suoi guadagni.
«Due miliardi sono lasciati al capitale. Dopo aver pagato le spese, consuma il resto? Il capitale divora i suoi due miliardi?
Ernesto si interruppe e rivolse apertamente la domanda a parecchi, che alzarono la testa.
— Non ne so niente, — disse francamente uno di essi.
— Ma sì, voi lo sapete, — rispose Ernesto. — Riflettete un istante. Se il capitale consumasse la sua parte, la somma totale del capitale non potrebbe aumentare: resterebbe costante. Esaminate invece la storia economica degli Stati Uniti, e vedrete che il capitale aumenta continuamente. Dunque, il capitale non divora la sua parte.
«Ricordatevi dell’epoca in cui l’Inghilterra possedeva molte delle nostre azioni delle ferrovie. Con l’andar degli anni le abbiamo riscattate. Che cosa si deve concludere, se non che la parte del capitale impiegato ha permesso questo? Oggi i capitalisti degli Stati Uniti possiedono centinaia e centinaia di milioni di dollari di azioni messicane, russe, italiane e greche: che cosa sono esse se non un po’ di quella parte che i capitalisti non hanno consumato? Fin dalle origini del sistema capitalistico, il capitale non ha mai consumato tutta la sua parte.
«E ora siamo al punto: quattro miliardi di ricchezza vengono prodotti annualmente negli Stati Uniti. Il lavoro ne riscatta e ne consuma due miliardi; resta perciò una forte eccedenza che non viene distrutta. Che cosa si può fare? Il lavoro non può sottrarne perchè ha già consumato i suoi guadagni. Il capitale non se ne serve, perchè già, secondo la sua natura, ha assorbito tutto quanto poteva. E l’eccedenza resta. Che cosa se ne può fare? Che cosa se ne fa?
— Si vende all’estero, — dichiarò spontaneamente il signor Kowalt.
— Precisamente, — assentì Ernesto. — Da questo soprappiù nasce il nostro bisogno d’uno sbocco esteriore. Si vende all’estero; si è obbligati a venderlo all’estero; non c’è altro mezzo per impiegarlo. E quest’eccedenza venduta all’estero costituisce ciò che noi chiamiamo: la bilancia commerciale in nostro favore. Siamo intesi su ciò?
— Certamente, perdiamo il tempo trattando di questo A. B. C. del commercio, — disse il signor Calvin, con dispetto. — Lo sappiamo tutti a memoria.
— Se ho posto tanta cura nell’esporvi queste norme elementari, è perchè mi servono per confondervi. — replicò Ernesto. — È questa la parte piccante della cosa. E vi confonderò completamente.
«Gli Stati Uniti sono un paese capitalistico che ha sviluppato le sue risorse. In virtù del suo sistema industriale, possiede un ramo di produzione superflua di cui deve sbarazzarsi all’estero[59].
«Ciò che è vero per gli Stati Uniti, lo è pure per tutti i paesi capitalistici le cui risorse sono sviluppate. Ognuno di questi paesi dispone di un superfluo ancora intatto. Non dimenticate che hanno già trafficato gli uni con gli altri e che, ciò nonostante, c’è un superfluo disponibile. In tutti questi paesi il lavoro ha speso i suoi guadagni e non può più comperare nulla; in tutti, il capitale ha consumato solo ciò che gli permette la sua natura. E il rimanente è un peso morto, perchè non possono scambiarselo fra loro. Come se ne libereranno?
— Vendendolo ai paesi le cui risorse non sono sviluppate, — suggerì il signor Kowalt.
— Perfettamente. Vedete dunque che il mio ragionamento è così chiaro e così semplice, che si svolge naturalmente nelle vostre menti. Facciamo ora un passo avanti. Supponiamo che gli Stati Uniti impieghino la loro produzione superflua in un paese le cui risorse non siano sviluppate; nel Brasile, per esempio. Ricordate che questo bilancio è fuori e sopra il commercio, essendo gli articoli commerciali già consumati. Che cosa potrà dunque dare il Brasile, in cambio, agli Stati Uniti?
— Dell’oro. — disse il signor Kowalt.
— Ma nel mondo c’è una quantità limitata di oro, — obiettò Ernesto.
— Dell’oro in forma di pegni, obbligazioni e simili, — rettificò il signor Kowalt.
— Questa volta dite bene. Gli Stati Uniti riceveranno dal Brasile, in cambio del loro capitale di risparmio, obbligazioni ed altre garanzie. Che cosa vuol dire ciò, se non che gli Stati Uniti entreranno in possesso di ferrovie, di officine, di miniere e di terreni del Brasile? E che cosa ne risulterà?
Il signor Kowalt riflettè e scosse il capo.
— Ve lo dico subito. — continuò Ernesto. — Risulterà questo: che le risorse del Brasile saranno sviluppate. Bene; facciamo ancora un passo. Quando il Brasile, per impulso del sistema capitalistico, avrà sviluppato le sue risorse, possiederà esso pure un risparmio di ricchezza non consumata. Potrà sbarazzarsene negli Stati Uniti? No, perchè questi hanno già della ricchezza esuberante. Gli Stati Uniti alla loro volta potranno fare come prima, e dare i loro risparmi al Brasile? No, perchè questo paese ha i suoi.
«Che cosa succederà? Ormai, Stati Uniti e Brasile devono cercare tutti e due i loro sbocchi in paesi le cui risorse non siano ancora sfruttate. Ma impiegando i loro risparmî in nuove regioni, queste accresceranno le loro risorse, perciò non tarderanno a possedere alla loro volta dei risparmi, e cercheranno altri paesi per impiegarli. Ora, state bene attenti, signori, il nostro pianeta non è così grande, e c’è un numero limitato di paesi sulla terra. Quando tutti i paesi del mondo, fino all’ultimo, avranno della ricchezza risparmiata da impiegare e troveranno gli altri paesi nelle stesse condizioni, che cosa accadrà?
Fece una pausa e osservò i suoi uditori. La loro aria imbarazzata era divertente. Ma c’era anche una profonda inquietudine sui loro volti. Fra tante astrazioni, Ernesto aveva evocato una visione chiara. Infatti tutti, in quel momento, la vedevano distintamente e ne avevano paura.
— Abbiamo cominciato coll’A.B.C., signor Calvin, — disse maliziosamente Ernesto, — ma ora vi ho detto il resto dell’alfabeto. È semplicissimo: perciò è bello. Certamente, voi avete pronta una risposta. Ebbene, che cosa accadrà quando tutti i paesi del mondo avranno della ricchezza superflua non consumata? Dove andrà a finire allora il vostro sistema capitalistico?
Il signor Calvin scuoteva il capo, preoccupato. Evidentemente, cercava un errore di ragionamento in ciò che Ernesto aveva detto prima.
— Rifacciamo insieme il cammino già fatto. — riassunse Ernesto. — Abbiamo cominciato supponendo un’operazione industriale qualunque, quella di una fabbrica di calzature; ed abbiamo stabilito che la divisione del prodotto ottenuto dalla collaborazione fra capitale e lavoro in detta fabbrica, è simile alla divisione che avviene in tutte le operazioni industriali. Abbiamo visto che il lavoro può riscattare, col suo salario, solo una parte del prodotto, e che il capitale non consuma il resto. Abbiamo visto come dopo avere il lavoro consumato tutto ciò che gli permettono i suoi guadagni, e il capitale ciò di cui ha bisogno, rimane ancora un avanzo disponibile. Abbiamo riconosciuto che si può disporre di questo avanzo solo impiegandolo all’estero. Abbiamo convenuto che il trapasso di questa ricchezza in un paese nuovo ha l’effetto di sviluppare le risorse di questo, dimodochè, in poco tempo, quel paese finirebbe con l’avere, a sua volta, della ricchezza esuberante. Abbiamo esteso questo procedimento a tutte le regioni del nostro pianeta, fino a giungere alla conclusione che ogni paese, di anno in anno, di giorno in giorno, si ingombra di una ricchezza esuberante di cui non può sbarazzarsi. Ed ora torno a domandarvi: che cosa ne faremo di questa ricchezza esuberante?
E anche questa volta nessuno rispose.
— Sentiamo, signor Calvin, — incitò Ernesto.
— Ciò oltrepassa i miei calcoli, — confessò l’interpellato.
— Non ho mai immaginato una cosa simile, — dichiarò il signor Asmunsen. — Eppure è chiaro come un libro stampato.
Per la prima volta sentivo esporre la teoria di Carlo Marx sulla valuta[60]: ed Ernesto l’aveva fatto così semplicemente, che io pure rimanevo stupita, incapace di rispondere.
— Vi proporrò un mezzo per sbarazzarvi del capitale esuberante, — disse Ernesto. — Gettatelo in mare. Gettatevi ogni anno le centinaia di milioni di dollari che valgono le calzature, gli abiti, il grano, e tutte le ricchezze commerciali. La faccenda sarebbe risolta?
— Lo sarebbe certamente, — rispose il signor Calvin, — ma è assurdo parlare così.
Ernesto rispose con rapidità fulminea:
— Siete forse meno assurdo, voi, signor distruttore di macchine, quando consigliate il ritorno ai procedimenti antidiluviani dei vostri nonni? Che cosa ci proponete per liberarci del danaro che avanza? schivare il problema, cessare di produrre, ritornare cioè a un metodo di produzione così primitivo e impreciso, così disordinato e irragionevole, che diventerebbe impossibile ottenere la minima eccedenza.
Il signor Calvin inghiottì la saliva: il colpo era riuscito. Egli deglutì, poi tossì per rischiararsi la voce.
— Avete ragione, — disse. — Sono convinto. È assurdo. Ma bisogna bene che facciamo qualche cosa; è questione di vita o di morte, per noi della classe media. Noi non vogliamo perire. Preferiamo essere illogici e ritornare ai metodi dei nostri padri, sieno pure dispendiosi e grossolani. Ricondurremo l’industria allo stato anteriore ai trusts. Romperemo le macchine. Che cosa potrete fare voi allora?
— Ma voi non potete distruggere le macchine. — replicò Ernesto. — Non potete far regredire ciò che è evoluzione. Due grandi forze si oppongono a voi, e una di queste è più potente della classe media. I grandi capitalisti, coloro che fanno parte dei trusts, in una parola, non vi lasceranno battere in ritirata. Essi non vogliono la distruzione delle macchine. E più potente del trust, è la forza del lavoro. Esso non vi permetterà mai di distruggere le macchine. La proprietà del mondo, comprese le macchine, giace su un campo di battaglia, fra due linee nemiche, quella dei trusts e quella del lavoro. Nessuno dei due avversarî vuole la distruzione delle macchine, ma ciascuno ne vuole il possesso. In questa lotta non c’è posto per la classe media, vero pigmeo fra due titani.
«Non sentite, povera classe media, che siete presa fra due macine che hanno già cominciato a girare? Vi ho dimostrato matematicamente l’inevitabile rottura del sistema capitalistico. Quando ogni paese si troverà in possesso di ricchezza esuberante inconsumabile e invendibile, l’impalcatura plutocratica cederà sotto l’enorme peso dei beneficî che s’è creata. Ma quel giorno non ci saranno macchine distrutte: il loro possesso sarà la posta del combattimento. Se il lavoro sarà vincitore, il cammino vi sarà facile.
«Gli Stati Uniti e tutto il mondo entreranno in un’êra nuova e prodigiosa. Le macchine, anzichè opprimere la vita, la renderanno più bella, più felice e più nobile. Essendo membri della classe media abolita, d’accordo con la classe dei lavoratori, (la sola che sussisterà) voi parteciperete dell’equa ripartizione dei prodotti di quelle macchine meravigliose. E noi, noi tutti, ne costruiremo di più meravigliose ancora. E non ci sarà più ricchezza non consumata, perchè non esisteranno più profitti.
— Ma se la battaglia per il possesso delle macchine fosse vinta dai trusts? — domandò il signor Kowalt.
— In questo caso. — rispose Ernesto, — voi e il lavoro, e noi tutti, saremmo schiacciati sotto il tallone di ferro di un dispotismo implacabile e terribile come ogni dispotismo di cui è macchiata la storia umana. Il Tallone di Ferro![61] ecco la denominazione propria di questa tirannìa.
— Ma il vostro socialismo è un sogno, — disse, infine, il signor Calvin, e ripetè: — un sogno!
— Allora vi dimostrerò qualche cosa che non è un sogno. — rispose Ernesto. — Qualche cosa che io chiamerò oligarchìa e voi chiamate plutocrazia, ma che tutti intendiamo ch’essa comprende i grandi capitalisti ed i trusts. Esaminiamo chi detiene il potere oggi.
«Ci sono tre classi sociali: la prima di tutte è la plutocratica, composta dai ricchi banchieri, dai magnati delle ferrovie, dai direttori delle grandi società e dai re dei trusts; la seconda, la classe media, la vostra, signori, che comprende i grandi professionisti. Infine, la terza ed ultima, la mia classe, il proletariato, formata dai lavoratori salariati[62].
«Non potete negare che il possesso della ricchezza forma attualmente l’essenza del potere negli Stati Uniti. In quale proporzione, però, questa ricchezza è posseduta dalle tre classi? Ecco le cifre: la plutocrazia è proprietaria di sessantasette miliardi. Sul numero totale delle persone che esercitano una professione negli Stati Uniti, solo il 0.9% appartiene alla plutocrazia; eppure la plutocrazia possiede il 70% della ricchezza totale. La classe media ha ventiquattro miliardi; il 29% di persone che esercitano una professione appartengono alla classe media, e godono il 25% della ricchezza totale. Resta il proletariato. Esso dispone di quattro miliardi. Di tutte le persone che esercitano una professione, il 70% appartiene al proletariato, ed il proletariato possiede il 4% della ricchezza totale. Da qual parte è il potere, signori?
— Stando alle vostre cifre, noi, della classe media, siamo più potenti dei lavoratori, — osservò il signor Asmunsen.
— Ma ricordandoci la nostra debolezza voi non migliorate punto la vostra condizione rispetto alla forza della plutocrazia, — rispose Ernesto. — D’altronde, non ho finito. C’è una forza superiore alla ricchezza, superiore nel senso che non può esserci strappata. La nostra forza, la forza del proletariato, sta nei nostri muscoli che lavorano, nelle nostre mani che votano, nelle nostre dita che possono fare scattare un grilletto. È la forza primitiva alleata della vita, superiore alla ricchezza, e che la ricchezza non può dominare.
«Ma la vostra forza invece è caduca: vi può essere tolta. In questo stesso momento, la plutocrazia sta per togliervela, e finirà per strapparvela tutta. E allora cesserete d’essere la classe media, verrete a noi, diventerete proletarii. E, ciò che più importa, aggiungerete forza alla nostra forza. Vi accoglieremo come fratelli e combatteremo a gomito a gomito, per la causa dell’umanità.
«Il lavoro non ha niente di concreto da prendere: la sua parte di ricchezza nazionale consiste in abiti, mobili, e, in casi rarissimi e sporadici, in una casa libera da ipoteche. Ma voi avete della ricchezza concreta, ne avete per ventiquattro miliardi, e la plutocrazia ve li prenderà. Naturalmente, è più verosimile che sia il proletariato che ve li prenda prima. Non vedete la vostra posizione, signori? La vostra classe media è la pecorella tremante, fra il leone e la tigre. Se non sarete dell’uno, sarete dell’altro. E se la plutocrazia vi avrà prima, il proletariato avrà in seguito la plutocrazia: è soltanto questione di tempo.
«Ed anche la vostra ricchezza attuale non dà la misura della vostra potenza. Ora come ora, la forza della vostra ricchezza è una conchiglia vuota. Perciò emettete il vostro lamentoso grido di guerra: «Ritorniamo ai metodi dei nostri padri». Sentite la vostra impotenza, ed il vuoto della vostra conchiglia. Vi farò vedere tale vacuità:
«Qual’è il potere dei fittavoli? Più del 50 per cento sono in servaggio perchè semplici livellarii o perchè oppressi da ipoteche; e tutti sono sotto tutela per il fatto che i trusts possiedono o governano (che è poi la stessa cosa) tutti i mezzi per immettere i prodotti nel mercato, come apparecchi frigoriferi, ascensori, ferrovie e linee di navigazione. Inoltre, i trusts governano i mercati. Del potere politico e governativo dei fittavoli, mi occuperò parlando di quello della classe media. Di giorno in giorno, i trusts schiacciano i fittavoli come hanno strozzato il signor Calvin e tutti i lattai; e di giorno in giorno i venditori sono schiacciati nello stesso modo. Ricordate come, in sei mesi, i trusts del tabacco sieno riusciti a distruggere più di quattrocento spacci di sigari, nella sola Nuova York? Dove sono gli antichi padroni delle miniere del carbon fossile? Sapete certo, senza che io debba ripeterlo, che oggi il trust delle ferrovie possiede e dispone di tutti i terreni minerarii di antracite e di bitume.
«Lo «Standard Oil Trust» non possiede forse una ventina di linee marittime? Non dispone pure del rame? senza parlare del trust degli alti forni che ha organizzato, come un’impresa secondaria?
«Vi sono diecimila città negli Stati Uniti, illuminate, questa sera, dalle società dipendenti dalla Standard Oil, e altrettante dove i trasporti elettrici, urbani e suburbani, o interurbani, sono nelle sue mani. I piccoli capitalisti, una volta cointeressati in queste migliaia di imprese, sono spariti. Lo sapete. Voi vi avviate per la stessa strada.
«Lo stesso avviene ai fabbricanti; tutto considerato, gli uni e gli altri, sono oggi ridotti a un vassallaggio feudale. E si può dire lo stesso dei professionisti e degli artisti che oggi, salvo il nome, sono dei plebei, mentre i politicanti sono dei servi.
«Perchè mai, signor Calvin, passate i giorni e le notti a organizzare i fittavoli, come il resto della classe media, in un nuovo partito politico? Perchè i politicanti dei vecchi partiti non vogliono, perchè sono, come ho detto, i servitori, i lacchés della plutocrazia.
«Ho pure detto come professionisti e artisti sieno plebe, nel regime attuale. E che altro sono? Dal primo all’ultimo, professori, predicatori, editori, disimpegnano le loro mansioni servendo la plutocrazia, il loro ufficio consiste nel propagare solo idee inoffensive o laudative per i ricchi. Tutte le volte che tentano di propagare idee minacciose per questi, perdono il posto; in questo caso, se non hanno messo da parte nulla per i tempi grami, discendono verso il proletariato, e vegetano nella miseria o diventano i mestatori del popolo. E non dimenticate che la stampa, il pulpito e l’università, modellano l’opinione pubblica, dànno il tono alla marcia mentale della nazione. Quanto agli artisti, fanno semplicemente da mezzani ai gusti più o meno ignobili della plutocrazia.
«Ma, in sostanza, la ricchezza non costituisce un vero potere da sola; è un mezzo per ottenere il potere, che è governativo per essenza. Chi detiene oggi il governo? forse il proletariato con i suoi venti milioni di persone impiegate in occupazioni varie? Voi stessi ridete, a quest’idea. Forse la classe media, con i suoi otto milioni di membri che esercitano professioni varie? Neppure. Chi dunque detiene il potere del governo? La plutocrazia, con appena un quarto di milione di persone occupate. Eppure non è questo quarto di milioni di uomini che lo detiene realmente, quantunque faccia da guardia volontaria. Il cervello della plutocrazia che guida il governo si compone di sette piccoli e possenti gruppi. E non dimenticate che, oggi, questi gruppi agiscono quasi all’unisono[63].
Permettetemi di abbozzarvi la potenza di un solo di questi gruppi, quello delle Ferrovie. Ha quarantamila avvocati, per rigettare le istanze del pubblico, davanti ai tribunali: distribuisce innumerevoli fogli di viaggi circolari gratuiti ai giudici, ai banchieri, ai direttori di giornali, ai pastori, ai membri delle Università, delle legislature di Stato e del Congresso. Mantiene ricchissimi e lussuosi focolai di intrigo, le lobbies[64] nel capoluogo di ogni Stato e nella capitale, e in tutte le grandi e piccole città del paese: adopera un immenso esercito di azzeccagarbugli e di politicanti, che hanno il compito di partecipare ai comitati elettorali e alle assemblee di partito, di circuire i giurati, di subornare i giudici, e di adoperarsi con tutte le loro forze a favore degl’interessi del gruppo[65].
«Signori, ho solo accennato alla potenza di uno dei sette gruppi che costituiscono il cervello della plutocrazia[66]. I vostri ventiquattro miliardi di ricchezza non vi dànno il 25% di potere governativo. Sono una conchiglia vuota, e presto anche questa conchiglia vi sarà tolta. Oggi la plutocrazia ha tutto il potere nelle sue mani. È lei che crea le leggi perchè dispone del Senato, del Congresso, dei corsi, e del potere legislativo in ogni Stato.
«E non basta. Occorre, oltre la legge, una forza che la renda esecutiva. E oggi la plutocrazia, fatte le leggi, ha a sua disposizione la polizia, l’esercito, la marina, e infine la milizia, ossia voi, io e noi tutti.
La discussione non continuò, dopo di ciò: i convitati si alzarono subito da tavola. Calmati e domati, abbassavano la voce congedandosi. Si sarebbero detti ancora spaventati dalla visione dell’avvenire, che avevano contemplato.
— La situazione è seria, — disse il signor Calvin ad Ernesto. — Non trovo nulla da ridire sul modo come l’avete esposta. Dissento solo da voi su quanto riguarda la condanna della classe media. Noi sopravvivremo, e distruggeremo i trusts.
— E ritornerete ai metodi dei vostri padri, — concluse Ernesto.
— Giustissimo! So bene che, in certo modo, siamo dei distruttori di macchine, e che questo è un assurdo. Ma tutta la vita è illogica, al giorno d’oggi, a causa degli intrighi della plutocrazia. Comunque, il nostro modo di distruggere le macchine, è almeno pratico e possibile, mentre il vostro sogno non lo è. Il vostro sogno socialista non è che un sogno. Noi non possiamo ammetterlo.
— Vorrei poter dare, a voi ed ai vostri, alcune nozioni circa la teoria dell’evoluzione sociale, — rispose Ernesto, con aria pensosa, stringendogli la mano.
— Sarebbero evitate molte difficoltà.