CAPITOLO XVII. LA LIVREA ROSSA.

Durante la devastazione degli Stati appartenenti ai Fittavoli, i rappresentanti di questo partito sparirono dal Congresso. Furono istruiti processi per alto tradimento e il posto di essi fu occupato da creature del Tallone di Ferro. I socialisti formavano la minoranza e sentivano avvicinarsi la fine.

Il Congresso e il Senato erano ormai soltanto vani fantocci. Le questioni pubbliche vi erano gravemente dibattute e votate secondo le forme tradizionali, ma servivano solo a convalidare con una procedura costituzionale, gli atti della Oligarchia.

Ernesto era nel fitto della mischia quando sopraggiunse la fine; avvenne durante la discussione di un disegno di legge per l’assistenza agli scioperanti. La crisi dell’anno precedente aveva abbassato numerose masse del proletariato a un livello inferiore a quello della carestia, e il propagarsi e il prolungarsi dei disordini ve le tenevano sempre più. Milioni di persone morivano di fame, mentre gli oligarchi e loro sostenitori si rimpinzavano a dismisura[91]. Chiamavamo quegli infelici, il popolo dell’abisso[92]: e per alleviare le loro sofferenze, i socialisti avevano presentato quel disegno di legge, che al Tallone di Ferro non piacque. Esso aveva il suo modo di vedere, per la sistemazione del lavoro di milioni di esseri, e siccome questo modo di vedere non era il nostro, così aveva dato ordini affinchè il nostro disegno fosse respinto.

Ernesto ed i suoi compagni sapevano che il loro sforzo sarebbe stato vano, ma, stanchi di essere tenuti nell’incertezza, desideravano una decisione qualunque. Non potendo ottener nulla, speravano almeno di porre termine a quella farsa legislativa in cui erano costretti a rappresentare una parte passiva. Ignoravamo quale aspetto avrebbe assunto la scena finale; ma non l’avremmo mai immaginata più drammatica di quale avvenne in realtà.

Quel giorno, mi trovavo nella tribuna riservata al pubblico. Sapevamo tutti che sarebbe accaduto qualche cosa di terribile. Un pericolo incombeva, e la sua presenza era là, visibile nell’atteggiamento delle truppe allineate nei corridoi e degli ufficiali raggruppati alle porte della sala. L’oligarchia stava evidentemente per isferrare un gran colpo.

Ernesto aveva preso la parola, e descriveva le sofferenze dei disoccupati, come se accarezzasse la folle speranza di intenerire quei cuori e quelle coscienze; ma i membri repubblicani e democratici sogghignavano e si burlavano di lui, interrompendolo con esclamazioni e rumori.

Ernesto mutò tattica improvvisamente.

— So benissimo che nulla di quanto dico potrà influire su voi, — esclamò —: non avete anima. Siete degl’invertebrati, dei rammolliti. Vi chiamate pomposamente repubblicani e democratici, ma non esiste un partito di questo nome: in questa Camera non ci sono nè repubblicani, nè democratici. Non siete altro che adulatori e mezzani delle creature della plutocrazia. Parlate all’antica del vostro amore per la libertà, voi che portate sulle spalle il marchio rosso del Tallone di Ferro.

La sua voce fu coperta dalle grida: «Abbasso! abbasso!», ed egli aspettò, sdegnosamente, che il chiasso si fosse calmato. Allora, aprendo le braccia, come per abbracciarli tutti, volgendosi verso i suoi compagni, gridò:

— Ascoltate il muggito delle bestie ben pasciute!

Il rumore riprese più forte: il presidente batteva sul tavolo per ottenere il silenzio, e guardava di sottecchi verso gli ufficiali ammucchiati alle porte. Ci furono delle grida di: «Sedizione!», e un membro di New York, noto per la sua rotondità, lanciò l’epiteto di: «Anarchico!».

L’aspetto di Ernesto non era dei più rassicuranti: tutto il suo spirito combattivo vibrava; la sua espressione era quella di un animale aggressivo. Pure, rimaneva calmo e padrone di sè.

— Ricordate, — gridò con una voce che dominò il tumulto, — voi che non mostrate alcuna pietà per il Proletariato, ricordate che verrà giorno in cui il Proletariato non avrà pietà di voi.

Le grida di: «Sedizioso! Anarchico!» raddoppiarono.

— So che non voterete questo disegno di legge, — continuò Ernesto. — Avete avuto dai vostri padroni l’ordine di votare contro. E osate trattarmi da anarchico, voi che avete distrutto il governo del popolo, voi che apparite in pubblico con la vostra vergognosa livrea rossa! Non credo nel fuoco dell’inferno, ma a volte mi spiace, e sono tentato di crederci, in questo momento, perchè lo zolfo e la pece non sarebbero di troppo per punire i vostri delitti, come meriterebbero. Finchè esisteranno i vostri simili, l’inferno sarà una necessità cosmica.

Ci fu un movimento alle porte. Ernesto, il presidente e tutti i deputati guardarono in quella direzione.

— Perchè non ordinate ai vostri soldati di entrare, di adempiere al loro compito, signor presidente? — chiese Ernesto. — Essi vi servirebbero e accontenterebbero subito.

— Ci sono altri piani in vista, — fu la risposta —: per questo sono qui i soldati.

— Piani contro di noi, suppongo, — schernì Ernesto. — Assassinio o roba del genere.

Alla parola «assassinio» il tumulto ricominciò. Ernesto non poteva più farsi sentire, ma rimaneva in piedi, aspettando la calma. In questo momento avvenne ciò che avvenne. Dal mio posto, sulla tribuna, non vidi altro che il lampo di un’esplosione, e il suo rumore mi stordì: vidi Ernesto vacillare e cadere fra una nuvola di fumo, mentre i soldati si precipitavano in tutti gli spazi liberi. I suoi compagni in piedi, inferociti, erano pronti a qualsiasi violenza, ma Ernesto li calmò in un attimo, ed agitò le braccia per imporre loro silenzio.

— È un complotto, state attenti! — gridò loro con ansia. — Non vi movete, o sarete tutti uccisi.

Detto questo, si abbandonò lentamente, proprio quando i soldati giungevano sino a lui. Un istante dopo, fecero sgombrare le tribune e non vidi più nulla. Non mi permisero di avvicinarlo, sebbene fosse mio marito; anzi, appena ebbi detto il mio nome, fui arrestata. Contemporaneamente furono arrestati tutti i membri socialisti del Congresso, presenti a Washington, compreso l’infelice Simpton, obbligato a letto da una febbre tifoidea.

Il processo fu rapido: tutti erano già condannati. Quanto a Ernesto, come per miracolo, non fu giustiziato. Fu uno sbaglio dell’oligarchia, che le costò caro. In quel tempo, essa era troppo sicura di sè: inebriata del successo, non credeva che un manipolo di eroi potesse avere la forza di minare la sua solida base. Domani, quando scoppierà la grande rivolta, e tutto il mondo acclamerà al passo delle folle in marcia, l’oligarchia capirà, ma troppo tardi, fino a qual punto si sia ingigantita l’eroica banda.[93]

Essendo io stessa rivoluzionaria e fiduciaria delle speranze, dei timori e dei disegni segreti, posso meglio d’ogni altro rispondere all’accusa lanciata contro di loro, di aver fatto esplodere quella bomba al Congresso. E posso affermare sicuramente, senza riserva nè dubbio, che i socialisti, sia quelli del Congresso, sia quelli di fuori, erano estranei all’esplosione. Non sappiamo chi abbia lanciato l’ordigno, ma siamo sicuri che non fu lanciato da nessuno dei nostri.

D’altra parte, diversi indizî tendono a dimostrare che il Tallone di Ferro sia il responsabile di quell’atto. Naturalmente, non possiamo provarlo, e la nostra conclusione è solo fondata su presupposti.

Ecco i fatti, quali li conosciamo. Era stato indirizzato al Presidente della camera, dagli agenti segreti del Governo, un messaggio per prevenirlo che i membri socialisti del Congresso avrebbero usato una tattica terroristica, e che avevano già fissato il giorno per eseguirlo. Quel giorno, era precisamente quello dell’esplosione. Per precauzione, il Campidoglio era stato circondato dalla truppa. Ma siccome noi non sapevamo nulla della faccenda della bomba, e che una bomba era scoppiata realmente, e che le autorità avevano provveduto alla difesa in previsione dell’esplosione, è naturale concludere che il Tallone di Ferro ne sapesse qualche cosa. Affermiamo inoltre che il Tallone di Ferro fu colpevole di quell’attentato, che preparò ed eseguì con lo scopo di accollarcene la responsabilità, e di causare con ciò la nostra rovina.

Dal Presidente, l’avvertimento passò a tutti i membri della Camera che indossavano la livrea rossa. Durante il discorso di Ernesto, essi sapevano che un atto di violenza sarebbe stato commesso; e bisogna render loro questa giustizia: essi credevano sinceramente che sarebbe stato commesso dai socialisti. Al processo, sempre in buona fede, molti testimoniarono che avevano veduto Ernesto prepararsi per lanciare la bomba, scoppiata prima del tempo. Naturalmente non avevano veduto nulla di ciò, ma, nella loro fantasia eccitata dalla paura, credevano di aver veduto.

In tribunale. Ernesto fece la seguente dichiarazione:

«È ragionevole ammettere che se avessi avuto l’intenzione di lanciare una bomba avrei scelto una così piccola bomba, inoffensiva? Non c’era neppure dentro polvere bastante. Ha fatto molto fumo, ma non ha ferito alcuno tranne me. È scoppiata proprio ai miei piedi e non mi ha ucciso. Credetemi, quando mi immischierò in simili faccende e vorrò adoperare macchine infernali, farò danni maggiori. Non ci sarà solo fumo ne’ miei petardi».

Il pubblico ministero replicò che la debolezza dell’ordigno era dovuta a errore dei socialisti, e così l’esplosione intempestiva, avendo Ernesto lasciato cadere l’ordigno, per nervosismo. E quest’argomentazione era rafforzata dalla testimonianza di coloro che pretendevano di aver visto Ernesto maneggiare la bomba e lasciarla cadere.

Dal canto nostro, nessuno sapeva come fosse stata lanciata. Ernesto mi disse che un attimo prima dell’esplosione aveva sentito e veduto battere il pavimento vicino a lui. Lo affermò pure al processo, ma nessuno credette. D’altronde, la cosa era «cucinata», secondo l’espressione popolare. Il Tallone di Ferro aveva deciso di distruggerci e non c’era da lottare contro di lui.

Secondo un proverbio, la verità finisce sempre col trionfare:[94] comincio a dubitarne. Diciannove anni sono trascorsi, e con tutti i nostri sforzi incessanti, non siamo riusciti a scoprire l’autore del lancio della bomba. Evidentemente dev’essere stato un agente del Tallone di Ferro, ma non siamo mai riusciti a raccogliere il benchè minimo indizio sulla sua identità, ed oggi non rimane che classificare la cosa fra gli enigmi storici.