DCCCLXXII

Anno diCristo DCCCLXXII. Indizione V.
Giovanni VIII papa 1.
Lodovico II imp. 24, 23 e 18.

Giunse ai confini della vita in questo anno papa Adriano II. Restò di lui una gloriosa memoria sì per le sue virtù ed azioni lodevoli in servizio della sede apostolica e della Chiesa di Dio, come ancora della sua munificenza verso de' sacri templi e de' poverelli. E qui cominciano ad abbandonarci le vite de' sommi pontefici con grave danno della storia ecclesiastica e secolare di questi secoli. A lui succedette Giovanni VIII, dianzi arcidiacono della chiesa romana, senza precisamente sapersi, come pensa il padre Pagi, in qual giorno seguisse la sua consecrazione. Nondimeno gli Annali bertiniani la mettono nel dì 14 di dicembre. Stavano intanto in cuore dell'imperador Lodovico due pungenti spine. L'una era l'occupazion del regno della Lorena, da lui giustamente pretesa; l'altra l'enorme affronto a lui fatto dall'ingrato principe di Benevento. Per quel che concerne al primo affare, egli, per attestato degli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.], spedì l'Augusta Angilberga sua moglie per trattarne coi due re suoi zii. Venne dopo Pasqua il re Carlo Calvo fino a san Maurizio per abboccarsi con lei, secondochè era stato concertato; ma inteso che la medesima era per andar prima a Trento per parlare con Lodovico re di Germania, se tornò indietro. Seguì infatti nella città di Trento il divisato abboccamento, e Lodovico cum Ilgerberga loquens (lo stesso è che Angilberga ed Angelberga), partem regni Lotharii, quam contra Carolum accepit, neglectis sacramentis inter eos pactis, sine consensu ac conscientia hominum quondam Lotharii, qui se illi commendaverant, clam reddidit. Inde utrimque sacramenta prioribus sacramentis, quae cum fratre suo pepigerat, diversa et adversa inter eos sunt facta. Fece poi sapere Angilberga al re Carlo che venisse a san Maurizio; ma Carlo insospettito, oppure avvertito di quanto essa avea pattuito col re Lodovico, ricusò d'andarvi. Inviò poscia ad esso re Carlo il vescovo Vibodo sotto pretesto d'amicizia, ma veramente per trattare con lui della restituzion degli stati del fu re Lottario. Carlo non si lasciò trovare da lui, o se pur l'ascoltò, rimandollo colle mani vuote. Qual parte della Lorena restituisse il re Lodovico al nipote Augusto, nol dicono gli storici. Se potessimo riposar sull'autorità di Gotifredo da Viterbo [Godefredus Viterbiensis, Pantheon.], dovette in fine anche il re Carlo venire a qualche composizione, scrivendo egli che imperator Ludovicus ipsum regnum Lotharingiae cum Carolo patruo suo, habita inter se pactione, divesit. Ita tamen quod Ludovicus imperator Aquisgrani palatium cum sua portione haberit. Temo io che Gotrifredo abbia cambiati i nomi, e voglia parlar qui della divisione fatta da Lodovico re di Germania col fratello Carlo Calvo. Nè vo' lasciar di dire, che in riferir gli Annali il suddetto abboccamento del re Lodovico coll'imperadrice Angilberga, non dicono punto che la medesima fosse di lui figliuola, come ha preteso il Campi [Campi, Hist. Placent., ad ann. 874.] ed altri. Il Bouchet la credette figliuola di un duca di Spoleti; i Sammartani le diedero per padre Eticone Guelfo, figliuolo di Eticone duca di Svevia. Quanto a me tengo per tuttavia ascosa l'origine sua. E per le ragioni che ho altrove addotto [Antiq. Ital., Dissert. XI.], non la so credere figliuola naturale del suddetto Lodovico re di Germania, perchè dal medesimo è appellata in un diploma dilecta ac spiritalis filia nostra Engilpirga, cioè solamente tenuta al battesimo. Nè erano allora in uso le dispense di sì stretta parentela, quale sarebbe stata quella di Lodovico II imperadore con Angilberga, mentre sarebbero stati in tal supposto primi cugini. A proposito poi di questa principessa, mal voluta da tutta la nobiltà d'Italia, massimamente a cagione de' gravi sconcerti accaduti all'Augusto consorte in Benevento, strano è quel che raccontano i suddetti Annali bertiniani, con dire: Quia primores Italiae Ingelbergam propter suam insolentiam habentes exosam, in loco illius filiam Winigisi imperatoris substituentes, obtinuerunt apud eumdem imperatorem, ut missum suum ad Ingelbergam mitteret, quatenus in Italiam degeret (cioè in Lombardia), et post illum non pergeret, sed eum in Italiam reversurum expectaret. Ipsa autem non obaudiens illud mandatum, post eum ire maturavit. Il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti.], indotto da queste parole, si figurò che Lodovico imperadore ripudiasse Angilberga, la quale perciò si fece monaca. Ma non sussiste in guisa alcuna che si sciogliesse il legame del loro matrimonio, nè che Lodovico prendesse per moglie la figliuola di Guinigiso, chiamato da lui e da altri duca di Spoleti. Morì, siccome abbiam veduto di sopra, Guinigiso nell'anno 822. Una sua figliuola in quest'anno sarebbe stata troppo attempata per servire di moglie o di concubina ad un imperadore che abbisognava di successione. Però ivi si parlerà di una figlia di qualche altro Guinigiso, oppure di Guinigiso figliuolo del suddetto duca.

Da un placito della Cronica vulturnense [Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Italic.] si conosce che l'imperador suddetto si trovava nel dì primo di gennaio dell'anno presente in Balva città dell'Abbruzzo. Abbiamo da un altro strumento aggiunto alla Cronica di Casauria [Chronic. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] che nel dì 12 di aprile egli dimorava nel territorio di Rieti. Poscia, secondo gli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.], nella vigilia di Pentecoste si portò a Roma: il che vien confermato da un suo diploma, registrato nella Cronica del monistero di Farfa [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], la cui data è questa: V kalendas junii, anno, Christo propitio, imperii domni Ludovici piissimi Augusti XXIII, Indictione V. Actum in civitate Roma, palatio imperatoris. Nel giorno solenne della Pentecoste egli fu coronato da papa Adriano, che allora vivea, cioè, a mio credere, egli ricevette la corona del regno della Lorena, o perchè parte gliene avea ceduta il re Lodovico suo zio, o perchè con questo atto egli intese conservare e fortificare i diritti suoi sopra quegli stati. Dopo la messa cantata fece insieme col suddetto pontefice una pomposa cavalcata sino al palagio lateranense. Fu in questa congiuntura (come s'ha da Reginone [Regino, in Chron.] e dall'Annalista sassone [Annalista Saxo, tom. 1 Script. Eccardi.]), e non già nell'anno seguente, ch'esso Augusto in una gran dieta alla presenza del sommo pontefice espose le sue giuste doglianze contra di Adelgiso principe di Benevento, il quale perciò fu proclamato tiranno, nimico della repubblica e del senato romano, e dichiarata la guerra contro di lui. Slegò papa Adriano da tutti i giuramenti e da qualunque promessa fatta ad Adelgiso l'imperadore, riconoscendoli per atti nulli, perchè fatti per forza affin di salvare la vita, e perciò ridondanti in pregiudizio della salute pubblica. Contuttociò Lodovico, premendogli che nessuno de' suoi il potesse chiamare spergiuro, non volle procedere coll'armi contra di Benevento, ma lasciò questa incumbenza all'imperadrice sua moglie, la quale raunato l'esercito, si preparò per passare a quella volta. Pervenuta all'orecchio di Adelgiso la nuova di questa spedizione, tale sbigottimento prese, che se ne fuggì nell'isola di Corsica, dove per qualche tempo sconosciuto si fermò. Così quegli Annali. Ma senza fallo questa fuga di Adelgiso in Corsica è affatto favolosa. Noi il troveremo saldo nel suo principato, e non già figliuolo della paura, procedere contra de' Saraceni, i quali in questi medesimi tempi portarono l'eccidio ai ducati di Salerno e Benevento, e non privo di consiglio in sì scabrose contingenze. Nè apparisce che l'imperadrice suddetta passasse coll'armi nel beneventano, o che vi facesse prodezza alcuna. Vegniamo ora ai Saraceni. Dacchè costoro ebbero perduta la città di Bari, da vergogna e da rabbia commossi, misero insieme in Africa una nuova poderosa armata di quasi trenta mila combattenti, e nell'autunno dell'anno antecedente a dirittura diedero le vele verso Salerno. Volle Dio che mentre costoro faceano quel grande apparecchio di gente e di macchine per passare in Italia [Anonymus Salern., Paralipom., cap. 110.], uno della lor nazione, per nome Arrane, ricordevole di un piccolo favore a lui compartito da Guaiferio principe di Salerno, trovato in Africa un uomo da Amalfi chiamato Fluro, il pregiò in confidenza di far sapere da parte sua ad esso principe che fortificasse Salerno a tutto potere, perchè gli sovrastava una gran burrasca. Eseguì l'Amalfitano la commessione, e Guaiferio immantinente si diede a mettere in buon sesto le fortificazioni della sua città, e vi fece alzar tre fortissime torri ne' siti più pericolosi. Una fu fatta dai Capuani, allora sudditi suoi; la seconda dai Toscani, probabilmente negozianti in quella città; e quella di mezzo la fabbricarono i Salernitani stessi. Ricorse per aiuto ad Adelgiso principe di Benevento; e questi appena udì lo sbarco della flotta moresca, che comparve anch'egli a Salerno con quante forze potè. Tennero questi due principi consiglio insieme, e fu presa la risoluzione di uscire in campo contra d'essi, e di azzardare una battaglia. Ma avendo l'accorto Adelgiso ben considerata e scandagliata la moltitudine e possanza delle schiere nemiche, giudicò meglio di ritirarsi. Tornossene egli a Benevento, e i Saraceni attendati intorno alla città di Salerno cominciarono a stringerla con un ben regolato assedio, che durò moltissimi mesi anche dell'anno presente, e fu sostenuto nulladimeno con intrepidezza da Guaiferio e dal suo popolo. Per attestato dell'Anonimo salernitano, da cui ho preso questo racconto, confermato ancora da Erchemperto, quei Barbari nel tempo d'esso assedio uccisero innumerabili contadini e distrussero tutti i contorni di Salerno. Venuta poi la primavera, mandarono distaccamenti ne' territorii di Napoli, di Benevento e di Capoa, che diedero il sacco dovunque arrivarono, e desolarono una gran quantità di terre. Avea preso stanza il re loro Abdila nella chiesa de' santi Fortunato e Gajo; e quivi fatto porre il suo letto sopra l'altare, soleva sfogar la sua libidine colle misere fanciulle cristiane che i suoi andavano rapendo. Ordine dovette essere di Dio, che un giorno volendo costui far forza ad una, cadde dall'alto della chiesa una trave, che stritolò l'infame tiranno, senza toccar l'innocente giovane cristiana. In suo luogo elessero i Saraceni per loro generale o re un altro chiamato Abimelec, uomo ardito e segace.

In tante angustie Guaiferio principe di Salerno, altro scampo non conoscendo, determinò d'implorare la misericordia dell'imperador Lodovico, e spedì a lui prima Pietro suo cognato, e poscia Guaimario suo figliuolo. In mal punto v'andarono. L'Augusto Lodovico, che era forte in collera con Guaiferio, perchè o credeva o sapeva essere il medesimo stato complice dell'ignominia a lui inferita in Benevento, non solamente niun soccorso loro accordò, ma feceli anche arrestare, e mandolli in esilio. Crebbe perciò la disperazione nei Salernitani, perseguitati di fuori dai Barbari, dentro dalla fame; se non che Marino duca di Amalfi mosso a compassione della lor disavventura, e riflettendo al pericolo della propria casa, se bruciava quella del vicino, destramente andò introducendo vettovaglia nell'assediata città, e incoraggiando quel popolo continuamente con isperanze e buone parole. Landolfo vescovo di Capoa si mosse anch'egli, e dopo tanti mali da lui fatti, per attestato di Erchemperto, questo almen fece di buono in vita sua: cioè andò in persona a Pavia a raccomandar l'infelice Salerno all'imperador Lodovico. Prostrato ai suoi piedi, con tal efficacia perorò, mostrando in qual pericolo sarebbe la cristianità cadendo Salerno, la gloria che ne acquisterebbe l'imperadore, le calamità non solo di Salerno, ma anche di tutte le circonvicine contrade, che il cristianissimo principe si diede per vinto, e dimenticato per allora il recente affronto a lui fatto, comandò che si allestisse un'armata e si mettesse in viaggio. Volle il buon imperadore intervenire anch'egli alla danza. Giunto che fu a Patenava in Campania, dove ricevette i legati di varie città, e inteso che non lungi da Capoa s'era annidato un corpo di dieci mila Saraceni, se gli gittò a' piedi Guntario conte suo nipote, giovane di quindici anni, e tanto fece e disse, che impetrò da lui di poter andare ad assalire con parte delle truppe franzesi le nimiche masnade. Seco andarono i Capuani, e sì bravamente menarono tutti le mani contra di que' Barbari, che ne misero a fil di spada circa nove mila: segnalata vittoria, ma che costò la vita allo stesso Guntario con sommo dispiacere dell'Augusto suo zio. Che nel numero degli estinti lo storico aprisse di troppo la bocca, lo credo io, e verisimilmente lo crederanno molti altri. Mandò esso imperadore anche a Benevento un altro distaccamento dei suoi guerrieri, che unito coi Beneventani diede addosso ad un altro quasi ugual corpo di Saraceni, accampati in un luogo chiamato Mamma. Ancor questi furono messi in rotta, e poco men che tre mila d'essi rimasero estinti sul campo. Adelgiso principe si trovò a questa battaglia, seco avendo i due Lamberti rifugiati in Benevento, che mirabilmente il servirono in tale occasione. Erchemperto mette questa vittoria dei Beneventani (il che è ben più probabile) prima che l'imperador giugnesse in Campania colle sue milizie; ed aggiugne che i Capuani anche prima aveano tagliato a pezzi mille di quegli infedeli. Sul fine dell'anno presente riportarono l'armi cristiane tutti questi vantaggi. E nella Cronica saracenica [Chronic. Saracenic., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] nell'anno presente si legge: Periit exercitus Moslemiorum in Salerniah. Nei documenti da me aggiunti alla Cronica di Casauria [Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.] si comincia nell'anno presente a far conoscere Suppone II duca di Spoleti. Egli è veramente chiamato in alcune carte solamente conte, secondochè praticavasi anche in Toscana e in altri paesi; pure chiaramente in una carta, scritta nell'anno XXIII di Lodovico imperadore nel dì VI di giugno, indizione V, cioè in quest'anno, si legge: Constat, me Suppo dux, filius quondam, Maurini, ec. E questi dallo autore della Cronica suddetta vien chiamato Suppo Piceni comes, qui et dux inscribitur, in imperatoris exercitu fulgidus. Già vedemmo all'anno 822 creato duca di Spoleti Suppone conte di Brescia. Essendo egli morto nell'anno 824, fu promosso Mauringo anche esso conte di Brescia. Fondatamente si può credere che Maurino e Mauringo sieno stati un personaggio solo; e quando ciò sia, par molto verisimile che Suppone II fosse figliuolo dello stesso Mauringo già duca di Spoleti, e che questo Mauringo avesse per padre Suppone I duca.

Ancor qui troppo diede spaccio alle sue fantasie il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 17.]. Si figurò egli che Lamberto duca di Spoleti per poco tempo perdesse quel dominio, e si rimettesse presto in grazia di Lodovico imperadore, senza che alcun fosse sostituito a lui in quel ducato. Ma è fuor di dubbio, siccome ho dimostrato altrove [Antiquit. Italic., Dissert. VI.], che Lamberto ne fu cacciato nell'anno 871, nè lo ricuperò mai in vita di questo imperadore; e che Suppone II fu creato duca nello stesso anno 871, al vedere che nel novembre di quell'anno si truova missus Supponis comitis nelle contrade dell'Abbruzzo moderno. Solamente dopo la morte di Lodovico Augusto, e nell'anno 876, a Lamberto riuscì di riaver quel ducato. Quando poi si tratta in questi tempi di chi era duca di Spoleti, convien sempre riflettere che due furono i ducati di Spoleti; l'uno di là dall'Apennino, di cui Spoleti era capo; e l'altro di qua, che fu poi chiamato di Camerino. Però due solevano essere in un tempo stesso que' duchi, senza comparir chiaro se in solido amendue reggessero que' ducati, oppure se diviso fra loro fosse il comando e l'autorità. Parlammo di sopra di Atanasio vescovo di Napoli, rimesso in libertà da Sergio II duca suo nipote [Vita S. Athanasii Episc. Neapol. P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Non potendo egli più reggere alle oppressioni che continuavano, dopo aver sigillato il tesoro della sua cattedrale, si ritirò nell'isola del Salvatore nell'anno 871. Andò nelle furie il duca Sergio, e mandogli a dire che rinunziasse il vescovato e si facesse monaco. Negò di farlo Atanasio, e allora Sergio spedì molte brigate di Napoletani e Saraceni per occupar l'isola e far prigione il santo vescovo; e costoro per nove giorni diedero varii assalti, ma indarno, a quel luogo. Dimorava allora in Benevento l'imperador Lodovico, a cui Atanasio fece segretamente intendere il particolare stato in cui si trovava. Allora Lodovico spedì immediatamente ordine a Marino duca di Amalfi, che accorresse in aiuto del perseguitato pastore. L'ordine fu puntualmente eseguito. Marino arrivato colà all'improvviso con venti barche d'armati, levò il buon prelato; e quantunque assalito fosse dai Saraceni e Napoletani nel ritirarsi, fece loro fronte sì vigorosamente, che li ruppe: e quanti Saraceni vennero alle sue mani tutti li mise a fil di spada. Allora Sergio diede il sacco a tutto il tesoro del vescovato; perlochè fu scomunicato da papa Adriano II allora vivente, e messo l'interdetto nella città di Napoli. Essendo stato condotto Atanasio in salvo a Benevento, fu graziosamente accolto da Lodovico; andò poscia a Sorrento; da lì a poco passò a Roma, dove fu alquanto trattenuto dal papa; e dappoichè intese che l'imperadore era uscito libero da Benevento, andò a trovarlo a Ravenna, oppur nella Sabina, come ha Pietro Diacono, e con esso lui tornò a Roma. Uno degli autori della sua vita contemporaneo attribuisce alle di lui forti preghiere ed ammonizioni la risoluzione presa da esso imperadore di dar soccorso all'assediata città di Salerno. Ito egli a Veruli, quivi cadde infermo, e nel dì 15 di luglio dell'anno presente passò a miglior vita. Il suo corpo, portato alla sepoltura nel monistero di Monte Casino, fu poscia a' tempi di Atanasio II vescovo e duca di Napoli, nipote suo, trasferito a Napoli coll'accompagnamento di molte miracolose guarigioni. Si venera la sua memoria dalla chiesa di Napoli nel suddetto giorno 15 di luglio. Il cardinal Baronio, che dottamente negli Annali ecclesiastici fissò la sua morte nell'anno presente, non mostrò la medesima attenzione nel Martirologio romano [Martyrologium Romanum ad diem 15 julii.], dove il fa mancato di vita tempore Caroli Calvi, in vece di dire tempore Ludovice II.