DCCCCLXXXVIII

Anno diCristo DCCCCLXXXVIII. Indiz. I.
Giovanni XV papa 4.
Ottone III re di Germania e d'Italia 6.

Circa questi tempi, come notò il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], i Caloprini nobili veneziani, i quali già vedemmo che erano iti con alcuni lor fazionarii a stuzzicar l'imperadore Ottone II contra di Tribuno loro doge, e contro la libertà della lor patria, veggendo per la morte d'esso Augusto svaniti tutti i loro disegni, tanto si raccomandarono all'imperadrice Adelaide, dimorante allora in Pavia, ch'ella interpose la sua autorevole protezione presso il suddetto doge, affinchè potessero con sicurezza tornare a Venezia. L'ottennero essi, con aver il doge mandato quattro persone che giurarono la loro salvezza. Ma da lì a non molto i Morosini lor nemici stettero alla posta, allorchè i tre figliuoli di Stefano Caloprino venivano dal palazzo ducale in una gondola, e li trucidarono. Il doge mostrò di non avervi colpa; ma il popolo credette ciò che volle; e chi fu morto, non resuscitò. Sotto quest'anno racconta Romoaldo Salernitano [Romual. Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che i Saraceni assediarono, presero e distrussero la città di Cosenza. Aveva scritto sotto l'anno precedente Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che nella città di Bari, suddita allora de' Greci, il popolo sollevatosi contra Sergio protospata (era questa una dignità conferita dalla corte di Costantinopoli, come di primo capitano), l'uccisero nel mese di febbraio. Nell'anno presente, Indictione prima depopulaverunt Saraceni vicos barenses, et viros ac mulieres in Siciliam captivos duxere. Intorno ancora a questi tempi si dilatò forte in Lombardia l'ordine monastico, specialmente per la venuta a Pavia e per gli santi esempli di Majolo abbate di Clugnì. Era allora il monachismo in Italia in somma depressione. Pochi monisteri si contavano, dove fiorisse la regolare disciplina. Nella maggior parte de' monaci, massimamente se i lor monasteri erano piccoli, o se grandi, ridotti in commenda, compariva una deplorabile depravazion di costumi. Trovavansi talvolta dei piissimi abbati e dei religiosissimi monaci; ma noi poco sappiamo delle loro virtù, e meno delle opere loro in servigio e profitto spirituale de' popoli. Si vede bensì dalle memorie che restano, essere stato l'ordinario e comune studio degli abbati e monaci d'allora di acquistar tutto dì dei nuovi stabili, ed anche degli stati, cioè delle castella e ville, che andavan poi a finire nel sic vos non vobis di Virgilio. Ingegnavasi ancora cadauno de' potenti monisteri di avere, per quanto potea, degli altri monisteri subordinati a sè per tutta l'Italia, o almen delle celle, ossia de' priorati nelle varie città, o ne' lor contadi, dove poi teneano un priore, e talvolta alcuni pochi monaci, i quali se ne stavano in gaudeamus, perchè disobbligati dal rigore della disciplina.

Giovò non poco la venuta del santo abbate Majolo, perciocchè, oltre all'aver egli riformato alquanti vecchi monisteri, s'invogliarono molti di fabbricarne dei nuovi, ne' principii de' quali certo è che fioriva la pietà e il buon esempio. Però intorno a questi tempi la santa imperadrice Adelaide aggiunse [Odilo, in Vita S. Adelheidis.] un riguardevol monistero all'antichissima chiesa di san Salvatore di Pavia, non sussistendo una antichità di lunga mano maggiore, che da taluno gli viene attribuita. In Parma sorse il monistero di san Giovanni, in Brescello quello di san Genesio, in Milano quello di san Celso, in Genova quello di san Siro, in Firenze la badia di santa Maria, in Reggio quello di san Prospero, oggidì san Pietro; in Padova l'insigne di santa Giustina, per tacer d'altri. In Modena aveva Ildebrando vescovo [Sillingardus, Catalog. Episc. Mutinens.] conceduta ad un monaco Stefano nell'anno 983 l'antica chiesa di san Pietro, posta allora fuori della città. I monaci nonantolani, che assorbivano un'immensa copia di beni ne' territorii di Modena, Cologna, Ferrara, Verona ed altre città, mirando di mal occhio la disposizion di un nuovo monistero in lor vicinanza, destramente spinsero un loro monaco per nome Pietro, che si unì con esso Stefano alla cura della chiesa suddetta. Quando poi Pietro se la vide bella, rubò all'altro monaco la bolla episcopale, e tentò con danari il soprallodato vescovo per aver egli la metà di quella chiesa; ma il prelato, detestando la furberia del monaco nonantolano, il cacciò via, e confermò [Antiquit. Ital., Dissert. LXV.] in quest'anno a Stefano il possesso di quella chiesa: il che fu principio del monistero di san Pietro, tuttavia florido in questa città, e fondato nell'anno 996 dal vescovo di Modena Giovanni. Degno è ancora d'osservazione ciò che racconta Arnolfo [Mabill., Annal. Benedict., ad ann. 994.] monaco di santo Emmerammo: cioè che nella sola Roma si contavano quaranta monisteri di monaci e venti di monache, professanti tutti o quasi tutti la regola di san Benedetto, e sessanta collegiate di canonici; tanto s'era dilatato l'ordine monastico e l'istituto de' canonici. Dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5.] e dal Tatti [Tatti, Annali Eccl. Com.] è rapportato un diploma dato da Ottone III in favore di Adelgiso vescovo di Como, con queste note Datum III nonas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXVIII, Indictione II, imperii domni Othonis quinto. Actum in palatio Renesbohe. Non avvertì l'Ughelli che questo privilegio non potè mai competere ad Ottone III, il quale non era per anche imperadore. Il Tatti bensì lo riferì all'anno 978, e ad Ottone II Augusto. Ma, siccome osservò il chiarissimo padre Gotifredo abbate gotwicense [Chron. Gotwicense, tom. 1, p. 206.], neppur così vengono guarite le piaghe di questo documento, in cui è anche da avvertire quel titolo strano: Otho tertius gratia Dei gubernator, seu imperator.