CAPITOLO XXIII. LA FOLLA DELL’ABISSO.

Improvvisamente, le cose cambiarono aspetto; un fremito di animazione sembrò vibrare nell’aria. Passarono, con volo rapido, due, tre, una dozzina di automobili con persone che ci gridavano avvertimenti. Al prossimo incrocio di vie, una delle vetture fece una terribile svolta senza rallentare e un istante dopo, al posto che appena aveva lasciato e dal quale era già lontana, l’esplosione di una bomba scavava una gran buca. Vedemmo la polizia sparire correndo per le vie laterali; sapevamo che qualche cosa di spaventoso si avvicinava, di cui sentivamo il brontolìo crescente.

Potevamo già vedere la testa della colonna che sbarrava la via da un muro all’altro, al momento in cui fuggiva l’ultima automobile blindata. Questa, giunta alla nostra altezza, si fermò un attimo. Un soldato ne scese in fretta, portando qualcosa che depose con molta precauzione nel ruscello, poi riprese d’un salto il suo posto. L’automobile si slanciò, virò all’angolo e disparve. Hartman corse al limite del marciapiede e si chinò sull’oggetto.

— Non vi avvicinate, — mi gridò.

Lo vidi lavorare febbrilmente con le mani. Quando mi raggiunse, la sua fronte era imperlata di sudore.

— Ho tolto l’esca, — disse, — e al momento buono. Quel soldato è inetto: l’aveva destinata ai nostri compagni, ma non aveva calcolato il tempo giusto. Sarebbe scoppiata prima. Ora non scoppierà più.

Gli avvenimenti precipitavano. Dall’altro lato della via, un po’ più lontano, alle finestre di un caseggiato, distinguevo delle persone che guardavano. Avevo appena finito di farle osservare ad Hartman, allorchè fiamme e fumo si svilupparono su quella parte della facciata, e l’aria fu scossa da un’esplosione. Il muro di pietra, in parte demolito, lasciava vedere l’armatura di ferro dell’interno. Poco dopo la facciata della casa dirimpetto era dilaniata da esplosioni simili. Nell’intervallo si sentivano crepitare le rivoltelle ed i fucili automatici. Quel duello aereo durò parecchi minuti, poi finì coll’acquetarsi. Evidentemente i nostri compagni occupavano uno dei caseggiati, e i Mercenarî quello di faccia, e gli avversarî si combattevano attraverso la via: ma non potevamo sapere da qual parte fossero i nostri.

In quel momento, una colonna che procedeva nella strada era giunta quasi alla nostra altezza. Appena le prime file passarono sotto le finestre delle case rivali, il bombardamento riprese con forza. Da un lato si gettavano bombe sulla via, dall’altro se ne lanciavano contro la casa di faccia, che rispondeva. Ora sapevamo quale fosse la casa occupata dai nostri, che facevano opera buona difendendo la gente della strada dalle bombe del nemico.

Hartman mi prese per un braccio e mi trascinò in un vicolo che serviva di entrata in qualche luogo.

— Non sono i nostri compagni, — mi disse all’orecchio.

Le porte di quel vicolo cieco erano chiuse e sprangate. Non avevamo via di scampo perchè in quel momento la testa della colonna ci oltrepassava. Non era una colonna, ma una confusa massa di gente, un torrente inondatore che empiva la via; era il popolo dell’Abisso esaltato dal bene e dalle sofferenze, che ruggiva e sparava calci per poter bere, infine, il sangue dei suoi padroni. L’avevo già veduto, quel popolo dell’Abisso; avevo attraversato i suoi ghetti, e credevo di conoscerlo, ma mi pareva di vederlo per la prima volta. La sua muta apatia era svanita; in quell’ora, come dominato da una forza affascinante, temibile, pareva un mare che muggisse di collera visibile nelle onde grondanti e rombanti, un gregge di carnivori umani, ubriachi per l’alcool rubato nei negozi, ebbri d’oro, di sete di sangue. Erano uomini stracciati, donne cenciose, bimbi a brandelli, esseri di un’intelligenza oscura e feroce, sui volti dei quali erasi cancellato quanto c’è di divino, e impresso invece quanto c’è di demoniaco nell’uomo. Scimmie e tigri: tubercolotici emaciati ed enormi bestie pelose, visi anemici il cui sangue era stato succhiato da una società vampiro, e visi gonfi di bestialità e di vizio; megere appassite e patriarchi barbuti dalla testa di morto; una gioventù corrotta e una vecchiaia cancrenosa; facce di demonî, asimmetriche e torve, corpi deformati dalla malattia e dal morso d’una eterna carestia; feccia e schiuma della vita, orde vociferanti, epilettiche, arrabbiate, diaboliche!

Poteva forse essere altrimenti? Il popolo dell’Abisso non aveva nulla da perdere, tranne la sua miseria e la pena di vivere. E che cosa aveva da guadagnare? Null’altro che un’orgia finale e terribile di vendetta. Mi venne il pensiero che in quel torrente di lava umana ci fossero degli uomini, dei compagni, degli eroi, la cui missione era stata quella di sollevare la bestia dell’Abisso affinchè il nemico potesse domarla.

Allora mi accadde una cosa sorprendente; avvenne in me una trasformazione. La paura della morte per me o per gli altri mi aveva abbandonata. Per una strana esaltazione, mi sentivo come una creatura nuova in una nuova vita. Nulla aveva importanza. La Causa era perduta, questa volta, ma avrebbe potuto trionfare domani, giovane e ardente com’era. Così che potei osservare con calmo interesse gli orrori scatenati durante le ore seguenti. La morte non significava nulla, ma la vita non significava di più. Ora osservavo gli avvenimenti come osservatrice attenta; ora, trascinata dalla corrente, partecipavo ad essi con la stessa curiosità. La mia mente era salita sino alla fredda altezza delle stelle ed aveva afferrato, impassibile, una nuova scala di valutazione dei valori. Se non mi fossi aggrappata a quella tavola di salvezza credo che sarei morta.

La folla s’era sparsa lungo circa mezzo miglio, quando fummo scoperti. Una donna, vestita di cenci inverosimili, con le guance infossate e gli occhi neri, profondi, scoperse Hartman e me. Subito mandò un mugolio acuto e si precipitò verso di noi, trascinando parte della folla. Mi sembra ancora di rivederla camminare saltando davanti agli altri, con i capelli grigi svolazzanti in treccioline imbrogliate; col sangue che le colava sulla fronte, dalle ferite del cuoio capelluto. Brandiva un’ascia con una mano, mentre l’altra, secca e rugosa, pareva stringere convulsamente il vuoto, come artigli di uccello da preda. Hartman si lanciò davanti a me. Il momento non era propizio alle spiegazioni. Eravamo vestiti decentemente, e ciò bastava.

Il suo pugno colpì la donna fra gli occhi, che, per la forza del colpo, fu rigettata indietro; ma essa, incontrato il muro che si avanzava rimbalzò avanti stordita e confusa, mentre l’ascia si abbatteva senza forza sulla spalla di Hartman.

Un attimo dopo perdetti coscienza di quanto accadeva: ero sommersa dalla folla. Lo stretto spazio in cui eravamo, era pieno di grida, di urli e di bestemmie. I colpi piovevano su me. Strappavano e asportavano i miei abiti, la mia carne. Ebbi la sensazione di essere fatta a pezzi. Sul punto d’essere rovesciata, soffocata, ecco una mano vigorosa afferrarmi per una spalla e trarmi violentemente. Sopraffatta dalla sofferenza, svenni. Hartman non doveva uscire vivo da quella stradicciola; per difendermi aveva affrontato lui il primo urto. E ciò mi aveva salvato, perchè, subito dopo la calca era divenuta così fitta, che non era possibile compiere altro contro di me, se non strette cieche e tiramenti.

Ripresi i sensi tra una sfrenata agitazione; attorno a me tutto era trascinato dallo stesso movimento. Ero trascinata da una mostruosa inondazione che mi portava, non sapevo dove. L’aria fresca mi accarezzava la fronte e mi rinforzava un poco i polmoni. Stordita e languente, sentivo vagamente che un braccio solido mi circondava la vita, sollevandomi a mezzo e portandomi avanti. Vedevo agitarsi davanti a me la parte posteriore di un soprabito d’uomo che, aperto dall’alto al basso, lungo la cucitura di mezzo, palpitava come un polso regolare, la spaccatura aprendosi e chiudendosi al ritmo dell’uomo che camminava. Quel fenomeno mi affascinò un poco, finchè non ebbi ripreso completamente i sensi. Poi sentii mille punture di spilli nelle guance e nel naso, e mi accorsi che il sangue mi inondava il viso. Il mio cappello era sparito, e la mia capigliatura, disfatta, ondeggiava al vento. Un forte dolore alla testa mi fece ricordare una mano che mi aveva strappato i capelli, nella mischia. Il petto e le braccia erano coperti di lividure, e indolenziti.

La mia mente si rischiarava. Senza arrestarmi nella corsa, mi volsi per guardare l’uomo che mi sosteneva e che mi aveva strappata alla folla e salvata. Egli osservò il mio movimento.

— Tutto va bene, — esclamò con voce rauca. — Vi ho subito riconosciuta.

Io non lo riconoscevo ancora; ma prima di dire una parola, m’accorsi di camminare su qualcosa di vivo, che si contrasse sotto il mio piede. Spinta da quelli che mi seguivano, non potei chinarmi per vedere, ma seppi che era una donna caduta che migliaia di piedi calpestavano senza tregua sul pavimento.

— Tutto va bene. — ripetè l’uomo. — Sono Garthwaite.

Era barbuto, magro e sudicio, ma potei riconoscere in lui il robusto giovane che tre anni prima aveva passato qualche mese nel nostro rifugio di Glen-Ellen. Mi diede la parola d’ordine del servizio segreto del Tallone di Ferro per farmi capire che anch’egli ne faceva parte.

— Vi libererò io qui, appena ne avrò l’occasione, — mi disse. — Ma camminate con precauzione, e state attenta a non fare un passo falso, e a non cadere: ne va di mezzo la vita!

Tutto avveniva bruscamente, quel giorno; con rudezza improvvisa, la folla si fermò. Urtai violentemente una donna che mi precedeva (l’uomo dal cappotto scucito era scomparso) e coloro che mi seguirono furono proiettati addosso a me. L’inferno erasi scatenato, con una cacofonia di urli, di maledizioni, di gridi di agonia che dominavano il rumore delle mitragliatrici e il crepitio delle fucilate. La donna che mi precedeva si piegò su se stessa, stringendosi il ventre con una stretta disperata. Contro le mie gambe un uomo si dibatteva negli spasimi della morte.

Mi accorsi che eravamo alla testa della colonna. Non ho mai saputo come mai fosse scomparso quel mezzo miglio di umanità che ci precedeva, e mi domando ancora se sia stato distrutto da qualche spaventosa macchina da guerra, e ridotto in pezzi, o se abbia potuto fuggire disperdendosi. Il fatto è che eravamo là, in testa alla colonna, e non più in mezzo, e che in quel momento eravamo falciati da una stridula pioggia di piombo.

Appena la morte ebbe fatto un po’ di vuoto, Garthwaite, che non aveva abbandonato il mio braccio, si precipitò alla testa di una colonna di sopravvissuti, verso il largo porticato di una casa di affari. Fummo schiacciati contro le porte da una massa di creature ansanti, trafelate, e rimanemmo per un po’ di tempo in quell’orribile posizione.

— Che cosa ho mai fatto! — si lamentava Garthwaite. — Vi ho trascinata in una bella trappola. Nella strada potevamo avere qualche speranza, qui non ne abbiamo alcuna. Non ci rimane altro che gridare: «Vive la Revolution!»

Allora cominciò quello che c’era da aspettarsi. I Mercenarî uccidevano senza tregua. La spaventosa pressione esercitata dapprima su noi, diminuiva in proporzione delle uccisioni. I morti e i moribondi, cadendo, facevano largo. Garthwaite mise la bocca sul mio orecchio e mi gridò delle parole che non potei afferrare in mezzo a quel terribile chiasso. Senza aspettare oltre, mi prese, mi gettò a terra e mi coprì col corpo di una donna agonizzante. Poi, a forza di spingere e stringere, scivolò vicino a me, nascondendomi in parte, col suo corpo.

Morti e moribondi si ammucchiarono sopra di noi e su quel mucchio, i feriti si trascinavano lamentosi. Ma quei movimenti cessarono ben presto e regnò un mezzo silenzio, interrotto da gemiti, sospiri e rantoli.

Sarei stata schiacciata senza l’aiuto di Garthwaite; pure, nonostante i suoi sforzi, mi sembra incredibile aver potuto sopravvivere a una simile compressione. Tuttavia, a parte la sofferenza, ero vinta da un senso di curiosità. Come sarebbe andata a finire? Che cosa avrei sentito morendo? In questo modo ricevetti il battesimo di sangue, il battesimo rosso, nella strage di Chicago. Sino allora, avevo considerato la morte in teoria; ma da allora essa fu per me un fatto senza importanza, tanto è facile.

Ma i Mercenarî non erano ancora soddisfatti. Invasero il portico per finire i feriti e cercare gli scampati che, come noi, facevano i finti morti. Sentii un uomo, strappato di sotto un mucchio, implorare in modo vile, sinchè un colpo di rivoltella non gli spezzò la parola a mezzo. Una donna si slanciò da un altro mucchio, grondando sangue, e, spianando la rivoltella sparò. Prima di soccombere scaricò sei volte l’arma, con quale risultato, non seppi, perchè seguivamo quelle tragedie solo con l’udito. Ad ogni istante ci giungevano a folate i rumori di scene simili di cui ognuna finiva con un colpo di arma da fuoco. Negli intervalli sentivamo i soldati parlare e bestemmiare fra i cadaveri, incitati dai loro ufficiali.

Finalmente, si rivolsero al nostro mucchio e sentimmo la pressione diminuire a man mano che toglievano i morti e i feriti. Garthwaite pronunciò la parola d’ordine. Dapprima non lo udirono. Egli alzò un po’ più la voce.

— Ascoltate, — disse un soldato. E subito si intese l’ordine breve di un ufficiale.

— Attenzione là: fate piano.

Oh, quella prima boccata d’aria mentre ci liberavano! Garthwaite disse subito quant’era necessario, ma dovetti sottostare anch’io a un breve interrogatorio per provare che ero proprio al servizio del Tallone di Ferro.

— Sono proprio agenti provocatori, — conchiuse l’ufficiale.

Era un giovanotto imberbe, un cadetto di qualche grande famiglia di Oligarchi.

— Brutto mestiere. — brontolò Garthwaite. — Darò le mie dimissioni e cercherò di entrare nell’esercito. Siete fortunati, voialtri!

— Lo meritereste. — rispose l’ufficialetto. — Posso darvi una mano e cercare di aggiustare la cosa. Basterà che io dica come vi ho trovato.

E, segnato il nome e il numero di Garthwaite, si volse dalla mia parte:

— E voi?

— Oh! io mi sposo, — risposi con disinvoltura; — e mando tutto a quel paese.

Così ci mettemmo a chiacchierare tranquillamente, mentre i feriti attorno a noi venivano finiti. Tutto questo mi sembra oggi un sogno, ma in quel momento mi sembrava la cosa più naturale del mondo. Garthwaite e l’ufficialetto si ingolfarono in una vivace discussione sulla diversità fra i metodi di guerra moderni e quella battaglia di strade e grattacieli, impegnata in tutta la città. Io li ascoltavo mentre mi pettinavo ed aggiustavo alla meglio, con degli spilli, gli strappi della gonna. E, intanto, il massacro dei feriti continuava. A volte, i colpi di rivoltella coprivano la voce di Garthwaite e dell’ufficiale e li obbligavano a ripetersi.

Ho passato tre giorni della mia vita in quel carnaio della Comune di Chicago, e posso dare un concetto della sua immensità dicendo che durante quel tempo non ho veduto altro che il massacro del popolo dell’Abisso e le battaglie per aria da un grattacielo all’altro. In realtà, non ho veduto nulla dell’opera eroica compiuta dai nostri. Ho sentito l’esplosione delle loro mine e delle loro bombe, ho veduto il fumo degl’incendî appiccati da essi, ma null’altro. Però ho seguito gli episodi aerei d’una grande azione, l’attacco alle fortezze in pallone, operati dai nostri compagni. Questo avvenne il secondo giorno. I tre reggimenti ribelli furono distrutti fino all’ultimo uomo. Le fortezze erano zeppe di Mercenarî; il vento soffiava in direzione favorevole e i nostri aereostati partivano da un caseggiato della City. Il nostro amico Biedenbach, dopo la sua partenza da Glen-Ellen, aveva inventato un esplosivo potentissimo battezzato da lui col nome di «spedito». Quei palloni erano certo muniti delle sue macchine infernali. Erano semplici mongolfiere, gonfiate con aria calda, grossolanamente costruite in fretta, ma che bastarono alla loro missione. Vidi tutta la scena da un tetto vicino. Il primo pallone sbagliò completamente la mira e scomparve nella campagna. Però, dovevamo, in seguito, sentir parlare di esso. Era pilotato da Burton e O’ Sullivan; i quali scesero, lasciandosi andare alla deriva, sopra una ferrovia, proprio mentre passava un treno militare lanciato a tutta velocità, verso Chicago. I due lasciarono cadere tutto il carico di «spedito» sulla locomotiva, i cui rottami ostruirono la strada per parecchi giorni. Il bello si è che il pallone, alleggerito dal carico di esplosivo fece un salto in aria e ricadde solo una dozzina di miglia lontano, di modo che i nostri due eroi poterono fuggire sani e salvi.

La seconda navicella finì tragicamente. Volava male e troppo basso, perciò fu colpita dalle fucilate e crivellata come una schiumarola, prima di giungere alla fortezza. Era montata da Hertford e Guinnes, che furono fatti a pezzi, come il campo su cui si abbatterono. Biedenbach n’era disperato (tutto questo ci fu detto dopo), tanto che si imbarcò da solo, sul terzo pallone. Anch’egli volava troppo basso ma la sorte gli fu favorevole, perchè i soldati non riuscirono a bucare seriamente il pallone. Mi sembra di rivedere tutta la scena come la seguii allora dal tetto del grattacielo. Il sacco gonfiato in alto e l’uomo sospeso di sotto come un punto nero. Non potevo scorgere la fortezza, ma le persone che erano con me sul tetto dicevano che era proprio sotto. Non vidi cadere il carico di «spedito», ma vidi il pallone fare un balzo nel cielo.

Un momento dopo una colonna di fumo s’inalzò nell’aria, e solo dopo intesi il tuono dell’esplosione. Il tenero Biedenbach aveva distrutto una fortezza. Dopo ciò, due altri palloni si inalzarono contemporaneamente. Uno fu fatto a pezzi dall’esplosione intempestiva dello «spedito», l’altro, spaccato dal contraccolpo, cadde proprio sulla fortezza che ancora rimaneva intatta e la fece saltare in aria. La cosa non avrebbe potuto riuscire meglio se fosse stata preparata; sebbene due compagni vi abbiano rimesso la vita.

Ritorno alla gente dell’Abisso, perchè, in realtà, ebbi contatto solo con essa. Quella gente massacrò con rabbia, distrusse tutto nella città, ma non riuscì un solo istante a colpire all’ovest la città degli Oligarchi. Costoro s’erano ben premuniti: per quanto terribile potesse essere la devastazione al centro, essi, con le loro mogli e i loro bambini, dovevano uscirne incolumi. Si dice che durante quelle giornate, i loro figli si divertissero nei parchi, e che il tema favorito dei loro giuochi fosse l’imitazione dei grandi che schiacciavano sotto i piedi il proletariato.

Ma i Mercenarî non trovarono facile compito nella lotta, non solo contro il popolo dell’Abisso, ma anche contro i nostri. Chicago restò fedele alle sue tradizioni, e se tutta una generazione di rivoluzionarî fu distrutta, essa trascinò con sè, nella sua caduta, quasi una generazione di nemici. Naturalmente, il Tallone di Ferro tenne segreta la cifra delle sue perdite, ma anche a voler essere discreti, si può calcolare a centotrentamila il numero dei Mercenarî uccisi. Sfortunatamente, i nostri compagni non avevano speranza di successo. Anzichè sostenuti da una rivolta di tutto il paese, essi erano soli, e l’Oligarchia poteva disporre, contro di loro, della totalità delle sue forze. In quell’occasione, ora per ora, giorno per giorno, treno su treno, a centinaia di migliaia furono versate truppe a Chicago. Ma il popolo dell’Abisso era innumerevole.

Stanchi di uccidere, i soldati intrapresero un vasto movimento avvolgente che doveva finire col cacciare la marmaglia, come bestiame, nel lago Michigan. Appunto al principio di questo movimento, Garthwaite ed io avevamo incontrato l’ufficialetto. Questo disegno fallì, per lo sforzo meraviglioso dei compagni. I Mercenarî, che speravano di riunire tutta la massa in un solo gregge, riuscirono a precipitare nel lago non più di quarantamila infelici. Accadeva spesso che mentre qualche gruppo era trascinato verso il molo, i nostri amici creavano una diversione e la folla scappava da qualche rottura praticata nella rete.

Ne vedemmo un esempio, poco dopo il nostro incontro con l’ufficiale. L’assembramento di cui avevamo fatto parte e che era stato respinto, trovò la ritirata chiusa verso il sud e verso l’est da forti contingenti. Le truppe che avevamo incontrato verso il sud, stringevano dal lato ovest. Il settentrione solo gli rimaneva aperto, e appunto verso il nord s’incamminò, ossia verso il lago, tormentato, sugli altri tre lati, dal tiro delle mitragliatrici e dei fucili automatici. Ignoro se quel gruppo presentì la sua sorte o se il fatto avvenne per un sussulto istintivo del mostro; comunque sia, la folla improvvisamente si incolonnò per una traversale, verso ovest, poi, al primo crocicchio, ritornò indietro, e si diresse al sud, verso il grande ghetto.

In quel preciso momento, Garthwaite ed io tentavamo di raggiungere l’ovest per uscire dalla regione dei combattimenti nelle strade, e ricademmo in pieno nella mischia. Svoltando un angolo, vedemmo la moltitudine urlante che si precipitava su di noi. Garthwaite mi prese per un braccio. Stavamo per prendere la corsa, quando egli mi trattenne proprio a tempo per impedirmi di essere travolta dalle ruote di una mezza dozzina di automobili blindate, munite di mitragliatrici, che accorrevano a tutta velocità seguite da soldati armati di fucili automatici.

Mentre prendevano posizione, ecco la folla precipitarsi su quelli, come per sommergerli prima che potessero incominciare l’azione.

Da una parte e dall’altra, i soldati scaricavano i loro fucili, ma quegli spari individuali non facevano nessun effetto sulla turba che continuava ad avanzare, muggendo di rabbia. Evidentemente era difficile manovrare le mitragliatrici. Le automobili sulle quali erano montate sbarravano la via, in modo che i tiratori dovevano prender posto sopra o in mezzo ad esse, o sul marciapiede. I soldati aumentavano sempre e noi non potevamo più uscire dall’ingombro. Garthwaite mi teneva sempre per un braccio, e tutt’e due eravamo come schiacciati contro la facciata di una casa.

La folla non era a dieci metri, quando le mitragliatrici incominciarono l’azione. Nulla poteva sopravvivere a quella mortale cortina di fuoco. La calca aumentava sempre, ma la folla non avanzava più. Si ammucchiava in un enorme cumulo, in un’onda sempre crescente di morti e morenti. Coloro che erano dietro spingevano gli altri avanti, e la colonna, fra un ruscello e l’altro pareva rientrare in se stessa come i tubi di un telescopio. I feriti, uomini e donne, rigettati sopra la cresta di quell’orribile riflusso, arrivavano dibattendosi fin sotto le ruote delle automobili, fra i piedi dei soldati che li trafiggevano con le loro baionette. Vidi però uno di quegl’infelici rimettersi in piedi e saltare addosso a un soldato, e morderlo alla gola. Tutt’e due, il soldato e lo schiavo, rotolarono, strettamente allacciati, nel fango.

Il fuoco cessò. Il compito era eseguito. La plebaglia era arrestata nel suo folle tentativo di scampo. Fu dato l’ordine di sgombrare le vie dalle autoblindate. Ma non potevano avanzare su quel mucchio di cadaveri, per rivolgersi verso una via traversale. I soldati stavano per levare i corpi di mezzo alle ruote, quando successe la cosa. Sapemmo, dopo, il modo com’era avvenuta. In cima all’isolato c’era una casa occupata da un centinaio di nostri compagni, i quali, apertisi un passaggio attraverso i tetti e i muri, da una casa all’altra, erano arrivati proprio sopra i Mercenarî ammassati nella via. Allora avvenne il contro massacro.

Senza il minimo indizio preammonitore, una pioggia di bombe cadde dall’alto del caseggiato. Le automobili furono ridotte in briciole, e con esse molti soldati. Noi ci precipitammo, cogli scampati, in una corsa pazza. All’estremità opposta dell’isolato fu aperto un altro fuoco su noi, da un’altra casa. I soldati avevano coperto di cadaveri la strada: toccava loro, ora, di servir da tappeto. Garthwaite ed io sembravamo protetti da un sortilegio. Come prima, ci rifugiammo sotto un portico, ma questa volta il mio compagno non era del parere di lasciarci prendere. Quando lo scoppio delle bombe cessò, gettò uno sguardo a destra e a sinistra.

— La plebaglia ritorna, — mi gridò. — Bisogna uscire di qui.

Corremmo, tenendoci per mano, sul suolo insanguinato, sdrucciolando, affrettandoci verso l’angolo tranquillo più vicino. Nella via traversale scorgemmo alcuni soldati che scappavano ancora. Non c’era nessun pericolo: la via era libera. Ci fermammo un poco per guardare indietro. La folla andava lentamente ad armarsi dei fucili dei morti e a finire i feriti. Vedemmo la fine dell’ufficialetto che ci aveva avvisati. Si sollevò a fatica su un gomito e si mise a scaricare la sua rivoltella automatica.

— Ecco la mia probabilità di promozione finita nel lago! — disse Garthwaite, ridendo, mentre una donna si lanciava sul ferito, brandendo una mannaia da macellaio. — Andiamocene. Siamo in una cattiva direzione, ma ne usciremo, in un modo o nell’altro.

Fuggivamo verso l’est, attraverso strade tranquille, e ad ogni svolta ci tenevamo pronti ad ogni eventualità. Verso il sud, un immenso incendio empiva il cielo; era il grande ghetto che bruciava. Alla fine mi abbattei sull’orlo del marciapiede, sfinita, incapace di fare un passo di più. Ero ferita, spezzata, e tutte le mie membra doloravano. Pure, sentii la forza di ridere quando Garthwaite mi disse, arrotolando una sigaretta:

— So che mi sono messo in un grande imbroglio cercando di salvarvi, perchè non vedo una soluzione qualsiasi. È una confusione indiavolata. Ogni qual volta cerchiamo di uscirne, capita qualche cosa che ci rigetta dentro. Siamo soltanto alla distanza appena di uno o due isolati dal luogo in cui vi ho salvata. Amici e nemici, sono tutti mescolati. È un caos. Non si può dire da chi siano occupate queste maledette case. Quando si tenta di saperlo, vi cade una bomba sulla testa. Se si cammina tranquillamente, ci si imbatte nella plebaglia e si è falciati dalle mitragliatrici, oppure si batte il naso sui Mercenarî e si è fatti a pezzi dai propri compagni appostati su un tetto. E, per soprammercato, la plebaglia arriva e vi uccide, da parte sua.

Scosse malinconicamente la testa, accese una sigaretta e si sedette accanto a me.

— E come se non bastasse, ho una fame... — soggiunse. — Mangerei i sassi!

Un momento dopo, era in piedi per cercare effettivamente un sasso in mezzo alla strada: lo prese e se ne servì per rompere la finestra di un negozio.

— È un pianterreno e non vale niente, — spiegò mentre mi aiutava a passare per l’apertura praticata. — Ma non possiamo cercare di meglio. Vi farete un sonnellino ed io andrò in ricognizione. Finirò bene per togliervi dall’impaccio, ma ci vorrà tempo, un tempo infinito... e qualche cosa da mangiare.

Eravamo in una bottega di finimenti. Egli mi improvvisò un letto con delle coperte da cavallo, in uno studio privato in fondo alla casa. Io sentivo sopraggiungere una terribile emicrania, e fui felice di chiudere gli occhi per tentare di dormire.

— Ritorno subito. — diss’egli, lasciandomi. — Non assicuro che troverò un’automobile, ma certo porterò qualche cosa da mangiare.

E dovevo rivederlo tre anni dopo! Non ritornò: fu mandato in un ospedale, con una palla in un polmone e un’altra nella parte carnosa del collo.