CAPITOLO XIX. TRASFORMAZIONE.

— Bisogna che tu ti trasformi interamente, — mi scriveva Ernesto. — Bisogna cessare di esistere e diventare un’altra donna, non solo cambiando il modo di vestire, ma perfino pelle sotto l’abito nuovo. Bisogna che tu ti rifaccia completamente in modo tale, che persino io non possa riconoscerti, mutando la voce, i gesti, il modo di fare, l’andatura, tutta, insomma, la persona.

Obbedii a quest’ordine, esercitandomi parecchie ore al giorno a seppellire definitivamente l’Avis Everhard di un tempo, sotto la pelle d’una donna nuova che potrei chiamare il mio altro io. Un tale risultato si può ottenere solo con tenacia di lavoro; infatti, mi applicavo quasi senza interruzione, perfino intorno ai particolari minimi della intonazione della mia voce, sinchè la voce del mio nuovo essere non fu stabile e meccanica. Possedere quest’automatismo era la condizione prima essenziale per riuscire nello scopo. Bisognava giungere al punto d’ingannare me stessa. Si prova qualcosa di simile quando s’impara una nuova lingua, il francese, per esempio. In principio, si parla in modo cosciente, con uno sforzo di volontà; si pensa in inglese e si traduce in francese, oppure si legge in francese, ma si traduce in inglese prima di capire. Poi lo sforzo diventa automatico; lo studente si trova su un terreno solido; legge, scrive e pensa in francese senza più ricorrere all’inglese.

Così, per i nostri travestimenti, era necessario che ci esercitassimo fino a che la nostra parte artificiale fosse diventata reale al punto che, per ridiventare noi stessi, occorresse uno sforzo di attenzione e di volontà. In principio, naturalmente, brancicavamo un poco alla cieca e ci smarrivamo spesso. Stavamo creando un’arte nuova, e c’era molto da scoprire. Ma il lavoro progrediva ovunque; nuovi maestri sorgevano in quest’arte, e si veniva formando, a poco a poco, tutta una serie di trucchi e di espedienti. Questa esperienza divenne come una materia di manuale che passasse di mano in mano, e faceva parte, per così dire, del programma di studio della scuola della Rivoluzione[101].

In questo tempo, mio padre scomparve. Le sue lettere, che mi erano sempre giunte regolarmente, cessarono. Egli non fu più visto nel nostro appartamento di Pell Street. I nostri compagni lo cercarono ovunque: tutte le prigioni del paese furono esplorate dai nostri informatori segreti; ma egli rimase irreperibile, come se la terra lo avesse inghiottito; e fino ad oggi non è stato possibile avere il minimo indizio del modo come morì.[102]

Passai mesi di solitudine, nel rifugio, ma non furono vani. La nostra organizzazione progrediva celermente e montagne di lavoro si ammucchiavano ogni giorno, attorno a noi. Dalla prigione, Ernesto e gli altri capi decidevano ciò che si doveva fare, e spettava a noi, ch’eravamo fuori, eseguire. Il nostro programma comprendeva, per esempio, la propaganda orale, l’organizzazione del metodo di spionaggio, con tutte le sue ramificazioni; la fondazione di tipografie clandestine; il nostro treno sotterraneo, come lo chiamavamo, ossia la possibilità di comunicazione fra i nostri nuovi rifugi, che erano migliaia, quando era interrotta la catena creata attraverso tutti i paesi.

Per questo, come dissi, il lavoro non era mai finito. Dopo sei mesi, il mio isolamento fu rotto dalla venuta di due compagne: due giovanette, brave e buone creature appassionate per la libertà: Lora Peterson, che sparì nel 1922, e Kate Bierce che sposò, poi, Du Bois[103], e che vive ancora con noi, in attesa della novella aurora.

Giunsero in uno stato febbrile, quale si può immaginare in due giovinette sfuggite a un pericolo improvviso di morte. Tra l’equipaggio del battello da pesca che le trasportava, attraverso la baia di San Pablo, c’era una spia, una creatura del Tallone di Ferro; un tale che era riuscito a farsi credere rivoluzionario e a penetrare profondamente nei segreti della nostra organizzazione. Senza dubbio, era sulle mie tracce, perchè sapevamo da tempo che la mia scomparsa aveva preoccupato seriamente il servizio segreto dell’oligarchia. Fortunatamente, come si potè vedere in seguito, non aveva rivelato a nessuno la sua scoperta. Evidentemente aveva rimandato il suo rapporto a più tardi, sperando di condurre a buon fine l’impresa di trovare il mio asilo e impadronirsi della mia persona. Le sue informazioni perirono con lui. Con un pretesto qualsiasi, quando le giovanette sbarcarono a Petaluna Creek, e salirono a cavallo, egli pure abbandonò il battello.

Cammin facendo, sul pendìo del monte Sonoma, John Carlston lasciò che le figliole andassero avanti sul suo cavallo, e ritornò indietro a piedi. Insospettito, egli s’impadronì della spia, e dal racconto che ci fece, potemmo formarci un concetto di ciò che era avvenuto, nonostante la mancanza di immaginazione del narratore.

— Gli ho dato la lezione che meritava, — disse semplicemente. — Gli ho dato la lezione che meritava, — ripetè; e una luce sinistra gli splendeva negli occhi; e le mani, deformate dal lavoro, gli si aprivano e chiudevano eloquentemente. — Non ha fatto chiasso. Ora l’ho nascosto, e questa notte lo sotterrerò profondamente.

Durante questo periodo di tempo, mi stupivo spesso della mia metamorfosi che, a volte, mi sembrava persino inverosimile, sia forse perchè ero vissuta nella tranquillità di una città universitaria, sia perchè ero diventata una rivoluzionaria agguerrita alle scene di violenza e di morte. L’una o l’altra di queste due cose mi sembrava impossibile: se l’una era vera, l’altra doveva essere un sogno; ma quale delle due era vera? La mia vita attuale di rivoluzionaria nascosta in un buco era forse un sogno? Oppure potevo credermi una ribelle sognante un’esistenza anteriore in cui non avevo conosciuto nulla di più eccitante del thè o del ballo, le riunioni, le discussioni in contraddittorio, e le conferenze? Ma, dopo tutto, credo che fosse un’esperienza comune a tutti i compagni schierati sotto la bandiera rossa della società umana.

Ricordavo spesso persone di quell’altra esistenza, e in modo strano esse apparivano e sparivano di tanto in tanto nella mia nuova vita. Tale, il caso del Vescovo Morehouse. Invano l’avevamo cercato, dopo lo sviluppo della nostra organizzazione; era stato trasferito di manicomio in manicomio. Avevamo seguito le sue tracce dal manicomio di Napa a quello di Stockton e di là al manicomio della valle di Santa Clara, chiamato Agnews, ma a questo punto si perdevano le tracce. Il suo atto di morte non esisteva. Certo era scappato, in un modo o in un altro. Non immaginavo punto le terribili circostanze in cui lo avrei rivisto, meglio intravedendo nel turbine micidiale della Comune di Chicago.

Non rividi più Jackson, l’uomo che aveva perduto un braccio nelle filande della Sierra e che era stato la causa occasionale della mia conversione alla Rivoluzione, ma sapevamo tutti ciò che aveva fatto prima di morire. Non si era mai unito ai rivoluzionarî. Inasprito dal destino avverso, covando nel cuore il ricordo del male che gli avevano fatto, diventò anarchico, non nel senso filosofico, ma come un qualunque animale spinto dall’odio e dal desiderio di vendetta. E si vendicò e bene. Una notte, mentre tutti dormivano nel Palazzo Personwaithe, eludendo la vigilanza delle sentinelle, fece saltare in aria la casa. Neppur uno sfuggì al massacro, neppure le sentinelle. E nella prigione dove aspettava la sentenza, l’autore del disastro si soffocò sotto le coperte.

Molto diversi da questo furono i destini del dottore Hammerfield e del dottor Ballingford: rimasti fedeli al loro padrone, furono ricompensati con palazzi vescovili, ove vivono in pace col mondo. Tutt’e due sono apologisti dell’Oligarchia, e tutti e due sono diventati grassi.

— Il dottor Hammerfield. — spiegò un giorno Ernesto, — è riuscito a modificare la sua metafisica in modo da poter assicurare al Tallone di Ferro la sanzione divina, poi a farvi entrare largamente l’adorazione della bellezza, e in ultimo a ridurre allo stato di spettro invisibile il vertebrato gasoso di cui parla Hackel. La differenza fra il dottor Hammerfield e il dottor Ballingford consiste in ciò, che quest’ultimo concepisce il Dio degli Oligarchi come un po’ più gasoso e un po’ meno vertebrato.

Pietro Donnelly, capo operaio giallo delle filande della Sierra, che avevo incontrato durante la mia inchiesta per il caso Jackson, preparava a tutti una sorpresa. Nel 1918 assistevo ad una riunione dei Rossi di San Francisco. Di tutti i nostri Gruppi di Combattimento era questo il più formidabile, il più feroce e senza pietà. Non faceva proprio parte della nostra organizzazione; i suoi membri erano dei pazzi, dei fanatici; al punto che noi non osavamo incoraggiare il loro stato d’animo. Però eravamo in rapporti amichevoli con loro, sebbene non fossero dei nostri. Ero là, quella sera, per una faccenda di capitale importanza; in mezzo a una ventina di uomini, ero la sola non mascherata. Sbrigata la faccenda, fui accompagnata da uno di loro. Passando in un corridoio buio, la mia guida accese un fiammifero, l’avvicinò al viso e si tolse la maschera. Intravidi i lineamenti appassionati di Pietro Donnelly, poi il fiammifero si spense.

— Volevo solo farvi vedere che ero io, — disse nell’oscurità. — Ricordate Dallas, il sopraintendente?

Ricordai la faccia di volpe di quell’uomo.

— Ebbene, l’ho aggiustato come si meritava, per primo, — disse Donnelly, con orgoglio. — Poi mi son fatto accogliere tra i Rossi.

— Ma come mai siete qui? — chiesi. — E vostra moglie? E i vostri bambini?

— Morti, — rispose. — Per questo, sono qui... No, — proseguì vivamente — non per vendicarli; sono morti tranquillamente, nel loro letto, per malattia.... Capirete, un giorno o l’altro doveva accadere! Finchè li avevo, le mani erano legate; ora che non ci sono più, vendico la mia virilità sciupata. Un tempo ero Pietro Donnelly, capo operaio giallo, ma oggi sono il Numero 27 dei Rossi di San Francisco. Venite, vi farò uscire.

Udii parlare ancora di lui parecchio tempo dopo. Aveva detto la verità a modo suo, dicendomi che tutti i suoi erano morti: gli mancava un figlio, Timoteo, che egli considerava come morto, perchè si era arruolato con i Mercenarî dell’Oligarchìa.[104] Ogni membro dei Rossi di San Francisco s’impegnava, con giuramento, di compiere dodici esecuzioni all’anno, e di uccidersi se non fosse riuscito nell’intento. Le esecuzioni non erano però arbitrarie. Quel gruppo di esaltati si riuniva spesso e pronunciava sentenze a serie contro membri e servitori dell’Oligarchìa che si erano esposti alla sua vendetta. Il compito delle esecuzioni veniva poi assegnato a sorte.

La faccenda che mi aveva condotto là, quella sera, era precisamente un verdetto del genere. Uno dei nostri compagni, che da molti anni era riuscito a mantenere il suo posto come commesso nell’ufficio locale del servizio segreto del Tallone di Ferro, aveva svegliato i sospetti dei Rossi di San Francisco, che l’avevano condannato. La sentenza sarebbe stata letta quel giorno stesso. Naturalmente egli non era presente; i suoi giudici ignoravano che fosse uno dei nostri. La mia missione era di testimoniare della sua identità e lealtà. Si chiederà come fossi informata di questa faccenda. La spiegazione è molto semplice: uno dei nostri agenti segreti faceva parte dei Rossi di San Francisco. Era necessario seguir le mosse sia degli amici, che dei nemici; e quel gruppo di fanatici era troppo importante, per sfuggire alla nostra sorveglianza.

Ma ritorniamo a Pietro Donnelly e a suo figlio. Tutto andò bene per il padre fino al giorno in cui, nel gruppo estratto a sorte fra i condannati da giustiziare, la cui esecuzione spettava a lui, trovò il nome di suo figlio. Allora si risvegliò in lui l’istinto paterno che un tempo era così forte in lui. Per salvare suo figlio tradì i compagni. Il suo disegno fu in parte sventato; ciononostante, una dozzina di Rossi di San Francisco furono giustiziati e il Gruppo venne quasi distrutto. Per rappresaglia, i sopravvissuti fecero fare a Donnelly la fine che meritava pel suo tradimento. Suo figlio non gli sopravvisse a lungo; i Rossi di San Francisco s’impegnarono con giuramento solenne di sopprimerlo. L’Oligarchìa fece tutti gli sforzi per salvarlo: lo trasferì da una parte all’altra del paese; tre Rossi perdettero la vita per catturarlo. Il gruppo si componeva solo di uomini, ma alla fine ricorsero a una donna, a una delle nostre compagne, ad Anna Roylston. Il nostro gruppo intimo le proibì di accettare quella missione ma da essa che aveva sempre avuto una volontà propria e sdegnava ogni disciplina, e inoltre era intelligente ed attirava la simpatia, non si poteva ottenere nulla. Formava un tipo a sè, diverso da qualsiasi altro tipo di rivoluzionaria. Nonostante il nostro divieto, essa si ostinò e volle compiere quell’atto.

Anna Roylston era una creatura veramente seducente, cui bastava un cenno per sedurre un uomo. Aveva già infiammato i cuori di numerosi nostri giovani compagni e ne aveva attratti altri alla nostra organizzazione. Pertanto, rifiutava sempre di sposarsi. Amava teneramente i bimbi, ma pensava che un bambino suo l’avrebbe distratta dalla Causa, alla quale aveva dedicato la vita.

Fu un gioco semplicissimo per Anna Roylston la conquista del cuore di Timoteo Donnelly. Essa non provò nessun rimorso di coscienza, perchè proprio in quel tempo avvenne il massacro di Nashville, nel quale i Mercenarî, agli ordini di Donnelly, assassinarono ottocento tessitori di quella città. Ma essa non uccise Donnelly con le sue mani; lo consegnò prigioniero nelle mani dei Rossi di San Francisco. Questo avvenne l’anno scorso. Ora essa è stata ribattezzata: i Rivoluzionari la chiamano la «Vergine Rossa»[105].

Il Colonnello Ingram e il Colonnello Van Gilbert sono due personaggi fra i più noti, che finii col conoscere in seguito. Il Colonnello Ingram s’innalzò molto nell’Oligarchia, e diventò ambasciatore di Germania, e fu cordialmente detestato dal proletariato dei due paesi. Lo conobbi a Berlino, quando, spia internazionale, accreditata presso il Tallone di Ferro mi ricevette in casa sua e mi diede un prezioso aiuto. Posso dichiarare ora, che il mio doppio incarico mi permise di compiere alcune cose di grande importanza per la Rivoluzione.

Il colonnello Van Gilbert divenne celebre col nome di Van Gilbert il rabbioso. Sua opera principale fu la collaborazione al nuovo codice, dopo la Comune di Chicago. Ma già prima, come giudice criminale, si era attirato una condanna di morte, per la sua demoniaca cattiveria. Io fui una delle persone che lo giudicarono e condannarono: e Anna Roylston eseguì la sentenza.

Ancora uno spettro della mia vita anteriore: l’avvocato di Jackson, Giuseppe Hurd, era davvero l’ultimo uomo che mi aspettassi di rivedere, e fu uno strano incontro, il nostro. Due anni dopo la Comune di Chicago, una sera, a tarda ora, Ernesto ed io arrivammo insieme al rifugio di Benton Harbour nel Michigan, sulla riva del lago opposta a quella di Chicago, proprio quando stava terminando il processo di una spia. La sentenza di morte era stata pronunciata e si stava trascinando il condannato. Appena c’intravide, sfuggì dalle mani dei guardiani e si precipitò ai miei piedi, abbracciandomi le ginocchia come in una morsa, implorando pietà, come in delirio. Quando alzò verso di me il suo viso spaventato riconobbi Giuseppe Hurd. Ora, di tutte le scene terribili che ho visto, nessuna mi ha commosso tanto quanto lo spettacolo di quella creatura disperata, che implorava grazia. Attaccato disperatamente alla vita, si avvinghiava a me nonostante gli sforzi di molti compagni per distaccarlo. E quando alla fine lo trascinarono via, io caddi a terra svenuta. È meno terribile veder morire uomini forti, che sentire un vile implorare la vita.[106]