DCCCLXXI

Anno diCristo DCCCLXXI. Indizione IV.
Adriano II papa 5.
Lodovico II imp. 23, 22 e 17.

Non potè più lungamente resistere all'armi cristiane l'assediata città di Bari. Da essa furono in quest'anno finalmente snidati i Saraceni. Lupo protospata [Lupus Protospata, Chron., tom. 5 Rer. Ital.], che scrive presa quella città dai Franchi anno 868, Indictione prima, tertia die intrante mense februario, troppo sconciamente falla nell'anno. Ha bensì colpito nel mese, perciocchè Andrea prete [Andreas Presbyter, Chron., tom. 1 Rer. Germ. Mechenii.], scrittore contemporaneo, nella sua breve Cronica, notò che dopo le sconfitte sopra riferite de' Saraceni, sequenti mense februario, quinto, (forse quarto) expleto anno, quod Bari possessam (obsessam) habebat dominus imperator, comprehendit soldanum, et reliquos Saracenos ibi consistentes interemit anno XXI, Indictione IV, cioè nell'anno presente. Che quella città non si rendesse per capitolazione, ma fosse presa per forza, si può raccogliere dalla strage allora fatta de' Saraceni. Se la scappò netta il loro sultano, fu, secondo la testimonianza dell'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., Paralipom., cap. 108.], perchè costui ritiratosi in una torre ben forte, chiamò Adelgiso principe di Benevento, che era intervenuto coll'imperador Lodovico a quell'impresa, e si arrendè a lui, salva la vita, con dirgli di meritarla bene, perchè aveva in suo potere una figliuola di esso principe, già datagli per ostaggio, e giurò di non averla toccata. Da ciò prese motivo Adelgiso di domandarlo con due compagni in grazia all'imperadore, che se ne contentò, ma male per lui. Costantino Porfirogenneta [Constantinus Porphirogenn., in Vit. Basil. Maced.], parlando della presa suddetta di Bari, scrive che quella città col suo territorio, e coi prigioni tutti venne in potere de' Romani, cioè de' Greci. Ma senza fallo s'inganna. Non apparisce che i Greci avessero parte nello acquisto di essa città; niun segno d'averla Lodovico ceduta all'imperador Basilio, si raccoglie dalla lettera che da qui a poco verrò allegando. Quel che è più, tanto Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 38.], quanto il sopraccitato Lupo Protospata asseriscono che i Greci solamente dopo la morte dell'imperador Lodovico, siccome vedremo, entrarono in quella città. Dopo questa gloriosa impresa, aggiugne il suddetto Erchemperto, che l'Augusto Lodovico inviò la sua armata all'assedio di Taranto città tiranneggiata anch'essa dai Saraceni. All'anno presente pare che s'abbia a riferire col cardinal Baronio una lettera scritta dall'imperador Lodovico a Basilio imperadore de' Greci, e a noi conservata dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralipom., cap. 94.]. Forse i prosperi successi dell'Augusto latino, notificati al greco colla spedizion di due ambasciatori, mossero ad invidia Basilio, il quale perciò scrisse al medesimo Lodovico una lettera tutta tessuta di varie doglianze. La prima era del farsi Lodovico chiamare imperadore, pretendendo Basilio che questo nome, siccome ancor quello di Basileo, fosse riserbato ai soli imperadori d'Oriente con tacciare di novità l'uso che ne facea Lodovico, e con dire ch'egli dovea intitolarsi imperador dei Franchi, e non già de' Romani. Risponde saviamente l'Augusto Lodovico, che il nome di Basileo, significante re, si truova adoperato da tutte le antiche e moderne nazioni; che quello d'imperadore nella sua casa non è nuovo, avendolo goduto infino il suo bisavolo Carlo. Riconosce poi che dai Romani ne' suoi maggiori e in lui stesso, era venuto non solamente l'imperio, ma anche il regno di Francia, perchè essi erano stati unti re dai romani pontefici. Nisi, dice egli, Romanorum imperator essemus, utique neque Francorum. A Romanis enim hoc nomen et dignitatem assumimus, apud quos profecto primo tantae culmen sublimitatis et appellationis effulsit, quorumque gentem et urbem divinitus gubernandam, et matrem omnium Ecclesiarum Dei defendendam atque sublimandam suscepimus, ex qua re et regnandi prius, et postmodum imperandi auctoritatem prosapiae nostrae seminarium sumsit. Si stupisce poi come Basilio abbia scritto, che mentre i suoi Greci tentavano di espugnar Bari, i Franzesi se ne stavano colle mani alla cintola mirandoli, senza porger loro aiuto, e con attender solo ai conviti. Quando manifesta cosa era che i Greci, dopo aver fatto i bravi con dar uno o due assalti, s'erano tosto avviliti, e segretamente tornati al loro paese; e intanto que' Franchi, che, secondo lui, attendeano solamente a divertirsi, aveano daddovero presa la città di Bari. Lamentasi poi l'imperador Lodovico, perchè Niceta patrizio, destinato da Basilio alla guardia del golfo Adriatico colla sua flotta, avea dato il sacco a molte terre della Schiavonia franzese, col pretesto che gli Schiavoni avessero spogliato i legati pontificii nel ritorno loro da Costantinopoli, benchè condotti sopra legni dello stesso greco imperadore. Duolsi, dico, gravemente perchè quei legati sieno stati sì malamente provveduti e guidati; e nulla finora delle robe loro restituito; e che Niceta abbia dato il guasto a varie castella di giurisdizione del medesimo Lodovico, ed inoltre abbia menata via prigione gran quantità di quegli innocenti popoli: iniquità tanto più intollerabile, utiisdem Sclavinis nostris cum navibus suis apud Barim in procinctu communis utilitatis consistentibus, et nihil sibi adversi aliunde imminere putantibus, tam impie domus suae quaeque diriperentur, sibique contingerent; quae si praenoscerent, nequaquam prorsus incurrerent. Perciò qualora Basilio non emendi il fatto, justae severitatis nostrae proxima ultio procul dubio subsequetur. Ci fan conoscere tali notizie, che tuttavia l'Istria e almen qualche parte delle città marittime della Dalmazia ubbidivano all'imperador d'Occidente. Riferisce Giovanni Lucio [Johann. Lucius, de Regn. Dalmat., lib. 2, cap. 1.] uno strumento fatto nella città di Spalatro, regnante in Italia Lothario Francorum rege per indictione XV, sub die IV non. martii, cioè nell'anno 857, oppure 852. Mi giova ancor di produrre una iscrizione che tuttavia si legge nella città di Pola nell'Istria, ed è testimonio del continuato dominio dell'imperador Lodovico in quelle parti. Si mira esso sopra una porta laterale del duomo.

AN. INCARNT. DNI DCCCLVII.
IND. V. REGE LODOVICO IMP. AUG.
IN ITALIA. HANDEGIS HUJUS AECCE
ELEC P. ENE CONS. EPS. SED. AN. V.

Questo vescovo non fu conosciuto dall'Ughelli nel tomo quinto dell'Italia sacra.

Finalmente scrive nella sua lettera l'imperador Lodovico, dopo aver parlato dell'iniquo procedere de' Napoletani fautori dei Saraceni: Noveris, exercitum nostrum, Bari triumphis nostris submissa, Saracenos Tarenti pariter et Calabriae nos mirabiliter humiliasse, simul et comminuisse; ac hos celeriter, duce Deo, penitus contriturum, si a mari prohibiti fuerint escarum admittere copias, vel etiam classibus a Panormo vel Africa suscipere multitudines. Perciò prega Basilio di voler inviare un competente stuolo di navi, che impedisca i trasporti de' Saraceni, con aggiugnere: Nos enim Calabria, Deo auctore, expugnata, Siciliam disposuimus, secundum commune placitum, libertati restituere. Queste gloriose imprese meditava l'imperador Lodovico contra de' Saraceni, formidabili allora alla Cristianità sì in Oriente che in Occidente, non men di quello che poi furono i Turchi, professori della lor legge, spezialmente dopo aver soggiogato i Saraceni medesimi. Ma sconcertate rimasero tutte le sue idee da una di quelle vicende che ben di rado succedono, ma pur succedono sulla terra, patria della corruzion degli animi e dei corpi. Dimorava tuttavia in Benevento esso Augusto, allorchè cadde in cuore al principe della terra Adelgiso il malvagio pensiero di metter le mani addosso alla di lui sacrata persona. Costantino Porfirogenneta scrive [Constant. Porphyrogenn., in Vit. Basilii Maced.] che il sultano prigione in Benevento, uomo de' più furbi ed astuti del mondo, quegli fu che gli inspirò una sì detestabil risoluzione. Infatti anche l'Anonimo Salernitano [Anonymus Salernit., Paralipom., cap. 109.] attesta che Adelgiso si consigliò con lui sopra un affare di sì grande importanza: tanto s'era egli affratellato con quell'infedele. Il motivo di procedere a fare un atto sì palpabile di fellonia contra del suo sovrano variamente viene scritto dagli antichi storici. L'Annalista di Metz [Annal. Francorum Metenses.] dice ch'egli ciò operò Graecorum persuasionibus corruptus, e che a persuasione di lui molte città Samnii, Campaniae, et Lucaniae, a Ludovico recedentes, Graecorum dominationi se subdiderunt. A tali notizie l'imperador mosse l'esercito verso la capitale, cioè per andare a Benevento, città allora piena di ricchezze. Non l'aspettò Adelgiso, ma scaltramente gli venne incontro; protestò la sua fedeltà ed ossequio; giurò di non aver in guisa alcuna acconsentito alla ribellion di quelle città; fece anche giocar molti regali; laonde fu restituito nella grazia primiera. Passato dipoi l'imperadore contro delle città ribellate, tutte le ridusse all'ubbidienza, fuorchè Capua, che per essere forte di mura convenne stringerla con assedio. A tutti i contorni di essa città fu dato un terribil guasto. Veggendosi i Capuani ridotti a mal punto, pregarono il vescovo loro Landolfo di interporsi, ed alzato il corpo di santo Germano, processionalmente usciti di città, andarono a trovar l'imperadore, gridando misericordia. Mosso a pietà lo Augusto sovrano, loro perdonò; e in tal maniera scacciati i Greci, posta guarnigione nelle città prese, andossene dipoi a Benevento, dove gli succedette la disgrazia che or ora verrò raccontando. In essa città si truova egli nel dì 14 d'aprile dell'anno presente, come apparisce da un suo diploma già pubblicato da me [Antiquitat. Italic., Dissert. XI, pag. 585.]. Ma non si può, se non difficilmente, prestar fede al racconto del suddetto autore, perchè oltre al non avere gli antichi scrittori italiani nulla detto, nulla conosciuto dell'assedio di Capua, nè dell'essersi data, come egli pretende, quella con altre città circonvicine ai Greci, lontano dal verisimile si scuopre che i principi di Benevento e i conti di Capua avessero voluto ammettere presidii greci nelle loro città, e massimamente stando in tanta vicinanza l'imperador Lodovico coll'armi in mano. Si vuol nondimeno confessare che Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 36.] sembra accostarsi a tale opinione, allorchè dopo la presa di Bari scrive, che duo quidam comites nisi sunt in imperatorem insurgere. Quod quum cognovisset imperator, persecutus est eos usque Marsiam, ubi illi non audentes consistere, fugerunt Beneventum. Di questi due conti parleremo fra poco. Aggiugne, che l'imperadore in perseguitando que' due conti, arrivò ad Isernia, e volendo quella città resistere, la espugnò e prese. Poscia per Alife e Telese passò alla città di Sant'Agata, intorno al cui assedio si fermò per alquanti giorni. V'era dentro Isembardo gastaldo, cioè governatore perpetuo della medesima; buon per lui che Bassacio abbate di Monte Casino, per essere suo parente, impetrò a lui e alla città dall'imperatore perdono. Colà comparve Adelgiso principe di Benevento. Gittatosi a' piedi dell'Augusto sovrano, ottenne non solo per sè, ma anche per gli due conti suddetti, d'essere rimessi nella sua grazia. Ciò fatto, l'imperadore andò a Benevento a trovare una sciagura ch'egli mai non si sarebbe aspettato. Ma neppur qui possiam riposare sull'autorità dell'Ostiense. La ribellione di que' due conti, per attestato di Erchemperto, siccome vedremo, accadde dopo la disavventura occorsa all'imperadore, e per conseguente anche l'espugnazion di quella città. Ciò che bensì possiam credere all'Ostiense, perchè concordemente asserito dagli altri antichi storici, si è, che le insolenze usate al popolo di Benevento, non già da Lodovico imperadore, principe assai buono, ma dalle sue milizie, e massimamente dall'imperadrice Angilberga sua moglie, principessa, in cui non si sapeva discernere se maggior fosse la superbia o l'avarizia, quelle furono che fecero perdere in fine la pazienza ad Adelgiso loro principe. Coeperunt Galli graviter Beneventanos persegui, ac crudeliter vexare: son parole d'Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 34.]. Quumque Beneventanos ostiliter insequeretur sua conjux, atque mulieres illorum omnimodis nimirum foedaret; et ipsa Beneventanos variis injuriis afficeret, asserens ad suos, quia minime se sciunt communire Beneventani clypeis, ec. Lo stesso viene asserito dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salern., Paralip., cap. 109.], per tacer d'altri autori. Cedreno [Cedren., in Annalib.] autor greco scrive, essere proceduta tutta la scena, che io son per raccontare, dai consigli e dalle cabale del soldano, che condotto prigione a Benevento, s'era intrinsecato con Adelgiso e collo stesso imperadore. E certamente che Adelgiso si consigliasse con costui, lo asserì anche l'Anonimo salernitano. Nel resto il racconto di Cedreno discorda dalla verità della storia, e meritano qui più fede gli storici latini.

Ora gli Annali di Metz c'insegnano avere Adelgiso principe di Benevento fraudolentemente persuaso all'imperador Lodovico di lasciar tornare alle loro case le milizie franzesi, perchè lo star più quivi era di loro incomodo e di gran danno ai suoi sudditi. Restò dunque con pochi Lodovico. Ma è maggiormente da prestar fede ad Andrea prete [Andreas Presbyter, Hist. tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.], storico italiano contemporaneo, che scrive aver Adelgiso profittato del tempo, in cui erant Franci separati per castella, vel civitates fidentes absque ullo terrore, credentes fidei Beneventanorum. Però venuto il bisogno del loro aiuto, furono trattenuti dai Beneventani in maniera, che niun d'essi potè accorrere alla difesa del proprio padrone. Nel giorno 23 agosto, Indictione XI (si dee scrivere quarta), per attestato del suddetto Andrea, scoppiò la congiura de' Beneventani. Mentre l'imperadore dopo il mezzodì riposava, uniti andarono al palazzo per sorprenderlo. Corsero all'armi i pochi Franzesi di sua guardia; e svegliato l'imperadore da quel rumore, corse anche egli alla difesa. Adelgiso veggendo la resistenza, fece mettere il fuoco alle porte del palazzo, il che costrinse l'imperadore a ritirarsi colla moglie Augusta e alquanti de' suoi in una torre forte, dove per tre dì si difese: se pur questa torre non fu il palazzo medesimo. Negli Annali bertiniani [Annales Francor. Bertiniani.] si legge: Adelgisus cum aliis Beneventanis adversus ipsum imperatorem conspiravit, quoniam idem imperator factione uxoris suae eum in perpetuum exsilium disponebat. Et quum idem Adelgisus noctu super ipsum imperatorem irruere disposuisset, isdem cum uxore sua, et cum eis, quos secum habebat, quandam turrim valde altam munitissimam ascendit, et ibi per tres dies cum suis se defendit. Seguita poi a dire, che interpostosi il vescovo di quella città, ottenne di poter andarsene sano e salvo. Ma non così presto egli dovette ricevere la libertà, scrivendo Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 34.], autore di que' tempi, che Lodovico fu preso e messo in prigione; e mentre era in quello stato, consistente Augusto in custodia, Iddio mosse dall'Africa i Saraceni, e non tardò quaranta giorni a vendicar l'enorme strapazzo fatto al maggior principe della Cristianità, ch'esso Erchemperto chiama sanctissimum virum, salvatorem scilicet Beneventanorum provinciae. E Andrea prete lasciò scritto che la di lui prigione durò fino a dì 17 di settembre. Ora le soldatesche sue s'erano intanto ammassate; cosa che diede molta appressione al principe Adelgiso, se pur ciò è vero, perchè Erchemperto diversamente ne parla. Giunse anche nuove che un poderoso esercito di Saraceni era sbarcato verso Salerno, sicchè si venne a capitolare la libertà del maltrattato Augusto. Fu convenuto che egli, la moglie, la figliuola Ermengarda e tutti i suoi con fortissimi giuramenti presi sopra le sacre reliquie, si obbligassero di non fare in alcun tempo nè per sè nè per altri vendetta alcuna di quel fatto, nè di entrare mai più con armi ed armata nel ducato di Benevento. Dopo di che gli fu permesso d'andarsene ovunque gli piacea. Soggiugne Erchemperto che Adelgiso bona ejus diripiens, ditatus est, cunctosque viros exercitales expoliavit, et ex bonis eorum onustatus est. Incredibile fu il rumore (e ben lo meritava il caso) che per l'Italia e fuori d'Italia si fece per questo insulto. D'altro non si parlava, dando alcuni ragione ad Adelgiso per cagion delle estorsioni ed insolenze praticate nella provincia beneventana dai Franzesi, e massimamente dall'imperadrice Angilberga; ma i più detestando la fellonia e la somma ingratitudine di costui, che pagava di questa moneta chi con tanti sudori di sangue e spese avea liberato lui e i suoi popoli dal giogo de' Saraceni. Ho io pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. XL.] un ritmo, allora composto che probabilmente si andava cantando per le piazze. Tali sono i primi tre pretesi versi:

Audite omnes fines terrae horrore cum tristitia,

Quale scelus fuit factum Benevento civitas.

Lhuduicum comprenderunt sancto pio Augusto.

Corse velocemente la nuova, di questo tragico caso in Francia e Germania, per attestato degli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.] e di Fulda [Annales Francor. Fuldenses.], e colla giunta che suol fare alle cose la fama, cioè con spacciare che l'imperadore Lodovico era stato, non solamente preso, ma anche trucidato dai Beneventani. Perciò chi degl'Italiani spedì al re Carlo Calvo in Francia, e chi al re Lodovico in Germania, invitandolo a venire a prendere l'eredità del creduto morto loro nipote.

Venne Carlo Calvo fino a Besanzone e di là spedì corrieri in Italia, per risapere più fondatamente la serie di questo sì strepitoso avvenimento, e uditane poi la verità, se ne tornò indietro. Lodovico re di Germania inviò anch'egli Carlo il Grosso suo figliuolo a tirar nel suo partito i popoli posti di qua dal monte Jura, sudditi dell'imperatore. Rimesso poi che fu in libertà esso Augusto, a dirittura sen venne nel ducato di Spoleti, sdegnato forte contro i due Lamberti. Son questi i due conti, de' quali parlò Leone Ostiense, forse con anticipar di troppo la loro rivolta. Certamente l'un di essi era duca di Spoleti; l'altro o fratello o nipote, se pur non v'ha errore nei nomi, perciocchè l'Ignoto casinense scrive [Ignotus Casinens., Chron. P. I, tom. 2 Rer. Ital.]: Lampert filius Widonis, et Ildebert comites nisi sunt manus erigere contra Hludovicum imperatorem. Sed relata illorum fraude persecutus est eo Hludovicus usque Marsim. Siccome vedemmo di sopra all'anno 860, si truova in que' tempi un Ildeberto conte in quella contrade, non so se conte di Marsi, oppur duca di Spoleti o di Camerino. Ma più innanzi non s'incontra memoria alcuna di lui. Convien nullameno confessare che da Erchemperto [Erchempert., Hist., cap. 35.] chiaramente sono appellati ambo Lamperti comites, e dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralip., cap. 114.] ambo nominis unius Lamperti. Per me non credo che propriamente questi due Lamberti si ribellassero a visiera calata contra dell'imperador Lodovico, come si figurò il conte Campello [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 17.], benchè assistito dal suddetto Ignoto casinense. Pare a me più verisimile che la collera contra di loro procedesse, perchè Lodovico o li sospettasse d'accordo con Adelgiso, o imputasse loro a fellonia il non essere accorsi, come portava l'obbligo loro, in sua difesa ed aiuto colle soldatesche di Spoleti, allorchè egli stava sotto il torchio in Benevento. Interea Landbertus (così dice l'Annalista bertiniano [Annales Francor. Bertiniani.]) cum alio Lamberto sentientes sibi reputari ab imperatore de his, quae in eum facta fuerant, ab eo discesserunt, et in partes Beneventi, quia praefatus Adelgisus eis conjunctus erat, perrexerunt. Erchemperto attesta che i Lamberti furono onorevolmente accolti in sua corte da Adelgiso. Nè sussiste, come vuole Leone Ostiense, che Lodovico Augusto da Benevento si ritirasse a Veroli, ed ivi si fermasse quasi undici mesi. Aveva egli mandata l'imperadrice a Ravenna acciocchè ivi tenesse la gran dieta del regno d'Italia. Nel giorno 22 di novembre di quest'anno in villa, quae dicitur Vico, ubi ipse Augustus praeerat, fece esso Augusto acquisto da un certo Sisenardo dell'isola appellata Casauria presso il fiume Pescara. Verso quelle parti sembra che fosse la villa di Vico. E in quest'anno appunto (piuttosto che nell'anno 886, come vuole il padre Mabillone) son io d'avviso che seguisse la fondazione del celebre monistero benedettino di Casauria, ordinato dall'imperador Lodovico in rendimento di grazie a Dio, che l'aveva liberato dal gravissimo pericolo incorso in Benevento. Se egli in quest'anno comperò quel sito, non si può ragionevolmente pensare ch'egli fabbricasse prima nel fondo altrui. Della nuova guerra portata in quest'anno dai Saraceni a Salerno parlerò all'anno seguente. Qui non voglio lasciar di dire che papa Adriano, il quale nell'anno precedente con tanto vigore adoperando anche le minacce avea scritto a Carlo Calvo re di Francia per sostenere i diritti dell'imperador Lodovico sopra la Lorena e per altri affari; nell'anno presente dopo aver ricevute delle risposte alquante brusche, tutto si raddolcì, e cominciò a far degli elogi mirabili d'esso re Carlo in iscrivendogli. Fra l'altre cose è notabile nella lettera d'esso papa, rapportata dal cardinal Baronio, un pensiero ch'egli in somma confidenza notifica al medesimo re con dire [Epist. 34 Hadriani II. tom. 8 Concil. Labbe.]: Ut sermo sit secretior et literae clandestinae, nullique nisi fidissimis publicandae; vobis confitemur devovendo, et notescimus affirmando, salva fidelitate imperatoris nostri, quia si superstes ei fuerit vestra nobilitas, vita nobis comite, si dederit nobis quislibet multorum modiorum auri cumulum, nunquam acquiescemus, exposcemus aut sponte suscipiemus alium in regnum et imperium romanum, nisi te ipsum. Quem, quia praedicaris sapientia et justitia, religione et virtute, nobilitate et forma, videlicet prudentia, temperantia, fortitudine, atque pietate refertus, si contigerit te imperatorem nostrum supergredi, optamus omnis clerus, et plebs, et nobilitas totius orbis et urbis, non solum ducem et regem, patricium et imperatorem, sed in praesenti ecclesia defensorem, et in aeterna cum omnibus sanctis participem fore. Ma papa Adriano II non avendo potuto eseguir questa idea, la trasmise almeno al suo successore, che vedremo dichiararsi in favore del medesimo Carlo.