DCCCXIX
| Anno di | Cristo DCCCXIX. Indizione XII. |
| Pasquale papa 3. | |
| Lodovico Pio imperadore 6. |
Rimasto vedovo l'imperador Lodovico, non pensava punto a rimaritarsi; ma cotanto gli picchiarono nell'orecchio i suoi cortigiani, che cangiò pensiero. Per attestato dell'autore anonimo della sua vita [Astronom., in Vita Ludov. Pii.], timebatur a multis ne regni gubernacula vellet relinquere: cioè, come si può conghietturare, si temeva ch'egli volesse prendere la monastica cocolla. Fatte pertanto venire varie nobili fanciulle alla corte, egli scelse per sua moglie Giuditta, secondo Tegano [Theganus, Gest. Ludovicii Pii, num. 26.], filiam Welfi ducis, qui erat de nobilissima stirpe Bavarorum. Non duca, ma nobilissimus comes vien chiamato dall'autor della vita di Lodovico Pio questo Welfo, che Guelfo è nel linguaggio de' vecchi italiani, i quali voltavano il W tedesco in GV, come consta in assaissimi altri nomi. Importa non poco ai lettori di far mente a questo Guelfo, perchè da lui fu propagata l'insigne famiglia de' principi guelfi in Germania, che poscia terminò in una donna maritata in casa d'Este e da cui l'Italia prese l'infausta fazione de' Guelfi famosi competitori de' Ghibellini, ossia dei Gibellini. Fra l'altre sue prerogative portò Giuditta in dote una rara bellezza; ma il suo matrimonio col tempo riuscì ben funesto a tutta la monarchia franzese, per quanto andremo vedendo. All'imperadore si era ribellato Liudevilo [Eginhard., in Annal. Francor. Annales Francor. Bertiniani.], che già abbiam veduto duca della Pannonia inferiore. Contra di costui si fece marciare nel mese di luglio l'armata d'Italia, che senza fare impresa alcuna se ne tornò a' suoi quartieri. Di ciò insuperbito Liudevito, mandò i suoi inviati all'imperadore, mostrando di voler pace: ma nello stesso tempo proponendo condizioni si alte, che Lodovico non istimò convenevole alla sua dignità di accettarle. Dell'altre pe' suoi legati ne inviò a lui l'imperadore, che furono del pari rigettate. Intanto ritornato dalla Pannonia Cadaloo o Cadolaco marchese, ovvero dux forojuliensis, come vien chiamato da Eginardo, sorpreso da febbre, terminò il corso della sua vita. In luogo suo fu creato marchese o duca del Friuli Baldrico. Andando questi a visitar la Carintia, provincia anch'essa allora sottoposta al suo governo, eccoti entrare in quelle contrade il suddetto Liudevito duca colla sua armata. Scontrossi con lui Baldrico vicino al fiume Dravo; e tuttochè seco non conducesse se non una picciola brigata, pure sì coraggiosamente l'assalì, che il fece suo malgrado ritirar nella Pannonia, con istrage ancora di molti di que' Barbari. All'incontro avendo Liudevito fatta un'incursione nella Dalmazia, e venutogli incontro Borna, che era dianzi, oppur era poco prima divenuto duca di quella provincia, abbandonato dalle sue truppe, ebbe difficoltà a salvarsi colla fuga. Restò con ciò campo a Liudevito di mettere a fuoco e sacco non poca parte della Dalmazia. Borna tenne saldo tutte le fortezze, e con un corpo volante di notte e di dì andò tanto pizzicando l'esercito nemico, che l'astrinse infine ad uscir di quel paese, con averne ucciso circa tre mila, e presi trecento e più cavalli, con altro grosso bottino. Di questi avvenimenti diede egli avviso all'imperadore. Si fecero anche nel presente anno altre spedizioni militari, massimamente per domare i popoli della Guascogna, che s'erano in parte ribellati, e dal re Pippino figliuolo dell'imperadore furono ridotti al dovere.
Intanto in Oriente Leone Armeno imperadore continuava la sua persecuzione contro i difensori delle sacre immagini, fra' quali dicemmo che specialmente si distinse s. Teodoro Studita. Per quanto si stendevano le sue forze ed esortazioni, il sommo Pontefice Pasquale si studiò di mettere freno al furore di quel principe, e di confortare i Cattolici alla sofferenza. Confermò il medesimo papa in questo anno i privilegii della Chiesa di Ravenna con sua bolla data a Getronace arcivescovo. Leggesi questa presso il Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., p. 237.], ma assai più corretta per cura d'erudito cavalier milanese, mercè d'una antichissima copia (da me ristampata) esistente nella Biblioteca ambrosiana [Rer. Italic., P. I., tom. X.]. La data è V idus julias per manum Sergii bibliothecarii sanctae sedis apostolicae. Imperante domino nostro perpetuo Augusto Hludovico, a Deo coronato, magno pacifico imperatore anno, et post consulatum ejus anno (sexto), sedet Hlothario novo imperatore ejus filio anno... Indictione duodecima. Necessario fia, per cagion di queste note, di dire che dall'anno 817, in cui Lottario fu dichiarato dal padre collega nell'imperio, si cominciasse ad usare in Roma l'epoca di lui: il che potrebbe parere alquanto strano, mentre, siccome io ho avvertito altrove [Antiquit. Italic., Dissertat. 10.], altre città d'Italia solamente dall'anno seguente cominciarono a contare gli anni del suo imperio, oppure dell'anno 823, in cui fu egli coronato in Roma. Egli è da credere che con partecipazione del pontefice fosse conferita la dignità imperiale a Lottario, e che perciò non si tardasse in Roma a pagargli quel tributo d'ossequio che conveniva alla di lui sovranità. Attese in quest'anno l'imperador Lodovico, giacchè erano tornati i messi da lui spediti per gli suoi regni, a regolar gli affari delle chiese e dei monisteri, e la vita degli ecclesiastici, siccome apparisce da varii capitolari presso il Baluzio [Baluz., Capitolar. Reg. Franc.]. E perciocchè era seguita una convenzione intorno ad alcune chiese battesimali, oggidì parrocchiali, fra Giso o Gisone vescovo di Modena, e Pietro abbate di Nonantola; in questo anno nel dì primo di ottobre Lodovico Augusto la confermò con un suo diploma, di cui resta memoria nel catalogo di quella badia, da me [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.] dato alla luce. Circa questi tempi, se pur non fu molto prima, narra il Dandolo [Dandul., in Chron. tom. 12. Rer. Italic.] nella sua Cronica che Angelo Particiaco ossia Participazio, doge di Venezia, avendo due figlioli, ne mandò il maggiore, appellato Giustiniano, a Costantinopoli, dove fu graziosamente ricevuto dall'imperador Leone Armeno, con impetrar da lui il grado e titolo d'ipato, ossia di console imperiale. Nello stesso tempo procurò che il popolo dichiarasse suo collega nel ducato Giovanni l'altro suo figliuolo. Ma ritornato Giustiniano da Costantinopoli, e trovata la promozion del fratello, se l'ebbe forte male; nè volendo entrar nel palazzo, andò con Felicita sua moglie ad abitar nella casa contigua alla chiesa di san Severo. Il padre, che teneramente l'amava, pentito di avergli recato questo disgusto, degradò il figliuolo Giovanni, e il mandò in esilio a Jadra, oggidì Zara, con far eleggere dipoi suo compagno nel ducato non solamente il suddetto Giustiniano, ma anche Angelo di lui figliuolo. Irritato da quest'azione Giovanni, dalla Dalmazia si portò alla corte dell'imperador Lodovico, qui in Pergamo erat, per implorare il suo patrocinio. Sarà un error dei copisti la menzione di Pergamo, cioè di Bergamo, perchè Lodovico Augusto, dacchè fu assunto all'imperio, non venne più in Italia. S'interpose in fatti l'imperadore, e fatti de' buoni uffizii il rimandò a Venezia a suo padre il quale per togliere le occasioni di discordia, giudicò meglio d'inviarlo ad abitar colla moglie in Costantinopoli. Aggiugne il suddetto Dandolo che l'imperador Lodovico, per le istanze di Fortunato patriarca di Grado, concedette al popolo dell'Istria di poter eleggere i suoi governatori, vescovi, abbati, tribuni ed altri loro uffiziali, siccome era dianzi stato accordato da Carlo Magno suo padre. Leggesi ancora un privilegio, dato dai suddetti Angelo padre e Giustiniano figliuolo, chiamati per divinam gratiam venetae provinciae duces, a Giovanni abbate del monistero di s. Servolo nel mese di marzo, o di maggio, correndo l'indizione XII, cioè nell'anno presente, dove unitamente con Fortunato patriarca di Grado, e Cristoforo vescovo di Olivola, o vogliam dir di Venezia, e col popolo trasportano que' monaci nella chiesa di sant'Ilario presso il fiume Ima o Una, con varie esenzioni quivi espresse.