CAPITOLO XVI. LA FINE.

Quando giunse il momento, per Ernesto e per me, di recarci a Washington, il papà non volle accompagnarci: si era appassionato alla vita proletaria. Egli considerava il nostro misero rione come un vasto laboratorio sociologico, e sembrava travolto in una interminabile orgia di ricerche. Fraternizzava con gli operai, ed era ammesso con intimità in numerose famiglie; inoltre faceva dei lavori in pelle, essendo il lavoro manuale, per lui, una distrazione e, nello stesso tempo, oggetto di osservazioni scientifiche. Vi prendeva gusto e rincasava con le tasche piene di appunti, sempre pronto a raccontare qualche nuova avventura. Era il tipo perfetto dello scienziato.

Non era obbligato a lavorare, perchè Ernesto guadagnava, con le sue traduzioni, tanto da mantenere tutti e tre; ma papà si ostinava a voler conquistare il suo tipo d’ideale preferito che, a giudicare dalla varietà delle metamorfosi professionali, doveva essere Proteo.

Non dimenticherò mai la sera in cui ci portò il suo inventario di merciaio ambulante, venditore di lacci e bretelle, nè il giorno in cui entrai per comperare della roba nella drogheria d’angolo e fui servita da lui. Dopo ciò, seppi, senza troppa sorpresa, che era stato per tutta una settimana, garzone nel bar di fronte a noi. Fu, successivamente, guardia notturna, rivenditore ambulante di patate, incollatore di cartellini in un negozio d’imballaggio, facchino in una fabbrica di scatole di cartone, portatore d’acqua in una squadra impiegata nella costruzione di una linea tranviaria; e seppi pure che si era fatto accogliere nel Sindacato dei lavoratori di vasellame, poco tempo prima che questo fosse sciolto.

Credo che fosse affascinato dall’esempio del vescovo, o, perlomeno, dall’abito di lavoro di quello, perchè usava anch’egli un camiciotto di cotone di poco prezzo, e un vestito di tela con una stretta cintura sui fianchi. Della sua vita antica, conservò solo l’abitudine di cambiarsi l’abito pel pranzo, o, meglio, per la cena.

Io ero felice, in qualunque luogo, con Ernesto; e la felicità di mio padre, in quelle condizioni, aumentava la mia.

— Da piccolo, — diceva, — ero molto curioso. Volevo sapere tutti i perchè e i come. In questo modo, del resto, divenni uno scienziato. Oggi, la vita mi sembra degna di osservazione, come nella mia infanzia; e in fondo, è la nostra curiosità che la rende degna d’essere vissuta.

Talvolta, si spingeva a nord di Market Street, nel quartiere dei negozi e dei teatri, e là vendeva giornali, faceva commissioni, il portiere. Un giorno, chiudendo lo sportello di una vettura, si trovò a faccia a faccia con il signor Wickson. E con gran giubilo ci raccontò di quell’incidente, la sera stessa.

— Wickson mi ha guardato attentamente, mentre chiudevo lo sportello, e ha mormorato: — Oh! che il diavolo mi porti! — Proprio così si è espresso: — Oh! il diavolo mi porti! Era arrossito, così confuso, che ha dimenticato di darmi la mancia. Ma riacquistò il suo spirito ben presto, giacchè, dopo pochi giri di ruota, la vettura ritornò al punto di partenza, e Wickson si sporse dal finestrino e si rivolse a me:

— Voi, professore, come mai? Oh! è troppo! Che cosa posso fare per voi?

— Ho chiuso il vostro sportello, — risposi. — Secondo l’uso, potreste darmi una piccola mancia.

— Non si tratta di questo, — borbottò. — Voglio dire fare qualche cosa che vi possa giovare.

— Parlava seriamente; provava senza dubbio, un dolore lancinante, nella sua coscienza indurita. Indugiai un po’ prima di rispondere: quando apersi la bocca, egli mi ascoltò attentamente: ma avreste dovuto vederlo quando ebbi finito.

— Ebbene, — dissi, — potreste forse rendermi la casa e le mie azioni delle Filande della Sierra.

Papà s’interruppe.

— Che cosa rispose? — chiesi con impazienza.

— Nulla: che cosa poteva rispondere? Ma io ripresi la parola: — Spero che siate felice. — Egli mi guardava con curiosità e sorpresa. Insistetti: — Ditemi, siete felice? — Immediatamente, diede ordine al cocchiere di partire, e lo udii che bestemmiava furiosamente. Quel malnato non mi aveva dato la mancia e tanto meno restituito la mia casa e i miei poderi. Vedi, dunque, cara, che la carriera di tuo padre, come factotum di strada, è cosparsa di delusioni.

Per questo amore all’osservazione, papà rimase nel nostro appartamento di Pell Street, mentre Ernesto ed io andavamo a Washington. L’antico ordine delle cose era virtualmente morto, e il colpo di grazia stava per giungere prima di quanto immaginassi. Contrariamente alla nostra aspettativa, non fu fatto nessun ostruzionismo per impedire ai socialisti eletti di prendere possesso dei loro seggi al Congresso. Sembrava che tutto camminasse su delle ruote, e io ridevo di Ernesto che vedeva perfino in questa facilità come un sinistro presagio. Trovammo i nostri compagni socialisti pieni di fiducia nelle loro forze, e pieni di disegni ottimisti.

Alcuni fittavoli eletti al Congresso avevano accresciuto la nostra potenza; così che elaborammo con loro un programma particolareggiato di ciò che v’era da fare. Ernesto partecipava lealmente ed energicamente a questi lavori, quantunque non potesse fare a meno di ripetere, ogni tanto, e apparentemente fuori di proposito: «Quanto alla polvere, le combinazioni chimiche valgono meglio dei miscugli meccanici, credetemi!».

Le cose cominciarono a guastarsi, per i fittavoli, negli Stati di cui si erano impadroniti con le elezioni: non fu permesso ai nuovi eletti di prendere possesso della loro carica. I predecessori si rifiutavano di cedere loro il posto, e, col semplice pretesto di irregolarità elettorali imbrogliarono le cose in un dedalo di procedura burocratica.

I fittavoli furono ridotti all’impotenza: i tribunali, loro ultima speme, erano nelle mani dei nemici. Il momento era difficilissimo: tutto sarebbe stato perduto se i contadini, così ingannati, avessero fatto appello alla violenza. Noi socialisti impiegavamo tutte le nostre forze per trattenerli.

Ernesto passò giorni e notti senza chiudere occhio. I grandi capi dei fittavoli vedevano il pericolo e operavano in perfetto accordo con noi. Ma tutto questo non servì a nulla: l’oligarchia voleva la violenza, e mise in azione i suoi agenti provocatori, i quali, indiscutibilmente, provocarono la rivolta dei contadini.

Questa scoppiò nei dodici Stati. I fittavoli espropriati si impadronirono, a forza, dei loro Governi. Essendo questo modo di procedere incostituzionale, gli Stati Uniti misero in moto l’esercito; gli agenti del Tallone di Ferro eccitavano ovunque la popolazione, travestiti da artigiani, fittavoli o contadini. A Sacramento, capitale della California, i padroni erano riusciti a mantenere l’ordine, quando un nuvolo di poliziotti segreti si rovesciò sulla città condannata. Dei gruppi composti esclusivamente di spie incendiarono e saccheggiarono diversi fabbricati e officine, e infiammarono le menti del popolo a tal punto, che esso si unì con loro nel saccheggio. Per alimentare questo incendio, fu distribuito l’alcool a flutti nei quartieri poveri. Poi, quando tutto fu pronto, entrarono in iscena le truppe degli Stati Uniti, che erano in realtà i soldati del Tallone di Ferro. Undicimila uomini, donne e bambini, furono fucilati per le strade di Sacramento, o assassinati nelle case. Il Governo nazionale prese il posto del Governo di Stato, e tutto fu perduto per la California.

Anche altrove le cose andarono in modo analogo. Tutti gli Stati dell’Unione delle Fattorie, furono domati con la violenza e affogati nel sangue. Come sempre, dapprima il disordine era scatenato dagli agenti segreti e dalle Centurie Nere, poi, immediatamente le truppe regolari erano chiamate in soccorso. La sommossa e il terrore regnavano in tutti i distretti.

Giorno e notte fumigavano gl’incendî delle fattorie e dei negozi, delle città e dei villaggi. Si ricorse all’uso della dinamite: si fecero saltare ponti, gallerie, deragliare i treni. I poveri fittavoli furono fucilati e impiccati in massa. Le rappresaglie furono terribili: numerosi plutocrati e ufficiali furono massacrati. I cuori erano assetati di sangue e di vendetta. L’esercito regolare combatteva i possidenti con l’accanimento che avrebbero usato contro i pellirosse, nè mancavano le scuse per questo. Duemilaottocento soldati etano stati annientati nell’Oregon da una spaventosa serie di esplosioni di dinamite, e numerosi treni militari erano stati distrutti nello stesso modo, così che i soldati difendevano la loro pelle, proprio come i fittavoli.

Circa la milizia, la legge del 1903 venne applicata, e i lavoratori di ogni Stato furono obbligati, pena la morte, a fucilare i loro compagni degli altri Stati. Naturalmente le cose non andarono lisce in principio: molti ufficiali furono uccisi, e molti cittadini condannati dal Consiglio di guerra. La profezia di Ernesto si avverò con spaventosa precisione, circa il signor M. Kowalt e il signor Asmunsen. Tutti e due, dichiarati idonei per la milizia, furono arruolati in California per la spedizione di repressione contro i fittavoli del Missuri. Tutti e due rifiutarono di prestar servizio; ma non fu loro concesso neppure il tempo di confessarsi: sottoposti a un Consiglio di guerra improvvisato, furono subito bell’e spacciati. Morirono tutti e due con la schiena rivolta al plotone di esecuzione.

Molti giovanotti, per non servire nella milizia, si rifugiarono sulle montagne e diventarono disertori, ma vennero in seguito puniti, in tempi migliori. Non avevano guadagnato nulla aspettando, perchè il Governo fece un proclama invitante i cittadini abili ad abbandonare le montagne entro il termine massimo di tre mesi. Alla scadenza del termine, mezzo milione di soldati furono mandati ovunque nelle regioni montuose; e non ci fu nè processo, nè giudizio: ogni uomo che incontravano era ucciso sul posto. La truppa agiva secondo il criterio che solo i proscritti erano restati in montagna. Qualche gruppo, trincerato in forti posizioni, resistette valorosamente, ma alla fine tutti i disertori dalla milizia furono sterminati.

Nello stesso tempo, nella mente del popolo era impressa una lezione più immediata, col castigo inflitto alla milizia ribelle del Kansas. Questa rivolta importantissima avvenne proprio al principio delle operazioni militari contro i fittavoli. Seimila uomini della milizia si sollevarono: da parecchie settimane erano turbolenti e malcontenti, ed erano tenuti prigionieri per questo motivo. È fuori dubbio, però, che la prima rivolta fu precipitata da agenti provocatori.

Nella notte del 22 aprile, gli uomini di truppa si ammutinarono ed uccisero gli ufficiali, di cui solo pochi poterono sfuggire al massacro. Questo oltrepassava il programma del Tallone di Ferro, i cui agenti avevano lavorato sin troppo bene. Ma tutto era grano buono da macinare per la plutocrazia, ormai preparata all’esplosione: l’uccisione di tanti ufficiali avrebbe fornito una giustificazione per quanto sarebbe accaduto dopo.

Come in sogno, quarantamila uomini dell’esercito regolare circondarono l’accampamento, o, meglio, la trappola. Gl’infelici militi si accorsero che le cartucce prese al deposito non erano del calibro dei loro fucili, ed innalzarono la bandiera bianca per arrendersi, ma fu vano: nessuno di essi sopravvisse. I seimila furono sterminati.

Dapprima bombardati da lungi con scariche di obici e di shrapnels, furono poi falciati, a colpi di mitragliatrice, mentre si lanciavano disperatamente contro le linee che li attorniavano. Ho parlato con un testimonio oculare: egli mi ha detto che neppure un milite potè avvicinarsi a meno di cinquanta metri da quella macchina micidiale. Il suolo era cosparso di cadaveri. In una carica finale di cavalleria, i feriti furono massacrati a colpi di sciabola e di rivoltella e schiacciati sotto gli zoccoli dei cavalli.

Mentre avveniva la distruzione dei contadini, accadeva la rivolta dei minatori, ultimo rantolo d’agonia del lavoro organizzato. Dichiararono sciopero in centocinquantamila. Ma erano troppo sparsi in tanti paesi, per poter avere vantaggio della loro forza numerica. Furono isolati nei loro rispettivi distretti, battuti e obbligati a sottomettersi. Fu la prima operazione di reclutamento di schiavi, in massa. Pocock vi guadagnò i galloni di capociurma supremo, e nello stesso tempo un odio inestinguibile da parte del proletariato[89]. La sua vita fu soggetta a numerosi attentati; ma sembrava che possedesse un talismano contro la morte. I minatori devono a lui l’introduzione di un sistema di passaporto alla russa, che tolse loro la libertà di andare da una parte all’altra del Paese.

Pure, i socialisti resistevano. Mentre i contadini spiravano fra le fiamme e il sangue, mentre il sindacalismo era smantellato, noi rimanevamo compatti e perfezionavamo le nostre organizzazioni segrete. Inutilmente i fittavoli ci facevano rimostranze: noi rispondevamo, e con ragione, che qualunque rivolta da parte nostra sarebbe stata la fine di ogni rivoluzione, per sempre. Il Tallone di Ferro, dapprima titubante circa il modo di agire con l’insieme del proletariato, avrebbe trovato le cose più semplici e lisce che non si aspettasse, e non avrebbe desiderato altro, per finirla una buona volta, che una sollevazione da parte nostra. Ma noi sventammo questo, a dispetto degli agenti provocatori che brulicavano nelle nostre file, e usavano sistemi molto grossolani, in quei tempi, e avevano molto da imparare. Costoro furono dai nostri gruppi di combattimento soppiantati a poco a poco.

Fu un compito arduo e sanguinoso, ma lottavamo per la nostra vita e per la Rivoluzione, ed eravamo obbligati a combattere il nemico colle sue stesse armi. Però noi combattevamo con lealtà. Nessun agente del Tallone di Ferro fu giustiziato senza processo. Può darsi che si siano commessi errori, ma se vi furono, furono molto rari. I nostri Gruppi di Combattimento erano formati dai migliori nostri compagni, dai più arditi, dai più disposti al sacrificio di se stessi.

Un giorno, dopo dieci anni, Ernesto fece un calcolo: servendosi dei dati forniti dai capi di questi Gruppi, calcolò che la durata media della vita degli iscritti, uomini e donne, non oltrepassasse i cinque anni. Tutti i Compagni dei Gruppi di Combattimento erano degli eroi; e il più strano è che a tutti essi ripugnava attentare alla vita umana. Quegli amanti della libertà, facevano violenza alla loro natura, pensando che nessun sacrificio era troppo grande per una causa così nobile.[90]

Lo scopo che ci eravamo imposti era triplo. Volevamo, per primo, purgare le nostre file dagli agenti provocatori; in seguito, organizzare i Gruppi di Combattimento all’infuori dell’organizzazione segreta e generale della Rivoluzione; in ultimo, introdurre i nostri agenti scelti, in tutti i rami dell’Oligarchia, nelle caste operaie, specialmente fra i telegrafisti, segretari e commessi, nell’Esercito, fra le spie e i guardiaciurme. Era un’opera lenta e pericolosa, e spesso i nostri sforzi fallivamo.

Il Tallone di Ferro aveva trionfato nella guerra aperta: ma noi stavamo all’erta, nell’altra guerra, sotterranea, sconcertante e terribile che avevamo intrapresa. In questa lotta tutto era invisibile, quasi tutto imprevisto: come una lotta fra ciechi, ma fatta con molto ordine, secondo uno scopo e una direttiva. I nostri agenti s’insinuavano fra gli ingranaggi di tutta l’organizzazione del Tallone di Ferro mentre la nostra era permeata dagli agenti avversarî; secondo una tattica tortuosa ed oscura, piena di intrighi e cospirazioni, di mine e contromine. E dietro tutto questo, sempre minacciosa, stava la morte, la morte violenta e terribile. Uomini e donne sparivano, i nostri migliori, i nostri più cari compagni. Si vedevano oggi, domani erano svaniti, e non si rivedevano mai più, e sapevamo che erano morti.

Non c’erano più, in nessun luogo, nè sicurezza nè fiducia. L’uomo che complottava con noi poteva essere un agente del Tallone di Ferro. Ma era lo stesso dalle due parti; eppure eravamo costretti a lavorare con fiducia e certezza. Fummo spesso traditi; la natura umana è debole. Il Tallone di Ferro poteva dare denaro e divertimenti nelle sue meravigliose città di piacere e di riposo; noi non avevamo altre attrattive che la soddisfazione di essere fedeli a un nobile ideale; e questa lealtà non aspettava altra ricompensa che il continuo pericolo, la tortura e la morte.

La morte costituiva l’unico mezzo di cui disponevamo per punire quella debolezza umana; ed era una necessità per noi castigare i traditori. Quando accadeva che uno dei nostri ci tradisse, uno o più vendicatori fedeli erano lanciati alle sue calcagna. Poteva accadere di fallire nell’esecuzione dei nostri decreti contro i nostri nemici, come nel caso di Pocock, ma la punizione era infallibile quando si trattava di castigare i falsi fratelli. Alcuni compagni si lasciarono corrompere col nostro permesso, per avere accesso nelle città meravigliose, ed eseguirvi le nostre sentenze contro i veri venduti. Ma, in fondo, esercitavamo un tale timore, che era più pericoloso tradirci, che restarci fedeli.

La Rivoluzione assumeva un carattere profondamente religioso. Noi adoravamo il suo altare che era quello della Libertà. Il suo spirito divino ci rischiarava. Uomini e donne si consacravano alla Causa e ad essa votavano i loro nati, come un tempo al servizio di Dio. Eravamo gli adoratori dell’Umanità.