CAPITOLO XXII. LA COMUNE DI CHICAGO.
La nostra qualità di agenti provocatori non solo ci permetteva di viaggiare liberamente, ma ci metteva in contatto col proletariato, e con i nostri compagni rivoluzionarî. Tenevamo il piede contemporaneamente nei due campi, servendo con ostentazione il Tallone di Ferro, ma lavorando segretamente e con tutto l’ardore per la Causa. I nostri erano numerosi nei varî servizî segreti dell’Oligarchia, e, nonostante le selezioni e i rimaneggiamenti incessanti, non hanno mai potuto essere eliminati interamente.
Ernesto aveva contribuito in massima parte al piano della prima rivolta, fissata per i primi della primavera del 1918. Nell’autunno del 1917, eravamo tutt’altro che preparati, e la rivolta, scoppiando prematuramente, era destinata a fallire. Naturalmente, in un complotto così complicato, ogni fretta può essere fatale. Il Tallone di Ferro l’aveva previsto, e si era all’uopo preparato.
Avevamo stabilito di lanciare il primo attacco contro il sistema nervoso dell’Oligarchìa. Questa non aveva dimenticato la lezione ricevuta al tempo dello sciopero generale e si era premunita contro la defezione dei telegrafisti, impiantando un servizio postale radiotelegrafico protetto dai Mercenarî. Dal canto nostro avevamo preso tutti i provvedimenti per parare il contraccolpo. Al segnale convenuto, da tutti i rifugi dalle città, dagli agglomeramenti, e dai baraccamenti, sarebbero usciti i compagni devoti, che avrebbero fatto saltare le stazioni del telegrafo senza fili. In questo modo, fin dal primo urto, il Tallone di Ferro sarebbe messo a terra e virtualmente privato delle sue membra.
Nello stesso tempo, altri compagni avrebbero dovuto far saltare con la dinamite i ponti e le gallerie e rovinare le reti delle strade ferrate. Gruppi speciali erano designati per impadronirsi dello Stato Maggiore dei Mercenarî, e della polizia, come pure di alcuni oligarchi particolarmente abili o che esercitavano importanti funzioni esecutive. Così i capi del nemico sarebbero stati allontanati dal campo di battaglia. E questa non avrebbe tardato ad accendersi ovunque.
Molte cose si sarebbero dovute compiere simultaneamente appena la parola d’ordine fosse stata data. I patrioti del Canadà e del Messico, di cui il Tallone di Ferro non immaginava neppure la forza vera, si erano impegnati di assecondare la nostra tattica. Poi c’erano i compagni (le donne, perchè gli uomini sarebbero stati impiegati diversamente) incaricati di affiggere i proclami stampati nelle nostre tipografie clandestine. Coloro, fra noi, che avevano importanti impieghi nel Tallone di Ferro, avrebbero dovuto cercare con ogni mezzo di far cadere nel disordine e nell’anarchia tutti i loro ufficî. Avevamo migliaia di compagni fra i Mercenarî. Il loro compito consisteva nel far saltare i negozi e rovinare i meccanismi delicati di tutte le macchine da guerra. Operazioni analoghe avrebbero dovuto essere compiute nelle città dei Mercenarî e nelle case operaie.
In una parola, volevamo assestare un colpo improvviso, magistrale e stupendo. L’Oligarchìa sarebbe stata distrutta prima di potersi riavere dallo stupore. L’operazione avrebbe comportato ore terribili e il sacrificio di numerose vite, ma nessun rivoluzionario si lascia arrestare da simile considerazione. Ed anche molte cose, nel nostro piano, dipendevano dal popolo non organizzato, dall’Abisso che doveva essere sguinzagliato verso i palazzi e le città dei suoi padroni. Che cosa importavano mai la perdita delle vite e la distruzione delle proprietà? La bestia dell’Abisso avrebbe muggito, la polizia e i Mercenarî avrebbero ucciso. Ma la bestia dell’Abisso avrebbe ruggito per qualunque causa e gli sterminatori patentati avrebbero ucciso con ogni mezzo. Così, i varî pericoli che ci minacciavano si sarebbero neutralizzati reciprocamente. Durante quel tempo, avremmo compiuto il nostro dovere con una sicurezza relativa, ed avremmo preso la direzione di tutto il meccanismo sociale.
Tale era il nostro piano; ogni particolare, prima elaborato in segreto, era poi, a mano a mano che si avvicinava il tempo dell esecuzione, comunicato ad un numero sempre crescente di compagni. Questo allargamento progressivo del complotto era causa di pericolo: ma questo pericolo non fu nemmeno raggiunto. Mediante il suo sistema di spionaggio, il Tallone di Ferro ebbe sentore della rivolta stabilita, e si preparò ad infliggerci una nuova e sanguinosa lezione. Chicago fu il posto scelto per la dimostrazione, che fu esemplare.
Di tutte le città, Chicago era la più matura per la rivoluzione.[116] Chicago chiamata un tempo la città del sangue, avrebbe meritato di nuovo quel soprannome. Troppi scioperi vi erano stati soffocati al tempo del capitalismo, e troppe teste schiacciate nell’ultimo, perchè i laburisti fossero disposti a dimenticare o a perdonare. La rivolta covava perfino tra le classi operaie della città. Sebbene queste avessero mutato condizione e avessero ottenuto molti favori, esse conservavano un odio inestinguibile per la classe dominatrice. Questo stato d’animo aveva contaminato anche i Mercenarî, tre reggimenti dei quali erano pronti a unirsi con noi, in massa.
Chicago era sempre stata un centro di conflitti fra lavoro e capitale, una città dove si combatteva nelle vie, dove le morti violente erano frequentissime, dove la coscienza di classe e l’organizzazione erano sviluppate tanto nei lavoratori, quanto nei capitalisti; dove, un tempo, perfino i maestri di scuola formavano dei sindacati affiliati alla Confederazione Americana del lavoro, con quelli dei manovali e muratori. Chicago doveva, dunque, diventare il centro di quell’uragano prematuro, che fu la prima rivolta.
Lo scatenarsi del ciclone fu affrettato dal Tallone di Ferro; con molta abilità. Tutta la popolazione, comprese le cataste dei lavoratori privilegiati, fu sottoposta a una serie di trattamenti oltraggianti. Impegni e accordi furono violati; furono inflitti castighi severi per errori insignificanti. Il popolo dell’Abisso fu svegliato a colpi di frusta, dalla sua apatìa. Il Tallone di Ferro si impegnò di far ruggire la bestia. Contemporaneamente, mostrava un’incredibile noncuranza per quanto concerneva le misure di precauzione più elementari. La disciplina s’era allentata fra i Mercenarî rimasti sotto le armi, mentre parecchi reggimenti, tolti dalla città, erano sparpagliati qua e là pel Paese.
Non ci volle molto per far trionfare questo programma: fu faccenda di poche settimane. Noialtri rivoluzionari avemmo sentore di qualche cosa del genere, ma era una troppo vaga conoscenza, che non ci rivelava tutta la verità. Pensavamo che quelle disposizioni per la rivolta fossero spontanee e che ci avrebbero dato del filo da torcere, ma non pensavamo neppure che il movimento potesse essere preparato deliberatamente, e così segretamente nell’ambito del Tallone di Ferro, da non lasciar trapelare nulla a noi. L’organizzazione di quel movimento controrivoluzionario fu una meraviglia, come anche la sua esecuzione.
Ero a Nuova York, quando ricevetti l’ordine di recarmi immediatamente a Chicago. L uomo che mi rimise quest’ordine era uno degli Oligarchi; ne fui certa sentendolo parlare. Sebbene non conoscessi il suo nome, e non vedessi che il suo viso, m’accorsi da quelle istruzioni chiarissime, leggendo subito fra le righe, che la nostra cospirazione era stata scoperta, e la contromina non attendeva che una scintilla per iscoppiare.
Gl’innumerevoli agenti del Tallone di Ferro, me compresa, avrebbero fatto scaturire la scintilla da lontano, o andando sul posto. Mi vanto di aver conservato il mio sangue freddo, sotto lo sguardo scrutatore dell’Oligarca; ma il mio cuore batteva pazzamente. Prima che egli avesse finito di dare i suoi ordini implacabili, io mi sentivo già pronta a urlare ed a stringergli la gola fra le mie mani contratte.
Appena lontana da lui feci il calcolo del tempo di cui disponevo. Se la fortuna mi assisteva, potevo disporre di qualche minuto per mettermi in comunicazione con qualche capo locale, prima di saltare nel treno. Usando tutte le precauzioni per non essere seguita, corsi come una pazza all’Ospedale di Pronto Soccorso, ed ebbi la ventura di essere ammessa immediatamente presso un medico in capo, il compagno Galvin. Cominciavo, senza respiro, a comunicargli la notizia, quand’egli mi interruppe:
— So tutto, — disse, con una calma che contrastava col lampo dei suoi occhi d’irlandese. — Indovino lo scopo della vostra visita. Ho ricevuto la notizia un quarto d’ora fa, e l’ho già trasmessa. Si farà tutto il possibile, qui, affinchè i compagni stiano tranquilli. Chicago, solo Chicago dev’essere sacrificata.
— Avete tentato di mettervi in comunicazione con Chicago? — chiesi.
Scosse la testa: — Nessuna comunicazione telegrafica è possibile. Chicago è isolata dal mondo, e vi si scatenerà l’inferno.
Tacque un istante, e lo vidi stringere i pugni. Poi esclamò:
— Per Dio! vorrei andarci, però!
— C’è ancora speranza d’impedire molte cose, — dissi. — se il mio treno non ha incidenti e se posso arrivare in tempo; oppure se altri compagni del servizio segreto, sapendo la verità, possono recarsi subito colà.
— Voialtri del circolo interno, vi siete lasciati scoprire questa volta. — disse.
— Il segreto era molto ben custodito, — risposi. — Solo i capi lo sapevano, prima di oggi. Non avendo potuto giungere sino a loro eravamo nell’ignoranza. Se almeno Ernesto fosse qui! Forse egli è a Chicago, ora, e allora tutto andrà bene.
Il dottor Galvin fece un cenno negativo.
— Secondo le ultime notizie, dev’essere stato mandato a Boston o a Nuova Haven. Il servizio segreto per il nemico lo deve urtare enormemente, ma è preferibile questo anzichè restar rinchiusi in un rifugio.
Mi alzai per partire, e Galvin mi strinse forte la mano.
— Non perdete coraggio. — mi raccomandò, a mo’ di saluto. — Se la prima rivolta è perduta, ne faremo una seconda, e saremo più savî. Arrivederci e buona fortuna. Non so se vi vedrò ancora. Dev’essere terribile, laggiù, ma darei volentieri dieci anni di vita per trovarmi là.
Il Secolo Ventesimo[117] lasciava Nuova York alle sei di sera, per arrivare a Chicago alle sette del mattino. Ma perdette molto tempo, quella notte, perchè seguivamo un altro convoglio. Fra i viaggiatori che occupavano il mio vagone Pullmann, c’era il compagno Hartmann, che apparteneva, come me, al servizio segreto del Tallone di Ferro. Egli mi parlò del treno che precedeva immediatamente il nostro. Era una riproduzione perfetta del nostro ma non conteneva viaggiatori. Era destinato, se ci fosse stata l’intenzione di far saltare in aria il Secolo Ventesimo, a saltare in vece di questo. Anche nel nostro treno non c’era molta gente: contai appena dodici o tredici viaggiatori nella nostra vettura.
— Ci devono essere personaggi importanti in questo treno, — disse Hartman, a mo’ di conclusione. — Ho osservato un carrozzone riservato, dietro.
Era notte piena, quando avvenne il primo cambiamento di macchina, ed io scesi sul marciapiedi per respirare un po’ d’aria pura e tentare di cogliere, se potevo, qualche osservazione. Dai finestrini del vagone riservato, intravidi tre uomini che conoscevo. Hartman aveva ragione. Uno di essi era il generale Altendorff, gli altri due, Masson e Vanderbold, che costituivano come il cervello del servizio dell’Oligarchia.
Era una bella notte di luna piena, ma mi sentivo agitata e non potevo dormire. Alle cinque del mattino mi alzai e mi vestii.
Chiesi ad una cameriera del gabinetto di toeletta quanto ritardo ci fosse, ed essa mi rispose: — Due ore. — Era una mulatta. Osservai che aveva i lineamenti stirati, gli occhi molto cerchiati, che sembravano dilatati da un’ansia continua.
— Che avete? — le chiesi.
— Nulla, signorina, non ho dormito bene. — rispose.
La guardai più attentamente, ed arrischiai uno dei nostri segni convenzionali. Essa rispose, e mi assicurai che era dei nostri.
— Deve succedere a Chicago qualche cosa di terribile, — disse. — C’è quel falso treno davanti a noi. Esso e i convogli di truppa ritardano il nostro arrivo.
— Treni militari? — chiesi.
Essa fece un cenno affermativo.
— La linea ne è piena. Li abbiamo incontrati tutta notte. E tutti diretti a Chicago. Sono segnalati mediante le comunicazioni aeree. Questo vuol dir molto... Ho un buon amico a Chicago, — soggiunse come per scusarsi. — È uno dei nostri. È fra i Mercenarî, e temo per lui.
Povera ragazza! Il suo innamorato apparteneva ad uno dei tre reggimenti infedeli.
Hartman ed io mangiammo insieme nel vagone restaurant, ed io mi sforzai di mangiare. Il cielo si era coperto, e il treno filava come un tuono monotono a traverso il grigio manto di quella giornata. Persino i negri che ci servivano sapevano che si stava preparando qualche cosa di tragico. Avevano perduto la loro solita leggerezza, e sembravano oppressi. Erano lenti nel servire, avevano la mente rivolta altrove e scambiavano qualche parola triste dall’uno all’altro lato del vagone, vicino alla cucina. Hartman vedeva la cosa sotto una luce fosca.
— Che possiamo fare? — chiese per la ventesima volta, alzando le spalle. Poi indicando la finestra: — Ecco, tutto è pronto. Potete esser certa che ve n’è una fila così lunga tutta la strada ferrata.
Alludeva ai treni militari schierati sui binarî morti. I soldati preparavano il rancio su fuochi accesi vicino ai binarî e guardavano, incuriositi, il nostro treno che proseguiva senza rallentare la sua fulminea corsa.
Quando entrammo in Chicago, tutto era tranquillo. Evidentemente, nulla di anormale era ancora accaduto. Nei sobborghi furono distribuiti i giornali del mattino. Non dicevano nulla di nuovo, eppure la gente abituata poteva leggervi fra le righe molte cose che sfuggivano al lettore comune. Si sentiva la mano fine del Tallone di Ferro in ogni colonna. Si lasciavano intravedere alcuni punti deboli nell’armatura dell’Oligarchìa, ma, s’intende, non vi era nulla di definitivo; si voleva che il lettore trovasse la spiegazione da sè, attraverso le allusioni. Tutto ciò era fatto con molta destrezza. Come romanzi d’avventure, i giornali del mattino del 27 ottobre sarebbero stati dei capolavori.
Mancavano i dispacci locali, e questa mancanza era segno di un colpo maestro. Avviluppava Chicago di mistero, e suggeriva al lettore ordinario della città, l’idea che l’Oligarchia non osasse dare le notizie locali. Una rubrica parlava di sommosse, false naturalmente, di atti di insubordinazione, commessi un po’ dappertutto; bugie grossolanamente mascherate da allusioni ai provvedimenti repressivi da adoperare. Un’altra annunciava una serie di attentati dinamitardi contro stazioni della telegrafia senza fili, e le grosse ricompense promesse a coloro che avrebbero denunciati gli autori. Si annunciavano molti delitti del genere, non meno immaginarî, però, ma perfettamente rispondenti ai disegni dei rivoluzionarî. Tutto questo era fatto con lo scopo di creare nella mente dei compagni di Chicago l’impressione di una rivolta generale che stesse per cominciare, e nello stesso tempo per creare una gran confusione mediante particolari di scacchi parziali. Chi non era ben informato non poteva sfuggire alla sensazione vaga ma certa, che tutto il paese era pronto per una sommossa già cominciata.
Un telegramma diceva che la defezione dei Mercenarî in California era diventata così seria, che una mezza dozzina di reggimenti erano stati sbandati e dispersi, e che i soldati con le loro famiglie erano stati espulsi dalle loro città speciali e rigettati nei ghetti dei lavoratori. Ora i Mercenarî di California erano, in realtà, più fedeli di tutti ai loro padroni. Ma come si poteva saperlo a Chicago, isolata dal resto del mondo? Un dispaccio, mutilato durante la trasmissione, descriveva la sollevazione della plebaglia di Nuova York, che s’era unita alle caste operaie, e finiva affermando (la cosa sarebbe stata considerata come un bluff) che le truppe avevano il sopravvento.
E non solamente con la stampa, gli oligarchi avevano tentato di divulgare informazioni false. Sapemmo dopo che, a più riprese, sul far della notte, erano giunti messaggi telegrafici destinati unicamente ad essere intercettati dai rivoluzionarî.
— Credo che il Tallone di Ferro non avrà bisogno dei nostri uffici, — osservò Hartman, posando il giornale che stava leggendo, quando il treno entrò nel deposito centrale. — Era inutile mandarci qui. I loro disegni sono riusciti meglio di quanto sperassero. L’inferno si scatenerà da un momento all’altro.
Si voltò per guardare il treno che avevamo abbandonato.
— L’ho pensato, — disse — Hanno sganciato il carrozzone riservato quando i giornali sono stati portati sul treno.
Hartman era accasciato. Tentai di incoraggiarlo, ma sembrava non accorgersi dei miei sforzi. Ad un tratto si mise a parlare presto presto, a bassa voce, mentre attraversavamo la stazione. Dapprima non capii.
— Non ne ero sicuro, e non ne ho parlato a nessuno, — disse. — Sono settimane e settimane che tento l’impossibile, ma non ho potuto averne la certezza. State attenta a Knowlton. Dubito di lui. Egli conosce il segreto di molti nostri rifugi. Ha in mano sua la vita di centinaia di nostri, e credo che sia un traditore. La mia è solo un’impressione, sinora. Ma ho osservato un cambiamento in lui, da un po’ di tempo. È possibile che ci abbia venduti o, se non l’ha fatto, ha l’intenzione di farlo. Ne sono quasi sicuro. Non potevo svelare i miei sospetti ad alcuno, ma, non so perchè, sento che non lascerò vivo Chicago. Tenete d’occhio Knowlton. Tentate di attirarlo in trappola. Smascheratelo. Non so nulla di più. Finora è solo un’intuizione che non riesco a spiegare logicamente.
In questo momento uscivamo sul marciapiede esterno.
— Ricordatevi, — concluse Hartman, con aria frettolosa. — Tenete d’occhio Knowlton.
Ed aveva ragione: non trascorse un mese, e Knowlton scontò con la vita il suo tradimento. Fu formalmente giustiziato dai compagni del Milwaukee.
Le vie erano tranquille. Chicago sembrava morta. Non si sentiva il movimento degli affari, non c’erano nemmeno le vetture. I tranvai erano fermi e gli aerei non funzionavano. Di rado, sui marciapiedi, si incontrava qualche solitario passante che non indugiava affatto, ma procedeva, alla svelta, verso una meta ben definita. Però s’indovinava nella sua andatura un’indecisione strana, come s’egli temesse che le case potessero crollare o che il marciapiede gli sprofondasse sotto i piedi. Alcuni monelli oziavano, e nei loro occhi si leggeva un’attesa contenuta, come se aspettassero avvenimenti meravigliosi e commoventi.
Da qualche parte, a grande distanza, verso il sud, giunse il rumore sordo di un’esplosione. Poi, più nulla. La calma ritornò; ma i monelli, allarmati, tendevano l’orecchio, come giovani daini, nella direzione del suono. Le porte di tutte le case erano chiuse, le saracinesche dei negozi abbassate. Ma apparivano, in evidenza, molti poliziotti e guardie e, a intervalli, passava rapidamente una pattuglia di Mercenarî in automobile.
Hartman ed io, di comune accordo, considerammo inutile presentarci ai capi locali del servizio segreto. Quell’omissione sarebbe stata scusata, lo sapevamo, in favore degli avvenimenti seguenti. Ci dirigemmo dunque verso il grande ghetto dei lavoratori del quartiere meridionale, con la speranza di avvicinare qualcuno dei nostri compagni. Era troppo tardi. Ma non potevamo rimanere inerti in quelle vie orribilmente silenziose. Dov’era Ernesto? Me lo chiedevo continuamente. Che cosa succedeva nella città delle caste operaie e in quelle dei Mercenarî? E nella fortezza?
Come in risposta a questa domanda, sorse nell’aria un ruggito prolungato, un brontolio un po’ attutito dalla distanza, ma punteggiato da una serie di detonazioni precipitate.
— È la fortezza. — esclamò Hartman. — Il cielo abbia pietà di quei tre reggimenti!
Ad un crocicchio, osservammo, nella direzione dei negozi alimentari, una gigantesca colonna di fumo. Al crocicchio seguente ne vedemmo parecchie altre che s’innalzavano al cielo, nel quartiere dell’ovest. Al disopra della città dei Mercenarî si librava un rosso pallone frenato, che scoppiò proprio mentre lo guardavamo, lasciando cadere da ogni parte i suoi brani infiammati. Questa tragedia aerea non ci rivelava nulla, perchè non sapevamo se nel pallone ci fossero amici o nemici. Un rumore vago ci ronzava negli orecchi, simile al ribollimento lontano di una pentola gigantesca; e Hartman mi disse che era il crepitio delle mitragliatrici e dei fucili automatici.
Ciononostante, camminavamo sempre in un luogo tranquillo dove non accadeva nulla di straordinario. Passarono dapprima agenti di polizia e pattuglie in automobile, poi una mezza dozzina di pompe che ritornavano evidentemente dal luogo di un incendio.
Un ufficiale, che era su un’automobile, interrogò i pompieri, di cui uno rispose: — Non c’è acqua. Hanno fatto saltare le condutture principali.
— Abbiamo distrutta la provvista dell’acqua. — osservò Hartman, entusiasmato. — Se possiamo fare una cosa simile in un tentativo di rivolta prematura, isolato e abortito in sul nascere, immaginiamo che cosa si può fare con uno sforzo maturo e concorde in tutto il paese!
L’automobile dell’ufficiale che aveva parlato ai pompieri si allontanò rapidamente. Improvvisamente scoppiò un fragore assordante: la vettura, col suo carico umano, fu sollevata in un turbine di fumo, poi precipitò, ricadde come un mucchio di rottami e di cadaveri.
Hartman esultava. — Bravo, bravo, — ripeteva a bassa voce. — Oggi il proletariato riceve una lezione, ma ne dà anche una.
La polizia accorreva verso il luogo del disastro. Un’altra automobile di pattuglia si era fermata. Quanto a me, ero come intontita dall’avvenimento improvviso. Non capivo che fosse accaduto sotto i miei occhi, e mi ero appena accorta che eravamo stati accerchiati dalla polizia. Ad un tratto, vidi un agente che stava per abbattere Hartman: ma costui, sempre con sangue freddo, gli diede la parola d’ordine: vidi la rivoltella vacillare, poi abbassarsi, e sentii il poliziotto brontolare deluso. Era in collera e malediceva tutto il servizio segreto. Dichiarava che quella gente era sempre fra i piedi. Hartman gli rispondeva con la superiorità caratteristica degli agenti del servizio di informazioni e gli riferiva, con tutti i particolari, gli errori della polizia.
Come ridesta da un sogno, mi resi conto di quanto era accaduto. Numerosi curiosi si erano fermati, e due uomini stavano per sollevare l’ufficiale ferito per portarlo nell’altra automobile, ma furono presi da panico improvviso, e tutti, spaventati, si sparpagliarono in varie direzioni. I due uomini avevano lasciato cadere rudemente il ferito e correvano come gli altri. Anche l’agente brontolone si mise a correre, ed Hartman ed io facemmo lo stesso, senza sapere il perchè, spinti da un cieco terrore ad allontanarci al più presto da quel luogo fatale.
Non era successo nulla di particolare in quel momento; eppure mi spiegavo tutto. I fuggitivi ritornavano timidamente, ma, ogni momento, alzavano gli occhi con apprensione alle finestre alte delle grandi case che dominavano da ogni parte la strada, come le pareti d’una gola dirupata. La bomba era stata lanciata da una di quelle innumerevoli finestre, ma da quale? Non c’era stata una seconda bomba, ma si aveva il timore di riceverla.
Oramai guardavamo le finestre con aria circospetta. La morte poteva essere in agguato dietro una qualunque. Ogni casa poteva tendere un’imboscata. Era la guerra, in quella jungla moderna che è una grande città. Ogni strada poteva essere un canalone, ogni costruzione una montagna. Nulla era cambiato dai tempi dell’uomo primitivo, nonostante le automobili blindate che filavano attorno a noi.
Allo svolto di una via trovammo una donna stesa a terra in un lago di sangue. Hartman si chinò su di lei. Io mi sentivo svenire. Dovevo vedere molti morti, quel giorno, ma l’eccidio in massa non mi colpì come quel primo cadavere abbandonato là, ai miei piedi, sul lastricato.
— Ha ricevuto un colpo di rivoltella al petto — dichiarò Hartman.
Essa stringeva, come un bimbo, sotto il braccio, un pacco di manifesti. Anche morendo non aveva voluto staccarsi da ciò che era stato la causa della sua morte. Infatti, quando Hartman riuscì a toglierle il pacco, vedemmo che era formato da grandi fogli stampati: erano i proclami dei rivoluzionarî.
— Una compagna! — esclamai.
Hartman si limitò a maledire il Tallone di Ferro, e continuammo per la nostra strada. Fummo fermati molte volte da agenti e da pattuglie, ma le parole d’ordine ci permisero di proseguire. Non cadevano più bombe dalle finestre: sembrava che gli ultimi passanti fossero svaniti, e i luoghi fossero ridivenuti più tranquilli che mai. Ma la gigantesca pentola continuava a ribollire in lontananza, il rumore sordo delle esplosioni giungeva da ogni parte, e colonne di fumo sempre più numerose inalzavano sempre più in alto i loro sinistri pennacchî.