CAPITOLO XV. ULTIMI GIORNI.
Verso la fine del gennaio del 1913, si manifestò pubblicamente il cambiamento di attitudine dell’oligarchia verso i Sindacati privilegiati. I giornali annunciarono un aumento di salario senza precedenti, e, nello stesso tempo, una riduzione delle ore di lavoro per gli impiegati delle ferrovie, i lavoratori del ferro e dell’acciaio, i meccanici e i macchinisti. Ma gli oligarchi non permisero che tutta la verità fosse subito divulgata. In realtà, i salarî, erano stati aumentati più che non apparisse, e i privilegi concessi erano maggiori di quanto non si sapesse. I segreti però finiscono sempre per trapelare. Gli operai privilegiati fecero delle confidenze alle mogli, le quali chiacchierarono, e in breve tutti i lavoratori seppero ciò che era accaduto. Era lo sviluppo logico e semplice di quello che al diciannovesimo secolo si chiamava «le parti dell’avanzo». Nella mischia industriale di quel tempo si era tentato pure la ripartizione degli utili fra gli operai; ossia, alcuni capitalisti avevano tentato di calmare i lavoratori facendoli partecipare ai lucri del loro lavoro. Ma la partecipazione ai lucri era, come sistema, cosa assurda e impossibile. Poteva riuscire solo in alcuni casi isolati, in seno al conflitto generale; perchè se tutto il lavoro e tutto il capitale si fossero divisi i guadagni, le cose sarebbero ritornate allo stesso punto di prima.
In questo modo, dall’idea inattuabile di una partecipazione ai guadagni, nacque l’idea pratica di partecipazione alle ruberie. «Pagateci di più, e rifatevi sul pubblico», divenne il grido di guerra dei Sindacati prosperosi. E questa politica egoistica riuscì qua e là. Facendo pagare i clienti, si faceva pagare la gran massa del lavoro non organizzato, o debolmente organizzato. Erano in realtà i lavoratori che procuravano un maggiore aumento di salario ai loro compagni, membri dei monopolî di lavoro. Questa idea, come ho detto, fu semplicemente spinta alla sua conclusione logica su vasta scala, dalla unione degli oligarchi con le associazioni privilegiate[88].
Appena la defezione dei Sindacati privilegiati fu nota, sorsero, nel mondo dei lavoratori, mormorii e proteste. Poi le associazioni si ritirarono dalle organizzazioni internazionali, e si sciolsero da ogni impegno di organizzazione e di solidarietà. Allora nacquero torbidi e violenze. I loro membri furono messi all’indice come traditori: nei bars e nei caffè, nelle strade e nelle officine, ovunque, furono assaliti dai compagni che essi avevano con tanta perfidia abbandonato.
Vi furono numerosi feriti, e molti morti. Nessun privilegiato era sicuro, ormai; così che gli operai dovevano, per recarsi al lavoro o a casa, unirsi in ischiere. Erano esposti al pericolo di avere la testa rotta per le strade, dalle tegole e dai sassi gettati dalle finestre o dai tetti. Venne dato loro il permesso di armarsi, e le autorità li aiutavano in tutti i modi. I loro persecutori furono condannati a lunghi anni di carcere, o furono trattati crudelmente; nessuna persona estranea ai Sindacati privilegiati aveva diritto di portare le armi, ed ogni infrazione all’osservanza di questa legge era considerata come un grave delitto e come tale punita.
Tutti i lavoratori così oltraggiati continuarono a vendicarsi dei rinnegati. Subito, s’intravidero all’orizzonte nuove caste. I figli dei traditori erano perseguitati dai figli dei lavoratori traditi, al punto che non potevano più giocare nelle strade e andare a scuola. Le mogli e le famiglie dei rinnegati erano condannate all’ostracismo; così che il droghiere del rione era boicottato se vendeva loro qualcosa.
Avvenne che, respinti da tutte le parti, i traditori e le loro famiglie formarono delle tribù. Essendo loro impossibile vivere sicuri in mezzo al proletariato ostile, si trasportarono in nuove località, abitate esclusivamente dai loro simili.
Questo movimento fu favorito dagli oligarchi: furono costruite per loro case igieniche e moderne, circondate da giardini e cortili: i figli di quella gente frequentavano scuole create per loro, con corsi speciali di insegnamento manuale e scienze applicate. Così, fin dal principio, e fatalmente quasi, da quell’isolamento, nacque una casta. I membri dei Sindacati privilegiati diventarono gli aristocratici del lavoro e furono separati dagli altri operai. Meglio alloggiati, meglio vestiti, meglio nutriti, meglio trattati, essi presero parte alla divisione del bottino, con frenesia.
In questo tempo, il resto della classe operaia era trattato più duramente che mai. Alla maggioranza furono tolti molti dei piccoli privilegi che godeva; i salarî ed il livello economico si abbassarono rapidamente; le scuole pubbliche frequentate dal popolo, ben presto decaddero, e a poco a poco, l’educazione cessò di essere obbligatoria. Il numero degli analfabeti della nuova generazione crebbe in modo impressionante.
La conquista da parte degli Stati Uniti del mercato mondiale, aveva scosso l’insieme del mondo. Le istituzioni e i Governi cadevano e si trasformavano ovunque. La Germania, l’Italia, la Francia, l’Australia e la Nuova Zelanda, stavano organizzandosi in repubbliche cooperative. L’Impero Britannico se ne andava in pezzi. L’Inghilterra era stremata. L’India era in piena rivolta. Il grido di tutto l’Oriente era: «L’Asia agli asiatici». E dall’estremo Oriente, il Giappone spingeva e sollevava le razze gialle e brune contro la razza bianca, e mentre sognava un impero continentale e si sforzava di avverare il sogno, distruggeva la sua stessa rivoluzione proletaria. Fu una semplice guerra di caste, di Coolies contro Samurai, e i lavoratori socialisti furono giustiziati in massa. Quarantamila furono uccisi nella battaglia per le strade di Tokio, e nell’inutile assalto al palazzo del Mikado. A Kobe, vi fu un macello; il massacro dei filatori di cotone, al fuoco delle mitragliatrici, è diventato classico, come il più terribile esempio di sterminio compiuto dalle macchine moderne di guerra.
E l’oligarchia giapponese, nata dal sangue, fu la più feroce di tutte. Il Giappone dominò l’Oriente, e prese per sè tutta la parte asiatica del mercato mondiale, tranne l’India.
L’Inghilterra riuscì a domare la rivoluzione de’ suoi proletari e a conservare l’India a costo d’uno sforzo che per poco non la distrusse. Dovette abbandonare le grandi colonie; perciò i socialisti poterono far dell’Australia e della Nuova Zelanda delle repubbliche cooperative, e il Canadà fu perduto per la madre patria. Ma il Canadà soffocò la rivoluzione socialista con l’intervento del Tallone di Ferro; il quale aiutava, nello stesso tempo, il Messico e Cuba a reprimere le loro rivolte.
Il Tallone di Ferro dopo aver saldato in un sol blocco politico tutta l’America del Nord, dal Canale di Panama all’Oceano Pacifico, si trovò solidamente piantato nel nuovo mondo.
L’Inghilterra, sacrificando le sue grandi colonie, era riuscita a salvare l’India, ma anche questa era una vittoria momentanea; aveva semplicemente ritardato la sua guerra per l’India, col Giappone e il resto dell’Asia. Era destinata, fra poco, a perdere quella penisola, e quell’avvenimento a sua volta, sarebbe stato causa di una lotta fra l’Asia unificata e il resto del mondo.
Mentre la terra intera era dilaniata dai conflitti, negli Stati Uniti l’avvento della pace era sempre lontano. La defezione dei grandi Sindacati aveva impedito la rivolta dei nostri proletarî, ma la violenza regnava ovunque. Oltre i torbidi dei lavoratori, oltre il malcontento dei fittavoli e dei pochi superstiti della classe media, sorgeva e si diffondeva una rinascita religiosa. Un ramo della setta degli Avventisti del Settimo Giorno era sorto, e s’era subito sviluppato considerevolmente. I suoi fedeli proclamavano la fine del mondo.
— Non mancava altro, nella confusione universale, — esclamò Ernesto. — Come sperare che vi sia solidarietà, fra tante tendenze contrarie e divergenti?
E, realmente, il movimento religioso assumeva uno sviluppo allarmante. Il popolo, a causa della miseria e della profonda delusione per tutte le cose terrene, era preparato, pronto e infiammato per un cielo dove i suoi tiranni industriali sarebbero entrati più difficilmente che un cammello attraverso la cruna di un ago. Predicatori dagli occhi torvi vagabondavano di paese in paese, e, nonostante le proibizioni delle autorità civili e le persecuzioni contro i delinquenti, la fiamma di questo fanatismo religioso era mantenuta viva da innumerevoli riunioni segrete.
— Gli ultimi giorni sono venuti! — esclamavano; era cominciata la fine del mondo! I quattro venti erano scatenati: Iddio agitava i popoli per la guerra. Era un’opera di visioni e di miracoli, in cui i veggenti e i profeti erano legioni.
Le persone, a centinaia di migliaia, abbandonavano il lavoro e fuggivano verso le montagne ad aspettare l’imminente discesa di Dio e l’ascensione dei centoquarantaquattromila eletti. Ma Iddio non appariva, ed essi morivano, in gran parte di fame. Nella loro disperazione, invadevano le fattorie per trovarvi il cibo; il tumulto e l’anarchia, invadendo anche le campagne, non facevano che esasperare la disgrazia del povero fittavolo spodestato.
Ma poichè le fattorie e i granai erano proprietà del Tallone di Ferro, numerose truppe furono mandate nei campi, e i fanatici furono, con la punta delle baionette, ricondotti al lavoro, nelle città. Ma continuavano a sollevarsi. I loro capi furono giustiziati per sedizione, o rinchiusi in manicomî. I condannati andarono al supplizio con la gioia dei martiri. Il paese attraversava un periodo di contagio mentale. Perfino nei deserti, nelle foreste, nelle paludi, dalla Florida all’Alaska, piccoli groppi di indiani sopravvissuti erravano come fantasmi in attesa dell’avvento dell’atteso Messia.
In questo caos, continuava a inalzarsi, con serenità e sicurezza quasi prodigiose, la forma del mostro di tutte le età: l’Oligarchia, che pesando con la sua mano e col suo Tallone di Ferro su tutto quel groviglio di milioni di esseri, faceva uscire l’ordine dalla confusione, e poneva le sue fondamenta sullo stesso marciume.
— Aspettate che siamo a posto, — ripetevano i fittavoli. — Ce lo diceva il signor Calvin, nel nostro appartamento in Pell Street. — Osservate gli Stati che abbiamo a nostra disposizione: con l’appoggio di voi socialisti, faremo cantare loro un’altra canzone, appena cominceremo a esercitare le nostre funzioni.
— Abbiamo dalla nostra, — dicevano i socialisti, — milioni di malcontenti e di poveri. Alle nostre file si sono aggiunti i fittavoli, i fattori, la classe media e i giornalieri. Il sistema capitalistico cadrà in pezzi. Fra un mese manderemo cinquanta rappresentanti al Congresso. Fra due anni, tutti i posti ufficiali saranno nostri, da quello della Presidenza Nazionale all’impiego municipale di accalappiacani.
Al che Ernesto replicava, scotendo il capo:
— Quanti fucili avete? Sapete dove trovare il piombo in quantità? Quanto alla polvere, credetemi, le combinazioni chimiche sono migliori dei miscugli meccanici.