CAPITOLO XXIV. INCUBO.

La mia stanchezza era aggravata dal fatto che la notte precedente, in treno, non aveva chiuso occhio. Mi addormentai profondamente. Mi svegliai, la prima volta, che era già notte. Garthwaite non era ritornato. Avevo perduto l’orologio ed ignoravo assolutamente l’ora. Rimasi un po’ sdraiata, con gli occhi chiusi, e sentii ancora il rumore sordo degli esplodenti lontani; l’inferno era sempre scatenato. Sdrucciolai verso la facciata del negozio. Incendî colossali si riflettevano nel cielo; nella via si vedeva chiaro come in pieno giorno, al punto che si sarebbe potuto leggere facilmente il carattere più minuto. Da qualche isolato di case più lontane veniva il crepitìo delle granate e delle mitragliatrici, e da una grande distanza mi giungeva l’eco di una serie di grandi esplosioni. Ritornai al mio letto di coperte e mi riaddormentai.

Svegliatami di nuovo, una luce gialla, malaticcia, filtrava fino a me. Era l’aurora del secondo giorno. Ritornai verso la facciata del negozio. Il cielo era coperto da una nuvola di fumo striata da lampi lividi. Dall’altro lato della strada, titubava un povero schiavo. Con una mano si comprimeva un fianco, e lasciava dietro di sè una traccia di sangue. I suoi occhi, pieni di spavento, giravano in tutte le direzioni e si fissarono un istante su me. Il suo volto aveva l’espressione patetica e muta di un animale ferito e perseguitato. Egli mi vedeva, ma non c’era nessuna intesa fra noi, nè, da parte sua almeno, la minima simpatia. Si ripiegò su se stesso, sensibilmente, e si trascinò più lontano. Non poteva aspettarsi aiuto alcuno da questo mondo. Era una delle prede perseguitate in quella gran caccia agli isolati indetta dai padroni. Tutto ciò che poteva sperare, tutto ciò che cercava era un buco dove arrampicarsi e nascondersi come una bestia selvatica. Il tintinnio di un’ambulanza che passava all’angolo lo fece sussultare. Le ambulanze non erano fatte per i suoi simili. Con un brontolio lamentoso, si gettò sotto un portico. Un momento dopo, riprendeva il suo andare disperato.

Ritornai alle mie coperte ed aspettai ancora per un’ora il ritorno di Garthwaite. Il mio mal di testa non si era dissipato; al contrario, aumentava. Mi bisognava uno sforzo di volontà per aprire gli occhi, e, quando li volevo fissare su un oggetto, provavo una vera tortura. Sentivo il cervello intronato da fitte. Debole e vacillante, uscii, passando dalla vetrina rotta, e scesi nella via, cercando istintivamente e a caso di sfuggire a quell’orribile massacro. Da quel momento io vissi in un incubo. Il ricordo che mi rimane delle ore seguenti è simile a quello di un cattivo sogno. Alcuni avvenimenti sono nettamente segnati nel mio cervello, con immagini indelebili separate da intervalli di incoscienza, durante i quali avvennero cose che ignoro e che non saprò mai.

Ricordo di aver urtato, all’angolo, contro le gambe di un uomo: era il povero diavolo di poco prima, che si era trascinato fin là, e si era steso a terra. Rivedo distintamente le sue povere mani nodose; simili più a zampe cornee e ad artigli, che a mani, tutte storte e deformate dal lavoro quotidiano, con le palme coperte da enormi calli. Ripreso il mio equilibrio, guardai la faccia del misero e constatai che egli viveva ancora; i suoi occhi erano vagamente fissi su me e mi vedevano.

Dopo ciò, nella mia mente non vedo altro che benefiche lacune. Non sapevo più nulla, non vedevo più nulla: mi trascinavo semplicemente in cerca di un asilo. Poi, il mio incubo continuò, alla vista di una via coperta di cadaveri. Mi trovai là, bruscamente, come un vagabondo che incontri inaspettatamente un corso d’acqua. Ma quel fiume là non scorreva: indurito dalla morte, uguale, unito, si stendeva da un capo all’altro e copriva perfino i marciapiedi. A intervalli, come ghiacci stratificati, dei cumuli di corpi ne rompevano la superficie. Quelle povere genti dell’Abisso, quei poveri servi inseguiti giacevano là come conigli di California dopo una battuta.[118] Osservai quella via funebre nelle due direzioni; non un movimento, non un rumore. I caseggiati muti guardavano la scena con le loro numerose finestre. Una volta, però, una volta sola, vidi un braccio muoversi in quel fiume letargico. Giurerei che quel braccio si contorcesse in un gesto di agonia, accompagnato da una testa insanguinata, orribile spettro, indicibile, che mi borbottò parole inarticolate, e ricadde e non si mosse più.

Vedo ancora un’altra via fiancheggiata da case tranquille, e ricordo il panico che mi richiamò violentemente alla ragione quando mi ritrovai davanti al popolo dell’Abisso: questa volta era una corrente che si riversava lungo la mia direzione. Poi mi accorsi che non avevo nulla da temere. La corrente se ne andava lentamente e dalla sua profondità sorgevano gemiti, lamenti, maledizioni, discorsi insensati per senilità o per isterismo. Essa trascinava con sè giovanissimi e vecchi, deboli, ammalati, impotenti e disperati, tutti gli avanzi dell’Abisso. L’incendio, nel grande ghetto del quartiere sud, li aveva vomitati nell’inferno della lotta della strada; e non ho mai saputo dove andassero nè ciò che sia accaduto di loro.[119]

Ho il vago ricordo di aver rotto una vetrina e di essermi nascosta in una bottega, per sfuggire a un assembramento inseguito dai soldati. In un altro momento, una bomba mi scoppiò vicino, in una via tranquilla dove, sebbene guardassi in tutti i sensi, non potei vedere anima viva. Ma la semicoscienza più prossima, distinta, incomincia con un colpo di fucile; mi accorgo improvvisamente che servo da bersaglio a un soldato ch’è su un’automobile. Mi fallisce e allora, istantaneamente, mi metto a fare i segnali ed a gridare la parola d’ordine. Il mio trasporto in quell’automobile rimane avvolto da una nube interrotta da un nuovo lampo. Un colpo di fucile tirato dal soldato seduto vicino a me mi ha fatto aprire gli occhi; ho veduto George Milford, che avevo conosciuto un tempo a Pell Street, abbattersi sul marciapiedi. Nello stesso istante, il soldato sparava di nuovo, e Milford si piegava in due, poi cadeva in avanti, con le braccia e le gambe aperte. I soldati sghignazzavano e l’automobile andava di carriera.

Di tutto ciò che avvenne in seguito, ricordo questo: immersa in un profondo sonno, fui svegliata da un uomo che camminava in lungo e in largo intorno a me. I suoi lineamenti erano tirati, e la sua fronte era imperlata di sudore, che gli gocciolava sul naso. Appoggiava con moto convulso le mani sul petto, e il sangue colava a terra, ad ogni passo. Indossava l’uniforme dei Mercenarî. Attraverso un muro ci giungeva il rumore attutito degli scoppî delle bombe. La casa dove mi trovavo era evidentemente in preda ad un duello con un’altra casa.

Quando un dottore venne a medicare il soldato ferito, seppi che erano le due del pomeriggio. Poichè il mio mal di testa durava, il medico sospese il lavoro per darmi un rimedio energico che doveva calmare il cuore e sollevarmi. Mi addormentai nuovamente, e quando mi svegliai ero sul tetto del caseggiato. La battaglia era finita intorno. Guardai l’assetto dei palloni alla fortezza. Qualcuno aveva passato un braccio attorno alla mia vita, e io mi ero rannicchiata contro di lui. Mi sembrava naturale che fosse Ernesto, e mi chiedevo perchè avesse le sopracciglia e i capelli arrossati.

Per mero caso ci eravamo ritrovati in quell’orribile città. Egli non dubitava nemmeno che io avessi lasciato Nuova York e, passando nella camera dove dormivo, non aveva potuto credere ai suoi occhi. Da quell’ora non vidi più gran che della Comune di Chicago. Dopo avere osservato l’attacco dei palloni, Ernesto mi ricondusse nell’interno della casa, dove dormii tutto il pomeriggio e tutta la notte seguente. Passammo colà anche il terzo giorno, e il quarto abbandonammo Chicago, avendo Ernesto ottenuto il permesso dalle autorità, e un’automobile.

La mia emicrania era passata, ma ero stanca di corpo e d’anima, molto stanca. Nell’automobile, addossata ad Ernesto, osservavo con occhio indolente i soldati che tentavano di far uscire la vettura dalla città. La battaglia continuava solo nelle località isolate. Qua e là, interi distretti ancora in possesso dei nostri, erano circondati e guardati da forti contingenti di truppe. Così i compagni si trovavano stretti, accerchiati, mentre si cercava di ridurli alla resa, ossia di ucciderli, perchè non si dava quartiere. Essi combatterono, eroicamente, fino all’ultimo uomo.[120]

Ogni qual volta ci avvicinavamo ad una località di questo genere, le guardie ci fermavano e ci obbligavano a fare un largo giro. Capitò una volta che non ci rimanesse altro mezzo per oltrepassare due forti posizioni di compagni nostri, se non passando attraverso una zona battuta che era fra le due. Da ogni lato sentivamo il brusìo e il ruggito della battaglia, mentre l’automobile s’apriva un varco fra rovine fumanti e mura cadenti. Spesso le strade erano bloccate da vere montagne di rottami, che dovevamo aggirare. Ci smarrivamo in un labirinto di macerie, e la nostra marcia era lenta.

Dei cantieri, (ghetto, officine e tutto il resto) non rimanevano che rovine dove il fuoco covava ancora. Lontano, sulla destra, un denso velo di fumo oscurava il cielo. Lo chauffeur ci disse che era la città di Pullman o, per lo meno, ciò che rimaneva di essa, dopo la sua distruzione da cima a fondo. Vi era andato con la sua macchina a portare dei dispacci nel pomeriggio del terzo giorno. Era, diceva lui, uno dei luoghi dove la battaglia si era scatenata con più furore; strade intere erano diventate impraticabili, per l’ammucchiarsi dei cadaveri.

All’angolo di una casa smantellata, nel quartiere dei cantieri, l’automobile si dovette fermare, per una barriera di corpi; si sarebbe detta una grossa onda pronta ad infrangersi. Indovinammo facilmente ciò che era accaduto. Nel momento in cui la folla, lanciata all’attacco, svoltava l’angolo, era stata decimata ad angolo retto e a breve distanza da una mitragliatrice che sbarrava la strada laterale. Ma i soldati non isfuggirono al disastro. Una bomba, senza dubbio, era scoppiata in mezzo a loro, perchè la folla, trattenuta un istante dal cumulo dei morti e dei feriti, aveva sormontato la cresta e s’era precipitata come un’onda vivente e fremente. Mercenarî e schiavi giacevano mescolati, mutilati e pesti, sdraiati sui rottami delle automobili e delle mitragliatrici.

Ernesto scese dalla vettura. Il suo sguardo era stato attratto da una frangia di capelli bianchi, che scendevano su delle spalle ricoperte solo da una camicia di cotone. Non lo guardavo in quel momento; solo quando mi fu di nuovo vicino e l’automobile si mosse, mi disse:

— Era il vescovo Morehouse.

Fummo presto in aperta campagna, ed io gettai un ultimo sguardo verso il cielo coperto di fumo. Il rumore appena percettibile di un’esplosione ci giunse da molto lontano. Allora nascosi il volto sul cuore di Ernesto e piansi dolcemente la Causa perduta. Il suo braccio mi stringeva con amore, più eloquente di ogni parola.

— Perduta per questa volta, cara, — mormorò; — ma non per sempre. Abbiamo imparato molte cose. Domani la Causa si rialzerà più forte, per saggezza e disciplina.

L’automobile si fermò alla stazione dove dovevamo prendere il treno per Nuova York. Mentre aspettavamo lungo la banchina, tre direttissimi lanciati verso Chicago passarono con un rumore di tuono. Erano carichi di lavoratori stracciati, gente dell’Abisso.

— Leve di schiavi per la ricostruzione della città. — disse Ernesto. — Tutti quelli di Chicago sono stati uccisi.