CAPITOLO VIII. I DISTRUTTORI DI MACCHINE.

Poco tempo prima che Ernesto si presentasse come candidato al Congresso, nella lista socialista, il babbo solennizzò ciò che egli stesso chiamava, a porte chiuse: «la serata dei profitti e delle perdite», e il mio fidanzato: «la serata dei distruttori di macchine».

In realtà, era un pranzo di uomini di affari, di piccola gente d’affari, naturalmente. Non credo che alcuno, fra loro, fosse interessato in un’impresa il cui capitale superasse i duecentomila dollari.

Rappresentavano perciò perfettamente la classe media del traffico. C’era il signor Owen, della Casa Silverberg, Owen e C. una importante ditta di drogheria, con numerose succursali, di cui noi eravamo clienti. C’erano i soci del grande deposito di prodotti farmaceutici Kowalt e Washburn; c’era il signor Asmunsen, proprietario d’un’importante cava di granito nella Contea di Contra Costa, e parecchi altri della stessa specie, proprietari e comproprietari di piccole industrie, di piccoli commerci e di piccole imprese: in una parola, piccoli capitalisti.

Erano persone abbastanza interessanti, con i loro visi furbi, e il loro linguaggio semplice e chiaro. Si lamentavano, all’unanimità, dei consorzi e la loro parola d’ordine era: «Uccidiamo i trusts!». Questi, secondo loro, erano la fonte di tutte le oppressioni; e tutti, senza eccezione, ripetevano lo stesso lamento. Avrebbero voluto che il Governo si impossessasse delle grandi imprese, come le Ferrovie e le Poste e i Telegrafi, ed essi predicevano lo stanziamento di tasse enormi, e ferocemente progressive sulle entrate, allo scopo di distruggere i grandi accumulamenti di capitali. Essi lodavano anche, come un possibile rimedio alle miserie locali, la proprietà municipale delle imprese di pubblica utilità, come l’acqua, il gas, i telefoni, e i tranvai.

Il signor Asmunsen narrò, in modo particolarmente interessante, le sue vicissitudini di proprietario di cava. Confessò che questa sua cava non gli aveva dato mai nessun utile, nonostante l’enorme quantità di ordinazioni che gli aveva procurato la distruzione di San Francisco. La ricostruzione di questa città, era durata sei anni, durante i quali, il numero dei suoi affari era stato quadruplicato, ma egli non era, per questo, più ricco di prima.

— La Compagnia delle Ferrovie è al corrente de’ miei affari meglio di me, — spiegò. — Conosce fino al centesimo, le spese di sfruttamento, e sa, a memoria, i termini de’ miei contratti. Come mai è così bene informata? Non so immaginarlo. Deve certo avere delle spie pagate fra i miei stessi impiegati e avere accesso presso i miei soci. Perchè, ascoltate bene questo: appena ho firmato un grosso contratto, favorevole a me, e che mi assicura un buon guadagno, i prezzi di trasporto aumentano come per incanto. Non mi si dànno spiegazioni, ma la ferrovia si prende il mio guadagno. In simili casi, non ho mai potuto decidere la Compagnia a rivedere le sue tariffe, mentre, in seguito ad incidenti o ad aumenti di spesa di sfruttamento, o dopo la firma di contratti meno vantaggiosi per me, sono sempre riuscito ad ottenere un ribasso. Insomma, la Ferrovia si prende tutti i miei guadagni, siano essi grandi o piccoli.

Ernesto lo interruppe per chiedergli:

— Ciò che vi rimane, in fin dei conti, equivale presso a poco, senza dubbio, allo stipendio che la Compagnia vi darebbe come direttore, se fosse essa la proprietaria della cava?

— È proprio così, — rispose il signor Asmunsen. — Or non è molto, ho fatto fare uno specchietto dei miei conti in questi ultimi due anni, ed ho constatato che i miei guadagni erano precisamente come lo stipendio di un direttore. Non ci sarebbe stato assolutamente nulla di diverso se la Compagnia avesse posseduto la mia Cava e mi avesse pagato per sfruttarla.

— Però, con questa differenza, — disse Ernesto ridendo, — che la Compagnia avrebbe dovuto caricarsi dei rischi che avete avuto la bontà di assumere per lei.

— È vero, — ammise il signor Asmunsen, con tristezza.

Dopo aver lasciato esprimere ad ognuno ciò che aveva da dire, Ernesto rivolse delle domande agli uni e agli altri. Cominciò prima dal signor Owen.

— Sono circa sei mesi che avete aperta una succursale, qui, a Berkeley?

— Sì, — rispose il signor Owen.

— E da allora, ho osservato che tre piccoli droghieri del rione hanno chiuso bottega. La vostra succursale ne è, senza dubbio, la causa?

— Non avevano nessuna probabilità di riuscita lottando contro di noi, — affermò il signor Owen, con soddisfazione.

— Perchè no?

— Avevamo un capitale più forte. Nel grosso commercio, la perdita è sempre minima, e il guadagno più grande.

— Dimodochè il vostro negozio assorbiva i guadagni delle tre piccole botteghe. Capisco. Ma ditemi: che è avvenuto dei proprietarii delle bottegucce?

— Uno conduce i nostri camions di scarico. Non so che cosa facciano gli altri.

Ernesto si voltò repentinamente verso il signor Kowalt.

— Voi vendete spesso al prezzo di costo, spesso perfino in perdita[53]. Che ne è dei proprietarî delle piccole farmacie che avete messo con le spalle al muro?

— Uno di essi, il signor Haasfurther, è attualmente a capo del nostro servizio di ordinazioni.

— E voi avete assorbito i guadagni che stavano per realizzare?

— Certamente: per questo siamo negli affari.

— E voi, — disse bruscamente Ernesto al signor Asmunsen. — Voi siete offeso, non è vero, perchè le Ferrovie vi sottraggono i guadagni?

Il signor Asmunsen accennò di sì col capo.

— Vorreste invece intascar voi i vostri guadagni?

Nuovo segno di assentimento.

— A spese degli altri?

Nessuna risposta. Ernesto insistette:

— A spese degli altri?

— In questo modo si guadagna, — replicò seccamente il signor Asmunsen.

— Dunque, il gioco degli affari consiste nel guadagnare a detrimento degli altri, e ad impedire agli altri di guadagnare a spese vostre. È così, non è vero?

Ernesto dovette ripetere la sua domanda e il signor Asmunsen alla fine rispose:

— Sì, è così; senonchè, noi non opponiamo difficoltà perchè gli altri facciano pure i loro guadagni, purchè non siano esorbitanti.

— Per esorbitanti intendete, senza dubbio, grossi guadagni. Però non vedete nessun inconveniente nel fare grossi guadagni per vostro conto... non è vero?

Il signor Asmunsen confessò facilmente la sua debolezza su questo punto. Allora Ernesto si rivolse a un altro, un certo signor Calvin, un tempo grosso proprietario di latterie.

— Qualche tempo fa, combattevate il trust del latte. — gli disse Ernesto, — ed ora partecipate alla politica agricola[54], al Partito delle Fattorie. Come mai questo cambiamento?

— Oh! non ho abbandonato la lotta, — rispose il personaggio, che infatti aveva un’aria aggressiva. — Io combatto il trust sull’unico terreno ove sia possibile combatterlo, sul terreno politico. Vi spiego: qualche anno fa, noi lattai, facevamo ciò che volevamo.

— Ma voi facevate concorrenza gli uni agli altri, — interruppe Ernesto.

— Sì, e perciò i guadagni erano a un livello basso. Allora tentammo di organizzarci, ma c’erano sempre dei lattai indipendenti che guastavano i nostri disegni. Poi venne il trust del latte.

— Sovvenzionato dal capitale esuberante, della Standard Oil,[55] — disse Ernesto.

— È vero, — ammise il signor Calvin. — Ma non lo sapevamo, a quel tempo. I suoi agenti ci affrontarono con la mazza in mano, e ci posero questo dilemma: o entrare nella lega, e ingrassarci, o star fuori, e perire. La maggior parte di noi entrò nel trust; gli altri creparono di fame. Oh! in principio, quanto danaro!... Il latte fu aumentato, di un cent al litro, e un quarto di quel cent era nostro. Gli altri tre quarti andavano al trust. Poi il latte fu aumentato di un altro cent, ma di questo non toccò nulla a noi. Le nostre lagnanze furono inutili. Il trust era divenuto il padrone. Ci accorgemmo che eravamo delle semplici pedine sulla scacchiera. Infine anche il quarto di cent addizionale ci fu tolto. Poi il trust cominciò a stringere le viti. Che cosa potevamo fare? Fummo spremuti. Non c’erano più lattai, non rimaneva che un trust del latte.

— Ma col latte aumentato di due cents, mi pare che avreste potuto sostenere la concorrenza, — suggerì Ernesto con malizia.

— Lo credevamo anche noi. Abbiamo tentato. — Il signor Calvin fece una pausa. — E fu la nostra rovina. Il trust poteva mettere il latte sul mercato a un prezzo inferiore al nostro. Poteva ancora avere un piccolo guadagno quando noi eravamo in pura perdita. Ho speso cinquantamila dollari in quell’affare. La maggior parte di noi ha dichiarato fallimento[56]. Le latterie sono state distrutte.

— Dimodochè, avendo il trust preso i vostri guadagni, — disse Ernesto, — voi vi siete dato alla politica, affinchè una nuova legislazione distrugga a sua volta il trust e vi permetta di riprendere le latterie?

Il viso del signor Calvin si rischiarò.

— È proprio quanto ho detto nelle mie conferenze ai fittavoli. Voi concentrate tutto il nostro programma in un guscio di noce.

— Però il trust dà il latte a miglior condizioni dei lattai indipendenti?

— Perbacco, può ben farlo, con l’organizzazione e il macchinario ultimo modello che può avere con i suoi capitali.

— Questo è fuori di discussione. Può certamente farlo, e, ciò che più conta, lo fa, — concluse Ernesto.

Il signor Calvin si lanciò allora in un’arringa politica per esporre il suo modo di vedere. Parecchi altri lo seguirono con calore, e il loro grido unanime era che bisognava distruggere i trusts.

— Poveri di spirito! — mi bisbigliò Ernesto. — Ciò che vedono, lo vedono bene; solamente, non vedono più in là del loro naso.

Dopo un poco riprese la direzione della discussione, e, secondo la sua abituale caratteristica, la tenne per tutta la sera.

— Vi ho ascoltati con attenzione, — cominciò, — e vedo perfettamente che seguite il gioco degli affari in maniera ortodossa. Per voi, la vita si riassume nel guadagno. Voi avete la convinzione ferma e tenace di essere stati creati e messi al mondo con l’unico scopo di guadagnare molto danaro. Soltanto, c’è un ostacolo: sul più bello della vostra attività proficua, ecco il trust che vi taglia i vostri guadagni. Eccovi in un dilemma apparentemente contrario al fine della creazione; e voi non vedete altro mezzo di salvezza oltre l’annientamento di questo disastroso intervento.

«Ho seguito con cura le vostre parole, e vi voglio dire l’unico epiteto che possa definirvi: Siete dei distruttori di macchine. Sapete che vuol dir ciò? Permettetemi di spiegarvelo. In Inghilterra, nel secolo XVIII, uomini e donne tessevano il panno su telai a mano, nelle loro casette. Era un procedimento lento, maldestro e costoso, quel sistema di manifattura a domicilio. Poi venne la macchina a vapore, col suo corteo di ordigni per economizzare il tempo. Un migliaio di telai riuniti in una grande officina e messi in moto da una macchina centrale, tessevano il panno a molto minor prezzo dei tessitori che possedevano telai a mano. Nell’officina si affermava la combinazione davanti alla quale si cancella la concorrenza. Gli uomini e le donne che avevano lavorato da soli, con telai a mano, andavano nelle fabbriche, e lavoravano ai telai a vapore, non più per loro stessi, ma per i proprietarii capitalisti. Ben presto anche i fanciulli si affaticarono attorno ai loro telai meccanici, in cambio di salari ridotti, e sostituirono gli uomini. I tempi divennero duri per questi. Il loro livello di benestare si abbassò rapidamente. Morivano di fame e dicevano che tutto il male proveniva dalle macchine. Allora, vollero rompere le macchine. Non vi riuscirono; erano dei poveri illusi.

«Voi non avete ancora capito questa lezione; ed ecco, dopo un secolo e mezzo, volete anche voi distruggere le macchine. Avete confessato voi stessi che le macchine del trust fanno un lavoro più efficace e a minor prezzo del vostro; per questo non potete lottare contro di esse; e nondimeno vorreste distruggerle. Siete ancora più illusi dei semplici lavoratori d’Inghilterra. E mentre voi ripetete che bisogna ristabilire la concorrenza, i trusts continuano a distruggervi.

«Dal primo all’ultimo raccontate la stessa storia, la scomparsa della rivalità e l’avvento della unione. Voi stesso, signor Owen, avete distrutto la concorrenza, qui, a Berkeley, quando la vostra succursale ha fatto chiudere bottega a tre piccoli droghieri, perchè il vostro mercato era più vantaggioso. Ma, appena sentite sulle vostre spalle il peso di altre industrie più forti, quelle dei trusts, voi vi mettete a urlare.

«Questo, perchè non siete una società forte, ecco tutto. Se formaste un trust di prodotti alimentari per tutti gli Stati Uniti, cantereste un’altra canzone, e la vostra antifona sarebbe: «Siano benedetti i trusts!» Eppure, non soltanto la vostra piccola industria non è un consorzio, ma avete voi stesso la coscienza della sua poca forza. Cominciate a presentire la vostra fine. Vi accorgete che, nonostante tutte le vostre succursali, non rappresentate che un gettone sul tavolo del gioco. Vedete gli interessi madornali inalzarsi e crescere di giorno in giorno; sentite le mani guantate di ferro dei profittatori impadronirsi dei vostri guadagni, e prendervi un pizzico di qui, un pizzico di là: così il trust delle ferrovie, il trust del petrolio, il trust dell’acciaio, il trust del carbone; e voi sapete che alla fine vi distruggeranno, vi prenderanno fin l’ultimo centesimo dei vostri mediocri guadagni.

«Ciò prova, signore, che siete un cattivo giocatore. Quando avete strozzato i tre piccoli droghieri di qui, vi siete gonfiato, avete vantato la efficacia e lo spirito dell’impresa, avete mandato vostra moglie in Europa, con i guadagni che avete fatto divorando quei poveri negozietti. È la legge del cane contro cane, e voi avete mangiato in un sol boccone i vostri rivali.

«Ma ecco che alla vostra volta siete morsicato da molossi, e urlate come una puzzola. E quanto dico di voi, è vero per tutti coloro che sono seduti qui attorno. Urlate tutti. State giocando una partita, e la perdete. Questo vi fa gridare.

«Soltanto, lamentandovi, non siete sinceri; non confessate che vi piace sfruttare gli altri, smungendoli, e che fate tutto questo chiasso perchè altri tentano di fare lo stesso con voi. No, siete troppo scaltri per questo, e dite tutt’altra cosa. Fate i discorsi politici dei piccoli borghesi, come il signor Calvin, poco fa. Che cosa diceva? Ecco alcune delle sue frasi che ricordo: «I nostri principî originarî sono solidi». «Questo paese deve ritornare ai metodi americani fondamentali, e ognuno sia libero di approfittare delle occasioni aventi uguali probabilità...«. «Lo spirito di libertà secondo il quale è sorta questa nazione... Ritorniamo ai principii dei nostri avi!...».

«Quando parlava dell’uguaglianza delle probabilità per tutti, alludeva alla facoltà di spremere dei guadagni, licenza che gli è ora tolta dai grandi trusts. E l’illogicità è in questo: che, a furia di ripetere queste frasi, voi avete finito col credere in esse. Desiderate l’occasione per svaligiare i vostri simili uno alla volta e vi ipnotizzate al punto di credere che volete la libertà. Siete ingordi e insaziabili; ma persuasi dalla magìa delle vostre frasi, di fare, invece, opera di patriottismo. Mutate il desiderio di guadagno, che è puro e semplice egoismo, in sollecitudine altruistica per l’umanità sofferente. Vediamo un po’ qui fra noi, siate sinceri una volta, guardate la cosa in faccia e ditela con termini giusti.

Intorno alla tavola si vedevano visi congestionati che esprimevano una grande irritazione, mista a una certa inquietudine. Erano tutti un poco spaventati da quel giovanotto dal viso glabro, e dal suo modo di parlare e dirigere le parole, nonchè dalla sua terribile maniera di chiamare le cose col loro nome. Il signor Calvin si affrettò a rispondere:

— E perchè no? — chiese. — Perchè non potremmo ritornare ai costumi dei nostri padri che hanno fondato questa repubblica? Avete detto molte cose vere, signor Everhard, per quanto duro ci possa esser stato l’inghiottirle. Ma qui, fra noi, possiamo parlarci chiaro. Togliamo le maschere, ed accettiamo la verità come il signor Everhard l’ha chiaramente detta.

«È vero che noi piccoli capitalisti diamo la caccia al guadagno, e che il trust ce lo toglie. È vero che vogliamo distruggere i trusts per poter conservare i nostri profitti. E perchè non lo faremmo? Perchè no, ditemi, perchè non lo faremmo?

— Ah! eccoci all’ultima parola della quistione, — disse Ernesto, con aria soddisfatta. — Perchè no? Cercherò di dirvelo, quantunque non sia facile. Voialtri, vedete, avete studiato gli affari nella vostra cerchia ristretta, ma non avete affatto approfondita la questione dell’evoluzione sociale. Siete in pieno periodo di transizione nell’evoluzione economica, ma voi non ci capite nulla, e da questo deriva tutto il caos. Mi chiedete perchè non potete ritornare indietro? Semplicemente perchè non è possibile.

«Non potete far risalire un fiume verso la sorgente. Giosuè fermò il sole sopra Gedeone, ma voi vorreste sorpassare Giosuè; voi sognate di far ritornare indietro il sole. Aspirate a far camminare il tempo a ritroso, dal mezzodì all’aurora.

«Davanti a delle macchine che risparmiano il lavoro, alla produzione organizzata, all’efficacia crescente delle società, voi vorreste ritardare il sole economico di una o più generazioni, e farlo ritornare ad un’epoca in cui non c’erano nè grandi ricchezze, nè grandi macchine, nè strade ferrate: in cui le legioni di piccoli capitalisti lottavano l’una contro l’altra, nell’anarchia industriale; in cui la produzione era primitiva, dispendiosa e non organizzata. Credetemi: il compito di Giosuè era più facile, ed egli aveva inoltre Jehova per aiuto! Ma voi, piccoli borghesi, siete abbandonati da Dio. Il vostro sole declina, e non risorgerà mai più, e non è neppure in vostro potere fermarlo ora nel suo corso. Siete perduti, condannati a sparire completamente dalla faccia della terra.

«È il fiat dell’evoluzione, il comando divino. L’associazione è più forte della rivalità. Gli uomini primitivi erano poveri esseri schiavi che si nascondevano nelle fessure delle rocce, ma un giorno si unirono per lottare contro i loro nemici carnivori. Le fiere avevano il solo istinto della rivalità, mentre l’uomo era dotato di un istinto di cooperazione; per questo egli stabilì la sua supremazia su tutti gli altri animali. E da allora non ha fatto che creare associazioni sempre più vaste. La lotta dell’organizzazione contro la concorrenza data da un migliaio di secoli, e sempre ha trionfato l’organizzazione. Coloro che si arruolano nel campo della concorrenza sono destinati a perire.

— Però i trusts stessi sono nati dalla concorrenza. — interruppe il signor Calvin.

— Giustissimo! — rispose Ernesto. — E i trusts, infatti, l’hanno distrutta. Per questo appunto, a quanto avete voi stessi confessato, non siete più nella bambagia.

Alcune risate corsero per la tavola, e furono le prime in tutta la sera, ed il signor Calvin non fu l’ultimo a partecipare dell’ilarità che aveva egli stesso provocato.

— Ed ora, poichè siamo al capitolo dei trusts, cerchiamo di chiarire un dato numero di punti, — riprese Ernesto. — Vi voglio esporre alcuni assiomi; e se non vi vanno, non avrete che a dirlo. Il vostro silenzio implicherà il vostro consenso.

«È vero che un telaio meccanico tesse il panno in maggiore quantità e a minor prezzo di un telaio a mano?

Successe una pausa, ma nessuno prese la parola.

— Per conseguenza, non è profondamente stolto distruggere i telai meccanici per ritornare al processo grossolano e costoso della tessitura a mano?

Le teste si agitarono in segno di assentimento.

— È vero che l’associazione d’interessi conosciuta sotto il nome di trust produce, più praticamente e più economicamente, quanto non produce un migliaio di piccole imprese rivali?

Nessuna obiezione s’udì.

— Dunque, non è irragionevole distruggere questa associazione d’interessi economici e pratici?

Nuovo silenzio, che durò un momento, poi il signor Kowalt domandò:

— Che fare allora? Distruggere i trusts è la nostra sola via di salvezza, per sfuggire al loro dominio.

Subito Ernesto parve animato da una fiamma ardente.

— Ve ne indico un’altra, — esclamò. — Invece di distruggere quelle macchine meravigliose, prendiamone la direzione. Approfittiamo del loro buon andamento e del loro buon mercato. Soppiantiamo i proprietarî attuali, e facciamole agire noi stessi. Questo, signori, è il socialismo; una combinazione più vasta di trusts, un’organizzazione sociale più economica di quante sieno esistite finora sul nostro pianeta. Essa continua l’evoluzione in linea retta. Affrontiamo le associazioni con un’associazione superiore. Abbiamo buone carte in mano. Venite con noi e siate i nostri compagni di vittoria.

Immediatamente si manifestarono segni e mormorii di protesta.

— Preferite essere degli anacronismi, — disse Ernesto ridendo, — ecco il vostro affare. Preferite fare i padri nobili. Siete condannati a sparire come tutte le reliquie della tradizione. Vi siete mai chiesti che cosa vi capiterà, quando nasceranno delle associazioni d’interessi più formidabili delle attuali società? Non vi siete mai preoccupati di ciò che diventerete quando i consorzi si fonderanno con il trust dei trusts, in una organizzazione sociale, economica e politica insieme?

E voltosi improvvisamente verso il signor Calvin:

— Dite se non ho ragione. Sarete obbligati a formare un nuovo partito politico, perchè i vecchi partiti sono nelle mani dei trustisti. Questi costituiscono il principale ostacolo alla vostra propaganda agricola, al vostro partito delle fattorie. Ogni noia che incontrate, ogni colpo che vi tocca, ogni sconfitta che subite, tutto deriva dai trusts. Non è forse vero?

Il signor Calvin taceva imbarazzato.

— Se non è vero, ditemelo. — insistette Ernesto con voce incoraggiante.

— È vero, — confessò il signor Calvin. — Ci eravamo impadroniti del potere legislativo dello Stato dell’Oregon ed avevamo fatto approvare ottime leggi protezioniste, ma il governatore, che è una creatura dei trusts, ha opposto il veto. Invece, al Colorado, avevamo eletto un governatore che non potè entrare in funzione, per opposizione del potere legislativo.

«Due volte abbiamo fatto passare un’imposta nazionale sul reddito, e due volte la Corte Suprema l’ha rigettata come contraria alla Costituzione. Le Corti sono nelle mani delle associazioni; noi, il popolo, noi non paghiamo i nostri giudici abbastanza bene. Ma verrà un giorno...

— In cui l’associazione dei cartels dirigerà tutta la legislazione, — interruppe Ernesto, — in cui l’associazione dei trusts formerà il Governo.

— Mai! mai! — esclamarono i presenti, eccitati e combattivi.

— Mi volete dire che cosa farete, quando sarà venuto quel giorno? — chiese Ernesto.

— Ci solleveremo con tutta la nostra forza, — esclamò il signor Asmunsen, la cui risolutezza fu salutata da nutrite approvazioni.

— Sarà la guerra civile, — osservò Ernesto.

— E sia la guerra civile! — rispose Asmunsen, approvato da nuove acclamazioni. — Noi non abbiamo dimenticato le gesta dei nostri antenati. Per la nostra libertà siamo pronti a combattere e a morire.

Ernesto, sorridendo, disse:

— Non dimenticate, signori, che poco fa eravamo tacitamente d’accordo che la parola libertà, nel caso vostro, significa licenza di spremere gli altri per ricavarne un utile.

Tutti i convitati erano infuriati, animati da uno spirito bellicoso. Ma la voce di Ernesto dominò il tumulto:

— Ancora una domanda: dite che vi solleverete con tutta la vostra forza quando il Governo fosse strumento dei trusts; per conseguenza, il Governo adopererebbe contro la vostra forza l’esercito regolare, la marina, la milizia, la polizia, in una parola tutta la grande macchina della guerra organizzata dagli Stati Uniti. Dove sarebbe allora la vostra forza?

Sui volti apparve una profonda costernazione.

Senza lasciar loro il tempo di riflettere, Ernesto lanciò un nuovo assalto:

— Or non è molto, ricordatevene, il nostro esercito regolare era di soli cinquantamila uomini. Ma i suoi effettivi sono stati aumentati da un anno: ed ora conta trecentomila uomini.

E rinnovò il suo attacco:

— Non basta: mentre vi lanciavate all’inseguimento del vostro fantasma favorito, il guadagno, e improvvisavate delle omelie sulla vostra cara mascotte, la concorrenza, delle verità ancor più potenti e crudeli sono state inalzate dalla associazione: c’è la milizia.

— È la nostra forza. — esclamò il signor Kowalt. — Con lei respingeremo l’attacco dell’Esercito regolare.

— Cioè, farete parte voi stessi della milizia, — replicò Ernesto. — e sarete mandati nel Maine o nella Florida, nelle Filippine, o in altro luogo, per domare i vostri compagni rivoltosi, in nome della libertà. Nello stesso tempo i vostri compagni del Kansas, del Wisconsin, o di un altro Stato, faranno parte anch’essi della milizia e verranno in California, per soffocare nel sangue la vostra stessa guerra civile.

Questa volta i presenti rimasero addirittura scandalizzati e muti. Finalmente, il signor Owen mormorò:

— Non ci arruoleremo nella milizia. È semplicissimo: non saremo così ingenui.

Ernesto scoppiò in una schietta risata.

— Voi non capite affatto il gioco stabilito. Non potrete difendervi: sarete incorporati a forza nella milizia.

— Esiste una cosa che si chiama diritto civile, — insistette il signor Owen.

— Ma non quando il Governo proclama lo stato d’assedio. Il giorno in cui parlaste di sollevarvi in massa, la vostra stessa massa si leverebbe contro di voi. Sareste compresi nella milizia, volenti e nolenti. Sento qualcuno pronunziare le parole: habeas corpus. Come habeas corpus, avreste, post mortem, in fatto di garanzia, l’autopsia. Se rifiutaste di entrare nella milizia o di obbedire, una volta incorporati, sareste tradotti davanti a un Consiglio di guerra improvvisato e sareste fucilati come cani. È la legge.

— Non è la legge, — affermò con autorità il signor Calvin. — Non esiste una legge simile. Quanto avete detto, l’avete sognato, giovanotto. Ma come? Parlate di spedire la milizia alle Filippine? Sarebbe contro la Costituzione. La Costituzione specifica espressamente che la milizia non potrà mai essere mandata all’estero.

— Come c’entra la Costituzione? — chiese Ernesto. — La Costituzione è interpretata dalle Corti, e queste, come ha detto il signor Asmunsen, sono strumento dei trusts. Inoltre, come ho affermato, la legge vuole così. È legge, da anni, da nove anni, signori.

— È legge, — chiese il signor Calvin, con aria incredula, — che si possa essere trascinati a forza nella milizia... e fucilati da un Consiglio di guerra improvvisato, se ci rifiutiamo di marciare?

— Precisamente, — rispose Ernesto.

— Come mai allora non abbiamo mai sentito parlare di questa legge? — chiese mio padre; e capii benissimo che anche a lui la cosa riusciva nuova.

— Per due motivi, — disse Ernesto. — Primo, perchè non si è mai presentata l’occasione di applicarla: se fosse stato necessario, ne avreste già sentito parlare. Secondo, perchè questa legge è stata approvata frettolosamente dal Congresso e in segreto dal Senato: per modo di dire, cioè, senza discussione. Naturalmente i giornali non ne hanno fatto mai cenno. Noi socialisti lo sapevamo e l’abbiamo pubblicato nei nostri giornali. Ma voi non leggete mai i nostri giornali.

— Ed io sostengo che sognate, — disse il signor Calvin, con ostinazione. — Il Paese non avrebbe mai permesso una cosa simile.

— Eppure, il Paese l’ha permessa di fatto, — replicò Ernesto. — E quanto al sognare, ditemi se di questa stoffa sono fatti i sogni.

E, tratto di tasca un opuscolo, l’aprì e si mise a leggere:

«Sezione I., ecc., ecc.: È decretato, ecc., ecc., che la milizia si compone di tutti i cittadini validi, di età superiore ai diciotto anni e inferiore ai quarantacinque, abitanti i diversi Stati o territorî, come il distretto di Columbia...

«Sezione VII. Che ogni ufficiale o uomo arruolato nella milizia — ricordate, signori, che secondo la Sezione I, siete tutti arruolati — che rifiuterà o non si presenterà all’Ufficiale di reclutamento, dopo essere stato chiamato com’è prescritto qui contro, sarà tradotto davanti a un Consiglio di guerra e passibile di pene pronunciate dal detto Consiglio...

«Sezione IX. ... che la milizia, quando sarà convocata in servizio attivo, per gli Stati Uniti, sarà soggetta agli stessi regolamenti e articoli di guerra delle truppe regolari degli Stati Uniti».

— Ecco a che punto siamo, signori, cari concittadini americani e compagni di milizia. Nove anni or sono, noi socialisti pensavamo che questa legge fosse rivolta contro i lavoratori, ma sembra che sia rivolta anche contro voialtri.

«Il congressista Wiley, nella breve discussione, quale fu permessa, dichiarò che il disegno di legge «procurava una forza di riserva per prendere la plebe alla gola». La plebe siete voi, signori, «e per proteggere ad ogni costo la vita, la proprietà, la libertà». E in avvenire, quando vi solleverete con tutta la vostra forza, ricordate che vi rivolterete contro la proprietà dei trust e contro la libertà legalmente accordata ai trusts, di sfruttarvi. Signori, vi hanno strappato i denti, vi hanno tagliato le unghie. Il giorno in cui insorgerete, armati solo della forza della vostra virilità, ma sprovvisti di unghie e denti, sarete inoffensivi come una legione di molluschi.

— Non credo una sola parola di questo. — esclamò il signor Kowalt. — Una simile legge non esiste. È una storia inventata da voialtri socialisti.

— Il disegno di legge è stato presentato alla Camera il 30 luglio del 1902 dal rappresentante dell’Ohio. È stato discusso rapidamente e approvato dal Senato il 14 gennaio del 1903. E proprio sette giorni dopo, la legge è stata approvata dal Presidente degli Stati Uniti[57].