DCCCCLXXVIII

Anno diCristo DCCCCLXXVIII. Indiz. VI.
Benedetto VII papa 4.
Ottone II imperadore 12 e 6.

Agli anni precedenti e a parte ancora di questo appartiene un racconto di Andrea Dandolo [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.]. Scrive egli che Vitale patriarca di Grado, figliuolo dell'ucciso doge Pietro Candiano IV, per consiglio di alcuni Veneziani, Saxoniam ad Imperatorem properans, de occisione sui genitoris quaerelam exposuit, et remedium imploravit. Quem imperator devote suscipiens sibi condoluit, et eum secum manere rogavit. Aggiugne appresso che anche Gualdrada già moglie d'esso doge ucciso, e sorella di Ugo duca e marchese di Toscana, lege salica desponsata, perchè veramente discendente da padre ed avolo franzesi, fece anch'ella ricorso con buone raccomandazioni alla imperadrice Adelaide, per inquietare il doge novello e i Veneziani. Ma Pietro Orseolo doge destramente trattò con essa imperadrice, e per via d'una composizione quietationem obtinuit subsequenter, per imperatricem approbatam Placentiae, Dominico Carimano Venetorum nuntio procurante. Abbiamo dall'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.] che in quest'anno Adelheidis imperatrix cum filia Athelheide abbatissa in Italiam profecta est propter quasdam discordias inter se et filium factas. Però si può credere che in questi tempi seguisse l'accordo suddetto approvato in Piacenza dalla suddetta Augusta. Noi abbiamo da Siro monaco [Syrus, in Vit. S. Majoli apud Mabill.] che Ottone II Augusto concepì tanta alterazion d'animo contra della piissima imperadrice sua madre, quasi in rei publicae dilapidatricem, forse perch'ella spendeva molto in limosine, e in ornare o dotar le chiese. Ma Odilone abbate di Clugnì [Odilo, in Vit. S. Adelheidis.] nella vita di questa santa imperadrice scrive, che non mancando alla corte chi la metteva in disgrazia del figliuolo Augusto (e fra queste si può sospettare, per quanto dirò altrove, che vi entrasse la nuora Teofania), essa Adelaide non in Italia si ritirò, ma bensì nel paterno regno della Borgogna, ubi a fratre scilicet Chuonrado (re di quella contrada), et nobilissima Mathilde ejus conjuge, fu ben ricevuta. E perciò tristabatur de absentia ejus Germania; laetabatur in adventu ejus tota Burgundia; exultabat Lugdunum, quondam philosophiae mater et nutrix: necnon et Vienna nobilis sedes regis. Da ciò inferisce il padre Mabillone che s'ingannasse l'Annalista suddetto sì nel raccontar la venuta in Italia di santa Adelaide, come ancora nell'anno, pretendendo egli che ciò seguisse solamente nell'anno 980, in cui san Maiolo abbate riconciliò l'Augusta madre col figlio. Ma avendo noi qui l'asserzione dello storico sassone, e inoltre quella del Dandolo, che dovette prendere la notizia dell'accordo seguito fra Gualdrada e Pietro Orseolo doge dallo strumento fatto in Piacenza coll'interposizione dell'imperadrice, abbiamo assai fondamento di credere quell'Augusta venuta di Germania in Italia, da dove poi dovette passare a Vienna di Francia.

Dal Dandolo suddetto vien susseguentemente scritto, e più diffusamente esposto da san Pier Damiano [Petrus Damian., in Vit. S. Romualdi.] e da altri che hanno scritta la vita di san Pietro Orseolo, cioè del soprallodato doge, attendendo egli alle opere di pietà, siccome uomo di santa vita, ma conoscendo d'aver dei nemici che macchinavano contro di lui, e provando anche i rimorsi per l'uccisione del suo antecessore: capitò a Venezia Guarino abbate di san Michele di Cusano in Guascogna, che non difficilmente persuase al buon doge di dare un calcio al mondo, e di abbracciar la vita monastica. In fatti nella notte del dì primo di settembre dell'anno presente Pietro Orseolo, senza far parola di ciò nè colla moglie Felicita, nè con Pietro suo figliuolo, nè con alcuno de' suoi domestici, uscì segretamente di Venezia, accompagnato da Giovanni Gradenigo e da Giovanni Morosino suo genero, personaggi anch'essi di rara pietà, e da Romoaldo celebre monaco di Ravenna, e poi santo institutore dell'ordine camaldolense, e da Marino insigne anacoreta, s'inviò in Francia, e quivi nel monistero suddetto di san Michele prese l'abito monastico, e passò quivi diciannove anni, crescendo di virtù in virtù; di modo che dopo morte, risplendendo anche per varii miracoli, fu in quel monistero ed in Venezia onorato qual santo. A Pietro Orseolo succedette in quest'anno nel ducato di Venezia Vitale Candiano, fratello dell'ucciso Pietro IV doge. A questo avviso tornò a Venezia Vitale patriarca di Grado suo nipote, che dianzi dimorava nella marca di Verona. E perciocchè questo prelato avea sommamente screditato i Veneziani presso l'imperadore Ottone II, fu spedito dallo stesso suo zio doge in Germania per rimetterli in grazia: il che egli felicemente eseguì. Mancò di vita nell'anno presente Gisolfo I principe di Salerno [Camill. Peregr., Hist. Princip. Langob., P. I, tom. 2 Rer. Ital.], e succedette a lui in quel principato Pandolfo, secondogenito di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento e Capua, adottato per figliuolo da esso Gisolfo nell'anno 974. Ma Pandolfo assunse anch'egli il titolo di principe di Salerno, e volle governar quegli stati insieme col figliuolo; in guisa che possedendo i principati di Benevento, Capoa e Salerno, e reggendo inoltre il vasto allora ducato di Spoleti e la marca di Camerino, quasi la metà dell'Italia stava sotto il dominio suo, ed egli era senza comparazione il più potente principe d'Italia. Nè si dee tralasciare che tutti quei principi erano di nazion longobarda, e s'intitolavano Langobardorum gentis principes.

Tali ancora furono i due marchesi Oberti progenitori della casa d'Este, e i lor successori si gloriavano d'essa nazione. Tali parimente furono gli antenati della celebre contessa Matilda. Fioriva tuttavia in questi tempi Adalberto ossia Alberto Azzo, conte di Modena e di Reggio, e bisavolo della stessa contessa. Si truova egli vivente anche nell'anno 981, come si ha da un suo contratto riferito nel Bollario casinense [Bullarium Casinens., tom. 2, Constit. LXI.]. Aveva egli due figliuoli, cioè Tedaldo, che fu successore ne' suoi beni e stati, e Gotifredo che fu vescovo di Brescia, vivente anche il padre. Moglie d'esso Alberto Azzo era Ildegarde, donna piissima, la quale, per attestato di Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.], fabbricò il monistero di san Genesio di Brescello, oggidì ridotto in commenda. Fortificò egli maggiormente la Rocca di Canossa, vi fondò ed arricchì la chiesa di santo Apollonio, in cui stabilì una collegiata di canonici, mutata dipoi in un monistero di Benedettini, anch'esso passato dipoi in commenda. In alcuni strumenti di Tedaldo marchese suo figliuolo si truova anche lo stesso Alberto intitolato marchese. Leggesi ivi [Bacchini, Istoria del Monistero di Polirone, Append.] Theudaldus marchio, filio quondam Adelberti itemque marchio, qui professo sum ex natione mea lege vivere Longobardorum. Ma ci è ignoto di qual marca sì l'uno che l'altro fossero investiti. Al presente anno Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chronico, edition. Canis.], Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] ed altri rapportano la guerra seguita fra Ottone II Augusto, e Lottario re di Francia, siccome ancora la depressione di Arrigo II duca di Baviera. Sono di esso Ermanno queste parole: Heinricus dux Bajoariae, et alius dux, augustensis quoque episcopus Heinricus, rebellantes imperatori, capti et exsilio mancipati sunt. Ducatumque Bajoariae Otto dux Suevorum cepit. Era questo Ottone figliuolo di Litolfo, da noi già veduto primogenito di Ottone il Grande imperadore. Confermò l'Augusto Ottone in quest'anno i beni e privilegii della chiesa di Cremona con un diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.] dato XIV kalendas majas, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXVIII, regni vero domni Ottonis imperatoris Augusti XVIII, imperii vero XI, Indictione VII. Actum corte, quae Altestet dicitur. L'indizione ha da essere sesta.

Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.] sotto l'anno presente, come egli crede, rapporta così imbrogliate e scure alcune notizie spettanti a Ravenna, che non se ne può ben comprendere il senso. Cita egli uno strumento, in cui Uberto vescovo di Forlì ed alcuni arcipreti concedono ad Onesto arcivescovo di Ravenna viginti manentes (erano contadini obbligati con una specie di servitù al servigio de' lor padroni) con tutte lor le vigne e beni, eo ordine, condicioneque, ut si per apostolicos sanctae romanae Ecclesiae, aut per Othonem imperatorem, media pars de districtione urbis Ravennae, et comitatus decimani, quem ipse (Hubertus) cum Lamberto fratre, Honesto (archiepiscopo) dederat, subtracta fuisset, nec restituere intra sex menses ipse, neque Lambertus posset, Honesto fas esset manentes, qui supra scripti sunt, bonaque, quae ad Hubertum et Lambertum ibidem pertinerent, omnia tenere, possidereque. Lo strumento fu scritto anno pontificatus domni Benedicti summi pontificis sexto, sicque imperante domno Othone, a Deo coronato in Italia anno XI, die II mensis octobris, Indictione VI, in loco, qui dicitur Conversito, territorio ariminensi. Non si sa intendere come nel dì 2 di ottobre dell'anno presente potesse correre l'anno sesto di Benedetto VII papa. Altre memorie abbiamo che indicano lui creato papa nell'anno 975; e però come mai può convenire all'anno presente l'anno VI del suo pontificato? Nell'archivio del monistero di Subiaco si legge uno strumento, scritto anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontifici, et universali VII, papae IV, imperante domno Ottone a Deo coronato pacificus imperator anno XI, Indictione VI mensis martii die sexta, cioè nell'anno presente. Un altro fu scritto anno pontificatus domni Benedicti summi pontifici et universali VII papae in sacratissima Sede beati Petri II, imperatoriis domni Ottoni pissimi et perpetuo Augusto a Deo coronati, anno nono, Indictione IV, mensis januarii die X, cioè nell'anno 976. Ritornando ora alle parole dello strumento accennato dal Rossi, è considerabile il dirsi, che se dal papa o dall'imperadore fosse tolta all'arcivescovo Onesto media pars de districtione Ravennae, et comitatus decimani (ceduto all'arcivescovo Onesto dal vescovo Uberto, e da Lamberto suo fratello), in tal caso esso arcivescovo resti padrone degli uomini e beni soprannotati. Può essere che fosse in disputa la signoria di Ravenna fra il romano pontefice e l'imperadore. Ma giacchè abbiam rapportato dei documenti spettanti alla cronologia pontifizia, non vo' finirla senza avvertire, che nell'archivio poco fa menzionato del monistero insigne di Subiaco si trova un'altra bolla con queste note: Anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontifici, et universali septimi papae in sacratissima Sede beati Petri Apostoli tertio, imperii domni Ottonis magni imperatori anno decimo, Indictione V, mense aprilis die XXVIII, cioè nell'anno 977. Ora, dai suddetti documenti risulta che Benedetto VII fu assunto al pontificato o sul fine dell'anno 974, o sul principio del 975. All'incontro in Ravenna si truova esso papa promosso al pontificato un anno o due prima. Il padre don Pier Paolo Ginanni abbate benedettino, diligentissimo raccoglitore delle memorie antiche di Ravenna, ha scoperto due strumenti, l'uno scritto anno pontificatus domni Benedicti decimo, imperante Ottone in Italia anno XV, die XXIV decembris, Indictione X. Ravennae, che indica l'anno 982, regnante Ottone II Augusto. L'altro fu scritto anno pontificatus domni Benedicti octavo, die XI aprilis, per Indictionem VIII, cioè nell'anno 980, da' quali strumenti veggiamo anticipato d'uno o di due anni il principio del di lui pontificato. Che è qui da dire? Altro io non so immaginare, se non un ripiego, che io nondimeno sono il primo a confessar poco verisimile. Cioè che i Ravegnani confondessero insieme i due Benedetti, cioè il sesto e il settimo, con credere che il primo uscito di carcere avesse continuato a sedere nella cattedra di san Pietro, e che perciò attribuissero all'uno anche gli anni dell'altro, mentre succedettero sì da vicino l'uno all'altro. Fors'anche tali carte potrebbono far dubitare che Benedetto, da noi chiamato sesto, non fosse strangolato, ma risorgesse.