DCCCCLXV
| Anno di | Cristo DCCCCLXV. Indiz. VIII. |
| Giovanni XIII papa 1. | |
| Ottone I imperadore 4. | |
| Ottone II re d'Italia 4. |
Dopo avere l'Augusto Ottone celebrato in Pavia il santo Natale dell'anno precedente, e dato buon sesto agli affari d'Italia, tosto s'incamminò, per attestato del Continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis, in Chron.], alla volta della Germania. Gli vennero all'incontro ai confini il re Ottone II e Guglielmo arcivescovo di Magonza, suoi figliuoli. Seco condusse in quelle parti lo sfortunato papa Benedetto V, e il consegnò ad Adalago arcivescovo di Amburgo con ordine di ben custodirlo. Attesta Adamo bramense [Adam Bremensis, lib. 2, cap. 6 Hist.] che archiepiscopus illum magno cum honore usque ad obitum ejus detinuit. E che a' suoi dì si diceva essere stato questo papa uomo santo e letterato. Igitur apud nos in sancta conversatione vivens, aliosque sancte vivere docens, quum jam, Romanis poscentibus, a Caesare restitui debuisset, apud Hammamburg in pace quievit. Cujus transitus III nonas julii contigisse describitur. Abbiamo da Ditmaro [Ditmaros, in Chron. lib. 4.] che a' tempi di Ottone III fu riportato a Roma il corpo d'esso papa, il quale avea predetto di dover morire in Amburgo, e che finattantochè non fossero riportate a Roma l'ossa sue, sarebbe stato quel paese desolato dai circonvicini pagani, nè vi si godrebbe mai pace: il che si verificò a puntino. Le parole sopra riferite di Adamo bremense ci danno a conoscere che prima di papa Benedetto V era mancato di vita Leone VIII, lasciato in Roma qual papa dall'imperadore Ottone. Morì egli in fatti in quest'anno, per attestato del Continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis, in Chronico.]; e i Romani, per paura di disgustar l'imperadore, spedirono in Sassonia due ambasciatori, cioè Azzo protoarchivista, e Marino vescovo di Sutri, pro instituendo quem vellet romano pontifice. In tal congiuntura dovettero fare istanza per riavere il legittimo papa, cioè l'esiliato Benedetto V. Ed aveano anche, secondo il suddetto Adamo, indotto l'imperadore a concederlo, ma nol permise la morte sua, accaduta mentre s'era dietro a questo maneggio. Però Ottone, che li avea onorevolmente accolti, li rispedì a Roma, e con loro accompagnò Otgerio vescovo di Spira, e Liuzo vescovo di Cremona. Altri non è questo Liuzo se non Liutprando storico, tante volte nominato di sopra, che divenuto vescovo di Cremona, non lasciava di frequentar la corte di Ottone, siccome personaggio di vaglia e molto a lui caro. I nomi in questi secoli barbari si trovano molto alterati nel linguaggio de' popoli. Conrado diviniva Conone; Azzo si mutava in Attone; Enrico cangiavasi in Enzio; Adelaide si pronunziava per Adela, Alda, Adeleita, Adelgia; Cunegonda si convertiva in Cuniza, e simili, siccome ho io avvertito altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XLI.]. Seguita a dire quello storico, che giunti a Roma i suddetti ambasciatori e personaggi, tunc ab omni plebe romana Johannes narniensis ecclesiae episcopus eligitur, sedique apostolicae pontifex inthronizatur. L'antico rito era, che il clero e popolo romano, dappoichè era morto e seppellito il papa, immantinente passavano ad eleggere il successore; ma nol consecravano prima d'averne dato avviso agl'imperatori, o ai loro ministri in Italia, e ricevutone il placet. Troppi esempli ne abbiam veduto in addietro. Per lo contrario, le parole sopra riferite paiono indicare che neppure godessero ora i Romani la libertà dell'elezione, e che possa esser vera la facoltà che alcuni pretendono data od Ottone il Grande e a' suoi successori di eleggere il papa. Ma non è da credere che Ottone il Grande commettesse questo atto tirannico. E noi qui intendiamo, perchè non fu secondo il costume immediatamente eletto il successore di Leone VIII. Era tuttavia vivo il vero papa Benedetto V, nè altro papa si poteva o doveva eleggere dai Romani. Morto quello, e tornati con tal nuova a Roma gli ambasciatori coi vescovi suddetti, non già dall'imperadore, nè dai suoi ministri, ma ab omni plebe romana, cioè dal clero e popolo, fu eletto papa Giovanni XIII. Non passò poi l'anno presente che questo novello pontefice, ossia perchè trattasse con troppa altura i baroni romani, oppure perchè non volesse che i Romani mal avvezzi nei tempi addietro si usurpassero la giurisdizione a lui spettante, si tirò addosso l'odio loro; in guisa che un dì preso dal prefetto di Roma (uffizio insigne a' tempi degli antichi imperadori, che si torna ad udire ancora in questi) e da un certo Roffredo, e cacciato di Roma, fu messo prigione in una fortezza della Campania, oppure mandato in esilio colà.
Non mancarono alla Lombardia in quest'anno altre novità. Adalberto figliuolo di Berengario, per molti parziali e corrispondenti che tuttavia conservava in Italia, si lasciò vedere in Lombardia, e ci dovette suscitar qualche ribellione. Avvisatone l'imperadore, spedì Burcardo duca d'Alemagna con delle soldatesche, e con ordine di andare a trovar questo turbatore del regno, dovunque egli fosse. Questi, per testimonianza del Continuatore di Reginone, cum Langobardis imperatoris fidelibus et Alemannis visum per Padum navigavit, et illis, ubi eum audierant esse partibus, navim applicuit. In vece di quel visum per Padum, che è un errore de' copisti o degli stampatori, l'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.] ha per jusum et Padum, che è un altro sproposito. Si dee scrivere jusum per Padum, giù per Po; voce nei barbari tempi e infino da santo Agostino [S. Augustinus, Tract. VIII in Epist. S. Johann.] usata. Nell'uscir dalle barche dietro quel fiume, le truppe imperiali furono assalite da Adalberto e da' suoi. Ma restò estinto sul campo con alquanti Guido fratello d'esso Adalberto, e il resto diede a gambe. Adalberto anch'egli si salvò nelle montagne, dove si tenne ben ascoso da lì innanzi. Burcardo all'incontro se ne tornò in Germania, e portò all'imperadore la nuova di questa vittoria. Fece anche rumore un altro fatto in Lombardia. Interim (seguita a dire il Continuator di Reginone [Continuator Rheginonis. Annalista Saxo.], con cui va d'accordo l'Annalista sassone) Guido metensis episcopus vulpina calliditate imperatori fidelem se simulans, ipsique infideles se proditorium jactans, legatione Adalberti fungens, in Saxonia imperatorem aggreditur, nec tamen visu aut allocutione ipsius participatur: cum dedecore redire permissus, infra Alpes ultra Curiam comprehenditur, et Saxoniam remissus in Sclavis custodiae mancipatur. Ma ancor qui un errore corso nelle copie o nelle stampe di tale istoria ci ha nascoso chi fosse questo Guido vescovo. Non già egli fu metensis episcopus, come ha il testo suddetto, perchè allora Adalberone, oppure Teodorico reggeva la chiesa di Metz; ma bensì mutinensis (voce che, probabilmente abbreviata nell'originale, non fu osservata nè intesa dal copista, e da lui presa per quella di Metensis) episcopus. Mutinensis episcopus appunto si legge nell'Annalista sassone. Ed è quel medesimo Guido vescovo di Modena che abbiam veduto di sopra occupatore della ricchissima badia di Nonantola, ed arcicancelliere non meno sotto i re Berengario e Adalberto, che sotto il medesimo Ottone Augusto. Non so già io credere ch'egli passasse in Germania come ambasciatore di Adalberto, perchè un uomo sì scaltro, e ministro sì eminente dell'imperadore, non par capace d'un salto sì fatto. Dovette egli piuttosto tener qualche filo di corrispondenza con Adalberto; e ciò scoperto, divenne sospetto alla corte cesarea. Mi si rende verisimile ch'esso si portasse colà per far credere (non so se con verità o con falsità) all'imperadore, che l'intelligenza sua con Adalberto era stata per iscoprire chi fossero i partigiani d'esso Adalberto in Italia, e chi quei che macchinavano ribellione contra dell'imperadore. Ma nel cuore di Ottone prevalsero i sospetti formati contra di lui, e massimamente perchè forse non lungi dal distretto di Modena s'era lasciato vedere Adalberto allorchè si azzuffò poco dianzi con Burcardo duca di Alemagna. Però gli negò l'udienza, e dopo averlo licenziato, il fece poi prendere di qua da Coira nelle Alpi, e mandollo prigione non so in quale fortezza. Così cessò egli d'essere arcicancelliere. Ma noi il troviamo poscia nel concilio di Ravenna dell'anno 967 [Labbe, Concilior., tom. 9.], vivo e sano: segno, che se fu posto in prigione, seppe anche uscirne, e dovette sopravvivere sino all'anno 969, perchè in esso la città di Modena ricevette un vescovo nuovo, cioè Ildebrando. La carica di arcicancelliere vedesi da qui innanzi esercitata da Uberto vescovo di Parma.
Abbiamo da Lupo protospata sotto questo anno [Lupus Protospata, in Chronico.] che introivit Manuel patricius in Siciliam, et ibi mortuus est: cioè morì questo generale dei Greci in una sanguinosa battaglia, ch'egli ebbe coi Saraceni dominatori della Sicilia. Ne fa menzione Liutprando nella descrizione della sua ambasciata [Liutprandus, in Legation.], di cui parleremo più abbasso, con dire che Saraceni animati ante triennium cum Manuele patricio, Nicephori (imperadore de' Greci) nepote, juxta Scyllam et Charibdi in mare siculo bellum pararunt. Cujus immensas copias quum prostravissent, ipsum comprehenderunt, capiteque truncato suspenderunt. Cujus socium et commilitonem (cioè Niceta eunuco) quum caperent, quia neutrius erat generis, occidere sunt dedignati, sed vinctum ac longa custodia maceratum tanti vendiderunt, quanti nec ullum hujusmodi mortales sani capitis emerent. Più a lungo vien descritta questa funesta avventura da Leone diacono presso il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron. ad hunc annum.]. Secondo lui, Niceta eunuco patrizio comandava alla fanteria, Manuello patrizio alla cavalleria, uomo di caldo ingegno e di sregolato ardire. Sbarcate che ebbero amendue in Sicilia le lor milizie, trovaron da principio favorevole alle lor armi la fortuna, perchè si arrenderono le città di Siracusa, di Termine, Taormina e Lentini. Ma usciti di nuovo in campagna, mentre disordinati inseguivano per luoghi disastrosi i fuggitivi, caddero nelle imboscate de' Mori: laonde pochi se ne contarono che non restassero o messi a fil di spada, o fatti schiavi. Le lor navi ancora per la maggior parte rimasero preda de' vittoriosi Saraceni. Di questa spedizione cotanto sfortunata fa menzione Cedreno; ed io vo credendo che sia la stessa che vien narrata nella storia saracenica di Abulphedà [Hist. Saracen. Abulphedà, P. 1, tom. 2 Rer. Ital.] sotto l'anno 961, o 962, con dire che undique romanae venere classes (erano appellati per lo più Romani i Greci) propugnandi causa; et post exitiosum bellum vicere Muslemii, qui plusquam viginti milia Romeorum necarunt, cunctaque arma et illorum substantiam devastarunt. Altri autori hanno parlato di questo fatto all'anno 964.