CAPITOLO XVIII. ALL’OMBRA DEL MONTE SONOMA.
Non ho molto da dire di ciò che mi accadde personalmente in questo periodo di tempo, se non che fui tenuta sei mesi in carcere, senza alcuna imputazione di reato. Ero semplicemente classificata fra i sospetti, parola terribile che doveva essere ben presto conosciuta da tutti i rivoluzionarî. Pertanto, il nostro servizio segreto, ancora in formazione, cominciava a funzionare. Verso la fine del secondo mese di prigionia, uno dei miei carcerieri mi si rivelò come un rivoluzionario, in rapporto con la nostra organizzazione. Alcune settimane dopo, Giuseppe Parkhurst, che era appena stato nominato medico delle carceri, si fece conoscere come membro di uno dei nostri Gruppi di Combattimento.
Così, attraverso tutta la trama dell’oligarchia, la nostra organizzazione tesseva insidiosamente la sua tela. Ero informata di quanto avveniva all’estero, e ognuno dei nostri capi reclusi era in relazione con i nostri bravi compagni, che si celavano sotto la livrea del Tallone di Ferro. Quantunque Ernesto fosse rinchiuso a tre miglia di là, sulla costa del Pacifico, io ero continuamente in comunicazione con lui, così che potemmo corrispondere per mezzo di lettere, con perfetta regolarità. I nostri capi, prigionieri o liberi, potevano dunque discutere e dirigere il movimento. Sarebbe stato facile, dopo alcuni mesi, fare evadere parecchi di essi, ma poichè il carcere non limitava la nostra attività, risolvemmo di evitare ogni tentativo prematuro. C’erano in carcere cinquantadue rappresentanti e più di trecento altri capi rivoluzionarii, che decidemmo di liberare tutti insieme. L’evasione di pochi avrebbe allarmato gli oligarchi, e, forse, impedita la liberazione degli altri. D’altra parte, pensavamo che quella fuga collettiva, organizzata in tutto il paese, avrebbe avuto sul proletariato un’enorme ripercussione psichica, e che quella dimostrazione della nostra forza avrebbe ispirato fiducia a tutti.
Fu convenuto, dunque, quando fui rilasciata dopo sei mesi, che avrei dovuto sparire e preparare un rifugio sicuro per Ernesto. Ma non era facile; appena in libertà, le spie del Tallone di Ferro mi si misero alle calcagna. Bisognava far loro perdere le tracce e andare in California. Riuscimmo nell’intento in un modo abbastanza comico. Aveva già preso grande sviluppo il sistema dei passaporti alla russa. Se volevo rivedere Ernesto dovevo far perdere completamente le mie tracce, perchè, se fossi stata seguita, lo avrebbero ripreso. Non potevo neppure, però, viaggiare travestita da proletaria: non mi rimaneva altro espediente se non quello di fingermi un membro dell’oligarchia. Gli Oligarchi supremi erano pochi, ma migliaia di persone di minor valore, come i signori Wickson, per esempio, che possedevano milioni, erano i satelliti degli astri maggiori. Poichè le mogli e le figlie di questi oligarchi minori erano numerosissime, fu deciso che sarei passata come una di loro. Anni dopo, la cosa sarebbe stata impossibile, perchè il sistema dei passaporti fu così perfezionato, che tutti, uomini, donne e bambini, vennero descritti, e seguiti a passo a passo.
Al momento opportuno le mie spie furono avviate su una falsa traccia. Un’ora dopo, Avis Everhard non esisteva più, mentre una certa signora Felida Van Verdighan, accompagnata da due cameriere e da un cane dal lungo pelo ricciuto, che aveva pure la sua cameriera,[95] entrava nel salone di un vagone Pullman,[96] che, qualche istante dopo, filava verso occidente.
Le tre cameriere che mi accompagnavano erano tre rivoluzionarie, di cui due facevano parte dei Gruppi di Combattimento, e la terza, Grazia Holbrook, ammessa l’anno seguente a far parte di un gruppo, fu giustiziata, sei mesi dopo, dal Tallone di Ferro. Questa serviva il cane! Delle due altre, una, Berta Stok, sparì dodici anni dopo; l’altra, Anna Roylston, vive ancora e ha parte sempre più importante nella Rivoluzione[97].
Giungemmo, attraverso gli Stati Uniti, senza il più piccolo incidente, fino alla California. Quando il treno si fermò a Oakland, alla Stazione della XVIª Via, scendemmo, e Felicia Van Verdighan scomparve per sempre, con le due cameriere, il cane e la cameriera del cane. Le tre giovani andarono con dei compagni fidati, altri si incaricarono di me. Mezz’ora dopo aver lasciato il treno, ero a bordo di un piccolo battello da pesca nelle acque della baia di San Francisco. Sbalzati da terribile raffiche di vento, andammo alla deriva per quasi tutta la notte. Ma vedevo le luci di Alcatraz dove Ernesto era rinchiuso, e quella vicinanza mi riconfortava. All’alba, a forza di remi, raggiungemmo le isole Marin. Là, rimanemmo nascosti tutto il giorno; la notte seguente, portati dalla marea e spinti dal vento, attraversammo in due ore la baia di San Pablo e risalimmo il Petaluma Creek.
Un altro compagno mi aspettava con i cavalli, e senza ritardo ci mettemmo in cammino, al lume delle stelle. A settentrione potevo vedere la massa indistinta del monte Sonoma, verso il quale eravamo diretti. Lasciammo alla nostra destra la vecchia città di Sonoma e risalimmo un canalone che sprofondava nei primi contrafforti della montagna. La strada, da carreggiabile, divenne sentiero, e poi un semplice passaggio per le bestie, che finì col perdersi nei pascoli dell’alta montagna. Raggiungemmo a cavallo la cima del monte Sonoma. Era questo il cammino più sicuro, perchè nessuno, là, poteva osservare il nostro passaggio.
L’aurora ci sorprese sulla cresta del versante settentrionale, e l’aria grigia ci vide andare a precipizio, attraverso boschi di querce intristite nelle gole profonde ancora tiepide in quella fine d’estate; dove s’inalzavano i maestosi sequoia. Poichè quello era per me un luogo familiare e caro, io, ora, facevo da guida. Era il mio nascondiglio, l’avevo scelto io. Entrammo in una prateria abbassando le sbarre ad un passaggio e l’attraversammo; poi, oltrepassato un piccolo rialzo ricoperto di querce, discendemmo in una prateria più piccola, e risalimmo un’altra cresta, questa volta all’ombra dei «mandroños» e dei «manzanìtas» dorati. I primi raggi del sole ci colpirono la schiena, mentre salivamo. Un volo di quaglie si levò con rumore dal bosco; un grosso coniglio attraversò la nostra strada, a salti rapidi e silenziosi; un daino, al quale il sole indorava il collo e le spalle, valicò la cresta davanti a noi, e scomparve. Seguimmo per un tratto la pista dell’animale, discendemmo poi, a picco, seguendo un sentiero a zig-zag che l’animale aveva disegnato, nel folto di un magnifico gruppo di sequoia che contornava uno stagno dalle acque fatte oscure dai minerali disciolti che contenevano. Conoscevo quel cammino sin nei minimi particolari, perchè un tempo, uno scrittore, mio amico, aveva posseduto la fattoria. Anch’egli era diventato rivoluzionario, ma con minor fortuna di me, perchè era già sparito, e nessuno aveva saputo mai dove nè come fosse morto. Lui solo conosceva il segreto del nascondiglio verso il quale mi dirigevo. Aveva comperato la fattoria per la bellezza pittoresca di questa, e l’aveva pagata cara, con grande scandalo dei fattori del luogo. Si divertiva a raccontarmi come quand’egli ne diceva il prezzo, costoro alzassero la testa con aria costernata, e dopo una seria operazione di calcolo mentale, finissero coll’esclamare: «Non potrete ricavarne il sei per cento».
Ma era morto, e i suoi figli non avevano ereditato la fattoria. Caso strano, essa apparteneva al signor Wickson, che possedeva attualmente tutto il pendio orientale e settentrionale del monte Sonoma, dalla proprietà degli Spreckels fino alla linea di cinta della vallata Bennett. Ne aveva fatto un magnifico parco di daini, che si stendeva per migliaia di acri di prateria in pendio dolce, di boschi e di canaloni, dove gli animali si movevano in libertà, come se fossero nello stato selvaggio. Gli antichi proprietarî del terreno erano stati scacciati, e un asilo per deficienti era stato demolito per far posto ai daini.
Come se non bastasse tutto ciò, il padiglione della bandita del signor Wickson era situato a un quarto di miglio dal mio rifugio. Ma questo, anzichè un pericolo, costituiva una garanzia di sicurezza. Saremmo stati sotto l’egida d’uno degli oligarchi secondarî. Ogni sospetto sarebbe stato stornato da questo fatto. L’ultimo angolo del mondo, dove le spie del Tallone di Ferro potessero pensare di cercare Ernesto e me, sarebbe stato certo il parco dei daini del signor Wickson.
Legammo i nostri cavalli sotto i sequoia, vicino allo stagno. Da un nascondiglio fatto in un tronco marcio, il mio compagno levò un rifornimento di oggetti varî: un sacco di farina di cinquanta libbre, scatole di conserva di ogni specie, utensili da cucina, coperte di lana, tele cerate, libri e l’occorrente per scrivere, un grosso pacco di lettere, un bidone di cinque galloni di petrolio, e un gran rotolo di grossa corda. Quell’approvvigionamento era tanto considerevole, che ci sarebbero voluti numerosi viaggi per trasportarlo al nostro asilo. Per fortuna, il rifugio non era lontano. Mi caricai del pacco di corda e, per prima, mi inoltrai in un fitto di arbusti e di viti vergini intrecciate, che formavano, fra due monticelli boscosi, come un viale verde, che finiva bruscamente sul letto scosceso d’un corso d’acqua. Era questo un piccolo ruscelletto alimentato anche da sorgenti, che i più forti calori dell’estate non inaridivano mai. Da ogni parte sorgevano monticelli boscosi: ce n’erano molti, e sembravano gettati là, dal gesto negligente di un Titano. S’inalzavano a qualche centinaio di piedi sulla base, ma erano senza nucleo roccioso, composto solo di terra vulcanica rossa, la famosa terra color vino della Sonoma. Fra quei rialzi, il piccolo ruscello si era scavato un letto molto scosceso e profondamente incassato.
Bisognò lavorar di piedi e di mani, per scendere fino al letto del ruscello, e, una volta là, per seguirne il corso lungo un centinaio di piedi. Allora arrivammo al grande abisso. Nulla rivelava l’esistenza di quel baratro, che non era un buco nel vero senso della parola. Ci si trascinava carponi fra un inestricabile confusione dì arbusti e di tronchi, e ci si trovava sul margine dell’abisso, e, attraverso una cortina verde, si poteva approssimativamente giudicare che il baratro avesse duecento piedi di lunghezza, altrettanti di larghezza, e circa la metà di profondità. Forse per qualche causa geologica remota, all’epoca della formazione dei monticelli, e certo per effetto di un’erosione capricciosa, l’escavazione era avvenuta nel corso dei secoli, per lo scolo delle acque. La terra nuda non appariva in nessun punto. Non si vedeva che un tappeto verde, dai sottili capillari, chiamati capelli di vergine, e felci dorate, agli imponenti sequoia e pini di Douglas. Questi grandi alberi s’inalzavano perfino sulle pareti dell’abisso. Alcuni erano inclinati a quarantacinque gradi; ma la maggior parte sorgevano direttamente dal suolo molle e quasi perpendicolare.
Era un nascondiglio ideale. Nessuno veniva là, mai, neppure i monelli del villaggio di Glen-Ellen. Se il buco fosse stato nel letto di un canalone avente uno o più miglia di lunghezza, sarebbe stato conosciuto, ma non era così. Da un capo all’altro il corso d’acqua non aveva più di cinquecento metri di lunghezza. Nasceva a trecento metri a monte dell’abisso, da una sorgente in fondo a una prateria; a cento metri a valle, sboccava in aperta campagna, ed arrivava al fiume attraverso un terreno erboso e ondulato.
Il mio compagno girò la corda attorno a un albero e dopo avermi ben legata, mi fece scendere. In un istante fui in fondo. In breve, egli mi mandò, con lo stesso modo, tutte le provviste del nascondiglio. Poi ritirò la corda, la nascose, e prima di partire mi mandò un cordiale arrivederci.
Prima di continuare devo dire qualche parola di questo compagno, John Carlson, umile seguace della Rivoluzione, uno degli innumerevoli fedeli che costituivano le file dell’esercito. Lavorava presso Wickson, nelle stalle del padiglione della bandita. Infatti avevamo valicato la Sonoma, sui cavalli di Wickson. Per circa vent’anni, sino al momento in cui scrivo, John Carlson è stato la guardia del rifugio, e durante tutto questo tempo sono sicura che non un solo pensiero sleale ha sfiorato la sua mente neppure in sogno. Era di un carattere calmo, e pesante, a tal punto che non si poteva a meno di chiedersi che cosa fosse per lui la Rivoluzione. Eppure l’amore della libertà proiettava una luce tranquilla in quell’anima oscura. Sotto certi aspetti era meglio che non fosse dotato di immaginazione. Non perdeva mai la testa. Sapeva ubbidire agli ordini, e non era nè curioso, nè chiacchierone. Gli chiesi un giorno come mai fosse rivoluzionario.
— Sono stato soldato da giovane, — rispose. — Ero in Germania. Là tutti i giovani devono far parte dell’esercito, e nel reggimento al quale appartenevo, avevo un compagno della mia età. Suo padre era quello che voi chiamate un agitatore, ed era stato messo in prigione per delitto di lesa maestà, ossia per aver detto la verità circa l’Imperatore. Suo figlio mi parlava spesso del popolo, del lavoro e del modo con cui viene derubato dai capitalisti. Mi fece vedere le cose sotto un nuovo aspetto e divenni socialista. Quanto diceva era giusto e bene, e non l’ho mai dimenticato. Venuto negli Stati Uniti, mi sono messo in rapporto coi socialisti e mi son fatto accogliere come membro di una sezione. Era il tempo del S. L. P.[98]. In seguito, quando avvenne la scissione, sono entrato a far parte del S. P. locale. Lavoravo allora presso un noleggiatore di cavalli, a San Francisco; prima del terremoto. Ho pagato le mie quote per ventidue anni. Sono sempre membro e pago sempre la mia parte, quantunque ora si debba fare ciò in gran segretezza. Continuerò ad adempiere a questo dovere, e quando avverrà la Repubblica Cooperativa sarò contento.
Abbandonata a me stessa, feci cuocere la colazione sul fornello a petrolio e misi in ordine la mia nuova dimora. Spesso, di buon mattino o verso sera, Carlston veniva fino al mio rifugio e vi lavorava per una o due ore. Mi riparai dapprima sotto la tela cerata, poi rizzammo una piccola tenda; dopo, quando fummo certi della sicurezza del nostro eremo, costruimmo là una piccola casa. Era completamente nascosta allo sguardo di chi si affacciasse sull’abisso; la vegetazione lussureggiante di quell’angolo riparato formava una difesa naturale. D’altronde, la casa fu appoggiata alla parete verticale e in quello stesso muro, scavammo due piccole camere, puntellate da forti tavole di quercia, bene aereate e asciutte. Prego credere che avevamo tutti i nostri comodi. Quando, in seguito, il terrorista tedesco Biendenbach venne a nascondersi con noi, vi introdusse pure un apparecchio che distruggeva il fumo: così che potevamo sedere, durante le sere d’inverno, attorno al fuoco crepitante.
E qui, sento anche il dovere di dir bene di questo terrorista dall’animo dolce, che fu certamente il più frainteso dei nostri compagni rivoluzionarî. Biendenbach non ha mai tradito la causa, e non è stato giustiziato dai suoi compagni, come si suppone. È questa una frottola inventata dalle creature dell’Oligarchia. Il compagno Biendenbach era molto distratto e di poca memoria. Fu ucciso da una delle nostre sentinelle nel rifugio sotterraneo di Carmel perchè aveva dimenticato i segnali segreti. Fu un errore deplorevole, certo; ma è assolutamente falso affermare che avesse tradito il suo Gruppo di Combattimento. Mai uomo più sincero e leale ha lavorato per la Causa[99].
Sono ormai circa diciannove anni che il rifugio scelto da me è quasi costantemente abitato, e in tutto questo tempo, tranne un caso, non è stato mai scoperto da estranei. Eppure era solo a un quarto di miglio dal padiglione della bandita di Wickson, e a un miglio appena dal villaggio di Glen Ellen. Tutte le mattine e tutte le sere, sentivo il treno arrivare e partire, e regolavo il mio orologio secondo il fischio della fabbrica di mattoni[100].